Enrico Deaglio C'era una volta in Italia. Gli anni sessanta
lettura scorrevole . un po' nostalgico e anedottico . Ottimo dosaggio tra memooria personale e documentazione Con un ritmo serratissimo, Deaglio racconta gli intrecci, le trame sotterranee e le svolte inaspettate del nostro racconto collettivo, mentre in sottofondo ci sono le canzoni, la moda, i film che hanno cambiato il volto del Paese.Tutti sono concordi: non c’era mai stato niente come quel decennio, e quelli successivi non avrebbero potuto essere senza di loro. Gli anni sessanta, primo volume
di una storia italiana che arriverà fino ai giorni nostri, vivono ancora adesso nella nostalgia e nel mito: nelle canzoni trasmesse alla radio, negli armadi o nelle cantine dove non ci si riesce a liberare di un eskimo o di una vecchia minigonna di pelle scamosciata, o nei cassetti dove ricompaiono gettoni del telefono, monete da dieci lire, biglietti di concerti, il congedo illimitato provvisorio, copertine di 45 e di 78 giri… La stragrande maggioranza degli italiani di oggi è nata dopo la guerra, tutti dunque, direttamente o dai racconti di chi c’era di chi come i mie genitori ( 1941 mio padre 1943 mia madre ) ci sono cresciuti , sappiamo qualcosa di quel lo che ii nostalgici chiamano “decennio favoloso” che ci ha visto camminare insieme a Fellini, Visconti, Togliatti e Moro, Mina, Monica Vitti, Claudia Cardinale, Rita Pavone, Catherine Spaak; correre insieme ad Abebe Bikila e Gigi Riva, leggere insieme a Italo Calvino, Leonardo Sciascia, Natalia Ginzburg e Gabriel García Márquez. Mentre crescevamo, sono morti il campionissimo Fausto Coppi, il papa buono Roncalli, il presidente americano John Kennedy e suo fratello Bob; persone che avrebbero cambiato l’Italia come l’utopista Adriano Olivetti e l’industriale visionario Enrico Mattei. Sono morti anche il comandante Guevara, monaci buddhisti in Vietnam, il pastore Martin Luther King e Jan Palach, il prete con gli scarponi don Milani; altri crescevano senza essere visti, i Buscetta, i Sindona, “la linea della palma”. Ci facevano paura con la bomba e le guerre, ma ragazzi e ragazze incominciarono a dire “basta”, il cinema e la musica erano avanti (e di molto) sul mondo antico che ci governava, fatto di vecchi generali, vecchi politici, vecchi magistrati, vecchi professori, vecchi fascisti che trovarono, alla fine di quella favola, il modo di vendicarsi. E fecero scoppiare la bomba di Milano, con cui gli anni sessanta finirono. E non ci fu più l’innocenza. E dire che, prima, almeno per un attimo, tutto il futuro era sembrato possibile. Credo che mi comprerò appassionato di storie e di storie mi comprero gli altri volumi ad iniziare da C'era una volta in Italia. Gli anni settanta, Milano, Feltrinelli, 2024, ISBN 978-88-07-17464-3 per capire e far capire ad eventuali figlie e nipoti come si è passati dalla ribellione al riflusso ed all'edonismo Berlusconiano .
Per chi ha vissuto in prima persona quel decennio, la narrazione che Deaglio fa degli anni sessanta costituisce un tuffo nella memoria individuale e collettiva di un Paese che – diversamente da un’Italia odierna più agiata e socialmente più povera – costituiva una comunità che in gran parte aveva cura reciproca e senso di solidarietà. L’Autore non manca di sottolineare le ombre e le nefandezze del neofascismo e dei servizi segreti, dati oggettivi che quindi è difficile contestare. Chi già c’era avrà l'occasione di fare un ripasso degli avvenimenti più significativi, oltre a ritrovare la propria gioventù. Chi invece ancora non c’era scoprirà un formidabile libro di storia e sicuramente si porrà più d’una domanda.
Fin da bambini generalmente ci raccontano che se sbagli prendi un brutto voto; se sbagli non vieni promosso e non fai carriera, in certi casi addirittura perdi il lavoro; se sbagli perdi la stima degli altri e anche la tua. Sbagliare è violare le regole, sbagliare è fallire. Per l’ignoranza, se possibile, i contorni sono ancora piú netti: l’ignoranza relega alla marginalità. E quando si passa dalla definizione della condizione (ignoranza) all’espressione che indica il soggetto in quella condizione (ignorante), il lessico acquista il connotato dell’offesa. In realtà, l’errore è
una parte inevitabile dei processi di apprendimento e di crescita, e ammetterlo è un passaggio fondamentale per lo sviluppo di menti aperte e personalità equilibrate. Cosí come osservare con simpatia la nostra sconfinata, enciclopedica ignoranza è spesso la premessa per non smettere di stupirsi e di gioire per le meraviglie della scienza, dell’arte, della natura. Infatti Biasimare gli errori e stigmatizzare l'ignoranza sono considerate pratiche virtuose. Necessarie. G.Carofiglio prendendo spunto da aneddoti, dalla scienza, dallo sport, da pensatori come Machiavelli, Montaigne e Sandel, ma anche da Mike Tyson, Bruce Lee e Roger Federer, Gianrico Carofiglio ci racconta la gioia dell'ignoranza consapevole e le fenomenali opportunità che nascono dal riconoscere i nostri errori. Imparando, quando è possibile, a trarne profitto. Una riflessione inattesa su due parole che non godono di buona fama. Un'allegra celebrazione della nostra umanità. Infatti non sempre l'errore e l'ignoranza sono negativi ma costruttivi di un opera d'arte
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sto sentendo e sto leggendo ottime recensioni sia del film , che del libro d'esso tratto , La vita da grandi film italiano del 2025 diretto da Greta Scarano al suo debutto alla regia, ispirato al libro autobiografico Mia sorella mi rompe le balle. Una storia di autismo normale dei fratelli Damiano e Margherita Tercon.
Credo andrò a vederlo se lo portano al cinema cittadino o lo vedrò o piratamente in streaming o sulle web tv netflix o prime
Gaia è una sopravvissuta.Per mesi è stata vittima delle violenze fisiche, verbali e psicologiche del suo ex. È stata presa a calci e pugni, pedinata con l’aiuto di due due complici, sequestrata. L’uomo - se così si può chiamare - ha anche tentato di ucciderla gettandola dal Belvedere di Pozzuoli.Gaia è una vittima di femminicidio che solo per miracolo, per tenacia, per fortuna, il suo femminicida non è riuscito a portare a termine.Porta sul volto solo una minima parte dei segni dell’orrore che ha subito da parte dell’ennesimo maschio che non si rassegna al rifiuto, alla fine di una relazione.Lui è stato arrestato (ma non i complici. E poi per quanto tempo?)Lei con estremo coraggio ha deciso di mostrare pubblicamente i suoi lividi apparenti perché tutti possano vederli. Non essere morta, per Gaia, significa essere e sentirsi ancora un bersaglio, vivere nel terrore. Anche questa è una forma di femminicidio.Certa gente, certi ministri del nulla, certi negazionisti, certi mestatori d’odio, davanti a questo volto, a questa storia, a questa dignità, dovrebbero solo vergognarsi.Dobbiamo rovesciare tutto.
