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2.5.26

c'e cover e cover. ., c'e riadattamento ed. riadattamento il caso. di bella ciao al concerto del 1 maggio 2026

E' vero le canzoni popolari  e tradizionali  sono spesso riadattate e modificate in. quanto nascono. e. si. sviluppano  da  una trasmissione orale  e che : << [... ] Oggi Contessa ha cambiato sistema\si muove fra i conti cifrati \ ha lobby potenti ed amici importanti \ e la sua arma più forte è comprarti\ la sua arma più forte è comprarti ! [... ]non rinnego la mia vecchia strada \L'utopia è rimasta la gente è cambiata, la risposta ora è più complicata ! >> e che come rispondono sia con questa intervista



con questa canzone ( mia dolce rivoluzionaria ) di cui ho riportato. sopra alcune strofe alla polemica che si creo sempre al concertone del primo. maggio quando cambiarono alcune strofe qui le due versioni a confronto  Contessa  di Paolo Pietrangeli canzone storica del nostro paese
Un altro  caso  di riaddormento è Generale  di Francesco de Gregori il cui Il brano originale è un pilastro della musica italiana, noto per il suo testo antimilitarista e poetico




  riadattamenti  che  si stravolgono la  canzone nel loro testo originario ma. non la snaturano  come è. avvenuto con bella ciao. 
Infatti   se prima a  caldo   dicevo che  aveva. fatto bene perché servono nuove parole  poi. ragionando  ho  riflettuto e  concordo. con Lorenzo Tosa 

Cosa penso della versione “alternativa” di “Bella ciao” cantata da Delia al Concertone?
Penso che quando prendi una canzone come “Bella ciao”, ne cambi arbitrariamente le parole e sostituisci “partigiano” con essere umano, significa solo una cosa, la più grave.
Che di quella canzone lì, del suo significato, di quello che rappresenta, non hai capito letteralmente nulla.Non c’è nessun campo da “allargare”, nulla da modificare, nessuno da convincere, meno che mai può essere cancellata la Storia che racconta in nome di una presunta e folle rivisitazione.
Se canti “Bella ciao”, come ha fatto Delia, su quel palco, davanti a centinaia di migliaia di persone e a milioni in televisione, devi averne cura, e avere cura delle parole.E PARTIGIANO è una parola
bellissima. Soprattutto oggi. In questo tempo di rigurgiti e nostalgie sempre meno latenti.
Questo penso.Peggio di aver cancellato la parola “partigiano” da Bella ciao c’è solo la motivazione con cui Delia ha te ntato goffamente di spiegarlo.
Perché è una summa e la dimostrazione lampante e definitiva che di quella canzone, del suo significato profondo e universale, non ha capito letteralmente NULLA.
“Ho preferito mettere (al posto di ‘partigiano’, nda) ‘essere umano’ perché questa parola non è divisiva. È una parola che dovrebbe riguardare tutti. Perché i partigiani erano essere umani. Perché gli esseri umani sono… esseri umani, e quindi la canzone è per tutti”.Questo ha detto.
Riuscire a definire, di fatto, la parola “partigiano” divisiva è la cosa più sciocca, superficiale e antistorica che abbia mai sentito sull’argomento.
Questa è roba che avrebbe potuto partorire La Russa davanti a un busto del Duce.Non significa certo che Delia sia fascista.
Si chiama, più banalmente, ignoranza. Proprio in senso tecnico, etimologico. Perché parla di cose che ignora.Forse è meglio che si astenga anche dal cantarle.Quando la toppa è molto, ma molto peggiore del buco.>>
E con Scanzi : 
<<. Il mondo dell’arte è fatto da artisti veri, che ci mettono la faccia oltre che il talento, e non-artisti che - oltre a non avere quasi mai un talento evidente - si nascondono, paracu**ggiano, tengono famiglia e tirano a campare.
La seconda categoria, ovviamente, è molto più popolata della prima. Ancor più in questa fase storicamente stitica. È una lista infinita, che va dalle Clelia (o Nenia, Bega, Delia o quel che è) ai Fiorello.
La prima categoria è al contempo meno numerosa, ma ogni tanto riesce a impossessarsi della narrazione mainstream e a far tana al potere. Scuotendo le coscienze. Come ieri Piero al Concertone (cioè quel che ne resta) di Roma.
La prima categoria, per dirla con Gaber, passa alla storia. La seconda passa solo alla cassa.  [....]
Leggo che tal Delia, all’interno di quel che resta di ciò che fu decenni fa il glorioso Concertone del Primo Maggio, ha cantato “Bella ciao” sostituendo “partigiano” con “essere umano”.Tale emerita sconosciuta, la cui presenza su quel palco dimostra ampiamente lo svilimento totale di un palco un tempo assai glorioso, ha motivato così la sua scelta: "Penso che fare questo cambio non sia non prendere una posizione, bensì allargare un po'. È stata una mia scelta". Avete capito? Lei non è che scappa o ammicca al governo. Nooooo: lei “allarga”. Che belle parole: sembrano uscite dalla bocca di una Montaruli o una Santanchè. La domanda è una sola: ma chi è ‘sta gente? Chi sono ‘sti carneadi? Cos’è tutto questo pulviscolo svilente, scontato e furbino, messo accanto senza merito a colossi vivissimi come i Litfiba? Davvero ci meritiamo tutta questa smisurata pochezza artistica, tutto questo condensato di vacuità qualitativa e cerchiobottismo filogovernativo, tutto questo caravanserraglio sghembo di evanescenza creativa? Se è ormai questo il livello del “Concertone” di Roma, fate una bella cosa: chiudetelo. Muratelo. Ora. E trasferiamoci tutti a Taranto, dove ancora per fortuna c’è vita. Che pena.>>
  ma soprattutto. con. Patrizia Cadau
 <<
Cara Delia Io ti conosco dal tuo primo provino e sono rimasta sbalordita dall'artista che sei. Ora sei nel centro di questa shitstorm, non so quanto intenzionale oppure no, ma durerà poco come durano poco le indignazioni in questo paese quindi stai tranquilla. Però volevo dirti che hai sbagliato, e che nonostante il tuo talento hai sprecato un'occasione per dimostrare chi sei e che cosa sai fare. Hai sbagliato perché Partigiano è una parola bellissima e insostituibile, che significa proprio "prendere una posizione", e chi prende posizione è già divisivo. Ma ancora, essere partigiani significa occupare lo spazio della lotta per la libertà, del diritto negato, contro una qualsiasi ingiustizia. Tutti nasciamo Esseri Umani, ma si sceglie di diventare Partigiani, e tu ieri hai detto sostanzialmente che volevi allargare il contesto. Quando il contesto è chiarissimo. C'è un genocidio? O stai di qua o stai di là. C'è una minoranza che combatte per dei diritti? O stai di qua o stai di là. C'è un oppressore e un oppresso? O stai di qua o stai di là. Vedi? Partigiano è sinonimo di resistenza, resilienza, ribellione alle ingiustizie ed è una scelta. Un modo di stare nel mondo, di abitare e condividere anche i destini degli altri. Perché tutti siamo esseri umani, ma non tutti scelgono di essere partigiani. E allora, potevi cantare altro, non toccarla proprio questa canzone, se schierarti ti porta addirittura ad eliminare dal testo il suo cuore. Che è quello di un Partigiano e non di un essere umano qualsiasi. "Bella ciao" è una canzone che avrà pure sfrangiato i maroni, diciamocelo, ma è diventata un inno di libertà in tutto il mondo e cantata in tutte le lingue: non è una canzone qualsiasi, non la puoi annacquare con una supercazzola, non puoi sostituire un Partigiano che sceglie di esserlo con un paraculissimo "essere umano", così da uscirne equidistante. Delia, ciao. E studia un po' di storia.
>>

