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1.3.26

Paralimpiadi, i trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling:





in attesa delle paraolimpiadi ecco la storia dei

da dolomiti.it

trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling: "Se riusciremo a far appassionare allo sport anche solo un giovane con disabilità avremo fatto centro"
Storie ed emozioni della coppia di atleti trentini pronti ad una Paralimpiade invernale da protagonisti sul ghiaccio di Cortina d'Ampezzo: "Speriamo che un evento di questa portata possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio"






TRENTO. Tra Pechino 2022 e Milano Cortina 2026 l’Italia degli sport invernali si è letteralmente innamorata del curling, sport diventato iconico grazie ai risultati della coppia mista e grazie alle sue dinamiche di gioco ben più spettacolari e adrenaliniche di quanto non possa suggerire un primo sguardo superficiale.
Ma chi si è appassionato di curling può stare tranquillo: nelle Paralimpiadi invernali ormai alle porte (gare dal 6 al 15 marzo) l’Italia schiera una coppia tutta trentina, composta da Orietta Bertò e Paolo Ioriatti, che è pronta ad emulare le gesta di Stefania Constantini e Amos Mosaner grazie al suo talento e alle sue qualità.
Anche nel wheelchair curling le stone che sfrecciano sul ghiaccio pesano quasi 20 chili, e sono lanciate grazie a uno strumento chiamato “extender”, una sorta di manico allungato che serve ad imprimere direzione, velocità e rotazione al sasso di granito: per lanciare spesso serve il supporto del compagno di squadra che tiene ferma e stabile la carrozzina. Il campo di gioco e le regole sono le stesse del curling olimpico (anche se qui non si “spazza” il ghiaccio).
Orietta e Paolo, entrambi tesserati con l’Asd Albatros Trento, sono ormai “coppia fissa” nel double mixed da oltre cinque anni, un lungo percorso che li porta a Milano Cortina con ambizioni importanti dal punto di vista sportivo ma anche un grande carico di emozioni. Tanto per dire, i due hanno vinto la medaglia di bronzo ai Mondiali disputati in Corea nel 2024.
“Dovremo essere bravi a pensare solo a giocare e divertirci – racconta Orietta sul ghiaccio di Cembra a pochi giorni dalla partenza dell’avventura paralimpica -, giocare in casa può essere un vantaggio ma anche trasformarsi in un elemento destabilizzante. Nel curling occorre concentrazione e tranquillità, dovremo vivere al massimo questo sogno che si realizza e allo stesso tempo sfruttare tutte le occasioni che avremo”.
Sogno. È la parola più usata da chi a Olimpiadi e Paralimpiadi arriva, da atleta, per mettersi alla prova sul più bel palcoscenico dello sport mondiale: il wheelchair curling non fa eccezione, anzi, regala storie e percorsi di persone capaci di superare difficoltà, limiti e barriere grazie allo straordinario potere dello sport in tutte le sue forme.
Orietta Bertò, classe ’76 di Spormaggiore, quel sogno lo sta inseguendo da anni. Può una donna che odia il freddo amare il curling? Assolutamente sì. “Le Paralimpiadi – spiega Bertò - sono il momento in cui culmina un lungo percorso di resilienza, lavoro, sacrifici. Sacrifici relativi, certo, perché facciamo uno sport bellissimo, amiamo allenarci e migliorare, però l’impegno è tanto ed è bello vedere quegli sforzi essere ripagati”.Dopo un brutto incidente che l’ha costretta a vivere una “seconda vita” in carrozzina, Orietta non si è data per vinta: anzi, ha scoperto di essere più forte e più resistente di quanto non si aspettasse. “Lo sport è un modo straordinario per conoscersi, per incontrare nuove persone, per crescere sotto ogni punto di vista – racconta la nonesa -, e in queste Paralimpiadi sentiamo forte anche un senso di responsabilità e appartenenza. Speriamo che un evento di questa portata e con questa grande visibilità possa contribuire a creare e rafforzare la cultura degli sport paralimpici in Italia e nel nostro territorio trentino. Essere parte delle Paralimpiadi come atleta è un onore: se riusciremo ad avvicinare al mondo del wheelchair curling o in generale al mondo dello sport anche solo un ragazzo o una ragazza con disabilità, avremo fatto centro”.“Lo sport cambia la vita”. Lo dice anche Paolo Ioriatti, originario di Pergine Valsugana, che dopo un terribile infortunio in moto e la frattura della colonna vertebrale a 17 anni di età ha cominciato ad appassionarsi al curling in carrozzina poco dopo i 30: “Ci ho messo anche troppo, ogni tanto me lo rimprovero. Anzi, ai giovani che si trovano nella mia stessa situazione voglio dire proprio questo: provate lo sport, scoprite cose nuove, non abbiate paura di sbagliare. Non bisogna farsi definire da ciò che è successo, ma da ciò che si sceglie di fare dopo. La disabilità è una condizione con cui si impara a dialogare ogni giorno, non può e non deve diventare il perimetro della propria esistenza, c’è così tanto da vivere e da scoprire nel mondo”.
A 54 anni Paolo ha un bagaglio di esperienza straordinario che tornerà comodo nell’assalto alle medaglie, in uno sport in cui un millimetro può fare la differenza tra la vittoria e la sconfitta: “Quello che amo del curling è proprio questo, la strategia e la precisione che sono richeste, la disciplina, la concentrazione totalizzante. È come una partita a scacchi, sul ghiaccio non conta la forza ma la visione e la qualità: ecco perché il wheelchair curling è una disciplina in cui si può primeggiare anche molto in là con l’età e in cui, di fatto, atleti con e senza disabilità giocherebbero alla pari”.
Un gioco di testa ma anche di cuore: “L’adrenalina e l’emozione che regala questo sport sono impareggiabili – conclude Ioriatti -; cercheremo di vivere questa esperienza delle Paralimpiadi a Cortina d’Ampezzo al massimo, cercando di emozionare e perché no, di vincere una medaglia. A Cortina saranno in tanti a sostenerci e daremo il meglio per rendere tutti orgogliosi”.

