31/05/17

Milano, "disegna il tuo pensiero": così alle elementari si insegna ai bambini a filosofare




Milano, filosofia alle elementari: i disegni dei bambini raccontano il pensiero


DA http://milano.repubblica.it/cronaca  del  31 maggio 2017


L'esperimento portato avanti da un gruppo di studiosi dell'università Cattolica con gli sudenti di sei classi di quarta e di quinta dell'istituto Leone XIII. Dal prossimo anno l'esperienza sarà estesa alle scuole pubbliche
Il filosofare come materia alle elementari è un esperimento che nasce da un gruppo di studiosi della facoltà di filosofia dell'Università Cattolica e che è approdato quest'anno al Leone XIII, dove in sei classi tra quarta e quinta elementare, si è introdotta questa materia. Molto importante, per fissare i concetti e per rappresentarli, l'uso dei disegni. I bambini hanno rappresentato il tempo, parole inesistenti come Compallo, Pinrillo e Lampottero, ma anche i pensieri e le paure.

Milano, "disegna il tuo pensiero": così alle elementari si insegna ai bambini a filosofare"Il mio pensiero, quando penso, sono io. Ma una volta che l'ho pensato è altro da me". Sembra la massima di un filosofo e invece queste parole sono il frutto della riflessione di un bambino di nove anni. Il "filosofare" come materia alle elementari è un esperimento che nasce da un gruppo di studiosi della facoltà di filosofia dell'Università Cattolica e che è approdato quest'anno al Leone XIII, dove in sei classi tra quarta e quinta elementare si sono svolte quattro lezioni per classe, di due ore ciascuna.

Un percorso che si conclude nella Cripta aula magna dell'ateneo di Largo Gemelli con una lezione frontale di filosofia dal titolo: "Alla ricerca della bellezza con Sant'Agostino". Un'esperienza che però dal prossimo anno arriverà per la prima volta anche nelle scuole pubbliche milanesi.

Quando hanno cominciato l'esperimento, probabilmente gli stessi studiosi non si aspettavano di riuscire a portare in classe i concetti della filosofia classica. Con gli under 10 arrivare alle domande sulla vita, sul mondo, sulle parole e il rapporto con i pensieri non sembrava scontato. "Siamo partiti senza contenuti, cercando di far arrivare i bambini alla concettualizzazione cominciando dalla descrizione di una loro esperienza concreta - spiega Paola Muller, docente di Storia della filosofia medievale dell'ateneo di Largo Gemelli - Ad esempio, il punto di partenza è stato presentarsi facendo il giro: nome, soprannome, diminutivo, eccetera. Così abbiamo parlato subito di un sacco di cose: che valore hanno i soprannomi, se possono essere cambiati, il valore che gli viene dato. Ci hanno fatto sorridere quando è venuto fuori che il nome lungo e non abbreviato lo usa la mamma arrabbiata o la maestra quando dà un brutto voto".




Ben presto, il gruppo di lavoro coordinato dalla professoressa Mueller e a cui hanno preso parte anche Ingrid Basso e Pia De Simone, si è accorto che le cose funzionavano. E il progetto, che inizialmente era rivolto soltanto a due classi, è stato esteso a sei.

"L'idea è quella di un vero e proprio laboratorio per "filosofare" con i bambini - aggiunge Muller - non ci proponiamo a livello pedagogico, né psicologico ma a livello prettamente filosofico. E abbiamo utilizzato gli strumenti più vari: testi, immagini, fotografie, canzoni". L'obiettivo principale era di aggregare i piccoli, perché la parte fondamentale del progetto era la classe: un modo per sottolineare il valore sociale del dialogo, del confrontarsi, del mettersi in discussione.

Nel confronto c'era un filo da seguire. Attraverso le domande, gli argomenti venivano affrontati passo dopo passo: "qual è il valore delle parole?", "le parole esistono o non esistono?", "esiste solo ciò che ha un nome?", "ciò che non esiste può avere un nome?", "la paura ha un nome?", "qual è la differenza tra il mio pensiero e il mio corpo?". E così via. Poi si passava alla rappresentazione: ai bambini veniva chiesto di disegnare dei concetti, come ad esempio l'elaborazione del pensiero o il tempo. Per quelli di quarta elementare è stato un percorso epistemico, mentre i bambini di quinta hanno affrontato temi più legati alla crescita, sul proprio essere e sulle scelte della vita.
Dal prossimo anno la filosofia arriverà anche alle elementari pubbliche di via Pisacane 9 (dove cominceranno cinque sezioni) e forse anche in altre due scuole paritarie. Ma l'obiettivo è quello di far diventare il filosofare una materia curriculare all'interno del triennio finale delle elementari, al pari di matematica, italiano e storia. Un progetto che si sta muovendo nell'ambito delle singole scuole, ma che domani potrebbe anche approdare al ministero dell'Istruzione.

L'incontro di oggi sarà l'ultima tappa del percorso per i bambini del Leone XIII. "Il nostro desiderio è quello di far scoprire la bellezza che c'è in ciascun bambino - spiega Mueller - per sviluppare
un'autostima e per sentirsi bene con se stessi. Però questa bellezza la scopri anche guardandoti intorno. Per questo abbiamo trovato un testo di Sant'Agostino che interroga la bellezza del cielo e del mare". Dopo la lezione, arriveranno i compiti per le vacanze: "leggere il libro del mondo". I bambini dovranno armarsi di carta e penna e annotare tutte le domande che vengono loro in mente. Mentre giocano, osservano il cielo, leggono un libro o guardano un film.