Ora un conto è trasmettere le vecchie canzoni soprattutto quelle. che. avevano. un tematiche sociali sotto. nuova luce e riadattarle ai cambiamenti .Un altro e snaturarle come nel. caso di Bella ciao .  Infatti se anche IL GIORNALE uno dei principali organi filo governativi e della destra. parlamentare ti critica

Nel motivare la scelta di cambiare la canzone Bella Ciao, la cantante incorre in un errore storico e concettuale che un siciliano non si può permettere. Cara Delia, il problema non è il partigiano ma il Vespro siciliano
Domenico Ferrara 3 maggio 2026 - 07:00

Visto che le parole sono importanti, per citare Nanni Moretti, uno dei mostri sacri di quella sinistra che adesso si affretta a condannare l’infausta scelta della cantante Delia Buglisi di sostituire nella canzone Bella Ciao la parola partigiano con essere umano, ecco, visto che le parole sono importanti, vorrei spostare l’attenzione su altre parole utilizzate e scritte nero su bianco sul profilo ufficiale della cantante e sperare che a farlo non sia stata lei in persona ma un ignorante ghost writer o un distratto social media manager. Sì, perché se eliminare il termine partigiano è comprensibile che abbia urtato la sensibilità di un mondo che considera quella parte di storia inviolabile, quella canzone intoccabile e quella narrazione insindacabile (ma si potrebbe anche discutere della shitstorm che sta investendo la cantante e degli altissimi livelli di bodyshaming e delle offese personali discutibili di cui è bersaglio, ma anche questa è un’altra storia), senza considerare poi al contempo un piccolo appunto sul fatto che prima anche solo di pensare di compiere una scelta del genere ci vorrebbe tanta umiltà e capacità di comprendere chi sei e a che punto sei del tuo percorso professionale, qui il punto è un altro e forse ancora più importante in un momento storico in cui quello che veicoli sui social non teme esercizi di verifica né di analisi ma si autospaccia come verità assoluta: parlo di quello che Delia Buglisi ha scritto sul profilo social per motivare la sua iniziativa e che riporto fedelmente: “Sei mesi fa, a X Factor, con questa canzone ho riportato alla luce una pagina nera della storia siciliana, quella dei Vespri siciliani: un vero e proprio sterminio del mio popolo”.Ecco, cerchiamo per favore di esseri umani ma non ignoranti. Perché quella che viene definita “pagina nera della storia siciliana” al contrario è stata una delle pagine più coraggiose che il popolo siciliano abbia mai scritto.Ecco, cerchiamo per favore di esseri umani ma non ignoranti. Perché quella che viene definita “pagina nera della storia siciliana” al contrario è stata una delle pagine più coraggiose che il popolo siciliano abbia mai scritto.Una pagina di rivolta popolare contro il dominio angioino (francese) iniziata a Palermo nel 1282 e durante la quale vennero uccisi migliaia di francesi oppressori presenti sull’isola e no, non si trattò affatto di un vero proprio sterminio del tuo popolo, cara Delia, che fino a prova contraria sei siciliana anche tu. Quindi, per cortesia, correggi quel post ed elimina pure un’altra parola, anzi due: nera e sterminio. Per amore di verità storica, almeno. E stai tranquilla, questa volta la piazza dei contestatori sarà vuota.

Infatti  Il  suo  intento era  giusto  vedere video sotto ,non facciamone neanche una povera giovane ignorante , ha tentato quella che ormai è operazione marketing della pacificazione come vuole il mainstream e le è andata male. È stata consigliata male . 


con questo. è tutto

C.S.I. Linea Gotica: perché riascoltarlo oggi fa MALISSIMO ed qualcosa che. ancora resiste all'oblio

Ricollegandomi a : <<  Pierpaolo Capovilla contro il Concertone del Primo Maggio :  ...  >> ecco  tra le mie  canzoni , ma. in questo caso si tratta di un album ,  conferma. la  citazione  riportata nel precedente post. 


Non si tratta  solo. di nostalgia  e. di rimpiangere i bei tempi andati. 

1.5.26

Pierpaolo Capovilla contro il Concertone del Primo Maggio: «Si vergognino, i sindacati, di invitare questi analfabeti funzionali»




Pierpaolo Capovilla [ foto  sotto a sinistra  ] , anche  se  fa  di  tutta un erba un fascio,è impossibile non biasimarlo, in quanto la musica italiana  insieme, ne  ho parlato qui, nel post precedente , alla scuola è per il 90% allo  sbando  e  dozzinale . Egli  non tiene conto o le considera insignificanti quel 10 %  che sono di qualità . Infatti ci sono anche se si contano sulle dita di una mano che  

[...] non ti tradiscono. Anche chi le fa può tradirti, ma le canzoni, le tue canzoni, quelle che per te hanno voluto dire qualcosa, le trovi sempre lì, quando tu vuoi trovarle. Intatte. Non importa se cambierà chi le ha cantate. Se volete sapere la mia delle canzoni, delle vostre canzoni vi potete fidare                                                        (  da https://it.wikiquote.org/wiki/Radiofreccia )

Ora che Pierpaolo Capovilla non sia uno che le manda a dire è cosa risaputa e, anche questa volta,non ha avuto problemi a dire la sua   al limite del. rancoroso  ed  dell'invidioso . A indignarlo giustamente, in quest’occasione, è stata la presentazione del Concertone del Primo Maggio e dei suoi tre presentatori, Pierpaolo Spollon, Arisa e BigMama. In particolare, il frontman de Il Teatro degli Orrori non ha gradito le parole dei conduttori.

  Spollon ha infatti dichiarato: «Lo spirito che cercheremo di portare è la leggerezza, per citare Italo Calvino che dice “siamo leggeri ma con una profondità d’animo”». Arisa ha rilanciato, dicendosi convinta convinta che «se pensassimo di fare il Primo Maggio annoiando i ragazzi con dei pipponi allucinanti, perderemmo subito la metà delle presenze in piazza, invece secondo me la musica parlerà tanto e noi dovremmo effettivamente solo essere un po’ i giullari di questa corte ». Vero se ci  fossero canzoni decenti e che  ti lascino  qualcosa dentro  anche  a distanza d'anni nel bene o nel male.  In questa  atmosfera melliflua  del vogliamoci bene. a  tutti i  costi . Anche BigMama partita. incendiaria  ed  arrivata pompiere è sembrata essere sulla stessa lunghezza d’onda dei colleghi e ha affermato: «Ho imparato con gli anni che non c’è modo migliore di insegnare qualcosa se non con dolcezza, l’ho visto con le persone più testarde del mondo per fargli capire qualcosa o fargli cambiare idea l’unica arma era spiegarla in modo carino e coccoloso».                                                   

    

Questo è stato , come non biasimarlo , decisamente troppo per Capovilla, che ha replicato via social, andando anche sul personale «Le coccole… ma quanto è stupido questo ragionamento? Quanto è stupida la canzone popolare oggigiorno? E perché dovremmo prestar loro attenzione? Si vergognino, i sindacati, di invitare questi analfabeti funzionali al Concertone… Non siete ridicoli, siete intollerabili, miserabili servi dei discografici… C’è un intero Paese che ne ha abbastanza di voi, e di tutta la spazzatura musicale che ci viene propinata oggigiorno… Ma andatevene tutti in discarica…». Il J‘accuse di Capovilla  non. è solo contro la manifestazione musicale, ma  contro la musica Italiana  in generale . Infatti il  
cantante, dopotutto, non ha mai fatto mistero del proprio disprezzo per il mainstream e per il “buonismo” della musica contemporanea. Tempo fa aveva detto a Rolling Stone Italia: «La vita è troppo breve per ascoltare cattiva musica. Non ascolto le scemenze che escono da Sanremo o dai canali di distribuzione dello spettacolo in Italia. Ne sono completamente avulso, non ho tempo per quelle cose». Anni fa, se l’era presa anche con i talent show, in particolare con X Factor, da lui considerato artefatto al 100% e con i Måneskin, che aveva definito «conformisti, intrappolati nel successo, purissima plastica, perfetti rappresentanti di una generazione di imbecilli». Le sue critiche non hanno mai risparmiato nessuno, neanche i “Big”; quando Laura Pausini si era rifiutata di cantare Bella Ciao, lui non aveva esitato ad appellarla come «la vergogna della canzone italiana nel mondo».