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Stanca di ricevere quotidianamente una valanga di odio in rete, insulti sessisti, caricature sessualizzate, violenza verbale a palate, la Presidente della Regione Umbria Stefania Proietti ha fatto una cosa semplicissima.
Ha deciso di denunciare tutti.
Stamattina ha presentato alla Polizia postale una denuncia ufficiale nei confronti di tutti i suoi hater, con conseguente richiesta di risarcimento danni per sé e l’istituzione che rappresenta. Il tutto sarà devoluto in beneficenza.
È ora che questo letamaio da tastiera sia trattato per quello che è e risponda della propria miseria. Non le perdonano di avere vinto, di essere capace, di sinistra e pure donna.Quattro cose che la destra-destra non riesce proprio a tollerare, in una delle poche regioni d’Italia in cui (per fortuna) non governa. Massima solidarietà e vicinanza alla Presidente Proietti. Vada fino in fondo.
Lo psicoanalista: tra gli uomini resistono pregiudizi e stereotipi mentali. Su tutti quello che la donna è un trofeo da possedere (Open)
Vittime di femminicidio, cioè la morte di una donna progettata da un uomo perché si rifiutava di agire secondo le sue aspettative. Ammazzate da ex, fidanzati, mariti, compagni.(Domani)
L’antropologo Mario Pollo riflette sui femminicidi che coinvolgono giovani: la mancanza di educazione all’interiorità e ai sentimenti rende i ragazzi incapaci di gestire il rifiuto. Serve riscoprire il senso della vita e la relazione con l’altro (SIR-Servizio Informazione Religiosa)
Da quel che leggo anzi meglio sfoglio , alla ricerca di sfatti e storie o altri articoli interessanti di dibattito sui media e social su gli ultimi due ( per ora ) femminicidi mi rendo sempre più conto che il discorso ( Ⅰ testoⅠⅠ video ) della Manocchi fatto qualche giorno fa a Propaganda live su la 7 viene conferma sia la mia elaborazione di un articolo trovato su msn.it che trovaste sotto sia che è il linguaggio o meglio la narrazione di come tali fatti vengano riportati sui : media , soiciale e blog compresi .
Nonostante la loro frequenza e la portata mediatica che hanno alcuni casi più di altri, che arrivano a manipolare l’opinione pubblica e il dibattito collettivo per giorni e giorni, abbiamo ancora difficoltà enormi nella comunicazione che – ricordiamolo – nel caso dei femminicidi e di violenza non solo fisica coincide completamente con la narrazione dei fatti. Infatti « si fa ancora molta difficoltà secondo quanto riportato in quest articolo di https://www.wired.it/ , a comprendere che sono ben pochi i casi in cui i femminicidi sono il frutto di raptus episodici e molto più di frequente, invece, rappresentano la conseguenza di una serie di fatti concatenati e regolamentati culturalmente. I movimenti femministi [ è questo è uno dei motivi chhe condivido , anche se sono critico verso certi asetti del femminismo come ho detto precedentemente ] e la loro copiosa produzione letteraria insistono da sempre sul fatto che il femminicidio è parte integrante di una struttura culturale che promuove la misoginia e la violenza sulle donne, un problema sistemico reso ancora più pericoloso perché normalizzato al punto da essere diventato invisibile. ».
Ma sappiamo anche molto bene che nella nostra società, la voce delle femministe e le loro analisi, seppur storicamente solide e consolidate, non trovano salvo rari casi un posto centrale nella formazione culturale ed è anche per questo motivo se non sono conosciute, lette o considerate. Infatti
Negli ultimi anni, la grande industria culturale del crime ci ha abituate e abituati ad un tipo di narrazione romantica che contribuisce alla confusione della diffusione di un problema. È accaduto anche nel caso solo per fare un esempio recente di Sara Campanella quando nelle prime ore dalla diffusione della notizia, abbiamo assistito a una narrazione profondamente sbagliata, dalle istituzioni alle forze dell’ordine, dai conduttori televisivi ai giornalisti. Fin dal primo giorno di cronaca abbiamo letto e ascoltato frasi come: “ha rifiutato le attenzioni di”, “non ha ricambiato l’amore”, “è stata vittima di un’affermazione di indipendenza che potrebbe essere stata fatale” oppure “il delitto è avvenuto per motivi sentimentali”. È tutto sbagliato.
Non si muore perché si rivendica troppa indipendenza, come ci è capitato e ci capita di leggere sui giornali . Troppa indipendenza per chi? E, soprattutto, dipendenza da chi?
E l’amore non è, e non può mai essere, un movente e quindi anche una giustificazione a meno che non si parli d'amore tossico \ malato ) per commettere un femminicidio. Dobbiamo imparare a riconoscere questo tipo di narrazione e soprattutto contrastarla perché veicola un concetto molto chiaro e pericoloso che ha attraversato l’intera storia delle donne: ovvero quello secondo cui le donne valgono meno, e se valgono meno è perché sono subordinate alla soggettività maschile. Se la violenza agisce, fino alla sua massima manifestazione che è la morte, è perché ci troviamo davanti a un processo di deumanizzazione, secondo cui disporre della vita delle donne significa di fatto negare loro il diritto di esistenza ma significa anche, cosa di cui ci dovremmo occupare urgentemente, pensare di avere il potere per farlo. E questo pensiero è sempre ricorrente nella volontà di un femminicida.
Esiste anche un’altra questione profondamente sbagliata e che ciclicamente si ripropone all’alba successiva di un nuovo femminicidio e consiste nella vittimizzazione secondaria della vittima. Non dovremmo mai cadere nell’errore di giudicare la capacità delle donne di riconoscere i segnali per tempo o la possibilità di denunciare o no, eppure è frequente leggere la domanda retorica: perché non ha denunciato prima?
Ci troviamo davanti a un fenomeno incredibile di persone adultee purtroppo non solo basta vedere certi testi rap o Trap o di quelli che con estrema facilità, puntano il dito contro le donne che non denunciano a tragedia avvenuta ma, prima, non sono capaci di interessarsi e prendersi cura delle questioni che riguardano la nostra società. Lo abbiamo visto anche con il dibattito scomposto scaturito da una serie come Adolescence, la cui vicinanza temporale e tematica con questi ultimi fatti di femminicidio è sorprendente.
