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6.4.23

L’odissea di Tamara De Fazio e della sua famiglia. alle prese con una malattia rarissima nella sanità che ha le mani legate» di emiliano morrone

 Buongiorno. Questa è una storia da conoscere e divulgare. Mariano ha nove anni e a causa di una malattia rarissima pesa 138 chili. Con i propri genitori, il piccolo viaggia per le cure necessarie, ma in Calabria non ha diritti e sua madre deve combattere ogni giorno perché gli siano riconosciuti. Leggete e condividete, è servizio pubblico del Corriere della Calabria.

        «La nostra battaglia per Mariano e la sua malattia “impossibile” nella sanità che ha le mani legate»

L’odissea di Tamara De Fazio e della sua famiglia. Il giro degli ospedali tra umanità e porte chiuse. Le infinite richieste all’Asp di Catanzaro “impreparata”. «Se hai una malattia genetica rara

Pubblicato il: 05/04/2023 – 7:00
di Emiliano Morrone






CATANZARO «Ho bisogno di raccontare la nostra battaglia». Tamara De Fazio parla al Corriere della Calabria. È la mamma di Mariano, bimbo di nove anni che convive con una malattia molto rara. Il piccolo pesa 138 chili e con i propri genitori va spesso fuori regione per le cure necessarie. La signora De Fazio ci ha cercato dopo aver letto l’intervista con Antonio Cavallaro, collega della comunicazione che aiuta i bambini affetti da cataratta congenita. Ci auguriamo che la storia di Mariano, molto delicata e toccante, scuota le coscienze e che il Servizio sanitario regionale possa dare le risposte dovute ai minori residenti in Calabria e ai loro familiari. «Ci sono malattie genetiche molto rare, davanti alle quali – premette la signora Tamara – la sanità e la società non sono pronte. L’esperienza mi ha insegnato che in questi casi ci si trova spesso disarmati e tanti genitori, a meno che non abbiano qualche soldo da parte, non sanno come affrontare la situazione. È come se piovesse addosso l’impossibile. Tra l’altro, non hai un autobus con cui spostarti, perché si tratta di malattie sconosciute. Oggi non è pensabile che un bambino di nove anni pesi 138 chili, che abbia difficoltà a deambulare e che debba indossare i panni di un adulto. Ogni volta che devo misurarmi con la società, devo raccontare il fatto». 

Come è iniziata la storia?
«Io sono un avvocato e ho un marito commercialista. Ho un altro figlio splendido e in salute. Avevo quindi una carriera e una vita felice. Viene il secondo bambino: non cercato, arrivato come un dono inaspettato, destinato a cambiare la nostra vita. Mariano nasce stupendo e in salute, ma a cinque mesi inizia ad avere problemi che noi genitori non riusciamo subito ad inquadrare. Ci rendiamo conto che, diversamente dal primo figlio, questo bambino sembra aumentare di peso in maniera sproporzionata. Soprattutto, piange in continuazione, senza tregua. Io, da mamma, mi rendo conto che qualcosa non torna, per cui decido di andare in ospedale, mossa anche dalla disperazione per le lunghe e insonni notti a causa della sofferenza di Mariano».

E dove?
«Mi presento in Pediatria, a Lamezia Terme, e chiedo aiuto. Questo perché credo che il mio bambino non stia bene e perché non riesco a riposare durante la notte. Si mette a disposizione tutta la squadra del reparto, che capisce che qualcosa non va. L’allora primario, il dottore Ernesto Saullo, che ancora oggi è l’angelo custode di mio figlio, mi dice di preparare le valigie. Così, partiamo per il Bambino Gesù di Roma. Il dottore Saullo mi spiega che nel suo reparto hanno il motore di una Ferrari posizionato all’interno di una 500. Mi chiarisce che c’è un problema e che non hanno gli strumenti per aiutarci. Già questo ci mette in crisi».

Cominciano i viaggi della speranza.
«Sì. Il reparto pediatrico lametino fa da ponte, perché non puoi presentarti su due piedi all’ospedale Bambino Gesù. C’è infatti bisogno di medici che comunichino tra di loro e rappresentino il problema. In ospedale ci mettiamo in macchina, prepariamo una borsa, non sappiamo che cosa ci aspetti e lasciamo tutto. Chiudiamo il nostro studio e ci presentiamo al Bambino Gesù, dove ci attende un’altra squadra di pediatri eccezionali, che subito decidono di fare una risonanza magnetica a Mariano, impossibile da eseguire a Lamezia. Il bambino è troppo piccolo e nel presidio lametino manca un anestesista pediatrico. Insomma, ci siamo messi in macchina e abbiamo improvvisato un portafogli più o meno pieno per Roma, in modo da ottenere i primi importanti accertamenti».

E poi?
«Ci presentiamo al Bambino Gesù e lì restano stupiti nel vedere un bambino di cinque mesi che già pesa 30 chili. Poi fissano la risonanza, all’esito della quale un po’ tutti tirano un sospiro di sollievo. Appena arrivati, i medici pensavano ad un tumore al cervello. La risonanza esclude questa tragedia e gli specialisti decidono di indagare più a fondo, addirittura inviando dei prelievi in Inghilterra. Dopo la risonanza, i pediatri di Roma intuiscono che qualcosa a livello centrale non si è formato in maniera completa, a livello di ipotalamo e di ipofisi».

Allora da genitori avete un quadro più chiaro?
«Capiamo che i “direttori di orchestra” all’interno dell’organismo umano non possono svolgere il loro compito, che queste ghiandole non riescono a funzionare correttamente. Mariano continua a piangere in maniera disperata ed è praticamente morto di sete. Il suo diabete insipido si fa sentire e il bimbo prende peso in maniera anormale. Ciò perché la sua tiroide non funziona. Ancora, la sua vista risulta molto scarsa: i suoi nervi ottici non si sono formati bene. È quindi un bambino, secondo gli specialisti del Bambino Gesù, con un quadro clinico riconducibile alla sindrome di de Morsier o alla sindrome di MOMO. Allora che cosa facciamo, che cosa ci aspetta, quale sarà la vita di Mariano?».

Comincia un periodo difficilissimo.
«Non abbiamo studi certi, per cui non sappiamo come sarà la vita di Mariano. Dobbiamo navigare a vista, dobbiamo gestire gli effetti legati a questa patologia cui non sappiamo dare un nome. È molto raro che in un bambino non si formino in maniera completa queste ghiandole a livello centrale. Non sappiamo se un giorno una dieta ferrea riuscirà a consentire il mantenimento del peso; non sappiamo come andrà la vista di nostro figlio: se diminuirà, senza rimarrà così. Sappiamo proprio nulla». 