30.4.26

prof di Latina reagisce violentemente alle derisioni di un alunno . il mondo della scuola sempre più allo sbando

Di cosa stiamo parlando 


IL  fatto avvenuto  qualche giorno fa in un liceo di latina (  vedi sopra ) è uno dei motivi  per cui dopo. la laurea  ho deciso  di non insegnare . Infatti leggo su  Fb ,  non ricordo la fonte , ( resto  a disposizione. in casso  di  ©️ )   che 

 Davanti alla palestra di un liceo di Latina un ragazzo di 17 anni pesta un piede al suo professore.
Sorride. Dice agli amici che "era solo un gioco".
Il professore non ride: lo afferra, lo scaraventa a terra con una mossa sola e gli lascia i segni rossi sul collo.
Apriti cielo. I genitori portano il diciassettenne in ospedale all'Icot di Latina, prendono il referto medico e corrono a denunciare l'insegnante. Il magistrato chiude le indagini in un lampo, e il professore, adesso, rischia seriamente di finire a processo.
Tutti a fare i garantisti. Tutti a dire "eh ma non si toccano i minori, un adulto non può perdere il controllo".
Vero. Se sei un insegnante non puoi mettere le mani addosso a uno studente. Hai sbagliato.
Ma fermati un secondo. Fermati su quella parolina magica: "gioco".
Perché il punto non è il crollo nervoso di un singolo docente. Il punto è che la scuola italiana oggi è diventata questo: un fottuto bar sport. Un posto in cui un quasi maggiorenne pensa sia del tutto normale calpestare fisicamente chi sta dietro la cattedra, sbeffeggiarlo in faccia e liquidare la faccenda come una goliardata.
E se provi a fare il tuo lavoro, scatta la ritorsione.
In un solo anno in Italia ci sono state 133 aggressioni fisiche contro i docenti così gravi da finire al pronto soccorso. E sai cos'è la cosa peggiore? Che ben 63 di queste aggressioni le hanno commesse proprio i genitori. Quelli che una volta ti riempivano di ramanzine se prendevi una nota, e oggi si presentano a scuola pronti alle mani o con l'avvocato.
Non c'è più la cattedra.
Non c'è più la distanza istituzionale tra chi insegna e chi impara.
Non c'è più alcun timore reverenziale.
Se a un professore togli ogni strumento per farsi rispettare, se lo trasformi in un bersaglio terrorizzato dai ricorsi, se la scuola diventa un asilo nido per diciassettenni intoccabili... cosa resta?
Resta l'autorità fisica. Resta il sistema nervoso di un essere umano lasciato solo a fare da domatore. E prima o poi, in gabbia, qualcuno sbrocca.
Se professore di Latina ha commesso un errore (ci sono indagini in corso) è giusto che paghi. Senza se e senza ma.
Però se non vogliamo che i licei diventino dei ring, dobbiamo smetterla con i genitori-sindacalisti e restituire potere vero alla scuola. Se un diciassettenne manca di rispetto, la punizione non deve dipendere dai nervi del prof. Deve essere istituzionale, automatica e inappellabile: niente sospensioni a casa a dormire. Un mese di lavori socialmente utili a lavare i bagni e i corridoi dell'istituto alle sei del mattino, come in Giappone.
Zero ricorsi. Zero avvocati.
Perché se togli l'istituzione, ti resta solo la strada.  

La mia decisione dovuta a :  paura del precariato , problemi  di salute miei e  dei familiari ,  ecc.  e l'articolo. riportato sopra  trovano conferma nei racconti  di amici\ che e  conoscenti  insegnanti precari e non ,  bidelli, ecc. .    
Infatti  dalla lettura  d'esso  ho capito ancora più  la decisone   di mia madre , ex insegnante   di lettere. prima alle elementari e poi alla  scuola media , che ha  scelto  alle prime  avvisaglie  di  questa decadenza  etico&morale, andare.  in pensione  dopo 33  anni d'attività ,  con  3  anni  d'anticipo . 
  

Certo bisogna farne di strada per non distinguere tra un illegalità etica ed da criminale [. gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Minetti - REPRISE ]



canzoni suggerite
nella mia ora di libertà ( sia la versione originale di de Andre' sia la cover di Caposela )
Il Figlio del re-Piero Marras@Juannusai 





N.b
IO. SONO RESPONSABILE  NEL BENE  E. NEL MALE. DI QUELLO. CHE. SCRIVO.  NON DI QUELLO   CHE. VOI CAPITE O. VOLETE  CAPIRE. 


Non è colpa mia se sono cresciuto in un epoca. Di transizione ( il ventennio degli anni 80 \ 90 ) tra lotte : sociali, terrorismo nero e rosso , corruzione , berlusconismo, ecc. Insomma di confusione in cui

 […. ]
 Certo bisogna farne di strada
Da una ginnastica d’obbedienza

Fino ad un gesto molto più umano

Che ti dia il senso della violenza

Però bisogna farne altrettanta

Per diventare così coglioni

Da non riuscire più a capire

Che non ci sono poteri buoni

Da non riuscire più a capire

Che non ci sono poteri buoni

 E adesso imparo un sacco di cose

In mezzo agli altri vestiti uguali

Tranne qual è il crimine giusto

Per non passare da criminali

C’hanno insegnato la meraviglia

Verso la gente che ruba il pane

Ora sappiamo che è un delitto

Il non rubare quando si ha fame

Ora sappiamo che è un delitto

Il non rubare quando si ha fame
[…] 

Attualmente, sto acquisendo una vasta gamma di conoscenze in un ambiente in cui l’omologazione è la norma.  Mi interrogo, tuttavia, su quale sia il comportamento appropriato per evitare di essere considerati criminali. Cioè mi è stata insegnata la meraviglia verso coloro che si appropriano di beni di prima necessità, e ora comprendo che il non provvedere ai propri bisogni primari, o che anche dietro. certe illegalità , come ho detto nel post  precedente : << gli esperti di grazia (ma non di giustizia) - il caso della Minetti >> in particolare alla fame ed alle. Ingiustizie ovviamente in modo non violento.  , è considerato un reato grave 

 E Proprio sulle note della. Versione di Caposela  di La mia ora.  Di libertà  vado a concludere questo post risposta. 



