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27.2.26

Pietismo e riscatto delle persone disabili

lo che   i  post       di   

Mariarosaria Canzano
23 h 

Sto seguendo poco Sanremo.
Eppure alcune immagini arrivano lo stesso, attraversano i social, si infilano nei discorsi, diventano “messaggi”.
Ho visto persone con disabilità sul palco, accompagnate da slogan come “Sono come te” e definite, ancora una volta, “ragazzi speciali”.
E no, questa non è inclusione.
È una messa in scena che serve più a chi guarda che a chi viene mostrato.
Dire “sono come te” non è un atto liberatorio.
È un tentativo di rendere la disabilità accettabile solo se rassomiglia alla norma.
Come se l’esistenza di una persona dovesse essere giustificata attraverso la somiglianza, non riconosciuta nella sua unicità.
Le persone con disabilità non devono essere “come noi”.
Sono persone. Punto.
Con identità proprie, bisogni specifici, competenze, limiti e risorse che non vanno né nascosti né addolciti.
E la parola “speciali” continua a essere il paravento perfetto:
serve a chi non sa stare nella complessità,
a chi ha bisogno di rendere la disabilità emotivamente digeribile,
a chi preferisce la commozione alla responsabilità.
Quella vista a Sanremo non è inclusione.
È inclusione di facciata.
È il momento “giusto” inserito nello spettacolo,
l’applauso programmato,
la telecamera che cerca la lacrima,
la coscienza collettiva che si sente a posto per qualche minuto.
Ma la disabilità non è una parentesi narrativa.
Non è un simbolo motivazionale.
Non è un segmento emozionale da prima serata.
L’inclusione vera è molto meno spettacolare:
– è lavoro accessibile
– è scuola con strumenti adeguati
– è diritti garantiti senza dover combattere ogni giorno
– è normalità, non eccezione
Finché continueremo a dire “sono come te”,
significa che non siamo ancora capaci di dire semplicemente sono persone.
E di questo pietismo elegante, ben confezionato e venduto come progresso,
io sono sinceramente stanca.

e

Io Sanremo non lo guardo.
Ma certe cose ti arrivano lo stesso.
Ho visto persone con disabilità sul palco con la scritta ‘Sono come te’.
E ho sentito chiamarli ragazzi speciali.
Ecco, io queste cose le detesto.
Perché nel 2026 siamo ancora lì.
A spiegare che una persona con disabilità è ‘come noi’.
Come se dovesse essere rassicurante.
Come se dovesse dimostrare qualcosa.
Non sono ‘come te’.
Sono loro.
Con le loro caratteristiche, i loro limiti, i loro talenti.
E non devono essere normalizzati per essere accettati.
E ‘speciali’ poi…
Speciali è la parola che usiamo quando non sappiamo stare nella realtà.
Quando abbiamo bisogno di edulcorare la disabilità per non sentirci a disagio.
Io non voglio la narrazione che fa piangere.
Non voglio l’applauso da prima serata.
Non voglio la telecamera che indugia sull’emozione facile.
La disabilità non è una scenografia motivazionale.
Non è il momento tenero dello spettacolo.
Non è il segmento inclusivo per sentirsi a posto con la coscienza.
Inclusione è quando quella persona lavora.
Quando studia con strumenti adeguati.
Quando non deve lottare per ogni diritto.
Quando non viene trattata come un simbolo.
Finché continueremo a dire ‘sono come te’
significa che non li consideriamo ancora semplicemente persone.
E io di questo pietismo elegante, confezionato bene e venduto come progresso…
sono stanca.


non hanno tutti i torti . m come fare a non considerare "speciali " quelle persone , in particolare gli atleti paraolimpici , che con un forte handicap e disabilità riescono a non abbattersi e cadere nel vittimismo o auto commiserazione riscattandosi e a donarci grandi emozioni e forza per andare avanti

26.2.26

[ dobbiamo capire da soli visto che lo stato se ne frega e punisce solo parte II ] Arrangiarsi da soli non è cinismo

  come  al solito certi miei  post  originano delle  discussioni  fra  me  ed  il mio  Armadillo    \   Grillo  Parlante   . Eccovi  l'ultima 

Armadillo /grillo parlanteche discorsi cinici  che  sono i tuoi quando dici : <<  dobbiamo capire da soli visto che lo stato se ne frega e punisce solo >> .