Vi trovate ad affrontare una situazione caratterizzata dalla totale incertezza.
«Intanto, al Bambino Gesù iniziano a somministrare dei farmaci che consentono una vita più o meno normale al nostro bambino. Mariano ha cinque mesi e già prende il farmaco degli adulti per il diabete insipido, assume il farmaco per la tiroide che non funziona e altre medicine a base di cortisone. Cominciamo a fare una vita totalmente diversa e pensiamo, in sostanza, di vivere accanto a Mariano, perché insieme campiamo bene. Passano gli anni e a Lamezia Terme continuano a monitorare il bambino. Lavorano in squadra, per carità, ma restano comunque con le mani legate, nel senso che per Mariano non possono fare più di tanto. Dal canto mio, per almeno quattro o cinque anni rinuncio alla mia professione. Non posso fare l’avvocato e nello stesso tempo camminare accanto a mio figlio. Devo scegliere, e scelgo mio figlio». 

È quindi una vicenda che ha anche ripercussioni economiche? 
«Sì. Laddove i soldini non c’erano, li abbiamo trovati. Sono usciti fuori anche grazie alla solidarietà dei parenti e probabilmente anche grazie al fatto che io e mio marito non siamo mai stati degli spendaccioni. Ho rinunciato a quella vita perfetta e anche bella, in qualche modo, per le possibilità economiche che ci offriva. Per circa cinque anni, siamo sempre in viaggio. Arriva poi un momento in cui al Bambino Gesù ci comunicano che dall’Inghilterra è giunta una sentenza che non ci lascia ben sperare. Ci dicono che non ci sono altre cure. Quindi, il Bambino Gesù ad un certo punto ci congeda. Nel frattempo, mio figlio cresce e manifesta anche problemi respiratori importanti. Il suo peso aumenta e la sua malattia è tanto cattiva e subdola che anche se io lasciassi morire di fame mio figlio, il suo organismo tenderebbe a prendere peso, come se mangiasse in maniera ininterrotta per 24 ore al giorno». 

Come vi muovete, a questo punto?
«Noi non ci arrendiamo. Il Bambino Gesù ci saluta dopo tutti i nostri viaggi della speranza. Tra parentesi, durante il Giubileo straordinario del 2015, a Roma non si trovavano posti per dormire in albergo. Perciò mio marito fu costretto a dormire in macchina vicino l’ospedale, mentre io dormivo sempre su un divanetto accanto a mio figlio. Ma va bene, anche questo ci stava tutto. Allora ci rivolgiamo di nuovo ai nostri angeli, sempre con le mani legate, dell’ospedale di Lamezia Terme, diventati i nostri amici del cuore. Infatti, quando mio figlio sta male, io me li ritrovo ancora tutti dietro la porta. Succede, perciò, che non gettiamo la spugna e prendiamo contatti con altri ospedali: il Meyer di Firenze e il Gaslini di Genova».

È un atto d’amore sconfinato. Virgilio diceva che l’amore vince tutto. 
«È ciò che ogni genitore dovrebbe fare. Allora ci rivolgiamo al Meyer e al Gaslini, dove purtroppo ci imbattiamo in una triste avventura». 

In che senso?
«Il Gaslini vuole conoscere Mariano. Gli specialisti genovesi vogliono eseguire una nuova risonanza. Investiamo dei soldi, perché partire non è mai una passeggiata. Anzi, significa attrezzarsi di macchina, disporre di soldi, organizzarsi, cercare di sistemare al meglio l’altro figlio, il lavoro eccetera. Così, partiamo. Quando arriviamo al Gaslini, ci accoglie un fotografo insieme al primario del reparto di Pediatria. Chiedo il perché delle foto e il primario mi risponde che vogliono l’autorizzazione per studiare nostro figlio nelle aule dell’università. Insomma, dopo la battaglia, arriva anche la beffa. Quello fu uno di quei viaggi, come si dice in Calabria, “appizzati”, cioè perduti. Avevamo investito ancora una volta dei soldi, ma per consentire lo studio di che cosa? Volevano una cavia da esaminare? Restammo mortificati, ottenemmo solo una visita ortopedica e psichiatrica, poiché Mariano era un bambinone di quattro anni che non accennava a camminare a causa del peso». 

Un viaggio a vuoto. E dopo?
«Non avendo accettato che Mariano venisse studiato, usciamo dal Gaslini con un’altra sentenza, del tipo “rassegnatevi, cari genitori, perché Mariano non camminerà né oggi né mai”. Quindi ringraziamo, abbassiamo la testa e salutiamo. Però non ci diamo per vinti».

Un’altra prova di tenacia.
«Non bisogna mai abbattersi. Allora andiamo avanti e, ancora una volta grazie agli angeli con le mani legate dell’ospedale di Lamezia Terme, restiamo fiduciosi. Sentivo che mio figlio poteva camminare. Sapevo che mio figlio sarebbe cresciuto; che sarebbe diventato un bambino intelligente e per bene; che, magari assieme a noi, un giorno avrebbe riso dei problemi di cui sto parlando. Dunque, arriviamo al Meyer e troviamo dottori e infermieri, tutti di origine calabrese, che accolgono nostro figlio, si prendono cura di lui e dei suoi problemi respiratori. Con la crescita di Mariano, i problemi con cui abbiamo dovuto fare i conti sono stati diversi e tutti connessi all’anomalo aumento di peso. A Firenze fanno di tutto per evitare a Mariano difficoltà respiratorie, che all’ospedale di Lamezia non avremmo potuto gestire. Il bambino ha bisogno di un ventilatore polmonare per il riposo notturno. L’ospedale di Lamezia, se non è un anziano o un adulto ad avere scompensi polmonari, non è preparato a prendere in carico un bambino con queste problematiche».