A tal proposito, in questi giorni abbiamo letto che l’assassino di Sara Campanella, è un ragazzo molto giovane di 27 anni. Una precisazione: a 27 anni si dovrebbe avere già un bagaglio educativo importante che include la gestione della sfera emotiva: rabbia, dolore, rifiuto, fallimento, negazione. Imparare a gestire le emozioni negative è incluso o almeno dovrebbe essere in quella educazione sentimentale che oggi manca completamente, soprattutto nella crescita dei giovani maschi. È necessario iniziare da piccoli, dalla pre-adolescenza fino all’adolescenza. Ed è un lavoro che non può essere solitario o lasciuato all'improvvisazione di qualche coraggioso maestro\a , prof o educatore dal momento che dipende completamente dalla struttura culturale in cui siamo immersi. Se , come fanno notare quei pochi siti o media che ne parlano con spirito critico come il sito citato , continuiamo a mantenere una struttura sociale e culturale misogina e violenta che promuove una certa idea di maschilità, e una classe politica ( aggioranza ed oposizione ) che tutta chiacchere e distintivo ( cit ) che non riesce a fare una politica culturale seria se non solo aumentare le pene o strumentalizzare la cosa quando un femmnicidio avviene da stranieri o da nuovi italiani ( vedere il caso Sula ) , non solo condanniamo le donne a morte certa ma condanniamo anche i giovani uomini al soffocamento delle loro identità.
I media nazionali parlando degli Alfieri della Repubblica si sono dimenticati o hanno fatto passare in secondo piano questa notizia co un iccolo trafiletto in cronaca o in edizioni locali notizie come qqueste . Lo so che dovrebbe essere una storia normale , ma in un paese in cui i ragazzi d'origine straniera , nati e che crescono qui , no hanno ancora pieni diritti , fa si che tale storia sia
: « [...] Storia diversa per gente normale \ storia comune per gente speciale [...] » ( cit De Andreiana ) . Infatti enti bambini della attuale VB della scuola elementare Parini di Torino, tutti con background migratorio, sono stati nominati Alfieri della Repubblica con una targa dal Presidente Sergio Mattarella .
Leggo tale notizia da msn.it mi pare corriere della sera edizione torino l'articolo che sotto riporto
La candidatura è partita dalle loro stesse maestre, colpite dalla solidarietà che si era creata in classe nei confronti di un compagno con una grave disabilità. «So che il riconoscimento di Alfiere è individuale, ma nel percorso di crescita che queste bambine e bambini realizzano ogni giorno, come futuri cittadini italiani e del mondo, non posso sceglierne uno solo», ha scritto l’insegnante di sostegno Giorgia Rossino, segnalando la sua classe al Quirinale. «Io li guardo non solo con l’amore di una maestra, ma con la speranza nel futuro che loro possono regalare, nonostante tutti gli orrori che molti di loro sono costretti a sopportare». La notizia della nomina è trapelata nei giorni scorsi, diventata ufficiale con il comunicato della Presidenza della Repubblica. «È una storia eccezionale, unica, per le condizioni di questo bambino – commenta Massimo Cellerino, preside dell’Ic Torino II -, ma al contempo è anche esemplificativa del lavoro che le maestre fanno ogni giorno in questo istituto comprensivo per accogliere la diversità in ogni sua forma, che sia linguistica, culturale o fisica». Una storia che il Quirinale ha voluto premiare «per aver dato valore alla pluralità». Accanto ai 29 riconoscimenti per comportamenti individuali, il Presidente Mattarella ha conferito alla VB una delle 4 targhe per premiare azioni collettive di giovani e giovanissimi, anch’esse espressione dei valori di solidarietà, inclusione e accoglienza. «I bambini della VB provengono da ogni parte del mondo: Marocco, Egitto, Bangladesh, Senegal, Perù e Cina. Ciascuno di loro, pur avendo alle spalle vissuti talvolta complicati, si prende cura con amore e dedizione di un compagno di classe con disabilità», è scritto nella motivazione ufficiale. «Tutti hanno imparato a usare il puntatore oculare con cui lui comunica, tutti sanno cosa può e cosa non può mangiare o bere il compagno. Nei corridoi si scatenano con la sedia a rotelle spronandolo con il loro affetto genuino e proteggendolo da sguardi o parole indiscreti. A scuola stanno imparando una delle lezioni più preziose: il valore della diversità e della pluralità». L’Ic Torino II ha in media il 75% di alunni «nuovi italiani», con punte tra l’80 e il 90% nel plesso Parini di corso Giulio Cesare in zona Aurora. «I nostri alunni sono dei piccoli grandi eroi perché senza le stesse possibilità di altri compiono giornalmente, insieme ai loro genitori, piccoli grandi miracoli», commentano le maestre ancora frastornate dal riconoscimento. «A scuola coltiviamo l’educazione civica tutti i giorni, non solo parlando ma dando l’esempio di civiltà, democrazia, partecipazione e rispetto per l’essere umano di qualunque colore sia».
Vacanze ma non solo : indecisi per un viaggio verso una delle località con le spiagge più recensite o su un borgo meno quotato, forse non instagrammabile ma dove l’attività principale non è mettersi in fila o farsi strada tra la folla? Gli italiani sono a livello internazionale tra quelli con le idee più chiare su questa domanda: sono infatti sul podio dei viaggiatori che, secondo un sondaggio condotto da eDreams, tra le principali agenzie di viaggi online in Europa, preferirebbero visitare destinazioni secondarie ma tranquille rispetto a quelle più popolari (29% dei rispondenti). Non solo: 4 italiani su 10 eviterebbero di fare tappa in zone in cui sono già stati, classificandosi a livello internazionali tra i meno ripetitivi, secondi solo ai viaggiatori francesi (44%). La possibilità di esplorare luoghi meno affollati e unici è apprezzata soprattutto dagli Over 65 (44% delle risposte), dai 25 ai 34 anni a guidare è il prezzo più contenuto delle mete meno glam (37%), mentre i giovanissimi tra i 18 e i 24 anni prediligono nella scelta la facilità nel raggiungere una meta (27%). Dove fare rotta allora? Ecco 6 mete in giro per l’Europa.
ITALIA: SCHEGGINO, LA PERLA DELLA VALNERINA - Immerso nel verde della Valnerina, nell’Umbria più selvaggia e incontaminata, si nasconde il borgo di Scheggino, gioiello che con le sue strade acciottolate, le antiche case in pietra e i ristoranti accoglienti è in grado di conquistare i cuori - e il palato - dei viaggiatori alla ricerca di un soggiorno all’insegna della tranquillità. Ma non solo, Scheggino è anche meta per i più avventurosi: attraversato dal fiume Nera, si può fare rafting, escursioni e passeggiate nella natura umbra.