manuale. antiaggressione e autodifesa di Antonio Bianco puntata n.LXXXII PERCEZIONE DEL PERICOLO + difficolta ad individuare le Droghe dello stupro: una minaccia per la sicurezza di tutti


disturbo-dell-immagine-corporea

Alcuni farmaci, anche di uso comune, possono influire in modo significativo sulla capacità di prevenire o gestire situazioni di potenziale aggressione in cui possiamo trovarci. Non si tratta di un effetto diretto, ma del risultato di modificazioni cognitive, percettive e motorie che incidono sulla prontezza e sulla lucidità della persona.
Tra i più rilevanti ci sono i sedativi, gli ansiolitici e gli ipnotici: riducendo l’ansia e favorendo ilrilassamento, possono diminuire il livello di vigilanza. Questo comporta tempi  di reazione più lenti, minore attenzione all’ambiente e una ridotta capacità di valutare rapidamente un pericolo. Anche alcuni antidepressivi, soprattutto nelle fasi iniziali dell’assunzione, possono dare sonnolenza e interferire
con la percezione dei segnali di allarme.
Gli antistaminici di prima generazione, che spesso vengo-no utilizzati per allergie o insonnia, hanno effetti sedativi noti: possono compromettere la concentrazione e la coordinazione, rendendo difficile reagire subito. Effetti simili si osservano anche con alcuni farmaci per il raffreddore o il dolore, che contengono sostanze ad azione centrale.
Al contrario, farmaci stimolanti o contenenti caffeina possono aumentare lo stato di allerta, ma talvolta anche l’irritabilità e l’impulsività, con il rischio di risposte eccessive o poco controllate in situazioni tese. Anche questo può avere un impatto sulla gestione di un confronto potenzialmente aggressivo. Ancora una volta l’aspetto cruciale è la consapevolezza: conoscere gli effetti collaterali dei farmaci che si assumono permette di adattare i propri comportamenti, evitando contesti rischiosi quando si
è meno lucidi o più rallentati. Non è una questione di allar-mismo, ma di responsabilità. La prevenzione passa anche da qui: dal sapere che il nostro stato psicofisico, influenzato da sostanze apparentemente innocue, può modificare il modo in cui percepiamo e affrontiamo il mondo.


Infatti sempre  sullo  stesso settimanale   un articolo interessante ( chi vuole approfondire sotto  a fine post  trova  dei link su come fare attenzione davanti a tali  droghe 



Quindi occhio. care ragazze a cose   vi offrono e a. non perdere di vista il. vostro bicchiere. mentre. bevete 

 

29.4.26

gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Minetti

Sia chiaro fin da subito: non avrei voluto commentare questa notizia a caldo. Avrei preferito restare nel silenzio dell’attesa, lasciando che il ticchettio degli orologi della Procura facesse il suo corso senza interferenze. che. si. chiarisse. visto la. gravità delle. accuse. rivoltegli. . Ma leggendo i vostri tantissimi messaggi e i commenti sui. social. e. sui media. che cercavano un punto di vista in questo mare in tempesta, ho capito che il silenzio, a volte, può essere scambiato per indifferenza. E noi indifferenti non lo siamo mai stati. Fra gli interventi più interessanti ci sono. i due articoli che trovate sotto di G.Cassitta . Ad essi. aggiungo che c’è illegalità ed ed Illegalità cioè due tipi di illegalità . La prima etica come nel caso della. triste. vicenda. di Serena. Cruz ( https://it.wikipedia.org/wiki/Serena_Cruz ) l’illegalità. Fu commessa per il bene delle ragazze. La seconda opportunistica per garantirti un privilegio un salvacondotto giuridico. 







La dis-grazia 27 Aprile 2026 


Ritorno sulla grazia a Nicole Minetti perché mi ero espresso a favore del gesto senza entrare nel merito della motivazione. Oggi la notizia, sorprendente, è che vi sarebbe una presunta falsità nelle motivazioni che hanno portato il Presidente della Repubblica a concedere la grazia, e che tutto potrebbe essere rimesso in discussione con un’eventuale revoca da parte di Mattarella.
Che cosa è accaduto? In parole semplici: un condannato chiede la grazia al Presidente ma, naturalmente, quella domanda, prima di giungere al Quirinale, attraversa gli uffici del Ministero della Giustizia. Il fascicolo viene istruito da funzionari che devono mettere chi esprimerà il giudizio finale nelle condizioni di disporre di tutti gli elementi necessari, affinché la valutazione sia il più possibile oggettiva.
Per un detenuto in carcere sono fondamentali i progressi trattamentali, il comportamento, la capacità di rivedere il proprio percorso e, naturalmente, anche i rapporti con l’esterno. Nel caso di Nicole Minetti, ci troviamo invece di fronte a una condannata che non è detenuta e che quindi non ha un fascicolo nelle matricole di un penitenziario: il Ministero deve attingere ad altri canali, verificando in modo accurato le motivazioni poste a fondamento della richiesta di grazia.
Ed è proprio qui che, con ogni probabilità, qualcosa non ha funzionato. A quanto emerge, Nicole Minetti non avrebbe detto la verità sulla presenza di un minore in affidamento e, soprattutto, nessuno avrebbe verificato fino in fondo la fondatezza di questa circostanza. Il Presidente Mattarella ha deciso sulla base di atti che, forse, non corrispondevano alla realtà.
Entro 24 ore, ha promesso Nordio, ci sarà una verifica. Resta però un dato: gli uffici preposti escono da questa vicenda con un’immagine compromessa. La grazia è uno strumento delicatissimo, difficile da maneggiare. Non si può porre davanti al Capo dello Stato un dossier impreciso o, peggio, errato. È da lì che nasce la decisione. Ed è lì che tutto dovrebbe essere, prima di tutto, rigorosamente vero.


gli esperti di grazia (ma non di giustizia)
 

Come in ogni tragedia che si rispetti, siamo scivolati nella farsa, attraversando il melodramma e la serie a puntate. Gli esperti di grazia – ma non di giustizia – si sono subito schierati, nell’ordine: contro Nicole Minetti, contro il compagno, contro il Presidente della Repubblica perché non ha svolto le indagini (non è la Presidenza della Repubblica a doversene occupare, ma gli esperti non accettano critiche), contro il Procuratore della Repubblica. I più attenti lettori di frasi ripescate qua e là nel web hanno chiamato in causa polizia, carabinieri, assistenti sociali, Silvio Berlusconi, Forza Italia e, ovviamente, il ministro Carlo Nordio.Qualcuno – esperto della parte avversa – ha urlato contro Il Fatto Quotidiano, Marco Travaglio e Peter Gomez, accusando una stampa che getta fango sempre e comunque. I più sottili, quelli che effettivamente hanno letto gli articoli, sono arrivati fino a Donald Trump, evocando giri di squillo, pedofilia e via dicendo, in un crescendo di urla, insulti, prese di posizione che nulla hanno a che fare con l’oggetto del contendere: la concessione della grazia a un condannato. Tema delicato, che dovrebbe essere affrontato senza pubblicità, perché si tratta di una decisione personale, meditata, davvero complessa. Molte persone sconosciute, graziate negli anni dai vari Presidenti della Repubblica, restano tali. Nessuno conosce l’esito di questi procedimenti se non gli interessati, i familiari, gli avvocati e, nel caso dei detenuti, l’ufficio matricola che scarcererà il graziato.