Io
nessun cinismo  na semplice realtà dei fatti . Sennò stato /istituzione  non ti aiuta  fornendoti le basi  ma ti punisce e reprime solamente mi sembra più che logico è ovvio , che   bisogna fare da sé  . destreggiandosi fra il bene ed il male correndo anche dei rischi  vero . ma chi fa da sé fa per tre .


 A\G hai dimenticato il lato negativo  ed ambiguo.  Infatti:  << [ ... ] Come molte pratiche popolari, anche l'arte di arrangiarsi si muove su un confine ambiguo tra virtù e vizio. Da un lato rappresenta un esempio di resilienza e di intelligenza creativa; dall'altro può degenerare in furbizia, opportunismo, o in quella tendenza al "tirare a campare" che molti sociologi hanno letto come un tratto della cultura italiana. "Fatta la legge, trovato l'inganno", il proverbio non indica solo un atteggiamento individualista, ma una sfiducia sistemica verso le istituzioni e una preferenza per le soluzioni informali.[... Come molte pratiche popolari, anche l'arte di arrangiarsi si muove su un confine ambiguo tra virtù e vizio. Da un lato rappresenta un esempio di resilienza e di intelligenza creativa; dall'altro può degenerare in furbizia, opportunismo, o in quella tendenza al "tirare a campare" che molti sociologi hanno letto come un tratto della cultura italiana. "Fatta la legge, trovato l'inganno", il proverbio non indica solo un atteggiamento individualista, ma una sfiducia sistemica verso le istituzioni e una preferenza per le soluzioni informali. [ ... continua su: https://www.geopop.it/qual-e-il-significato-dellarte-di-arrangiarsi-la-filosofia-nata-dalla-resilienza-mediterranea ... ]

Io   vero   c'è anche quell' altro lato della medaglia ma ridurlo solo ad un significato negativo  in questo caso è un errore .  Bisogna  sfruttarne  il  lato positivo    che   poi  è  quello  citato   anche  nell'articolo    da te  proposto  .





 A\G
 Ok ma come fai.

Io con l'esperienza, sbagliando, cadendo e rialzandoti  ma soprattutto  mettendo  in atto      quando detto  in  questa  canzone  (  lo so  che  l'ho  proposta  più  volte      ma    fa  parte  del mio bagaglio  \  identità       )  



La canzone è riflessiva e simbolica, affrontando temi come:La ricerca del potere attraverso la comprensione della sofferenza altrui. La critica al materialismo e ai doni superficiali.
L'importanza di trasformare le difficoltà in forza e speranza.

A\G ok  


.


Non voleva fare l’avvocato come la mamma, così ha scelto di toelettare i cani





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24 FEBBRAIO 2026 ALLE 07:00 



Non voleva fare l’avvocato come la mamma, così ha scelto di toelettare i cani: il dopo è inaspettato 
                                                     di Valeria Randone*





