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26.5.26

“I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti, ma per maturarci”: Hermann Hesse e le ferite che ci trasformano Dolore, delusioni e malinconia secondo Hermann Hesse: il significato di una frase che insegna a trasformare le ferite in crescita

 da https://www.studenti.it/

Herman Hesse e le ferite che ci trasformano

Hermann Hesse:“I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti, ma per maturarci”
Fonte: getty-images

I dolori, le delusioni e la malinconia non sono fatti per renderci scontenti e toglierci valore e dignità, ma per maturarci”. Questa frase di Hermann Hesse racchiude una delle riflessioni più profonde sulla sofferenza umana. Lo scrittore tedesco, autore del famosissimo Siddharta, ha spesso raccontato il disagio interiore, la ricerca di sé e il bisogno di trovare un senso anche nei momenti più difficili della vita. Le sue parole colpiscono perché ribaltano un’idea molto comune: quella secondo cui il dolore sarebbe solo qualcosa da evitare. Per Hesse, invece, la sofferenza può trasformarsi in un passaggio necessario per crescere, comprendersi e diventare persone più consapevoli.

Il dolore non come punizione, ma come trasformazione

Quando attraversiamo una delusione o un periodo di malinconia, la prima reazione è quasi sempre quella di rifiutare ciò che proviamo. Si cerca di tornare rapidamente “come prima”, come se stare male fosse un errore o una debolezza. Hermann Hesse propone però una visione diversa: il dolore non toglie valore a una persona. Al contrario, può renderla più profonda, più sensibile e più autentica.

Le esperienze difficili cambiano inevitabilmente il modo in cui guardiamo il mondo. Dopo una perdita, una delusione o un fallimento, spesso si acquisisce una maggiore capacità di comprendere sé stessi e gli altri. È proprio questa trasformazione interiore che Hesse definisce maturazione. Non si tratta di idealizzare la sofferenza, ma di riconoscere che anche i momenti più complessi possono lasciare qualcosa di importante.

Le delusioni insegnano ciò che il successo spesso nasconde

Tra le parole scelte da Hesse, “delusioni” è forse una delle più significative. Le delusioni fanno male perché spezzano aspettative, illusioni e immagini che avevamo costruito dentro di noi.

Eppure, proprio nei momenti in cui qualcosa crolla, emerge spesso una verità più autentica. Una relazione finita, un’amicizia persa o un obiettivo mancato possono costringerci a guardarci dentro in modo più sincero. Il successo tende a confermare ciò che siamo già. La delusione, invece, ci obbliga a cambiare prospettiva.

Per questo motivo molte persone, col tempo, riconoscono di essere cresciute soprattutto attraverso gli errori, le cadute e le esperienze dolorose. È lì che nasce una consapevolezza più matura di sé stessi.

Il significato della malinconia secondo Hermann Hesse

Nella società attuale la malinconia viene spesso vista come qualcosa da combattere immediatamente. Si vive immersi nell’idea di dover essere sempre produttivi, positivi e felici.

Hesse, invece, attribuisce alla malinconia un significato più umano e profondo. Non la considera soltanto tristezza, ma uno stato interiore che può favorire riflessione, introspezione e sensibilità. La malinconia rallenta, costringe ad ascoltarsi e porta a confrontarsi con domande che normalmente vengono ignorate nella frenesia quotidiana. Molti artisti, filosofi e scrittori hanno raccontato proprio questo: alcuni momenti di maggiore crescita personale nascono dal silenzio, dalla solitudine e dalla capacità di attraversare il dolore senza negarlo.

Crescere attraverso le ferite

La frase di Hermann Hesse contiene anche un messaggio molto importante sulla dignità personale. Lo scrittore afferma infatti che il dolore non deve toglierci valore.

Spesso chi soffre si sente fragile, sbagliato o “meno forte” degli altri. In realtà le ferite fanno parte dell’esperienza umana e non definiscono il valore di una persona.