PORTOGALLO: UN TUFFO NELL’ATMOSFERA MEDIEVALE DI SORTELHA - Oltre alle celebri Lisbona e Porto, il Portogallo custodisce paesaggi mozzafiato e borghi di carattere dove il tempo sembra essersi fermato. Primo fra tutti Sortelha, un piccolo villaggio medievale incastonato su un promontorio roccioso, che ha conservato nel corso dei secoli la sua autenticità: tra case in granito e una maestosa fortezza del XIII secolo, visitare Sortelha significa fare un viaggio indietro nel tempo alla scoperta di un’atmosfera suggestiva - con un po’ di fortuna, si può assistere ad affascinanti rievocazioni storiche.
GERMANIA: TURISMO LENTO SUL LUNGOLAGO DI SCHAALSEE - Tra le meraviglie naturali che nasconde la Germania, il lago di Schaalsee è una delle gemme ancora fuori dai circuiti del turismo internazionale. Riserva della Biosfera UNESCO dal 2000, Schaalsee è la meta ideale per gli appassionati di escursionismo e cicloturismo grazie ai suoi caratteristici percorsi nella natura lacustre. E proprio sulle sponde del lago sorge Zarrentin am Schaalsee, una pittoresca cittadina che promette un’esperienza di viaggio lenta, seguendo i ritmi della natura.
SPAGNA: FUGA D’AMORE TRA LE LEGGENDE ROMANTICHE DI TERUEL - Per i più romantici, che sognano a occhi aperti storie di passioni impossibili, Teruel saprà rispondere ai loro desideri più profondi. Situata nel cuore dell’Aragona, questa caratteristica città fa da sfondo alla leggenda di Juan de Marcilla e Isabel de Segura, conosciuti come i Romeo e Giulietta spagnoli. E se un leggendario amore non bastasse per giustificare un viaggio qui, Teruel custodisce anche esempi grandiosi dell’architettura mudéjar e vanta una tradizione gastronomica impeccabile – imperdibile il Jamón de Teruél DOP, uno dei prosciutti più gustosi della Spagna.
REGNO UNITO: LE FORESTE DEL NORTH YORKSHIRE - Fra boschi incantati e lunghe distese di erica, le foreste del North Yorkshire sono una delle aree naturali più particolari del Regno Unito. Un paradiso per escursionisti e ciclisti, ma anche per chi sogna una fuga silenziosa dove ritrovare la propria pace interiore, le foreste del North Yorkshire sanno affascinare tutto l’anno. In estate si prestano a lunghe escursioni e campeggi sotto le stelle, in autunno e primavera la magia del foliage e delle fioriture regala sfumature variopinte, mentre in inverno si trasformano nello scenario perfetto per praticare sci di fondo tra i sentieri innevati.
FRANCIA: CONQUES, UN BORGO AUTENTICO NELLA NATURA - Se è vero che non si finisce mai di scoprire anche ciò che si pensa di conoscere, la Francia, tra i Paesi più visitati al mondo, può custodire gioielli ancora poco battuti. Conques, complice la sua posizione a ridosso di una montagna, è uno di quei luoghi dove il tempo si dilata: questo borgo medievale perfettamente conservato ha infatti mantenuto la sua autenticità, offrendo a chi sceglie di trascorrerci qualche giorno una vera e propria immersione nella storia e nella cultura tra capolavori architettonici, affascinanti case in pietra e panorami mozzafiat
per i miei post sui femminicidi mi hanno accusato d'essere effeminato e a favore della nazi femministe , ecc . Forse perchè nella strada fin qui percorsa , ho fatto miei alcuni caratteri del femminismo e mi batto per loro e sono contro i femminicidi e la cultura che c'è alla base .
Ma penso che la lotta contro tali cose dev'essere non a senso unico . Credevo che fosse chiaro dal mio post su fb ( che trovate sotto ) È incredibile come dopo anni ed anni di sensibilizzazione su qualunque tema la gente non abbia capito che le regole della sensibilizzazione dovrebbero valere per ogni singolo essere umano, non solo per la categoria sociale che va di moda al momento. Ovviamente il contesto mediatico/comunicativo non aiuta (visto che vive e si sostenta grazie alla polarizzazione), ma dovremmo iniziare ad affrontare i temi in maniera un pochino più strutturata, proprio per evitare di cadere nella banalizzazione che fa molti più danni di quello che crediamo.
Ma il caso Yasmina Pani [ foto in alto a sinistra ] lo dimostra .
Chi è Yasmina Pani? È una giovane donna, è una docente di linguistica e letteratura che si occupa anche di divulgazione online, ed è un'intellettuale critica verso i connotati sempre più tossici del movimento femminista. Yasmina Pani è inoltre la creator che nelle scorse settimane ha prodotto un video per la Fondazione Feltrinelli, in cui contestualizzava alcuni dei punti meno convincenti del femminismo odierno: un contributo apprezzato dalla stessa Fondazione, che lo ha approvato e caricato sui propri social, provvedendo tuttavia a rimuoverlo qualche giorno fa, a causa dei ferocissimi toni raggiunti: insulti, rimproveri, appelli alla vergogna, naturalmente tutti a firma di quanti, anzi quante, hanno una visione opposta a quella di Yasmina, una visione che diventa sempre imposizione, diventa puntualmente condanna e censura, là dove è incapace di considerare altre sensibilità.
L'inquisizione femminista ha dunque condannato in via definitiva Yasmina Pani, ha emanato un verdetto di stigmatizzazione e ha bollato questo essere umano come ignobile traditrice della causa, rendendola indegna dei più basilari diritti: in primis quello sacrosanto che invoca la libertà di espressione.
Come se non bastasse, Yasmina Pani ha anche subito una memorabile deplorazione per il suo appoggio all'associazione «Perseo», che sostiene gli uomini vittime di violenza, i medesimi uomini che nell'ottica femminista non dovrebbero essere meritevoli di nulla, meno che mai del soccorso.
Yasmina, perché così tanta violenza di fronte a chi la pensa diversamente?
«Credo che negli ultimi anni ciò che dovrebbe essere interpretato come un punto di vista, un sistema di valori o un'opinione, sia diventato una verità inopinabile o, al contrario, la più orrenda bugia. Il dialogo, lo possiamo osservare tutti, è ora solo guerra, senza alcun desiderio di sintesi».
Quant'è pericoloso da parte delle istituzioni, pubbliche o private che siano, sottostare a dei diktat tanto ideologizzati?