È una realtà da cambiare.
«Certo. Al momento i genitori di un bambino in queste condizioni sono pregati di sottoscrivere finanziarie, di fare debiti e di partire, se vogliono salvare la vita al proprio figlio. Ho imparato che la Pneumologia di Lamezia Terme è abilitata alle tragedie respiratorie, ma solo per l’età adulta. Quindi usciamo dal Meyer con una nuova sentenza: il bambino rischia di morire, per cui si prescrive l’uso di un ventilatore polmonare. Allora vado nei vari uffici dell’Asp di Catanzaro per avviare le pratiche burocratiche ed avere il macchinario. Con grande sorpresa ho constatato che, all’interno di queste realtà amministrative, manca purtroppo la cognizione di una malattia che può colpire e invalidare tanto l’adulto quanto un bambino. Quasi sempre, mi sono trovata a dover raccontare la storia di mio figlio; a commuovere l’impiegato o il funzionario di turno; a precisare che il ventilatore polmonare serve a un bambino di cinque anni; a osservare l’incredulità del mio interlocutore. Per inciso, il problema di Mariano è rarissimo. Per avere un’idea, in Africa, dove la gente muore di fame, c’è un bimbo con la stessa patologia di mio figlio e con un peso spropositato per la propria età. È un piccolo in cura al Boston Children’s Hospital, dove noi, in ultima istanza, abbiamo mandato il carteggio del nostro bambino, tradotto in inglese da un professore in pensione del nostro Comune di residenza. Gli americani ci hanno risposto che non potrebbero fare di più di quanto per Mariano fa la sanità italiana».

Nell’Asp di Catanzaro sono rimasti paralizzati davanti alla realtà?
«Quasi sempre l’impiegato cui mi rivolgo cade dalle nuvole. Ogni volta, sono costretta a raccontare la storia di Mariano, anche per avere i pannoloni dall’Azienda sanitaria. Purtroppo, il concetto di pannolone è strettamente legato all’età dell’utente. L’Asp fornisce i pannoloni all’anziano o all’invalido adulto. Spesso sono prodotti di scarsissima qualità. L’Asp di Catanzaro piange sempre miseria».  

Però i minori hanno tutele più forti, sulla carta.
«È vero soltanto in teoria. Purtroppo, mi tocca raccontare sistematicamente la storia di Mariano per chiedere i pannoloni per la notte. A causa del diabete insipido, mio figlio fa molta pipì e durante la notte non può alzarsi per via dei suoi problemi di deambulazione. Il bambino cammina poco e si stanca facilmente. Devo essere costretta a precisare ogni volta di che cosa si tratta? Devo far presente a chicchessia che siamo di fronte a una malattia rara che riguarda un bambino di cinque anni? Devo accettare che l’Asp metta a disposizione dei pannoloni scadenti che servono a nulla, che contengono nulla? Avevo chiesto all’Azienda sanitaria dei pannoloni adeguati, ma poi si è aperto un caso. Gli uffici hanno tirato fuori la necessità di un’apposita gara d’appalto. Ho replicato che avrei rinunciato a questa specie di giostra, che li avrei acquistati io. Mio figlio è titolare di 104, ha l’invalidità e ogni diritto di legge. Perciò a Mariano i pannoloni spettano. Dopo varie peripezie, sono riuscita ad ottenerli, ma l’Azienda sanitaria me ne passa uno al giorno e a cadenza trimestrale. Non vorrei che Mariano mandasse in dissesto l’Asp. In quanto alle traverse per il letto, devo comprarle da sola». 

Incredibile e drammatico.
«Non è finita qui. Di recente chiedo una sedia a rotelle per mio figlio, perché ogni tre mesi lo porto in ospedale, dagli angeli con le mani legate, per i prelievi e per accertare se le cure funzionano. Mariano deve fare lunghi percorsi, prima di arrivare in Pediatria, a Lamezia. Purtroppo, non c’è una sedia a rotelle all’ingresso. In realtà non ci sono neppure posti per parcheggiare la macchina, per far scendere comodamente Mariano davanti all’ingresso dell’ospedale. Lui ha un problema ad una gamba, causato dal peso. Perciò zoppica e fa fatica a camminare. Quindi, quasi sempre noi cerchiamo disperatamente una sedia all’ingresso, che quasi mai troviamo. L’ultima volta abbiamo trovato una sedia, ma non c’era il sedile. Insomma, ci siamo organizzati con una coperta, con una soluzione di fortuna. C’è veramente da ridere e da piangere. Abbiamo comunque posizionato Mariano su questa sedia mezza rotta e l’abbiamo portato in Pediatria. Da lì, mi decido ad avviare anche una pratica per chiedere una sedia a rotelle». 

Come è andata a finire?
«L’Asp si mette a disposizione e mi assicura questa sedia a rotelle. Quando completo l’iter burocratico, però, mi viene detto che la sedia deve essere su misura e per un certo peso; mi viene precisato che l’Asp non copre i costi per un ausilio del genere, che non ha aggiornato i codici, non ha stanziato le risorse e non ha niente. Gli uffici mi rappresentano che dovrei partecipare almeno per 1600 euro e io replico che va bene, ma che la mamma di un altro Mariano potrebbe non avere questi soldi e nemmeno lacrime per piangere. Chi potrebbe portare in braccio un figlio di 138 chili?».

Ci sono altri disagi?
«Sì. La macchina con la quale affrontiamo i viaggi della fortuna richiede una spesa importante per il bollo, pari a 350 euro all’anno. In virtù della legge 104 di mio figlio, chiedo di essere esentata dal pagamento di questo bollo. E da avvocato vado direttamente in Regione, per chiedere quali documenti devo produrre. Ebbene, dalla Regione mi viene detto che poco importa se questa macchina è necessaria perché Mariano raggiunga i vari ospedali d’Italia; poco importa se su questa macchina Mariano ha difficoltà a salire, ha difficoltà a scendere. Mi viene poi rappresentato che Mariano l’esenzione non può averla, a meno che l’automobile non presenti i requisiti, le caratteristiche della macchina destinata ai disabili. Quindi, come per il pannolone e come per lo pneumologo, anche il concetto di disabilità in Calabria viaggia di pari passo con quello di adulto. Sei disabile e forse hai qualche diritto, ma solo se sei un adulto. Se sei disabile in età pediatrica e se la tua disabilità è frutto di una malattia genetica rara, non c’è possibilità, non c’è speranza, non c’è niente, niente di niente». 

Avvocato, ma la Repubblica non deve rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana?
«Certo. Perciò da avvocato non ho pagato i vari bolli auto. Allora ho ricevuto le cartelle dell’Agenzia delle Entrate e mi sono difesa davanti alla Commissione tributaria di Catanzaro, ottenendo l’annullamento delle cartelle e l’esenzione dal pagamento del bollo auto. La Regione pretende, però, il versamento delle quote del bollo, il che è un’assurdità. Tra l’altro, quando chiesi alla Regione Calabria la modulistica per le esenzioni, mi dissero che l’auto doveva essere intestata a Mariano. Giudicate voi. L’Asp, invece, sanzionò nostro figlio per la mancata presentazione ad una visita, intimandogli addirittura di pagare 25 euro, senza tenere in considerazione le difficoltà di spostamento del nostro bambino». 

