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21.2.26

Come il curling unisce le persone di Livigno anche senza medaglie









Camminando la sera lungo via Ostaria, nella parte nord di Livigno, si può ascoltare un suono inatteso.
Una sorta di paff, o puck, o stonk. Alcune persone, poi, si sentono in lontananza: gioiscono, urlano, a volte si arrabbiano.
A Livigno, infatti, si sta giocando un torneo amatoriale di curling molto sentito dalla gente del posto. È giunto alla quinta edizione, coinvolge ben 48 squadre e tra le giocatrici c’è anche la madre di Jole Galli, la stella dello ski cross femminile italiano nata e cresciuta a Livigno.



N.b  non riesco ad estrapolare il video da  lo trovate qui Come il curling unisce le persone di Livigno (olympics.com)




Spesso si gioca fino a notte fonda e sull’adiacente pista ghiacciata si allenano anche squadre locali di hockey su ghiaccio. E mentre si gioca, si ascolta la musica: gli altoparlanti dello stadio del ghiaccio suonano “Con il nastro rosa” di Lucio Battisti, “Caruso” di Lucio Dalla e altri grandi classici italiani.
Ogni sera, a pochissima distanza dal Livigno Snow Park e dal Livigno Aerials & Moguls Park, in cui si tengono le gare Olimpiche di snowboard e sci acrobatico, questo torneo di curling è l’ennesima dimostrazione di quanti sport diversi si possano fare nella località dell’Alta Valtellina.
Soprattutto, per le persone del posto è un modo per ritrovarsi e passare qualche ora allegra in compagnia. Un modo per fare sport dal basso, per fare beneficenza e ricordare un amico che non c’è più.

Cerno si e Angela no . i servizievoli vengono premiati i neutrali o non affiliati rimangono precari quando va bene

Alberto Angela è senza contratto con la Rai da mesi. E secondo La Stampa, proprio la Rai starebbe pensando di tagliare i suoi programmi (Ulisse, Noos, Passaggio a Nord Ovest) perché preoccupata dai costi.
Dai costi.
Stiamo parlando del più grande divulgatore della televisione italiana. L’uomo che porta milioni di persone davanti allo schermo per guardare la Cappella Sistina invece del Grande Fratello.
L’unico capace di far fare ascolti a un documentario sull’Impero Romano alle nove di sera.
Quello che ha ereditato da suo padre Piero non solo il mestiere ma la capacità di far sentire intelligenti gli italiani.
Ecco, quell’uomo non ha un contratto con la Rai.
Da mesi. E la Rai vuole tagliarlo. Per i costi.
La situazione, dicono le voci da viale Mazzini, assomiglia sempre più a quella che precedette l’uscita di Fabio Fazio.
Ora, facciamo il punto.
Paolo Petrecca, che ha scambiato San Siro per lo Stadio Olimpico e la presidente del CIO per la figlia di Mattarella, è stato per mesi il direttore di RaiSport. Prima ancora dirigeva RaiNews24, dove mandava in onda assoluzioni inventate e apriva i telegiornali col festival di Pomezia al posto delle elezioni francesi. Due redazioni lo hanno sfiduciato. La Rai lo ha promosso.
Tommaso Cerno, direttore del Giornale di proprietà Berlusconi, già opinionista e co-conduttore a Domenica In, sta per ottenere una striscia quotidiana su Rai 2 da 848mila euro. Undicimila euro a puntata.
Ricapitolando: alla RAI i soldi ci sono per Cerno, ci sono per Petrecca, ma per Alberto Angela il contratto può aspettare.
 Funziona così, nella Rai , e con questo governo è peggiorato . Infatti se sei utile alla propaganda, ti danno un programma. Se sei utile al Paese, ti lasciano senza contratto e possibilmente ti spingono alla porta.  ecco quindi che  Telemeloni impone i Petrecca e strapaga 848.000 euro (!!!!) di soldi pubblici giornalisti graditi come Tommaso Cerno, c’è un fuoriclasse in Rai che da mesi è ancora senza un contratto ed è costretto a lavorare di fatto da precario, passando da un gettone all’altro per programmi che da soli tengono sulle spalle il peso della cultura e degli ascolti del Servizio Pubblico.
Alberto Angela, uno dei più grandi patrimoni della televisione pubblica, jche  a differenza  di altri   non  ha  abbandonato  la  rai  per passare  alle  private ,   eppure nessuno ancora ai vertici Rai lo ha chiamato per proporgli un nuovo contratto, come ha denunciato il Movimento 5 Stelle in Commissione di Vigilanza Rai.
"Come è possibile che si invochino costantemente risparmi su tutto e che si sia addirittura nella condizione di avere un personaggio come Alberto Angela senza contratto, o programmi come quello di Mario Tozzi in bilico, e poi si buttino dalla finestra tutti questi soldi?"
Avanti di questo passo, riusciranno nell’impresa (voluta?) di perdere, dopo Fazio, Littizzetto e Augias, un altro fuoriclasse come Alberto Angela.
Uno che, quando è arrivato in visita Re Carlo ai Fori Imperiali, ha fatto da Cicerone in inglese per la stima che hanno di lui, relegando il ministro alla Cultura Giuli al ruolo di comprimario.
E chissà che qualcuno non se la sia legata al dito, conoscendoli.
A prescindere dai perché e i per come, solo una Rai culturalmente e politicamente in macerie può anche solo rischiare di perdere il più grande divulgatore culturale, televisivo e scientifico che abbiamo nel nostro Paese.
Teniamocelo stretto. 