Anzi, molte volte sono proprio le esperienze difficili a sviluppare empatia, sensibilità e maturità emotiva. Chi ha attraversato il dolore tende spesso a comprendere meglio le fragilità altrui. Questo non significa che soffrire renda automaticamente migliori, ma che ogni esperienza può diventare occasione di crescita se viene elaborata con consapevolezza.

 

Quando soffrire non significa fallire

Le parole di Hermann Hesse continuano a essere attuali perché parlano a una società che fatica sempre di più ad accettare il dolore. Oggi tutto sembra spingere verso la perfezione, la velocità e la ricerca costante della felicità immediata. Sui social network vengono mostrati soprattutto successi, traguardi e vite apparentemente perfette. Le fragilità, invece, restano spesso nascoste.

In questo contesto, la riflessione di Hesse assume un valore quasi liberatorio: ci ricorda che soffrire non significa fallire. Le crisi personali non cancellano il valore umano, ma possono diventare momenti di trasformazione profonda. Accettare la malinconia, le delusioni e le difficoltà come parte naturale della vita permette di vivere le emozioni con meno paura e più autenticità.

Cosa insegna davvero Hermann Hesse sulla sofferenza

Hermann Hesse non ci dice che il dolore sia qualcosa da cercare o da esaltare. Ci ricorda, piuttosto, che anche ciò che fa male può avere un senso, soprattutto quando riusciamo a guardarlo con il tempo e con un po’ più di distanza. Le delusioni, la malinconia e i momenti difficili arrivano nella vita di tutti. A volte ci spezzano, altre volte ci costringono a fermarci e a capire meglio chi siamo, cosa vogliamo davvero e cosa non possiamo più ignorare.

Per Hesse, maturare significa proprio questo: non uscire dalla vita senza ferite, ma imparare a non lasciare che siano solo le ferite a definirci.


25.5.26

Dalla nostalgia all’arte: quattro opere donate alla città natale La giovane ed emergente artista contemporanea Valentina murtas ha realizzato una collezione di quattro tempere su tela


L'arte e la nostalgia sono due concetti da sempre legati in un abbraccio indissolubile. La nostalgia, intesa come il desiderio doloroso di tornare a un tempo passato o a un luogo perduto, è stata per secoli il motore creativo di innumerevoli capolavori, agendo come una risorsa potente per comprendere la nostra identità e il nostro vissuto.  Infatti Secondo IA MODE
L'Arte come Archiviazione del Tempo
Fin dalle sue origini, l'arte ha cercato di fermare l'attimo, rendendo eterno ciò che per sua natura è destinato a svanire:
Memoria emotiva: L'arte visiva, la letteratura e la musica riescono a evocare ricordi ed emozioni profonde, trasformando il passato in un'esperienza tangibile.
Catarsi e riflessione: Opere come quelle di grandi pensatori e poeti (da Leopardi a Proust) utilizzano la nostalgia come lente per esplorare l'animo umano, dando un senso alla nostra finitezzaInfatti.
Il legame tra nostalgia e arte è profondo: la nostalgia non è solo un sentimento, ma un potente motore creativo che trasforma il rimpianto in bellezza immortaleEcco come questo sentimento si trasforma in espressione artistica:
Il Significato PsicologicoRifugio emotivo: L'arte canalizza il dolore del passato in forme visive o sonore confortanti.
Idealizzazione: Il ricordo viene filtrato, eliminando i lati negativi per creare un'estetica perfetta.
Ricerca d'identità: Gli artisti esplorano le proprie radici per capire il presente. [1, 2]
La Nostalgia nella Storia dell'ArteRomanticismo: Movimento fondato sulla malinconia, sul brivido del passato e sulle rovine antiche.
Preraffaelliti: Pittori ottocenteschi che rifiutavano la modernità industriale per tornare alla purezza medievale.
Surrealismo: De Chirico e Magritte dipingono piazze vuote e atmosfere sospese che evocano ricordi d'infanzia.
Forme d'Arte ContemporaneeFotografia analogica: La grana della pellicola e i colori caldi creano un'estetica del ricordo immediata.
Musica Vaporwave: Genere che rallenta e remixa brani degli anni '80 e '90, creando un passato artificiale.
Cinema: Registi come Wes Anderson o Quentin Tarantino usano palette di colori e costumi rétro per evocare epoche precise. 

