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11.4.26

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance


  da  voque. 

Hannah Levy è la scultrice newyorkese che pensa attraverso le mani e piega il metallo in oggetti che diventano magiche performance
In occasione della prima mostra personale in Italia, Blue Blooded – Sangue blu al Museo Nivola di Orani (Sardegna), la trentacinquenne Hannah Levy ci racconta del suo approccio alla scultura tra acciaio e vetro, e delle nuove sculture che ha immaginato a forma di granchio dal sangue blu


                di Irene Caravita 9 aprile 2026



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer

Hannah Levy: intervista alla scultrice newyorkese trentacinquenne in occasione della sua prima mostra personale in Italia - al Museo Nivola di Orani in SardegnaUna grande struttura tentacolare in acciaio inox e silicone accoglie – o forse meglio dire intrappola? Lo scopriremo dentro – chi entra nello spazio che il Museo Nivola a Orani, in Sardegna, dedica alle mostre temporanee. Una tenda da spiaggia. Un’architettura leggera. Una cassa toracica, lo scheletro di un dinosauro che abbiamo visto da bambini in un museo di storia naturale. L’azzurro della sua copertina, la sua pelle, lo trasforma ancora, diventa alato, volante, forse un drago. La sua ambiguità è attraente, le sue forme hanno un impatto forte, emozionate. I bambini ridacchiano, gridano. La luce forte della Sardegna trafigge il silicone e ne mostra tutta la similitudine con l'epidermide, rivela improvvisamente l'umanità dell'opera.
Insieme ad altri cinque lavori, compone Blue Blooded – Sangue blu, prima mostra personale istituzionale italiana di Hannah Levy allestita presso il Museo e Fondazione Costantino Nivola di Orani, in provincia di Nuoro. Curata di Giuliana Altea, Antonella Camarda e Luca Cheri, Blue blooded - Sangue blu è visitabile fino al 12 luglio ed è un’ottima scusa per esplorare territori meno affollati dell’isola, alla scoperta di un museo speciale, che prima di Levy ha accolto mostre personali di Mona Hatoum e Nathalie Du Pasquier. Hannah Levy (New York, 1991) prosegue dunque la linea di ricerca delle artiste che lavorano nella terza dimensione e che stanno rinnovando il linguaggio della scultura. Trentacinque anni, ha alle spalle un percorso artistico brillante, costellato da prestigiose collaborazioni e costruito su una ricerca formale coerente ma sempre in evoluzione. In Italia è rappresentata dalla galleria MASSIMODECARLO, che ha collaborato alla realizzazione del progetto espositivo, occasione per Levy di produrre sei opere nuove partendo da una riflessione sui curiosissimi limuli, o granchi a ferro di cavallo.Come Costantino Nivola (1911-1988), artista oranese trapiantato a New York, Levy esplora il confine tra arte e architettura e concepisce la scultura come esperienza spaziale e pubblica, quasi sempre una performance in potenza. Il volume rettangolare e la chiarezza dello spazio espositivo, un ex lavatoio di paese, offrono un contrappunto alle linee curve e pulsanti delle sue sculture. L’architettura diventa cassa di risonanza per le questioni e le impressioni sensoriali generate dalle opere in mostra: sei nuove produzioni che nascono da sguardi al passato, da Nivola ad artiste come Meret Oppenheim e Louise Bourgeois, ma si radicano nel presente fisico, nell'hic et nunc, nello spazio e nella tensione tra il corpo del visitatore e il metallo, il silicone, il vetro, le dimensioni e le storie celate in ogni particella di materia.





