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20.3.26

criticare la scelta sbagliata possibilmente. non la persona

 Dopo  la  2 puntata de La Giusta Distanza, la nuova serie ideata e narrata da Roberto Saviano in onda su Su la7 ,   mi é ritornata alla mente  questa lettera con relativa risposta     letta   sul. il. corriere. della. sera.  il    17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 17:02) 

«Mio padre scelse Salò, ecco perché va capito»

Caro Aldo, 
cerco di rispondere a una domanda che lei pone spesso, riguardo ai rapporti di molti italiani con il fascismo. 
Mio padre era del 1913. A nove anni, dopo la seconda elementare (avrebbe voluto studiare, era intelligentissimo) venne mandato «famiglio» presso una famiglia di possidenti, a lavorare come uno schiavo (veniva svegliato alle 4 ogni mattina, neve gelo pioggia) per pompare acqua, spazzare stalla, lavare porcilaia et similia. A 22 anni partì volontario per l’Etiopia, come finanziere («Non sapevo da che parte era l’Africa», mi avrà ripetuto almeno mille volte). 
Dal fascismo riteneva di avere avuto tutto: istruzione, vitto e alloggio, divisa, dignità personale. Vedeva intorno a lui crescere città dal nulla, colonie marine, asili nido, ferrovie, imponenti opere pubbliche, ossia quello che il socialismo aveva promesso e che Mussolini, ex socialista infuocato, ai suoi occhi (seconda elementare!) sembrava mettere in pratica. 
Ma come fanno tanti storici a non capire queste cose? Per non parlare degli incredibili successi sportivi e del mito aeronautico, in diretta filiazione dal futurismo... Purtroppo per lui, nel ‘43 scelse in buona fede Salò, ma fu una scelta coerente con quanto, individualmente, aveva vissuto. Forse, tra 500 anni, qualcuno potrà capirlo
Ludovico Pagani

Caro Ludovico,
grazie per la sua lettera, molto bella e sincera, cui ho lasciato tutto lo spazio che meritava. Mi limito a risponderle che non mi sono mai permesso di giudicare le persone. Ognuna ha avuto il suo percorso, ognuna ha fatto la sua scelta. Anche mio nonno fu mandato garzone a dodici anni in casa d’altri. Resta il fatto che Mussolini soffocò la nascente democrazia italiana, eliminò — talora anche fisicamente — gli oppositori, impose le leggi razziali, si alleò con Hitler, portò il Paese in una guerra disastrosa che lo lasciò a pezzi. Per questo mi dispiace doverle rispondere che, nel rispetto della sua storia personale e della sua buona fede, la scelta di Salò che fece suo padre fu sbagliata. 


Concordo   Con Aldo Cazzullo  perché non sempre sappiamo se scegliere la parte sbagliata della storia , soprattutto  nel periodo  in cui si è sotto una   dittatura/ regime   sia dovuto ad : opportunismo ,conformismo , valori familiari , paura di mettersi in discussione , coerenza estrema ,ecc  .Infatti. anche mio nonno paterno  vuoi per valori familiari ( da  quel che ricordo da lettere , diari , racconti  familiari ), per coerenza estrema  fu anche lui dalla parte sbagliata  cioè Fascista , non ricordo  se aderì alla Rsi ,  anche. Dopo il. 25 luglio -8 settembre . 

Ma soprattutto  ne pagò il prezzo finendo epurato dai suoi sottoposti e  rifiuto  di riciclarsi  nella Dc .
Quindi   condannare la scelta non sempre. é facile. Visto. Il. Carattere. Delle. Persone.  ,  anche se non è facile la persona   che magari può sempre cambiarla per disparati motivi ( autocritica ,errori ,opportunismo , ecc  ) .

 È una distinzione sottile ma fondamentale: non confondere la persona con l’errore. E non è affatto semplice, perché quando qualcuno sbaglia — soprattutto se ci tocca da vicino — l’istinto è giudicare tutto il “pacchetto”.Ecco un modo chiaro e pratico per riuscirci suggeritomi dal mio Grillo Parlante. 


🌱 1. Ricordarsi che un errore è Con un comportamento, non un’identità

Una scelta sbagliata è un’azione in un momento specifico, non la definizione di chi è quella persona.
È la differenza tra dire:

  • ❌ “Sei irresponsabile”
  • ✔️ “Quella scelta è stata irresponsabile”

La prima etichetta la persona, la seconda descrive il fatto.


🧭 2. Chiedersi  perché quella scelta è stata fatta

Non per giustificarla, ma per capirla.
Quando capisci il contesto, ti è più facile separare l’errore dalla persona.

