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22.12.25

un segno ti salva la vita Picchiata e violentata dall’ex, donna si salva con il segnale antiviolenza






 a  tutti  quelli  che   tempo  fa     avevano messo   alla  condivisione      di questo video  

 
sul  mio  vecchio  facebook    avevano messo la  faccina   delle risate   . Suggerisco     quuesta  storia  


 da   https://www.fanpage.it/milano/

Picchiata e violentata dall’ex, donna si salva con il segnale antiviolenza: arrestato 37enne
Una 50enne sarebbe stata picchiata, perseguitata e violentata per mesi da un 37enne incontrato sui social. La donna è riuscita a chiedere aiuto grazie al segnale antiviolenza.

A cura di Giulia Ghirardi

Segnale antiviolenza
Tutto è iniziato lo scorso maggio quando una donna di 50 anni ha incontrato un uomo di 37 su una pagina social dedicata agli appassionati di moto. Tra di loro è iniziata una frequentazione che li ha portati a partecipare a diverse escursioni. Durante questi incontri, l'uomo le ha raccontato di essere divorziato ma non era vero. È iniziata così a Ferno, nel Varesotto, una storia di violenza che, stando al racconto fatto dalla donna ai carabinieri, sarebbe andata avanti fino a venerdì scorso quando lei, mentre era in macchina con il 37enne, ha fatto il segnale antiviolenza.
Proprio grazie al gesto mimato dalla donna è scattato l'allarme e, in breve tempo, l'uomo è stato arrestato su disposizione del pubblico ministero Ciro Caramore, con l'accusa di stalking, violenza sessuale, violenza privata e rapina. Al momento, non è escluso che a queste accuse si possa aggiungere anche quella di sequestro di persona.
La vicenda
Dopo le prime frequentazioni, l'uomo si sarebbe rivelato geloso e violento nei confronti della 50enne. Contestualmente, la donna avrebbe scoperto che l'uomo era sposato e avrebbe conosciuto la moglie quando il 37enne l'avrebbe portata in casa dopo averla picchiata, con il naso sanguinante. "Pensavo peggio" sarebbe stato il commento della donna, anche lei sembra "soggiogata".
Un'altra volta, stando sempre al racconto della 50enne, il 37enne l'avrebbe picchiata a tal punto da farla finire al pronto soccorso, e poi ricominciare all'uscita dell'ospedale convinto che avesse avuto un rapporto con il medico. Inoltre, la donna sarebbe stata costretta a denunciare per stupro un vecchio amico e all'incirca un mese fa, dall'11 al 18 novembre, sarebbe stata costretta a stare in casa con lui la moglie e loro figlia per aspettare che i segni delle violenze, troppo evidenti, si attenuassero, costringendola anche ad avere rapporti sessuali.
La svolta è arrivata quando, un mattino, il 37enne è salito in macchina insieme alla moglie e alla 50enne per accompagnare la figlia a scuola. È lì, ferma in macchina, che la donna avrebbe fatto il segnale antiviolenza che è stato colto da una donna che ha fatto scattare l'allarme.

La vita nel bosco no, il cambio di sesso a 13 anni sì Ogni giorno un po' di veleno sulle cose del mondo

 
come  volevasi    dimostrare  pur  d'attaccare    i  giudici  e  giustificare se  pur  indirettamente  la  riforma    sulla  giustizia  e  fare   campagna  per il Si  al referendum   questa  destra  e  i loro  fans   si mettono  a  fare    dei    paragoni idioti e  bambineschi \ puerili     del  tipo : « [...]  Ma perché far vivere i bambini nel bosco non va bene e imbottire una tredicenne di triptorelina sì? E se do da bere un caffè al bimbo, cosa faranno i giudici? Mi condanneranno perché fa male? »  ( da  https://www.nicolaporro.it/  in  La vita nel bosco no, il cambio di sesso a 13 anni sì ) .
 Per  quanto  riguarda    i  bambini  del  bosco   mi    sono  già  espresso    più volte  vedere   post  precedenti  in particolare  l'ultimo .  Ora  per    quanto   rigiuarda il  fatto  di  La Spezia, cioè della ragazza ( la più giovane d'italia ) di 13 anni che ha cambiato sesso   Sarà  vero che  come  dice  sempre  la Newsletters   di Nicola  porro 
 

A La Spezia, il tribunale autorizza una ragazzina di 13 anni, con l’assenso dei genitori, a cambiare sesso. Era già finita nella rete degli psicoterapeuti del Careggi di Firenze, uno degli ospedali dove il ministero doveva mandare gli ispettori perché pareva che, lì, si desse il via libera alle terapie ormonali per i minori, presunti affetti da disforia di genere, con troppa leggerezza. Fatto sta che lei i bloccanti della pubertà li ha assunti. E gli esperti dicono che non è come accendere e spegnere un interruttore: una volta iniziato questo percorso, tornare indietro è quasi impossibile. Può ben darsi che quello della bimba/bimbo ligure fosse uno dei rarissimi casi in cui, a tutela della persona, si doveva veramente intervenire così. E che la decisione delle toghe sia giusta.


Ma     qui   si  omette   in  malafede   che   nel fatto in questione    non   c'è solo l'assenso   dei  genitori   o  meglio  della  famiglia visto   che  la  prima  ad  accorgesi  del travaglio interiore  è stata la  gemella  e  poi  i genitori ,  il  cui assenso è avvenuto  dopo   un percorso  psicologico  in  cui  «L’adolescente ha maturato piena consapevolezza dell’incongruenza tra il suo corpo e il vissuto d’identità» ( da Vanity Fair Italia   )  e il giudice    ha  deciso   di conseguenza      ritendo  favorevole  il  responso    del medico . Quindi   ecco che  l'accusa ai  giudici   è  strumentale   e il  paragone   dei casi   :  

Però poi vediamo che, per molto meno, i giudici applicano un metro diverso: i bambini del bosco vengono tenuti ancora nella struttura protetta, non si sa se riuniti con padre e madre per Natale, perché, secondo i magistrati, hanno una tinozza al posto della doccia, non sanno fare bene la divisione in sillabe e non sono bravi a socializzare.


in  opportuno   come i cavoli  a merenda  visto che  sono  due  casi differenti   tra  loro  

21.12.25

Linda Campostrini in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile” o no ?

oltre alle domande dell'articolo io gli avrei chiesto  di sicuro un minimo di finanziamento per il cibo, passaporto, contratto telefonico è necessario. Se è tutto auto finanziato tramite sponsor o recensioni per di viaggioo fnanziato dai genitori oppure  ? e sei davvero in grado di vivere così oppure ogni tanto devi fermarti per ricaricare le batterie ?


da  fanpage  tramite  msn.it



Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

I segnali c'erano tutti: sin da piccola Linda Campostrini ha mostrato una certa propensione per la scoperta, l'esplorazione, una grande curiosità, una forte connessione con la natura. Queste caratteristiche hanno preso il sopravvento molto presto e ha capito di non volere una vita "normale": una casa, una residenza stabile, un lavoro scandito da orari e appuntamenti. Ha cominciato a viaggiare a 19 anni e non ha più smesso, passando da una parte all'altra del mondo con uno zaino in spalla e poca organizzazione, sempre all'avventura. Non si ferma mai molto nello stesso posto: cerca di fare il pieno di esperienze e conoscenze, per poi portare con sé questo bagaglio altrove, un bagaglio ben più pesante e importante di quello che porta sulle spalle. In quello, c'è davvero l'essenziale, senza troppi fronzoli. Il Sud America, la Lapponia, l'Islanda, il Marocco e poi Australia, Nuova Zelanda, Colombia, Francia, Finlandia, Colombia: di ogni posto conserva ricordi preziosi, ogni posto l'ha fatta crescere un po' di più, l'ha portata a comprendere di sé cose che, altrimenti, non avrebbe mai scoperto stando ferma. Viaggiare per Linda è uno stile di vita a tutti gli effetti, una vera e propria filosofia che va di pari passo alla crescita umana e personale. A Fanpage.it ha fatto un resoconto di questi entusiasmanti 13 anni in giro per il mondo.