Giovanni, nome di fantasia, fa il tolettatore di cani. Lo ha sempre voluto fare, sin da bambino. Quando era piccolo e gli chiedevano cosa volesse fare da grande, lui rispondeva che voleva lavare tutti i cani del mondo. Voleva farli belli. Pettinarli. Togliete i nodi al loro pelo. Accudirli.
Giovanni era innamorato della cura, dei cani e di Totò il suo inseparabile bulldog inglese.
La madre, mia paziente, era molto preoccupata perché considerava il lavoro manuale una sorta di scorciatoia per chi non volesse studiare.
Lei si era laureata, aveva vinto tanti concorsi e aveva anche lavorato all’Università di Catania.
 Era impensabile che il suo unico figlio volesse lavare i cani come mestiere.
Nel tempo, in maniera strategica lo ha sempre boicottato. Ha cercato di instillargli la passione per lo studio, per i viaggi, per le altre lingue. Lo ha letteralmente spedito in Inghilterra, ma anche lì, Giovanni accudiva i cani della scuola. Poi a Rimini da una loro zia per le vacanze estive, ma anche in una città effervescente e seduttiva per un adolescente, Giovanni aveva trovato un’associazione che salvava randagi.
La morte di Totò
Il suo amato cane, Totò, all’età di dieci anni si è spento dolcemente. Soffriva di cuore, respirava male e soffriva tremendamente il caldo. In Sicilia, le estati sono afose e dilatate nel tempo, iniziano ad aprile e terminano a dicembre, e il povero Totò non è sopravvissuto all’ultima estate.
Giovanni è stato inondato da un dolore insopportabile, sconquassante, violento, non cicatrizzabile.
Questo immenso dolore lo ha fatto diventare sciabola per duellare con la madre, per la prima volta con estrema fermezza. Fu anche l’anno in cui fece caming out e dichiarò al mondo, alla madre e a sé stesso la sua omosessualità.
Affronta la madre. Le dice chiaramente, forse per la prima volta nella sua vita, che lui avrebbe ascoltato soltanto il suo cuore e avrebbe scelto di aprire un piccolo negozio per tolettare i cani.
La madre lo aveva obbligato a conseguire la laurea triennale in economia, a Catania, ma nel frattempo, a sua insaputa, Giovanni aveva fatto un corso per imparare il suo mestiere del cuore.
Giovanni aveva un cuore luminoso. Era gentile. Affabile. Elegante nei modi. Un sognatore. Inizia così a lavorare come apprendista in un grande negozio che toletta cani. Impara in fretta perché per lui non si tratta di lavoro ma di un regalo quotidiano che fa a sé stesso.
Nel giro di qualche mese diventa responsabile del negozio. Apre lui, chiude lui. Si occupa delle prenotazioni, dei cani difficili e dei proprietari ruvidi, esigenti, ostili.
Diventa il perno dell’attività.
Quando lavorava sembra il Pifferaio Magico: aveva l’abitudine di raccontare delle storie, alcune inventate, altre erano quelle che gli raccontava la sua amata nonnina quando era piccolo (unico ammortizzatore tra la ferocia e intransigenza di sua madre e le sue esigenze più profonde).
Le raccontava ai cani che lavava, perché era più che certo che la sua voce aveva un effetto calmate su di loro.
Nel giro di pochissimo tempo si è sparsa la voce e Giovanni, per tutti, è diventato il tolettatore-cantastorie.
I bambini volevano accompagnare i loro cani alla toletta. Alcuni di loro assistevano incantati, altri rimanevano lì per ascoltalo anche senza il loro cane.
La svolta
La madre aveva finalmente compreso, forse per la prima volta in assoluto, che Giovanni aveva ascoltato il suo cuore. Aveva appeso al chiodo la sua laurea, figlia di una costrizione, ed era felice.
La sua felicità era diventata contagiosa e anche molto remunerativa per il negozio dove lavorava
Il dopo
Il rapporto tra Giovanni e la madre è migliorato notevolmente. La signora ha finalmente deciso di aiutare il figlio ad aprire un’attività tutta sua. Madre e figlio hanno acquistato una bottega, stanno ultimando i lavori di ristrutturazione e a breve Giovanni, dopo tante sofferenze, avrà il suo negozio e potrà occuparsi di tutti i cani che si rivolgeranno a lui. Continuerà a raccontare le sue storie e ad essere felice.
P.S: Ringrazio la mamma di Giovanni per avermi autorizzata a scrivere in esclusiva per La Zampa questa meravigliosa storia di resilienza e di perseverazione. Giovanni ha ascoltato la chiamata del suo Daimon ed è stato premiato dalla vita.

Come scriveva A.Carotenuto, mio docente e analista, nel suo libro La chiamata del Diamon: “Il richiamo alla realizzazione personale è la più forte voce interiore che a ciascuno di noi è dato sentire, ma quanto più esso è intenso, tanto maggiore sarà la pena, nel caso di mancata risposta”.