30/05/17

Quaranta giorni, quaranta maratone: da trieste ad atene

   colonna sonora  Sheryl Crow - Run Baby Run - Live Acoustic Piano - 1995


 avrei  potuto   riempire  il post  d'oggi con  più  storie   , ma  il troppo stona   e poi  ormai i  blog  sono in declino  ( ma  io  continuerò ad  usarlo   ci sono affezzionato  ,  dopo  13  anni  )   a  scapito dei social,  e  qundi  prferisco    riprtarne  uan  ma  significativa  .  Per  le altre  potete   seguire  , ma  anche  no  ,  mettendo  mi piace   sulla  nostra  (  ci  scrivono anche  daniela  e  criap )  pagina di facebook https://www.facebook.com/compagnidistrada oppure sulla mia bacheca https://www.facebook.com/redbeppeulisse1

Quaranta giorni, quaranta maratone: Goina è ad Atene
La straordinaria impresa del ballerino e podista triestino che ha corso per 1699 km partendo da piazza Unità
                               di Luca Saviano





TRIESTE. Con l'acido lattico nelle gambe e Bruce Springsteen nella testa, Giacomo "Gigi" Goina ha portato a termine una vera e propria impresa. Dopo essere partito da piazza Unità e aver corso per 1699 chilometri, il ventisettenne triestino ha raggiunto il cuore di Atene.Dopo quaranta giorni durante i quali ha coperto la canonica distanza di una maratona ogni ventiquattro ore, ovvero 42 chilometri e 195 metri al giorno, ha abbracciato mamma Rita dopo aver oltrepassato il traguardo virtuale di piazza Syntagma. «Cause tramps like us, baby, we were born to run», canta Bruce Springsteen in "Born to run". Un testo che tradotto significa più o meno «Che i vagabondi come noi, baby, sono nati per correre».
                   da  https://www.facebook.com/42x42borntorun/photos/

L'iniziativa, che più di qualcuno ha definito «folle», non a caso ha preso il nome di una delle più amate canzoni del Boss. Come Springsteen in "Born To run", anche Goina ha voluto votare i propri sforzi alla causa dell'inclusione e della pacifica convivenza: «Nobody wins unless everybody wins», nessuno vince se non vincono tutti. E così è stato.

Da Trieste a Atene: la sfida di 42 maratone in 42 giorni consecutiviGiacomo Goina, 30anni di Trieste, è partito da Piazza Unità per raggiungere piazza Syntagma, nel cuore di Atene, entro il 28 maggio. Vuole correre per più di 1700km, attraversando 7 stati, portando un messaggio di inclusione e convivenza. Ha abbracciato la disciplina della corsa nell'ottobre 2016. Storia a cura di Luca Saviano, video: Lillo Montalto Monella



«Non sarei potuto arrivare ad Atene senza il sostegno di Alessandro Sciotto e Ana Blagojevic - spiega l'atleta che corre per il Gs San Giacomo - Non sempre le dinamiche di gruppo sono state facili da gestire, in questi 40 giorni, ma è anche superando queste difficoltà che sento di essere cresciuto».



I due, infatti, hanno accompagnato Goina passo dopo passo, in bicicletta e a bordo di una vecchia Opel Corsa. Insieme hanno superato le difficoltà e sempre insieme hanno goduto di ogni nuova conoscenza e di ogni nuovo panorama incontrato. Italia, Slovenia, Croazia, Montenegro, Albania e Grecia: una sottile linea è stata virtualmente tracciata sull'asfalto dalle scarpe del giovane triestino. «Non ho mai pensato di mollare - le sue parole -, anche se non sono mancati i momenti di difficoltà».

Immagine profilo della pagina...
Immagine profilo della pagina Facebook 42x42borntorun. Foto: Ana Blagojevic
Uno di questi, dopo 7 giorni di corsa, aveva messo a dura prova il terzetto. «Il fisico si stava adattando allo sforzo continuato - continua Goina - e anche il gruppo, evidentemente, aveva bisogno di trovare un suo equilibrio. Il corpo mi chiedeva uno stop, ma la testa non ne voleva sapere. Abbiamo deciso di fermarci per un giorno, È stato un grande insegnamento: nello sport, come nella vita, non ha senso andare con i paraocchi contro i mulini a vento».Alessandro, che in qualche occasione ha corso con l'amico, e Ana, alla quale è stato affidato il compito di documentare l'intera impresa, non sono state le uniche presenze al fianco del maratoneta. «Nella mia testa c'è sempre stata la mia ragazza Cecilia - confida -, ma sono stato accompagnato anche dalla croce, proprio nel senso cristiano del simbolo».Goina riporterà a Trieste una Opel Corsa piena di ricordi, fra i quali hanno trovato posto il tramonto visto dalla spiaggia di Baska Voda, in Croazia, e i boschi selvaggi di Llogara, in Albania, ma anche e soprattutto i mille incontri fatti lungo la strada.E adesso? Goina, che si è diplomato all'Accademia di danza contemporanea Paolo Grassi di Milano, è atteso da una intensa stagione di spettacoli, anche se la testa è già orientata a un altro ambizioso obiettivo: «Ho in mente di organizzare una corsa in memoria di Mitja Gasparo, un amico che è scomparso quasi tre anni fa».

