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16.5.26

la vera. libertà non è insultare. soprattutto. gratuitamente quella. si chiama. falsa liberta

da angelogrecoofficial L’insulto: quando è diffamazione
Mi ricorda me quandfo. ancora. c'erano i news groups  in particolare. quello che. frequentavo con. il nik eritreocazzulati , terra. e libertà ,  e poi Ulisse ( prima di. passare. a. redbeppeulisse ) di più era it.discussioni.litigi. e  reagivo agli sfotto'  e non solo  scendendo  al. loro stesso livello  con insulti. 

 


















15.5.26

In morte di Bakari Sako, bracciante: "Mi ha ucciso un branco di ragazzini a caccia di un nero"



 beato  Stefano Massini. che riesce a differenza mia ( vedere il. mio precedente post tale fatto ) qualcosa che non sia ovvia e ripetitiva o " buonista " ( come direbbe. i malpancisti )
Egli. racconta il linciaggio a Taranto del bracciante Sako Bakary, ucciso da una banda composta soprattutto da minorenni scatenati in una caccia notturna all’immigrato.( non capisco perchè. se lo fa. soplo. con il mac o. altri. pc debba cliccare. sopra. su a ccetti per. vedere. un viceo incorporato )



DEVE DIMOSTRARE CHE LA SORELLA È MORTA: PORTA IL CADAVERE IN BANCA


La sorella Kalara era mortadiversi mesi fa, lasciando sul  suo conto in banca 19.300 rupie (173 euro), frutto della vendita di alcuni dei loro capi di bestiame. E lui, il 52enne indiano Jitu Munda, ha provato a
prelevarli. Ma difronte ai ripetuti rifiuti degli impiegati della banca, che pretendevano una prova della morte della donna, lui ha provveduto. Ha riesumato il cadaveredella sorella e, dopo aver attraversato la città con il corpo in spalla ( foto a sinistra), l’ha presentato allosportello.

Credevo fosse  una  fakenews poi  a. chiesto. ad Imode. di google. ed ecco. cosa. ho trovato 

  • nome Jitu Munda), l'amministrazione del distretto di Keonjhar gli ha concesso un ulteriore aiuto economico di 30.000 rupie (circa 330 euro) attinte dal fondo della Croce Rossa locale.
  • La sepoltura: I resti della sorella sono stati riportati al cimitero del villaggio e seppelliti nuovamente in modo dignitoso, alla presenza della polizia.
  • Le indagini: Il governo dello Stato di Odisha ha aperto un'inchiesta formale per accertare le responsabilità e la negligenza dei funzionari della banca, accusati di non aver aiutato un cittadino analfabeta a comprendere le procedure burocratiche. 
Per. chi. ancora. non ci credesse.  ecco il video


https://www.bbc.com/news/articles/clypl5jrjqlo ed. altri siti. segnalati da imode https://share.google/aimode/j6B2T19IooRPE1iAj

sfatiamo i luoghi comuni sulle monache dei clausura

 

da.  le-suore-di-clausura-dialogano-con-il-cuore-sul-web di https://www.laprovinciacr.it/news/cronaca/

SORESINA 

All’ombra di San Siro è web-mania. Ma ad andar di moda in queste settimane non sono le classiche star del mondo online. Sono le suore Visitandine. Centinaia di visite e condivisioni tra sito e social. E per contenuti con qualità ‘da Piero Angela’. Le sorelle: «Eccoci, sfatiamo i luoghi comuni sulle monache».Perché di clausura, sì. Ma mica fuori dal mondo. Anzi, pure interconnesse. Non c’è bisogno di essere come ‘quella di Monza’ o puntare a essere influencer per cambiare l’idea che una città si fa della vita claustrale. E le sorelle Visitandine di Soresina lo insegnano così: un blog alla volta. Esatto, le 