Cominciamo dall'inizio: quando matura la tua passione per i viaggi e quando inizi a viaggiare in modo consistente?


La mia storia da viaggiatrice inizia più o meno quando avevo 19 anni. Stavo facendo il quinto anno del liceo e mia mamma prende una decisione che mi svolta la vita, ossia quella di andare a vivere in Sicilia. Mi dà tre mesi di tempo per trovare un'altra casa, perché lei si sarebbe trasferita al sud d'Italia e avrebbe iniziato la sua nuova vita giù, sposandosi con un altro uomo. All'inizio per me è stato uno shock, ma nella vita ci sono due alternative: una è farsi abbattere dagli avvenimenti, l'altra è guardare il rovescio della medaglia e reagire, sfruttare quella che magari può sembrare una sfortuna e trasformarla in un trampolino di lancio. Così ho fatto e mi sono detta: "Se devo devo andare via perché non farlo in grande". Ho quindi sfruttato quella possibilità per realizzare il mio sogno, viaggiare. Sono partita per Parigi e non sono più tornata indietro.

Quando hai capito che il viaggio era la tua ragione di vita?

Il viaggio che veramente mi ha svoltato la vita è stato quello in Australia. Ci sono stata un anno: mi ha fatto capire che potevo viaggiare, che il viaggio era alla portata di tutti, che fare vacanze è diverso da fare viaggi.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

Qual è la differenza?

Per fare vacanze ci vuole realmente un budget, ci vuole una disponibilità economica. Mentre viaggiare lo può fare chiunque. Io non ho mai fatto una vacanza, ho sempre fatto viaggi: lo amo. Per me è la cosa più bella del mondo, mi fa stare bene ed è fattibile per tutti.

Hai una base che consideri casa?


No, non ce l'ho una base! Mi sposto sempre. Il periodo in cui sono stata più ferma è stato quando sono stata in Australia, ma anche negli ultimi due anni sono stata più ferma, perché mi sono dedicata alla scrittura di un libro che uscirà a febbraio-marzo. Nel frattempo mi sono anche laureata in Psicologia: mi interessa aiutare gli altri, la crescita personale, il mindfulness.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

Quando capisci che è arrivato il momento di lasciare un posto alla volta di un altro?

Quando smetto di imparare, perché per me il viaggio è crescita personale. Quello che mi fa continuare a intraprendere queste avventure è la crescita, il fatto di uscire dalla zona di comfort, l'adrenalina, il fare cose che mi stimolano e mi obbligano a scoprire nuovi lati di me, a mettermi in gioco. Sento che impiego il mio tempo per per qualcosa di buono. Ora sono un nomade digitale, lavoro online, ma fare la lavapiatti in Nuova Zelanda, per dire, non mi peserebbe, perché so che è un'esperienza nuova e mi dà qualcosa. Se lo dovessi fare in Italia, non lo farei perché non imparerei nulla.


Ma banalmente, coi bagagli come ti organizzi? Suppongo tu sia abituata a viaggiare leggera per forza.


Adesso con me ho uno zaino di 12 kg, davvero minimal: dentro c'è tutta la mia vita. Ho due cambi al momento: due pantaloncini corti, due magliette, un paio di pantaloni lunghi e una giacca. Letteralmente l'essenziale.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

Ora dove ti trovi, in cosa ti stai cimentando?

Adesso sto facendo il Te Araroa, che è un cammino di 3000 km che parte da Cape Reinga, che è il punto più a nord della Nuova Zelanda e arriva a Bluff, che è il punto più a sud della Nuova Zelanda. Dovrei metterci quattro mesi, ma devo sbrigare questioni legate al visto prima!


È un viaggio improvvisato o organizzato?


In realtà io parto sempre all'avventura, quindi anche stavolta ci ho pensato poco e sono partita senza organizzare: infatti ne sto pagando le conseguenze! Avrei dovuto informarmi di più, ma io sono fatta così! Se avessi aspettato avrei dovuto rimandare all'anno prossimo, perché la gente parte da fine settembre fino a massimo aprile. Se avessi sprecato il tempo a informarmi eccetera, avrei perso tempo. Qui è una cosa folle: o la vivi o non lo puoi immaginare! Mi sveglio la mattina, non programmo nulla, poi quando mi fermo o campeggio oppure trovo un camping, oppure trovo una famiglia che mi ospiti. Questa è l'esperienza più estrema mai fatta, siamo proprio al limite. Ieri stavo per chiamare SOS elicottero! Ero finita in un punto dove c'erano tipo le sabbie mobili, una melma, un mix tra fango e sabbia bagnata, quindi si sprofondava. Faceva tipo effetto colla. Ho pensato di morire: "Non ne esco se la marea si alza e il mare mi investe". Panico! Ci ho messo 2 ore ma alla fine ce l'ho fatta.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

Come sempre, sei da sola…


È questa la difficoltà: che sono sola. Se ci fosse qualcuno sarebbe mentalmente un po' meno faticoso. Per i viaggi normali non mi pesa affatto, è tutta un'altra roba, sono super abituata ormai. Ma questo è considerato uno dei trekking più duri al mondo per mille ragioni: ci sono cose tecniche e logistiche che io non conosco, quindi per me è tutto nuovo. Io poi vivo molto molto bene il fatto di viaggiare da sola, ho una mentalità molto ottimista. Poi certo: in Marocco, Africa, Giordania o posti islamici è un po' più delicata la situazione. Lì sono stata un po' più attenta, però non ho mai avuto grandi problemi.


Da sola hai fatto anche quattro volte il giro del mondo in autostop…

Io faccio queste cose che ai miei occhi sembrano impossibili per dimostrare a me stessa che invece sono possibili. Quella mi sembrava così tanto fuori dalla mia portata che l'ho fatta quattro volte alla fine. È stato bellissimo.

Qual è il Paese che ti è rimasto nel cuore?

La Nuova Zelanda. La gente di qui, assieme ai giamaicani, è il popolo più accogliente dell'universo, li sto amando. Ma anche l'Islanda è uno dei miei Paesi del cuore, con Canada e Australia.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

E l'Italia in tutto questo dove si posiziona?

Con l'Italia ha un rapporto un po' difficoltoso. Rappresenta le mie radici, lì ho la famiglia, torno ogni tanto, ma non sprizzo gioia da tutti i pori!

La tua famiglia ha accettato questo tuo stile di vita, il fatto che, appunto, inevitabilmente vi vediate poco?


Sì e mio papà è il mio sostenitore numero uno. Mi dice: "Sono fiero di te", è contento, sono tipo il suo trofeo.

E tu, pensi a una famiglia, a un'eventuale stabilità in futuro?


Sì, desidero una famiglia un giorno, ma sarà sempre fuori fuori le righe, vivendo fuori dall'ordinario, in maniera alternativa.