 Tale. rapporto.   è. confermato. da. questa. storia. 


da la  nuova. sardegna. online  del. 18 maggio 2026

Dalla nostalgia all’arte: quattro opere donate alla città natale
La giovane ed emergente artista contemporanea Valentina murtas ha realizzato una collezione di quattro tempere su tela

Oristano 
Un gesto d’amore per la sua città trasformato in arte contemporanea. La giovane artista oristanese Valentina Murtas ha donato quattro sue opere dedicate alla Sardegna e all’identità del territorio: tre al Comune e una alla Pro loco cittadina. La consegna è avvenuta questa mattina, lunedì 18 maggio, a Palazzo Campus Colonna, dove il sindaco Massimiliano Sanna ha ricevuto le opere destinate al Comune, mentre la presidente della Pro loco Ilaria Canu ha ricevuto il quadro donato all’associazione cittadina.



Valentina Murtas, 24 anni, ha raccontato attraverso il progetto artistico “Pintadu a tie” il legame con la propria terra dopo un periodo trascorso lontano dalla Sardegna. Un’esperienza che, spiega l’artista, le ha permesso di «guardare Oristano con uno sguardo nuovo, trasformando nostalgia, memoria e appartenenza in linee e colori». La collezione comprende quattro tempere su tela ispirate a simboli identitari della città e della cultura sarda. Al Comune sono state donate “Su Componidori”, “Sa Janna” – dedicata alla Torre di San Cristoforo – e “Sa Sorti”, con la rappresentazione della stella a otto punte. Alla Pro loco è andata invece “Elianora”, opera dedicata alla giudicessa Eleonora d’Arborea. «L’obiettivo del progetto è promuovere e far conoscere la Sardegna e Oristano al di fuori dell’isola» spiega l’artista, che attraverso il sito personale punta a creare una sorta di museo virtuale capace di raccontare emozioni, immagini e identità del territorio. (cat.co.)
che conferma. come L'arte e la nostalgia sono ,due concetti da sempre legati in un abbraccio indissolubile. La nostalgia, intesa come il desiderio doloroso di tornare a un tempo passato o a un luogo perduto, è stata per secoli il motore creativo di innumerevoli capolavori, agendo come una risorsa potente per comprendere la nostra identità e il nostro vissuto.L'Arte come Archiviazione del Tempo Fin dalle sue origini, l'arte ha cercato di fermare l'attimo, rendendo eterno ciò che per sua natura è destinato a svanire:Memoria emotiva: L'arte visiva, la letteratura e la musica riescono a evocare ricordi ed emozioni profonde, trasformando il passato in un'esperienza tangibile.Catarsi e riflessione: Opere come quelle di grandi pensatori e poeti (da Leopardi a Proust) utilizzano la nostalgia come lente per esplorare l'animo umano, dando un senso alla nostra finitezza

diario di. bordo. n 143 anno V sassari giuseppe. 36 anni autistico ed. il lavoro in pizzeria ., le vele di. roberto ziranu dell'artigiano prendono il volo con il trofeo dell'America's Cup 2026 .,Bosa un antica. palazzina. di famigliadi Maria piu cossu . adattata. acasa. per. nomadi. digitali

fonte. la nuova sardegna 25 e 24.maggio


24.5.26

Le Torri Ananas di Cinisello Balsamo. altare. brutture. delle. periferie. metropolitane sono l’ultima architettura dimenticata riscoperta dal rap italiano