suore del convento di Soresina hanno un loro sito internet e ci scrivono. Ma la novità non sta esattamente qui, anche perché formalmente il portale ha aperto i battenti 12 anni fa. Il punto è che, come negli anni ’90 in tutte le case c’era il calendario di Frate Indovino, adesso sui social corre e scorre in ogni feed la preghiera e il pensiero del giorno delle consorelle. E non è solo moda, è la dimostrazione del fatto che centinaia di soresinesi vogliono sapere cos’hanno da dire. Il concetto è semplice: la clausura è clausura, quindi non possiamo farvi entrare, però possiamo parlarci e dialogare. O meglio, come hanno scritto loro: «Vi invitiamo a seguirci, un po' in punta di piedi, all’interno della nostra vita. Lo facciamo seguendo come traccia le tante domande che ci sentiamo porre da coloro che, per l’uno o l’altro motivo, bussano alla porta della nostra casa. Quello che si apre è, dunque, un dialogo del cuore, un modo di conoscerci dal di dentro». Il punto infatti è tutto qui. Ci sono voluti quasi cinquant’anni perché Stato, Comuni, associazioni iperattive e perfino grandi marchi si accorgessero del potere del web. Le suore di Soresina, che come abbiamo detto già una dozzina d’anni fa avevano intuito l’occasione, non solo stanno al passo coi tempi ma fanno pure una silenziosa campagna d’informazione. E di promozione. Sì perché, per dire, c’è il pensiero del giorno, e prendendo quello di ieri è «Lasciatevi portare da Dio come un bambino tra le braccia della madre», citando il patrono dei giornalisti San Francesco di Sales, ma c’è anche il focus storico dal 1583 all’altro ieri su Ariadello. E prima ancora Madre Anna che ripercorre la storia dell’Ordine da Annecy a Soresina. Roba che se la fai fare pure a un giornalista, restando sul punto, se ce la fa ci riesce con fatica.                                                                  Ma non è finita qui: c’è la fotogallery, ci sono i filmati, c’è un pensiero delle suore aggiunto a ogni frase dei santi del passato che spiega il perché della pubblicazione, c’è il calendario con tutti gli eventi, c’è lo spazio per organizzare momenti di ritiro spirituale o semplicemente conoscere le consorelle. Di nuovo insomma, un racconto social che però mantiene una dignità estrema, anche nello stile. Il tutto condito da perle di cultura che non si potrebbero leggere altrove, anche perché custodite da 210 anni spaccati in via Cairoli.                                                                                                                                                      Piccola chicca: quello della chiesa smart e vicina a tutti, a partire dai ragazzi, è un bel vizio di Soresina. Non a caso la parrocchia ha una pagina Facebook che rilancia tutte le ‘news’ delle suore. E, ancor meno a caso, al Sirino i ragazzi studiano gratis come diventare videomaker. La Tettoia, insomma, non ha smesso di giungere le mani: solo che lo fa pure col mouse in mano.