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer





Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer


Sull'essere artista. Come sei arrivata a sentirti un’artista, a scegliere questo percorso ?
Mia mamma è architetta, sono cresciuta in mezzo all'arte e al design, senza però mai immaginarla come una carriera, una possibilità concreta. All’università non ho scelto una scuola d'arte [ha frequentato la Cornell University, ndr], però continuando a studiare, piano piano è diventato il mio unico interesse, ho capito che poteva essere un lavoro. Ho vinto una borsa di studio in Germania ed è stato lì che ho deciso di dedicarmi esclusivamente all'arte [Städelschule a Francoforte, ndr]. Però il mio starting point è l’arredamento


Cosa ti guida verso gli oggetti?
Volevo creare cose. Semplicemente. La domanda era, come? All’inizio pensavo che avrei potuto essere designer di interni, proprio perché non credevo di poter essere un artista a tutti gli effetti. Il mio approccio alla scultura passa sempre per il concetto di oggetto, qualcosa che usi con il corpo. Mi interessa il rapporto del corpo con vari oggetti e quelli con cui interagiamo di più sono i mobili di casa nostra. È da lì che inizio a ragionare. Quando creo penso anche alla forma di certi strumenti medici o attrezzature da palestra... praticamente tutto ciò con cui si ha interazione regolare, fisica. Il silicone o il vetro nelle mie opere diventano quasi un sostituto di un'interazione corporea con la superficie metallica.



Ritratto di Hannah Levy in studio, New York, 2026, ph. Spencer Pazer Spencer Pazer


Un corpo a corpo con il metallo e il vetro

Pensando a come lavori in studio, direi che è un processo molto fisico; non ti limiti a progettare le cose, le costruisci proprio. Hai un talento tecnico notevole.

Questo è in parte il motivo per cui il design industriale non faceva del tutto per me: in quel campo di solito non sei tu a costruire fisicamente le cose mentre io volevo davvero farle da sola. Penso molto con le mani, sviluppo le mie idee attraverso la creazione fisica, è un passaggio fondamentale, non saprei lavorare in altro modo.

Inizi a lavorare con il metallo liquido?

Parto dal metallo grezzo, tondo, che piego e modello. Lo saldo e poi smeriglio per creare punte, forme e superfici diverse. Per la maggior parte dei lavori più piccoli inizio direttamente dal metallo, ma per opere di grandi dimensioni faccio dei disegni, dei progetti digitali che posso ingrandire per poi lavorarci sopra.

Hai uno studio pieno di persone o lavori da sola?

Ho un’assistente part-time. Mi aiuta soprattutto con la levigatura e la lucidatura, lo faccio anch'io, ma porta via un sacco di tempo! Questi pezzi grandi sono fatti di parti più piccole che si assemblano, si vedono le viti su ogni gamba.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andre Mignona



Soffi anche il vetro?

Ci ho provato ma non sono brava, dovrei studiare soffiatura per dieci anni per riuscire a fare quello che immagino. Però è comunque un processo molto manuale: preparo la parte in metallo e la porto dal soffiatore, lui soffia dentro il metallo e io sto lì con una fiamma in una mano e il carbonchio nell'altra e lo modello. A differenza del metallo, la soffiatura del vetro è un processo incredibilmente collaborativo, non potrei fare comunque da sola, il materiale chiede un rapporto diverso, e ho trovato una persona con cui mi piace tantissimo collaborare, il che è fondamentale. In passato usavo solo metallo e silicone, a volte pietra ma poter aprire il vocabolario dei materiali a qualcosa di nuovo è stato entusiasmante.

È l’opera più grande che tu abbia realizzato?

Ne ho portata una simile alla Biennale di Venezia [59ª Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, Il latte dei sogni (2022), ndr]. Era più bassa, ma credo in realtà un po' più lunga.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi guidi nel tuo processo creativo? Disegni? Come passi dall'idea alla realtà?

Di solito quando inizio una scultura ho in mente alcuni riferimenti visivi. Nei mesi scorsi per esempio guardavo una statua Art Nouveau di una donna, pensavo alle reti da pesca, ci sono dei ganci che hanno una forma simile a queste. Sembra una ragnatela specialmente se guardi l'ombra sul pavimento, che cambierà a seconda dell'ora del giorno e della luce. La luce in questo spazio mi piace moltissimo, mi sta svelando cose nuove delle opere.

Come mai tutti i tuoi lavori sono Untitled?

Spero che ci siano abbastanza riferimenti visivi in ogni opera perché chi la guarda la comprenda, ma possa anche aggiungerci le proprie idee, senza essere spaventato da un titolo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona


Il sangue blu del granchio a ferro di cavallo

Come è maturato il progetto per il Museo Nivola?

