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31.3.26

Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quello che non sapevi https://www.facebook.com/share/17Vo7o2aQ5/




21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, piccolo borgo in provincia di Benevento.


Le autorità firmano l'ordinanza: sgombero totale, immediato, obbligatorio. Il paese è pericolante. Non si torna indietro.


I 7.500 abitanti di Apice leggono l'ordinanza.


E rimangono.


Non per un giorno, non per una settimana. Per diciotto anni interi, queste persone continuano a vivere tra le case sbrecciate, i muri incrinati, le chiese con le volte spaccate. Riparano quello che possono con le proprie mani. Coltivano gli orti. Tengono aperti i negozi.


Lo Stato dice di andarsene. Loro dicono no.


Spoiler: ci vorrà qualcosa di molto peggio per farli muovere.


Il 23 novembre 1980, il terremoto dell'Irpinia — magnitudo 6,9, uno dei più devastanti del secondo Novecento italiano — torna su quello che restava di Apice e finisce il lavoro che il '62 aveva cominciato. Questa volta non c'è niente da riparare. Questa volta si va.


Gli abitanti abbandonano il paese. In fretta, con quello che hanno.


E lì, Apice si ferma.


Non viene demolita. Non viene restaurata. Non viene trasformata in resort o in set fotografico.


Rimane esattamente com'era nel momento dell'abbandono: strade intatte, chiese aperte sul vuoto, mobili e oggetti personali ancora al loro posto tra le macerie. La vegetazione cresce lenta attraverso i muri, le finestre, i pavimenti.


Il FAI — Fondo Ambiente Italiano — ha inserito Apice Vecchia tra i Luoghi del Cuore, e oggi la chiama esplicitamente la Pompei del Novecento.


Non è un'esagerazione.


A Pompei ci ha pensato il Vesuvio, in un pomeriggio del 79 d.C.


Ad Apice ci hanno pensato due terremoti, diciotto anni di disobbedienza civile silenziosa, e una comunità che non riusciva — o non voleva — immaginare di esistere altrove.


In breve:

Nel 1962 un terremoto di magnitudo 6,0 colpisce Apice (BN) e le autorità ordinano lo sgombero immediato.

I 7.500 abitanti ignorano l'ordinanza e restano per 18 anni, vivendo tra case danneggiate e macerie.

Solo il terremoto dell'Irpinia del 1980 (magnitudo 6,9) li costringe ad andarsene definitivamente. Oggi Apice Vecchia è un borgo fantasma congelato nel tempo, tutelato dal FAI.

dopoThe Immortal Manil film sui peaky blinders. arrivano sequel , spin off e prequel . Ne vale la pena o sono solo.il classico raschiamento di barile per fare soldi ?



Ho visto a casa di un amico il film The Immortal Man. della serie The peaky blinders Ora pur non avendo finito di vedere tutta la. serie, sono  alla. 4\1 su 6 stagioni posso dire. che leggendo sinossi e recensioni delle rimanenti che i veri peaky blinders si

concludono. con il film . Gli spin off non aggiungono. niente alla serie e sono, a mio. avviso, solo il classico raschiamento del barile .Mentre. per il sequel iin produzione non credo , come https://www.wired.it/article/the-immortal-man-riporta-in-vita-saga-peaky-blinders-ha-senso-tornare-a-quel-cupo-e-gelido-inverno/ sia una buona notizia e sia qualcosa di ben oltre il. classico raschiare il fondo del barile cioé allungare il brodo .  La mia  tesi sembra. essere. confermata  dallo stess wired 

 [....] Dopo sei stagioni impeccabili, Tommy Shelby, veterano della prima guerra mondiale affetto da Ptsd che aveva gestito con pugno di ferro le attività illecite di Birmingham, si accomiatava dalla vita criminale: moriva di una morte simbolica, bruciando letteralmente il simbolo della sua vecchia vita e abbandonandola, dopo aver scoperto che l’unico in grado di eliminare Tommy Shelby era Tommy Shelby. Sembrava l’ultimo capitolo della saga, una saga corale con un protagonista assoluto perseguitato da mille demoni. La guerra, i lutti, i tradimenti, le dipendenze da alcol e droghe avevano divorato i fratelli Shelby, inghiottiti dalla disperazione e dai sensi di colpa, in bilico tra tendenze suicide e auto/distruzione, tra ricerca disperata del pericolo e fuga da un vuoto esistenziale camusiano che curavano con la violenza e l'omicidio. Gli Shelby sono stati i re di Birmingham negli anni tra le due guerre, anni in cui le loro imprese hanno incrociano la politica e la corruzione, il fascismo e il nazismo. Quando Tommy Shelby torna in scena in Immortal Man, sembra essersi lasciato dietro tutto questo. Segregatosi in una dimora enorme e vuota che cade a pezzi come una nuova Miss Havisham (Knight è un grande fan di Dickens) vive perseguitato dai ricordi suoi peccati e dai fantasmi dei cari perduti. Tra le sue colpe più cocenti c’è l’abbandono del figlio, boss che si dice più feroce e amorale di lui.