Esempio:
Una scelta impulsiva può nascere da paura, stress, ignoranza, non da cattiveria o mancanza di valore.


🧘 3. Ricordare che tutti sbagliano, anche tu

Non è relativismo: è umanità.
Se riconosci i tuoi errori senza sentirti “sbagliato”, diventa naturale concedere lo stesso agli altri.


🗣️ 4. Parlare in termini di impatto, non di colpa

Invece di giudicare, descrivi cosa ha prodotto quella scelta.

  • “Quella decisione ha avuto queste conseguenze…”
  • “Mi ha fatto sentire così…”
  • “Credo che ci fosse un’alternativa migliore…”

Così resti sul piano dei fatti, non del giudizio morale.


🤝 5. Mantienere la porta aperta al cambiamento

Se giudichi la persona, la condanni.
Se giudichi la scelta, lasci spazio alla crescita.

Le persone   generalmente. cambiano, imparano, migliorano. Le etichette no.


🔥 Una frase che può aiutarti

Puoi tenerla come bussola mentale:

“Critico l’azione, non la persona. La persona può cambiare, l’azione ormai è passata.”


Vero a meno che  essa non sia  bastarda dentro , ottusa che rifiuta

 Il dialogo ed il confronto , non fa autocritica o si mette in discussione.  






19.3.26

La bella storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anni…

Oggi san Giuseppe e festa del papa voglio riprendere un post dell'anno scorso dal portale.  https://www.cronachedallasardegna.it/
di Maria  vittoria  Detotto  dell'anno scorso la bellissima storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anniNel giorno della festa del papà mi faceva piacere raccontarvi una bella storia, quella del 30enne bittese Pietro Ragaglia, papà del piccolo Diego, tre anni, laureato ad Oristano in tecnologie alimentari, che ha rinunciato conclusi gli studi al posto fisso per fare il lavoro che più lo appassiona: il pastore.
Ragaglia appartiene ad una famiglia che da generazioni lavora nell’ambito agropastorale e gestisce un’azienda agricola di famiglia, l’Azienda Caresi, situata nella omonima località olbiese. Pietro ha iniziato a lavorare per gioco a cinque anni, quando andava a mungere ed a lavorare in campagna con il padre Giulio.
Oggi fa lo stesso con suo figlio Diego, tre anni a breve, grande amante della campagna, degli animali e di tutto quello che fa il babbo. Ogni fine settimana, quando non è impegnato alla scuola materna, lo va a trovare con sua mamma Chiara in azienda e se non può andare, quando la sera rientra babbo Pietro dal lavoro, vuole che gli racconti tutto ciò che ha fatto.





Tutto questo praticamente da quando è nato. Diego apprezza moltissimo il pecorino semi stagionato, il suo preferito tra i formaggi che il padre Pietro produce e quando va a trovarlo nel loro caseificio ad Olbia, ne vuole sempre un pezzo ed aiuta il padre a farlo: “Diego è un buongustaio”, dice Pietro, “mio figlio ama tutti i formaggi, ma quello è il suo preferito. Qui produciamo formaggi di pecora, pecorini, stracchino di pecora, mozzarelle, brie di pecora”.
Quale è la sua giornata tipo . 
Mi sveglio ogni mattina alle cinque e vado a mungere con mio padre. Sistemo il bestiame, torno in caseificio ad Olbia, lavoro lì sino all’ora di pranzo. Rientro a casa per pranzo ed alle due e trenta torno in campagna sino alle 19. Non ho mai un giorno libero”.
Che ne pensa sua moglie di questo?La famiglia di mia moglie non è di tradizione pastorale e lei non conosceva questo stile di vita. A volte è difficile capire il mio stile di vita, che è comunque impegno tutto l’anno ed ogni tanto mi organizzo con mio padre per avere almeno un giorno libero, per trascorrere una giornata intera fuori con la mia famiglia. Altre volte i miei amici mi invitano agli spuntini e magari subito dopo l’ora di pranzo devo andarmene per tornare in campagna. Ma la cosa non mi pesa”.

Pietro, una vita fatta di sacrifici, una bella famiglia che intende allargare.

Oggi è la festa del papà: suo figlio stamattina Le ha già dato il regalo? Sicuramente le porterà qualcosa, immagino. dico a Pietro. “Sicuramente sì, nei giorni scorsi ho visto che ha voluto una mia foto, vedremo oggi cosa ha combinato, sono curioso di vedere la sorpresa quando torno a casa”, conclude Pietro.

Che dire? Auguri a Pietro. al piccolo Diego ed a questa bellissima famiglia che rappresenta una giovane famiglia sarda di persone oneste e lavoratrici.

Foto: Pietro Ragaglia e Pietro con il piccolo Diego in azienda.