Dalla televisione alla pittura: la seconda vita di Fiorella Pierobon


da  https://www.ilgiornale.it/

Michele Vanossi 14 maggio 2026 - 10:39


La ex storica annunciatrice di Canale 5, da oltre 20 anni pittrice affermata, ha aperto da qualche giorno il suo atelier d’arte a Imbersago (Lc). Noi de “Il Giornale” siamo andati a trovarla per farci raccontare il passaggio dall’epoca della televisione alla ricerca artistica. Tra memoria, materia e nuovi progetti culturali                                                                                                                                                      Dalla televisione alla pittura, senza rinnegare nulla ma trasformando tutto in linguaggio artistico. È il percorso di Fiorella Pierobon, volto storico e presentatrice di Canale 5 dagli anni ottanta al duemila (talmente popolare da essere considerata, ancor prima di Lorella Cuccarini “La più amata dagli italiani”) è oggi pittrice e scultrice affermata con atelier tra Italia e Francia. «Ho lasciato Milano all’età di 45 anni e mi sono trasferita in Francia per capire se il mio percorso artistico potesse avere un seguito», racconta. In Costa Azzurra ha vissuto e lavorato per 17 anni, aprendo un atelier a Nizza che mantiene ancora oggi come spazio attivo di ricerca e produzione. Poi il ritorno in Italia e una scelta precisa: creare un luogo stabile anche a Imbersago, in provincia di Lecco dove è residente dal 1992. «Questo spazio è una sorta di esposizione permanente. Volevo che le persone potessero entrare nel mio mondo, non solo guardarlo da lontano», spiega. La scelta di Imbersago non è casuale. Il borgo, noto per il traghetto leonardesco sul fiume Adda e per il Santuario della Madonna del Bosco, è anche un luogo FAI e conserva un’identità culturale molto forte. «Qui si respira un clima particolare», racconta Pierobon. «È un paese vivo, con gruppi di lettura, iniziative culturali e diversi artisti che lavorano insieme. È un ambiente che stimola la condivisione».                                                                                                                                                    Nel tempo il suo lavoro ha trovato riconoscimento anche fuori dall’Europa; le sue opere sono state vendute e collezionate in diverse parti del mondo consolidando un percorso internazionale: Stati Uniti, Giappone, Australia… L’atelier non è una galleria tradizionale, ma uno spazio fluido tra lavoro, incontro e sperimentazione. «Non volevo uno spazio con orari rigidi. Qui si entra per respirare un’altra energia», dice. Accanto alla pittura, il progetto si apre anche a iniziative culturali: libri, incontri, eventi e proposte per i giovani artisti. «Vorrei che l’arte tornasse a essere un luogo di relazione, non di isolamento». Il percorso artistico nasce da una pittura fortemente materica e fisica. Opere come “Una giornata in Provenza” raccontano il suo metodo: «È un lavoro a doppio livello, tra impressionismo e stratificazione personale. Ogni colore richiede tempo, anche una giornata intera. Un’opera può richiedere trenta giorni». In lavori come “Cielo stellato” il gesto diventa diretto: «La tela è sul tavolo e il colore viene lavorato con le mani. Non uso strumenti intermedi. Dentro il quadro ci sono io, la mia energia». Mentre “Mirto e Ciclamino” rappresenta una delle opere più intense: «È un sottobosco, ma anche qualcosa di molto interiore. È un lavoro complesso, stratificato, quasi “infernale” da realizzare». Il passato televisivo resta una componente fondamentale della sua identità. Negli anni ottanta , la sua popolarità era tale da essere considerata tra i volti più amati della televisione italiana, «la più amata dagli italiani ancora prima che lo scettro passasse alla Cuccarini». Un riconoscimento che racconta l’impatto di un’epoca in cui la televisione costruiva immaginari collettivi molto forti. «La TV di quegli anni era bellissima, curata in ogni dettaglio. Ho lavorato con grandi professionisti e artisti straordinari (Mike Bongiorno, Corrado, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini - una grande amica, ironica e profondamente umana»). Non rinnego nulla del passato, quelli della tv sono stati anni pieni di incontri straordinari e di energia. Ma la direzione per me da vent’anni a questa parte è diversa: tutto gira attorno alla pittura, alla scultura, alla materia.


Manuale di autodifesa ed anti aggressione I consigli dell’esperto Antonio Bianco, aggressione cintura nera di karate, 6° dan.: puntata LXXXIV ALLENATE L'EQUILIBRIO VI FARA'. GUADAGNARE TEMPO E NON SOLO

 Per approfondire quanto  detto in questa da Antonio Bianco  ( vedere  immagine a sinistra  )   chiariamo il significato. di equilibrio 

 Nella difesa personale, l'equilibrio è la vera "arma" primaria. Non si riferisce solo alla stabilità fisica che impedisce di cadere sotto una spinta, ma anche alla postura che comunica sicurezza e alla gestione della distanza per evitare il contatto fisico. Il concetto di equilibrio antiaggressione si articola su tre livelli:
1. Equilibrio Fisico (Radicamento)
Una postura stabile è la base per assorbire un colpo o neutralizzare una minaccia : 
  • Baricentro basso: Mantenere le ginocchia leggermente piegate per non offrire un bersaglio sbilanciato.
  • Distanza di sicurezza (Guardia): Mantenere gli arti superiori sollevati a protezione del volto, pronti a parare o respingere.
  • Movimento: Evitare di indietreggiare in modo scoordinato, per non rischiare di inciampare o cadere.
2. Equilibrio Mentale e Psicologico (Assertività)
La difesa inizia prima del contatto fisico; la mente deve rimanere lucida per non farsi sopraffare dal panico : 
  • Consapevolezza dello spazio: Occupare lo spazio in modo assertivo.
  • Gestione dello stress: Mantenere il controllo della respirazione per evitare reazioni istintive dettate dalla paura (che spesso portano a irrigidimento o fuga precipitosa).
  • Prontezza: Essere vigili permette di valutare la situazione e agire efficacemente senza farsi cogliere di sorpresa.