28.4.26

KNEECAP RIME DI STRADA E VITE DA RIBELLI DUE RAGAZZI A CACCIA DI RISCATTO

In un noioso  sabato sera  piovoso  ho visto con un amico  il  film kneecap .  
Uno dei casi cinematografici dell'anno scorso, grande successo in Inghilterra dopo la presentazione al Sundance, arriva finalmente in Italia: la vera storia del trio Kneecap diventa un biopic musicale sui generis, dichiaratamente ispirato a Trainspotting e L'odio. Un generale clima di rabbia, insoddisfazione, frustrazione aleggia dunque nell'Irlanda del Nord raccontata dal film: una nazione che ha interrotto una striscia di sangue lunga secoli, ma non ancora pacificata.In questo clima incendiario nascono sia le canzoni dei Kneecap, coi loro testi elaborati, intuitivi, esaltanti, provocatori (su droga, sesso, sballo, politica, ribellione), sia il film in questione , per il quale il regista ha inizialmente intervistato i suoi tre membri e poi chiesto loro d'interpretare sé stessi.
Un film ambientato nel mondo anglo sassone che non ha , almeno dai film che ho visto  nei miei primi quarant'anni ,tematiche : amorose , di sociali ( kean loach, ecc ) , musicali ( the commitens ) . droga ( Trainspotting e T2 Trainspotting, noto anche come Trainspotting 2 ) , di criminalita (Peaky Blinder ) , ecc . E' il secondo film , dopo Nel nome del padre (In the Name of the Father) di Jim Sheridan che vedo sulla questione irlandese .Esso rispetto al primo affronta la questione Iralandese aggiungendovi l'identita linguistica .Peccato che un film di notevole spessore sia perla politica di prime messo fra i film anoleggio o in acquisto e non con il semplice abbonamento di prime .
Esso è La storia del gruppo rap nord-irlandese Kneecap, raccontata in chiave comedy action dai suoi stessi protagonisti. Il film ha ottenuto 6 candidature e vinto un premio ai BAFTA, 2 candidature agli European Film Awards, Il film è stato premiato a Sundance, 1 candidatura a Critics Choice AwardKneecap è un film che racconta la storia del gruppo rap nord-irlandese di Belfast, Kneecap, e il loro percorso di successo e resistenza culturale. Il film è stato presentato al Sundance Film Festival nel 2024 e ha vinto il NEXT Audience Award. Ha anche vinto il premio come Miglior film Irlandese al Galway Film Fleadh e ha vinto nella categoria Generator +18 al Giffoni Film Festival. Inoltre, il film ha vinto il premio come Miglior film internazionale alla 97ª edizione dei Premi Oscar.
Un  film particolare  visto  che  A far parte del cast ci sono gli stessi  membri del gruppo nel ruolo di loro stessi, affiancati da Josie Walker, Fionnuala Flaherty, Jessica Reynolds, Adam Best, Simone Kirby e Michael Fassbender.
Esso   ha  avuto   ottime recensioni  eccone   due in particolare la prima è di Giovanni Guidi Buffarini
giovedì 16 ottobre 2025 Corriere Adriatico

Distribuito malissimo, nessuno ci ha creduto, e quasi nessuno ha potuto vedere il più bel film dell'estate 25. Correte se vi passa accanto, sennò segnatevi il titolo, prima o poi sarà in piattaforma. Da una storia vera, i veri protagonisti come (bravi) attori, una splendente gemma ribelle. Belfast, primi anni Zero. Due ragazzi amici da sempre, uno è figlio d'un militante Ira dato per morto (ma il cadavere [...]

  l'altra   è   quella  di  Kneecap - Film (2024) - MYmovies.it. con  cui. concordo  in particolare. : << [....] Al film non bisogna certo chiedere rigore, o giustezza di toni, perché è urlato, eccitato, scombussolato, carico di rabbia esibita, tra voci narranti, sequenze d'azione, commenti ironici, inserti animati, esagerazioni, sesso, squarci lirici (anche kitsch, come il flashback sul matrimonio dei genitori e un finale che ricompone in qualche modo le fratture da cui tutto nasce. E questa, ovviamente, è la ragione del suo successo.
In realtà, è un film del tutto costruito, derivativo nel suo rifarsi a modelli anni '90 (non solo Danny Boyle, ma anche Guy Ritchie), ma deve la sua efficacia all'innegabile, trascinante energia che sprigiona. Forse per un pubblico straniero è troppo complicato cogliere fino in fondo il materiale umano, storico e comunitario su cui si basa, ma è indubbio che, al pari della serie Derry Girls, è il lavoro migliore per capire cosa sia diventata l'Irlanda del Nord negli anni che la separano dallo storico accordo di pace della Pasqua 1998.>>

«Italiano con Sardegna e Africa nel cuore»



La frase «Italiano con Sardegna e Africa nel cuore» sembra far riferimento a diverse esperienze umane e artistiche che collegano la Sardegna al continente africano. Ecco una storia.

dall'unione. sarda. del. 28 aprile 2026 alle 00:24

Il sindaco Stefano Altea: un bellissimo esempio di integrazione nel nostro paese




San Gavino
Dal Senegal a San Gavino per raggiungere il padre e poi concretizzare il sogno di avere un lavoro e di crescere una famiglia. Abdou Faye, 32 anni, da qualche giorno è cittadino italiano dopo tanti anni vissuti nella cittadina del Medio Campidano. Il giovane senegalese è felicissimo: «Sono arrivato in Italia grazie al ricongiungimento familiare con mio padre, deceduto alcuni anni fa. Ho trovato lavoro a San Gavino nella forneria di Antonio Foddi. L’attività di preparazione del pane iniziava intorno alle 4 del pomeriggio e proseguiva nel laboratorio fino a dopo la mezzanotte. Lavoro in questo settore da 12 anni e mi sono sempre trovato bene. Mi sono sposato nel 2019 e ho un figlio di tre anni. Questa cittadina è molto tranquilla e accogliente, ho comprato anche una casa in via Santa Croce, anche se al momento per lavoro mi sono spostato momentaneamente con la mia famiglia in Valle d’Aosta, dove lavoro sempre nel settore della panificazione, ma spero di tornare presto in Sardegna».
Il lavoro
Così ogni sera con grande passione Abdou ha impastato il pane che poi il giorno dopo finiva nelle tavole dei sangavinesi: «In particolare – aggiunge – mi piace preparare il civraxiu, ma adoro mangiare le focacce e i panini. Amo la cucina senegalese, ma mi piace tantissimo la pasta come i malloreddus e tanti altri tipi. Mio figlio è nato a San Gavino Monreale e ha già la cittadinanza italiana. Mi piace il calcio e simpatizzo per il Napoli perché ci giocava il senegalese Koulibaly. Ho tifato anche la nazionale di calcio italiana, che non si è qualificata ai mondiali. Sosterrò il Senegal che parteciperà alla prossima coppa del mondo».
L’agricoltura
«Ho lavorato anche come agricoltore e pastore – dice Abdou Faye –. Non mi piace rimanere senza far niente, vivo bene tra lavoro, casa e famiglia. San Gavino è un paese dove ci sono tanti servizi. La gente è di buon cuore».
L’integrazione
San Gavino Monreale diventa sempre più un paese multiculturale e accogliente in un periodo in cui la popolazione è scesa sotto gli 8mila abitanti e in cui i parti sono arrivati al minimo storico. Con la crisi dell’industria molte speranze sono riposte anche nella costruzione del nuovo ospedale. Ha subito accolto il nuovo cittadino italiano il sindaco Stefano Altea: «Quello di Abdou Faye è un bellissimo esempio di integrazione che deve inorgoglire la nostra comunità. Da oltre 12 anni ha scelto il nostro Comune per lavorare, comprare casa, sposarsi e crescere il proprio figlio». Il giovane panettiere fa parte della comunità senegalese cittadina: «Ci vivono moltissimi miei parenti e amici, anche se nei prossimi anni spero di poter tornare in Senegal per incontrare mia mamma. Mio padre Mustafà ha lavorato una vita ad Iglesias, dove era conosciuto da tantissime persone. Lo ricordano ancora con grande piacere».