paralimpiadi davidegiorgi presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.riconoscere sport come aiuto disabili ., Milano cortina visto il boicotaggio di Ucrania ed altri paesi nordici come mosca 1980 ?

l  queste  paraolimpiadi invermali   saranno  particolari  infatti  queste   paraolimpiadi   di  Milano Cortina 2026 rappresenteranno   un momento storico per il Movimento Paralimpico: nel 2026 ricorreranno infatti il 50° anniversario dei primi Giochi Paralimpici Invernali, disputati nel 1976 a Örnsköldsvik, in Svezia, e il 20° anniversario di Torino 2006. Il Comitato Paralimpico Internazionale (IPC) guarda a questa edizione come a un appuntamento destinato a essere il migliore di sempre sotto il profilo sportivo e tra i più suggestivi dal punto di vista scenografico, grazie alla bellezza dei territori che ospiteranno i Giochi. Infatti 

https://www.ilgazzettino.it/nordest/belluno/








C’è una eredità importante che le imminenti Paralimpiadi Milano Cortina 2026 potrebbero lasciare al Paese: il riconoscimento come Lea, Livello essenziale di assistenza, dell’attività motoria per i disabili. A chiederlo è Davide Giorgi, presidente del Comitato Italiano Paralimpico Veneto.
IL Presidente Giorgi, tra i 665 atleti in gara alle Paralimpiadi che inizieranno il 6 marzo ci sono anche cinque veneti. Il problema è il pubblico, si teme un calo di spettatori rispetto ai Giochi appena conclusi, tant’è che a Cortina stanno valutando di togliere alcuni divieti al traffico. Che previsioni avete?
«La Fondazione Milano Cortina 2026 ci dice che la vendita dei biglietti è andata bene. Certo, stiamo parlando di Paralimpiadi e non di Olimpiadi, ma di edizione in edizione si è registrato un crescendo di pubblico e di interesse. Dipende molto dal tam-tam che riusciremo a fare. Su questo ci stiamo muovendo anche noi, i Comuni ci stanno dando una mano coinvolgendo le associazioni sportive e sociali».
C’è già polemica: il Comitato Paralimpico Internazionale ha consentito la partecipazione di atleti russi e bielorussi, ammettendoli con bandiere e inni nazionali, mentre ai Giochi figuravano come atleti neutrali. Ucraina e altri Paesi hanno deciso di boicottare la cerimonia inaugurale all’Arena di Verona. Qual è la posizione del Comitato veneto?
«Noi ci aspettavamo una omogeneità di trattamento tra Olimpiadi e Paralimpiadi, non avevamo bisogno di questa differenziazione. È una decisione del Comitato internazionale, ne prendiamo atto, non abbiamo avuto la possibilità di interagire. Certo è che l’appello che aveva fatto a novembre il presidente della Fondazione Giovanni Malagò per una tregua olimpica era proprio per evitare queste situazioni. Anche perché chi paga poi sono gli atleti. E stiamo parlando tra l’altro di atleti disabili. Ci dispiace che le bandiere interpretino più i governanti che i ragazzi».
Cosa sapete della cerimonia inaugurale a Verona?
«Sarà un grande evento. Sappiamo che i nostri atleti sfileranno, da soli, partendo da piazza Bra per raggiungere l’Arena fino al palco. Una grande risposta a chi diceva che l’Arena non sarebbe stata accessibile».
Luca Palla, René De Silvestro, Mattia Dal Pastro, Angela Menardi, Matteo Ronzani: cosa dicono gli atleti veneti ora che i Giochi stanno per iniziare?
«Sono tanto emozionati, anche perché giocare in casa equivale a metterci la faccia con gli altri atleti».
Cosa lasceranno questi Giochi Paralimpici?
«Il mio augurio è che lascino una importante eredità. E cioè che lo sport paralimpico possa diventare uno strumento eccezionale come momento riabilitativo. Solo il 20% della popolazione disabile pratica una disciplina sportiva, mentre i nostri cugini olimpici sono al 47%. Dobbiamo colmare quel gap attraverso il Sistema sociosanitario, per questo ci rivolgiamo alla Regione e al Governo».
Per incentivare l’attività motoria?
«Esatto. Gli ultimi dati aggiornati al 2024 dicono che in Veneto, su 4.853.472 abitanti, le persone con disabilità totale sono 183mila, pari al 3,8%. Se consideriamo la fascia di età 0-64 anni, sono 72mila persone. Ma quanti fanno attività motoria? Uno su cinque. In Veneto abbiamo 2.550 tesserati paralimpici che fanno attività agonistica».
E quindi cosa proponete?
«Chiediamo che la pratica sportiva venga riconosciuta come Lea, Livello essenziale di assistenza. Si consideri che lo sport rende molto di più della fisioterapia per quanto riguarda i risultati e costa molto, ma molto meno».
Oggi un ragazzo disabile che fa sport deve pagarsi tutto?
«Sì ed è un costo altissimo per una famiglia, tra trasporti e ausili si arriva al doppio se non il triplo rispetto a un ragazzo senza disabilità. Se l’attività sportiva venisse riconosciuta dal Sistema sanitario, si spenderebbe la metà rispetto alla riabilitazione».
Parliamo di mascotte: per le Paralimpiadi c’è Milo, l’ermellino senza una zampetta che ha imparato ad aiutarsi con la coda. Si trova in commercio o è esaurito come Tina?
«Speriamo tanto che arrivino le scorte».


 da   https://www.ildolomiti.it/






Paralimpiadi, sale la tensione sul caso degli atleti russi e bielorussi: cresce il numero dei Paesi che boicotteranno la cerimonia d'apertura all'Arena di Verona

