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21.3.26

Calciatori mascherati per evitare le multe: la sfida agli ex rossoblù



unione sarda 
21 marzo 2026 alle 00:58



In campo senza il permesso dei club, hanno giocato con il passamontagna 








Pur di giocare sono scesi in campo con il passamontagna per non essere riconosciuti. I calciatori dilettanti hanno evitato così multe e sanzioni da parte delle proprie società per aver preso parte all’Island Cup, la “Kings League” cagliaritana. Il torneo è ispirato al format ideato da Piqué nel 2022 e che sta spopolando a livello mondiale. Regole speciali, imprevisti decisi da una ruota, dirette online e premiazioni. Il tutto condito da ex stelle della Serie A come Andrea Cossu, Marco Sau, Matteo Mancosu e Luca Ceppitelli. Non è un semplice torneo di calcio a 7, ma «un vero show», spiega Emanuele Binaghi, che con Marco Chiaramida ha pensato e creato l’Island Cup. «È nata dall’idea di unire le nostre passioni, sport e organizzazione di eventi. Non volevamo che fosse il classico torneo, ma qualcosa di più e che potesse intrattenere tutti».

In campo

La finale di giovedì sera è stato l’epilogo perfetto dell’edizione invernale della competizione. A trionfare allo “Sporting Bola” di Quartu è stato l’Atletico Ginmare grazie al 2-1 sul Planet, la squadra di Cossu e Sau, anche se l’ex attaccante ha dovuto abbandonare quasi subito la contesa a causa di un infortunio. Nell’ultimo atto è risultato decisivo proprio uno dei tanti giocatori mascherati del torneo. «Non possiamo svelare chi sono perché giocano in incognito altrimenti rischiano di essere multati. Le società gli hanno vietato di partecipare», riferiscono gli organizzatori. La paura è quella che possano farsi male, ma i giovani hanno trovato una soluzione per non essere scoperti: usare un passamontagna in modo da non essere riconosciuti né in foto né nei video, mentre su Twitch, dove vengono trasmesse in diretta tutte le partite, il telecronista li annuncia con nomi falsi. «Questo fa capire quanto ci tengono a partecipare», sottolineano Binaghi e Chiaramida.

La ruota

Come per la Kings League, anche l’Island Cup propone regole particolari che possono cambiare il corso della partita. Tutto viene deciso da una ruota che regala dei bonus alle squadre da utilizzare durante la gara. In finale, per esempio, l’Atletico Ginmare aveva l’opportunità di espellere un giocatore avversario per due minuti e proprio in superiorità numerica ha trovato il gol del 2-0. Tra gli altri imprevisti, la ruota propone anche il gol che vale doppio, il tre contro tre o la possibilità di rubare il bonus ai rivali. C’è poi il coinvolgimento degli allenatori e dei presidenti: «Hanno un ruolo ufficiale e sono parte attiva del gioco», dice Binaghi, «tra i vari bonus ci sono anche: lo shootout presidenziale, l’uno contro uno tra presidenti e il rigore dell’allenatore». Queste novità, che rendono il torneo diverso rispetto a quelli classici, sono state particolarmente apprezzate dagli ex professionisti: «A volte sembrava che tornassero ad essere bambini per come hanno giocato spensierati», aggiunge, «si è visto che hanno preso a cuore il torneo».

I numeri

Nelle due edizioni, l’Island Cup ha coinvolto complessivamente quasi 500 giocatori. È stato un torneo di richiamo per tutto il movimento cagliaritano. Nell’edizione estiva, senza troppe restrizioni delle società, hanno partecipato diversi giovani in rampa di lancio come Yael Trepy, che qualche mese dopo ha debuttato e segnato in Serie A con la maglia del Cagliari. Tra gli altri big anche Nicola Murru, Nicolò Cavouti, Michele Masala, Andrea Pibiri, Thomas Boccia, altri ex rossoblù illustri come David Suazo e Francesco Pisano e tanti altri giocatori conosciuti che militano nei campionati dilettantistici. «Abbiamo visto tanto entusiasmo sia da parte dei più giovani sia dei più grandi. Volevamo che fosse un vero e proprio show, anche grazie alle dirette streaming. Un vero evento capace di intrattenere il pubblico sia in presenza sia da casa».