27.4.26

Addio Wendy Duffy, ha voluto il suicidio assistito dopo aver perso il figlio chi siamo noi per giudicare la sua scelta

 Mi ha colpito e straziato la storia, riportata da Lorenzo Tosa , di Wendy Duffy, la donna inglese di 56 anni che ha scelto di togliersi la vita attraverso il suicidio assistito, in Svizzera, perché non è riuscita a sostenere, a superare in nessun modo la perdita del figlio Marcus, morto a 23 anni soffocato da un boccone.È una storia di dolore e sofferenza indicibile, per chiunque sia dotato di un briciolo di umanità ed empatia.Ma nessuno di noi - NESSUNO - dovrebbe permettersi neanche per un istante di giudicarla. Di sindacarne la scelta, di misurarne il dolore, di quantificarne o qualificarne il diritto a morire, a decidere come, quando, perché. Non si arriva a un
decisione del genere senza un percorso medico e psicologico lungo, serio, approfondito, assistito. Appunto.Di cui nessuno di noi sa nulla e nessuno può permettersi di criticare.Non solo. Tutti i giornali, riportando la notizia, ripetono che la donna se n’è andata “nonostante fosse sana”.È, secondo Tosa ed altri una visione totalmente parziale, persino superficiale, perché non siamo solo corpi o malattie clinicamente dimostrabili, perché Wendy Duffy non era “sana”, non lo era più dalla morte del figlio, solo che la sua malattia non è afferrabile da una Tac o una biopsia, ma questo non la rende meno grave o meno degna. E poi anche se lo fosse stata, “sana” - qualunque cosa voglia dire oggi questa parola, qualunque senso le attribuiate - questo non cambierebbe di una virgola il suo diritto di donna ed essere umano di farla finita, di abbreviare la sua agonia.Non concordo con Tosa quando dice << Anche questo si chiama, rispetto per la vita. Di una vita degna di essere vissuta, nel pieno della propria volontà. >> Ma la comprendo e cedo che noi dovemo avere tutto il diritto di esserne colpiti e persino straziati, ma nessuno può permettersi di giudicare .
Infatti come. ho letto nn su. msn.it. non ricordo la. fonte ave eva già tentato il suicidio quattro anni fa, dopo la morte del figlio Marcus. Da allora «Non provo più alcuna gioia», aveva spiegato al Daily Mail. «Non ho nessun desiderio di continuare a vivere. Non cambierò idea. Siate felici per me. Così che possa morire con il sorriso sulle labbra». Questo caso di eutanasia scuote la Gran Bretagna, e chiunque.
Sempre. secondo msn..it Wendy ha fatto con calma. Prima di andare in Svizzera ha atteso che i suoi cani morissero di vecchiaia. Ha lasciato una lettera per ogni suo caro, i fratelli e le sorelle, gli amici più affezionati. Ha scelto cosa indosserà e la canzone che ascolterà negli ultimi istanti. Ex assistente domiciliare delle West Midlands, aveva spiegato al Daily Mail di aver pagato 13.500 dollari a Pegasos per potersi sottoporre all’eutanasia sotto la loro supervisione. E se c’è molto dolore in questa storia, segnata dalla tragedia personale, ai affaccia anche un tema politico: la discussione pubblica sulla legge sulla morte assistita, approvata dalla Camera dei Comuni, ma non da quella dei Lord. Il disegno di legge legalizza il suicidio assistito in Inghilterra e Galles ma per i malati terminali, limitata a chi ha una prognosi di vita inferiore ai sei mesi. Certo non coprirebbe casi come quello di Wendy. Quale legge, in questo nostro tempo, lo coprirebbe ? E in Italia   aggiungo  io ?
Non avendo altro. d'aggiungere.sto  in silenzio  come "prescritto " dal il silenzio fuori ordinanza quindi   chiudo. sulle note di   "like you're god"  di  mehro  

La blogger “rubastorie” di Tempio pausania : Licia Azara racconta la Sardegna che non si vede

 da la nuova   sardegna  26\4\2026





TempioPausania
 Ama così tanto raccontare storie che è disposta persino a “rubarle”, sottraendole all’ordinario e all’indifferenza. Prima o poi scriverà il suo primo romanzo, ma, data la sua giovane età (40 anni splendidamente portati), è solo questione di tempo. Al momento, ma è solo un modo di dire, il tempo lo inganna raccontando storie sui social. Una volta la si sarebbe chiamata “contastorie”; oggi, nell’era della grande rete, il titolo che meglio la può definire è quello di blogger. Una definizione che a Licia Azara sembra però un po’ troppo boriosa. «Mi fa sempre molto strano essere definita così – dice, schermendosi – blogger mi sembra un titolo altisonante. Più semplicemente mi definisco una persona che racconta». E, in effetti, è così. La blogger tempiese (ci perdonerà se la chiamiamola così) ha già raccontato tante storie, molto lette e apprezzate, nei social. Tutto a questo a partire dal settembre 2021 sulla sua pagina instagram personale e solo per il semplice piacere di raccontare qualcosa.
«Era un periodo complicato della mia vita, c’erano tra l’altro ancora gli strascichi del covid e avevo bisogno di riscoprirmi. Rovistando tra le passioni abbandonate da tempo, sono andata a riesumare quella per la scrittura che avevo accantonato da tempo e l’ho unita a quella della scoperta. Ho iniziato a girare la Sardegna, spesso anche da sola, nei weekend, per conoscere la mia isola, i piccoli paesi, i siti archeologici più importanti, i panorami più belli. Ho iniziato a creare piccoli itinerari, ad andare in giro con la mia macchina e a modificare in corsa, puntualmente, le tappe previste. Facevo foto e raccontavo qualcosa di quelle piccole scoperte o delle mie disavventure. Era appagante, per me che finalmente non ero più un abitante passivo, ma curioso, e perché le mie foto venivano spesso ricondivise da pagine che valorizzano le bellezze dell’isola».
Strada facendo (e anche questo nel caso di Licia non è un modo di dire), la scrittura è diventata per la blogger tempiese una passione da coltivare con più intensità. «Ho iniziato a pensare che sarebbe stato bello poter condividere le storie poco conosciute con le altre persone. E allora ho iniziato a mettere le basi per il mio progetto de la rubastorie, nato nel settembre del ‘23». La “rubastorie” è un contenitore di storie che raccontano luoghi, persone, libri che hanno il loro comune denominatore nella Sardegna. «Quello che mi premeva e mi preme ancora oggi raccontare non è l’evento in sé. Mi piace andare a recuperare la parte umana della vicenda, scoprire in che modo alcune persone hanno saputo superare ostacoli con mezzi scarsi, oppure hanno saputo aiutare altre persone a farlo, o hanno cambiato completamente il modo di vivere e di pensare della collettività».


26.4.26

Egle Actis Alesina, “Quando smetto io finisce tutto”: bocciofila Tesoriera la bocciofila di Torino dove si mangia come a casa

 da  msn.it 
 Per mangiare delle acciughe al bagnetto rosso strepitose a Torino bisogna uscire dal centro e dirigersi a nord, alla bocciofila Tesoriera. Verrete accolti dalla cuoca Egle Actis Alesina, che da 40 anni domina – nel senso che ci entra solo lei – la cucina. Look da Ave Ninchi, sorriso franco, è un po’ la nonna che tutti gli chef stellati dicono di avere avuto. Quel santino sbiadito e devoto dedito ai nipoti, spesso evocato ma per lo più rimasto senza voce. Ma la signora Egle parla, eccome. Tempra, ironia, zero ego ma un tocco magico in cucina.  Arriva la mattina in bicicletta e riparte la sera: in estate e inverno, con pioggia, neve e vento. Qui non troverete tovaglie bianche e camerieri solerti, ma una costruzione a un piano con banco bar all’entrata (la bocciofila aprì nel 1954), foto sbiadite e coppe alle pareti, tavoli gremiti e niente musica «perché non serve, la gente qui parla, ascolta». Il vino è “bianco” o “nero”. Un posto vero e autentico. Dove si mangia benissimo a prezzi contenuti.