3. Equilibrio Strategico (Tecnica)
Sfruttare la biomeccanica a proprio vantaggio significa attaccare l'equilibrio dell'aggressore invece di scontrarsi con la sua forza bruta.
  • Leve e sbilanciamenti: Tecniche tipiche di discipline come il Ju-Jitsu o il Brazilian Jiu-Jitsu sfruttano il baricentro dell'avversario per neutralizzarlo.
  • Minima spesa, massima resa: Colpire i punti deboli (come articolazioni o zone vulnerabili) per creare un varco e guadagnare secondi preziosi per scappare. [12]
Se  si desidera approfondire queste dinamiche, conoscere le tecniche di base o trovare un corso specializzato nella tua zona (ad esempio lezioni di Krav Maga o Ju-Jitsu), puoi valutare i centri di formazione sportiva riconosciuti sul territorio, come i corsi promossi dall'ente di promozione AICS ed eventualmente altri link
  1. https://www.liberoquotidiano.it/news/general/20139573/quali-sono-le-arti-da-combattimento-piu-efficaci-per-difendersi-da-un-aggressione/
  2. https://www.instagram.com/p/DW5m7bbDv0K/ vari tipi di tecniche 
  3. Introduzione alla difesa personale come strumento di presenza e autoconsapevolezza, in una prospettiva pedagogica. https://personeediritti.altervista.org/introduzione-alla-difesa-personale-come-strumento-di-presenza-e-autoconsapevolezza-in-una-prospettiva-pedagogica/

14.5.26

Cosa resta di noi dopo la morte? ce lo racconta l'antropologa forense Sue Black, con Il saggio tutto ciò che. rimane ., una. vita nella morte

L'articolo che trovate  sotto mi ha messo questo dubbio : Leggendo tale recensione mi è ritornato in mente questo passo della bibbia ripetutomi da mio padre ( ateo e marxista )quandfo qualcosa non va e mi sento frustrato << Polvere sei e polvere ritornerai >> è la traduzione italiana della locuzione latina  ovvero la frase biblica della Genesi 3,19 che ricorda all'essere umano la sua fragilità, la natura transitoria della vita corporea e la morte. Mi chiedo dove sta la vita eterna   di cui parlano i  cristiani \cattolici  e i testimoni di geova . Dubbio  che analizzerò con voi nei prossimi post . 

ho  letto su. Googlenews la recensione di [foto  a sinistra ]   del  saggio  tutto  ciò. che. rimane. : una. vita nella morte  di Sue Black . 
Cercando riferimenti su di lei. ho trovato  questa sua scheda sul sito  castelvecchieditore.com/ 

Sue Black

Tra le più importanti antropologhe forensi al mondo, è professoressa di Anatomia e Antropologia forense alle Università di Lancaster e di Oxford, dove presiede il St John’s College. Già a capo del Royal Anthropological Institute, ha diretto la squadra forense britannica nelle indagini sui crimini di guerra in Kosovo, oltre a essere stata una delle prime scienziate a recarsi in Thailandia dopo lo tsunami del 2004, per fornire assistenza nell’identificazione delle vittime.
 Nel Regno Unito ha ricevuto i massimi onori: membro della Camera dei Lord, è stata nominata Dame Commander dell’Ordine dell’Impero Britannico. Ha condotto History Cold Case, serie tv BBC di grande successo. Castelvecchi ha  a pubblicato Scritto nelle ossa. Storie nascoste in ciò che rimane (2024)



  