Premetto come. Ho avuto modo. Da. Dire. In molti post. che non. Mi piace granché il genere rap soprattutto il suo sottogenere Trap .Ma con onestà intellettuale hanno il merito di come dice. L’articolo riportato sotto di far riscoprire le brutture. Delle periferie. Semi dimenticate Scatologiche ( dipende. Dai. Punti di vista e dal tipo di educazione al bello ricevuta ) e di SIC trasformandole. In nuove icone culturali. ,. Infatti

da   torri-ananas-cinisello-vegas-jones-rap-architetture-dimenticate.html


Sulla copertina di Chic Nisello 2 il nuovo progetto di Vegas Jones in uscita il 22 maggio,[ vedere. foto sotto  per. le. altre  https://www.domusweb.it/it/notizie/gallery/2026/05/21/torri-ananas-cinisello-vegas-jones-rap-architetture-dimenticate.html ]  c’è uno degli edifici più strani e riconoscibili dell’hinterland milanese: le Torri “Ananas” di Cinisello Balsamo.
Progettate da Riccardo Blumer negli anni Novanta per un complesso direzionale, devono il loro soprannome a un’associazione immediata: due volumi alti e arrotondati, rivestiti da una trama tridimensionale che li fa somigliare a un frutto tropicale fuori scala piantato alle porte di Milano.



La facciata è costruita come un sistema di rilievi, pieni e vuoti, inclinazioni e ombre. Non si limita a chiudere l’edificio, ma lo rende riconoscibile da lontano, trasformando una tipologia ordinaria — quella degli uffici — in un oggetto urbano quasi pop. Una stranezza controllata che, nel tempo, ha fatto di un complesso direzionale un vero    locale.
Le Torri Ananas di Cinisello Balsamo sulla copertina di Chic Nisello 2, il nuovo progetto di Vegas Jones in uscita il 22 maggio.
Anche per questo, la scelta di Vegas Jones non funziona solo come sfondo. Nato a Garbagnate Milanese e cresciuto a Cinisello Balsamo, il rapper torna con il secondo capitolo del progetto che più lo lega alla città e sceglie le Torri Ananas come segno di appartenenza. Nel rap, del resto, i luoghi contano da sempre. Non c’è bad boy senza una periferia da nominare, rivendicare, trasformare in mito personale.
Marracash lo aveva già fatto con la Barona in Badabum Cha Cha (2008), video diventato iconico proprio perché trasformava il quartiere in una dichiarazione d’origine. Un legame ribadito di recente con Marra Block Party, il concerto a scopo benefico che ha riportato il rapper nelle strade in cui è cresciuto.

View galleryLa trap italiana incontra l'architettura


Da quel lontano 2008, la lista si è allungata. Le Vele di Scampia sono diventate una delle immagini più ricorrenti del rap italiano e francese, da PNL a Lacrim, da Guè a Enzo Dong. Liberato e Francesco Lettieri, nei video di 9 maggio e Tu t’e scurdat’ ’e me, hanno attraversato le architetture di Aldo Loris Rossi a Napoli — da Piazza Grande alla Casa del Portuale — raccontando una città lontana dalla cartolina. Mahmood ha ambientato Tuta Gold nel Rozzol Melara di Trieste, lo stesso complesso brutalista scelto pochi mesi fa anche dalle IVE per il video K-pop di Bang Bang. Fabri Fibra, Emma e Baby Gang hanno invece optato per le architetture del cimitero monumentale di Busto Arsizio, legate a Richino Castiglioni e Luigi Ciapparella, per In Italia 2024.
In un momento in cui molta architettura contemporanea fatica a produrre immagini davvero popolari, il rap sembra aver trovato una funzione inattesa: trasformare edifici marginali, periferici o brutalisti in elementi di immaginario collettivo. Non più semplici sfondi, ma simboli di appartenenza, identità e memoria urbana.