NOMEN OMEN ? © Daniela Tuscano


L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e barba
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A Portland, in Oregon, un neonazista - o, come recitano eufemisticamente alcune testate online, "suprematista bianco" - comincia a insultare due donne velate. Si trovano su un treno urbano, e anche se vivi in Italia, e i percorsi non sono mai troppo estesi, te lo immagini, quel treno, e soprattutto la varia umanità che lo popola. Caldo boia, caldo cane, le ore si mescolano agli afrori della pelle sfruttata, alienata, abbrutita da un lavoro incerto, insensato. O addirittura inesistente. Pena di vivere così, ma lo fai, ogni giorno. Dall'ingranaggio non è dato uscire. A un certo punto sbuca quello che nella vita ha combinato meno di niente e se la prende con tutti. È un nessuno, ma le forze dell'ordine ne conoscono benissimo i precedenti per violenze e risse. Tuttavia, secondo un copione ormai collaudato, circola tranquillamente tra la folla scegliendo, per i suoi colpi, bersagli sempre facili: e le velate, "diverse" per eccellenza, sembrano messe lì apposta. Lui inveisce. Brutalmente, ossessivamente. Cerca la reazione. Due uomini decidono che no, è davvero troppo, non è giusto, va respinto. Non esiste alcun diritto a distruggere l'altrui umanità. Prendono così le parti delle ragazze. La furia del neonazista diviene allora incontenibile e, uno dopo l'altro, sgozza i malcapitati.
NOMEN OMEN?
L'assassino si chiama Joseph Christian. Sì, avete letto bene. Joseph Christian, Giuseppe Cristiano. Se aggiungiamo il prenome, Jeremy, abbiamo la Bibbia al completo. Ed era razzista e ha ucciso.
Un pazzo isolato? Andiamoci piano. Negli Stati Uniti episodi simili, dal Ku Klux Klan in poi, si ripetono con una certa frequenza. Il trend pare in ascesa nell'intero Occidente (chi non ricorda Anders Breivik, il carnefice di Utoya?), fomentato pure da una taluni politici. In tutti i casi, il ricorso a terminologie "religiose" è costante.
Ma Joseph Christian, Giuseppe Cristiano, rappresenta a suo modo un unicum. Forse per quel nome così fatale, che racchiude il padre terrestre e il figlio celeste. E che sopprimendo l'umanità, cioè a dire il padre secondo la carne, ha vanificato il sacrificio del Figlio.
Soffermiamoci ora sulle vittime. I loro nomi sono ancora ignoti, ma le biografie ci consegnano dati importanti. Avevano 53 e 23 anni; il primo aveva prestato servizio nell'esercito, il secondo era un brillante neolaureato.
Dei tre uomini, chi ha respinto i principi in cui pure è nato e cresciuto, è il bianchissimo (il "suprematista") Giuseppe Cristiano dal nome biblico, apostolo improvvisato d'una missione "divina".
Nessuno mai affermerà che la violenza è insita nel credo di Giuseppe Cristiano. Tutti, invece, diranno che Giuseppe Cristiano di cristiano non ha nulla.
Naturalmente è vero. Ma perché non giungiamo alla stessa conclusione se a uccidere sono i jihadisti? Perché tendiamo a considerare questi ultimi musulmani autentici, conferendo così loro una insperata autorevolezza, mentre gli altri, la stragrande maggioranza che lavora, ama, prega, condivide con tutti gli uomini gioie e sofferenze, sarebbe al massimo "moderata", "occidentalizzata" ecc. (ossia all'acqua di rose, poco seria e perciò meno "pericolosa")?
Le donne offese e gli uomini scannati da Giuseppe Cristiano erano americani di fede islamica. Americani e basta, né più né meno dei wasp e dei neri. Stavano, con ogni probabilità, praticando il loro jihad, che non è la guerra santa ma lo sforzo sulla via di Dio. Una sorta di digiuno quaresimale. Da poco, infatti, è iniziato il Ramadan. Li hanno martirizzati, come i copti in Egitto alla vigilia dell'Ascensione. Veri credenti ammazzati dall'empietà nichilista. Nei Tg e sulla grande stampa non ne troverete traccia. Ma anche questa è stata una strage.
© Daniela Tuscano

Mafia, dopo 17 anni i killer di Giampiero Tocco incastrati dal disegno della figlia che aveva assistito al sequestro: 4 arresti

Una storia incredibile  .

da  http://palermo.repubblica.it/cronaca/  del 30\5\2017

Mafia, il disegno della figlia del boss incastra gli assassini 17 anni dop
Il padre fu sequestrato da una finta pattuglia della polizia, la bambina vide i killer fuggire. Blitz dei carabinieri, quattro arresti di SALVO PALAZZOLO

                          Il disegno della bambina, foto di Mike Palazzotto




Aveva sette anni, sognava di diventare una ballerina. La sera del 26 ottobre 2000, stava tornando a casa con il suo papà, dopo la lezione di danza. All’improvviso, un posto di blocco. Un uomo che indossava una pettorina con la scritta polizia alzò una paletta e disse: “Deve venire con noi”. Il padre capì: “Non fate del male alla bambina – sussurrò - vi seguo”. E sparirono nel buio di una strada di campagna. Mezz’ora dopo, la bambina stava già disegnando in una caserma dei carabinieri quella scena: l’uomo con la paletta e la pettorina della polizia accanto a tre uomini. Non erano poliziotti, ma killer della mafia inviati a sequestrare il padre della piccola, il mafioso Giampiero Tocco, entrarono in azione a Torretta, alle porte di Palermo.



Diciassette anni dopo, hanno un nome gli assassini: i carabinieri del nucleo Investigativo di Palermo hanno fatto scattare un blitz per quattro persone. Quattro, proprio come diceva il disegno della bambina, che è diventato uno straordinario riscontro alle dichiarazioni dell’ultimo pentito di mafia, Antonino Pipitone. Quattro e non tre, come aveva detto un altro collaboratore di giustizia. L'ordinanza di custodia cautelare è stata firmata dal gip Fabrizio La Cascia. Le indagini dei sostituti procuratori Roberto Tartaglia, Annamaria Picozzi e Amelia Luise accusano adesso Salvatore Gregoli, Giovanbattista e Vincenzo Pipitone, poi anche Freddy Gallina, fermato negli Stati Uniti dall’Fbi per immigrazione clandestina, è già scattato il provvedimento di espulsione verso l’Italia.
“Tocco era sospettato di avere avuto un ruolo nell’omicidio di Peppone Di Maggio”, ha spiegato l’ultimo pentito di mafia. “Prima di essere ucciso, fu interrogato dal boss Salvatore Lo Piccolo, che insisteva per sapere chi avesse organizzato il delitto”. Tocco rispose che l’ordine era venuto da “qualcuno molto in alto”. Lo Piccolo urlò: “Non hai capito, l’altosono io”. E Giampiero Tocco venne strangolato. Poi, lo sciolsero nell’acido.
"Conta poco che siano trascorsi 17 anni - dice il colonnello Antonio Di Stasio, il comandante provinciale dei carabinieri - il tempo è relativo, il suo unico valore è dato da ciò che facciamo mentre sta passando, diceva Einstein. Ed oggi si è riusciti ad aggiungere all'indefinito puzzle della storia di mafia un altro frammento di verità".