* Valeria Randone è psicologo e sessuologo clinico a Catania, Milano e online (www.valeriarandone.it) e autrice del libro “L’aggiustatrice di cuori – Le parole che riparano”. La sua grande passione per i cani l’ha portata a scrivere anche per La Zampa ed è nato la spazio "Per amore degli animal

«L’omelia con l’AI? Mai, sull’altare si va meglio a braccio» Don Casu, parroco sassarese a Roma, e il no del Papa alle “cyberprediche”

 unine  sarda  26\2\2025 



«Francamente mi ricorda quei libroni di temi già pronti per studenti senza fantasia che circolavano quando ero ragazzo». Don Paolo Casu – sassarese, 62 anni, un passato da giornalista e un presente da parroco di San Romualdo Abate, diocesi di Roma – a usare l’intelligenza artificiale per le omelie non pensa neanche da lontano. Eppure qualche suo collega deve averci riflettuto, se una settimana fa Leone XIV, incontrando il clero romano, ha raccomandato di evitare scappatoie informatiche.

Come si prepara l’omelia senza aiutini tecnologici?
«Lei casca male: io non preparo nulla. Parlo a braccio».

Improvvisa?
«Fino a un certo punto. Intanto bisogna dire che le letture degli anni liturgici seguono tre cicli di un anno. Nel ciclo A si legge il Vangelo di Matteo, ed è quello di quest’anno. Il ciclo B è quello del Vangelo di Marco e il C è quello di Luca» .

Scusi, e Giovanni?
«Si legge ogni anno. Mi sa che lei non va a messa da un po’».

Andiamo avanti.
«Ci sono i tre cicli, dicevo, e quindi chi conosce le Scritture sa quali temi proporranno per quella giornata. Naturalmente ciò che dici dipende molto anche da come hai assimilato le Scritture nel tempo. Per intenderci, io certe cose che ho detto vent’anni fa adesso non le direi».

Che cosa diceva di grave?
«Ma nulla, figuriamoci. Però mi sono reso conto di come la memoria sia fondamentale, perché scopri significati profondi, che si illuminano ulteriormente. E quindi non dici più quelle cose un po’ scolastiche che può capitare di dire inizialmente, magari con il tono assertivo del neofita».

A parte la memoria?
«È importante anche il ruolo della lettura: c’è una letteratura di riferimento che può essere molto d’aiuto, con studiosi che hanno dedicato un’intera vita a una singola espressione. E poi naturalmente le edizioni commentate. Ma i commenti possono essere di molti generi, secondo impostazioni culturali differenti, non è che uno valga l’altro. Il punto fondamentale però è uno: la parola di Dio è eterna. Quindi il messaggio è quello. Poi naturalmente quando parli ai fedeli puoi fare riferimento a un episodio, a un fatto di attualità, ma per chiarirne meglio il senso. Per chiarirlo e anche per capirlo».

In che senso?
«Nel senso che non puoi salire sull’altare e parlare se non sei tu per primo a porti in ascolto delle cose che leggi. Non devi darle mai per scontate, anche se le conosci già: ogni volta che le ascolti, ti parlano e ti indicano nuovi significati. Altrimenti che fai, arrivi con la predica scritta e dici: “No amici miei, mi dispiace ma quello che devo dire ce l’ho già pronto da stamane, quindi adesso ve la leggo”? No: ascolti e poi parli. E spesso io per primo non so quello che dirò, o meglio quello che mi sentirò dire, perché è il frutto di quel che ascolto e delle riflessioni che mi induce lo Spirito Santo».

Con un Suggeritore così…
«Non la metterei in questi termini, rischia di avere un sapore un po’ miracolistico. Però sicuramente dalle Scritture ti arriva continuamente un’indicazione, questo sì. Una proposta, direi».

Un’omelia ben fatta quanto deve durare?
«Anche più di quello che si crede. Certo, se è scritta deve durare poco: leggere un testo da un foglio è una cosa che già in partenza crea distanza con chi ti ascolta, se poi è anche lungo finisce che la gente sbadiglia. Ma se parli a braccio puoi prenderti i tuoi tempi».

