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26.2.26

«L’omelia con l’AI? Mai, sull’altare si va meglio a braccio» Don Casu, parroco sassarese a Roma, e il no del Papa alle “cyberprediche”

 unine  sarda  26\2\2025 



«Francamente mi ricorda quei libroni di temi già pronti per studenti senza fantasia che circolavano quando ero ragazzo». Don Paolo Casu – sassarese, 62 anni, un passato da giornalista e un presente da parroco di San Romualdo Abate, diocesi di Roma – a usare l’intelligenza artificiale per le omelie non pensa neanche da lontano. Eppure qualche suo collega deve averci riflettuto, se una settimana fa Leone XIV, incontrando il clero romano, ha raccomandato di evitare scappatoie informatiche.

Come si prepara l’omelia senza aiutini tecnologici?
«Lei casca male: io non preparo nulla. Parlo a braccio».

Improvvisa?
«Fino a un certo punto. Intanto bisogna dire che le letture degli anni liturgici seguono tre cicli di un anno. Nel ciclo A si legge il Vangelo di Matteo, ed è quello di quest’anno. Il ciclo B è quello del Vangelo di Marco e il C è quello di Luca» .

Scusi, e Giovanni?
«Si legge ogni anno. Mi sa che lei non va a messa da un po’».

Andiamo avanti.
«Ci sono i tre cicli, dicevo, e quindi chi conosce le Scritture sa quali temi proporranno per quella giornata. Naturalmente ciò che dici dipende molto anche da come hai assimilato le Scritture nel tempo. Per intenderci, io certe cose che ho detto vent’anni fa adesso non le direi».

Che cosa diceva di grave?
«Ma nulla, figuriamoci. Però mi sono reso conto di come la memoria sia fondamentale, perché scopri significati profondi, che si illuminano ulteriormente. E quindi non dici più quelle cose un po’ scolastiche che può capitare di dire inizialmente, magari con il tono assertivo del neofita».

A parte la memoria?
«È importante anche il ruolo della lettura: c’è una letteratura di riferimento che può essere molto d’aiuto, con studiosi che hanno dedicato un’intera vita a una singola espressione. E poi naturalmente le edizioni commentate. Ma i commenti possono essere di molti generi, secondo impostazioni culturali differenti, non è che uno valga l’altro. Il punto fondamentale però è uno: la parola di Dio è eterna. Quindi il messaggio è quello. Poi naturalmente quando parli ai fedeli puoi fare riferimento a un episodio, a un fatto di attualità, ma per chiarirne meglio il senso. Per chiarirlo e anche per capirlo».

In che senso?
«Nel senso che non puoi salire sull’altare e parlare se non sei tu per primo a porti in ascolto delle cose che leggi. Non devi darle mai per scontate, anche se le conosci già: ogni volta che le ascolti, ti parlano e ti indicano nuovi significati. Altrimenti che fai, arrivi con la predica scritta e dici: “No amici miei, mi dispiace ma quello che devo dire ce l’ho già pronto da stamane, quindi adesso ve la leggo”? No: ascolti e poi parli. E spesso io per primo non so quello che dirò, o meglio quello che mi sentirò dire, perché è il frutto di quel che ascolto e delle riflessioni che mi induce lo Spirito Santo».

Con un Suggeritore così…
«Non la metterei in questi termini, rischia di avere un sapore un po’ miracolistico. Però sicuramente dalle Scritture ti arriva continuamente un’indicazione, questo sì. Una proposta, direi».

Un’omelia ben fatta quanto deve durare?
«Anche più di quello che si crede. Certo, se è scritta deve durare poco: leggere un testo da un foglio è una cosa che già in partenza crea distanza con chi ti ascolta, se poi è anche lungo finisce che la gente sbadiglia. Ma se parli a braccio puoi prenderti i tuoi tempi».

E la curva dell’attenzione?
«Ecco, la questione è tenere alta la curva dell’attenzione. Da noi la messa domenicale delle 10,30, la cosiddetta messa parrocchiale, è anche la messa dei bambini. Chiaramente faccio tutto quello che posso per usare un linguaggio semplice e piano, ma non mi fermo a quello. Siccome i bambini sono più piccoli degli adulti, e non voglio che stiano lì con la testa reclinata all’indietro e si facciano venire una contrattura al collo, allora al momento dell’omelia scendo dall’altare, prendo una sedia e mi siedo alla loro altezza per farmi ascoltare meglio».

Chissà i tradizionalisti della messa spalle al popolo...
«Lei dice “spalle al popolo”, io dico “versus Deum”: non è che il sacerdote ignori il popolo, il senso è che tutti si rivolgono al Signore. D’altronde non è che i sacerdoti di sessanta o cento anni fa, che dicevano messa così, ce l’avessero con il gregge o lo disprezzassero. Le pare?».

Ma lei ha mai detto messa spalle al popolo?
«Due volte. Però ero da solo ed erano chiese antiche».

E perciò?
«E perciò l’altare era attaccato al muro: o celebravo così oppure nulla».

In queste sue omelie a braccio, la sua vita precedente da giornalista la aiuta?
«Può darsi che una certa confidenza con la parola, una certa disinvoltura possa nascere da lì. Però ho fatto il giornalista per sedici anni e sono sacerdote da venti. Perciò prete batte giornalista cinque a quattro, e questo mi pare che chiuda la questione»

Non voleva fare l’avvocato come la mamma, così ha scelto di toelettare i cani:

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