Non solo Ucraina: anche Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia non avranno alcun rappresentante all'Arena di Verona per la cerimonia di apertura delle Paralimpiadi invernali di Milano Cortina 2026

di Redazione




VERONA.
Di Paralimpiadi non si parla mai abbastanza, ma ogni tanto anche quando se ne parla lo si fa per tutti i motivi sbagliati: negli ultimi giorni ad esempio a tenere banco è lo spinoso caso dei 10 atleti e atlete paralimpici di Russia e Bielorussia selezionati dal Comitato paralimpico internazionale per poter tornare a partecipare con le divise ufficiali nazionali, con le proprie bandiere e - in caso di successo - con i propri inni nazionali alle gare che si svolgeranno tra il 6 e il 15 marzo tra Milano, Val di Fiemme e Cortina d'Ampezzo.
Ma senza dimenticare Verona, dove venerdì andrà in scena nell'elegante Arena l'attesissima cerimonia d'apertura della manifestazione sportiva che aggrega oltre 600 atleti da più di 50 Paesi: proprio quella è l'occasione formale che molte rappresentative nazionali stanno decidendo di "boicottare" per mandare un messaggio contro il Comitato paralimpico internazionale. Dall'invasione della Russia in Ucraina 4 anni fa questa sarebbe (anzi, sarà) la prima volta in cui si torneranno a vedere atleti battere bandiera russa e bielorussa. Nelle recentissime Olimpiadi invernali, tanto per non andare troppo lontani, c'erano alcuni atleti di quei Paesi ma gareggiavano come atleti neutrali, cioè senza espliciti riferimenti alle proprie patrie.
L'organismo internazionale dello sport paralimpico di fatto ha solo confermato quanto stabilito, a maggioranza dei voti, dall'Esecutivo del Comitato internazionale nel settembre 2025 a Seul. In ogni caso la decisione non è piaciuta per nulla prima di tutti a Kiev e all'Ucraina, primo Paese ad annunciare che non avrebbe preso parte alla cerimonia di apertura delle Paralimpiadi né con i propri atleti né con alcun rappresentante politico e del mondo dello sport ucraino. Una decisione rispetto alla quale si sono allineati altri cinque Paesi, al momento: Cechia, Finlandia, Polonia, Estonia e Lettonia. Secondo quanto raccolto da alcuni media, ma le comunicazioni non sono ancora ufficiali, boicotteranno l'apertura anche Lituania e Paesi Bassi. E la lista pare destinata ad allungarsi. Gli atleti di Canada e Regno Unito non ci saranno per una questione logistica, visto che prenderanno parte ad alcune gare il giorno dopo la cerimonia, e in effetti un po' come per le Olimpiadi la conformazione della Paralimpiade "diffusa" farà essere presente alla cerimonia solo una parte delle delegazioni impegnate nei Giochi.
Perfino il commissario dell'Ue per lo sport, il maltese Glenn Micallef, ha fatto sapere che non sarà a Verona. Presente invece la Francia, la cui presidente del Comitato paralimpico Marie-Amelie Le Fur ha dichiarato che, pur non condividendo la decisione comitato, non boicotterà la cerimonia in quanto la decisione stessa "è stata presa democraticamente".
E l'Italia? Essendo anche Paese ospitante, cerca di mediare e ricucire. All'Arena ci saranno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e la premier Giorgia Meloni. Il ministro dello sport Andrea Abodi per la verità ha invitato il Comitato paralimpico internazionale a tornare sui propri passi e far gareggiare gli atleti russi e bielorussi sotto la bandiera del comitato. "Non è una questione politica - ha dichiarato -, qui si tratta di rispetto della tregua olimpica demolita dai russi e bielorussi quattro anni fa. Vogliono le bandiera? Facciano tacere le armi".



altro che giochi elettronici c'è la cacia al tesoro il caso di mario corongiu di isili e il suo gruppo

 


 Dopo sette anni il numero di partecipanti alla Caccia al tesoro della Sardegna continua ad aumentare. Oltre mille le persone che si cimenteranno nella settima edizione di un gioco che ormai sembra essere il

più grande dell’isola e che si svolgerà dal 13 al 26 marzo prossimo.A spiegare il motivo di tanto successo è il presidente dell’associazione culturale "Gitaneris” che organizza l’ormai tradizionale appuntamento, Mario Corongiu, ex vigile urbano, 66 anni: «È un gioco che permette di viaggiare in lungo e in largo nell’isola, e di socializzare».