Mah. staremo a vedere  se saprà mantenere intatta la tensione narrativa  del precedente  e non porterà a qualcosa  di noioso e concluso in fretta come il film   \ spin off.   della. serie Breaking Bad  e il film  della  serie Ray Donovan 

Erika con la sindrome di Down da dieci anni maestra d'asilo e d'inclusione






  da Elena Lucchini 





 
La sindrome di Down non è un limite.Erika, la ragazza ritratta in questa foto, ne è una testimonianza autentica.
La sua è una storia preziosa. Non è soltanto il racconto di un inserimento lavorativo riuscito o di un percorso formativo affrontato con impegno e dedizione. È la storia di un talento che ha trovato il terreno giusto per esprimersi e diventare un valore per l’intera comunità.
Da oltre dieci anni Erika fa parte del team dei docenti, ma il suo contributo va ben oltre questo. Abita la scuola con una sensibilità rara, con quella naturale empatia che le consente di raggiungere ciò che le parole a volte non riescono a esprimere.
Con i bambini, soprattutto con i più fragili, Erika costruisce relazioni vere, fatte di fiducia, ascolto e comprensione profonda. Ed è proprio questa capacità a renderla un punto di riferimento prezioso: ha saputo trasformare la propria unicità in una straordinaria risorsa, capace di aprire un accesso speciale al mondo interiore dei più piccoli. In un tempo in cui troppo spesso la disabilità viene ancora guardata attraverso il filtro del limite, la sua presenza ci invita a cambiare sguardo. Ci ricorda che la diversità, quando è accolta e valorizzata, può diventare una forza concreta, capace di generare bene e di fare la differenza, anche grazie al lavoro di un’intera comunità.Grazie Erika, perché con il tuo esempio dimostri ogni giorno che l’inclusione non è una parola astratta, ma un gesto quotidiano. La tua mano tesa, il tuo sguardo accogliente e il tuo grande cuore rendono la scuola un posto migliore per tutti.










Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani



  da ilDolomiti.it. 29 marzo 2026 | 18:00

Ogni mattina, all'alba, ho preso quella seggiovia. Sabato è stata l'ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto. Una salita che ci accompagna tra le sfumature dei territori montani

dalla.   rubricaPista Battuta


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po', poi la dimentichi: di sola montagna turistica non si vive. Con l'inverno termina anche la rubrica Pista Battuta, che negli ultimi mesi ci ha accompagnati tra le infinite dinamiche del mondo dello sci alpino




Ho passato l’inverno là dove tutto è cominciato: all’Alpe di Mera. Ogni mattina, all’alba, ho preso la seggiovia che porta alle piste da sci. È lenta, vecchia, ma bellissima, con i seggiolini dipinti di un rosso brillante. Sabato scorso l’ho presa per l’ultima volta: verrà smantellata per lasciare spazio a un nuovo impianto, più moderno, più veloce. Erano in molti a essere dispiaciuti, qualcuno è salito apposta per salutarla. Quella seggiovia anziana è la nonna degli sciatori valsesiani.
Insieme a me, sabato, è salito Fiorenzo, un allevatore con una piccola azienda agricola. Ci siamo seduti senza pensarci troppo e solo al quinto pilone abbiamo realizzato che, con ogni probabilità, quella sarebbe stata l’ultima volta per entrambi. Io e Fiorenzo non ci conoscevamo, ma abbiamo iniziato a parlare come si fa in montagna: senza preamboli.



Abbiamo parlato della neve, troppa per essere marzo. Del fieno e dei prati, delle stagioni che cambiano, di estati troppo secche e di inverni sempre più corti. Di lupi con cui convivere, di capre da proteggere, di figli che restano e di quelli che vanno. E poi, inevitabilmente, siamo finiti a parlare di lei: di quella seggiovia che per me è infanzia, lavoro, identità.
Fiorenzo mi ha regalato una chiacchierata preziosa, ricordandomi che la montagna, ogni giorno, offre in modo inaspettato occasioni di crescita. Il suo lavoro lo impegna dall’alba al tramonto: quella mattina, dopo aver dato fieno alle capre, è salito apposta per salutare quei seggiolini rossi. Ama lo sci, ma teme che la direzione intrapresa sia pericolosa.



Teme, come me, la montagna‑cartolina: ha paura che contadini e allevatori diventino scenografia, il pastore per la foto e le mucche per il dépliant. Fuori dall’inquadratura restano redditi bassi, burocrazia alta e poca tutela. Se chi produce cibo in montagna non riesce a vivere dignitosamente, lentamente smette. E senza agricoltura e allevamento la montagna diventa davvero un parco a tema, con tutte le sue finzioni, le sue mascotte, i suoi divertissement.
In questi mesi, con la rubrica Pista Battuta, ho provato a fare proprio questo: vedere la montagna oltre la cartolina. Abitiamo un mondo che spesso si racconta per quello che non è, e la montagna non fa eccezione: cieli sempre azzurri, prati perfetti, una bella frisona da latte senza neanche una mosca a ronzarle intorno, un casaro che sembra uscito dal set di un film. In questa versione edulcorata resta fuori quasi tutto ciò che è vero: odore di stalla, un trattore che passa, la neve che manca, il fango, il letame, la puzza di capra. Così prepariamo turisti poco o per nulla informati, che arrivano con aspettative irreali e vivono il reale come un fastidio.
L’ho 