29/05/17

Nella Bassa friulana l'uomo che sussurra ai coleotteri






Fausto Del Pin, di San Giorgio di Nogaro, ha creato nella sua fattoria l'habitat adatto alla crescita del "cervo volante", un coleottero che si sta estinguendo. Ecco le immagini di uno degli insetti cresciuti nella Bassa friulana (Video Fausto Del Pin)




San Giorgio: Del Pin ha creato nella sua fattoria l’habitat naturale per il cervo volante. «Sono in via d’estinzione e ci vogliono anche cinque anni per farli crescere»di Francesca Artico

da http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca del 27 maggio 2017



SAN GIORGIO DI NOGARO. A dieci anni dalla creazione di un habitat adatto, nella Bassa Friulana è nata la nuova generazione di cervi volanti (Lucanus cervus), i grossi coleotteri in via di estinzione la cui specie è inclusa nella Convenzione per la conservazione della vita selvatica e dei suoi biotopi in Europa.
Nella Bassa friulana l'uomo che sussurra ai coleotteriFausto Del Pin, di San Giorgio di Nogaro, ha creato nella sua fattoria l'habitat adatto alla crescita del "cervo volante", un coleottero che si sta estinguendo.
Fausto Del Pin, imprenditore e produttore di nuove tecnologie conosciuto anche fuori dai confini nazionali per aver realizzato il Defend un dispositivo “antifulmini”, animalista e naturalista convinto (in questi giorni sta combattendo una battaglia contro l’abbattimento delle nutrie), lavorava da dieci anni per raggiungere questo risultato.
«Oggi - racconta - sono contento. In dieci anni é nata la seconda generazione di cervi volanti nella fattoria dove tenevo i cavalli a San Giorgio di Nogaro. La vita da larva nei tronchi vecchi e morti dura 5 anni. Lo sviluppo di un cervo volante può durare tra i 3 ed i 5 anni.Da noi si possono considerare in via di estinzione ma se si agisce come ho fatto io si ripopolano e si salvano. Basta lasciare marcire dei tronchi dove nelle vicinanze c’è un esemplare.
Loro depongono le uova alla base dei ceppi di alberi vecchi o morenti (preferibilmente quercia, castagno, faggio, salice e pioppo) che vengono incisi dalle mandibole della femmina prima della deposizione. È un insetto stupendo che va tutelato».
Il via grazie a un cumulo di legno vecchio lasciato riposare per anni. «Dopo cinque anni - racconta Del Pin - ho visto nascere i primi coleotteri. Li ha visti combattere e anche amoreggiare.
Ora si sono di nuovo riprodotti. Vorrei trasmettere questo mio impegno a tutti con il fine di iniziare a ripristinare quell’ecosistema che l’uomo ha interrotto in alcuni suoi passaggi. Tutti dobbiamo fare un passo indietro se vogliamo un mondo vivibile.
Ricordo che un tempo il cervo volante – come altri coleotteri che vivono nel legno –, era molto comune. La specie si deve considerare potenzialmente minacciata per la riduzione o la distruzione del suo habitat, in particolare per le pratiche forestali che tendono a eliminare i vecchi tronchi».
Il cervo volante è inserito in alcune norme di protezione dell'Unione Europea, e precisamente nella direttiva Habitat del 1992, che prevede la designazione di zone speciali per la conservazione.



















direttiva Habitat del 1992, che prevede la designazione di zone speciali per la conservazione.

chi li capisce i destrosi e gli islamofobici una ragazza islamica condanna il terrorismo e loro la reiempono d'odio ? polemica sulle celbrazioni del 43 anniversario di della strage di piazza dela loggia

nell'attimo breve  - Milvia

per  saperne  di più    sulla  triste   e  d'amarezza  della  strage    di  piazza  della  loggia
Fin quando  succederanno    poleniche  e strumentalizzazioni \  uso   politico -ideologico \  propagandistico  dell storia   non ci sarà mai  , almeno non completamente memoria  condivisa  . quando i  fascisti e  i destrosi  ,  in questo caso ,  non potendoi nè  riscriverla   nè  negasrte  l'inegabile   usano     che  è peggio   la  storia  del   secolo scorso    come  un  arma  ideologica  e  cazz  boh parlano  di pacificazione  e  di menoria  condivisa    cazz  boh 


Brescia ricorda la strage di piazza della Loggia e le sue vittime. Lo fa a 43 anni di distanza. E per la prima volta, sul palco delle celebrazioni oltre a sindaco, istituzioni locali e rappresentanti sindacali è salita anche una donna musulmana, una studentessa 21enne musulmana di origini siriane







http://milano.corriere.it/foto-gallery/cronaca/17_maggio_28/



che con la sua testimonianza - in una società divenuta multietnica nel corso dei decenni che separano dalla ferita del 28 maggio - ha ribadito che non c'è differenza tra attentato e attentato. Un chiaro rimando alla situazione internazionale, segnata dai numerosi fatti di sangue rivendicati dall'Isis.

«Non importa se una bomba viene fatta esplodere nel nome di un ideale religioso o politico. È sempre terrorismo» ha detto Batul Alsabagh, studentessa iscritta all'Università Cattolica di Brescia e rappresentante del centro islamico locale.
«Siamo musulmani ma siamo bresciani. Apparteniamo ad una città che ci ha accolto e il 28 maggio è anche il nostro 28 maggio» ha detto la giovane.
«Siamo qui in punta di piedi e non vogliamo fare un'invasione, ma tendere la mano» è il pensiero espresso in piazza da Batul Alsabagh che ha poi concluso: «Chi fa esplodere una bomba lo fa per dividere e distruggere il futuro».