23.5.26

La coviglia napoletana è il dolce sconosciuto che ha "reinventato" il gelato moderno Tra Seicento e Ottocento Napoli sviluppò una sofisticata cultura del freddo fatta di neve, sorbetti e semifreddi. Al centro di questa storia c’era la coviglia, antenata del gelato moderno oggi quasi scomparsa



È un dolce oggi quasi sconosciuto, che sopravvive in poche caffetterie e pasticcerie, ma per secoli è stato il simbolo della cultura del freddo, che, a Napoli, ha raggiunto livelli di sofisticazione sorprendenti per l’epoca: parliamo della coviglia, un semifreddo servito in bicchiere, uno dei passaggi fondamentali tra il sorbetto antico e il gelato moderno, un punto di svolta nella storia della gastronomia italiana.

Cos’è la coviglia napoletana

Sviluppatasi tra Seicento e Ottocento, di pari passo con l’industria del freddo e la filiera della neve, si tratta di una preparazione a base di uova montate, panna e zucchero, lavorata fino a ottenere una consistenza soffice e aerata. A metà tra gelato, spuma e semifreddo, veniva servita in piccoli bicchieri metallici che mantenevano stabile la temperatura. Nel tempo si diffuse soprattutto nelle varianti al caffè, cioccolato, nocciola e fragola, talvolta accompagnata da un disco di pan di Spagna appena inumidito. I gelatieri napoletani producevano “coviglie varie”, come racconta anche Ippolito Cavalcanti nella Cucina teorico-pratica del 1837, all’interno di un capitolo interamente dedicato all’arte dei sorbetti. In parallelo nascevano altre specialità oggi quasi dimenticate: gli spumoni dei monzù, i ricottelli ghiacciati, le formaggette dolci, gli stracchini gelati. Un lessico sorprendente che racconta quanto la cultura del freddo fosse articolata ben prima dell’arrivo della tecnologia.


La coviglia del Gran Caffè Gambrinus di Napoli – grancaffegambrinus.com


Prima della coviglia: Napoli e l’antica ossessione per il freddo

Stando a quanto riportato da Angelo Forgione nel libro Napoli Svelata, bisogna partire da un’abitudine particolare: nel Regno delle Due Sicilie esisteva una cultura del consumo dei cibi freddi insolita per l’epoca. A quei tempi, infatti, mangiare cibi freddi era una stranezza al di fuori del Mezzogiorno, per lo più legata all’estate, qui, invece, era un’abitudine consolidata. Forgione ci dice che ci sono perfino dei dibattimenti scientifici: nel resto d’Europa i medici sconsigliavano di mangiare i sorbetti e guardavano con sospetto certe preparazione, nella Penisola italica e, in particolare, nel Regno invece i medici suggerivano di mangiarli “con le dovute accortezze”. Questa rilassatezza della comunità scientifica contribuì a rendere socialmente accettabile (e perfino desiderabile) una gastronomia basata su sorbetti, creme fredde e preparazioni ghiacciate.  A rendere tutto possibile era un sistema logistico sorprendentemente avanzato. Napoli possedeva infatti un’autentica economia del freddo. Il Monte Faito funzionava come una gigantesca riserva naturale di ghiaccio e neve, una sorta di frigorifero ante litteram della città. Durante i mesi invernali si accumulava neve nelle neviere, poi conservata e trasportata verso la costa e il capoluogo. Forgione ricorda come il ghiaccio arrivasse a Castellammare e quindi fosse trasferito a Napoli, dove una rete di distribuzione — che coinvolgeva anche ambienti religiosi come quello dei Gesuiti — ne permetteva l’utilizzo per conservare il cibo e, soprattutto, per alimentare quella che sarebbe diventata una vera arte, il gelato. Parlare di “industria” può sembrare eccessivo, ma è probabilmente il termine più corretto. Perché senza disponibilità di ghiaccio, costanza negli approvvigionamenti e maestranze specializzate, la tradizione dei sorbetti napoletani non avrebbe mai raggiunto il livello di notorietà che acquisì tra Sette e Ottocento.