E la curva dell’attenzione?
«Ecco, la questione è tenere alta la curva dell’attenzione. Da noi la messa domenicale delle 10,30, la cosiddetta messa parrocchiale, è anche la messa dei bambini. Chiaramente faccio tutto quello che posso per usare un linguaggio semplice e piano, ma non mi fermo a quello. Siccome i bambini sono più piccoli degli adulti, e non voglio che stiano lì con la testa reclinata all’indietro e si facciano venire una contrattura al collo, allora al momento dell’omelia scendo dall’altare, prendo una sedia e mi siedo alla loro altezza per farmi ascoltare meglio».

Chissà i tradizionalisti della messa spalle al popolo...
«Lei dice “spalle al popolo”, io dico “versus Deum”: non è che il sacerdote ignori il popolo, il senso è che tutti si rivolgono al Signore. D’altronde non è che i sacerdoti di sessanta o cento anni fa, che dicevano messa così, ce l’avessero con il gregge o lo disprezzassero. Le pare?».

Ma lei ha mai detto messa spalle al popolo?
«Due volte. Però ero da solo ed erano chiese antiche».

E perciò?
«E perciò l’altare era attaccato al muro: o celebravo così oppure nulla».

In queste sue omelie a braccio, la sua vita precedente da giornalista la aiuta?
«Può darsi che una certa confidenza con la parola, una certa disinvoltura possa nascere da lì. Però ho fatto il giornalista per sedici anni e sono sacerdote da venti. Perciò prete batte giornalista cinque a quattro, e questo mi pare che chiuda la questione»

Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata LXXIII ATTENTI ALLE TELEFONATE: L’AUTODIFESA INIZIA DA LÌ

  


per  approfondire  

Stalking telefonico: cos'è, quando è reato e come comportarsi - Phersei Investigazioni
Come difendersi dallo stalking e cosa fare legalmente? (laleggepertutti.it)

A dispetto di quanto possiamo immaginare, la difesa personale non comincia con una mossa di karate, ma  con un gesto quotidiano: l’attenzione. Prima ancora del corpo, è proprio la testa a proteggerci, e lo fa attraverso strumenti che usiamo distrattamente, come il telefono.La  prevenzione passa anche da lì.

Per esempio, rispondere a  una chiamata senza guardare chi ci sta chiamando, fornire  informazioni personali con leggerezza e condividere la posizione in tempo reale sui social o in chat di gruppo possono diventare abitudini che apparentemente sembrano innocue, ma che espongono a rischi concreti. L’autodifesa moderna è fa!a anche di confini “digitali”. Sapere che non siamo obbligati a rispondere subito, che possiamo lasciar squillare il telefono quanto vogliamo, che possiamo ascoltare un messaggio vocale prima di richiamare o bloccare un numero molesto è già una forma di protezione.Anche la gestione delle telefonate indesiderate è un atto di autodifesa. Le truffe telefoniche fanno leva su urgenza e paura. “Suo figlio\a ha avuto un incidente”, oppure“c’è un problema con il suo conto bancario”. Fermatevi, respirate, riagganciate e richiamate i numeri ufficiali perché farlo può evitare danni giganteschi. Difendersi signi"ca riconoscere i segnali di pressione e non farsi trascinare nella fre!a emotiva che qualcuno sta cercando di imporci.C’è poi un aspe!o meno evidente: la reperibilità continua.Sentirsi obbligati a rispondere sempre e a chiunque toglie lucidità e aumenta la vulnerabilità. Selezionare chipuò conta!arci, impostare modalità silenziosa in certi momenti della giornata e quindi proteggere i propri orari diriposo non è maleducazione, ma cura di sé. L’autodifesa, infondo, è questo: ridurre le occasioni di rischio prima ancora che il rischio venga a bussare alla nostra porta. Non vivere nella paura, ma nell’a!enzione. La sicurezza non nascedall’allarme costante, ma da piccole scelte consapevoli