Come è nata?
«Per pura passione. Prima solo a Isili, poi si è diffusa in tutta la Sardegna».

Voglia di socializzare ai tempi dei social?
«Si, le persone desiderano uscire di casa, si ritrovano nei luoghi più disparati, membri di diverse squadre, a cercare lo stesso indizio, talvolta si aiutano».

Sono nate degli amori, delle amicizie?
«Più che amori delle amicizie e ci sono tanti aneddoti legati a questo gioco, come per esempio la cantante Maria Luisa Congiu che ad Oliena ha fatto un selfie con il simbolo della prova posto nella sua officina oppure abbiamo fra i partecipanti la vice comandante dei Vigili del Fuoco di Sassari».

Tensioni fra le squadre da far temere per la buona riuscita della manifestazione?
«Tra loro c’è solo una sana competizione come fra l’altro c’è anche all’interno stesso delle squadre».

Il più giovane e il più vecchio dei partecipanti?«Nella precedente edizione abbiamo avuto l’ultra centenario di Nurallao che partecipava nella squadra della figlia e un bimbo di qualche mese con mamma e babbo».

Un successo?
«Attualmente le squadre iscritte sono tredici ma stiamo aspettando delle nuove iscrizioni visto il grande interesse che ruota attorno al gioco anche da parte di chi non ha mai partecipato e vorrebbe cimentarsi nella gara».

Quanti i paesi coinvolti?

«Abbiamo squadre da tutta la Sardegna, Lodè, Busachi, Bosa, Macomer, Cagliari, Isili, Villanova Tulo, Orroli, Nurri, Nuragus e Torralba, ma stiamo mettendo in contatto tra loro persone di Villagrandre, Oristano, Giba, Guspini perché facciano una squadra variegata».

C’è una quota di iscrizione?

«Sì, viene quantificata di anno in anno, su queste basiamo il montepremi ma quest’anno non abbiamo ancora definito l’importo».

Come nascono le prove?
«Scegliamo un argomento che possa essere comune a tutti i territori della Sardegna, per esempio negli anni passati sono stati il cavallo, i sindaci donna, lo sport, il canto, i santi».

In quanti lavorate all’organizzazione? E cosa vi spinge a continuare?

«Siamo un gruppo ristretto che deve sudare per girare tutta la Sardegna proprio perché partecipa gente di ogni zona, a guidarci è la passione, iniziamo a lavorare da settembre».

Come riuscite a mettere gli indizi nelle zone più disparate? Temete che qualcuno vi segua?
«Ci spostiamo in orari particolari, cerchiamo poi di fare più cose in un giorno solo. Non c’è motivo che i partecipanti ci seguano, c’è onestà da parte delle squadre e poi se un simbolo fosse cancellato la prova verrebbe annullata e nessuno se ne avvantaggerebbe».       

Beniamino Zuncheddu: «Lo Stato mi ha tradito due volte» Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine

   unione   sarda 01 marzo 2026 alle 02:41

Nel 2024 l’assoluzione dopo 33 anni di carcere da innocente: non ha avuto alcun risarcimento «La mia esperienza è stata un’anomalia dall’inizio sino alla fine. C’erano tutti gli elementi per capire che ero innocente ma sono rimasto in carcere per 33 anni». 