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

 

Sul podio dei Giochi l’affidabilità dell’italia

Una volta ancora noi italiani siamo riusciti a trasformare quella che poteva sembrare una crisi in una festa

Www.corriere.it
 

Il sole splende sopra Milano, il cielo prova la primavera, il Monte Rosa brilla tra i grattacieli che alcuni criticano, ma tutti fotografano. I Giochi invernali si avviano alla conclusione, e producono uno strano impasto di orgoglio e malinconia.

Goffredo Parise, forse, l’avrebbe definito «un sentimento italiano senza nome». Teniamolo così: anonimo, ma impossibile da ignorare. Le Olimpiadi, come e forse più di ogni grande evento, lasciano vagamente storditi, quando se ne vanno. I XXV Giochi invernali di Milanocortina non fanno eccezione. L’impressione, a caldo, è che siano stati importanti: per Milano, per Cortina, per il nostro turismo invernale; per l’italia tutta. Dopo le perplessità iniziali — dichiarate quelle internazionali, silenziose le nostre — ammettiamolo: non abbiamo ammirato solo le prove degli atleti, ma anche lo spettacolo, l’organizzazione, la logistica.

Lo abbiamo scritto nel giorno dell’apertura: per un giudizio complessivo, occorre aspettare. Bisogna capire quanto abbiamo speso (al di là del contributo del Comitato olimpico internazionale, degli sponsor e degli incassi). Quanto si riveleranno utili le novantotto grandi opere accelerate dai Giochi. Quando le strutture olimpiche saranno disponibili per studenti, cittadini e sportivi. Questa Olimpiade, per esempio, ci ha ricordato la necessità — anzi, la voglia — di dotare Milano di strutture permanenti per gli sport sul ghiaccio.

Ma un’olimpiade, dovremmo averlo capito, non è solo un evento sportivo. È un fenomeno nazionale e internazionale. Il Paese ospitante spende soldi ed energie, non c’è dubbio; ma guadagna reputazione e autostima. Per questo i tentativi di sabotaggio violento dei Giochi sono risultati patetici e inefficaci: la quasi totalità degli italiani non li condivideva.

E poi c’è il mondo, che per quindici giorni intende mostrarsi migliore di quanto sia. Competitivo, ma leale; diverso, ma consapevole; del tutto indifferente al colore della pelle. Tutto ciò, per alcuni, rappresenta una colossale ipocrisia. Per altri — ci iscriviamo a questo partito — è invece un’illusione. Ingenua, forse; ma terapeutica.

Non sono tempi facili. Ma, una volta ancora, noi italiani siamo riusciti a trasformare una crisi in una festa: nessuno ci batte in questo sport, d’estate e d’inverno. Le imperfezioni ci sono state, certo. Ma chi ha seguito le Olimpiadi — da vicino o da lontano — sembra soddisfatto. I media internazionali, per una volta, sono unanimi: promossi a pieni voti. Potrebbe addirittura accadere che, d’ora in avanti, il New York Times smetta di aggiungere, quando cita Cortina d’ampezzo, a small Alpine town in northern Italy (una piccola città alpina nell’italia del nord).

Scandinavi reduci dall’hockey a Santa Giulia; americani di ritorno dal pattinaggio di velocità a Rho; asiatici entusiasti del pattinaggio di figura ad Assago; europei saliti a Cortina, a Bormio, a Livigno; le tribune internazionali del biathlon; gli stranieri che hanno seguito i Giochi in televisione: tutti contenti e un po’ stupiti. La contentezza ci inorgoglisce, ma lo stupore — diciamolo — non ci stupisce. Esiste, purtroppo, una presunzione di inaffidabilità che noi italiani ci portiamo dietro. Milano-cortina 2026 — non c’è dubbio — contribuisce a smontarla.