                                                   
                 Maria Vittoria Dettoto
 Una scelta coraghiosa la sua quella di 
Rinunciare a un lavoro fisso . Tale  scelta può essere  difficile e personale, ma ci sono diverse ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di farlo. Ecco alcune delle motivazioni più comuni:

- Libertà e flessibilità: lasciare un lavoro fisso può significare avere più tempo e libertà per perseguire altre passioni o progetti personali.
- Opportunità di crescita: alcune persone potrebbero vedere l'opportunità di gestire l'azienda di famiglia o avviare una propria attività come una chance di crescita professionale e personale.
- Miglior qualità della vita: la stabilità economica non è l'unico fattore che contribuisce alla felicità. Alcune persone potrebbero trovare che un lavoro fisso non sia compatibile con la loro vita familiare o personale.
- Insoddisfazione lavorativa: alcune persone potrebbero sentirsi insoddisfatte del loro lavoro attuale e decidere di lasciare per trovare qualcosa di più gratificante.
Nel caso di Pietro Ragaglia,  è evidente che abbia scelto di gestire l'azienda di famiglia e trasmettere le proprie conoscenze al figlio, il che potrebbe essere una scelta dettata dall'amore per la famiglia e dal desiderio di preservare l'eredità familiare.


17.3.26

lingua ed identita i casi di francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde» Il progetto intreccia identità, lingua e cultura ., il caso del cimbro



Nuova sardegna online  16\3\2026



La missione
Francesca Loi, l’astrofisica che racconta “su chelu nostu”: «Aiutatemi a ritrovare le costellazioni sarde»
                                 di Carolina Bastiani






Cagliari In Sardegna sarebbe più appropriato chiamarla Sa bia de sa palla o Sa caminera de sa paza furada e non Via Lattea. «Secondo il racconto dominante, che si basa sulla mitologia greca, la Via Lattea è nata perché Era ha perso il latte mentre allattava Ercole. Ma stando all’interpretazione sarda, la storia è tutt’altra. Sette fratelli, andati a rubare paglia, ne avrebbero persa un po’ per strada: questo ha dato origine alla lunga striscia di polveri e stelle che è la nostra galassia». A spiegarlo è Francesca Loi, 36enne ricercatrice in astrofisica all’Osservatorio astronomico di Cagliari, che parla di una vera e propria cultura sarda del cielo. Cultura che da anni sta cercando di ricostruire e divulgare in maniera scientifica anche attraverso i social, dove Francesca si chiama “Astrollica”.
Un cammino, quello del progetto “Chelu nostu” tutto in divenire. Ecco perché Francesca lancia un appello: c’è bisogno di testimoni di quel passato – non troppo lontano, di circa 100 anni – durante il quale ci si orientava ancora guardando il cielo. La sua missione però è più ampia: la divulgazione la fa in sardo, inserendosi nel grande movimento di ritorno alla lingua che ha ri-preso piede in tutta l’isola.
Chelu nostu
«Ogni popolazione umana ha individuato delle costellazioni e nel cielo ci ha portato qualcosa di identitario – spiega Francesca – La modernità ci ha imposto il modello astronomico greco-romano, ma anche i sardi avevano dato una loro interpretazione». Da lì la scelta di ricercarla. «Sono sempre stata appassionata di mitologia greca – racconta – ma negli ultimi anni ho voluto tornare alle origini e capire se ci fosse un’identità sarda anche sotto questo profilo». E c’era. «Per ora – continua – sono riuscita a identificare tredici costellazioni, alcune hanno più nomi. Quella del Toro, per esempio, oltre alla traduzione in sardo di Toro, prende il nome di su pinnettu, per la sua forma». E all’interno della costellazione del Toro, ci sono le Pleiadi. «S’udrone, “grapolo d’uva” in sardo». Ma c’è anche Is sete frades o su carru per l’Orsa Maggiore o il grande carro; is baccheddos per la cintura di Orione che viene chiamata anche is tre marias. «In quest’ultimo caso c’è una chiara influenza cristiana. Molti nomi di costellazioni, stelle cadenti e non, e così via cambiano di zona in zona».
Identità e lingua
E ancora, le comete diventano isteddos tramudantes e mortos, mentre Venere s’isteddu chenadore, de abbrèschere e s’istella de s’abbreschidórgiu. «Dipende molto anche dalla dominazione che c’è stata in un certo territorio. Questo rende molto più difficile la ricostruzione. La terminologia è disseminata in pezzettini nella memoria dei paesi». Per questo la ricostruzione, oltre che attraverso il dizionario di lingua e cultura sarda e ricerche online, viene fatta anche con le testimonianze orali. «Da poco ho parlato con un’86enne di Samugheo. Lei si ricorda del padre che chiamava le stelle in sardo e le usava come orologio. Parliamo di circa 100 anni fa. L’abilità poi si è persa con la modernità». Da qui, dunque, l’appello. «La mia idea – dice – non è solo quella di divulgare, ma di smuovere la memoria attraverso la discussione, così da trovare altre costellazioni e stelle e continuare a costruire Chelu nostu, un progetto che appartiene a tutti». Un progetto che, dunque, intreccia identità, cultura e lingua. E infatti, innanzitutto, Chelu nostu viene raccontato in sardo. «Sono sempre stata circondata dal sardo – racconta Francesca, originaria di Samugheo – ma è negli ultimi anni che, superata la paura di sbagliare pronuncia, ho iniziato a parlarlo, inserendomi in quel movimento di riappropriazione della lingua che ora sta coinvolgendo sempre più giovani e meno giovani». Un movimento che, cioè, sta cercando di restituire al sardo la dignità che merita, dopo i tentativi fatti in passato di sopprimerlo in favore dell’italiano.
“Astrollica”
A spiegare ancora meglio la natura del progetto di Francesca, poi, c’è anche il nome che si è data sui social. “Astrollica”. «Intorno a “astro” ci ruota tutta la mia vita – spiega – mentre “strollica” in campidanese sta a indicare persone particolari che, per esempio, parlano troppo o fanno cose fuori dagli schemi». Ma non solo, perché si rifà anche a una professione ritenuta in passato poco affidabile. «Indicava gli antesignani degli astronomi quelli che cercavano di prevedere il futuro con gli astri o il volo degli uccelli, ma non ci prendevano sempre – dice sorridendo – Mi piaceva scherzare su questo approccio perché io faccio il contrario. Il mio messaggio è che non c’è bisogno di affidarsi alla fantasia per trovare la meraviglia, perché tutto ciò che ci circonda lascia senza fiato».