Il corpo umano è un archivio silenzioso. Quando la vita si spegne, ciò che rimane sono le ossa, custodi fedeli di ciò che siamo stati. In esse si depositano abitudini, traumi, ferite: ogni esperienza lascia una traccia, ogni scelta ne modifica la forma. Senza che ce ne accorgiamo, giorno dopo giorno, la nostra esistenza plasma lo scheletro, trasformandolo len­tamente in un autoritratto involontario. Sue Black, tra le più autorevoli antropologhe forensi al mon­do, ha fatto della lettura delle ossa la sua missione. Lavora nei laboratori e sulle scene del crimine, nei cimiteri e nei territori devastati da guerre e cata­strofi, ricostruendo dai resti umani storie che il tempo aveva sepolto. Con il rigore di un manua­le scientifico e l’energia di un grande romanzo d’indagine, il libro si confronta con casi reali in cui ogni dettaglio può fare la differenza: teschi frantumati da ricomporre, cicatrici da inter­pretare, identità da ricostruire. Lontano da ogni compiacimento del macabro, l’au­tobiografia di Black offre un’esplorazio­ne limpida e profondamente umana del legame tra vita e morte. Perché leggendo nelle ossa ciò che la carne dimentica impa­riamo a riconoscere il peso delle nostre scelte e il valo­re concreto del tempo che viviamo.
Ottima. la recensione   , vedere. sotto lo screenshot  del. pf. della stampa del. 9\5\2026   se. non dovesse leggersi. lo potete scaricare dal  sito prima  citato. e da  cui. ho riportato. la recensione delle righe. precedenti. 
 

  

Minerva, le fusa tra i libri in vendita della Libreria Spazio Sette di Roma


Pisolino tra i libri          
Minerva, come la dea della saggezza. Ma anche perché Minerva fa venire subito in mente Harry Potter, un classico della letteratura per ragazzi che noi amiamo moltissimo». Svelato il mistero che avvolge il nome di una delle gatte più famose di Roma, ospite speciale ma ormai praticamente direttrice ad honorem di Spazio Sette, una delle librerie più eleganti della città con la sua iconica scala realizzata dall’architetto Mario Fiorentino che collega i tre piani sotto uno splendido soffitto affrescato risalente alla fine del ‘600.
Irene D’Intino, una delle fondatrici della libreria di cui cura l’organizzazione dei tanti eventi non ha dubbi: «non c’è strategia di marketing che tenga: nessun evento straordinario riesce a richiamare la stessa attenzione come la presenza di Minerva, un vero riferimento per tutti i clienti. Molti passano anche soltanto per farle una carezza». E i clienti, come gli scrittori, che passano per queste mura sono davvero tanti: Melania Mazzucco, Vittorio Lingiardi, Niccolò Ammanniti, Fabrizio Roncone, Cristina Comencini e Paolo Di Paolo, tra i tanti.

la Libreria Spazio Sette a Roma

Minerva, placidamente sdraiata su un tappeto di libri, osserva. È sorniona come tutti i gatti, silenziosa e molto tranquilla. Mantello tricolore pastellato di bianco con grandi macchie arancioni e nere. Occhi verdi-azzurro. Mai un’unghia fuori posto, mai pelo arruffato, mai insofferenza per le innumerevoli carezze sconosciute che riceve ogni giorno. «È buonissima, fortunatamente. Altrimenti sarebbe stato un problema tutto il giorno a contatto con i clienti. Invece mai nessuna lamentela, mai nessun problema. È arrivata qui la sera della befana di tre anni fa, a pochi mesi dall’apertura della libreria e non se n’è mai più andata. Abbiamo anche cercato di capire se fosse di qualcuno del palazzo, ma nessuno è venuto a reclamarla e lei si è accasata».