Una bocciofila fuori dal tempo (e dal centro)

Se avete un déja vu entrando vuol dire che avete una certa età e ricordi d’infanzia oppure siete andati a vedere l’ultimo film di Sorrentino, la Grazia. La scena del coro alpino è stata girata qui. «Gli anni dopo la pandemia sono stati proprio duri, perché poi anche il gioco delle bocce è andato a finire. Il film ha dato una bella spinta: c’è gente che abita a quattro isolati e non sapeva che esistevamo», ci dice Egle.E continua: «È stata buffa la cosa. È venuto un ragazzo un giorno e mi fa “Signora, lei sarebbe interessata a fare parte della location di un film?”. Io l’ho guardato come per dire “Bah, sarà il film della parrocchia”, io poi ho una faccia che si capisce cosa penso e lui, mi fa “No, perché sa, è un premio Oscar”. Io l’ho riguardato, come per dire “Ok, ho capito, non è che non sei credibile, gioia, ma mettiti nei miei panni”».Era l’addetto a trovare le location per Sorrentino, fa qualche foto e se ne va. «Pensi che la cosa muoia lì. E invece m’ha chiamato dopo una settimana e dice che il maestro, perché lo chiamano così, vorrebbe vedere la location. Va bene, venga. Arriva, viene vicino e mi fa: “Io sono Sorrentino“. E io: “Io sono Egle”. Dopo un po’ mi chiama e mi dice che gireranno qui. Però quello che mi fa bene è pensare che un domani non ci sono più e questo posto che ho amato tanto, cui ho dato tanto della mia vita resterà immortalato».

Qui non c’è menu: si mangia quello che c’è
Alla Tesoriera non c’è menù, si mangia quel che c’è. Ovvero i grandi classici della tradizione piemontese. Le acciughe al bagnetto rosso, strepitose, fresche, non amare, morbide ma compatte: una vera poesia. La salsa, rossa, densa ma omogenea. Un vitello tonnato all’antica maniera, buonissimo, i friciulin, le polpettine di spinaci, i tomini come antipasti. Poi i ravioli al sugo di arrosto, gli arrosti, i brasati. Si chiude con una fetta di bunet, morbido e delizioso. «Faccio quello che mi ha insegnato mia mamma e mia zia da bambina, non ho fatto scuole».
A volte ci sono le cene a tema, la trippa, la bagna cauda, il bollito classico piemontese con i sette bolliti e le sette salse (qui dove mangiare i migliori di Torino). Fornitori blasonati da segnalare? «Ho un gran buon macellaio in via Pianezza che mi segue da quando ho iniziato: prima c’era il papà adesso ci sono i figli. Ha una carne eccellente per me, poi vedo che i miei clienti sono contenti. Chiamo, sanno cosa voglio, non mi han mai sbagliato un taglio».
Parla da sé il classico arrosto piemontese con il purè, che cuoce lungo, sei-sette ore, come il brasato. La cucina veloce non è di casa alla Tesoriera. «Il mattino mi sveglio, vado dal verduriere, dal macellaio e decido cosa fare, ecco, non ho il programma della settimana C’è quello che cucino. Come andare a mangiare da mamma, no?». Un utente di TripAdvisor commenta: Come a casa? No, meglio! Pranzo e cena. Tutti i giorni, meno il lunedì. Un solo servizio. «I turni? Io non lavoro così. Infatti i soldi non me li farò mai ormai».



Egle, 40 anni in cucina senza fermarsi
Essendo all’interno di un’associazione ci sono prezzi contenuti, cucina verace, barra dritta. I campi di bocce non sono più attivi, occorrerebbe investire per mantenere la struttura. Così, una delle più belle società del nord in Italia si è estinta.                                                                                                           
« Quando avevamo le gare internazionali facevo da mangiare fino alle 3 del mattino e poi alle 7 ero qua. Ora è un mondo finito». I soci oggi giocano a carte, si fanno eventi culturali, ci sono state le proiezioni di film con cena ispirata alla pellicola con l’associazione les Petits Madeleines. È rimasta la cucina casalinga è l’idea di casa «Quando non ce la farò più, andrò in pensione e questo posto finirà. Perché chi è che fa 18 ore al giorno, tutti i giorni della vita? Io alle 7.30 son qua, vado a farmi la spesa, decido cosa cucinare, vado in cucina, si fanno le pulizie. Se va bene si finisce a mezzanotte e il mattino dopo si ricomincia, tutti i giorni da quasi 40 anni, chi lo fa? I giovani d’oggi assolutamente no. Ti chiedono se devono lavorare sabato e domenica: amore, se scegli la ristorazione, cosa pensi di fare, tesoro mio? »



Una storia semplice
«In questo lavoro tanti si inventano, ma non c’è niente da inventare. Solo chi lavora in cucina sa la fatica che c’è. A 12 anni mio papà mi metteva sul treno, andavo a raccogliere l’uva in Veneto. Ti fai la spina dorsale, impari a crescere. E questa è la mia storia, molto semplice, molto alla buona».
La stanchezza c’è, ma anche la soddisfazione di un lavoro fatto bene. «Quando non ci siamo più cosa resta di noi? Quello che abbiamo dato, le relazioni umane: il cibo è questo. Io penso che in quello che faccio, io sono lì: nelle lasagne, negli agnolotti. Poi rispetto tutti, i grandi chef però hanno un’altra concezione, hanno un business nella testa, meno cuore forse, anche se si riempiono molto la bocca di nonne e passioni, nel piatto arriva un’altra cosa, da tutti i punti di vista».
Il futuro, alla fine, è incerto per tutti. «Ogni tanto mi sento un po’ fuori tempo. Però non mi cambio. È faticoso mantenere un posto così, molto faticoso, però se hai amore, forza ed energia per queste cose, lo fai».
Dinastia al femminile 
Egle è originaria del Basso Canavese. «Siamo un mondo di donne, mio papà è morto giovane e io, mia mamma e mia figlia siamo vissute insieme perché mio marito se n’è andato che Cristina aveva 18 mesi, ha pensato di volare da un’altra parte, va bene. Mia mamma ha lavorato fino a 81 anni, è stata la tata di una famiglia per più di 40 anni». Con un colpo di scena degno di un film, ancora, scopriamo che la figlia è Cristina Giordano, che ora è a Milano, socia di Eugenio Roncoroni nel ristorante omonimo e nel nuovo PAS, fast casual vegetariano. «Mia figlia da piccola girava qui, ha assorbito la cucina. Si è data da fare, mentre studiava portava le pizze e poi è entrata in questo mondo, ha lavorato per Panino Giusto e Iginio Massari. E adesso ha questa avventura con Eugenio». E già la quarta generazione fa capolino: “quando chiedo alla mia nipotina cosa vuole fare da grande mi dice “la cheffe, come nonna e mamma”».