C’è più dolore che rabbia nelle parole di Beniamino Zuncheddu, vittima di uno dei più gravi errori giudiziari della storia italiana. Ha respirato per un tempo infinito “l’aria ferma” di tre penitenziari, Buoncammino, Badu’e Carros, Uta. Un lunghissimo incubo
che con i suoi sinistri bagliori continua a condizionare la vita da uomo libero.
La vicenda
Assolto dopo il processo di revisione, ma sempre troppo tardi rispetto al gigantesco torto subito. Era stato condannato all’ergastolo per un triplice omicidio, tre allevatori uccisi, nei primi giorni di gennaio del 1991, all’interno di un ovile nelle montagne di Sinnai. Come nel caso del mugnaio dell’opera di Brecht una domanda ha attraversato le sue lunghissime notti in cella: «Ci sarà un giudice a Berlino?». A Potsdam l’imperatore Federico II di Prussia vuole appropriarsi del mulino di un mugnaio per abbatterlo. Si tratta chiaramente di un abuso. Il mulino “rovina” il panorama del suo nuovo castello di Sans Souci. L'imperatore non esita a corrompere tutti i giudici e tutti gli avvocati a cui il mugnaio si rivolge. Con grande tenacia, il mugnaio, proprio a Berlino, riesce a trovare un giudice onesto che riconosce i suoi legittimi diritti. Beniamino Zuncheddu, alla fine ha raggiunto la sua “Berlino” dove ha trovato un giudice, Francesca Nanni, determinante per l’avvio del processo di revisione, e un avvocato molto determinato, Mauro Trogu, che lo ha accompagnato nel difficile percorso verso la libertà, rileggendo le carte e verificando puntualmente la sequenza degli avvenimenti. Provvidenziali, giudice e avvocato.
L’ingiustizia
«Chi non vive quell’esperienza non sa cosa vuol dire l’ingiustizia», ci dice Zuncheddu nella casa di Burcei in cui vive. La sorella Augusta e il cognato Piero Pisu, insieme alla nipote Maria Luigia, lo hanno accolto con calore e affetto. Augusta non l’ha mai perso di vista. Lo ha sostenuto, con il suo costante conforto, nelle pellegrinazioni carcerarie e nei processi, un lungo calvario giudiziario. E oggi anche lei risente delle conseguenze del tormento condiviso con il fratello. «Pensavo di godermi la sua libertà, ma non è stato così. La mia salute ne ha risentito. Speravo andasse diversamente ma voglio andare avanti». Beniamino appare come un reduce da una guerra di cui è stato l’unica vittima. Continua a combattere. Partecipa alla mobilitazione per la proposta di legge di iniziativa popolare, promossa dal partito Radicale, che punta a garantire una provvisionale a chi alla fine di un processo è stato assolto. Storie come la sua. Esistenze a cui la giustizia, in qualche modo, ha sottratto anni di normalità e negato la possibilità di creare le basi di una famiglia, realizzare progetti, sogni, aspirazioni.
La proposta di legge