L'intervento della comunità islamica dal palco (Foto @AnpiBrescia)
il suo  intervento   ha  -- sempre  quanto  riporta   http://www.giornaledibrescia.it/  del  28 mag 2017, 11:05  --- L'annuncio del suo intervento - sollecitato in particolare dai sindacati - aveva già fatto discutere nei giorni scorsi, in particolare esponenti del centrodestra. "Cosa c'entra con la strage bresciana?" si sono chiesti l'assessore regionale Simona Bordonali e il consigliere Fabio Rolfi, entrambi della Lega.
Paola Vilardi, ex assessore comunale, esponente di Forza Italia ha annunciato che non parteciperà alla manifestazione.
"La storia di bombe ed attentati (destra e sinistra), la strategia della tensione degli anni ’70  [  vedere  link  sopra    su  la  strage di piazza  dela loggia   e   varti articoli  del  blog  ) che, guarda caso, stiamo rivivendo in questa storia, negli anni 2000, anni armati da estremisti islamici. E nel cuore di Brescia, nel centro di quella piazza, il Comune permette ai nostri “nemici” di venirci ad insegnare qualcosa???? Sono indignata" ha scritto sul suo profilo Facebook.




Purtroppo  non  è  la  sola  infatti  

Da più parti nel centrodestra si sono levate voci critiche nei riguardi della decisione di far parlare un rappresentante della comunità islamica bresciana, Raisa Lamarai, domenica alla celebrazione del 28 maggio ’74. Il consigliere comunale di Forza Italia, Paola Vilardi, ha perfino detto che per via di questa presenza in piazza lei non ci andrà. Contrari a dare la parola a un maomettano in un giorno che a loro parere dovrebbe essere intimo della storia più dolorosa della città, sono anche il consigliere regionale di Forza Italia Fabio Rolfi e l’assessore sempre al Pirellone, Simona Bordonali entrambi della Lega Nord.
I fatti di Manchester hanno forse inasprito i toni della reazione alla scelta sindacale - la manifestazione di domenica come sempre è gestita da Cgil, Cisl e Uil. Ma forse no, almeno per Rolfi il quale le sue critiche le affida a domande all’amministrazione comunale, compartecipe alla organizzazione. «Quello che mi chiedo è cosa c’entrano gli islamici, a Brescia quando ci fu la strage non c’erano neppure, non hanno niente a che vedere con quegli anni». Il fatto che siano rappresentati e in veste ufficiale sembra anche a Vilardi una forzatura: «La cerimonia si è ideologizzata in mano ai sindacati. Al contrario il percorso della Casa della Memoria era stato in un’altra direzione, quella di spogliare dell’ideologia il ricordo dei morti».
BORDONALI è sulla falsariga di Rolfi, non comprendendo neppure lei che ci azzecchi «un islamico con la memoria della strage»: «Rispetto la persona che verrà a parlare, ma l’iniziativa e la memoria della Strage sono un’altra cosa. E’ la religione in quanto tale che non c’entra, a meno che l’obiettivo sia parlare di altro, far passare altri messaggi che non sono quello del ricordo».
Rolfi si chiede «perché allora non chiamare a parlare i valdesi, i sikh, i buddisti». E ammonisce a non accontentarsi delle prese di posizioni spot, dell’autocritica formale nelle occasioni formali, «dalla comunità islamica vorrei una presa di distanza concreta, forte e non occasionale». Per il consigliere regionale la discriminate è data dalla ufficialità, «una testimonianza attraverso una partecipazione in piazza va benissimo, ma sul palco è diverso». Diversissimo per Vilardi, che alza i toni quando forse sull’onda emotiva di Manchester si riferisce all’Islam come ad «un nemico a cui sindacati e amministrazione, dado voce ad un suo rappresentante, chiedono di impartirci insegnamenti».
Il tema è finito al centro anche dell’incontro del centrodestra di ieri sera al salone Piamarta, tema che invece non scuote Manlio Milani, presidente della Casa della Memoria. «La scelta è dei sindacati, ma noi non l’abbiamo assolutamente contrastata. Da anni la comunità islamica partecipa , con omaggi floreali ad esempio. E conviene a tutti che questa partecipazione ci sia come conviene a noi valorizzare le posizioni critiche, le prese di distanza dal terrorismo che provengono da quel mondo. Confondere il dibattito delle idee e il terrore è un errore, anche allora, negli anni Settanta tenemmo ferma la differenza».

cosi  come  molti   commenti  di  " webeti  " \   salvinisti   \ malpancisti ed  islamofobici su   questo articolo   http://milano.repubblica.it/cronaca/2017/05/28/news/piazza_della_loggia_mattarella-166615779/