25.4.26

«Con il gruppo tutto al femminile sfatiamo itabù del canto atenore» Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile «Si sta aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi»

siti consultati
Canto a Tenore Femminile fondato da Ilaria Orefice








Come spesso accade nelle migliori scoperte, la curiosità e il desiderio di esplorare nuove possibilità portano a risultati sorprendenti. È proprio da questa spinta che nasce la sperimentazione di Ilaria Orefice, musicista e ricercatrice italiana, mossa non dalla volontà di sovvertire la tradizione, ma dal profondo rispetto per essa e dal desiderio di indagare, con sensibilità e ascolto, le potenzialità sonore delle voci femminili nel canto a tenore.
Appassionata di vocalità tradizionali del mondo, la stessa Ilaria ha voluto scoprire con le sue stesse orecchie quale timbro e quali sfumature potessero emergere da un canto a tenore eseguito esclusivamente da voci femminili, utilizzando le complesse tecniche gutturali che questa pratica richiede. Non per sostituirsi al repertorio maschile, ma per ampliare la comprensione di una forma musicale tanto profonda quanto affascinante.
Il canto a tenore, patrimonio vocale della Sardegna, è tradizionalmente eseguito da voci maschili suddivise in quattro parti, tra cui spicca la “bassu”, la voce gutturale e risonante, che necessita di grande padronanza tecnica.
Con grande rispetto per questa tradizione, e grazie alle numerose risorse online che accademici e studiosi hanno con cura preparato negli ultimi anni, ha intrapreso un percorso di studio e di

sperimentazione che l'ha condotta a fondare il primo coro femminile di canto a tenore. Un progetto nato dall'ascolto, dalla dedizione e dal desiderio di esplorare nuove vie sonore, portato avanti insieme a un gruppo di donne appassionate e determinate.
Attraverso anni di lavoro condiviso, il coro ha sviluppato una vocalità intensa e coinvolgente, capace di evocare emozioni profonde e di offrire una nuova prospettiva sulla ricchezza espressiva del canto a tenore, senza mai perdere il legame con le sue radici.Esso è un esempio di quando a continuare le tradizioni e l'identità sono le donne. Infatti : « Con il gruppo tutto al femminile
sfatiamo iltabù del canto a tenore » .
Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile « [... ] aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi »


Ecco quanto riporta la nuova sardegna. 24\4\2026


di Caterina Cossu


Un esperimento che ha incantato Instagram: il canto a tenore, simbolo indennitario della Sardegna e da sempre legato a una tradizione maschile, aperto a una nuova interpretazione tutta al femminile. Il video


 del trio guidato da Ilaria Orefice - insieme a Martina Tiddia e Vanessa Pistis - è brevissimo, ma h a gia
ha acceso il dibattito su questa nuova frontiera, raccogliendo attenzione e reazioni anche tra gli stessi cantori tradizionali.
Cantante, ricercatrice vocale e insegnante, Orefice è tra le figure più atti-ve nello studio e nella divulgazione del canto armonico e gutturale, con esperienze e riconoscimenti anche a livello internazionale.


Da dove nasce il suo percorso nel canto?

«Sono una cantante, ricercatrice vocale e insegnante di canto. Questo progetto nasce da oltre 16 anni di
esperienza nel campo della vocalità.
Nel tempo mi sono specializzata nel canto armonico difonico e nei canti digola della tradizione popolare. Ho tondato la scuola Cantodifonico.eu e lavoro anche come vocal coach, esplorando le potenzialità più nascoste della voce».


Lei insiste molto sul valore del canto sardo: perché?

 «In Sardegna tendiamo a snobbare il nostro canto tradizionale, relegandolo a qualcosa di interno, maschile e folkloristico. È un condizionamento che contrasta con quello che proviamo quando l o ascoltiamo: è u n canto ancestrale, che smuove sensazioni profonde. Siamo cresciuti pensando che sia un espressione solo barbaricina, ma è il momento d i superare questo limite»


Di cosa si occupa concretamente oggi?

«Sono di Mogoro e insegno anche alla scuola civica di musica di Oristano. Porto avanti una scuola di canto armonico e gutturale, lavorando sulle corde vocali e sulle loro possibilita espressive. Sono inoltre l'unica insegnante donna di throat singing in Italia »


Quanta base scientifica e ricerca c'è nel suo lavoro?

«Tantissima. Anche grazie alle risor-se rese disponibili dal lavoro d i MarcoLutzu, Bastiano Pillosu e Gigi Oliva la mia ricerca sul funzionamento anatomico del canto armonico, anche sardo è stata molto più consapevole. E stata pubblicata su PubMed e ripresada riviste americane come The Journal of Voice e Atlas Obscura. Questo mi ha portato a insegnare all'estero,
al conservatorio di Cracovia e in Danimarca per esempio, e ad avere in Sar-degna studenti arrivati dall'università americana d i Berkeley, Lund University Svezia e Valencia».


Che effetto le h a fatto vedere il canto sardo con gli occhi degli stranieri?

«E' stato illuminante. Mi ha fatto capire quanto sia prezioso i l nostro pa-trimonio. Da lì è nato il mio impegno come divulgatrice: ho il privilegio di fare da ponte, di creare connessioni efar conoscere questa tecnica».


Come è nato i l vostro progetto a lfemminile sul canto a tenore?
«Mi sono avvicinata con grande umiltà. Non sono un cantore tradizionale e non vengo da quel mondo. Il trio è composto d a me, che eseguo il bassu, da Martina Tiddia che esegue la voce di contraeda Vanessa Pistis alla mesu oghe. Ora cerchiamo la quarta boghe solista. Abbiamo iniziato a sperimentare insieme però in due, con Martina. E già al primo tentativo abbiamo sentito qualcosa d i potentissimo: ci siamo guardate e ci siamo messe a piangere. Tra noi tre poi si è crea-ta una sintonia fortissima che oggi ci permette di lavorare in maniera molto affiatata»

Qual è stata l a reazione dei cantori tradizionali ?

«Inaspettatamente positiva. Abbiamo fatto ascoltare le nostre prime prove agliesperti, per rispetto e correttezza, e sono rimasti colpiti, offrendoci supporto. Il loro parere per noi è fon-damentale. Un riconoscimento recente è quello di Daniele Cossellu, sa oghe dei Tenores di Bitti Remunnu, preziosissimo».


E il pubblico?

«Abbiamo trovato più resistenze tra alcune persone, anche con critiche poco simpatiche. Ma per noi contano le "autorità", cioè i cantori e gliesperti. Il video è stato analizzato daloro prima della pubblicazione ».


Sentite di aver rotto un tabù?

«Inevitabilmente, sì. Qualcuno aveva già provato con ensemble femminili, ma sempre a voce pulita. Noi siamo le prime a utilizzare la tecnica completa. E stato un passo importante e non
ce lo aspettavamo».


Che risposta avete ricevuto dalle donne?

«Un entusiasmo fortissimo. Tantesono orgogliose e vogliono avvicinar-s i a questa pratica. Si sta aprendo unospazio nuovo: i tempi sono maturiper un cambio di prospettiva».


C'è anche chiteme che questo possa alterare la tradizione. E davvero possibile?

«No. Una breve esibizione non può intaccare una tradizione millenaria.
Al contrario, apre nuove possibilità di esplorazione e divulgazione. Il rischio vero è che queste pratiche si perdano ».


Qual è il futuro del progetto?

«La nostra è una scuola itinerante:la Sardegna resta il punto di partenzae di arrivo, ma vogliamo aprirci al mondo. Chi viene qui va poi imparadirettamente dai cantori, vive i luoghi,i suoni,i profumi. È un tutt'uno».

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