detto anche a Fiorenzo, su quella seggiovia: di sola montagna turistica non si vive. Se già nell’immagine che comunichiamo restano solo gli impianti e i weekend di pienone, ma spariscono stalle, prati e persone che ci lavorano tutto l’anno, il paese resta bello da guardare ma sempre più difficile da abitare. Vorrei, invece, raccontare la montagna nuda: con le sue bellezze e le sue fatiche. Perché se continuiamo a rincorrere la finzione rischiamo di clonare, anche quassù, lo stesso modello malato che abbiamo già in pianura.
Quella che ho provato a conoscere è una montagna fatta di caschi ammaccati, piste ghiacciate, neve che non arriva e laghi che si abbassano. Ho ascoltato allenatori, guide alpine, sindaci, scienziati, fotografi, atleti. Ognuno con un pezzo di verità, nessuno con la soluzione. Se dovessi riassumere in una sola parola ciò che è emerso da questi incontri, sarebbe "equilibrio". Una parola forse abusata, ma sulla neve, così come sui sentieri assolati, non è mai banale. Vivere in montagna richiede le abilità di un funambolo: andare con calma, prendersi il tempo per ogni passo, avere una costanza senza pari, tanto coraggio, la consapevolezza di una possibile caduta e un equilibrio sempre presente.




Lo sci mi ha insegnato a cercarlo di continuo: tra velocità e controllo, tra azzardo e prudenza, tra la voglia di rischiare e il dover stare in piedi fino al traguardo. Nei miei articoli ho cercato lo stesso equilibrio fuori dalla pista battuta: nel desiderio di proteggere la montagna e la necessità di farci vivere le persone; tra l’urgenza di cambiare e il desiderio di non cancellare ciò che siamo stati; tra il coraggio di ammettere "così non funziona più" e il rispetto per chi, sullo sci, ha costruito la propria vita.
Non intendo condannare lo sci. Sarei disonesta, prima di tutto con me stessa. Lo sci, per me, è una lingua madre: è il fiato di mio padre in fondo alle piste, sono gli allenatori che ho amato e detestato, sono i bambini che mi seguono e crescono sulla neve. È lavoro, reddito, dignità per intere vallate. È, come mi hanno ricordato Toio, Marta e Simone, una scuola di vita. Proprio per questo non voglio che lo sci rimanga l’unico futuro possibile per la montagna. Quando una valle dipende da una sola cosa, è estremamente fragile. Quando l’inverno si scalda, quando la neve è imprevedibile, non sono solo gli impianti a tremare: sono le botteghe, le scuole, le famiglie.
Se lo sci diventa l’unico motivo per cui un paese "vale", quel paese rischia di esistere solo finché c’è neve.

L’equilibrio che cerco è un altro: uno sci che abbia il coraggio di riconoscere i propri limiti, geografici e climatici, e scelga dove ha ancora senso esistere; una montagna che resti viva anche quando gli impianti rallentano, quando le piste si svuotano, quando il bollettino neve non permette l’apertura. Per questo, lungo questa rubrica, la neve è sempre stata accompagnata da altro: le voci di chi alleva, coltiva, abita; i piccoli comprensori che esistono senza fare rumore; le immagini di fotografi che non cercano quella maledetta cartolina; le parole di un sindaco che vede nello sci un pilastro, non l’edificio intero; le analisi di chi studia neve, suoli, permafrost, sapendo che, se saltiamo certe soglie, discutere di sci sarà quasi un dettaglio.
La montagna che sogno è più reale: non finga di essere un luna park di neve infinita, ma nemmeno un santuario intoccabile dove, alla fine, non può vivere nessuno. Una montagna dove lo sci continua a esistere (finché il clima, il buon senso e la quota lo permetteranno) ma accanto ad altre economie: agricoltura di montagna, allevamento, artigianato, ricerca scientifica, turismo lento, lavoro da remoto ben pensato, scuole, servizi. Una montagna che non si esaurisca nello skipass, ma che sia capace di essere abitata tutto l’anno.


La montagna, se la riduci a cartolina, finisci col buttarla in un cassetto. Una cartolina la guardi, la appendi per un po’, poi la dimentichi. Un luogo reale, invece, chiede cura ogni giorno: c’è da spalare la neve, aggiustare un muretto, portare il latte a valle, aprire il rifugio anche quando non c’è nessuno, insegnare a un bambino ad andare con le pelli o a riconoscere un filo d’erba che resiste a quota duemila.
Pista Battuta, in fondo, è nata per questo: per ricordare che sotto ogni pista c’è una terra viva, e dietro ogni curva c’è qualcuno che quella terra la abita, la lavora, la studia. Ho cercato di non semplificare: non "chiudiamo tutto" o "andrà tutto bene". Ho provato a stare in quel grigio denso, complicato e bellissimo in cui, forse, possono nascere le scelte più oneste.
Se 

c’è una traccia, su questa pista, che vorrei restasse è questa:
  • continuare a sciare dove ha ancora senso farlo, con maggiore misura e consapevolezza;
  • esigere piste progettate e gestite con criteri rigorosi, ascoltando chi studia suoli, acqua e neve;
  • sostenere chi, in montagna, sceglie di restare anche quando le luci degli impianti si spengono;
  • riconoscere che alcuni luoghi dovranno cambiare vocazione e accompagnare questa transizione con rispetto, non con slogan.
Una pista battuta, da sola, non basta a tenere in piedi una valle. Ma può essere ancora, se la tracciamo bene, una linea che collega un paese al proprio futuro. Non l’unica, ma una delle