Reginetta di un antico palazzo storico nel centro di Roma

Ora trascorre le sue giornate passeggiando con naturalezza fra le pile di libri, ronfando comodamente sdraiata sui consigli per la lettura oppure, ed è praticamente la sua postazione preferita, sul termosifone dietro alla cassa. «D’estate però ama molto anche uscire nel cortile interno del palazzo – la libreria occupa il piano terra dello storico palazzo rinascimentale Cavallerini Lazzaroni a pochi passi da Largo Argentina - e Minerva ama la sua corte interna, più fresca. Ha una piccola stanza con la sua lettiera ma è libera di stare ovunque nella libreria, anche se istintivamente si tiene generalmente lontana dall’angolo bar».

Minerva tra i libri

Minerva tra i libri  



È così famosa che l’illustratore Aldo Di Dominico, in arte Dido, e frequentatore della libreria, ha deciso di dedicarle una pubblicazione (uscita per Biancoenero edizioni) in cui Minerva fa semplicemente la gatta nella libreria. Di Dominico spiega di averla voluta disegnare così, nel suo quotidiano, prendendo spunto dai suoi movimenti tra gli ambienti e gli arredi di questa elegantissima libreria romana. 

Minerva sul termosifone dietro la cassa della libreria
Una piccola oasi di pace nel cuore del centro storico di Roma, che ha preso il suo nome dal negozio di design - famosissimo - che aveva precedentemente abitato questi spazi e che in questa gatta, apparsa misteriosamente e mai più andata via, ha trovato la sua migliore testimonial nonché anima saggia che la veglia e la custodisce, proprio come vuole il suo nome.

13.5.26

Costruire il rispetto contro ogni discriminazione

In occasione della Giornata Internazionale contro l’Omofobia, la scuola Futura Istruzione e Formazione Professionale promuove una mattinata dedicata alla

riflessione sui temi dell’inclusione, del rispetto e della convivenza civileL’iniziativa si svolgerà lunedì 18 maggio 2026, dalle ore 08:30 alle 13:00, presso la Sala Futura del Teatro Stabile di Catania, e coinvolgerà gli studenti dell’istituto in un percorso di confronto e approfondimento sui valori dell’ascolto, dell’empatia e del contrasto a ogni forma di bullismo e discriminazione.La mattinata prenderà spunto dal libro "Obliquo Presente. Una pedagogia del dissenso nel tempo dell’odio", scritto dal docente Cristian Adriano Porcino. Il programma alternerà letture guidate, momenti di dialogo e sessioni di cineforum, attraverso la visione e il commento condiviso di contenuti audiovisivi dedicati ai temi dell’inclusione, della consapevolezza civile e del rispetto della persona.Interverrà inoltre Santina Caffo, avvocato e Vice Comandante della Polizia Locale, che approfondirà con gli studenti i temi del rispetto delle regole, della responsabilità personale e della prevenzione di comportamenti discriminatori e violenti.L’iniziativa nasce con l’obiettivo di offrire ai giovani strumenti concreti per comprendere e riconoscere ogni forma di discriminazione, favorendo la costruzione di una comunità scolastica sempre più inclusiva, consapevole e attenta alla dignità di ogni individuo.“Costruire il rispetto” vuole essere non soltanto un momento di sensibilizzazione, ma anche un’occasione di confronto autentico, capace di promuovere la cultura dell’ascolto, della partecipazione e della responsabilità sociale attraverso il dialogo, l’esperienza condivisa e il linguaggio come strumento educativo.

PILLON NUOVO AVVOCATO. DELLA. FAMIGLIA DEL BOSCO





Quando ho sentito in tv tale notizia ho pensato che riportassero una notizia da Lercio invece ...
Pensavamo di averle viste e sentite tutte. E invece la realtà supera ancora una volta la fantasia.
Il nuovo avvocato della Famiglia nel bosco è… rullo di tamburi… Simone Pillon!
Nientemeno. Ma anche niente di più.
L’uomo sbagliato al momento giusto: quello della disperazione.
Quando tutti gli avvocati hanno abbandonato per manifesta impossibilità a difendere l’indifendibile, arriva lui, Simone Pillon.
In un Paese civile tutti hanno diritto a difendersi e ognuno si fa difendere da chi vuole, ma questo ha smesso da tempo di essere un mero caso legale per essere trasformato da una certa politica ben nota in un osceno circo politico e mediatico a esclusivo uso propagandistico.
E questa notizia ne è l’ennesima, drammatica, dimostrazione.
Un pensiero ai tre figli nel bosco. Le vere e uniche vittime di tutta questa storia.
Non c’è altro da dire e nulla da aggiungere. come dice. anche. Lorenzo Tosa. 