Linda, in viaggio da sola da 13 anni: “Tutto in uno zaino e mi sposto sempre, è fattibile”

Un ricordo positivo e uno negativo di questi anni in viaggio?

Quello negativo è quando a Singapore mi hanno accusata di narcotraffico all'aeroporto. Io non avevo fatto nulla, ma loro avevano dei sospetti su di me. Poi lì nessuno ti dà spiegazioni: sembra che io abbia fatto la tratta che a quel tempo facevano i narcotrafficanti di droga, ero stata una settimana a Singapore e poi ero andata in Cambogia. Mi hanno tenuto lì per accertamenti 2-3 giorni, mi hanno tolto tutto, non avevo diritto di chiamare: ero in ostaggio. È stato abbastanza traumatico: avevo solo 21 anni. Il ricordo positivo, e quando ci penso mi viene da piangere, è l'amore che ricevo dalle persone, sempre pronte ad aiutarmi.


Cosa significa per te viaggiare?


Viaggiare va di pari passo con la crescita personale: impari sul campo, strada facendo, a ogni incontro, in ogni Paese. È una metafora della vita che ti insegna, ti apre la mente e ti fa scoprire lati di te stesso che ovviamente stando a casa non potresti conoscere. Ma ti fa scoprire anche la cultura e i lati umani di un altro posto. Viaggiare è una scuola di vita.

20.12.25

gli umarell ed i politicanti strumentalizzano il caso della famiglia del bosco nella natura di Palmoli (Chieti),




premetto che non sono laureato e ho solo una conoscenza superficiale delle scienze sociali ed antropologiche  e  possani esere  considerate     come: 
I politici che intervengono su qualsiasi argomento mi ricordano gli “umarell”, quei curiosissimi individui, pensionati da tempo, che stazionano davanti ai cantieri cittadini. Osservano, suggeriscono agli operai, dissentono, propongono soluzioni alternative e, ovviamente, migliorative. Poco importa che in quel cantiere ci siano un geometra, un architetto, un ingegnere, un idraulico. No, gli umarell sono impietosi: hanno sempre una soluzione diversa per tutto. Sempre. Senza esitazioni.
Sui bambini del bosco si è detto di tutto. Da una parte i giudici, dall’altra gli umarell. Beninteso: non solo politici, ma un’orda di esperti con laurea conseguita all’università della strada. I giudici, anche quelli della Corte d’Appello, hanno ribadito che il nodo più delicato per quei bambini riguarda la socializzazione e la convivenza con i loro coetanei.
google 
Hanno quindi dato ragione alle assistenti sociali, che in questa vicenda avevano espresso un parere netto, parlando di “deprivazione” alla quale i tre bimbi erano stati sottoposti.
Sono questioni che non dovrebbero essere discusse nei bar o davanti ai cantieri. Ma gli umarell non si scoraggiano. Subito dopo la decisione della Corte d’Appello hanno replicato, puntuali. Il primo è stato Salvini, che si è limitato a una sola parola indirizzata ai giudici: vergogna. A corredo, l’argomento che i figli non sono proprietà dello Stato e devono vivere con mamma e papà. Presumo comprendesse, in questo ragionamento, anche le famiglie rom.
La ministra Eugenia Roccella, titolare del dicastero per la famiglia, la natalità e le pari opportunità, ha sottolineato che “neanche a Natale i bambini potranno tornare a casa con mamma e papà”. Un’ovvietà, per gli umarell. Nessuno, per esempio, ha chiesto se quei genitori siano cristiani. Infine Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione infanzia, ha dichiarato: “Un’ingiustizia è stata fatta: neppure a Natale i bambini potranno tornare a casa”.
Gli umarell, si sa, hanno un cuore d’oro. Non sopportano che a Natale esistano i cattivi. Subito dopo sì, ma proprio nei giorni della nascita del Salvatore la cattiveria non è ammessa. Sono basici, allegri, simpatici. Si rivolgono ai giudici non per chiedere di applicare la legge, che è cosa complicata, ma di mettersi una mano sul cuore, almeno a Natale.Gli umarell sono persone amorevoli, speciali, empatiche, curiose. Osservano i quartieri e dispensano suggerimenti anche se non sanno nulla di geometria, di ingegneria quantistica, di giurisprudenza. Fanno una tenerezza immensa. [... ]
» 

Ma davantgi a tali strumentalizzazioni politiche e da bar non riesc a stare in silenzio . Ora Qui non si sta condannando o giudicando tale scelta di vita ma come si è messa in atto Infatti un minimo di dignità e cura della persona ci dev 'essere . Quindi i giudici ed assistenti sociali sono stati costretti a prendere tale dolorose decisione . Un  minimo di dignità e cura della persona ci dev 'essere . Per quanto riguarda la Homeschooling scuola parentale . Non serve una laurea perché il bambino cresca "imparato". In classe non si socializza, lo si fa nella vita reale  . Infatti non rfiesco a biasimare Erika Di Martino, presidente Fondazione Libera Schola, si occupa di educazione ed è una delle voci più autorevoli in Italia sul tema dell’homeschooling, scuola paentale   che ha applicato tale metodo ai suoi 5 figli ( qui le  sue  dichiarazoni  e  la sua storia ). Non  ha  tutti i torti   .  in effetti anche se non mi sono  occupato di  scuoola e  non ho esercitato dopo la laurea nel  lontano 2011  e non ho più conoscenze  dirette    in quanto   i miei genitori  ex insegnanti sono in pensione da più di trent anni . da quel che sento da : amici insegnanti , da genitori , che hanno nipoti a scuola purtroppo c'è  di  vero sul  fatto   , salvo eccezioni che si contano sulle dita della mano ,   che  la  scuola   attuale    fornisce  solo   nozioni  teoretiche   e  poca  pratica   e  aprture  al  mondo  e  la scuola  parentale  può essere   un alternativa . Ma  va  saputa  fare   e  qui  on è stata saputa  fare   visto che a 8  anni non  sapevano  ancora  leggere  e  scrivere   e  il più  grande sa   a   malapena scrivere se non sotto dettatura  il  proprio nome  e  cognome . 

Aggressione al Sant'Andrea, operatrice sanitaria salva grazie alla difesa personal Fijlkam La donna si è messa in salvo respingendo il suo assalitore grazie alle nozioni apprese durante il corso MGA Fijlkam organizzato del dottor Mauro Aquilini vice-primario di pneumologia della struttura


 A  chi  mi dice   che    i miei  copia  e  incolla  (  in  realtà   essi  sono integrati  ed  approfonditi   da  mie aggiunte   \ integrazioni  )  delle  puntate  settimanali     dei consigli   di Antonio Bianco     esperto  antiaggressione     siano     fuffa     ed  inutili     dico  che esse   posso serivre come dimostra    quest  articolo  di  romatoday.it del 18 dicembre 2025



La  donna si è messa in salvo respingendo il suo assalitore grazie alle nozioni apprese durante il corso MGA Fijlkam organizzato del dottor Mauro Aquilini vice-primario di pneumologia della struttura


Grazie alla formazione del Metodo Globale Autodifesa (MGA) Fijlkam Simonetta Veneri operatrice del reparto di psichiatria dell’Ospedale Sant’Andrea è riuscita a difendersi dall’aggressione di un paziente in forte stato di agitazione. Una preparazione che ha permesso alla donna di mettersi in sicurezza e contenere una situazione che avrebbe potuto creare spiacevoli disagi.