Lo  so che   dovrei esprimere  un pensiero  mio originale   , ma  a volte  è  questo  ilbelo della vita  qualcuino\a  ti  brucia  le  tale  e  t'anticipa    opure   si  arrivi  alle stesse  conclusioni in cui  arriovano  gli altri\e  , ma  la penso   :  
  sia  come     l'ultino commento di questa  diascussione  ( sempre  da  repubblica  ) 
Revoker Robot
sono tutto meno che leghista ma sinceramente non capisco il perché di questa provocazione. Cosa c'entra con Piazza della Loggia, che senso ha una musulmana sul palco in quanto tale.
lafcadio43
Forse la signora ha voluto partecipare con i cittadini italiani alla commemorazione dei morti e dei  feriti provocati da terroristi italiani e nel contempo sottolineare la sua disapprovazione per ogni forma di terrorismo.
Ha fatto male?
Tamen
e quindi sale sul palco, tra il pubblico nessuno evidentemente, a me risulta che l'islam sia storicamente alleato con i fascisti, i quali, moltissimi si sono convertiti all'Islam. Mi piacerebbe vedere quando e se faranno una manifestazione contro Isis, quanti sono.
tamen
zeropa91
Poteva farlo in occasione delle stragi di Parigi,di Nizza,di Berlino,di Manchester,di Bruxelles...Mi pare che i cittadini ITALIANI abbiano partecipato.La signora?!
ahren19
E dove sarebbe la provocazione? Una comunità che porta un suo segno di solidarietà alla città che li ospita è una provocazione? O forse per lei è una provocazione ricordare che non è solo dal radicalismo islamico che bisogna difendersi? Cos'era provocatorio, lo spieghi bene, il fazzoletto sulla testa? il tentativo di integrazione? Forse è questo il motivo, una comunità che esprime solidarietà ad un'altra dopo non la si può accusare di non integrazione, non la si può accusare di volersi ghettizzare, non la si può accusare di essere insensibile al terrorismo. Eccola qua la provocazione, la presenza di una ragazza di 21 anni vi ha messo paura, paura che vi manchino le scuse per puntare il dito verso il diverso, giacché essendo noti per la vostra scarsità di coraggio, per giustificare l'intolleranza avete ancora necessità di una qualche giustificazione.
sia come Damiano Galletti, segretario della Cgil di Brescia si stupisce di questa polemica «mi pare una pura strumentalizzazione». Non dice che male c’è che parli un islamico, va oltre, dice che è un bene che la comunità islamica «condivida il nostro No al terrorismo, a maggior ragione in queste ore». «È importante dare voce a quegli islamici che condannano lo jihadismo; come abbiamo visto a Manchester a denunciare la radicalizzazione dell’attentatore erano state le moschee». Il No ai terrorismi, ecco per Galletti spiegata la presenza di Raisa Lamarai sul palco e cosa la lega al 28 maggio.
























































28/05/17

L’estate di Mirandola, rossa come le mura di Marrakech Figlia di due mondi, la scrittura in dono e migliaia di seguaci sul web “Papà parlava in modenese, ma solo il terremoto ci ha uniti davvero”

La  storia che     riporto  oggi  (  se  non volete  leggere  l'intero post   trovate  qui  l'articolo )  tratta  da   http://gazzettadimodena.gelocal.it/modena/cronaca/2017/05/27/  è la  dura   lotta  di  chi  è italiano a tutti   gli effetti  (  nato\a  , cresciuto  ,  studia  \ lavora qui  e paga le tasse  )  ma   non ha ancora la  cittadinanza  diretta  e  subisce   quotidianamente    cose  del genere :


Sono in sala d'attesa e l'ispirazione mi suggerisce di raccontarvi un mio peccato di debolezza che non sfugge alla regola "causa-effetto". È una storia lunga, cominciata quasi dieci anni fa e che dedico a tutti quelli come me, in cerca di un riscatto per se stessi, per le proprie origini e per l'Italia.
da https://www.gridodutopia.com/marocchina
Il mio primo anno di scuola superiore l'ho trascorso in un liceo di provincia, cullata dal desiderio di imparare molto e di creare altrettanto. Ero l'unica figlia di immigrati nell'intero edificio, ma fino a quel momento la diversità non era mai stata un grosso problema che si ripercuotesse spesso anche sui fatti. Con i miei compagni più stretti non c'erano difficoltà di nessun tipo, se non qualche innocente curiosità da parte di ragazze all'alba dell'adolescenza, intente a combattere brufoli e cotte precoci. Il dramma che vivevo, però, esisteva e proveniva dal resto delle classi, i cui giovani animi ribelli trovavano in me una serie di errori estetici, dettati da un'appartenenza etnica e religiosa lontana dalla loro. 
"Ma i marocchini non vengono in gita con noi / Tu alzati da lì che noi abbiamo la priorità / tu, il caffè, lo prendi dopo / non sei invitata al mio compleanno" e cose così, che a quattordici anni uno fa fatica a digerire. Avevo smesso di andare alle macchinette da sola, perché non volevo fare scorta di occhiatacce e derisioni. Evitavo di unirmi ad uscite di gruppo, in cui fossero presenti alcuni dei ragazzini che sprecavano per me pezzi d'odio. Ho finito l'anno con la pagella brillante e l'umore spento. A settembre, la goccia che aveva fatto traboccare il vaso ed io che in lacrime scongiuravo mia madre di non mandarmi più in quella scuola, che avrei preferito rinunciare all'istruzione piuttosto che a tornare tra quelle mura. Il mese seguente l'ho passato a casa, alla ricerca d'una soluzione che mi portasse via da un entourage che mi soffocava la serenità. Ho cambiato città e scelto altre facce con cui condividere la mia crescita scolastica. Ho cambiato gli insegnanti, che non si erano mai accorti di nulla, i compagni che hanno fatto finta di niente o che mancavano di sensibilità perché troppo distanti dalla mia realtà. Ho cambiato atteggiamento e ho maturato una diffidenza che mi ha condotto a sedare molte parti della mia identità. Ho riempito la cartella di promesse e di un dolore che solo il tempo, oggi, è riuscito a curare. Ho peccato d'una debolezza che profuma di fallimento, di mancato riscatto personale e mi pesa sul cuore come un macigno destinato all'eternità.
Ora,

Non sempre , parlare in dialetto significa arretratezza , come affermano i puristi ( fra cui anche i miie genitori 😌😨)


come dicevo dal titolo  questa  storia riportata  da  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/05/27/ci-stanno-certe-fuosse/ lo  dimostra  