come passa il tempo e non ti accorgi di quelloche hai salvato nel pc



configurando la mia email sul programma di posta elettronica del nuovo pc ho ritrovato la bozza di un post " olimpico "

da rainews  del 7.2.2026


Milano Cortina, dalle Olimpiadi storie di fratelli e sorelle in gara sulla stessa pista
Che si tratti della gioia di Henri Rivers, unico dei tre gemelli a essersi qualificato alle Olimpiadi, a quello delle sorelle Delago dello sci alpino, ai fratelli Tabanelli nello sci freestyle, i Giochi olimpici sono anche una questione di famiglia






ansa
Flora e Miro Tabanelli

Le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026 non sono solo una celebrazione dello sport mondiale, ma si confermano un vero e proprio "affare di famiglia" per molti atleti e atlete. Il legame di sangue diventa una forza aggiuntiva, portando sulle piste storie di crescita condivisa, supporto reciproco durante i successi e le sconfitte comuni.
Miro e Flora Tabanelli
Flora e Miro Tabanelli, cresciuti sulle nevi emiliane del Corno alle Scale, sono le nuove stelle dello sci freestyle italiano. Flora Tabanelli a soli 18 anni è già una delle atlete più attese dei Giochi. Nel 2025 ha fatto la storia diventando la prima italiana a vincere la Coppa del Mondo generale di freestyle e quella della specialità di Big Air. Nel febbraio 2026, si presenta ai blocchi di partenza di Livigno come la punta di diamante della nazionale. Miro Tabanelli, fratello maggiore e "ispiratore" di Flora, ha raggiunto risultati storici come il secondo posto nel Big Air di Pechino nel 2024. Entrambi gareggeranno nelle specialità Slopestyle e Big Air.
Le sorelle Delago
Originarie della Val Gardena, Nicol e Nadia Delago incarnano la tradizione e la potenza della discesa libera azzurra. Nicol Delago ha iniziato il 2026 in forma smagliante, conquistando il 17 gennaio la sua prima vittoria in Coppa del Mondo nella discesa di Tarvisio. Nadia Delago, già medaglia di bronzo a Pechino 2022, affronta i Giochi di casa insieme alla sorella, con la quale ha condiviso ogni tappa della carriera. Le due saranno protagoniste sulla pista Olimpia delle Tofane a Cortina d'Ampezzo, con la finale di discesa femminile in programma l'8 febbraio 2026.
I fratelli Chanloung
Una delle storie più singolari di questi Giochi è quella di Mark e Karen Chanloung, fondisti nati e cresciuti a Gressoney, in Valle d'Aosta, ma in gara per la Thailandia (paese d'origine del padre). Nonostante difendano i colori tailandesi, i due atleti vivono e si allenano quotidianamente sulle Alpi italiane, rendendo questi Giochi una vera olimpiade "in casa". Milano Cortina 2026 rappresenta la terza partecipazione olimpica consecutiva per loro. Legame col territorio:
I gemelli giamaicani

Henniyah, Henri IV ed Helaina Rivers, nati nel 2007, hanno già gareggiato nei Giochi Olimpici Giovanili (YOG) a Gangwon nello sci alpino. Sebbene l'obiettivo fosse quello di qualificarsi tutti e tre per rappresentare la Giamaica, solo uno di loro ha ottenuto il pass olimpico ufficiale per le competizioni. Henri Rivers IV, è l'unico dei tre fratelli ad aver centrato la qualificazione ufficiale. Gareggerà nello slalom speciale maschile a Bormio il 16 febbraio 2026. Henniyah ed Helaina sono andate molto vicine alla qualificazione, ma non sono riuscite a ottenere i punti necessari entro il termine ultimo di gennaio 2026. Saranno comunque presenti in Italia per sostenere il fratello. La partecipazione dei gemelli Rivers nello sci alpino si unisce a quella più consolidata della squadra di bob, rendendo la Giamaica una presenza notevole ai Giochi italiani.