Questa rubrica finisce qui, per ora. L’inverno, invece, continuerà a cambiare forma. Starà a noi decidere se restare spettatori, in fondo alla pista, o avere il coraggio di rimetterci in fila alla nuova cabinovia, guardare la montagna per quella che è, meravigliosa e complessa, e scegliere, curva dopo curva, come sciare senza spezzare ciò che ci sostiene.
Ci vediamo lì, dove finisce la neve programmata e comincia la montagna vera.
Tra una seggiovia che si ferma e una stalla che resta piena.Tra una foto da cartolina e la luce di un rifugio accesa in pieno inverno.

la rubrica

Pista Battuta


Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

30.3.26

«Gli animali che mangiano bene stanno meglio e vivono più a lungo» La nutrizionista Alessandra Usai si occupa di alimentazione per cani e gatti «Preparo diete su misura perché il loro benessere deve partire dalla ciotola»




​ la scuola non può e non deve diventare il parafulmine di ogni fallimento sociale di ©️ Cristian A. Porcino Ferrara

 ​È di questi giorni la notizia di una professoressa accoltellata da un allievo, che ha dichiarato di rimpiangere di non averla uccisa e di non aver colpito anche i propri genitori. Trovo altamente diseducativo chi tenta di minimizzare l’accaduto, riducendolo a una ragazzata o a un gesto riconducibile a generiche fragilità esistenziali. In quanto docente, ritengo che il ragazzo debba essere perseguito legalmente: una risposta indulgente non gli insegnerebbe nulla, anzi rischierebbe di rafforzare l’idea che le proprie azioni non abbiano conseguenze.Dobbiamo smettere di guardare a queste esplosioni di violenza come a tragiche eccezioni isolate. La storia recente, a partire dalla strage della Columbine in poi, ci insegna che il nichilismo e il desiderio di annientamento dell'altro non sono "crisi passeggere", ma derive profonde che si nutrono proprio dell'assenza di un limite percepito. Ma attenzione: la scuola non può e non deve diventare il parafulmine di ogni fallimento sociale. Sono stanco di chi scarica la responsabilità comportamentale dei ragazzi esclusivamente su di noi docenti, deresponsabilizzando le famiglie e la società civile. Noi non siamo taumaturghi e non possiamo compiere quei miracoli educativi che tutti si aspettano, mentre il resto del mondo abdica ai propri doveri.Questo “familismo” che porta alcuni colleghi a considerare gli studenti come figli è, a mio avviso, fuorviante. I nostri allievi non sono i nostri figli: il nostro ruolo è diverso e deve restare distinto. Più giustifichiamo e proteggiamo, più rischiamo di formare una generazione incapace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni. È un tema che ho approfondito nel mio saggio Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell'odio, dove analizzo come la violenza giovanile sia spesso il sintomo di una mancanza di confini chiari e di un’etica del limite che la scuola deve contribuire a ricostruire, ma non in solitudine.La scuola deve formare cittadini consapevoli e responsabili. La responsabilità educativa non esclude quella legale: al contrario, la rende comprensibile. Non spetta a noi, come società, stabilire l'entità di una condanna mossa dal livore, né dobbiamo lasciarci trasportare dall'odio del momento. La pena deve conservare il suo valore rieducativo: punire per insegnare che dagli sbagli, anche i più gravi, si può e si deve imparare a tornare umani.La perdonanza può essere una scelta personale, intima e rispettabile del singolo individuo. Ma non può e non deve diventare un’aspettativa istituzionale o educativa. Restiamo saldi nel nostro ruolo, senza confondere comprensione e deresponsabilizzazione, e continuiamo a essere un presidio contro ogni forma di illegalità o criminalità.


​©️ Cristian A. Porcino Ferrara

Vive da solo in montagna da 20 anni (a 1 ora a piedi dalla civiltà)

la storia che trovate nel post  d'oggi   conferma quest  articolo

editorialedomani  del 30\3\2026



Ha avuto una vita piena. Lavorava, correva, costruiva, faceva.Poi, a un certo punto, ha capito una cosa semplice: aveva bisogno di natura, di montagna, di lentezza. Fausto vive da oltre vent’anni in montagna ad 1 ora a piedi dalla civiltà.




Lontano dalla città e da quella corsa continua che per molti è normale. Niente televisione, niente computer, solo il necessario. In questo video entriamo nella sua quotidianità: una vita fatta di orto, legna, lavori manuali, silenzio e tempo. Una casa costruita e trasformata con le proprie mani, terrazze recuperate, terra coltivata, gesti ripetuti che diventano ritmo. Quando scende in città, dopo poche ore sente già il bisogno di tornare su. Perché lì, tra il bosco e le terrazze, ha trovato qualcosa che altrove non aveva mai trovato: una forma di equilibrio. Forse la felicità.

29.3.26

che palle i vanacciani e i salvinisti che vedono. nel. caso di Bergamo (e non solo) la nazionalità vera o presunta del colpevole.