“Purtroppo sono contesti in cui possiamo trovarci anche con una certa frequenza. Il corso è stato importante perché si impara a leggere l’atteggiamento del paziente: la postura, lo sguardo, i movimenti. Si impara a prevedere, e quindi a prevenire, un’eventuale azione aggressiva. Inoltre, si apprendono strumenti per la gestione delle emozioni. All’inizio rimanevo perplessa, stupita, immobilizzata. Non è la prima volta che subisco un’aggressione, e in passato, non riuscendo a intuirla in tempo, non sapevo come reagire. È una formazione che insegna a difendersi senza far male all’altro, evitando il rischio di passare dalla parte del torto. Il nostro è un lavoro molto complesso, soprattutto in ambito psichiatrico: siamo sempre in allerta e sotto pressione. A livello mentale dobbiamo mantenere un equilibrio costante” - – ha dichiarato Simonetta Veneri.
L’episodio si è verificato lo scorso novembre. L’operatrice del reparto di psichiatria del Sant’Andrea è riuscita a bloccare l’aggressione, parando il pugno in arrivo e spingendo via l’aggressore. Successivamente ha allertato i colleghi e la situazione è tornata alla normalità.
Fondamentale per scongiurare il peggio la formazione MGA Fijlkam che alla donna è stata trasmessa dal dottor Mauro Aquilini vice-primario di pneumologia del Sant’Andrea nonché allenatore di judo 4° dan e istruttore MGA di primo livello che ha attivato col supporto del Comitato Regionale Fijlkam Lazio, all’interno della struttura un corso di dieci lezioni settimanali aperto a personale medico e infermieristico che realizzato nell’ambito della Medicina del Lavoro, il percorso formativo proseguitasse come attività volontaria a tutela del personale sanitario
“Abbiamo organizzato questo corso in maniera sistematica e ha dato i suoi frutti. Una delle cose che avevo spiegato è che, quando si è da soli, l’obiettivo è mettersi in sicurezza; se invece si è in più persone, si possono applicare le tecniche di contenimento. La sicurezza viene prima di tutto ed è ciò che ha fatto egregiamente Simonetta Veneri. Mi ha reso orgoglioso anche l’assenza di traumi fisici, perché ha applicato perfettamente la tecnica di parata, e l’assenza di traumi psicologici. È importante sottolineare che circolano molti corsi in cui vengono applicate tecniche che sono però di competenza degli atleti e che rischiano di essere lesive sia per la persona che le subisce sia per chi le applica. Il nostro protocollo, invece, è specifico per le persone comuni. È tutto un altro mondo ed è questo l’approccio che vorremmo portare anche nelle scuole” - ha spiegato il dottor Aquilini.
“Noi facciamo un lavoro particolare che deriva anche dalla mia esperienza in Polizia. Andiamo oltre il discorso del combattimento perché ci rivolgiamo alle persone comuni. I nostri corsi sono rivolti a tecnici del Lazio, i quali poi portano la formazione acquisita nei loro ambiti. Ed è quello che è successo con il Maestro Aquilini, il quale ha portato sicurezza e padronanza nella gestualità del contenimento e della difesa da un’aggressione” - conclude il Maestro Giorgio Mascellini fiduciario regionale del Lazio e docente nazionale MGA che aveva seguito nel suo percorso di formazione il dottor Aquilini.



Irene Vella: «Ho pensato che Giulia Cecchettin poteva essere mia figlia. Ho deciso di raccontare i femminicidi dando voce alle donne»

   da   msn.it   

Scrivevo di femminicidi già  da diversi anni e ho sempre cercato di raccontarli in maniera “gentile” per quanto questo termine strida con la parola femminicidio. Ho cercato sempre di non soffermarmi sul dettaglio cruento ma ho sempre pensato al fatto che tra le persone che leggevano, ci potessero essere i parenti, i genitori. Sono andata oltre quando è scomparsa e poi è stata ritrovata morta Giulia Cecchettin». C'è un prima e un dopo per Irene Vella nel racconto dei femminicidi all'interno di Era mia figlia, che pubblica con Solferino. È il novembre del 2023 e il caso è fra quelli che più hanno colpito l'opinione pubblica.

Irene Vella «Ho pensato che Giulia Cecchettin poteva essere mia figlia. Ho deciso di raccontare i femminicidi dando voce...

Cosa ha cambiato per lei il femminicidio di Giulia Cecchettin?
«Io abito a 100 metri in linea d'aria da dove è stata uccisa. Vedo dalla finestra quella zona industriale, quel capannone. Tante componenti me l'hanno fatta sentire vicina. Mi sono arrabbiata quando ho visto che tanti parlavano di fidanzatini, cercavano di romanticizzare la storia dei ragazzi scomparsi, quando era già evidente, da così vicino, come erano andate le cose. Scrissi che c'era una vittima c'era un carnefice, e girai questo editoriale a Gino Cecchettin su Facebook, lasciandogli il numero del cellulare. E Gino, la mattina, il venerdì, quindi il giorno prima che ritrovassero Giulia, mi telefonò. Siamo rimasti 40 minuti al telefono parlando di questa ragazza e dei suoi sogni. C'era un misto di speranza e rassegnazione. Il giorno dopo c'è stato il ritrovamento. Lontano da noi, ma per tutta la settimana io uscivo con il pensiero di poterla trovare, in uno dei fossi vicini dove la cercavano. Tutta questa situazione ha cambiato il mio modo di vedere le cose. Quando poi l'hanno ritrovata, mi sono girata verso mio marito e gli ho detto che poteva essere nostra figlia. Queste cose, in quel momento preciso, mi hanno fatto dire: "D'ora in avanti, ogni volta che racconterò queste storie, le racconterò come se la persona di cui io stia parlando, che sia una mamma, che sia una nonna, che sia una figlia, una sorella, la racconterò come farei se fosse mia figlia».

19.12.25

«Ho curato gli attacchi di panico facendo rally con mia madre. Poi siamo diventate campionesse italiane»: storia di Veronica Verzoletto e Patrizia Perosino

  DA   VANITY  FAIR    19\12\2025 
Una figlia che vive sdraiata sul divano in preda agli attacchi di panico. Una madre preoccupatissima. Poi, l’idea: correre insieme in macchina. Da quel percorso nasce l’inizio della guarigione, e di un sodalizio sportivo che farà la storia dell’automobilismo italiano
Nel 2020 Patrizia Perosino 64 anni e Veronica Verzoletto 28 sono diventate campionesse italiane nella classifica...
Nel 2020, Patrizia Perosino, 64 anni, e Veronica Verzoletto, 28, sono diventate campionesse italiane nella classifica femminile del rally. Nel 2022 hanno riconquistato il titolo (foto Mario Leonelli).

Questo articolo sugli attacchi di panico è pubblicato sul numero 1-2 di Vanity Fair in edicola fino al 6 gennaio 2025.