Ora come sta Mariano?
«Nonostante tutto, a quattro anni e mezzo si è messo a camminare, malgrado i problemi di vista. La sua è una vita un po’ condizionata, perché comunque deve rispettare degli orari per assumere dei farmaci in maniera corretta. E non è la vita di un bambino comune di nove anni. Mio figlio non lo vedrò mai cadere da una bicicletta o correre in piazza con i suoi amici. Va bene, però ci sono le gite, ci sono le uscite a scuola, no? E allora, ecco, c’è lo scuolabus. E a me sembra normale che ci sia un autobus con la pedana, per consentire a Mariano di salire a bordo, visto che non può fare i gradini, anche perché non ha il senso della profondità. La scuola si è messa a disposizione. Nella nostra vita, devo dire, ho avuto la grande fortuna di conoscere dei medici meravigliosi e delle persone di grande umanità, che si sono subito legate a mio figlio». 

E con l’autobus che cosa è successo?
«In Calabria non esistono autobus attrezzati con pedana, nel senso che non è facile reperirli, a meno che non ci si rivolga all’agenzia di una città capoluogo di provincia. Allora un bambino disabile è destinato a non andare in nessun posto?».

Come l’ha presa Mariano?
«Ha reagito bene. Si è accostato alla parrocchia e, frequentando il catechismo, ha espresso il desiderio di servire messa. Mariano legge in maniera eccellente, nonostante il filo di vista che ha. Secondo i signori del Gaslini, non ci sarebbe mai riuscito. Non solo, mio figlio scrive in maniera meravigliosa. Nella parrocchia di Sant’Andrea di Vena, un bel giorno Mariano si presenta in chiesa e trova una pedana che gli permette di salire direttamente sull’altare e quindi di servire la messa. Lì gli hanno fatto trovare un’altra pedana, con la quale Mariano può entrare in una stanza per il catechismo, per la preparazione alla prima comunione. In questo caso non ho dovuto chiedere alcunché: hanno fatto tutto in parrocchia, dimostrando enorme sensibilità. Domenica scorsa, per esempio, Mariano ha servito messa con una tunica su misura fornita dalle catechiste e con una sedia a portata di mano. Infatti, tutti sanno che il bambino non può rimanere in piedi per più di dieci minuti. Ecco, nel piccolo c’è l’immenso. Questa è la storia di Mariano».

Tante difficoltà ma anche prove di umanità concreta.
 «Sì. L’umanità di tutto il personale del reparto di Pediatria dell’ospedale di Lamezia Terme, dell’ex primario Saullo e del suo successore, la dottoressa Mimma Calogero. L’umanità, aggiungo, dell’anestesista Marcello Mura, della scuola primaria di Vena di Maida che Mariano frequenta, della dirigente Sabrina Grande e degli insegnanti, come dell’insegnante di sostegno, Maria Bruno. Il sostegno è un aspetto fondamentale, perciò i docenti che se ne occupano dovrebbero essere stabili e spero che qualcuno a Roma mi ascolti, al riguardo». 

Capisco che la lotta prosegue con una forza straordinaria.
«Oggi, davanti alla patologia del mio guerriero, la grande sfida è contro l’obesità. A causa del peso di Mariano, infatti, nessun medico si sente di intervenire per un bypass gastrico o per rimettere a posto la gamba sinistra, che appare deformata. Il suo metabolismo, dato il deficit dell’ipotalamo e dell’ipofisi, resta indifferente a qualunque regime alimentare. Perciò il bambino va tenuto sotto stretto controllo: non avendo il senso di sazietà, mangerebbe senza sosta». Però abbiamo lanciato dei messaggi chiari, che più di qualcuno riceverà. Grazie per il coraggio. E per l’esempio. (redazione@corrierecal.it)

5.4.23

si puniscono quei giocatori che replicano agli ultras razzisiti ma non gli ultrà razzisti . il caso Romelu Lukaku nei quarti di finale della coppa italia 2023

   Sono anni  che  ,  e  la  vicenda sotto riportata   è una  delle  cause ,   non tifo    ed   non seguo  più il  calcio  come  un tempo  .  Ma  questa  vicenda  è  vergognosa  .  Invece di punire   tifosi  o società  calcistiche  complici e  compiacenti  ( in  molti casi  )   si unisci  che    senza  scendere  al loro livello    replica  alle  offese  . 

9 h 
Ieri sera, al 95esimo minuto di Juve-Inter, Romelu Lukaku va a battere il rigore sotto la curva dei “tifosi” bianconeri e viene subissato di fischi, buuu, insulti razzisti (tra cui “scimmia del c***” è il più gentile).
Lukaku non si lascia irretire, segna il gol dell’1-1. E, dopo averlo fatto, rivolge verso la curva questo gesto qui, con un dito sulla bocca a zittire i razzisti.
In un mondo normale, meriterebbe anche gli applausi. Qui, in un mondo parallelo identico alla realtà, viene ammonito per la seconda volta ed espulso, reo di “esultato in modo provocatorio”. E di averlo fatto dopo anni che riceve e subisce lo stesso trattamento infame e razzista quasi in ogni stadio.
E non si venga a parlare di regolamenti e altre sciocchezze.
Invece di punire (e a caro prezzo) i razzisti, si punisce chi alza la testa contro il razzismo e non si piega.
A prescindere dai colori e dal tifo, Big Rom merita non solo gli applausi ma anche le scuse.
Breve ma fondamentale nota di servizio.
È capitato a Torino nella curva della Juve, poteva capitare in qualunque altro stadio, come capita in continuazione, e come è capitato anche a Milano curva Inter contro Koulibaly (e ne scrissi proprio qui). Basterebbe questo per fare capire ai tifosi che intervengono per recriminare e rilanciare (“Eh, ma lui ha provocato”, “E allora i cori sul Liverpool?”) che NON è un post contro la Juventus. Non è un post per o contro una squadra, di cui personalmente non me ne frega nulla. È un post contro il razzismo che purtroppo negli stadi dilaga, che non è né bianconero né nerazzurro né rossonero, è solo la manifestazione di imbecilli e ignoranti che si vestono con quei colori per coprire il vuoto dei loro crani. E un tifoso vero, degno di questo nome, farebbe di tutto per isolare e non avere nulla a che spartire con chi urla “Scimmia del c****” a prescindere da qualunque altra considerazione o eventuale provocazione. Questo è. Altrimenti non ne usciremo mai. 

fare foto non è solo schiacciare un bottone e via . ma metterci dentro ma fare filosofia e uno psicologo .le foto di Eliana naddeo