Queste sono, infatti, le occasioni per cambiare la percezione dell’italia nel mondo. Se la politica non segnerà uno dei suoi periodici autogol, potremmo riuscirci. Le molte medaglie vinte — a cominciare da quelle, magnifiche e stoiche, di Federica Brignone — sono entusiasmanti, ma altrettanto importante è l’impressione globale lasciata da questa Olimpiade: un ricevimento offerto dall’italia al mondo, che ha gradito. A proposito: speriamo che Donald Trump ci ripensi, e resti a casa. La sua presenza a Milano (finale di hockey maschile) e a Verona (cerimonia di chiusura), quasi certamente, porterebbe qualche nostro rappresentante a imbarazzare sé stesso, e un po’ anche noi.

È un peccato che la tregua olimpica non sia stata rispettata: in Ucraina e in Medio Oriente non è cambiato niente (anzi intorno all’iran i venti di guerra aumentano). Dobbiamo accontentarci della piccola tregua mentale offerta ad almeno due miliardi di persone: di questi tempi, non è poco. In attesa delle Paralimpiadi, domani sera nell’arena di Verona si spegnerà la fiaccola olimpica, e riprenderà il rumore delle armi. Che non ha mai smesso. Ma noi, per quindici giorni, ci siamo illusi di non doverlo sentire mai più.

Achille Polonara, «Ero guarito e arrivò la leucemia: in quel momento pensai al suicidio, fu mia moglie Erika a fermarmi Ce l’ho fatta, ma non sono un eroe»


(foto Foddai/ Ciamillocastoria)
Ovazione Achille Polonara, 34 anni, nel palazzetto di Sassari risponde al saluto dei suoi tifosi

Achille Polonara, la prima domanda è d’obbligo. Come sta? «Sto bene. Naturalmente questi mesi mi hanno un po’ segnato. Capisci varie cose. Per esempio, che tantissime persone mi sono state vicine».

Essere Achille Polonara oggi non è facilissimo. Hai tutto, una moglie innamorata, due figli tenerissimi. Sei un cestista di talento, Virtus Bologna, Nazionale. Poi, a nemmeno 34 anni, ti becchi due sfondamenti da paura. Un tumore al testicolo, chemio e rapida ripresa. Torni in campo tra gli applausi e dopo un paio di mesi quella che nasce come una banale febbriciattola diventa una leucemia mieloide acuta. Trapianto di midollo, cure sperimentali a Valencia, un coma di cinque giorni, una trombosi.

Oggi Achi può sorridere, spera che il peggio sia passato e accarezza il sogno di tornare sul parquet. Volendo, è tesserato per la Dinamo Sassari. «Ma in questo momento vedo il basket non come una professione ma come un divertimento. E vorrei tornare a divertirmi».

Si sente pronto?

«Mi manca un’operazione». In che senso?

«Lunedì mi chiudono un foro nel cuore con uno strumento chiamato ombrellino».

Questa ci mancava.

«Sì, ma dopo quello che ho passato è una passeggiata di salute».

I tifosi la aspettano.

«Ho visto cose molto belle, gli striscioni dei giocatori di Baskonia, Zalgiris, Fenerbahçe, di diverse squadre italiane. Gli applausi dei tifosi, anche avversari. In tanti mi fermano per strada per sapere come sto, e questo affetto mi fa molto piacere».


A Sassari lo speaker l’ha chiamata «guerriero».«Sì, ma vorrei precisare una cosa. Ci tengo».

Prego.

«Per molte persone sembra che io abbia fatto chissà cosa, ma se tu mi chiedi che cosa ho fatto, in realtà sono andato in coma e mi sono risvegliato. Non ci vedo nulla di eroico».

Il coma è stato il momento più drammatico della sua,

chiamiamola così, avventura?

«Decisamente. Mi stavano togliendo un sondino per rimandarmi a casa dall’ospedale, ho cominciato a tossire convulsamente, ad agitarmi. Ho perso conoscenza da solo, nessun coma farmacologico».

C’è quella telefonata, poi mandata in onda, di sua moglie Erika a Nicolò Devitiis, vostro amico e conduttore delle Iene, che con voce tremante diceva «Ciao Nico’, Achille ieri è andato in coma. Ci sono poche speranze».

«Diciamo che ho fatto preoccupare un po’ di gente...». Ricorda qualcosa?

«In quei cinque giorni sono venuti a trovarmi in tanti, ma io sentivo solo mia moglie».

La voce di sua moglie e una canzone, pare.

«Sì. Questa domenica di Olly, una canzone che ascoltavo in ospedale quando stavo da solo e mi faceva commuovere. Quando Erika l’ha messa ho cominciato a piangere. Allora lei giustamente mi diceva “però se devi piangere la tolgo...” ma io mi innervosivo perché volevo che continuasse a metterla, mi agitavo, si alzavano i valori e le macchine a cui ero attaccato suonavano».