«Il rischio concreto è di annullare la pluralità dei pareri, dissuadendo le persone dall'esprimerli. Si stabilisce così che un'unica lettura degli eventi è accettabile, e non può essere contestata. Alla luce di ciò, soprattutto dagli enti culturali mi aspetto qualcosa di diverso: dovrebbero agire in piena autonomia, andando oltre ogni possibile pressione esterna».
Qual è il limite più grande del movimento femminista?
«Ostacolare le lotte per i diritti maschili. Così facendo si pone come un movimento di chiusura e non di apertura, non progressista, e certamente non egualitario. Questo di conseguenza crea un limite ulteriore, cioè l'estrema intransigenza, che porta perfino alla pretesa che chi non è femminista venga tacitato».
Sei stata criticata anche per la tua vicinanza al centro antiviolenza maschile «Perseo»: aiutare gli uomini in difficoltà quindi è un demerito? Solo le donne hanno diritto al soccorso?
«È proprio questo l'assurdo: come può un movimento per la parità suggerire qualcosa del genere? Non abbiamo sempre detto che i diritti non sono una coperta corta?»
Yasmina Pani tocca il punto più spinoso, ovvero il cuore della battaglia femminista, al momento sempre più distante da un'idea di parità. A essere rincorsa è infatti la supremazia, è la sottomissione dell'altro, è la volontà di incolpare all'infinito e di subordinare in qualsiasi modo, è la possibilità di dire: ora tocca a me, donna, comandare; ora finalmente posso fare quello che tu hai fatto a me per millenni; ora posso schiacciarti
Ora si può anche non essere d'accordo ma la censura non va bene
La ragazza che vedete nell'immagine ha 20 anni, si chiama Martina Evatore e ha compiuto un gesto di straordinaria dignità.Durante il concorso di Miss Venice Beach, si è presentata sulla passerella con gli stessi abiti del giorno in cui, tre anni prima, tentarono di violentarla: pantaloni neri alle caviglie, scarpe bianche sportive, una maglietta e una giacca mimetica. Perché?
Perché un'amica, dopo quell’episodio, le disse proprio così: "Vestita così, te le cerchi". Come se la colpa di uno stupro dipendesse dalla vittima, dalla quantità di trucco, da cosa indossa o non indossa. Non è così. Ci sono vittime violentate con i jeans. Altre con la minigonna. Altre in tuta. Altre in felpa. Altre ancora in costume. E il motivo è semplice: la colpa di una violenza è solo e soltanto di chi commette quella violenza. Grazie a Martina per averlo ricordato con straordinaria dignità".
Infatti Martina Evatore, 20enne padovana, non è soltanto bella ma anche molto coraggiosa. Lo ha dimostrato sfilando al concorso di "Miss Venice Beach", a ha partecipato come finalista, con gli abiti che indossava la sera in cui fu molestata da uno sconosciuto in strada. "Non esistono gesti o abiti incoraggianti, esistono solo uomini che si sentono autorizzati a molestarti senza motivo, perché 'si fanno i film' nella loro testa", racconta in una intervista al Corriere.it.
La storia di Martina ripercorre il drammatico copione di molte donne vittime di molestie sessuali. Una sera di luglio del 2019, mentre stava raggiungendo alcuni amici a una festa di compleanno, fu aggredita da uno sconosciuto che tentò di palpeggiarla. "Ho visto che un uomo mi stava guardando, però l’ho evitato. Poi, quando stavo per arrivare, me lo sono trovato dietro - ricorda -. Mi ha spinta contro un cancello. Ho realizzato che se stavo ferma sarei stata ancora di più in pericolo, mio padre mi ha insegnato a difendermi sempre. Così ho tirato pugni e calci mentre lui tentava di infilare le mani sotto la giacca, che era chiusa". Per fortuna "delle auto si sono fermate per chiedere se fosse tutto a posto e l’uomo è scappato. Quando sono arrivata a casa dei miei amici ero molto scossa, loro hanno provato a
cercarlo con i motorini, ma si era dileguato". Il giorno dopo, la Miss denunciò l'aggressore alla polizia: "Ho fatto l’identikit - dice - il mio aggressore avrà avuto 35-40 anni. Non ne ho saputo più niente...".Adistanza di tre anni dall'accaduto, Martina ha deciso di raccontare la sua esperienza sfidando luoghi comuni e convenzioni. E così ha sfilato in passerella al concorso "Miss Venice Beach" - una gara di bellezza ideata 12 anni fa da Elisa Bagordo (vecchia conoscenza di Miss Italia) e promossa da Il Gazzettino - indossando gli stessi indumenti di quella drammatica sera: un paio di pantaloni larghi, lunghi fino alle caviglie, e una giacca mimetica. "Non esiste un abbigliamento che incoraggia le molestie - afferma -. Puoi indossare la minigonna o i pantaloni, come nel mio caso: la differenza la fa la mente dell’aggressore, è lui che ha dei problemi, non chi si veste in un modo piuttosto che in un altro". Un'amica le ha suggerito di rivedere l'abbigliamento "per evitare problemi". "Un’amica, che peraltro mi vuole molto bene, mi ha suggerito di coprirmi un po’ di più altrimenti, ha detto, 'me la cercavo' - continua -. Lo diceva per il mio bene, è stata molto affettuosa in realtà. Indossavo un abito un po’ attillato e scollato e mi ha proposto di metterci sopra una maglietta almeno finché non arrivavo in centro. Vicino a casa tante volte i ragazzi ci fischiano dietro quando camminiamo.
Ma credo che non sia colpa dell’abbigliamento, è un problema loro". Martina studia Biochimica all'istituto tecnico e sogna di fare la veterinaria: "So che può sembrare banale - conclude - ma vorrei davvero salvare il mondo, come dicono le Miss sul palco".
Lo so che dovrei parlarle d'atro ed andare avanti . Ma non ce la faccio soprattutot davanti a certi commenti . Meno male che si sono , anche se bisogna cercali con il lumicinio o frugare nella ... massa per cercarli . Infatti fra i commenti /interventi sugli ultimi (?) due femminicidi questi sono quelli che mi hanno colpito di più
IL primo trovato sul portale msn.it non ricordo la fonte precisa ma è molto bello
Le due ragazze vittime di giovani uomini, entrambe uccise poco più che ventenni. Hanno molto in comune le tragiche storie di Ilaria Sula, studentessa romana della Sapienza, e di Sara Campanella, palermitana e studentessa a Messina: sono morte giovani, per mano entrambe di ragazzi coetanei o di poco più grandi. Ma perché accade ?
A Provare a dare una risposta a questa domanda la criminologa e psicologa Flaminia Bolzan, secondo cui il motivo principale è una «incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni» che trasforma la rabbia in un'emozione «non controllabile» da «scaricare» su quellle che poi saranno le vittime Due femminicidi in pochi giorni. L''ultimo è il corpo di Ilaria Sula, 22 anni. studentessa romana della Sapienza, è stato trovato in fondo a un dirupo nei pressi del Comune di Poli, all'interno di una valigia.