 Ero  in crisi   ed  avevo messo  in  un cassetto   le mie macchine   fotografiche  non  non avevo voglia     ed  non trovavo ispirazione  .  Ma  navigando in rete   fra  gli account  di istangram   ho  trovato  quello  di Eliana   Naddeo  (  ritratto  al lato   )  alias nadel.artgrafik (  potete  trovare  le  sue    bellissime  foto   sul  suo account   istangram    https://www.instagram.com/nadel.artgrafik/e  sul  suo  sito   https://www.nadelartgrafik.it/) . Essa   è   una  bravissima  fotografa   di  Reportage and portrait.  Infatti   sfogliando  le  sue  fto  su  istangam e il  suo  sito     ho  non  solo   approfondito  come  affrontare  determinate  situazioni  e  come migliorami   in esse  .  Esempio    nei   ritratti  ho  capito     che   bisogna   : <<     Ascoltare oltre che osservare. Il ritratto deve parlare della persona che si affida ai mei occhi, non superficialmente, in maniera plastica o asettica, ma trasmettendo qualcosa di più profondo. Per questo, trovo utile, prima di una sessione di scatto, creare un contatto, un filo invisibile: chiedo alla persona di raccontarsi, cerco di capire cosa far risaltare, in modo da dare forma concreta al risultato finale >>(  dal  suo  sito ) . a  cogliere  meglio l'attimo    e a provare a  Renderlo  eterno perchè  certi momenti  sono  irripetibili ed  fugaci  .

  per  gentile  concessione  dell'autrice  

In questi giorni riflettevo un po’ su questo, leggendo, ascoltando e guardandomi intorno: siamo tutti eroi, ciascuno a...Pubblicato da Eliana Naddeo su Lunedì 6 febbraio 2023






Infatti ha ragione la vera fotografia non è solo quella che facciamo con una con una macchina fotografica o il telefonino perchè nella dentro ci mettiamo ( o almeno dovremmo ) , ciascuno a modo suo tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito, e le persone che hai amato

MATERNITÀ SURROGATA: IL DIBATTITO È TRASVERSALE, LE LIBERTÀ SONO DI TUTTI CONVERGENZE IMPREVISTE




 L’inedito asse sulla maternità surrogata tra Irene Montero, ministra spagnola delle Pari Opportunità appartenente alle file di Podemos, ed Eugenia Roccella, ministra italiana della Famiglia in quota Fratelli d’italia, racconta bene quanto controverso sia il tema che sta occupando il dibattito pubblico in

questi giorni. “Nella gestazione per altri non ci sono soltanto i desideri di genitorialità, le aspirazioni e i progetti della coppia committente. Ci sono persone concrete. Ci sono donne usate come strumento per funzioni riproduttive, con i loro diritti inalienabili annullati o sospesi dentro procedure contrattuali. Ci sono bambini esposti a una pratica che determina incertezze sul loro status e, quindi, sulla loro identità nella società”: se le contrarietà della Roccella includono sia lo sfruttamento del corpo femminile che il supposto trauma provocato ai nascituri, quelle dell’esponente della sinistra iberica si concentrano su quella che viene considerata ‘una forma di violenza contro le donne’. Entrambe ritengono che la soluzione più efficace per risolvere la questione sia rendere la maternità surrogata reato universale, ovvero perseguire anche chi vi ricorre all’estero. Sul fronte opposto invece, ovvero tra coloro che pensano che il modo migliore per affrontare le derive economiciste della gestazione per altri sia regolamentarla, impedendo la mercificazione del corpo femminile, ci sono tanto Cuca Gamarra, numero due del Partito Popular (il tema, ha dichiarato, “merita un dibattito profondo e sereno, perché tocca molte questioni morali, etiche e religiose”) quanto Marco Cappato e l’associazione Luca Coscioni che hanno anche presentato una proposta di legge (questo il punto centrale: “Trattare invece allo stesso modo, da un punto di vista legislativo, la decima gravidanza per altri di fatto imposta a una donna che versa in condizioni di miseria, e la prima ed unica gravidanza per altri scelta da una donna benestante che è già madre non è un modo per ridurre le discriminazioni, ma per aumentarle). Queste inusuali sinergie tra ‘diversi’ raccontano quanto la materia non sia catalogabile nell’archivio delle ideologie, ma mostrano anche la differenza tra chi vuole imporre a tutti il proprio modo di sentire e chi si applica per trovare un sistema per non penalizzare nessuno. In ambiti così sfumati e complessi le soluzioni dogmatiche non sono mai auspicabili.

Voto:

31.3.23

sulla maternità surrogata non ci sarà un dibattito serio ed obbiettivo finchè ci sarà da una parte e dall'altra disiformazione .