Poi finalmente il risveglio.

«È come se fossi stato chiuso in un aereo per cinque giorni e avessi sempre dormito. Poi ci ho messo un po’ di giorni per rimettere a posto i mattoni della casa. Svalvolavo un po’, non mi ricordavo quand’era nata mia figlia...».

Ripartiamo dall’inizio. Come si sente un atleta di 34 anni, campione di basket?

«Invincibile. In vita mia non ho mai avuto nulla di nulla, nemmeno un intervento».

E come è cambiato tutto? «Con un controllo antidoping di routine».

Pensava di essere positivo?

«Avevo già fatto un controllo durante i Mondiali nelle Filippine: tutto ok. Questa volta invece ricevo ai primi di ottobre una mail dalla Procura federale antidoping in cui mi dicono che ho i valori di questo HCG troppo alti e devo dimostrare se provengono dal mio corpo o da un corpo estraneo. Ho pensato: avrò usato creme che non dovevo usare?».

Lei non sospettava nulla?

«Io ho controllato su internet perché ricordavo che i valori dell’hcg riguardavano le donne incinte. Allora scrivo: “HCG sugli atleti” e mi esce il caso di Acerbi. Tumore al testicolo. Facendo due più due, combaciava tutto».

E a quel punto?

«Mi è crollato il mondo addosso. La parola “tumore” fa paura. Subito la associ a un’altra parola: “morte”. Il secondo pensiero è stato: “ho chiuso con il basket”. Quando però mi è stato detto che facendo le cure necessarie avrei avuto il 3 per cento di possibilità di recidiva mi sono rasserenato. Ho affrontato la chemio, ho sopportato le nausee».

È guarito. Ed è tornato in campo, senza capelli.

«E l’ho patito tantissimo. Per assurdo, tutti mi dicevano “stai affrontando una cosa delicata, che te ne frega se perdi i capelli?”. Ma per me che non mi ero mai visto con i capelli corti era un problemone».

Superato anche questo, i capelli sono ricresciuti. E Polonara era tornato a essere un giocatore importante.

«Sì, i dottori erano stupiti di una ripresa tanto veloce».

Ma dopo un paio di mesi è ricomparsa la febbre...

«La serie playoff contro Venezia. Il giorno prima di gara 3 mi ammalo e non dico niente, volevo giocare a tutti i costi. Gioco, sto malissimo, e dopo la partita mi misuro la febbre: 38.7. Salto un paio di partite, rientro ma gioco pochissimo. Nella semifinale con Milano mi sento debole, ho ancora la febbre e la sera prima di gara 3 in hotel chiamo il doc. Lui mi visita e dice: Achi, tu domani te ne torni a Bologna a fare un paio di esami».

Ed è arrivata la notizia?

«Non subito. Pensavano fosse mononucleosi. Poi mi facevano firmare fogli sull’hiv, e io mi chiedevo “ma che stanno cercando?”. Andavo in paranoia: avevo fatto un tatuaggio un mese prima, sarà mica quello? Fino a che, un mercoledì, l’ematologo mi dice: ci resta l’esame del midollo, avremo l’esito fra tre o quattro giorni. Ok, dico. E invece lo stesso pomeriggio sono entrati nella mia stanza cinque medici. Sembravano in difficoltà. La prima cosa che mi hanno detto è stata “non ci sono buone notizie”».

Leucemia mieloide acuta.

«Ho capito solo che era qualcosa di molto più grave di quello che avevo già passato».

E come ha reagito?

«Ho pensato: basta, ora mi butto dalla finestra dell’ospedale e la faccio finita. Per fortuna c’era Erika lì: devi resistere per la famiglia, per i bambini. Ma mi sono sentito spalle al muro con dieci bestioni che ti tengono fermo. Volevo scomparire. Poi però ho pensato: non è giusto che i miei figli crescano senza un padre, o che pensino che papà non ci abbia almeno provato».

Oggi però è qui. I capelli stanno ricrescendo di nuovo, sua moglie è qui con Vitoria e Achille junior. Ci sono tre cagnolini che le saltellano intorno. E lei ha ricominciato ad allenarsi. Ne ha fatta di strada.

«Tanta, e come persona sono ottimista. Ma è chiaro che tutto questo mi spaventa».

Si sente come se avesse una spada di Damocle che le pende sulla testa?

«Preferisco non pensarci».

Si sente di fare progetti a lungo termine?

«Non ne ho mai fatti nella mia vita, ancora meno mi sentirei di farne ora. Preferisco scegliere obiettivi più vicini».

Il primo qual è?