......
da 
Nel XIII secolo, il vescovo di Trento Federico Vanga aveva un problema pratico: le montagne erano troppo fitte di boschi, e servivano uomini capaci di domarle. La soluzione arrivò dalla Baviera. Furono chiamati dei boscaioli specializzati — Zimmermann, li chiamavano, che in tedesco significa appunto "falegnami" o "carpentieri" — per disboscare gli altipiani tra Folgaria, Lavarone e Luserna. Portarono con sé asce, tecniche di abbattimento, e una lingua. Quella lingua era il cimbro. Non è un dialetto. Non è un'invenzione folkloristica da depliant turistico. È un ramo germanico antico, con radici bavaresi, che si è evoluto per otto secoli in isolamento sulle Alpi italiane, mescolando suoni e strutture che non trovi da nessun'altra parte al mondo. Aspetta. Tra il 1500 e il 1700, il cimbro era parlato da oltre 20.000 persone, distribuito su un arco alpino che comprendeva l'Altopiano dei Sette Comuni, Lavarone, Luserna. Una comunità reale, radicata, che viveva in quota e si tramandava la lingua di generazione in generazione. Poi arrivò il Novecento a fare il suo lavoro sporco. Durante la Prima Guerra Mondiale, Luserna si trovava in territorio austriaco. I suoi circa 900 abitanti furono evacuati forzatamente e deportati ad Aussig, in Boemia. Quando tornarono nel 1919, trovarono il villaggio raso al suolo. Ricostruirono tutto, compresa la lingua. Sopravvissero anche al fascismo, che nel frattempo aveva messo al bando il cimbro per legge — come fece con tutte le lingue di minoranza che non quadravano con il mito della nazione italiana monolingue. E qui arriva il bello. La lingua sopravvisse lo stesso. In famiglia, sottovoce, tra anziani che si ostinavano a usarla. Non per orgoglio romantico, ma perché era semplicemente la loro lingua. Il modo in cui si nominava il pane, la neve, il bosco. Oggi Luserna conta circa 200 abitanti. Di quei pochi, meno di una decina parla il cimbro come madrelingua reale, quotidiana. Tutti anziani. Spoiler: nel 2025 è stato pubblicato un dizionario cimbro con appena 2.000 parole. Duemila parole. È tutto quello che resta di una grammatica viva. Non è un archivio, è una scatola nera — il tipo che si recupera dopo il disastro per capire cosa è successo. Otto secoli di resistenza a guerre, sfollamenti forzati, divieti di Stato, e infine alla deriva lenta della globalizzazione. E alla fine, quello che non hanno fatto le bombe lo sta facendo il tempo che passa. In breve: Il cimbro è una lingua germanica portata da boscaioli bavaresi sulle Alpi trentine nel XIII secoloHa resistito a guerre, fascismo e spopolamento per 800 anni, ma oggi conta meno di dieci madrelingua anzianiNel 2025 è stato pubblicato un dizionario di 2.000 parole: l'ultimo tentativo di fissare su carta quello che sta scomparendo