📷 @oanabella_photography

 Sulla  
#maternitasurrogata  o quello  che  viene chiamato    #uteroinaffitto di tutto: faziosissime e disinformate narrazioni di stampa e TV, dove il contraddittorio non esisteva o veniva ridotto a un paio di macchiette reazionarie, ignorando del tutto la critica #femminista  e  non solo  campagne di vario genere su presunti "diritti negati" ai bambini,  vignette "cattoprogressiste"    \  radical  chic    sulla Madonna "surrogata" e sugli oppositori (notare il maschile) alla #gpa irrisi come fruitori di "vagine a pagamento".  S'è  udito dotte (o circa) dissertazioni sull'"autodeterminazione" del corpo femminile, quasi tutte da parte di maschi, come se quel corpo non ne recasse un altro, come se esistesse il diritto al figlio e fosse appannaggio dei soli adulti. S'è  udito  e si sente  di calciatori miliardari, cantanti e star di Hollywood  ed  non solo   , nazionali ed  internazionali  che si avvalgono della #maternitàsurrogata;  ultimamente alla lista si è aggiunta una ereditiera ricorsavi per "la paura del #parto", che ha annunciato d'aver congelato altri 7 embrioni, "tutti di maschi", per maternità future, ovviamente non biologiche. I media #mainstream, intanto, si profondono in lodi sperticate per la "forza e il  coraggio"   dell'illustre discendente nel raccontare (in un libro d'imminente uscita) "gioie e dolori di una vita che potrebbe somigliare a quella di molte altre donne". La qual cosa ci pare improbabile dati i costi non proprio popolari della Gpa, senza contare i rischi per la salute dell'anonima "gestante" - guai a chiamarla madre - cui nessuno pensa, a cominciare dalla "coraggiosa" rampolla.
L'uso  della   #gpa  per   scopi  solidali   come   il    caso   sotto   citato    sono  molto   bassi   rispetto al  fenomeno   globale ,  di gestazione  solidale     i  figli  sono  discriminati    e  senza  diritti  quando   in realtà  essi   "Queste bambine e questi bambini avranno gli stessi diritti di tutti (scuola, pediatra etc) perché questi diritti sono normalmente assicurati a tutti i bambini registrati all'anagrafe come figli di un solo genitore  ovvero   quello con cui esiste un legame biologico. Infatti   nel  caso   omosessuali    All'anagrafe vengono registrati come figli di uno solo per due motivi ovvi e banali. 1) essendo l'utero in affitto vietato dalla legge 40, ne consegue che la coppia, omo o etero che sia, non può rivendicarne a suo piacimento il ricorso pretendendo venga considerato un diritto. È come se uno rubasse poi volesse che il furto fosse legalizzato. 2) pertanto viene riconosciuto come genitore soltanto quello con cui esiste un legame biologico. 3) nel caso delle coppie di maschi questo vale ancora di più perché uno dei due partner col bambino non c'entra niente. A Milano il sindaco Sala aveva cominciato a procedere alla registrazione dei figli nati all'interno di una coppia di uomini che pretendeva fosse scritto all'anagrafe che il bambino era nato da ENTRAMBi i genitori  senza alcun riferimento alla donna che l'aveva concepito, neppure remoto. E sai come si chiama questo? Si chiama "falso in atto pubblico" e non è una "mia idea" come tu ti ostini a scrivere ma è alla base di TUTTE le legislazioni. In altre parole non puoi dichiarare il falso esigendo persino un suo riconoscimento legale. Dire che un bambino è figlio BIOLOGICO di due maschi senza alcun accenno alla madre è una balla sesquipedale di cui non dovremmo nemmeno stare a discutere, e mi sembra così assurdo non riusciate a capire una simile evidenza. A questo punto io dichiaro di essere figlia di Paperino, se vale una bugia perché non deve valere la mia ? per essere considerato padre del bambino, il partner non biologico deve fare richiesta di adozione in casi particolari. In questo modo potrà venire registrato anche lui come "secondo padre" con la seguente definizione: figlio di X e di padre adottivo Y, esattamente come avviene per coppie eterosessuali dove esiste un figlio nato fuori della coppia stessa, ossia da precedenti unioni. he compie questa scelta "in libertà e autonomia" io mi domando se parlo in austroungarico o se davvero non riesci a capire. Però  ci  sono    anche  sei  casi  in  cui  lo  è   Facciamo un esempio. Ci sono tre coppie che vanno all'estero per una inseminazione artificiale eterologa (cioè con ovuli o spermatozoi di altri) che in Italia è vietata, alla faccia dello stato laico. Una è formata da due donne. Una da un uomo e una donna. Una da una donna e un uomo (nato donna e che ha completato il processo di transizione).Nessuna di queste coppie avrebbe potuto avere un figlio senza procreazione assistita.I bambini della seconda e terza coppia potranno essere registrati con entrambi i genitori (seppure biologicamente due non sono genitori) mentre il bambino della prima coppia potrà essere registrato con un solo genitore. Capite facilmente che così non ha nessun senso ed è solo una discriminazione e un danno fatto ad un bambino che comunque è già nato e già esiste. Se sei contro il "turismo dei figli" devi vietarli tutti questi viaggi. Che siano coppie omosessuali o etero (che rappresentano la metà di chi va all'estero per avere un figlio).
Anche perché la mamma della prima coppia, che non è stata riconosciuta, potrà chiederne l'adozione. Così il bambino avrà finalmente due genitori, anche legalmenteUNA DONNA IN LIBERTÀ E AUTONOMIA PUÒ DECIDERE SOLO DEL PROPRIO CORPO. Nel caso p. es. della prostituzione, che in Italia è legale, se una donna vuol vendersi può farlo come e quando vuole, a patto che non decida di farne impresa poiché la prostituzione, essendo basata sulla mercificazione e la reificazione della donna, contravviene al principio della dignità dell'essere umano. Anche questo tocca spiegarvi. Però se una donna per conto suo vuol farsi sfruttare, pestare, violentare e sputare... affari suoi. Può anche ammazzarsi se ne ha voglia, ma pretendere che esista un diritto al suicidio è assurdo e demenziale.MA NEL CASO DI UTERO IN AFFITTO IL PRINCIPIO DI AUTODETERMINAZIONE NON È SUFFICIENTE.  Perché la donna ,  secondo molti  ,  non può mai fare tale scelta "in libertà e autonomia".  Ci  sono  casi come quello  riportato  sotto    in cui    vero  anche  il  contrario   La sua "scelta", infatti, pregiudica il destino di un'altra persona: il bambino/a. Solo quest'ultimo è titolare di diritti. inoltre  molti   sia   i  favorevoli  sia  i  contrati  confondono  e  mettono  sullo stesso  piano   maternità  surrogata  e  fecondazione  assistita   ,  Anche  se   il  confine   è labilissimo    la confondono    con l'eterologa   quando  le  tecniche  sono  diverse  

La maternità surrogata,  anche chiamata “utero in affitto”, avviene quando una coppia o un singolo si serve dell’utero di una donna per avere un figlio. Esistono due forme di maternità surrogata: tradizionale e gestazionale. Nel caso della “surrogazione tradizionale” l’ovulo della donna viene fecondato in vitro dal seme dell’uomo o di uno degli uomini della coppia e poi impiantato in utero: in questo caso la donna è anche madre biologica del bambino. Nel caso della “surrogazione gestazionale” l’ovulo viene fecondato in vitro e poi impiantato nell’utero della madre surrogata che non ha alcun legame biologico con il bambino 𝟣  
La fecondazione assistita, invece, è una tecnica che aiuta le coppie a concepire un figlio quando ci sono difficoltà a farlo naturalmente. Ci sono diverse tecniche di fecondazione assistita come la fecondazione in vitro (FIVET), la microiniezione intracitoplasmatica dello spermatozoo (ICSI) e la stimolazione ovarica controllata (SOC) 𝟐




24 MARZO 2023



Ragionare per categorie non serve. Strumentalizzare politicamente le donne ridurle a una categoria che enfatizza le posizioni prima che ingiusto è proprio sbagliato e inutile alla comprensione. Ecco cosa dice la storia di Rachel, una giovane donna canadese che sul proprio profilo Instagram ha deciso di raccontarsi alla ministra Eugenia Roccella e alla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni.