LEGGI ANCHE:SPECIALE Lo sci acrobatico alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina 2026
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20.3.26

In coma dieci giorni, poi un calvario di sei mesi: il chirurgo Fabio Battisti e il ricordo del Covid. «Sono un sopravvissuto»

a  sei anni    dalla  fine  della  pandemia  di  covid19  riporto  questa intervista     https://www.iltquotidiano.it/ del  19\3\2026



In coma dieci giorni, poi un calvario di sei mesi: il chirurgo Fabio Battisti e il ricordo del Covid. «Sono un sopravvissuto»

                                                          di Patrizia Rapposelli



Mercoledì la giornata in ricordo delle vittime della pandemia. Il racconto di un paziente che vinse la battaglia con la malattia: «Quando ho rivisto mia moglie e mia figlia dopo tre mesi, il cuore mi è esploso di gioia» «Pensavo di trascorrere il resto della mia vita attaccato all’ossigeno. Invece, ce l’ho ». Fabio Battisti, 75 anni, ex chirurgo di Borgo Valsugana, storico volontario di Medici con l’Africa Cuamm insieme alla moglie Cornelia, biologa, è un «survivor», sopravvissuto al Coronavirus. La malattia l’ha costretto nel ruolo di paziente intubato all’ospedale di Rovereto, in coma farmacologico per dieci giorni, sotto il casco dell’ossigeno. E poi il calvario lungo sei mesi per rimettersi in piede.

Ieri si è celebrata la Giornata nazionale in memoria di tutte le vittime del Covid. Come l’ha vissuta?

«Ho pensato ai tanti giovani che non ce l’hanno fatta, a me che, invece, l’ho scampata. Provo dolore e al contempo gioia, da medico mi stavo rendendo conto..».

Come ha contratto il Coronavirus?

«Sono stato contagiato assistendo mio padre novantenne, a dicembre 2020. Ho iniziato a stare male: febbre e tosse continua. Mi sono diretto al pronto soccorso. La lastra ha confermato la polmonite bilaterale: mi hanno accompagnato in astanteria. Lì ho salutato Cornelia. L’ho rivista dopo tre mesi».

Quando si è accorto che la situazione stava peggiorando?

«Quando l’infermiera ha iniziato ad aumentare la somministrazione di ossigeno dopo l’emogasanalisi con troppa frequenza. Lì ho capito che stavo peggiorando».

Da quel momento in poi?

«Sono stato intubato. Ho dormito, ero in coma farmacologico: un’estrema commistione tra realtà e sogno. Penso a quello che ha vissuto Cornelia».

Lei era a casa.

«Positiva anche lei. In attesa, ogni giorno, della chiamata dell’ospedale: i medici dicevano “speriamo arrivi a domani”»

Poi, il risveglio.

«Quando ripreso il contatto con la realtà mi sono reso conto della bomba di farmaci assunti. Una situazione drammatica: non avevo chance di tornare a respirare senza supporto. Invece, ho recuperato. Il personale medico e infermieristico è stato meraviglioso professionalmente e umanamente»

C’è un ricordo particolare…

«Ho trascorso un periodo ad Arco per la riabilitazione, guardavo sempre fuori dalla finestra. Un giorno ho visto arrivare Cornelia e mia figlia. Erano tre mesi che non le vedevo. Il cuore è esploso di gioia».

Come è cambiata la sua vita dopo la malattia?

«Io e Cornelia non siamo più ripartiti per una missione in Africa: una scelta dovuta, dolorosa, anche se continuiamo l’attività dalla Valsugana»

manuale. di autodifesa i consigli dell'esperto anti aggressione. Antonio bianco. puntata. n. LXXVI NON USATE BORSE GRANDI O RIGIDE: LIMITANO I MOVIMENTI