«Non avere la recidiva».

Quanto è cambiato dopo queste esperienze?

«In qualcosa sono cambiato di sicuro».

In che cosa?

«Prima ero molto credente, adesso non lo sono più. Prima non c’era sera che non pregassi. Adesso onestamente non ci riesco. Nonostante gli amici mi dicano “dai, sei stato miracolato, forse da lassù qualcuno ti ha aiutato”. Ma è lo stesso qualcuno che mi ha fatto ammalare? Perché proprio a me? Io che ho sempre pregato...».

Il video di lei che torna a casa dall’ospedale, abbracciato da moglie e figli, è diventato virale oltre che commovente.

«Ogni tanto anche i social fanno cose buone...».

Lo rivede mai?

«Sì, mi capita di rivederlo. E lo confesso, ogni volta mi metto a piangere».

Achille Polonara: sono tornato ad allenarmi e a divertirmi con il basket. Prima ero molto credente, non lo sono più

Gli equilibristi del trampolino: chi sono i 90 volontari che «scalano» la pista da salto per prepararla al meglio., Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

    dietro le  quinte  di un olimpiade    ci sono anche    persone    che rendono tutto perfetto   è  l  caso  di    quelli  che  preparano  le  piste    


da  https://www.iltquotidiano.it/

Tra pendenze del 35% e quattro generazioni di sciatori: ecco i segreti dei battitori, dai maestri di sci ai ragazzi di 18 anni, che preparano a mano l'atterraggio perfetto per i campioni olimpici

Chi ha seguito una gara di salto con gli sci in queste giornate olimpiche non ha potuto fare a meno di notarli: un nutrito gruppo di sciatori che risale faticosamente la pista d’atterraggio tra una manche e l’altra, per poi ridiscendere verso valle dopo circa venti minuti. Non sono semplici spettatori, ma i protagonisti di una delle attività più affascinanti e meno conosciute dei Giochi: i battitori.

Un lavoro da equilibristi tra le nuvole

Il loro compito è fondamentale per la sicurezza dei saltatori e mette i brividi solo a parlarne. Una novantina di volontari si dispone trasversalmente lungo tutta la pista d’atterraggio del trampolino, dal dente di stacco fino al parterre d’arrivo. In una danza fatta di passi laterali su pendenze che sfiorano i 35 gradi, questi esperti della neve devono preparare il terreno per l’impatto degli atleti.

«Noi entriamo in gioco immediatamente dopo il gatto delle nevi – spiegano i responsabili Alberto Dellantonio e Cristian Zanier –. Dobbiamo «rompere» la neve con gli sci in maniera che non sia troppo compatta e renderla idonea per l’atterraggio degli atleti. Non è una cosa da tutti, infatti diversi hanno rinunciato dopo aver provato un paio di volte. Per riuscire nel nostro lavoro, infatti, servono capacità particolari per mantenere un ottimo equilibrio sugli sci e non farsi spaventare dalle pendenze. Proprio per questo il nostro gruppo è composto in gran parte da sciatori esperti, mentre circa il 30% è fatto da maestri di sci. Una caratteristica importante è quella di essere leggeri, altrimenti si rischia di danneggiare la neve e compromettere gli sforzi fatti».

La sfida contro il ghiaccio

L’intervento dei battitori dura mediamente tra i 45 e i 60 minuti, ma durante le competizioni i tempi si contraggono drasticamente a soli 20 minuti tra le due manche. Il lavoro si trasforma in una vera missione di emergenza quando la neve si fa dura: «Quando la neve è molto ghiacciata il nostro operato diventa particolarmente impegnativo. Atterrare sul ghiaccio per gli atleti sarebbe molto pericoloso a causa delle sollecitazioni eccessive che dovrebbero sopportare i loro sci. In quel caso dobbiamo letteralmente rompere lo strato di ghiaccio e rendere la superficie il più possibile sicura utilizzando anche il rastrello. Inoltre bisogna avere una discreta esperienza perché le condizioni della neve possono cambiare scendendo verso il parterre».

Dalle origini alle Olimpiadi: quattro generazioni in pista

La storia del gruppo affonda le radici nel passato sportivo del territorio: il primo nucleo nacque in occasione dei Mondiali di sci nordico del 2003. Da allora il gruppo si è cementato attorno a 50 unità, fino all’esplosione di entusiasmo per l’evento a cinque cerchi che ha portato l’organico a quota 90 volontari.