«Mi ero appena addormentata dopo mesi di notti insonni. Neanche il tempo di chiudere gli occhi e mi sveglio di soprassalto. Trovo mia figlia inginocchiata accanto al letto. Piangeva mentre mi diceva: “Ti sembra normale lasciarmi morire così, senza fare niente?”. Veronica non stava morendo: il tumore al cervello che pensava di avere era frutto di un’ipocondria spinta. E non era nemmeno vero che io non stessi facendo niente: la accudivo come e più di quando era piccola, anche se aveva 20 anni. Ma su una cosa aveva ragione: non avevo ancora trovato la chiave giusta per aiutarla. Quella notte, però, mi venne un’idea».Patrizia Perosino, classe 1961, valdostana trapiantata a Biella, parla con una voce sottile come la sua figura, i ciuffi di capelli corvini le nascondono gli occhi ma non lo sguardo: quello è sempre rivolto verso la figlia, Veronica Verzoletto, che siede accanto a lei, sul divano di casa, e gioca con la maglietta, copre e scopre le spalle a seconda dell’argomento. Insieme formano una celebre coppia del rally amatoriale italiano: l’unica composta da mamma e figlia, l’unica a essersi aggiudicata due volte il titolo nazionale, nel 2020 e nel 2022. L’unica, anche, ad avere con questo sport un debito cospicuo: sono state proprio le gare di rally a far riemergere Veronica dal buio che la inghiottiva.«Ho sempre avuto paura del buio», racconta la 28enne. «Da piccola avevo l’incubo di morire nel sonno. È come se, affievolendosi, la luce si portasse via il controllo che ho sulla mia vita». Il controllo è qualcosa che Veronica non ha mai smesso di cercare, a scuola (è laureata con lode in Giurisprudenza), nello sport (è stata un’agonista del tennis) e nell’unico ambito in cui non si può avere: in amore. «I miei si sono separati che avevo sei anni e mio fratello Federico quattro. Siamo cresciuti con la mamma, che viveva per noi. Ero così preoccupata di perderla e di restare sola che la obbligavo, ogni intervallo, a palesarsi davanti al cancello della scuola: dovevo vederla per sincerarmi che stesse bene. Era il mio unico punto di riferimento».Il padre, Stefano, imprenditore tessile, lo frequentava poco: «Lavorava sempre, spesso all’estero. Dal punto di vista economico, non ci ha mai fatto mancare niente. Ma, tante volte, ai suoi soldi avrei preferito un abbraccio».Nel tempo, il vuoto d’amore è diventato una voragine: «Non sono stata una bambina felice. Ero chiusa, in mezzo alla gente mi sentivo a disagio. Ero quella che, a scuola, camminava a testa bassa sperando di passare inosservata. Da adolescente ho sofferto di disturbi alimentari: non mi sentivo accettata, quindi non mi accettavo. Ne sono uscita grazie al tennis: quando mi rendevo conto di non avere energie sufficienti per giocare, piano piano tornavo a mangiare».A tennis Veronica ha talento, ma non vince: «Durante gli allenamenti andavo forte, mi facevano i complimenti, dicevano che avevo un braccio pazzesco. Poi in partita tremavo, e deludevo tutti. Ho mollato l’anno della maturità, per concentrarmi sullo studio, l’unico ambito che interessava a mio padre. Ci tenevo al suo giudizio».A 19 anni, dopo il diploma, Veronica si iscrive a Legge a Torino: non pratica più sport agonistico ma la spinta alla perfezione non la molla e lei la riversa sui libri, studiando fino a notte fonda. Un giorno comincia a provare un fortissimo mal di testa a cui si sommano altri disturbi: fiato corto, lampi negli occhi, senso di soffocamento. L’autodiagnosi è impietosa: tumore al cervello. A poco servono esami e screening medici di ogni tipo, tutti negativi. Lei è convinta di avere i giorni contati. Torna a casa per le feste di Natale, si stende sul divano e non si rialza per sei mesi. Patrizia ricorda: «Usciva solo per correre al Pronto soccorso. Andavamo una sera sì e una no. Quando i dottori le dicevano che non aveva niente, si calmava per dieci minuti, poi ricominciava da capo». Psicoterapia non la vuole fare, psicofarmaci non vuole prenderne: «Tanto a cosa servono, che sto per morire?».È stato con questa convinzione che una notte ha svegliato sua madre, rimproverandola di non occuparsi abbastanza di lei. È stata quella notte che a Patrizia è venuta in mente l’idea che avrebbe cambiato la vita di Veronica, per sempre: «La porto a correre in macchina con me».

A ogni competizione la coppia PerosinoVerzoletto devolve parte dellinvestimento degli sponsor al Fondo Edo Tempia...

A ogni competizione, la coppia Perosino-Verzoletto devolve parte dell’investimento degli sponsor al Fondo Edo Tempia, un’associazione piemontese che si occupa di lotta contro i tumori (foto Mario Leonelli).

Prima di sposarsi, molto prima di diventare madre, Patrizia era una ragazza indipendente amante del rischio (ha frequentato un corso per croupier) e della velocità. Figlia del giornalista sportivo Luigi Perosino, frequenta gli autodromi dacché ne ha memoria: «A sei anni, al circuito di Le Castellet, mi ero persa nei box a osservare i meccanici. Hanno dovuto chiamare i miei genitori con il megafono perché mi venissero a recuperare! Già allora le auto mi appassionavano. Tempo dopo, prendere la patente per me è stata una passeggiata: ho fatto l’esame da privatista, senza neanche lezioni di guida. Ero portata, come un bravo disegnatore sa usare la matita io sapevo spingere i pedali. Quando nel 1993, grazie a un amico, ho avuto l’occasione di provare una macchina da corsa non me la sono fatta sfuggire: l’adrenalina della velocità mi ha conquistata subito e non ho più smesso, salvo una pausa di qualche anno quando sono nati i bambini».Correre per Patrizia è terapeutico: «Quando salgo in macchina dimentico le paure del quotidiano, incluse “sarò una buona madre?”, “avrò preso la decisione giusta per i miei figli?”. Dimentico i pregiudizi maschili che vedono noi donne guidatori di serie B – sì, è ancora così, posso garantirlo. Mi scordo persino degli acciacchi fisici. Divento sicura di me stessa, cosa che nella vita non sono stata mai».E così, il giorno dopo la notte in bianco di pianti e di paure, Patrizia prende sua figlia per mano e la porta in macchina con sé. Le affida il ruolo di navigatrice, ovvero la persona che sta accanto al pilota per spiegare ogni centimetro della strada e indicare, nel dettaglio, le mosse da compiere. Destinazione: Rallye Sanremo, una delle corse più difficili, con curve strette e passaggi a strapiombo sul mare. Inizialmente riluttante, Veronica si lascia convincere da un pensiero non proprio ottimista: «Tanto io sto per morire, magari oggi io e la mamma ce ne andiamo insieme».Le prime ore, l’esperimento si rivela un disastro: «Continuava a ripetere che si sentiva mancare», ricorda Patrizia. «Infilare il casco, una tragedia: “Soffoco”, gridava. A complicare le cose, una pioggia torrenziale. Io ero in preda a un mix di emozioni: da un lato, temevo di mettere la vita di mia figlia in pericolo, perché quella corsa è davvero ostica. Dall’altro, ero consapevole che non potevo mollare: dovevo far qualcosa per tirarla fuori dalla palude emotiva in cui stava affogando. In tutto questo, la priorità era rimanere vigile per non sbandare».A metà strada, il miracolo: per la prima volta dopo mesi Veronica non sente più male alla testa, non soffoca, non pensa alla morte. «Dovevo stare così concentrata sulle indicazioni da dare a mia madre alla guida che ho distolto la mente da tutto il resto. Lì ho capito che non poteva trattarsi di tumore al cervello o i sintomi non sarebbero spariti così all’improvviso». Patrizia aggiunge: «Quel giorno l’ho rivista sorridere dopo tanto, e quando non mi guardava, io piangevo di gioia. Quel giorno, sono rinata anch’io con lei».Alla prima gara ne è seguita un’altra, poi un’altra ancora, ciascuna delle quali ha allontanato le ombre di qualche chilometro. Nel 2020 mamma e figlia sono diventate campionesse italiane nella categoria femminile. Nel 2022 hanno riconquistato il titolo. Come gesto di riconoscenza verso uno sport che ha ridato loro la voglia di vivere, l’ormai celebre coppia Perosino-Verzoletto devolve a ogni competizione una percentuale dell’investimento degli sponsor all’associazione Fondo Edo Tempia, che si occupa di lotta contro i tumori: «Così aiutiamo chi un tumore ce l’ha davvero».Oggi, gli attacchi di panico per Veronica sono un ricordo lontano. Nemmeno un po’ d’ansia prima delle gare? «No, nemmeno. Forse solo un filo di apprensione appena sveglia la mattina, ma passa subito. Quando il semaforo comincia a lampeggiare sono tranquilla: 5-4-3-2-1, infilo il casco e mi sento invincibile».