 Lo  so  che non  dovrei rispondere a tali assurdità  (metaforicamente parlando ) ma non ci  resisto.  



soprattutto perché  come  dice    xxxx  sempre  nella discussione  sopra  riportata afferma   giustamente.    che 

IL fatto è uno e uno solo: un tredicenne ha accoltellato la sua professoressa. Questo è il fatto rilevante ed è su questo che bisogna interrogarsi. Lo sfondo razziale, etnico,religioso c'entra zero. Può essere bianco,nero, giallo, cristiano,musulmano, ortodosso,  ebreo. : non sposta di una virgola quello che è accaduto. Non è accaduto per un fattore culturale: è accaduto perchè la scuola spesso è teatro di azioni legate un disagio profondo. Dire,però, che questo disagio sia legato alla diversità culturale, etnica o religiosa di chi abita le aule è un errore enorme ed è anche falso. Da persona di scuola penso di potertelo dire.

Ora concordo   con xxxxx perché   nella maggior parte   dei casi ,  compreso  questo ,   è solo. speculazione politica.  in quanto   non ci sono riscontri ufficiali che indichino origini marocchine o di altre nazionalità. dell'aggressore. Infatti molto spesso, in casi di cronaca eclatanti, tendono a diffondersi notizie non verificate sulla provenienza degli aggressori. E poi italiano o straniero. con cittadinanza italiana oppure senza cittadinanza che risiede in Italia non necessariamente clandestino o irregolare la sostanza non cambia sia che lo si veda come un atto di criminalità oppure vista l’eta dell’aggressore una forma di disagio d’emergenza sociale visto l’aumentare. della violenza giovanile
 

Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»

Leggi anche
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2026/03/a-che-serve-lunesco-overtourism-in.html


 da  https://www.vanityfair.it/










Silvia Camporesi: «I viaggiatori pensano di avere diritto a usare i luoghi: anche fotografare un posto per mostrarlo è un gesto di appropriazione»
La fotografa e filosofa, cha ha appena pubblicato il libro Una foto è una foto è una foto riflette sul rapporto tra immagine e viaggio, sull’impatto visivo del turismo e sulla necessità di un nuovo sguardo consapevole sui luoghi che attraversiamo


Filosofa di formazione, fotografa di mestiere: si dovrebbe presentare così Silvia Camporesi, se non fosse che per la raffinatezza delle sue immagini e la profondità dei suoi ragionamenti le due definizioni sembrano essersi fuse in lei. Da anni impegnata a ritrarre il paesaggio italiano, ha da poco pubblicato con Einaudi il libro Una foto è una foto è una foto, riprendendo il verso di Gertrude Stein A rose is a rose is a rose. Un capitolo del volume è dedicato al binomio sempre più delicato fotografia-viaggi.
In queste pagine Silvia Camporesi si interroga su come fotografare oggi i luoghi che visitiamo senza darli in pasto al turismo. Se il mondo è sempre più fotogenico e tutto, da una camera d'albergo a una mostra fino alla sala di un ristorante, viene pensato per essere instagrammabile, dove si colloca la nostra responsabilità di fotografi? Usata così la fotografia, dice l'autrice, diventa un gesto di appropriazione che nasce da un'idea antica: l'idea che come viaggiatori abbiamo diritto a usare un posto. Ne abbiamo parlato con lei.



Silvia Campore





Il titolo del suo libro riprende il celebre verso di Gertrude Stein. In quel gioco di ripetizioni c’era l’idea che una cosa sia semplicemente se stessa. Cosa significa affermare che una foto è una foto?
«È una tautologia che nel libro ha un significato ben preciso. La fotografia è viva e morta allo stesso tempo: morta rispetto a come l'abbiamo conosciuta, viva perché ha subito varie rivoluzioni, pur rimanendo se stessa, soprattutto se parliamo di fotografia autoriale. È un modo per dire che sì, è molto cambiata, ha generato anche grossi problemi - di verità, ad esempio - ma continua a sorprenderci».
Entrando nel merito del capitolo dedicato alla fotografia e al viaggio, lei dice che più fotografiamo un luogo e più lo priviamo della sua singolarità. È come se l’immagine, invece di rivelare, esaurisse ciò che ritrae. Da fotografa e filosofa, come definisce questo paradosso dello sguardo contemporaneo?
«Ci sono tante cause che hanno generato il problema dell’overtourism. Michel Houellebecq, nel romanzo La carta e il territorio, si domanda se le località servite da Ryanair fossero già mete turistiche o se lo siano diventate proprio in seguito alla decisione della compagnia di includerle nelle proprie rotte. Il fatto è che ora che ci è consentito andare in luoghi fino a poco tempo fa non accessibili, li fotografiamo e “pubblichiamo”, accompagnati dalla narrazione: “C’è un posto che vale la pena vedere". Questo innesca un processo che arriva a far conoscere a tutti luoghi che prima erano sconosciuti».
Nel libro cita alcuni esempi emblematici.
«Il caso più noto è quello del fiordo in Islanda, ripreso in un video di Justin Bieber che ha avuto 400 milioni di visualizzazioni, con un impatto devastante. In Italia, invece, quello dei Palmenti di Pietragalla: un posto sconosciuto, trasformato in meta turistica da una singola fotografia diffusa online con la narrazione: “Esiste un posto in Italia che sembra il paese degli Hobbit”. È bastato questo per renderlo richiestissimo».