Dalla “scomiglia” alla coviglia

Ma da dove arriva questo nome e che significa? La genealogia linguistica della coviglia è più complessa di quanto sembri e racconta bene il modo in cui un oggetto possa diventare un piatto allo stesso modo in cui oggi associamo i nomi delle aziende ai prodotti che vendono. Una delle prime tracce compare nel Seicento grazie al cuoco di corte Antonio Latini, che descriveva una preparazione chiamata “scomiglia”, una cioccolata schiumata e lavorata fino a ottenere una consistenza spumosa. Il termine potrebbe derivare proprio da “schiuma”, elemento decisivo per comprendere l’evoluzione del dolce. Sarà però il gastronomo Vincenzo Corrado, tra Settecento e Ottocento, a codificare un passaggio fondamentale. Nelle sue opere dedicate alla cucina aristocratica, Corrado spiegava che l’eccellenza delle bevande e delle preparazioni fredde dipendeva soprattutto dalla qualità dell’acqua, sottolineando un aspetto che a Napoli non rappresentava un problema: “Bisogna servirsi della miglior acqua, che nel luogo si trova, dipendendo ancor da questa l’eccellenza di tal bevanda”.  Tra le ricette riportate da Corrado compare la “spuma di cioccolatta” (ancora oggi molti napoletani raddoppiano la “T” quando usano questa parola), ottenuta lavorando una miscela zuccherata fino a eliminare la parte liquida e ricavare una massa spumosa da setacciare e sistemare nelle “curviglie, o siano vasetti”, da ghiacciare con la neve. È qui che emerge una forma primitiva del termine cuviglia, destinata a diventare nei decenni successivi coviglia. L’aspetto più interessante è che inizialmente il vocabolo non indicava il dolce, ma il contenitore. Secondo diverse interpretazioni etimologiche, il termine potrebbe derivare dal castigliano cubillo, piccola coppa o recipiente metallico, eredità plausibile della lunga influenza spagnola nel Mezzogiorno. Le coviglie erano dunque i piccoli recipienti nei quali si servivano spume fredde e semifreddi. Solo con il tempo il nome finì per designare direttamente ciò che il recipiente conteneva.

Quando Napoli insegnava all’Europa a fare il gelato

Ridurre la coviglia a un semplice semifreddo significherebbe però perdere il punto centrale della sua importanza storica. Per Forgione, il gelato come lo conosciamo oggi nasce proprio come il risultato di un’evoluzione tecnica sviluppata soprattutto a Napoli a partire da un’intuizione siciliana. La coviglia occupa questo spazio intermedio: rappresenta il passaggio dal sorbetto — più semplice e liquido — a una lavorazione più complessa, ariosa e cremosa. “Prima si chiamavano sorbetti-gelati”, osserva Forgione, ma la coviglia è già qualcosa di diverso: un gelato vero e proprio. Nel corso dell’Ottocento il sostantivo “gelato” cominciò infatti a imporsi progressivamente nel linguaggio comune. Ancora nel 1858 il letterato napoletano Leopoldo Rodinò giudicava scorretto usare il termine, preferendogli “sorbetto”. Pochi anni dopo, però, quella distinzione appariva già superata. Nel 1860 Ippolito Nievo, responsabile della contabilità dei garibaldini, scriveva da Palermo di abitare a Palazzo Reale, mangiare “gelati grandi come beefsteak e ci pavoneggiamo vestiti di rosso”, segno di una parola ormai pienamente assimilata.  Napoli ebbe un ruolo decisivo in questa trasformazione linguistica e gastronomica. I sorbettieri partenopei erano ricercati in tutta Europa, chiamati a insegnare tecniche e procedimenti. Le loro lavorazioni anticipavano persino alcuni principi della futura industria alimentare, soprattutto nella capacità di incorporare aria durante il congelamento e ottenere consistenze sempre più cremose. Sempre lo scrittore ci dice anche che i gelatieri napoletani producevano già pezzi duri, mousse ghiacciate, forme realistiche di frutta (oggi così di moda!) e animali dipinte a mano, tanto convincenti da trarre in inganno i commensali. Altro passaggio fondamentale del suo percorso bibliografico è la citazione di Matilde Serao ne Il Paese della Cuccagna (1891), a conferma di come questo dolce sia entrato pienamente nell’immaginario collettivo di Napoli uscendo dalle cucine aristocratiche.  Tra Ottocento e Novecento la coviglia attraversa caffè, pasticcerie e banchetti borghesi, arrivando fino ai matrimoni del Dopoguerra, soprattutto nella zona di Mergellina, dove veniva servita insieme allo spumone, altro grande classico partenopeo oggi rarissimo, composto da strati di gelato (nocciola, cioccolato, stracciatella) con un cuore morbido di pan di spagna imbevuto di liquore (Strega o Rhum), canditi e frutta secca. La sua fortuna, però, comincia lentamente a diminuire nella seconda metà del Novecento, quando il trionfo del gelato industriale e delle nuove forme di consumo su cono ne riduce progressivamente la presenza.