Quando si parla di sicurezza personale e di come provare a ridurre il rischio di aggressione, la scelta della borsa non è solo una questione di moda, ma anche di funzionalità e di gestione del corpo in movimento. Vediamo perché e quale modello può risultare più efficace. La prima regola è che la borsa non deve limitare i movimenti. Una borsa troppo grande, rigida ingombrante può impedire di sollevare le braccia per proteggersi o di correre senza sbilanciarsi. Il modello ideale è compatto e leggero, qualcosa che possa accompagnare il corpo senza ostacolarlo. Un’altra considerazione riguarda la posizione della borsa sul corpo.
Le borse portate a tracolla incrociata sul busto, le cosiddette “crossbody”, sono più sicure rispetto a quelle tenute con la mano o sul solo fianco perché il corpo stesso “copre” la borsa: è più difficile che qualcuno possa afferrarla di sorpresa, tanto più che la tracolla incrociata




aiuta a mantenere l’equilibrio quando ci si deve spostare rapidamente. Questo modello lascia le mani libere: avere una mano occupata con una borsa a manico può rallentare la fuga o impedire di usare le braccia per proteggersi.
La borsa ideale ha chiusure robuste e sicure, zip di qualità, magari con cursori che si possono unire, e tasche interne organizzate. Una borsa con un bottone semplice è più vulnerabile davanti alle mani dei malintenzionati. Le tasche interne aiutano a tenere gli oggetti essenziali come il telefono, i documenti e le carte in posti difficili da raggiungere. Il materiale è un altro elemento di differenziazione: tessuti troppo morbidi o elastici possono essere facilmente
strappati o afferrati. Meglio materiali resistenti. Infine, il colore e la visibilità non sono irrilevanti: borse troppo vistose o costose attirano più facilmente l’attenzione. Optare per
tonalità neutre e sobrie contribuisce a non farsi individuare come obiettivo facile, anche se in un mondo ideale ciascuno dovrebbe sentirsi libero di indossare ciò che vuole.




tenentebianco@gmail.com

criticare la scelta sbagliata possibilmente. non la persona

 Dopo  la  2 puntata de La Giusta Distanza, la nuova serie ideata e narrata da Roberto Saviano in onda su Su la7 ,   mi é ritornata alla mente  questa lettera con relativa risposta     letta   sul. il. corriere. della. sera.  il    17 marzo 2026 ( modifica il 17 marzo 2026 | 17:02) 

«Mio padre scelse Salò, ecco perché va capito»

Caro Aldo, 
cerco di rispondere a una domanda che lei pone spesso, riguardo ai rapporti di molti italiani con il fascismo. 
Mio padre era del 1913. A nove anni, dopo la seconda elementare (avrebbe voluto studiare, era intelligentissimo) venne mandato «famiglio» presso una famiglia di possidenti, a lavorare come uno schiavo (veniva svegliato alle 4 ogni mattina, neve gelo pioggia) per pompare acqua, spazzare stalla, lavare porcilaia et similia. A 22 anni partì volontario per l’Etiopia, come finanziere («Non sapevo da che parte era l’Africa», mi avrà ripetuto almeno mille volte). 
Dal fascismo riteneva di avere avuto tutto: istruzione, vitto e alloggio, divisa, dignità personale. Vedeva intorno a lui crescere città dal nulla, colonie marine, asili nido, ferrovie, imponenti opere pubbliche, ossia quello che il socialismo aveva promesso e che Mussolini, ex socialista infuocato, ai suoi occhi (seconda elementare!) sembrava mettere in pratica. 
Ma come fanno tanti storici a non capire queste cose? Per non parlare degli incredibili successi sportivi e del mito aeronautico, in diretta filiazione dal futurismo... Purtroppo per lui, nel ‘43 scelse in buona fede Salò, ma fu una scelta coerente con quanto, individualmente, aveva vissuto. Forse, tra 500 anni, qualcuno potrà capirlo
Ludovico Pagani

Caro Ludovico,
grazie per la sua lettera, molto bella e sincera, cui ho lasciato tutto lo spazio che meritava. Mi limito a risponderle che non mi sono mai permesso di giudicare le persone. Ognuna ha avuto il suo percorso, ognuna ha fatto la sua scelta. Anche mio nonno fu mandato garzone a dodici anni in casa d’altri. Resta il fatto che Mussolini soffocò la nascente democrazia italiana, eliminò — talora anche fisicamente — gli oppositori, impose le leggi razziali, si alleò con Hitler, portò il Paese in una guerra disastrosa che lo lasciò a pezzi. Per questo mi dispiace doverle rispondere che, nel rispetto della sua storia personale e della sua buona fede, la scelta di Salò che fece suo padre fu sbagliata. 