Atlas Italiae, del 2011. Trolley books. Foto: Silvia Camporesi

Sembra che oggi tutto sia pensato per essere trasformato in esperienza.
«È così. Anche nelle mostre più prestigiose oggi c’è un punto pensato per far scattare una foto o un selfie. Nel libro c’è un paragrafo che si intitola Scenografia per un selfie. Sembra un’esagerazione, e qualcuno mi ha criticato dicendo che non è vero che tutti cerchiamo luoghi “instagrammabili”. Tutti no, ma molti sì».
E questa società che crea scenografie per i selfie che impatto ha sui luoghi?
«Succede che, quando un luogo comincia a essere visto sui social e diventa molto frequentato, si riempie di persone che mangiano, consumano, lasciano rifiuti. Quando i numeri crescono esponenzialmente i negozi e le strutture devono ingrandirsi, la proposta si omologa e il cibo non può più essere “autentico”. Non parliamo poi degli alloggi».

Il professor Sean Smith: «Come Instagram e Tik Tok sono diventati i padroni dei nostri viaggi»

In occasione della Giornata Mondiale del Turismo, che si celebra oggi 27 settembre, abbiamo intervistato il docente Sean Smith che si occupa di studiare il collegamento tra social media e cambiamenti sociali. Anche nel turismo


Quello degli alloggi è un discorso delicato in Italia, con un’emergenza abitativa gravissima. Ma c'è anche un altro problema: oggi dobbiamo programmare tutto prima di un viaggio. L’andare non dovrebbe essere naturale?
«Sì, oggi non si può più andare in un luogo in maniera non programmata. Bisogna pianificare ogni minimo passaggio. Non c’è più la libertà che avevamo un tempo, se non andando in luoghi ancora non presi di mira, dicendo: “andiamo lì prima che venga scoperto”. E poi c'è anche un problema di costi: oggi è diventato normale pensare che se qualcosa è gratis vuol dire che non sia bello. Tutto è diventato costoso: la spiaggia, il sole, l’ombra, niente è più gratuito. Ma non è normale».















non si combatte la dittatura con un genocidio il caso dell'embargo a cuba

 Qui non è  questione,  almeno non solo,  che governo o dittatura  ci  sia al potere ,  ma. di mancanza. di umanità e  del modo  inumano  con cui  si  combatte  ciò . Infatti


dai missionari saveriani https://www.saveriani.it/parma/item/da-cuba-lettera-aperta-al-mondo 


LETTERA APERTA AL MONDO: Da Cuba, una donna denuncia il crimine che nessuno vuole vedere.

 


All'umanità intera, alle madri del mondo, ai medici senza frontiere, ai giornalisti con dignità, ai governi che credono ancora nella giustizia:

Il mio nome è come quello di milioni di altre persone. Non ho cognomi famosi né cariche importanti. Sono una cubana comune. Una figlia, una sorella, una patriota. E scrivo questo con l'anima straziata e le mani tremanti, perché quello che oggi vive il mio popolo non è una crisi. È un omicidio lento, calcolato, freddamente eseguito da Washington.                                                                                                             E il mondo guarda dall'altra parte.

           

👵 DENUNCIA PER I MIEI NONNI:

Denuncio che a Cuba ci sono anziani che muoiono prematuramente perché il blocco impedisce l'arrivo di farmaci per il cuore, la pressione e il diabete. Non è una questione di mancanza di risorse. È un divieto deliberato. Le aziende che vogliono vendere a Cuba vengono multate, perseguitate, minacciate. I loro governi tacciono. E nel frattempo, un nonno cubano stringe il petto e aspetta. La morte non avvisa. Il blocco sì.

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👶 DENUNCIA PER I MIEI BAMBINI:

Denuncio che a Cuba ci sono incubatrici che hanno dovuto essere spente per mancanza di carburante. Che ci sono neonati che lottano per la vita mentre il governo degli Stati Uniti decide quali paesi possono venderci petrolio e quali no. Che ci sono madri cubane che hanno visto mettere in pericolo la vita dei loro figli perché un ordine firmato in un ufficio di Washington vale più del pianto di un bambino a 90 miglia dalle sue coste.

 

Dov'è la comunità internazionale? Dove sono le organizzazioni che difendono tanto l'infanzia? O forse i bambini cubani non meritano di vivere?

 

🍽️ DENUNCIA PER LA FAME INTENZIONALE:

Denuncio che il blocco è fame programmata. Non è che manchi il cibo perché sì. È che ci impediscono di comprarlo. È che le navi con i generi alimentari vengono perseguitate. È che le transazioni bancarie vengono bloccate. È che le aziende che ci vendono cereali, pollo, latte vengono sanzionate.

 

La fame a Cuba non è un incidente. È una politica di Stato del governo degli Stati Uniti, affinata nel corso di 60 anni, aggiornata da ogni amministrazione, inasprita da Donald Trump e attuata con ferocia da Marco Rubio.

 

Loro la chiamano “pressione economica”. Io la chiamo terrorismo della fame.

 

⚕️ DENUNCIA DEI MIEI MEDICI:

Denuncio che i nostri medici, gli stessi che hanno salvato vite umane durante la pandemia mentre il mondo intero crollava, oggi non hanno siringhe, né anestesia, né apparecchiature a raggi X. Non perché non sappiamo produrli. Non perché non abbiamo talento. Ma perché il blocco ci impedisce di accedere alle forniture, ai ricambi, alla tecnologia.