ANCHE L’INDIFFERENZA E’ RAZZISMO ? secondo me si ed è peggio . Bakari Sako, 35 anni, il brac­ciante ucciso a colpi di cac­cia­vite, da una baby gang a Taranto aveva cer­cato di rifu­giarsi in un bar. Ma era stato cac­ciato fuori.

 Certe  volte discorsi  e scritti  lunghisono inutili  davanti a tragedie del genere . Quindi mi limito alla. frase del titolo  ed a riportare senza ulteriore commenti  la notizia   sia il post  di Lorenzo Tosa

Ogni ora che passa emergono particolari sempre più sconvolgenti sulla morte di Bakari Sako, il 35enne maliano ucciso sabato all’alba a Taranto mentre stava per andare al lavoro nei campi.
Non solo si trattava di una gang di giovani italianissimi, tra i 15 e i 16 anni, che lo hanno ammazzato a sangue freddo, senza alcun motivo se non il puro e semplice razzismo - con metodi - raccontano - “da arancia meccanica”. Ma è venuto fuori che Bakari, al momento dell’aggressione, ha provato a rifugiarsi in un bar nel tentativo disperato di sfuggire alle violenze del branco.E invece di essere accolto, soccorso e aiutato, il titolare del bar lo avrebbe invitato a uscire fuori senza neppure avvertire la polizia, come ha raccontato la procuratrice capo di Taranto Eugenia Pontassuglia che sta seguendo il caso. Se lo avesse fatto, forse oggi Bakari sarebbe ancora vivo.E invece è stato trascinato fuori in una pozza di sangue, massacrato dai suoi assassini e finito con un oggetto appuntito conficcato nell’addome.Condivido le parole della procuratrice, che coglie esattamente il punto:ell'ora scorrazzavano per la città alla ricerca della persona da colpire. E la persona da colpire è la persona 


vulnerabile, è la persona indifesa, è la persona che nel caso specifico viene individuata nella persona nera. Non ci sono decreti sicurezza che tengano, non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti”.Non solo. Tutto questo non viene dal nulla; è il frutto avvelenato di anni di campagne violentissime nei confronti dei migranti, dei neri, degli stranieri.E non ve la caverete con l’ipocrisia e le lacrime di coccodrillo. Troppo comodo. Troppo tardi.Che Bakari diventi un esempio e un emblema perché non riaccada più. Non così. Che cambi tutto. Verità e giustizia per Bakari. Fino in fondo.

e dal corriere della sera.

Bakari Sako, 35 anni, il brac­ciante ucciso a colpi di cac­cia­vite, da una baby gang a Taranto aveva cer­cato di rifu­giarsi in un bar. Ma era stato cac­ciato fuori. Un 15enne con­fessa l’omi­ci­dio.