Ad ucciderla a coltellate, per poi gettarne il corpo, sarebbe stato l'ex fidanzato Mark Samson, di origini filippine. Il giorno precedente è stata la volta di Sara Campanella, 22 anni, nata a Misilmeri (Palermo), è stata uccisa a coltellate davanti l'Università di Messina da un suo collega, Stefano Argentino, 27 anni, che da due anni la perseguitava con messaggi e inviti ad uscire.
Bolzan: «Rabbia e frustrazione non controllabili»
«Ogni caso presenta le sue peculiarità in ordine a motivazioni e modalità operative - spiega Bolzan all'Adnkronos - ad ogni modo il comune denominatore di tutti questi delitti è da ricercare sul piano psicologico nell’incapacità di metabolizzare rifiuti e abbandoni. Per questi soggetti, la rabbia e la frustrazione divengono emozioni non controllabili e anziché essere elaborate sul piano del pensiero
vengono agitate e l’oggetto sul quale 'scaricarle' letteralmente diventa appunto la vittima». Una «escalation di violenza» che, spiega la dottoressa, « non è assolutamente immediato poter prevedere anche perché, in una ratio auto protettiva, il pensiero prevalente è sempre quello che 'certe cose' non possano accadere a noi ».
I campanelli d'allarme
Esistono però dei campanelli d'allarme, dei comportamenti a cui le donne dovrebbero prestare attenzione. « Se e quando ci si trova in un contesto relazionale in cui l’altra parte mostra comportamenti ossessivi e intrusivi nella nostra vita - prosegue - generando in noi una preoccupazione, bisogna immediatamente attivarsi e monitorare tipologia e frequenza di questi comportamenti che, se non si interrompono nell’immediatezza, diventano realisticamente un campanello di allarme.
Nel caso di Sara, era difficile che la ragazza arrivasse a ritenere che il suo collega potesse compiere un gesto così estremo, ma quello che dobbiamo sottolineare è che laddove i comportamenti intrusivi provochino uno stato di allerta e soprattutto se si nota una escalation in termini di frequenza e/o di modalità bisogna denunciare ».Facile a dirsi difficile a farsi come dimostrano storie come quella di questa Ottantenne che ha enunciato il marito dopo 50 anni di abusi e violenze
Perché è sbagliato parlare di raptus
Sbagliato parlare di 'raptus' , il cui termine è una narrazione che una realtà scientifica. La psichiatria tende a escludere l'idea di un cambiamento improvviso e repentino nei processi cognitivi di una personadavanti a questi casi. Infatti : «A mio avviso è improprio e fuorviante - sottolinea Bolzan - specie per ciò che attiene il caso di Messina. Dobbiamo infatti tenere conto della persecutorietà dei comportamenti antecedenti del ragazzo, cosa che, a mio avviso, ha un peso enorme nella valutazione dell’excursus e dei processi mentali che poi lo hanno portato ad agire».
Cosa bisogna fare
Femminicidi, tanti, troppi. Uno diverso dall'altro, ma anche uno simile all'altro. «L'attenzione mediatica è altissima, ma lo è altrettanto la frequenza di questi comportamenti - spiega - Al verificarsi di determinati fenomeni infatti contribuiscono una pluralità di variabili, ovviamente non parliamo di responsabilità o colpe, ma di azioni concrete che la società dovrebbe intraprendere non solo in un’ottica repressiva, ma al contrario preventiva e informativa su ciò che è o non è una relazione sana».
A scendere in campo devono essere la società, la scuola, i genitori. «Dobbiamo spiegare ai ragazzi dove risiede il confine tra l’attenzione e l’intrusione - dice Bolzan - A casa basterebbe si parlasse di più di ciò che accade nella vita, soprattutto degli adolescenti, ma per farlo è necessario che in primis i genitori abbiano uno sguardo attento e non giudicante.
Inoltre dobbiamo sensibilizzare le ragazze rassicurandole rispetto al fatto che denunciare si può e le misure ci sono. La privazione della libertà di scelta e l’intrusività nella vita altrui sono campanelli di allarme molto rilevanti»
L'altro è quello di Francesca Manocchi a propaganda live del 4/IV/2025
Francesca Mannocchi ha dato vita, che io ricordi, a uno dei monologhi più importanti, intensi, necessari forse mai pronunciati in televisione.
In questo straordinario intervento, di una grande giornalista, ha detto tutto quello che ha senso dire oggi sul femminicidio, su Sara Campanella, su Ilaria Sula, sulla violenza di genere, sulla cultura del possesso, sul linguaggio tossico dei media, e non solo sulla colpevolizzazione della vittima, su Nordio e su certa propaganda razzista di una classe politica indegna.
Prendetevi cinque minuti per leggerlo e ascoltarlo ( trovate il video sopra ) fino in fondo Salvatelo, condividetelo. Praticatelo anzi meglio pratichiamolo
Cominciamo noi tutti/e a capovolgere il lessico per demolire la violenza contro le donne, come ha fatto Giselle Pelicot: non siamo noi che dobbiamo vergognarci, la vergogna deve cambiare lato perché ci vogliamo tutte vive.”
Grazie Francesca. 🙏
Ma mentre finisco di riportare questi due interventi ecco che leggo delle dichiarazioni di
Luana Sciamanna [ foto a sinistra ] avvocata penalista esperta di violenza di genere, situazioni simili le vede e le affronta ogni giorno. Collabora con i centri antiviolenza dei Castelli Romani, nel Lazio, e a lei
si rivolgono per chiedere aiuto molte donne. Quelle che riescono a denunciare.
Gino Cecchettin, papà di Giulia uccisa da con 75 coltellate dal suo ex fidanzato Filippo Turetta ha detto: «Lo stalking è spesso sottovalutato, il pericolo inizia lì». «Il primo errore che molte donne vittime di stalking o violenza commettono è non dare peso a segnali chiari, evidenti che arrivano dai propri partner - spiega Luana Sciamanna-. Un uomo che ti controlla il cellulare, che vuole leggere i tuoi messaggi, che pretende a password delle tue mail, non esprime amore ma solo mania di controllo. Noi donne non dobbiamo pensare che quello sia amore. Certe dinamiche possono apparire innocue, ma in realtà sono manipolatorie. È questo il primo messaggio che diffondiamo quando entriamo nelle scuole per parlare di violenza di genere: attenzione alla manipolazione».