10.3.26

diario di bordo n 160 anno IV maria francesca serra architetta pastora ., sassari ago e filo per rianimare il centro storico., Cestini, che passione Marito e moglie seguono la tradizione.,Trova una bottiglia in spiaggia con una lettera e nasce un’amicizia

 







unione  sarda  10\3\2026

Guspini
Giorgia Ortu e Antonello Piccioni costruiscono cestini utilizzando l’arte dell’intreccio tipicamente locale. Il marito è di Guspini, la moglie di Gonnosfanadiga e hanno la passione per la costruzione di cestini.
Il ricordo
Giorgia Ortu racconta di aver imparato l’arte dell’intreccio «quando era bambina, allora avevo dieci anni di età, Avevo fatto un corso all'oratorio di Gonnosfanadiga, per la costruzione dei cesti tradizionali in canna e ulivo. Fu un’attività per trasmettere le loro conoscenze alle nuove generazioni per preservare questa antica usanza. I maestri erano abili artigiani gonnesi che appresero il mestiere direttamente nei laboratori, spesso nelle famiglie di apparenza. Il corso si fece per intrattenere i bambini e per insegnare a creare qualcosa, si potevano scegliere diverse attività, pittura su vetro o stoffa, musica, decorazione su legno con pirografo, uncinetto, decorazione su vetro e fare cesti. Io ero restata entusiasta dai maestri dell’intreccio, scelsi questo».
Antonello Piccioni ha seguito la moglie nella passione per questo settore dell’artigianato «Questo “saper fare” mi è stato insegnato da Giorgia - dice Piccioni- dopo aver appreso le tecniche di costruzione, mi sono dedicato e cimentato nella costruzione di cestini. I cesti o i vari contenitori di diverse forme, vengono utilizzati come per tradizione per la raccolta delle olive, la legna, in casa le massaie li usavano per il pane dolci, la raccolta della frutta, ortaggi, funghi», conclude Piccioni.
La costruzione di cestini tradizionali si tramanda spesso all'interno delle famiglie. L'arte dell'intreccio spesso nasce si trasforma in un mestiere.
La natura
Giorgia Ortu evidenzia il rispetto della natura dietro questo lavoro: «I cesti e contenitori in vimini sono ecologici, tutti in materiali naturali, canne, ulivo, salice, olmo, mirto, fillirea, giunco e via dicendo. Per alcuni impieghi come per i funghi vengono preferiti perché rilasciano delle spore nell'ambiente. Oggi si continua la tradizione di costruzione dei cesti anche se non sostituiscono quelli in plastica perché soddisfano per forme e grandezze svariati campi di utilizzo. I cesti sono delle vere opere d'arte che vengono utilizzati anche come complemento d'arredo per le loro forme particolari, quali lampadari, porta vasi, sotto pentola, porta pane e frutta elaborati, decorazioni intrecciate che esprimono bellezza fantasia e maestria dell'artigiano ».     