Viene previsto un assegno dal momento dell'assoluzione fino alla sentenza di risarcimento del danno. Sono circa mille ogni anno le ingiuste detenzioni con costi esorbitanti a carico dello Stato. Da alcuni mesi Beniamino Zuncheddu è impegnato nella raccolta delle firme. È il primo ad aver aderito. Lo ha fatto con grande convinzione. «Si tratta di un sussidio per non perdere la speranza, per reinserirsi nella società. Uscendo dal carcere, dopo tanti anni, si rischia di non avere un soldo in tasca per vivere dignitosamente. Quale è il destino di chi non ha niente e magari ha solo debiti come nel mio caso? Ho avuto la fortuna di avere una famiglia in grado di sostenermi. In caso contrario sarei un clochard». Dallo Stato sino a questo punto non ho avuto nulla: «La procedura per il risarcimento è lunga, si protrae dai cinque agli otto anni. Fanno tutto con comodo. Dopo il carcere hai bisogno di una casa, devi mangiare, devi pagare bollette e le bollette vanno pagate immediatamente. Chi deve riscuotere non ti concede tempo. Interviene subito per recuperare le somme che rivendica».
Passato e presente
La sua vita oggi è sospesa tra la voglia di dimenticare il passato e i brutti ricordi che riaffiorano. «Cerco, tra mille difficoltà, di riprendere a vivere ma, se esco con gli amici, non ho dieci euro. Non posso restituire un invito al bar. Avverto un sentimento di dispiacere, di vergogna. È un vero problema. Dipendo dagli altri. Devo chiedere ai miei familiari un aiuto per le piccole spese. La ferita dell’ingiustizia resta per sempre. Non auguro a nessuno quello che ho vissuto. Entrare in quell’inferno da innocente è terribile. Tutta la vita viene scombussolata». Burcei è una comunità generosa. «I compaesani mi conoscono, sono sempre stati convinti della mia innocenza. Mi hanno dato forza nei passaggi più difficili. Un grande sostegno, per questo rinnovo la mia gratitudine per tutto quello che Burcei ha fatto per me». C’è un peso ulteriore in questa nuova vita: «Le mie condizioni di salute sono precarie. Mi ha fatto soffrire una cataratta che durante la detenzione non è stata curata. Poi ho avuto una paresi a un occhio. In carcere non mi hanno curato e ora devo pensare alla mia salute. Cerco di curarmi e tante mie giornate vanno avanti da una visita medica all’altra. Devo sottopormi a un intervento chirurgico. Non sono ancora completamente libero. Anche questa situazione mi riporta all’ingiustizia di cui sono stato vittima. Le patologie di cui soffro sono una conseguenza del carcere».
La speranza
Ci sono tanti slanci che alimentano la speranza di poter indirizzare la sua vita in modo totalmente nuovo. «Non puoi sfuggire al destino, puoi solo vincerlo»: nelle parole di Seneca la quintessenza della filosofia stoica. Beniamino non si abbandona alla sfiducia e alla rassegnazione. A 62 anni coltiva un grande desiderio. «Prima di tutto riprendere forze ed energia. Voglio stare bene. Poi si vedrà. Ora non posso realizzare niente. Non voglio illudermi, devo essere realista. Mi hanno tolto 33 anni della mia vita e ora mi lasciano solo, senza garantirmi nulla. Resto in attesa che lo Stato si faccia vivo».       