Sako Bakari [  foto sotto al centro  ] il 35enne ori­gi­na­rio del Mali morto all’alba di sabato scorso a Taranto sotto i colpi sfer­rati con un col­tello a ser­ra­ma­nico da un ragazzo che com­pirà 16 anni tra pochi giorni, è stato ucciso senza un movente. Per sfug­gire al suo destino, aveva pro­vato a tro­vare riparo in un bar. Ma il tito­lare l’ha subito invi­tato a uscire, lascian­dolo nelle mani dei suoi assas­sini.Il per­ché di tanta vio­lenza potrebbe emer­gere dagli inter­ro­ga­tori di con­va­lida del fermo dei cin­que inda­gati che si faranno tra domani e venerdì. Per ora i magi­strati non rie­scono a con­te­stare, oltre all’omi­ci­dio, l’aggra­vante di odio raz­ziale, ma non è escluso che possa acca­dere visto che, una quin­di­cina di minuti prima, il gruppo aveva inti­mi­dito un’altra per­sona di ori­gine    che peda­lava negli stessi vicoli: supe­ran­dola con lo scoo­ter, l’ave­vano stretta lungo il muro insul­tan­dola. Per ora reg­gono sol­tanto i futili motivi che ser­vono a deli­neare il con­te­sto «amo­rale» nel quale è avve­nuto l’omi­ci­dio. Nel gruppo dei cin­que inda­gati c’è un 21enne. Ma ne fanno parte anche quat­tro mino­renni, due di 16 e due di 17 anni, che hanno evaso l’obbligo sco­la­stico e appar­ten­gono a fami­glie con pro­fondi disagi. Il loro com­por­ta­mento abi­tuale e la loro estrema aggres­si­vità «è espres­sione di vacuità morale, assenza di rispetto per gli altri e per la vita stessa». Su que­sti temi le pro­cu­ra­trici Daniela Puti­gnano (Minori) ed Euge­nia Pon­tas­su­glia (Ordi­na­ria) hanno fatto alcune con­si­de­ra­zioni con­di­vise peral­tro dalla gran parte dell’opi­nione pub­blica locale. Rifles­sioni che pur­troppo tro­vano una con­ferma nel com­por­ta­mento del tito­lare del bar nel quale s’era rifu­giata la vit­tima nel ten­ta­tivo di sfug­gire all’aggres­sione. «Non ha chia­mato le forze dell’ordine, ma ha pre­fe­rito girarsi dall’altra parte e invi­tare Sako ad andar­sene fuori», spie­gano le pro­cu­ra­trici. Lo ha pra­ti­ca­mente ricon­se­gnato ai suoi car­ne­fici. Il più pic­colo ha con­fes­sato: «L’ho col­pito io». E ha fatto ritro­vare in una siepe vicino a casa sua l’arma del delitto. Le rifles­sioni delle pro­cu­ra­trici tro­vano con­ferma anche in un’altra cir­co­stanza: alcuni post apparsi sui social ieri, post di soli­da­rietà con i fer­mati. Ad esem­pio: «Siamo nati e cre­sciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una repu­ta­zione sulle nostre spalle. Abbiamo affron­tato la vita da adulti prima del tempo. C’è tempo per recu­pe­rare la vita lunga. Il nostro obiet­tivo è ritro­varci l’uno con l’altro. Il car­cere non ci separa, anzi impa­rate a nuo­tare che fuori gli squali sono tanti». E sotto la firma «Taranto vec­chia». La pro­cu­ra­trice Puti­gnano ha chia­rito che i quat­tro sono incen­su­rati, ma già cono­sciuti dal tri­bu­nale dei minori per «situa­zioni di disa­gio fami­gliare e pro­ble­ma­ti­che edu­ca­tive, situa­zioni inter­cet­tate, ma non curate». Ha aggiunto che «il feno­meno dei gio­va­nis­simi che escono con i col­telli è dila­gante, que­sti sono ragazzi svin­co­lati dal con­trollo delle fami­glie tanto che sono stati in giro tutta la notte». Ha richia­mato quindi l’atten­zione sulla neces­sità di una «nuova gram­ma­tica civile. La repres­sione non è tutto — ha detto — le agen­zie edu­ca­tive devono farsi carico del disa­gio gio­va­nile». Anche la pro­cu­ra­trice Pon­tas­su­glia ha insi­stito 

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 su que­sto argo­mento: «Si sono scon­trati due mondi: un uomo che alle cin­que del mat­tino va a lavo­rare per man­te­nere la fami­glia, e, di fronte, ragazzi che alle 5 del mat­tino scor­raz­zano per le strade della città armati e alla ricerca di una per­sona da col­pire, in que­sto caso una di colore». Intanto a Taranto sono giunti i parenti della vit­tima e il pre­si­dente della comu­nità maliana in Ita­lia che ieri ha incon­trato i ver­tici di que­stura e pre­fet­tura. Bakari viene descritto come un uomo «timido ed edu­cato», un grande lavo­ra­tore e un gran tifoso del Psg. A casa, in Mali, lo aspet­ta­vano due mogli, entrambe incinte.

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