Fra Montaguto, paese irpino di 400 abitanti, e Toronto è nato il primo, almeno che io sappia, telegiornale bilingue che fa (quasi del tutto) a meno della lingua italiana: gli anchormen parlano dialetto irpino e inglese. Può sembrarvi una bizzarrìa, ma nel grande capitolo del “chi va, chi torna, chi resta” il canale on line www.montaguto.com si propone il nobile compito di tenere in contatto la comunità montagutese emigrata molti decenni fa negli Stati Uniti e in Canada e i quattrocento rimasti, e nel frattempo nati o tornati.L’inglese, lingua madre degli irpini di seconda o terza generazione nati in America del Nord, traduce i messaggi in dialetto, e viceversa. Bisnonni e pronipoti comunicano sul web. La vecchia Adelina manda tanti cari saluti da oltreoceano ai paesani, i paesani raccontano agli emigrati i fatti di casa. “Vogliamo mettere, anzi rimettere in contatto gli irpini a distanza”, mi dice Michele Pilla, direttore del giornale on line.Scrive. “In questo piccolo borgo in provincia di Avellino abbiamo sentito il bisogno di raccogliere le testimonianze dei nostri vecchi, di far parlare il paese con chi se ne è andato tanti anni fa, con chi è cresciuto senza mai tornare. Le loro radici e le nostre si intrecciano anche se un oceano le separa”. “’Cerase cerase… ognuno a la casa’”, va  in onda sulla nostra pagina web: insieme a me ci lavorano Francesco Mascolo e l’anchorman Domenico Del Core, da Toronto. Del Core legge le notizie in inglese per tutti i montagutesi che vivono all’estero e non capiscono il dialetto. Così poco a poco lo ritrovano, tornano ad impararlo. Quasi tutti lo hanno sentito in casa dai nonni emigrati, poi lo hanno perduto. D’altra parte anche a chi vive a Montaguto è utile imparare meglio l’inglese, o impararlo daccapo, per comunicare coi congiunti lontani. Videomessaggi, saluti, notizie domestiche e un tg”.Le rubriche s’intitolano “Lu paès”, “Lu tiemp”, “Andò stim”. C’è una fondamentale sezione necrologi. In “Montagutesi abroad” si apprendono notizie di paesani a Boston e si recuperano ritagli di giornale che celebrano la vita e le opere di chi è partito e ha fatto anche solo relativa fortuna. Dal paese partono informazioni sullo stato delle strade (“ci stann certe fuosse che ponno scassà le ruote”), la situazione dei funghi e dei cinghiali. Il pezzo forte è il tg, vale la pena andarlo a cercare su Youtube. Non ha frequenza regolarissima, l’ultimo è di aprile di quest’anno, ma il sito e Facebook sono aggiornati. “In inglese e dialetto diamo notizie di attualità, rubriche di approfondimento, videoselfie, vecchie foto del paese, passeggiate tra i vicoli di Montaguto e la voce dei tanti montagutesi sparsi per il mondo con saluti audio e video”.Un vecchio saluta col detto “Omme se nasce, brigante se more”, sempre attuale. Alla fine resta la strana sensazione di un mondo sospeso fra un tempo remoto e un presente lontano, ma l’Italia dei paesi è tutta così. Ovunque ci sono Montaguto abitate da chi è rimasto, coi pronipoti che tornano a riaprire le case di campo dei nonni e farne, se possono, un resort. Ovunque, dall’Irpinia al Veneto, le comunità divise dall’emigrazione del secolo scorso (e di questo) si rimpiangono, si cercano, si tramandano raccomandazioni. E’ anche un modo per capire meglio, a partire dalle nostre, le migrazioni degli altri.
Infatti a volte  ritornao  

Storie di emigrazione: dagli Usa a Belluno in cerca delle radici


Il viaggio di Christine Cannella, signora americana di origini pontalpine, è partito da un cucchiaino






L'emozione di Christine: dagli Usa a Belluno per trovare le sue radici
Christine Cannella ha realizzato il suo sogno: vedere i luoghi da cui la sua famiglia è partita alla ricerca del "sogno americano". Una storia che affonda le sue radici nel secolo scorso e che oggi, a quasi cent'anni di distanza, è ancora capace di emozionare. Eccola mentre si racconta durante la sua visita al MiM Belluno LEGGI L'ARTICOLO

BELLUNO. Si dice che in ogni racconto, insieme agli altri componenti che ne costituiscono l’ossatura, ci sia sempre un "oggetto magico", ossia quell’elemento che permette al protagonista di tirare le fila e raggiungere l’obiettivo che si è prefissato. Quella di cui parleremo, anziché un racconto o una fiaba, è una storia vera, ma vede comunque la presenza di un oggetto magico, in questo caso un cucchiaino d’argento con impresse decorazioni floreali e la sigla “MB”. Ma per capire bene il ruolo che ha rivestito questo manufatto bisogna partire dall’inizio, raccontando la storia di Christine Cannella Carrara, che da sempre vive negli Stati Uniti, ma le cui origini sono bellunesi, precisamente pontalpine.






Sin da quando era bambina Christine ha nutrito un desiderio: riscoprire le proprie radici. Un sogno che ha realizzato in questi giorni, riuscendo ad arrivare per la prima volta, insieme al marito Marty Carrara, in provincia di Belluno.Martedì, accompagnata dalla guida turistica Paola Bortot, è stata prima all'Archivio storico di Belluno e poi in parrocchia a Cadola. Nel pomeriggio ha visitato il Mim, Museo interattivo delle migrazioni dell'Abm. E lì l’abbiamo intervistata. «Mia nonna, Virginia Bridda, nacque il 29 settembre 1900 a Roncan. Suo papà si chiamava Giovanni», racconta Christine, che non parla italiano, in quanto, come spiega, era considerata dai suoi avi la "lingua degli adulti".