Concordo   Con Aldo Cazzullo  perché non sempre sappiamo se scegliere la parte sbagliata della storia , soprattutto  nel periodo  in cui si è sotto una   dittatura/ regime   sia dovuto ad : opportunismo ,conformismo , valori familiari , paura di mettersi in discussione , coerenza estrema ,ecc  .Infatti. anche mio nonno paterno  vuoi per valori familiari ( da  quel che ricordo da lettere , diari , racconti  familiari ), per coerenza estrema  fu anche lui dalla parte sbagliata  cioè Fascista , non ricordo  se aderì alla Rsi ,  anche. Dopo il. 25 luglio -8 settembre . 

Ma soprattutto  ne pagò il prezzo finendo epurato dai suoi sottoposti e  rifiuto  di riciclarsi  nella Dc .
Quindi   condannare la scelta non sempre. é facile. Visto. Il. Carattere. Delle. Persone.  ,  anche se non è facile la persona   che magari può sempre cambiarla per disparati motivi ( autocritica ,errori ,opportunismo , ecc  ) .

 È una distinzione sottile ma fondamentale: non confondere la persona con l’errore. E non è affatto semplice, perché quando qualcuno sbaglia — soprattutto se ci tocca da vicino — l’istinto è giudicare tutto il “pacchetto”.Ecco un modo chiaro e pratico per riuscirci suggeritomi dal mio Grillo Parlante. 


🌱 1. Ricordarsi che un errore è Con un comportamento, non un’identità

Una scelta sbagliata è un’azione in un momento specifico, non la definizione di chi è quella persona.
È la differenza tra dire:

  • ❌ “Sei irresponsabile”
  • ✔️ “Quella scelta è stata irresponsabile”

La prima etichetta la persona, la seconda descrive il fatto.


🧭 2. Chiedersi  perché quella scelta è stata fatta

Non per giustificarla, ma per capirla.
Quando capisci il contesto, ti è più facile separare l’errore dalla persona.

Esempio:
Una scelta impulsiva può nascere da paura, stress, ignoranza, non da cattiveria o mancanza di valore.


🧘 3. Ricordare che tutti sbagliano, anche tu

Non è relativismo: è umanità.
Se riconosci i tuoi errori senza sentirti “sbagliato”, diventa naturale concedere lo stesso agli altri.


🗣️ 4. Parlare in termini di impatto, non di colpa

Invece di giudicare, descrivi cosa ha prodotto quella scelta.

  • “Quella decisione ha avuto queste conseguenze…”
  • “Mi ha fatto sentire così…”
  • “Credo che ci fosse un’alternativa migliore…”

Così resti sul piano dei fatti, non del giudizio morale.


🤝 5. Mantienere la porta aperta al cambiamento

Se giudichi la persona, la condanni.
Se giudichi la scelta, lasci spazio alla crescita.

Le persone   generalmente. cambiano, imparano, migliorano. Le etichette no.


🔥 Una frase che può aiutarti

Puoi tenerla come bussola mentale:

“Critico l’azione, non la persona. La persona può cambiare, l’azione ormai è passata.”


Vero a meno che  essa non sia  bastarda dentro , ottusa che rifiuta

 Il dialogo ed il confronto , non fa autocritica o si mette in discussione.  






19.3.26

la prepotenza e l'arroganza della commissione europea .nell'escludere la russia dalla biennale d'arte di venezia . che fine ha fatto la libertà artistica ?

   nonostante  sia  a  gli antipodi      estremi  di Tacitus    devo  dire  con che     onestà intellettuale ñha  ragione  