 

I nostri scienziati hanno creato cinque vaccini contro il COVID-19. Cinque. Senza l'aiuto di nessuno. Contro venti e maree. Contro il blocco e le menzogne. Eppure, l'impero ci punisce per averlo realizzato.

 

🌍 AL MONDO DICO:

Cuba non chiede l'elemosina.

Cuba non chiede soldati.

Cuba non chiede che ci amiate.

 

Cuba chiede giustizia. Niente di più. Niente di meno.

 

Vi chiedo di smettere di normalizzare la sofferenza del mio popolo.

Vi chiedo di chiamare il blocco con il suo nome: CRIMINE CONTRO L'UMANITÀ.

Vi chiedo di non lasciarvi ingannare dalla favola del “dialogo” e della “democrazia” mentre ci strangolano.

 

Non vogliamo carità. Vogliamo che ci lascino vivere.

 

Ai governi complici che tacciono:

La storia vi presenterà il conto.

 

Ai media che mentono:

La verità trova sempre una via d'uscita.

 

Ai carnefici che firmano sanzioni:

Il popolo cubano non dimentica e non perdona.

 

A coloro che hanno ancora umanità nel cuore:

Guardate Cuba. Guardate cosa le stanno facendo. E chiedetevi: da quale parte della storia voglio stare?

---

Da questa piccola isola, con un popolo gigante, una cubana comune che si rifiuta di arrendersi.

 

Ikay Romay

✊🇨🇺💔

TRADOTTO E DIVULGATO DA ASSOCIAZIONE SVIZZERA-CUBA, Sezione Ticino

ticino@cuba-si.ch

 

 

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Non mi importa se hai 10 amici o 10 mila follower.

Non mi importa se la tua bacheca è pubblica o privata.

Non mi importa se non condividi mai nulla.

 

Ma questo è diverso.

 

Questa non è una foto di un tramonto.

Questa non è una notizia di gossip.

Questa non è solo un'opinione.

 

Questo è un GRIDO. E i gridi non si tengono per sé. Si ASCOLTANO. Si RIPETONO. DIVENTANO UNA FOLLA.

 

Oggi non ti chiedo un “mi piace”.

Ti chiedo di usare i tuoi pollici per qualcosa di più grande che scorrere lo schermo.

 

CONDIVIDI.

Affinché il mondo sappia che a Cuba non c'è una crisi.

C'è un CRIMINE.

 

Perché le madri di altri paesi sappiano che qui ci sono bambini che lottano in incubatrici spente a causa del blocco.

 

Perché i nonni di altre terre sappiano che qui ci sono anziani che muoiono in attesa di medicinali che Washington non lascia entrare.

 

Perché i governi complici provino vergogna.

Perché i media bugiardi non abbiano scampo.

Perché i carnefici sappiano che NON STAREMO ZITTI.

 

Una sola persona che condivide questo messaggio non cambia il mondo.

Migliaia, milioni, SÌ.

 

Non tenere questo testo per te.

Non essere complice del silenzio.

 

FAI IN MODO CHE QUESTA DENUNCIA ARRIVI PIÙ LONTANO DEL BLOCCO.

 

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#CubaDenunciaAlMundo

#ElBloqueoMata

#NiñosSinIncubadoras

#AncianosSinMedicinas

#HambreIntencional

#CrimenDeLesaHumanidad

#CubaVive

#COMPARTEporCuba

#QueElMundoNosEscuche

#DenunciaQueDuele

#CubaGrita

#ElBloqueoEsCrimen

#ViralizaLaVerdad

#PatriaOMuerte

#Venceremos

CONTRO LA LOGICA XENOFOBA DELLO STRANIERO di EMILIANO MORRONE

 Una  riflessione  questa  di Emiliano  che si può e  si dovrebbe  estendere a livello nazionale

Buone Palme a tutti. Cari politici sangiovannesi, fate come volete per le prossime elezioni comunali e litigate pure a oltranza. Fatti vostri. 
Anche voi, tifosi di una parte e dell'altra, dateci sotto con attenzione, concentrazione, ritmo e vitalità.
Conducete pure la vostra guerra di Piero, ma finitela con la logica dello straniero, perché è puramente xenofoba. Mia madre era una straniera, secondo questa logica, anche perché nata a Mogadiscio. Ma
ha dato una mano a San Giovanni in Fiore, come tanti altri docenti forestieri. E forestiero era Gino Piccioto, forestiero era Paolo Cinanni, forestiero era Gianni Vattimo, forestieri erano, per esempio, i Ventrici, i Caridà, i Zaffino e i Sibio. Stranieri, oggi formalmente italiani, sono molti concittadini (e amici) provenienti dal Marocco, dall'Albania, dalla Romania e dalla Cina, perfettamente integrati, che contribuiscono senza dubbio alla crescita collettiva. Straniero ma oriundo sarebbe pure il professore Paolo De Marco, anche se pochi ricordano che fu lui, con la sua scienza e generosità, a sostenere per primo i diritti degli Invisibili. 
Politici e rispettivi ultrà, usate perciò argomenti di politica e non argomenti discriminatori, che con la Calabria non c'entrano alcunché. Visto, tra l'altro, che nella tragedia di Steccato di Cutro noi calabresi abbiamo dato una lezione di umanità e civiltà, alla politica e al mondo. O l'abbiamo dimenticato?