«Mio nonno, Antonio Viel, era nato invece il 9 dicembre 1891 a Quantin, da Luigi e Maria Luigia Viel». Antonio emigrò in Florida il 28 maggio del 1909, a 17 anni. Poi si spostò a Cresson, in Pennsylvania, dove andò a lavorare in una miniera di carbone. «Mia nonna inizialmente rimase a Ponte nelle Alpi», dice ancora Christine. «Dalle ricerche fatte in parrocchia a Cadola ho trovato il certificato di battesimo di mio nonno e quello di matrimonio con Virginia: si sposarono il 14 febbraio del 1920, proprio a Cadola. Il 28 dicembre dello stesso anno nasceva il loro primo figlio, Luigi Giovanni».Nel 1930 Antonio si spostò a Edison, in New Jersey, dove iniziò a lavorare per la Johnson & Johnson e stabilì lì la sua famiglia. «Antonio e Virginia misero poi in piedi un locale, "Viel's Tavern"», continua Christine. «Dopo la morte del nonno, mia nonna, che ho sempre chiamato "Nonni", continuò l'attività. Con lei anche mio padre e mia madre, Carmen Charles Cannella e Maria Eliza Viel, e mia zia Florence Emma. Personalmente ero molto attaccata a nonna Virginia e il mio compito da bambina era preparare i tavoli. Un giorno ho trovato un cucchiaino d’argento. Per me era bellissimo e ho chiesto alla nonna di chi fosse: mi rispose che apparteneva a sua madre. Anni dopo scoprii che le iniziali "MB" erano quelle della mia bisnonna, Maria Antonia Bortot. Quel cucchiaino per me fu come un mistero, una favola, la "scarpina di Cenerentola". Ed è proprio in quel momento che è iniziato il mio sogno di scoprire le origini della mia famiglia».



Un desiderio che è cresciuto nel tempo e che si è concretizzato due anni fa quando, tramite i social network, Christine ha contattato Nick Simcock, volto noto a Belluno, chiedendogli aiuto: «Gli ho scritto dicendogli che mi ponevo l'obiettivo di realizzare il mio sogno per il mio sessantesimo compleanno». Compleanno che "cade" proprio quest'anno e Christine e si è fatta questo grande regalo: arrivare a Belluno. «L’emozione che sto provando è indescrivibile», mette in risalto. «Per me è un miracolo che si realizza». Ieri pomeriggio il suo viaggio ha visto come tappa Quantin, con la visita al cimitero, dove è ancora sepolto il bisnonno Luigi. «Tra l’altro, quello che fino a poco tempo fa era l’orologio del campanile di Quantin era stato donato da mia nonna alla morte del marito», ricorda Christine. «Allora aveva commissionato alla una ditta di Cadola di realizzare e installare quest’orologio». Ieri Christine e il marito Marty hanno incontrato il parroco, don Giorgio Aresi, che per l’occasione ha anche celebrato una messa, seguita da un rinfresco alla vecchia latteria del paese.



 paese.

BASTA SOLO ESSERE ISLAMICO PER FAR PARTIRE LA CACCIA ALLE STREGHE

OTTIMO IL COMMENTO DI MICHELE SERRA SULLA SUA RUBRICA DEL 27\5\2017


L'immagine può contenere: sMS

Giuseppe Scano ha condiviso il post di Giovanni Cimmino.
19 ore fa

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
Giovanni Cimmino con Rosa Di Carlo e altre 42 persone.
il, trentenne marocchino sposato con una russa cristiana ortodossa, e sente festeggiare.
La stessa sera avveniva l'attentato di Manchester.
Il bravo cittadino pioltellese (o pioltellino, boh) allora, fa due più due, si precipita su Facebook e scrive che in quel bar si stava festeggiando per la strage in Inghilterra.
Immediatamente la stampa, locale e nazionale, riprende la notizia, che poi viene anche riportata dai Tg.
Mattino 5 ci fa addirittura un servizio sopra, con tanto di interviste ai musulmani locali e alla gente del posto.
Al bar Marrakech arrivano i carabinieri e l'antiterrorismo.
La notte, qualcuno lancia una bottiglia incendiaria contro la saracinesca del bar, provando a dargli fuoco per ritorsione.
Il problema, però, è che quella sera, al bar Marrakech, c'era una festa privata che era iniziata anche molto prima dell'ora dell'attentato.
Ma è bastato pochissimo, è bastato che un imbecille qualsiasi puntasse il dito contro un uomo la cui unica colpa era quella di essere marocchino per scatenare la "reazione" di chi pensa di "difendersi" a suon di molotov, di chi è convinto di essere "in guerra" perché l'hanno detto in TV, l'ha letto sui social, lo dice Salvini.
La tipica, sempreverde, dinamica della più classica "caccia alle streghe", insomma.
Ora Adil dice che ha paura ad uscire di casa, vede che lo sguardo delle persone nei suoi confronti è cambiato.
E ha organizzato un "aperitivo solidale" sabato prossimo.
Spero tanto che, se non altro, riesca a guadagnare abbastanza da riparare i danni fatti alla saracinesca del suo bar dal fuoco.
Per gli altri danni, quelli provocati dallo sguardo della gente, probabilmente ci vorrà più tempo, purtroppo.
In bocca al lupo, Adil.
(Emiliano Rubbi) "

MiFACCIO LA STESSA DOMANDA  CHE SI  FA    
Guido Matucci Purtroppo c'è confusione. Anche i giornali rilanciano sistematicamente falsi scoop, che poi vengono presi per veri. E quale è la differenza tra un fake, una falsa notizia creata dal blog e lì rimasta, e la stessa falsa notizia ripresa da giornali e tv? Mi pare che esista un Ordine dei giornalisti, che anziché fare processi politici alle idee (mi viene in mente la patata bollente), potrebbe intervenire con una condanna pubblica di questi pseudofatti rilanciati da pseudogiornalisti. fake, una falsa notizia creata dal blog e lì rimasta, e la stessa falsa notizia ripresa da giornali e tv? Mi pare che esista un Ordine dei giornalisti, che anziché fare processi politici alle idee (mi viene in mente la patata bollente), potrebbe intervenire con una condanna pubblica di questi pseudofatti rilanciati da pseudogiornalisti


NEL COMMENTARE  IL POST DI MICHEOE SERRA  



NE


NEL  

miliano Rubbi