Tragedia di Conc’e Oru, la moglie di Ingrosso: «Ridatemi la piastrina del mio Toto» Il capitano dell’Esercito era a bordo dell’aereo precipitato nel 1979 sui monti di Capoterra

 E poi  mia  madre  come   credo  anche se  le  vostre  ( anche    se non  vivete   più con loro ma  avete  lasciato  delle  cose nella  vostra    camera  )   madri  mi  rimprovera    e  ....   perchè conservo   oggetti  o ninoli     come  li chiama  lei   .  Ogetti  che    ,  come  nel  caso della storia   che  trovate  sotto   ( presa  dall'unione  sarda  del  18     c.m  )    sono  legati   alla vita   e  al  ricordo   di una  persona  morta   .

di cosa  stiamo  parlando
Lo schianto di Capoterra: 31 vittime e tanti dubbi su quel volo tragico







non è vero ma ci credo La statua tabù della Banca d'Italia: perché a Palazzo Koch nessuno ci passa dietro

 il  mesagero.it  tramite msn 




Roma ci sono tantissime opere che si fanno notare per la loro bellezza, e altre che diventano leggenda. È il caso dell’Abisso, una misteriosa statua conservata nell’atrio di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia:


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Roma ci sono tantissime opere che si fanno notare per la loro bellezza, e altre che diventano leggenda. È il caso dell’Abisso, una misteriosa statua conservata nell’atrio di Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia: un gruppo marmoreo che in pochi osano guardare troppo da vicino. Il motivo? Secondo una curiosa superstizione interna, chi la sfiora rischierebbe… di precipitare nella carriera.

Photo Credits: Annarita Canalella; music by Korben MkdB

18.12.25

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXII PER RICONOSCERE LA PAURA VA ALLENATO IL CORAGGIO

La prudenza è l’arma più efficace, sempre. Ma è importante anche allenare il coraggio, che – bene intesi – non significa diventare impavidi, ma imparare a muoversi nonostante la legittima paura, che è una reazione naturale e serve a proteggerci. Il coraggio nasce quando impariamo a riconoscere proprio la paura, quando la guardiamo in faccia e la usiamo come una bussola preziosa invece che come un freno. Ecco perché l’allenamento è importante, così come è importante conoscere il proprio corpo e quelle che possono essere le sue risposte. Quando il cuore accelera, per esempio, o quando le mani sudano e il respiro si fa corto, è perché il corpo sta preparando l’energia necessaria. Non esiste un libre$o di

istruzioni, naturalmente, ma è consigliabile respirare a fondo, radicare i piedi bene a terra, sentire il proprio peso e il proprio baricentro. Più ci si abitua a restare presenti e legati alla realtà, più si riduce lo spazio che viene concesso all’ansia. Non a caso nei corsi di autodifesa “dal vivo” si lavora proprio su questo aspetto, non tanto sul colpire e attaccare, quanto sul restare lucidi e presenti quanto più possibile. Per allenarvi, ci sono esercizi semplici che potete svolgere: per esempio, camminare di no$e lungo una strada poco illuminata, naturalmente accompagnati e in totale sicurezza, alzare lo sguardo invece di abbassarlo, parlare a voce ferma con uno sconosciuto che accidentalmente invade il vostro spazio. Sono piccole prove quotidiane che sono in grado di insegnare al cervello che non tu#o ciò che fa paura è realmente pericoloso. Praticare l’allenamento del coraggio peraltro è un gesto che può diventare collettivo. Lo si impara anche quando si guardano altre donne che a$rontano le stesse paure che provate voi. Si impara anche sostenendosi a vicenda, raccontandosi vicendevolmente le proprie esperienze e trasformando quella che potrebbe essere ingiustamente percepita come vergogna in forza. Perché  il coraggio è anche presenza e condivisione. E voglia di difendersi e di mettersi al riparo


Infatti  molti psicologici      e   studi  di psicologia (  vedere  url  sotto ) confermano quanto detto nelle righe precedenti da Antonio bianco . Ecco che   riconoscere la paura e affrontarla, è fondamentale allenare il coraggio. Questo processo richiede consapevolezza, riconoscimento e accettazione delle proprie paure. Ecco alcuni passaggi chiave per riconoscere e affrontare la paura:

  1. Sviluppare il coraggio: Comprendere che il coraggio è il compiere azioni che spaventano e che la paura è un'emozione utilissima per la guida.
  2. Utilizzare l'intelligenza emotiva: Scegliere risposte efficaci in situazioni di paura, evitando reazioni automatiche.
  3. Trasformare la paura in alleata: La paura può diventare un'alleata se usata per crescere e ascoltare il proprio intuito. 

Questi passaggi possono aiutare a riconoscere e affrontare la paura in modo più efficace, portando a una maggiore consapevolezza e a un coraggio più forte.





L’ANSIA DELLE FESTE: QUANDO LA FELICITÀ METTE SOTTO PRESSIONE Pillole di psicologia I consigli del famoso terapeuta Gerry Grassi

Chiara* arriva in seduta pochi giorni prima di Natale. «Tutti sono felici, io invece mi sento so"o pressione. Devo essere serena, devo godermi le feste, ma dentro sento solo ansia». Le sue parole raccontano una condizione molto più di$usa di quanto si pensi: l’ansia da vacanze natalizie. Il periodo delle feste, simbolo di convivialità e riposo, può amplifcare tensioni, aspettattive. Le luci, i regali, i sorrisi dei social diventano un promemoria di ciò che manca:
relazioni autentiche, tempo per sé o la libertà di non dover essere felici a comando.L’ansia delle feste nasce dall’incontro tra tre fa"ori: il sovraccarico di stimoli (impegni, spese, viaggi), l’idealizzazione della felicità e la ria"ivazione di vissuti familiari irrisolti. La mente, invece di riposare, entra in uno stato di vigilanza, teme di non essere all’altezza del Natale. Come lavoro terapeutico a Chiara propongo due strategie.

STRATEGIA 1 – La mappa delle aspettative: insieme analizziamo cosa sente di “dover” fare per forza durante le feste e cosa sceglierebbe davvero. Spesso emerge una distanza tra ciò che desidera e ciò che pensa di dover rappresentare. Ridurre questa distanza significa tornare padroni del proprio tempo emotivo.

STRTEGIA 2 – Il rito del silenzio: ogni giorno, anche per dieci minuti, invito Chiara a sospendere musica, notidche e conversazioni. Uno spazio di vuoto per ritrovare il contatto con se stessa. È sorprendente come, nel silenzio, l’ansia perda forza e riemerga la presenza.