25.2.26

margherita porete il giordano bruno femminile

  
fonti      consultate
Stampa quattrocentesca ritraente
Margherita Porete.
Per l'8 marzo al solito dei soliti discorsi spesso : retorici , di circostanza , ipocriti , ecc    voglio raccontare la storia  di Margherita  Peorete inizia del  Giordano Bruno  femminile   . Ma  soprattutto   è  anche  una messa  in discussione   di alcune mie  concezioni  .
Ma  iniziamo  dall'inizio . 
Marguerite Porete (
Hennegau, 1250/1260 – Parigi, 1º giugno 1310) è stata una religiosa e scrittrice francese, autrice de Lo specchio delle anime semplici un'opera sulla spiritualità cristiana riguardante l'agape.Un libro scomodo per la chiesa soprattutto nel medioevo . Infatti essa Fu bruciata sul rogo per eresia a Parigi il 1º giugno 1310 in Place de Grève dopo un lungo processo per aver rifiutato di togliere il suo libro dalla circolazione e per aver rifiutato di ritrattare le sue idee. Il libro è considerato una delle fonti principali della dottrina medievale dell'eresia del Libero Spirito
Era associata con il movimento delle beghine, donne che vivevano in piccole comunità chiamate beghinaggi, senza una vera e propria regola monastica. Le beghine si trovavano tra lo stato religioso e quello laico, pronunciavano solo i voti di obbedienza castità ed era quindi per loro possibile una certa libertà di movimento.
Dissero che era pericolosa! Era nata nel 1250, in un’epoca in cui una donna che pensa viene chiamata STREGA e una donna che ragiona è un’eretica. Cresce ascoltando regole, sermoni, ordini e divieti. Ma Margherita non si piega. Studia, legge, osserva, pensa. Sceglie una via semplice: di devozione senza catene, di preghiera ma senza padrone. E fu allora che scrisse «Lo specchio delle anime semplici», un libro che non fu non soltanto un libro ma TEMPESTA.
Parla dell’Amore che ci guida, di un Dio che non punisce, non condanna, non giudica ma perdona. E lo scrive non in latino ma in volgare. Perché il sapere non è per i pochi ma per i molti. Fu uno
scandalo. Le autorità ecclesiastiche non ne sentirono la bellezza. Non ne videro la poesia. Videro una MINACCIA. Una donna che che legge, scrive e pensa? Una donna simile deve essere distrutta!
Il vescovo di Cambrai dà ordine di bruciarlo nella piazza di Valenciennes. Ma il libro continua a circolare. Ed è veleno per chi comanda. Così Margherita viene arrestata. Le ordinano di sottomettersi. Di rinnegare il suo libro. Di chinare la testa. Una donna deve stare in silenzio e basta! Margherita si rifiuta. Il 1 giugno del 1310 Margherita Porete viene legata a un palo in Place de Grève. L’inquisitore la chiama «pseudo mulier» per schernirla. Perché nessuna donna poteva sfidare il potere della Chiesa. E poi la bruciarono viva.
Per CANCELLARLA per sempre dalla Storia. Le sue parole come la sua vita. Si sbagliavano. Per secoli «Lo specchio delle anime semplici» continuò a circolare in forma anonima. Ma alcune voci non si spengono. Restano come brace sotto la cenere. E alla fine nel XX secolo una studiosa, Romana Guarnieri, scoprì nei vecchi registri il nome di Margherita. E restituì al mondo la sua voce. Oggi Margherita Porete è riconosciuta come una delle più grandi donne del Medioevo. E sette secoli dopo la sua morte la sua voce è ancora qui. Più viva che mai. Perché nessun Potere potrà MAI bruciare ciò che non si piega.


Ora non conoscevo , ecco perché i tag : viaggiatore ignorante e so di non sapere , la sua storia e sapevo che il termine Beghina e i suoi derivati maschili fossero solo dispregiativo cioè una donna bigotta, ossessivamente devota ,una religiosa “fuori posto”, non riconosciuta ,una donna che “fa la santa” senza esserlo,una persona che ostenta moralismo

ecco perchè guardo e guarderò continuando con quelle paraolimpiche le olimpiadi . anched se sono un business ed un circo ci danno lezioni e ci regalano emozioni

1. L’importanza di ammirare altre donne. In piedi Federica Brignone, vincitrice stellare dalla seconda medaglia d’oro, nel gigante. Ai ...