Rachel è una madre surrogata in un paese, il Canada, dove la gestazione per altri è regolamentata e altruistica.  Infatti  Nelle sue parole si può  ascoltare il tentativo di inserire nel dibattito   su  tale  argomento  quello che manca: uno sforzo di attenzione, informazione, comprensione che possa permettere al mondo politico  e non solo di distinguere prima di giudicare e decidere   se  contro  o  a  favore    un argomento    cosi  eticamente    complesso  ed  delicato   .


  da    https://www.instagram.com/the.lotus.woman/      da  cui  ho preso a  foto    sopra   

“It is so silly we are having these debates in this day and age, but at the end of the day, love always wins, and equality matters.” - Sophia Bush
The Italian government has recently forbidden transcribing two fathers on a birth certificate, and now the parents are forced to choose only one of them to be listed. Elia is BOTH of theirs, and that is NOT in question.
We will always fight for our rights. ✊🏼🏳️‍🌈 This current fascist government will inevitably meet its end as we all raise our voices for equality. LOVE ALWAYS WINS. No one can deny the rights of this family.
The root of why I wanted to be a surrogate was to support the LGBTQ+ community in a unique way. Altruism was at the heart of my decision to continue trying to help this couple become parents. It was an enduring and rewarding journey for us all.
Here, you see two humans living their dream of a family when they felt for so long that it would only be a fantasy. Those ten tiny toes belong to a beautiful baby who will grow up, continually seeing that love always wins.
❤🧡💛💚💙💜


«Se sei favorevole al divieto di maternità surrogata per favore ascolta», chiede Rachel e si rivolge a Eugenia Tognotti, storica della medicina, l’editorialista Lucetta Scaraffia, la ministra alle Pari Opportunità Eugenia Roccella e la Presidente Giorgia Meloni, «risponderò alle vostre preoccupazioni riguardo la maternità surrogata». Con semplicità e un sorriso mette in fila e in prospettiva i dubbi che circondano il dibattito mediatico su una pratica che è già vietata in Italia e forse anche per questo poco conosciuta. I dubbi, dicevamo: c'è stato qualche trauma nel dare via il bambino? «No, l'embrione messo nel mio grembo da cui è nato il loro bambino, non mi ha procurato alcun trauma. Ho portato con gioia e dato alla luce il loro bambino e non ho mai voluto tenerlo come mio». Era stata proprio la ministra Roccella a parlare di pericolo per la salute delle donne: «Mai». sottolinea Rachel «C’erano chiari documenti legalmente vincolanti che proteggevano i miei diritti di essere umano e proteggevano quelli del loro bambino». A chi parla di «nuova schiavitù» risponde con ironia: «L’unica volta in cui mi sono mai sentita vicino alla schiavitù è stato quando appartenevo a un gruppo religioso o quando ero sposata con qualcuno che in realtà non avrei dovuto sposare». Rachel illumina anche il punto fondamentale della questione: perché una donna libera e benestante, non in condizioni di necessità e non costretta, dovrebbe offrirsi a un’altra coppia come madre surrogata? «Volevo davvero essere incinta per qualcun altro e il vantaggio era che mi veniva semplicemente rimborsato qualsiasi spesa relativa alla gravidanza. Ho davvero apprezzato il fatto di sentirmi curata, rispettata e supportata dai genitori intenzionali e dall'agenzia che mi ha seguito» e aggiunge: «Sono stata elogiata, sollevata incoraggiata e mi sono sentita incredibilmente potente! Ho adorato le mie gravidanze e mi sono persino divertita a dare alla luce i miei figli. Non volendo più figli per me, ma sentendomi autorizzata ed entusiasta a essere di nuovo incinta, ho scelto la maternità surrogata. A causa della difficoltà che vivono tutte le coppie Lgbt volevo davvero donare una famiglia a una coppia dello stesso sesso. È stato un viaggio stimolante e bellissimo per la mia famiglia e per i genitori intenzionali che amo profondamente. Saremo amici per tutta la vita ormai». Lo schiavismo, la tratta delle donne, la sopraffazione, lo sfruttamento non hanno casa in questa storia. «Una volta ero contro le persone Lgbt e i diritti delle donne per via delle mie convinzioni religiose. Quando sono cambiate ho realizzato che solo perché non voglio fare qualcosa, non significa che anche gli altri non dovrebbero farla. Non posso e non devo controllare la vita degli altri». Quello di Rachel è un appello alla destra italiana al Governo, a chi si oppone alle famiglie arcobaleno: «Per favore, smettetela di cercare di controllare le famiglie degli altri che vivono diversamente da te. L’amore crea una famiglia. E a volte è necessaria un po’ di scienza. Spero che riusciate a vedere l’amore e la gentilezza che provo nei vostri confronti. Perché anche io, una volta, ero al vostro posto. Per favore, permettete agli altri di vivere a loro vita. Proprio come la vivete voi».

28.3.23

La coop opera a Porto Ferro ( sassari ) nel reinserimento di soggetti svantaggiati . Lavoro, surf e volontariato a Piccoli Passi il ritorno alla vita


La coop opera a Porto Ferro nel reinserimento di soggetti svantaggiati Una seconda possibilità per ex carcerati, pazienti psichici e minori a rischio Tutto può accadere, a “Piccoli passi”. Porto Ferro è un posto meravigliosamente “sperduto”, più per la narrazione e l’essenza che per l’impossibilità a raggiungerlo. Dista 35 chilometri da Sassari e 28 da Alghero ma è in territorio sassarese: ci si arriva percorrendo la strada statale 291 della Nurra. A Porto Ferro si fa surf, c’è la natura selvaggia, ci si fanno le escursioni a piedi e a cavallo, c’è il Baretto che nel 2023 compie 20 anni di attività e ci sono