Clinicamente, questo periodo natalizio rivela un paradosso molto interessante: più cerchiamo di “costruire” la felicità, più rischiamo di perderla. La serenità non nasce da come dovrebbe andare il Natale, ma da come scegliamo di viverlo, anche se è imperfetto, anche se non corrisponde all’immagine ideale. A volte, il regalo più grande che dobbiamo farci è concederci il permesso di non dover essere felici a tutti i costi.




*I nomi e i riferimenti presenti sono stati modificati per garantire la riservatezza e l’anonimato del caso.

                                                 gerry.grassi@gmail.com




Aggiungo che L'ansia durante le feste di Natale è un fenomeno comune, spesso dovuto a aspettative irrealistiche e pressioni sociali. È importante affrontare questo periodo con equilibrio e rispetto per i propri bisogni. Ecco alcuni consigli per gestire l'ansia e godere al meglio delle festività:

  • Ridimensiona le aspettative: Non ci sono regali perfetti o famiglie perfette. Concentrati su ciò che è significativo per te.
  • Pianifica senza strafare: Lascia spazi liberi per riposarti e goderti momenti di tranquillità.
  • Ristruttura i pensieri stressanti: Scegli momenti di gioia e non ti limiti a "non piacere a tutti".
  • Mantieni i tuoi spazi personali: Anche durante le feste hai diritto a momenti solo per te.
  • Dici "no": Non tutto è essenziale e necessario. Stabilisci priorità chiare e prenditi cura di te stesso.

Se l'ansia persiste, considera di consultare un professionista della salute mentale per supporto e miglioramento.

17.12.25

Per 33 anni 'ostaggio' dell’Italia dove è nata e cresciuta, ora è finalmente apolide: il decreto del Viminaleente apolide: il decreto del Viminale ., Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti



ecco dopo la precedente ecco altre due storie d'assurde






 decreto del Viminale

(Adnkronos) – E’ arrivato un provvedimento che fa giustizia in una storia che si trascinava da troppi anni. A Suada Hadzovic, trentatré anni vissuti tutti in Italia fin dalla nascita, un decreto del Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno ha riconosciuto lo status di apolide. Una conquista, quella attestata nel documento che porta la data del 9 dicembre in possesso dell’Adnkronos, che la libera da una condizione di surreale costrizione, di fatto ostaggio del Paese in cui è nata e cresciuta perché impossibilitata ad avere un documento, il passaporto o anche solo la carta d’identità valida per l’espatrio. La storia di Suada era stata denunciata dall’agenzia di stampa più di un anno fa, a novembre 2024, evidenziando le conseguenze grottesche di un ‘buco’ di legislazione in cui è finita per la sola ‘colpa’ di un percorso di vita difficile, complicato ulteriormente dal cortocircuito di una burocrazia che ha prodotto un evidente paradosso. Oggi, il provvedimento amministrativo che le restituisce la libertà.
Suada Hadzovic nasce ad Albano laziale il 21 ottobre 1992, da due genitori stranieri di origini slave ma anche loro nati in Italia. Il padre, nato il 10 ottobre 1975 sempre ad Albano laziale e di nazionalità serba, muore il 16 ottobre del 2000, quando Suada ha 8 anni. La madre, sempre di nazionalità serba e nata a Torino il 29 luglio del 1975, decide alla morte del padre di affidare Suada a una casa famiglia, la Comunità 21 marzo di Terracina. Da questo momento, entra in gioco come tutrice legale un assistente sociale. Quando ha 14 anni, Suada viene trasferita in un’altra casa famiglia, la Comunità Domus Bernadette, a Roma.
Al compimento del diciottesimo anno di età, in base alla legge 91 del 5 febbraio del 92, Suada avrebbe avuto il diritto di diventare cittadina italiana presentando una semplice dichiarazione di volontà all’Ufficio di Stato Civile del comune di Roma. Il problema è che il Comune di Roma non manda la relativa comunicazione nei sei mesi precedenti, come avrebbe dovuto fare in base all’art. 33 della legge 98/2013, e la tutrice legale non informa Suada di questa possibilità. La conseguenza è che al compimento del diciannovesimo anno di età la ragazza perde il diritto alla cittadinanza. Nel 2010 Suada ottiene il suo primo permesso di soggiorno in cui viene erroneamente indicata la cittadinanza serba, deducendola evidentemente dalle origini dei genitori. E qui c’è l’altro snodo chiave della vicenda. Perché la Serbia, come risulta dalla comunicazione ufficiale dell’Ambasciata serba in Italia, dichiara esplicitamente che Suada Hadzovic non è cittadina serba. Del resto, non ha mai messo piede in Serbia ed è vissuta in Italia fin dalla sua nascita.
Nel corso degli anni, Suada e i legali ai quali si è rivolta tentano diverse strade, incluse la richiesta di cittadinanza per residenza e la richiesta dello status di apolide. Ma tutte le istanze si infrangono su sentenze di Tribunale che non indicano mai una soluzione al problema. “Fatto sta che mi ritrovo a 32 anni prigioniera di un Paese, in cui sono nata e in cui vivo da sempre, che non mi riconosce come cittadina e che sostiene io sia cittadina di un altro Stato in cui non ho mai messo piede”, sintetizzava con amarezza un fa, in attesa di rivolgersi al prossimo legale e di fare l’ennesimo tentativo per uscire dalla sua condizione di ostaggio. Diventata adulta, con un compagno e un figlio italiani, rimane senza nazionalità e senza cittadinanza, priva di passaporto e con una carta d’identità che continua a recitare la dicitura ‘non valida per l’espatrio’. Da oggi, però, lo status di apolide libera Suada Hadzovic dalla sua condizione e le restituisce, finalmente, il diritto a muoversi anche fuori dall’Italia. (Di Fabio Insenga)

cronaca webinfo@adnkronos.com (Web Info)


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Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti



(Foto: Facebook)© Social (Facebook etc)

(Foto: Facebook) Sputa la foglia che gli era finita in bocca per il vento, 86enne riceve una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti© Social (Facebook etc)
Si era seduto su una panchina, gli è finita una foglia in bocca a causa del vento, l'ha sputata per strada e ha ricevuto una multa di 285 euro per abbandono di rifiuti. È la disavventura di un uom di 86 anni, RoyMarsh, fermato da due agenti che hanno visto il gesto. Accade a Skegness, in Inghilterra«Inutile e sproporzionato»
L'anziano ha denunciato alla BBC l'accaduto, definendolo «inutile e sproporzionato». La sanzione, dopo un ricorso, da 285 euro (circa 250 sterline, ndr) sarebbe dovuta essere ridotta a 170 euro (150 sterline), ma l'86enne ha dovuto comunque pagare l'intero importo.
Secondo il consigliere della contea Adrian Findley, si tratta di uno dei tanti casi in cui gli agenti hanno calcato la mano laddove non ce n'era il bisogno. Il consiglio distrettuale di Eat Lindsey ha dichiarato alla BBC che gli agenti avrebbero fermato solo chi è stato visto «commettere reati ambientali».