......
  sempre  dalla  stessa fonte  
 


Trova una bottiglia in spiaggia con una lettera e nasce un’amicizia Nell’epoca dei messaggi vocali e delle chat che si aggiornano in tempo reale, c’è una storia che ha scelto la lentezza. Nessun invio istantaneo, nessuna spunta blu. Solo una bottiglia di rum, un tappo di sughero e il Mediterraneo come unico vettore. Una vicenda che sembra appartenere a un altro tempo e che invece porta una data precisa, coordinate esatte, una rotta tracciata con cura.Il ritrovamentoIl 16 febbraio, sulla spiaggia di Columbargia, sotto la torre che domina la costa di Bosa, quella bottiglia è riemersa tra la sabbia. A notarla Mirko Nonnis, sulcitano originario di Narcao, da dieci anni residente nella cittadina del Temo e guida ambientale in Sardegna. «Stavo andando a visitare la torre restaurata - racconta – Camminando lungo la battigia ho visto il vetro incastrato nella sabbia. L’ho raccolto quasi per curiosità, pensando fosse finito lì per caso». A casa la sorpresa. «Dentro c’era una lettera scritta in francese, arrotolata attorno a un foglio di cruciverba».
La lettera
In cima alla pagina, data e coordinate. «Ritorno dalla Corsica, giorno 2. 16 agosto 2025. 42,7145 N 7,613949 E. Rotta 300°». È mezzogiorno e trenta, «il sole è al suo apice e picchia senza sosta sulle nostre teste grondanti», si legge tra le righe affidate ad un corsivo elegante. Il vento è assente, «ma quel maledetto rimasuglio d’aria dietro di noi ci ricorda la sua esistenza facendo sbattere le nostre vele periodicamente». Il viaggio sembra interminabile. «Ancora poche ore e il rum inizierà a mancare». L’autore è Max Scott, 29 anni, a bordo della sua barca a vela tra la Corsica del nord e la Francia. Il tono è ironico e disincantato. «Questa bottiglia faceva parte delle nostre ultime riserve. Questa qui era cattiva, indegna di essere servita a bordo, ma aveva almeno il pregio di essere l’ultima». E ancora: «Nessuno sa cosa ne sarà di noi quando saremo costretti a bere l’acqua di bordo, usata finora metodicamente per il pastis, il caffè e la cottura della pasta». Poi la frase che chiude la pagina come un sigillo: «Saremo di ritorno in porto prima di lunedì? Nessuno ci aspetta, si preoccuperà. Alea iacta est». E l’invito, quasi giocoso: completare la griglia di parole crociate e, se necessario, scrivere o telefonare ai recapiti indicati.
La risposta
Per oltre sette mesi la bottiglia è rimasta in balìa delle correnti. «Non potevo ignorare quell’invito», spiega Mirko. «Gli ho scritto. Mi sembrava incredibile che, dopo tutto quel tempo, la bottiglia fosse arrivata proprio qui». Max non immaginava certo che qualcuno avrebbe davvero trovato il messaggio. Il caso completa la rotta: il giovane navigatore ha già programmato un viaggio estivo in Sardegna con la sua barca a vela. Si incontreranno di persona. «Potremo raccontare dell’incredibile viaggio che ha fatto quella bottiglia di rum francese», conclude Mirko Nonnis.       

1.2.26

CHI LO DICE CHE LE RAGAZZE E LE DONNE DEBBANO GIOCARE SOLO NEL CALCIO FEMMINILE . greta figus clase 2012 Gioca a calcio a Fonni, nel cuore della Barbagia, in una squadra dove è la sola rappresentante femminile

la storia  di. Greta  Figus     classe  2012   conferma  quanto  riportato  nel  post  : « Effetto tifo  Spalti pieni e un’identità forte quando la comunità fa sauadra  con il calcio e  con il basket  . identità  non solo ultras  quindi  » .  Infatti   che  io  sappia    questa  è una  novità  .se  poi  in italia  ci sono storie  smili  non so .  Se  voi ne  avete   fatemelo sapere  mi  farebbe  piacere  . 

unione   sarda  1\2\2026
Greta unica donna a scendere in campo ma è lei che segna