A che serve l'unesco ? Overtourism, in Slovacchia c’è un villaggio da cartolina che chiede di uscire dal patrimonio Unesco

da repubblica online del 26\3\2026 

Una sola strada, una manciata di case, nessuna struttura turistica, Vlkolínec, tra i borghi contadini meglio conservati dell’Europa centrale, oggi è abitato stabilmente da non più di una decina di persone. I visitatori sono 100mila l’anno, troppi. Da qui l’idea: uscire dalla lista World Heritagec

C’è un piccolo villaggio tra i monti della Slovacchia centrale, sopra Ruzomberok, che sembra uscito da una fiaba. Case in legno dipinte di blu, rosa e giallo, tetti spioventi, una chiesetta bianca e prati che salgono verso il bosco. Si chiama Vlkolínec ed è uno dei borghi contadini meglio conservati dell’Europa centrale. Dal 1993 è iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell'Unesco come esempio eccezionalmente integro di architettura tradizionale carpatico-slava: un insediamento agricolo rimasto intatto, senza trasformazioni moderne invasive.
Dieci abitanti per 100mila turisti
Ed è proprio qui che si consuma un paradosso: il riconoscimento che doveva proteggere il villaggio rischia oggi di metterne in crisi la vita quotidiana. Secondo quanto riportato da media slovacchi a Vlkolínec vivono stabilmente poco più di una decina di abitanti, mentre i visitatori superano ogni anno quota 100.000. Un numero enorme, se rapportato alle dimensioni del luogo: una sola strada, una manciata di case, nessuna vera infrastruttura turistica.




Le testimonianze raccolte dalla stampa locale parlano di una pressione crescente: turisti che entrano nei cortili, fotografano l’interno delle abitazioni, si affacciano alle finestre oltre a bancarelle di souvenir e a camioncini di street food che contrastano con il contesto storico.
Alcuni residenti hanno reagito con cartelli, recinzioni improvvisate, inviti a rispettare la privacy. In più, le regole imposte dalla tutela Unesco — necessarie a preservare l’integrità del sito — limitano modifiche, ristrutturazioni e perfino alcune attività quotidiane, rendendo più complesso abitare stabilmente il villaggio.

Vlkolínec il campanile in legno 



Il risultato è una tensione sempre più esplicita: c’è chi, tra gli abitanti, arriva a dire che la cancellazione dalla lista Unesco migliorerebbe la qualità della vita. Una posizione che la stampa slovacca tratta con cautela, sottolineando come una parte della comunità riconosca invece i benefici del riconoscimento, dai restauri finanziati alla visibilità internazionale.
Raro esempio di villaggio in legno intatto
Per capire il senso di questo conflitto bisogna tornare alle ragioni dell’iscrizione. Vlkolínec è stato dichiarato patrimonio dell’umanità perché rappresenta un raro esempio di villaggio montano dell’Europa centrale sopravvissuto quasi intatto: oltre quaranta edifici in legno del XVIII e XIX secolo, disposti lungo un asse lineare, con fienili, orti e spazi agricoli ancora leggibili. Non è un museo ricostruito, ma un insediamento autentico, nato e cresciuto in relazione al paesaggio.





Ed è proprio questa autenticità a renderlo fragile. Visitandolo oggi si attraversa un luogo di grande bellezza: la chiesa della Visitazione della Vergine Maria (costruita nel 1875) , il piccolo campanile settecentesco in legno, il museo etnografico allestito in una casa tradizionale, i dettagli delle facciate decorate. Ma ciò che colpisce davvero è il silenzio — interrotto però, sempre più spesso, dal flusso continuo dei visitatori.
Vlkolínec diventa così un caso emblematico di overtourism in scala minima: non una grande città travolta dal turismo globale, ma un microcosmo rurale dove il rapporto tra abitanti e visitatori si è rovesciato. Un luogo pensato per essere vissuto che rischia di trasformarsi in scenografia.

Vlkolínec

La domanda che emerge è semplice: si può salvare un patrimonio senza svuotarlo della sua comunità? A Vlkolínec la risposta resta incerta. Ed è proprio questa incertezza a trasformare il piccolo villaggio slovacco in uno dei casi più interessanti del dibattito sul turismo contemporaneo.

La vicenda sopra riportata è un  esempio degli effetti del turismo di massa . l'UNESCO anziché : proteggere,salvaguardare,tutelare, ecc. le diversità le snatura ed omologa facendo passare in secondo piano il suolo istituzionale /culturale . Infatti eco quello che sta succedendo con questa cittadina ( e non solo purtroppo ) che ancora ha mantenuto insta le sue caratteristiche storiche e "identitarie" a scapito delle trasformazioni urbanistiche antropologiche del XX e XXI secolo. Quindi ci si di crebbe richiedere a che serve e qual'ė il ruolo dell'UNESCO. È giusto restarci o uscirne ? Con questo dubbio amletico vi saluto . alla prossima polemica. 




Ogni terremoto ha una sua storia il caso di Apice

Dalla pagina fb quello che non sapevi https://www.facebook.com/share/17Vo7o2aQ5/ 21 agosto 1962. Una scossa di magnitudo 6,0 devasta Apice, ...