Le edicole che chiudono: stiamo perdendo più di un chiosco !

ogni tanto. un po'. di nostalgia. canaglia c'è ed è un piangersi addosso ma non solo

da 

Annalisa Lo Monaco



Dietro la scomparsa di questi piccoli presidi culturali si nasconde un cambiamento più profondo nel modo in cui ci informiamo, pensiamo e parliamo.
Leggere un articolo di giornale, quello vero, con un inizio, uno sviluppo e una conclusione, richiede un tipo di attenzione che stiamo disimparando. Non è solo questione di "informarsi meglio": è un esercizio cognitivo.
Seguire un ragionamento articolato, collegare cause ed effetti, trattenere informazioni mentre se ne acquisiscono di nuove, allena la memoria e la capacità di pensiero critico.
Quando ci limitiamo ai titoli, il cervello smette di fare questo lavoro. E come un muscolo che non si usa, si indebolisce.
C'è un altro effetto, meno discusso: l'impoverimento del linguaggio. I giornali, anche se non sempre e non tutti, usano un italiano più ricco, più strutturato di quello dei post e dei messaggi. Sinonimi, frasi articolate, costruzioni complesse che, non leggendo più smettiamo di usare.
Il risultato? Parliamo e scriviamo in modo più povero per mancanza di alternative. Il vocabolario si restringe, e con esso la capacità di esprimere pensieri articolati. Perché se non hai le parole per un concetto, farai fatica anche a pensarlo.
Non è questione di età, sarebbe facile puntare il dito contro i giovani "sempre attaccati al telefono", ma anche chi è cresciuto con i giornali cartacei ha, nel tempo, abbandonato l'abitudine alla lettura approfondita, sedotto dalla comodità dei social.
La differenza è che i più giovani non hanno mai sviluppato l'abitudine alla lettura di un intero articolo perché il contesto in cui sono cresciuti non la richiedeva né la consigliava.
Cosa possiamo fare:
Non si tratta di demonizzare il digitale o rimpiangere un passato, si tratta di riconoscere cosa stiamo perdendo e decidere se vogliamo recuperarlo.
Qualche spunto:
* Abboniamoci a una testata, leggiamola e commentiamo gli artt con amici e familiari.
* Regaliamo abbonamenti a riviste ai più giovani. Sarà un modo per aprire finestre su mondi che non cercherebbero da soli.
* Sostieniamo le edicole rimaste, sono importanti tanto quanto le librerie.
* Ritagliamoci momenti di lettura senza distrazioni con il telefono in un'altra stanza e silenziato!
E ricordiamo che un’edicola che chiude annuncia che un certo mondo fatto di curiosità e approfondimento sta sparendo e con loro un pezzo della nostra storia!
Ma comprare il quotidiano, sedermi al bar per un caffè, sfogliare pagine fruscianti, leggere tutti i titoli e poi con calma i vari articoli, resterà sempre per me un piacere irrinunciabile!

diario di Bordo n 144 anno. V Leggo , vedo tv e web tv . Anticipazioni e conferme

Nel odierno di Diario. Di bordo come da titolo segnalo l e recensisco alcune cose. Viste o che dovrò vedere . Iniziamo.Da quello. Che ho vis...