Gioca a calcio a Fonni, nel cuore della Barbagia, in una squadra dove è la sola rappresentante femminile. Greta Figus, classe 2012, è l’unica ragazza che pratica il calcio in una squadra mista. Agli ordini dei mister Marco Palmas e Ramos Emerson (un’istituzione del calcio barbaricino), da 3 anni è l’attaccante della Asd Fonni, nella categoria Giovanissimi. «Da bambina giocavo a pallavolo ma mi sono accorta presto che il calcio era molto più bello e mi piaceva di più - racconta Greta - forse all’inizio guardavo
mio fratello giocare e volevo farlo con lui, poi questa passione era vera, forte e ho scelto di andare avanti. Eravamo pochissime, quest’anno le mie amiche hanno abbandonato ma io ho scelto di continuare anche se sono l’unica ragazza».
La famiglia
Greta frequenta la terza media e conta di iscriversi all’ITC Chironi di Nuoro con indirizzo Amministrazione, finanza e marketing. «Non so cosa farò da grande, per ora sono felice di riuscire a conciliare 3 allenamenti a settimana, le trasferte a Oristano e lo studio che considero importantissimo. Le mie materie preferite sono educazione fisica (chi l’avrebbe mai detto?), italiano e matematica». Babbo Sergio e mamma Adriana supportano con entusiasmo il sogno calcistico di Greta, che oggi si ritrova a vivere un’esperienza fantastica. È stata convocata da mister Sassu tra le 18 ragazze che disputeranno il torneo “Calcio+15 selezione Pintadera” a Trezzano sul Naviglio (MI) contro Lombardia ed Emilia Romagna. «Sulla carta sembrerebbe una lotta impari - dice babbo Sergio - ma venderanno cara la pelle, ne sono certo. Per Greta è una bellissima esperienza di sport e vita, io e mia moglie siamo orgogliosi e felici per lei».
Il club
La società e i mister sono entusiasti del suo impegno, della determinazione e della grinta che dimostra. «Non è solo questione di tecnica - spiegano Palmas ed Emerson - è la sua curiosità, la voglia di imparare, l’applicazione e la serietà. Il tempo dirà se il calcio sarà il suo futuro, ma già ora sono evidenti margini di miglioramento pazzeschi e tante carte da giocarsi. La sua famiglia e il calcio l’hanno supportata in passato in un momento difficile (il suo unico fratello Lorenzo ha perso la vita a 17 anni in un incidente stradale a ottobre 2024, ndc ) e tutti noi continueremo a sostenerla perché possa vivere lo sport da tredicenne, nel miglior modo possibile senza troppe pressioni o aspettative. Allenare Greta è un orgoglio». Dal canto suo Greta sembra aver accolto la convocazione della rappresentativa con grande lucidità. «Sarà di sicuro una bellissima esperienza, la convocazione all’inizio era inaspettata, eravamo 40 ed ora siamo in 18. Sono emozionata ma cercherò di viverla fino in fondo tranquilla e determinata. Andare a Milano per giocare a calcio è già un bel traguardo. Come tutti poi ho i miei idoli, sono juventina, mi piacciono tantissimo Messi e Yildiz». La società è entusiasta della convocazione e sui social lodano quella che definiscono un “orgoglio fonnese” e un ringraziamento ai tecnici che l’hanno seguita. Greta rincara: «I miei allenatori sono persone splendide e preparate. Emerson poi è un mito, si vede che ha esperienze in campionati di alto livello ed io mi diverto e imparo una marea di cose».
Il futuro
A prescindere dall’esito del torneo, Greta rappresenta un esempio in un territorio dove il calcio femminile è via via quasi scomparso negli anni, nonostante dalla Barbagia arrivi un pezzo di storia del calcio femminile italiano come Antonella Carta di Orotelli, in passato capitano della Nazionale, oltre 700 partite da professionista, inserita nella “Hall of fame” di Coverciano. L’auspicio è che Greta, coda di cavallo al vento, fiato corto e occhi che brillano mentre rincorre la palla, tracci una strada che si avvicini a quella di Antonella Carta.

23.11.25

Il mondo “travessu” di un musicista con un paese intorno Pierpaolo Vacca, dal gruppo folk alle stelle di Time in Jazz E Da hostess ad artigiana: «Così sono rinata»ed altre eccellenze sarde

 unione  sarda  23\11\2025




Il paese resta ad aspettarti. Sa che prima o poi tornerai. O forse non sei mai andato via. A Ovodda ci sono giorni in cui fare festa è l’unica cosa che conta. Carnevale, Mehuris de Lissìa. C’è un ragazzetto che suona, tutto intorno a lui si muove al suono del ballo. Pierpaolo Vacca, 33 anni, è cresciuto con l’organetto in mano e il paese intorno. Il centro di un mondo musicale meticcio, in cui mescolare folk, elettronica, il suono della terra e i sospiri elettrici dell’altrove. Senza etichette, in una parola travessu : «Vuol dire ribaltare, e rimescolare ma inteso anche come controcorrente e bastian contrario. Partire dalle sonorità del mio paese, rimescolarle e ribaltarle creando una musica che stia di traverso tra quella tradizionale e la sperimentazione».
Presente e futuro
Ballo sardo, la poesia di un ritmo concentrico. Il nipote di Beppe Cuga, insigne suonatore di launeddas, è cresciuto, è diventato un alchimista di colori. «Sicuramente mi piace prendere spunto da ciò che mi circonda e da quello che vivo. Da lì nasce la mia ricerca: mettere in dialogo melodie e suggestioni del passato con quelle del presente e futuro, anche con l’elettronica. È un modo per creare qualcosa di nuovo, ma che abbia radici».
Dalle serate con il gruppo folk a Time in Jazz, restando quel ragazzo in piazza con l’organetto. «La mia educazione musicale è stata libera, con un approccio allo strumento sempre gioioso e spontaneo. Cerco di trasmettere la stessa libertà anche ai miei nipoti, stimolandoli a esplorare e a lasciarsi guidare dalla curiosità e dal piacere di suonare».
Il paese festival
Qualche anno fa Pierpaolo Vacca, con un gruppo di amici, ha creato “Sonala”, il festival con un paese intorno. «La risposta della comunità che ci segue, ci invoglia a continuare ad andare avanti e a cercare di costruire qualcosa di solido che continui nel tempo a seminare bellezza anche nei nostri piccoli paesi». Partire, girare il mondo. Suonare sotto le stelle del jazz come ai piedi di una quercia, a Santu Predu. Tornare in bidda tra gli ungrones dell’anima.
«Il legame con Ovodda è forte e viscerale. Credo che nei nostri paesi ci sia una qualità di vita invidiabile e che vivere in un piccolo paese se tutti scegliamo di essere cittadini attivi all’interno di una comunità, possa solo essere un grande privilegio». Ai piedi del monte Orohole fare baldoria è una disciplina sportiva praticata fin da bambini. Pierpaolo guarda avanti. «Ci sono nuovi progetti discografici all’orizzonte e collaborazioni che mi entusiasmano».
Incontro felice
Paolo Fresu è stato più di un incontro, qualcosa di magnetico. Lo spettacolo Tango Macondo ha girato l’Italia, Fresu ha prodotto il suo disco Travessu. «È stimolante ed è un grande privilegio lavorare a fianco a Paolo e al suo staff, che con esperienza e professionalità mi insegnano qualcosa di nuovo». Nel suo tessere trame, di suoni impilati come fogli di pane ‘e fressa , sovrapposti, elettrificati, le melodie restano sarde, il suono riconoscibile, un marchio per pochi. Il teatro è un giardino da esplorare. «Mi piace farmi ispirare dalle suggestioni che solo il teatro sa regalare. È un altro modo di suonare, ogni movimento e ogni suono cambia il significato del racconto. Cerco di lavorare sulle ambientazioni e trovare la dimensione per la narrazione». Con Paolo Floris porta in giro Restituzione, nato da un laboratorio in carcere. In questo tempo è impegnato con Sara Sguotti nello spettacolo Dedica, dialogo in uno spazio fisico. Poi tutto all’improvviso si muove in un ballo. C’è un uomo che suona e un paese intorno.