Si tratta di una vera famiglia allargata che vede impegnati addetti dai 18 ai 70 anni, unendo quattro generazioni diverse. «Il ricambio è continuo: ogni anno registriamo nuovi arrivi perché chi fa parte dei battitori coinvolge parenti e amici in questa particolare attività» concludono Dellantonio e Zanier. Una curiosità che segna questa edizione olimpica? Per la prima volta, tra i ranghi dei battitori, sono entrate ufficialmente a far parte anche alcune ragazze, portando nuova energia a un team che garantisce la magia del volo ogni giorno

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 nonostante  i disagi      Olimpiadi da incubo: le famiglie prigioniere nella Zona Rossa di Tesero (ilfattoquotidiano.it) posso vedere le  gare  gratis   come  dimostra    sia    quest articolo    Adriano, Matilde e nonna Antonietta: a Tesero le Olimpiadi dai balconi di casa di  rainews.it)

sia   questo sotto   sempre     dalla stessa   fonte  del  1 

Olimpiadi, le gare di Tesero viste da casa: «Dal balcone vediamo il fondo, un giorno trenta tifosi da noi»

di 

La casa di Adriano e Marisa si affaccia direttamente sulle piste: «Giochi unici, ma abbiamo seguito anche Mondiali, Coppe del Mondo e Tour de Ski»
Per la serie «Quelli che…», ecco Adriano Zanon e Marisa Varesco, quelli che guardano le Olimpiadi dal balcone di casa. Non è una metafora: il loro è proprio un posto in prima fila, con vista privilegiata sulle piste dello Stadio del fondo di Lago di Tesero. Abitano a pochi metri di distanza dai tracciati e, durante i Giochi invernali, la loro casa si è trasformata in una tribuna molto speciale. «Seduti sul divano vediamo il maxischermo che proietta le immagini delle competizioni, mentre se usciamo sul poggiolo (al secondo piano) abbiamo di fronte un’ampia parte della pista, i pendii e anche il pubblico in tribuna» .....  (n  il resto  è  a pagamento  )


chi la ha detto che il bob sia solo sport invernale il caso della Giamaica

 Chiudiamo gli occhi e pensiamo alla Giamaica: spiagge cristalline, sole e le note di Bob Marley in sottofondo. Tutto molto coerente, finché non vediamo una squadra di bob sfrecciare sul ghiaccio a tutta velocità. Ma in che senso? Sì, la Giamaica ha una nazionale olimpica di bob e la sua storia è una di quelle che sembrano scritte per il cinema.

Tutto nasce nel 1987 da un’intuizione di George Fitch, un addetto dell'ambasciata americana a Kingston. Guardando una gara di carretti da strada, Fitch nota un dettaglio fondamentale: la dinamica della spinta iniziale è identica a quella del bob. Capisce che tra correre i 100 metri e far partire una slitta sul ghiaccio la differenza è minima, a parte il clima. Serve potenza esplosiva, e i velocisti giamaicani in questo sono i maestri del mondo.L'impresa però
non fu facile. Il reclutamento partì dai membri dell'esercito, gli unici a prendere sul serio quella che sembrava una follia. Senza neve e senza attrezzature, gli atleti iniziarono a studiare la teoria in patria per poi volare ad allenarsi a Lake Placid e in Austria grazie ai finanziamenti personali dello stesso Fitch. Nonostante l'ostruzionismo delle federazioni internazionali, il team ottenne l'appoggio decisivo del Principe Alberto II di Monaco e riuscì a qualificarsi per le Olimpiadi Invernali di Calgary 1988.
Quell'esordio è entrato nella leggenda, non per una vittoria, ma per un incidente: il bob si ribaltò a 130 km/h durante la terza prova, ma i piloti si rialzarono e camminarono fino al traguardo trascinando la slitta tra gli applausi del pubblico. Quella scena ha ispirato il cult Disney "Cool Runnings", ma la realtà è andata ben oltre il film.Da quel momento è nato un vero movimento sportivo che dura ancora oggi. Il culmine è stato raggiunto nel 1994 a Lillehammer, quando l'equipaggio giamaicano ha conquistato un incredibile 14° posto, lasciandosi alle spalle potenze mondiali come Stati Uniti e Italia. La bandiera caraibica ha continuato a sventolare sul ghiaccio fino ai giorni nostri, aprendosi anche al monobob femminile e ottenendo recentemente la qualificazione per Milano-Cortina 2026. Che arrivino primi o ultimi, quel soprannome se lo sono meritato tutto: sono ancora "The Hottest Thing on Ice".Questa è la dimostrazione che la conoscenza e l'intuizione non hanno confini geografici. Se volete approfondire storie come questa, ci vediamo tra le pagine del nostro libro "Un tesoro al piano terra" o nel nostro Manifesto.E voi, conoscevate la vera storia dietro il film?

Non ce l’ha fatta.