VALENTINA TOMIROTTI DENUNCIA L’IA CHE CANCELLA LA DISABILITÀ: “LA MIA IMMAGINE NON È UN ERRORE DA CORREGGERE”

Valentina Tomirotti, foto  a  sinistra  giornalista e attivista del mondo disability, racconta un episodio che apre
interrogativi profondi sul rapporto tra tecnologia, inclusione e rappresentazione dei corpi. Dopo aver caricato una propria fotografia su un’app diventata virale sui social, incuriosita dalla promessa di migliorare immagini vecchie o sfocate, ha ottenuto un risultato che definisce “agghiacciante”. L’intelligenza artificiale non si è limitata a ottimizzare la qualità della foto: ha cancellato completamente la sua disabilità fisica e motoria, eliminando la carrozzina e modificando la sua conformazione corporea. Nelle immagini generate, il suo corpo è stato “normalizzato”, reso filiforme, privo di quei tratti che fanno parte della sua identità. Secondo Tomirotti, non si tratta di un semplice errore tecnico ma di un segnale più ampio. L’algoritmo, addestrato su milioni di immagini provenienti dal web, tende a riprodurre e rafforzare standard di bellezza stereotipati, spesso escludendo o invisibilizzando la disabilità. Un meccanismo che rischia di alimentare modelli culturali pericolosi, dove ciò che esce dalla norma viene corretto o cancellato. La giornalista sottolinea come il problema si sviluppi su due livelli. Da un lato quello personale: per chi fatica ad accettare la propria immagine o vive una percezione distorta di sé, vedere una versione “aggiustata” e normalizzata può avere effetti devastanti sull’autostima. Dall’altro quello sociale: la disabilità è ancora poco raccontata e spesso marginalizzata nello spazio pubblico, e un’intelligenza artificiale che elimina sedie a rotelle o modifica i corpi contribuisce a rafforzare questa invisibilità. Tomirotti evidenzia come gli algoritmi riflettano inevitabilmente l’immaginario collettivo da cui sono stati alimentati. Se i database sono composti prevalentemente da immagini che privilegiano corpi conformi a determinati canoni estetici, il risultato sarà una tecnologia che replica quegli stessi pregiudizi. La sua denuncia non è una battaglia contro l’innovazione tecnologica, ma un invito a interrogarsi sulla direzione che si sta prendendo. “Io non ho bisogno di essere ritoccata per esistere. La mia immagine reale non è un errore”, afferma, sollevando una domanda più ampia: che tipo di società stiamo costruendo se la diversità viene percepita come qualcosa da correggere? L’ALGORITMO E LO SGUARDO: LA SFIDA DELL’INCLUSIONE NELL’ERA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE La vicenda raccontata da Valentina Tomirotti non riguarda soltanto una fotografia modificata. È lo specchio di una tensione culturale che attraversa il nostro tempo: il conflitto tra progresso tecnologico e rappresentazione autentica della realtà. L’intelligenza artificiale viene spesso descritta come neutrale, oggettiva, capace di analizzare dati senza pregiudizi. Eppure ogni algoritmo nasce da scelte umane: dai dataset selezionati, dai parametri impostati, dalle priorità stabilite in fase di progettazione. Se l’immaginario dominante è costruito su standard ristretti di bellezza e normalità, la tecnologia non