La bella storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anni…

Oggi san Giuseppe e festa del papa voglio riprendere un post dell'anno scorso dal portale.  https://www.cronachedallasardegna.it/
di Maria  vittoria  Detotto  dell'anno scorso la bellissima storia di Pietro Ragaglia di Bitti, che rinuncia al posto fisso per gestire ad Olbia l’azienda di famiglia. Un mestiere che oggi insegna a suo figlio Diego di tre anniNel giorno della festa del papà mi faceva piacere raccontarvi una bella storia, quella del 30enne bittese Pietro Ragaglia, papà del piccolo Diego, tre anni, laureato ad Oristano in tecnologie alimentari, che ha rinunciato conclusi gli studi al posto fisso per fare il lavoro che più lo appassiona: il pastore.
Ragaglia appartiene ad una famiglia che da generazioni lavora nell’ambito agropastorale e gestisce un’azienda agricola di famiglia, l’Azienda Caresi, situata nella omonima località olbiese. Pietro ha iniziato a lavorare per gioco a cinque anni, quando andava a mungere ed a lavorare in campagna con il padre Giulio.
Oggi fa lo stesso con suo figlio Diego, tre anni a breve, grande amante della campagna, degli animali e di tutto quello che fa il babbo. Ogni fine settimana, quando non è impegnato alla scuola materna, lo va a trovare con sua mamma Chiara in azienda e se non può andare, quando la sera rientra babbo Pietro dal lavoro, vuole che gli racconti tutto ciò che ha fatto.





Tutto questo praticamente da quando è nato. Diego apprezza moltissimo il pecorino semi stagionato, il suo preferito tra i formaggi che il padre Pietro produce e quando va a trovarlo nel loro caseificio ad Olbia, ne vuole sempre un pezzo ed aiuta il padre a farlo: “Diego è un buongustaio”, dice Pietro, “mio figlio ama tutti i formaggi, ma quello è il suo preferito. Qui produciamo formaggi di pecora, pecorini, stracchino di pecora, mozzarelle, brie di pecora”.
Quale è la sua giornata tipo . 
Mi sveglio ogni mattina alle cinque e vado a mungere con mio padre. Sistemo il bestiame, torno in caseificio ad Olbia, lavoro lì sino all’ora di pranzo. Rientro a casa per pranzo ed alle due e trenta torno in campagna sino alle 19. Non ho mai un giorno libero”.
Che ne pensa sua moglie di questo?La famiglia di mia moglie non è di tradizione pastorale e lei non conosceva questo stile di vita. A volte è difficile capire il mio stile di vita, che è comunque impegno tutto l’anno ed ogni tanto mi organizzo con mio padre per avere almeno un giorno libero, per trascorrere una giornata intera fuori con la mia famiglia. Altre volte i miei amici mi invitano agli spuntini e magari subito dopo l’ora di pranzo devo andarmene per tornare in campagna. Ma la cosa non mi pesa”.

Pietro, una vita fatta di sacrifici, una bella famiglia che intende allargare.

Oggi è la festa del papà: suo figlio stamattina Le ha già dato il regalo? Sicuramente le porterà qualcosa, immagino. dico a Pietro. “Sicuramente sì, nei giorni scorsi ho visto che ha voluto una mia foto, vedremo oggi cosa ha combinato, sono curioso di vedere la sorpresa quando torno a casa”, conclude Pietro.

Che dire? Auguri a Pietro. al piccolo Diego ed a questa bellissima famiglia che rappresenta una giovane famiglia sarda di persone oneste e lavoratrici.

Foto: Pietro Ragaglia e Pietro con il piccolo Diego in azienda.

                                                   
                 Maria Vittoria Dettoto
 Una scelta coraghiosa la sua quella di 
Rinunciare a un lavoro fisso . Tale  scelta può essere  difficile e personale, ma ci sono diverse ragioni per cui qualcuno potrebbe decidere di farlo. Ecco alcune delle motivazioni più comuni:

- Libertà e flessibilità: lasciare un lavoro fisso può significare avere più tempo e libertà per perseguire altre passioni o progetti personali.
- Opportunità di crescita: alcune persone potrebbero vedere l'opportunità di gestire l'azienda di famiglia o avviare una propria attività come una chance di crescita professionale e personale.
- Miglior qualità della vita: la stabilità economica non è l'unico fattore che contribuisce alla felicità. Alcune persone potrebbero trovare che un lavoro fisso non sia compatibile con la loro vita familiare o personale.
- Insoddisfazione lavorativa: alcune persone potrebbero sentirsi insoddisfatte del loro lavoro attuale e decidere di lasciare per trovare qualcosa di più gratificante.
Nel caso di Pietro Ragaglia,  è evidente che abbia scelto di gestire l'azienda di famiglia e trasmettere le proprie conoscenze al figlio, il che potrebbe essere una scelta dettata dall'amore per la famiglia e dal desiderio di preservare l'eredità familiare.