«Denunciate sempre», ha scritto nel suo messaggio pieno di dolore la madre di Sara sul suo profilo Facebook. Sua figlia non aveva denunciato. La studentessa di Messina non le aveva detto nulla delle pressioni e minacce di quel ragazzo, il “malato” come lo definiva con le amiche. «Sì, bisogna denunciare. Ma non tutte hanno il coraggio di farlo. Perché magari sono ricattate, o perché economicamente non sono indipendenti, o più banalmente per la paura di ripercussioni. Se non si riesce a denunciare alle istituzioni, almeno parlare con una madre, una sorella, un’amica. Nel caso di Sara probabilmente non aveva dato troppo peso alle ossessioni di lui che all’ennesimo rifiuto ha fatto esplodere la sua rabbia».
Luana Sciamanna ha scritto un libro che si basa proprio sulla sua esperienza professionale con i casi di violenza di genere. Il titolo è: 100 motivi per non riaprire a un narcisista (Ensemble). «Sì perché spesso dietro uomini violenti si nascondono narcisisti patologici che non accettano un rifiuto e uccidono. Quello che cerco di dire alle donne è di fuggire da certi soggetti manipolatori e violenti».
Tre ragioni per capire che bisogna fuggire: «Numero uno: quando un uomo esercita il controllo a distanza. Quella non è una dimostrazione d’amore. Numero due: quando l’uomo che è accanto a noi vuole farci sentire inadatte, ci sminuisce, in una parola ci manipola. La manipolazione è subdola ma colpisce nella maniera più violenta. Numero tre: Davanti a un uomo violento con il quale abbiamo chiuso, non dare mai una seconda possibilità o un ultimo appuntamento. Spesso si rivela letale».
Per concludere c'è da dire che La politica ( maggioranza ed opposizione ) però, non risponde: il dibattito su questo tema importantissimo viene costantemente dirottato sulle polemiche in merito a una presunta "ideologia gender". E intanto, nelle classi, si continua a parlare poco o niente di violenza patriarcale, di stereotipi nocivi, di cultura dello stupro.
E non mancano gli esponenti del governo che provano a spostare il focus dell'attenzione. Come il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, che parlando dei femminicidi ha detto che "alcune etnie hanno una sensibilità diversa dalla nostra rispetto alle donne". Affermazioni offensive che alludono semplicemente a delle falsità o a verità parziali
rileggendo i vari link della cronologia , per cercare ispirazione per un post e per .... uso personale sono capitato nell'articolo riportato sotto . E devo dire che esso l'articolo evidenzia molto bene i grossi limiti dell'impostazione ministeriale sulla riforma dell ' insegnament della storia nelle scuole .
Tuttavia aggiungerei, da appassionato di storia e figlio di una ex insegnante di lettere delle scuole medie , che bisognerebbe oltre a criticare tale riforma spendere anche due parole sull'impostazione fortemente universitaria degli stesori del testo. Essi sono abituati a concepire la cultura attraverso la loro iperspecialistica competenza su campi molto ristretti e non si rendono conto che la cultura di base che la scuola deve dare è cosa molto diversa. L'ampiezza culturale è purtroppo cosa piuttosto rara da trovare negli accademici, la loro tendenza è a stringere il campo, e dare per scontato che si sappia di cosa si sta parlando , cosa validissima quando si va sullo specialistico, ma che non ha senso quando si deve formare culturalmente dei giovani. La storia serve o almeno dovrebbe servire per capire il mondo, non per allestire antiquaria settoriali. Forse , scondo alcuni insegnanti più secialisti di me semlòice profano , la lettura di Hegel o Nietzsche farebbe loro molto bene, come pure evolvere da un provincialismo ottocentesco molto ancora (purtroppo) è ancora in voga da noi. Ma soprattutto uscire \ andare oltre al fatto che l’Occidente con la sua storia , dal XV\VI secolo in poi ,dí colonialista esistenza è anche razzista ha deciso che doveva essere unica fonte accettabile .
Hanno fatto discutere e continuano a far discutere le “Nuove indicazioni nazionali per la scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione” elaborate da una commissione coordinata dallo storico Ernesto Galli della Loggia e dalla pedagogista Loredana Perla per conto del ministro leghista dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara, storico del diritto romano. Non entro nel merito della composizione della commissione, molto articolata, e dotata anche di vari
esperti, ma viene da chiedersi chi, tra i tanti professori universitari, abbia potuto scrivere la frase che si legge a pagina 69: "Solo l’Occidente conosce la storia. Altre culture, altre civiltà hanno conosciuto qualcosa che alla storia vagamente assomiglia, come compilazioni annalistiche di dinastie o di fatti eminenti succedutisi nel tempo; allo stesso modo, per un certo periodo della loro vicenda secolare anche altre civiltà, altre culture, hanno assistito a un inizio di scrittura che possedeva le caratteristiche della scrittura storica. Ma quell’inizio è ben presto rimasto tale, ripiegando su se stesso e non dando vita ad alcuno sviluppo; quindi, non segnando in alcun modo la propria cultura così come invece la dimensione della storia ha segnato la nostra. È attraverso questa disposizione d’animo e gli strumenti d’indagine da essa prodotti che la cultura occidentale è stata in grado di farsi innanzi tutto intellettualmente padrona del mondo, di conoscerlo, di conquistarlo per secoli e di modellarlo". Insomma, è evidente l’impianto fortemente eurocentrico e nazionale, non senza l’esaltazione anche dell’imperalismo e del colonialismo. Posso non condividere (e non condivido affatto, perché capire il mondo di oggi guardando solo il proprio ombelico è praticamente impossibile), ma come si fa a dire che la storia è stata scritta solo in Occidente? Roba da matita rossa e blu cari colleghi professori! Avete mai sentito parlare del grande storico cinese Sima Qian del II-I secolo a.C.? E per amor di patria mi limito solo alla Cina, la cui storia forse non sarebbe male conoscere visto che è e sarà sempre più uno – piaccia o no – dei grandi protagonisti della storia mondiale. Si propone, in maniera alquanto sciatta, una certa egemonia storiografica che non tiene minimamente conto di un dibattito pluridecennale sulla storia globale all’interno della quale leggere le storie nazionali. Ovviamente ci sono state molte reazioni da parte di consulte universitarie, società scientifiche, singoli studiosi alquanto sgomenti dopo la lettura del testo. Non è passata inosservata anche la forte sottovalutazione, se non il “disprezzo”, della preistoria: Si afferma infatti: "Non appare indispensabile, nell'ultimo biennio della scuola primaria, svolgere un programma articolato che proceda dalla preistoria alla storia antica, soffermandosi su tutti gli snodi fattuali delle età greca e romana. E invece necessario che fin dall'inizio venga acquisita una conoscenza - anche