farà che amplificarli. Il rischio non è soltanto estetico. Quando un sistema “aggiusta” un corpo disabile, il messaggio implicito è che quel corpo sia un errore, una deviazione da correggere. È una forma sottile ma potente di esclusione, che può incidere sulla percezione individuale e collettiva della diversità. In una società che fatica ancora a rappresentare pienamente la pluralità dei corpi e delle esperienze, l’IA diventa un moltiplicatore di ciò che già esiste. Se la disabilità è poco visibile nei media, negli spazi pubblici e nelle narrazioni dominanti, rischia di esserlo ancora meno nei mondi digitali generati dagli algoritmi. La questione sollevata da Tomirotti invita a una riflessione più ampia: l’innovazione non può essere separata dall’etica. Investire risorse nello sviluppo tecnologico significa anche interrogarsi su inclusione, rappresentazione e responsabilità sociale. Non basta rendere le immagini più nitide o più “belle”; occorre chiedersi quali corpi e quali storie stiamo scegliendo di mostrare. Forse la vera rivoluzione non sta nel perfezionare i volti nelle fotografie, ma nel cambiare lo sguardo con cui osserviamo la realtà. Accettare la diversità non come eccezione, ma come parte costitutiva dell’esperienza umana. Perché un algoritmo può riflettere i pregiudizi di una società, ma può anche diventare uno strumento di trasformazione. Dipende dalle scelte che compiamo oggi, dal coraggio di includere, dalla volontà di costruire un futuro in cui nessuno debba essere “corretto” per essere riconosciuto.

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna? . la risposta del maestro d'arti marziali alla madre di un allievo che protestava perché sconfitto da una donna

    non capisco  dove stia  l'umiliazione   vuol dire  che  quell'avversario  è  stato più forte  di te .    ha 
ragione    il  maestro  

  fonte  originale   Ihaveavoice

  da Eleonora Zaupa  

L'umiliazione di un uomo che perde contro una donna.Un istruttore di arti marziali di Roma, dopo che un suo allievo maschio ha perso contro una ragazza, si è visto arrivare la madre del ragazzo che si è lamentata dicendogli: "Voi istruttori non dovreste mettere i maschi contro le femmine perché se poi perdono l'umiliazione è troppo grande".Lui le ha risposto la risposta più epica che si potesse immaginare: "Signora, se l'umiliazione è troppo grande è proprio perché per secoli li abbiamo convinti che le donne sono inferiori. Facciamoli combattere con le ragazze, lasciamo che perdano, e vedrà che nel giro di qualche generazione smetterà di essere umiliante."Quanta verità in queste parole e quanta speranza ci dà che esistano uomini che non solo lo hanno capito, ma che supportino la parità in questo modo.E a tutte le donne dico: non abbiate paura di fare sport considerati maschili, di sapervi difendere, di essere forti e muscolose. No, non siete meno femminili, siete semplicemente esseri umani dotate di un corpo funzionante che il patriarcato ha sempre voluto svilire, sminuire, controllare, imprigionare proprio perché ne ha enormemente paura.

Paralimpiadi, i trentini Orietta Bertò e Paolo Ioriatti protagonisti nel wheelchair curling:

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