Non c'è stato bisogno dell'eutanasia almeno quest' ulteriore dramma è stato evitato ai familiari già provati per la durissima vicenda

dovuto al grossolano (𝐌𝐞𝐭𝐚𝐟𝐨𝐫𝐢𝐜𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐩𝐚𝐫𝐥𝐚𝐧𝐝𝐨😭😌 ) errore di chi si occupa della catena dei trapianti
Il piccolo Domenico è morto. La notizia è di poco fa, la più tragica, ma anche la più attesa.
Ora questo bambino ha anche un nome, oltreché una storia che ci ha commosso e lacerato come padri, come madri, forse prima ancora come cittadini.
È una storia sbagliata, cominciata il 23 dicembre scorso con quel trapianto di un cuore già danneggiato, ma che come tutte le storie può servire a raccontarne altre, dall’epilogo diverso.
Il mio pensiero oggi va alla madre, Patrizia Mercolino, alla enorme dignità con cui l’ha vissuta e testimoniata, mai usata come arma contro qualcosa o qualcuno ma sempre per suo figlio, per costruire.
E ora, come ha chiesto lei, una fondazione dedicata a Domenico.
Non c’è oggi modo migliore per ricordarlo.

 Domenico è morto a soli due anni, al termine di una battaglia clinica complessa e dolorosa contro la miocardiopatia dilatativa, una patologia che indebolisce progressivamente il muscolo cardiaco fino aNon ce l’ha fatta. comprometterne la funzione vitale. Per mesi la sua vita è stata scandita dai ritmi della terapia intensiva, dalle valutazioni di specialisti, da decisioni prese sul filo sottile che separa la possibilità dal limite.Il trapianto aveva riacceso la luce. L’arrivo di un cuore compatibile aveva restituito alla famiglia e ai medici una prospettiva concreta. Ma quell’organo, durante il trasporto, sarebbe stato conservato con ghiaccio secco, esposto a temperature estremamente basse e non conformi ai protocolli previsti per la preservazione cardiaca, che richiede condizioni controllate attorno ai +4 gradi. Il freddo eccessivo può causare lesioni irreversibili ai tessuti, compromettendo la funzionalità dell’organo prima ancora che possa battere nel nuovo corpo.Dopo l’intervento, Domenico è stato sostenuto con l’ECMO, la macchina che sostituisce temporaneamente cuore e polmoni ossigenando il sangue all’esterno del corpo. Un presidio salvavita, ma anche una terapia estrema, che nel tempo può esporre a complicanze severe. Il quadro clinico si è aggravato con infezioni importanti, emorragie, un fegato progressivamente indebolito, polmoni compromessi e una sofferenza multiorgano che ha ridotto sempre più i margini di intervento.La medicina ha tentato tutto ciò che era possibile tentare. Ma il corpo di un bambino così piccolo, già provato dalla malattia e dalle complicazioni, non ha retto oltre.Due anni sono un tempo brevissimo. Eppure in quel tempo si è concentrata una storia che interroga, che pesa, che non può essere archiviata come un semplice caso clinico. È la storia di una battaglia combattuta fino all’ultimo istante, di una speranza accesa e poi consumata, di un cuore che non ha mai smesso di essere atteso.

giornata no dopo il ritiro di Giacomel nel biatholon , Arianna fontana si è lasciata andare e perde anche il bronzo nei 1500 meno male che si salva la stafetta maschile nei 1500 metri

 Un' altra giornata fiacca ( o quasi ) per l'italia, dopo quella del 19 , quella d'ieri . La  giornata   era iniziata con la gara sfortunata di    giacomel nel biathlon  ritiratosi   quando era in testa per un malore .



 proseguita poi le difficoltà e il non arrivare in finale  ( capita e ci sta  quando si compete in specialità in cui non abbiamo esperienza ) ma non scevra di emozioni ed tenacia nello ski cros / sci acrobatico o nello   freeski  halpipe  una (parlo da profano di sport sciistici e invernali )  specialità dello sci acrobatico .

  Situazione andata peggiorando poi in categorie in cui eccelliamo come il pattinaggio di velocita i 1500 maschili donne e uomini .  Prima  Francesca Lollobrigida che non si classifica per  la  finale    delle medaglie  nonostante   abbia   tentato il tutto per  tutto  pur  non essendo la  sua  specialità  Poi la  delusione  di Arianna  Fontana   classificata con grande apprensione vista la caduta nella semifinale.  Stavo facendo un discreta  gara per l'oro o quanto meno per l'argento vista l'imprevedibilità delle gare di velocità , ma poi si è lasciata andare senza neppure combattere come ha fatto nei quarti e. In semifinale facendosi dio una gara i

prima  e poi in seconda   posizione sfuggire il bronzo che era prossimo  . Poi  la mezza delusione , ma almeno hanno combattuto e non si sono  lasciati andare del tutto come la Fontana .,della staffetta maschile .  Capisco che l'Olanda fosse topo forte (sono specialisti in questo sport ) ma l'argento era alla nostra portata  , poi però i coreani  nuova rilevazione in  queste olimpiadi  nello short track ,  tenuti sotto controllo per tutta la gara sono stati più veloci e  negli ultimi due giri e ci hanno fregato . Ma i nostri non  si sono abbattuti e  hanno lottato ed ottenuto il sospirato bronzo . 