La mattina Giulia Aramu alza la serranda del suo laboratorio nel centro storico di Sestu. E quel gesto, per lei che ha girato il mondo, è un po’ spiccare il volo: 43 anni, due vite, due anime. Prima assistente di volo, poi artigiana di pelli e stoffe. Tutto in un nome: Anima Pellegrina.
Il racconto
«Non ho scelto questo lavoro, è lui che ha scelto me». Perché questa è una storia di viaggi, di caduta e rinascita. «Non ho nonne che cucivano, non sono figlia di sarti. Invece fin da bambina sognavo di viaggiare. Così ho deciso presto di fare l’assistente di volo». E decisamente non ama ciò che è facile: «Io sono di qui e ho dovuto cambiare città, studiare tanto. Ma ogni giorno potevo vedere un posto diverso. Sembrava tutto un bellissimo sogno, ho lavorato per varie compagnie, l’ultima Air Italy».
Il licenziamento
E il sogno s’interrompe un giorno, bruscamente. Air Italy è fallita nel 2020. E tanti dipendenti hanno perso le ali. «Ho provato tanta delusione, anche perché ci era voluto molto studio per arrivare fin lì. Ma non volevo cadere nel buio, ho cercato qualcosa di nuovo. Mi sono iscritta ai corsi regionali ed è nato un amore. Prima col cucito, stoffa, gonna. Poi col corso di pelletteria. Dopo qualche tempo ho aperto il laboratorio, anche grazie al supporto di mio marito Carlo nella parte burocratica».
La rinascita
Il nome d’arte «l’ho scelto perché anche tra le quattro mura del mio laboratorio, resto una viaggiatrice. E i clienti portano in giro le mie creazioni, mi mandano le foto, e mi sembra un po’ di viaggiare con loro». Come artigiana sa spaziare: «Lavoro pelli, stoffe, faccio tutto, da bracciali, a buste, a valigette». Indica due cartelle: «Queste le ho fatte con una tecnica che ho appena studiato. Cerco di imparare sempre qualcosa. A volte combino stoffa e pelle. O decoro le mie creazioni. Ho solo una regola: usare materiali unicamente naturali, niente plastiche. E uso anche gli scarti, niente sprechi». La parte più difficile? «Quando sminuiscono il lavoro d’artigiano, o ti chiedono sconti”. La più bella? «Quando mi scelgono».
Artigiana per amore
E questo lavoro l’ha portata a riflettere: «Mi ha insegnato a fermare il tempo. Prima andavo sempre di corsa. Qui se vai veloce fai male. Ti aiuta a riconnetterti con te stessa. Ho imparato a non cadere davanti a un errore. Se sbagli devi ricominciare da capo». Un obiettivo per il futuro? «Far conoscere l’artigianato. È speciale, meraviglioso».



IL TREDICENNEDI BERGAMO ERA SOLO E IL SISTEMA È TUTTO SBAGLIATO

Caro   Giuseppe.  sono la mamma di una ragazza di 13 anni  anni. con problemi. d'apprendimento. Quello.    che.  è successo a Trescore B...