18.3.26

Tra le macerie di Dahieh, sobborgo musulmano nel sud di Beirut, il violoncellista libanese Mahdi Sahely suona circondato dalla distruzione causata dai bombardamenti. Il suo gesto trasforma il silenzio e il dolore in una melodia carica di significato. Il video, diffuso sui social, è diventato rapidamente un simbolo di resistenza e speranza. Le sue note restituiscono umanità a un paesaggio devastato, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Per Sahely, la musica diventa così espressione della resilienza dello spirito umano. “Nel bel mezzo della guerra e della distruzione, la musica suona una melodia di speranza, trasformando i sospiri della sofferenza in melodie che riflettono la resilienza dello spirito umano”,


fonti tg la7 , la presse, corrieredella sera , ecc




Mentre Israele intensifica le operazioni di terra nel Sud del Libano, da Beirut risuona un potente messaggio conro la guerra , viene rilanciato con insistenza sui social media. È la toccante performance di Mahdi Saheli, violoncellista sceso in strada con il suo strumento per suonare fra le macerie dei raid israeliani.
 

Mahdi ha intonato - tra gli altri brani - le note del tema di "Shindler's List", il film sull'Olocausto di Steven Spielberg del 1993. A riprenderlo, il fotografo libanese Adnan Hajj Ali. "Il mio cuore è spezzato dalla guerra, ma la musica mi ricorda che c'è ancora del bene nell'umanità", scrive il musicista sul suo profilo Instagram. Le immagini sono state riprese da numerosi media internazionali.
Gli attacchi di Israele si sono concentrati su interi quartieri nel Libano meridionale, considerati roccaforti di Hezbollah, alleato di Teheran. Secondo il governo di Beirut le vittime sono oltre tremila, mentre centinaia di migliaia di persone sono state costrette a evacuare

17.3.26

Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto di Ely Kyle Chio Carotti

    strano che   nessuno  del fronte  avverso    e i  giornali   non  s'incazzano  



Quando un parlamentare della Repubblica spiega apertamente come usare il clientelismo per orientare un voto, non è uno scivolone. È un metodo.Durante un incontro politico, Aldo Mattia – deputato di Fratelli d’Italia – ha detto testualmente ai presenti:
“Avete gli argomenti per discutere, ma se non dovesse servire utilizzate anche il solito sistema clientelare: ‘non ci credi? Fammi questo favore. Perché tu sei mio cugino, perché io ti ho fatto questo favore…’
Parole pronunciate con calma, senza imbarazzo, come se fosse la cosa più normale del mondo. E riferite non a un’elezione locale, ma a un referendum costituzionale.Davanti a questo, alcune domande diventano inevitabili:
- Se un deputato parla così apertamente di “sistema clientelare”, significa che è considerato accettabile?
La naturalezza con cui lo descrive è forse il dato più rivelatore.
- Come si concilia la retorica del “cambiamento” con la riproposizione dei meccanismi più vecchi e corrosivi della politica italiana?
Se la riforma è solida, perché ricorrere a logiche di scambio personale?
- È questo il modo in cui si vuole orientare un voto su una modifica della Costituzione?
Un referendum dovrebbe essere il luogo della consapevolezza, non della pressione relazionale.
- Perché chi parla di “serietà” e “merito” non prende le distanze da queste parole?
Il silenzio, in questi casi, è una scelta politica.
- Che cosa prova chi ha votato per rinnovare la politica e si ritrova davanti a questo?
L’indignazione non basta. Serve memoria. E serve dignità democratica.

Calciatori mascherati per evitare le multe: la sfida agli ex rossoblù

unione sarda  21 marzo 2026 alle 00:58 In campo senza il permesso dei club, hanno giocato con il passamontagna  Pur di giocare sono scesi in...