MA IN CHE PAESE VIVIAMO? I DELINQUENTI SONO A PIEDE LIBERO E CHI DENUNCIA IL RACKET È COSTRETTO A FALLIRE STORIA DI MAURIZIO DI STEFANO, 59ENNE COSTRETTO A CHIUDERE IL RISTORANTE A BOLOGNA DOPO CHE LO STATO RIVUOLE INDIETRO I 150MILA EURO CHE GLI AVEVA DATO PER RICOMINCIARE FUORI DALLA SICILIA.

 da  dagospia  del  17\12\2025

MA IN CHE PAESE VIVIAMO? I DELINQUENTI SONO A PIEDE LIBERO E CHI DENUNCIA IL RACKET È COSTRETTO A FALLIRE -
 LEGGERETE LA STORIA DI MAURIZIO DI STEFANO, 59ENNE COSTRETTO A CHIUDERE IL RISTORANTE A BOLOGNA DOPO CHE LO STATO RIVUOLE INDIETRO I 150MILA EURO CHE GLI AVEVA DATO PER RICOMINCIARE FUORI DALLA SICILIA. IL MOTIVO? "I MAFIOSI CHE MI IMPONEVANO IL PIZZO A CATANIA SONO STATI CONDANNATI PER USURA AGGRAVATA E NON PER ESTORSIONE. SONO VITTIMA DELLO STATO PER DUE VOLTE: PRIMA MI HA PORTATO A ESEMPIO PER QUANTI NON SI PIEGANO AL RACKET, ORA LO STESSO STATO MI TRATTA COME UN BANDITO…” 

Estratto dell’articolo di Alfio Sciacca per il "Corriere della Sera"

 

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Dieci giorni fa ha chiuso per sempre il suo ristorante a Bologna.

Si chiamava «Liccu», che sta per goloso ed era un rifugio dove gustare tutte le specialità della rosticceria e della pasticceria siciliana. Ma era anche il segno tangibile di una storia di riscatto. Il titolare, Maurizio Di Stefano, 59 anni, aveva infatti avviato l’attività con i fondi per le vittime di estorsione. 

Circa 150 mila euro che ora lo Stato vuole indietro. «L’Agenzia delle Entrate mi ha notificato una cartella esattoriale per lo stesso importo». Perché? «La motivazione è che i mafiosi che mi imponevano il pizzo sono stati condannati per usura aggravata e non per estorsione ».

 

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Di Stefano ha provato ad opporsi, ma ha dovuto fare i conti con un’altra faccia dello Stato: la lentezza della giustizia. «La prima udienza del ricorso in sede civile è stata fissata per gennaio 2027 —racconta—. L’opposizione non sospende la cartella e quindi ora devo pagare, poi si vede. Ma io non ho dove prenderli 150 mila euro. Se non pago mi viene pignorato tutto, anche il conto corrente. Non mi resta che chiudere, vendere il ristorare e provare a racimolare i soldi per pagare la cartella». 

Tanta la rabbia. «Prima lo Stato mi ha portato ad esempio per quanti si piegano al racket, ora lo stesso Stato mi tratta come un bandito e ruba il futuro mio e della mia famiglia. In Italia si dicono tante belle parole, ma poi la realtà è questa e te la sbattono in faccia senza tanti scrupoli. Mi sento tradito due volte».

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 La storia di Maurizio Di Stefano comincia oltre 20 anni.

In Sicilia era la stagione della rivolta dei commercianti contro la mafia del «pizzo». E lui fu uno dei protagonisti. All’epoca viveva a Catania dove gestiva due librerie: una all’interno dell’aeroporto, l’altra in centro città. Attività che, come tante in quegli anni, finirono nel mirino della mafia. In particolare della temuta famiglia Nizza […] Gli imponevano di pagare 800 euro al mese di «pizzo». Più l’obbligo di accettare e scambiare un giro di assegni strani che erano anche una forma di usura. Fino a quando Di Stefano non decise di ribellarsi, denunciando e facendo arrestare alcuni dei suoi aguzzini.

 

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«[…] Nel 2018 decisi di chiudere con la Sicilia e di ripartire con una nuova attività qui a Bologna». Di Stefano aveva ripreso in mano la sua vita. Tutto sembrava filare liscio. «L’attività in questi anni è andata benissimo —spiega —. Il locale era sempre pieno.

Pensavo di essermi lasciato per sempre il passato alle spalle. E invece all’improvviso lo Stato si è rifatto vivo trattandomi come un lestofante».

 

Oltre alla rabbia c’è anche tanta amarezza. «A suo tempo erano in tanti che mi davano coraggio e mi dicevano che avrei potuto contare sul loro aiuto. Sono spariti tutti. […]».

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 Di Stefano sostiene che il processo ai suoi estorsori non sarebbe mai cominciato. «Sono andati avanti con il processo per usura — spiega — mentre quello per estorsione non si è mai capito che fine abbia fatto». Non gli resta che fare i conti con la solitudine.

[…]

Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare» Al lavoro anche se in età di pensione .,


Anche la vecchiaia è vita
 Essa non indica soltanto l'esaurirsi di una sorgente dalla quale non sgorga più nulla , bensì è essa stessa vita, con una propria configurazione e in proprio valore
          ( Romano Guardini )

unione  sarda 16\12\2025   estratto 


Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare»Al lavoro anche se in età di pensione: gli over 70 che non hanno deposto il camice bianco sono una piccola e fondamentale pattuglia sul territorio

Emergenza medici, nel sud dell’Isola un drappello di veterani ancora in servizio: «Il riposo può aspettare»Al lavoro anche se in età di pensione: gli over 70 che non hanno deposto il camice bianco sono una piccola e fondamentale pattuglia sul territorio

(foto (Ansa)



Il dottor Paolo Piras è un medico di famiglia in servizio permanente effettivo, praticamente un veterano. Settantaquattro anni, natali a Seui, è in pensione dal febbraio 2021 e ha risposto sì alle chiamate dell’Asl di Cagliari e di Lanusei. «Non ho fatto domanda per restare al lavoro, mi è stata chiesta la disponibilità». Non ha mai smesso di lavorare un giorno, e oggi, nel suo ambulatorio di Sadali, continua a ricevere i pazienti del paese e del territorio.
Lui è uno dei medici over 70 che non hanno deposto il camice bianco. Sono una piccola pattuglia in tutto il sud Sardegna, l’area più popolosa che, sulla mappa desolante delle 470 sedi vacanti in tutta la regione, conta decine di ambulatori chiusi e decine di migliaia di persone (470mila in tutta l’Isola) senza medico di base.
LA MAPPA – Una desolazione che – per restare nel versante meridionale - va dal Sulcis Iglesiente (1.500 pazienti non coperti solo tra Giba e Piscinas) ai paesi del Medio Campidano, dai paesi intorno a Cagliari fino al Sarcidano e alla Barbagia di Seulo. Territori in parte distanti dagli ospedali e dai pronto soccorso, con una popolazione anziana e quindi con un carico di malattie croniche che richiederebbero migliore assistenza. Dopo che la Corte Costituzionale ha respinto il ricorso del governo contro la legge regionale (prorogata per tutto il 2026) che dà modo alle Asl di richiamare in servizio i medici di base in pensione (o chiedere di restare a quelli prossimi alla quiescenza) per fronteggiare i vuoti dell’assistenza, i dottori più anziani restano una risorsa fondamentale per scongiurare il collasso definitivo delle cure primarie. Ancor più perché – a fronte del numero enorme di pensionamenti, che entro il 2030 conterà in Sardegna l’uscita di almeno 600 camici bianchi – i giovani non scelgono più questa specializzazione, e i pochi che ci sono rifiutano le sedi disagiate.

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utopia

  vero. ma le utopie aiutano a vivere meglio nella speranza di vederle realizzate. chi è senza speranza è un uomo morto.