festival culturali e musicali che sono ormai appuntamenti radicati della primavera, estate e autunno della baia. Ma a Porto Ferro, proprio con la “complicità” di Baretto, Bonga surf School e Vosma e sotto la regia della cooperativa sociale “Piccoli Passi”, è il sociale ad essere lavorato ad arte e declinato in inclusione, integrazione, valorizzazione e recupero. Se ne parla poco, ma è una realtà tangibile. Operativa e foriera di grandi soddisfazioni che sotto la traccia del tramonto e delle note che spesso lo accompagnano, passa in secondo piano Accoglienza a Piccoli passi «Nasce tutto lì, dietro il Baretto, oltre le dune. Nasce e diventa realtà importante a livello nazionale e unica in Sardegna rispetto a una particolare tipologia di accoglienza, di servizi e di inserimenti: la cooperativa ha lavorato con i minori, spesso alle prese con situazioni difficili e problemi psichici e psichiatrici, ha lavorato con i disabili, con carcerati ed ex carcerati, umanità varia passata al setaccio dell’integrazione appunto favorendo un vero e concreto intreccio di storie e culture diverse». Si appassiona e parla con il sorriso sul volto Danilo Cappai della cooperativa “Piccoli passi”. Nel campeggio di Porto Ferro, modalità colonia estiva, arrivava l’adolescente del centro Sardegna che all’alba si alzava per andare in campagna e poi andava a scuola con il pari età di Torino che prendeva il tram ma poi andava in ferie al parco del Valentino a spendere la paghetta: «Vite diverse, trasportate in una dimensione in cui una maglietta e un costume da bagno azzeravano già in partenza tutte le disparità e le differenze di classe – spiega –. Il ragazzo mandato sull’isola dai servizi sociali di Cinisello Balsamo o dal comune del Nord Est della Sardegna insieme al figlio del notaio che vive in America e gli regala una vacanza esotica chiamando in agenzia. Ma la vacanza, qui, era uguale per tutti. E alla fine, erano abbracci e lacrime, per tutti noi operatori compresi». Questa visione è la stessa che ha animato ogni singola azione della cooperativa e del Baretto: «Questa piccola società si è rivelata modello adattabile al surf camp e alla gestione del Baretto: anche lì, fronte mare e sotto la tettoia della nostra struttura, ragazze e ragazzi, uomini e donne di ogni età ed estrazione sociale si incontrano in costume da bagno per vivere le loro giornate. Non sai chi hai di fianco, ma le differenze non sussistono». Una realtà aperta, che dopo anni dedicati ai minori, oggi collabora con il carcere di Alghero. Risultato? Tre inserimenti importanti trasformati in contratti a tempo indeterminato a ridare vita e prospettiva a chi aveva rischiato di perderla. E di perdersi. Dal
carcere al lavoro «Uno alla volta ci sono stati affidati e hanno iniziato a lavorare. Per qualcuno è arrivato un contratto a tempo indeterminato. Uno dei nostri si è comprato casa e vive oggi per conto suo. Stessi obiettivi di sempre: non è più semplice o più complicato, devi integrare e includere secondo equilibri esistenti e delicatissimi a prescindere». Oltre a chi ha avuto a che fare con il carcere e ora si ritrova a vedere una seconda possibilità proprio fronte mare, da diversi anni a Porto Ferro sono in corso inserimenti di persone con problemi psichici, ovviamente sotto controllo delle apposite strutture: «Sono 4/5, fanno un percorso estivo, lavorano al bancone, ai tavoli della griglieria, in cucina o nella squadra manutenzioni». Un enorme passo avanti quello compiuto da chi 20 anni fa arrivava su quella
meravigliosa spiaggia selvaggia e sperduta per cominciare a costruire quel che oggi è piccolo grande merito e vanto oltre l’aspetto ludico e vacanziero. «Porto Ferro era abbandonato da tutti, istituzioni comprese. Era meta di campeggio abusivo che spesso lasciava tracce indelebili del suo passaggio sul territorio. Noi, insieme ai surfisti, la Bonga School, Vosma abbiamo accettato la sfida in un luogo per nulla semplice e si è creato un equilibrio naturale – continua Danilo Cappai –. Diverse realtà. Sguardi diversi sulla realtà. Persone spesso agli antipodi che convivono fra loro in armonia perfetta. Quando anche le istituzioni si sono accorte di noi, Porto Ferro era già stato scoperto e riscoperto da chi aveva percepito quell’equilibrio umano, quella sorta di magia che lo rende un posto speciale. Si sente che c’è. Il magistrato e l’ex galeotto, il dj e la modella, lo studente e il medico nella baia sono tutti, realmente uguali. Non è facciata. È realtà, la nostra realtà».

i I dolci di Anna Gardu per raccontare una Via Crucis speciale La mostra a Irgoli alla presenza di Vittorio Sgarbi

 

da la nuova sardegna 28\3\2023



Una mostra sulla via Crucis dal sapore e dal tratto particolare. Quindici tavole che documentano il percorso doloroso del Cristo con l’ultima di queste dedicata alle Sacre Spine di Irgoli. Un elemento tra religiosità e leggenda con le Sacre Spine, un tratto distintivo di questa comunità che è conservata nella chiesa parrocchiale di San Nicola: la tradizione dice che quella è appartenuta alla corona, di spine, appunto, che ha cinto la testa di Gesù nel momento della Crocifissione. Una tradizione e una leggenda appunto intrisa di devozione e spirito cristiano. Anna Gardu, dopo l’intenso lavoro dei mesi scorsi, firma una mostra di grande impatto secondo lo stile che caratterizza l’artista capace di creare dei veri e propri gioielli con pasta, mandorle e zucchero. Dolci buoni per il palato e gioia anche per la vista per forma e cromatismi. Abituata alle sfide negli sconfinati campi dell’arte questa volta l’artista originaria di Oliena, è stata chiamata a pensare attraverso le sue opere decorate con un minuzioso processo di miniaturizzazione che esalta tratti e figure, uno dei momenti più toccanti e ricchi di pathos della Settimana santa: la via Crucis. Calando il rito nei canoni davvero particolari della tradizione di Irgoli, centro che conserva intatte numerose tradizioni (dal canto liturgico alle eccellenze architettoniche), tra queste emerge con forza la Sacra
Spina. Un tratto distintivo della Pasqua di questo centro della Baronia che in queste giornate è caratterizzato dalla presenza dei fedeli davanti alla teca della parrocchiale. Momenti che diventano sempre più grandi e intensi. In tutte le tavole della Via Crucis di Anna Gardu è rappresentato un telo rosso. Quello in cui rimasero infilzate le sante spine. Ci sarà poi una sedicesima tavola che raffigurerà il mendicante con le spine sante. La mostra verrà inaugurata nella chiesa di Santu Miali a Irgoli, sabato 8 aprile, alle 18. Oltre all’artista ci sarà il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, da sempre grande estimatore dell’arte di Anna Gardu, il consigliere regionale Franco Mula. L’incontro sarà moderato dal giornalista Antony Muroni. Questa volta stimolata a esporre a Irgoli all’interno della manifestazione
Andalas Anna Gardu ha tirato fuori dal suo estro un nuovo capolavoro che i visitatori potranno ammirare nella chiesetta di Santu Miali, dedicata a san Michele, risalente al 1200. Qui Anna Gardu che porta avanti con orgoglio l’arte dolciaria esistente da quattro generazioni nella sua famiglia

Mario Sotgiu e i suoi mille racconti: «Arzachena, una storia straordinaria»Il creatore del museo più piccolo d’Italia è il custode della memoria della sua città

Arzachena È più forte di lui. Anche quando dovrebbe essere il protagonista del racconto, Mario Sotgiu, il presidente dell’associazione “La ...