20.2.26

passioni olimpiche . Sartori: "Il canottaggio? Dopo il bronzo a Sydney ho cambiato vita. Ora sono maestro di sci a Cortina"



gzzetta  dello sport

La medaglia di bronzo ai Giochi del 2000 si racconta: "Dopo la medaglia e il campionato iridato del 2001 ho deciso di fare altro". Cortina? Il luogo ideale per le Olimpiadi, un posto insuperabile"
Dal nostro inviato Claudio Lenzi
20 febbraio 2026 (modifica alle 19:41) - CORTINA



Una medaglia olimpica del canottaggio tra i successi invernali di Cortina. Già l’accostamento è strano, ma se accade nell’unico luogo che può accomunarli – Casa Italia – allora un senso ce l’ha. E si scopre una storia affatto usuale, di un atleta di livello internazionale che sceglie ancora giovane di lasciare tutto e tentare un’altra strada, che lo porta sulle Alpi, dove lo incontriamo alla soglia dei 50 anni.



Nicola Sartori, il primo ricordo che le viene in mente dei Giochi di Sydney?
“Quando abbiamo tagliato il traguardo con Giovanni Calabrese. Bronzo! Subito mi si è annebbiata la vista, per lo sforzo ho quasi perso conoscenza. Nel canottaggio è così, alla fine della gara sei in bilico tra il collassare e il voler quasi ripartire, per la carica di energia che hai in corpo”.


E poi cosa è successo, con la medaglia al collo?
“I giornalisti, gli abbracci con gli altri della squadra, l’antidoping e il peso dell’imbarcazione. Ma soprattutto si torna padroni del proprio tempo, dopo anni dove tutto è programmato, schematizzato da altri. E poi dopo aver dormito in hotel per evitare distrazioni, ci siamo trasferiti per tre giorni al Villaggio Olimpico: semplicemente stratosferico”.


Perché proprio il canottaggio?
“Sono di Cremona e sono cresciuto alla Bissolati, sul fiume Po. Poi quando sono entrato nel giro azzurro e in Fiamme Oro, la vita era tra i centri di Sabaudia e Piediluco. Nell’anno olimpico ricordo tre settimane lì e una casa, fino ai Giochi. Poi tante gare in Lombardia sui laghi di Varese, Gavirate, sul Maggiore e all’Idroscalo”.
 




Però non spiega come è arrivato a Cortina.

“Dopo la medaglia ai Giochi e il Mondiale 2001 ho deciso che volevo cambiare vita. Nonostante la delusione data a Federazione e Fiamme Oro, la Polizia mi ha lasciato un po’ di tempo per pensare e alla fine ho scelto di rimanere nell’arma e visto che ero bravo anche a sciare, ho fatto l’esame per entrare nel gruppo del soccorso alpino. Il primo incarico me lo hanno dato a Cortina, e visto che qui ho incontrato anche la mia compagna, non mi sono più mosso”.


E la storia del maestro di sci?
“È il mio lavoro. Per un po’ di anni ho fatto soccorso in pista, ma intanto mi allenavo per diventare maestro e alla fine ho passato la selezione. A quel punto sono uscito dalla polizia e adesso vivo facendo l’insegnante di sci a tempo pieno”.


È mai più risalito su un’imbarcazione?
“Dopo i Mondiali del 2001, mai più. Per qualche anno ho provato una sorta di rifiuto e ho preferito dedicarmi ad altri sport, soprattutto la bicicletta. Poi sono mancate lo occasioni”.
 




A 50 anni qual è il suo sport preferito?
“Dico ancora il canottaggio, è quello che mi ha dato tutto”.


Sofia Goggia dice che le Tofane sono le montagne più belle, soprattutto all’alba. È d’accordo?
“Ci sono quelle rocce verticali, sembra quasi di poterle toccare quando si scia, è sensazionale. Tra inverno e estate avrò scattato migliaia di foto a queste montagne”.


I Giochi a Cortina, insomma, sono una scommessa vinta.
“Con tutto il rispetto per le altre località che hanno ospitato l’Olimpiade, un posto così bello e magico è insuperabile. Tutti gli atleti e i volontari ricorderanno questo evento tutta la vita”.

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