elementare, purché correttamente impostata - di eventi, personaggi, quadri cronologici e processi storici delle epoche più antiche. Ciò vale soprattutto per l'epoca in cui si sviluppò la civiltà greco-italico-romana che costituisce la base della nostra storia nazionale, e in buona parte anche di quella europea. In questa prospettiva, la conoscenza di alcuni fatti e processi salienti risulta imprescindibile nella formazione di ogni individuo mediamente acculturato. Starà all'insegnante stabilire priorità e gerarchie tra di essi, valutandone sia la rilevanza epocale, sia l'esemplarità rispetto alla attuale concreta esperienza di vita". Il ministro in una intervista al Corriere della Sera lo ha ribadito: "Dedicheremo due interi anni delle elementari a studiare i greci e i romani e l’impatto del Cristianesimo sul mondo classico. Si studieranno come civiltà del Mediterraneo in terza elementare, dove si contrae la parte dedicata ai dinosauri e alla preistoria. E poi sarà raccomandata un’attenzione alla parte più recente della storia: dalla Seconda guerra mondiale alla fine del secolo scorso". Insomma, si salti pure qualche millennio di preistoria, il passaggio dal nomadismo alla sedentarietà, l’affermazione dell’agricoltura, la nascita della complessità sociale e delle prime forme di “città”: a cosa serve tutto ciò? Si passi subito al mondo greco, alla bellezza classica, agli etruschi e ai popoli italici, ai romani e al loro impero mondiale (quando eravamo noi a dominare il mondo!). Chi scrive è un archeologo, che sa bene come sia produttivo con i bambini, quando per esempio visitano uno scavo archeologico o un museo, far scoprire loro i materiali, i reperti, cioè alcune delle fonti materiali per ricostruire la storia. È un esercizio estremamente prezioso anche sotto il profilo didattico, come sanno bene i docenti, che da anni si sforzano di “fare storia” non limitandosi solo al racconto, ma anche mettendo a disposizione di bambine e bambini materiali, strumenti, documenti. Tutto il contrario di quello che prevedono le “Indicazioni”: "Anziché mirare all’obiettivo, del tutto irrealistico, di formare ragazzi (o perfino bambini!) capaci di leggere e interpretare le fonti, per poi valutarle criticamente magari alla luce delle diverse interpretazioni storiografiche, è consigliabile percorrere una via diversa. E cioè un insegnamento/apprendimento della storia che metta al centro la sua dimensione narrativa in quanto racconto delle vicende umane nel tempo". Nessuno pensa di formare “piccoli storici” ma un docente vuole far ragionare sui fatti storici i propri allievi a partire dai dati e non solo ripetere anno dopo anno la stessa storiella! Ecco, appunto, meglio storielle e magari un po’ di indottrinamento sulla storia nazionale, invece dell’osservazione, del rapporto diretto con le fonti e dello spirito critico per cercare di capire il passato e il presente di mondo in rapido cambiamento, nel quale vivono bambini e ragazzi disorientati e che la scuola solo grazie a una conoscenza storica (e in generale al sapere critico) potrebbe aiutarli a cercare una bussola.
Non ci stancheremo mai di ripeterlo: non sempre è possibile approcciarsi in maniera razionale a una potenziale situazione di pericolo. Quando la tensione e la paura sono alle stelle, è infatti verosimile che le emozioni possano prendere il sopravvento e rendere diffcile mantenere la lucidità. Proviamo per esempio a ipotizzare che vi ritroviate in pericolo perché minacciati da un aggressore con un coltello, con una pistola oppure con una siringa.
Naturalmente, è fondamentale cercare di prevenire queste situazioni di pericolo. Ci sono casi però in cui, pur mantenendo una soglia di attenzione alta, si possa essere sorpresi da un aggressore. Davanti a un coltello, a una pistola o a una siringa, evitate di affrontare in maniera diretta la persona che avete davanti a voi, perché potrebbe aumentare la situazione di pericolo. Se potete, cercate di allontanarvi dal vostro aggressore, senza compiere movimenti troppo bruschi e con grande calma. Nel caso in cui vi doveste muovere in maniera improvvisa, potreste involontariamente scatenare una reazione di ulteriore aggressività in chi vi trovate davanti. Reagite solo ed esclusivamente nell’eventualità in cui voi siate allenati da sempre, almeno cinque ore al giorno, su come affontare situazioni di pericolo anche estremo o aggiungo io se avete già un po' di pratica delle tecniche di autodifesa o le praticate da molto tempo eccone un esempio : « Come Difendersi da un Attacco di Coltello: 9 Passaggi » ( da cui ho tratto la foto del post )
In alternativa, utilizzate lo spray al peperoncino, che potete trovare in libera vendita nelle migliori armerie e no solo . Ma a questo proposito ricordiamo che è meglio acquistare questo prodotto di persona e non online per le delicate normative che ne regolamentano il contenuto e che sono meglio vericabili all’interno di un’armeria.
Infatti L’utilizzo dello spray al peperoncino, in Italia, è disciplinato dal decreto ministeriale 103 del 2011. decreto liberalizza il porto in pubblico, l’acquisto e l’utilizzo dello spray urticante, classificandolo come “strumento di autodifesa in grado di nebulizzare una miscela irritante a base di oleoresin capsicum e che non hanno attitudine a recare offesa alle persone“. Ecco lelimitazioni:
Età dell’acquirente di 16 anni
Capacità dello spray non superiore a 20 millilitri
Percentuale di oleoresin capsicum sotto il 10%
Non deve contenere sostanze corrosive, tossiche, infiammabili etc…
Prodotto sigillato all’atto di vendita con un sistema di sicurezza L’utilizzo diviene improprio quando ha attitudine a recare offesa alle persone o agli animali, in parole povere quando viene utilizzato in funzione aggressiva e non difensiva.
Due esempi lampanti dei motivi per cui lo spray al peperoncino deve essere usato solamente in caso di estremo pericolo sono la tragedia di Corinaldo che per l’improprio utilizzo in una discoteca ha provocato la morte di 6 persone e decine di feriti, e la tragedia di piazza San Carlo a Torino.
Quindi ricapitolando, se le indicazione sopra riportate non vengono rispettate si può infrangere la legge commettendo un reato, e se utilizzato in modo improprio si rischia l’accusa di “getto pericoloso di cose” o “lesioni gravi“. per approfondire « Lo spray al peperoncino è legale in Italia? » del sito www.laleggepertutti.it/
Nel caso in cui vi trovaste vittima di un’aggressione, sia che siate riusciti a metterlo in fuga o nonessendo riusciti a difendervi nè con spray nè con arti marziali nè con la tecnica della persuazione ( vedere puntata precedente ) cercate di memorizzare quanti più dettagli possibili sulla persona che ha tentato o usato violenza e sull’ambiente in cui vi trovate, in modo da poter fornire il maggior numero di informazioni , nel caso decidiate di sporgere denuncia , alle autorità, utili a individuare il responsabile\i