Ho iniziato leggendo di Nivola e facendo ricerche sulla storia del museo. Spesso, quando parlo dell’interazione del corpo con gli oggetti, finisco per toccare temi come l'ansia o la consapevolezza propriocettiva, l’idea di esistere nello spazio di un ambiente costruito o progettato: scoprire il rapporto di Nivola con il design è stato un punto di partenza importante, forte. L’idea di “arte come ambiente”, nell’epoca in cui lavorava lui, era rivoluzionaria. Ho scoperto poi che Nivola ha iniziato a fare i sandcasting giocando in spiaggia di Springs a Long Island, con i suoi figli. La stessa spiaggia in cui io sono stata tante volte e dove ho raccolto i carapaci dei granchi a ferro di cavallo. Mi hanno sempre affascinata perché sembrano dei dinosauri. Sono creature straordinarie che mi hanno sempre interessato, poi nel 2018 ho ascoltato per caso un podcast che spiegava come vengono tolti dall'acqua, viene prelevata una parte del loro sangue e poi vengono rimessi in mare. Questo perché il loro sangue blu è unico: quando entra in contatto con i batteri coagula. Così viene usato per garantire che le attrezzature mediche siano pulite.





Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Come affronti dal punto di vista etico la questione dei granchi e del loro sangue blu?

In Europa nel 2022 siete passati a una usarne una versione sintetica, negli Stati Uniti per ora usiamo ancora il loro sangue. È un processo molto invasivo, anche se non voglio farne una questione politica. Soprattutto mi ha colpito davvero molto l'idea che il sangue di queste creature, che vedo da tutta la vita, sia letteralmente entrato nel mio corpo in qualche modo, come in quello di tutti noi. In questo senso, ho usato spesso anche l'asparago nel mio lavoro, una verdura che ha uno strano effetto postumo sul corpo, di cui non si parla molto. Mi piacciono gli oggetti che hanno un rapporto profondo e interiore con il corpo umano, che magari sorprende o rimane un po' tabù.

Per l'opera, hai modificato la forma dei granchi?

No, li ho replicati in metallo con la tecnica della fusione a cera persa e ho mantenuto la scala 1:1, ma le code non sono quelle originali dell'animale, avrebbero una codina corta che io ho allungato. Mi piaceva l'idea che si adattassero meglio agli altri lavori, poi volevo dar loro una sorta di potere, un’arma. Sono creature indifese, non hanno modo di contrattaccare. Sono antichissime e sono sopravvissute così a lungo solo perché hanno un guscio forte e questo sangue speciale che coagula subito se si feriscono. Possono subire un danno catastrofico e sopravvivere, ma non hanno modo di difendersi.



Il loro blu segreto, interiore, lega tutte le opere in mostra.

Sì, i granchi sono l’elemento portante di tutti questi lavori, la chiave di lettura. In passato ho usato i rosa, gli arancioni, i gialli, colori che per me richiamano il corpo e la pelle. Ma in questo caso anche il blu è corporeo, no? Mi ha convinta anche aver letto che il paese di Orani è punteggiata da dettagli blu!



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola, ph. Andrea Mignona Andrea Mignona



Mi chiedevo, ci sono artisti o designer a cui ti ispiri?

Molti, troppi. Per quanto riguarda i designer, poiché Nivola aveva un profondo rapporto con i modernisti come Le Corbusier, questo è stato anche per me il punto di partenza. Ho iniziato a usare l’acciaio tubolare tondo e lucido per via di tutti i mobili che sfruttano quel materiale, che è un risultato diretto del modernismo. Per alcune opere poi sono stata ispirata dalle spille Art Nouveau e da quell'estetica.

Come ti senti all'idea che le tue opere entrino nella casa di una o un collezionista?

Mi piace vedere le mie opere in una casa, diventano ancora più perturbanti. Vicino a mobili veri mostrano tutta la loro specificità, ma in generale ogni volta che vengono esposte fuori da una galleria o musei è molto emozionante. Anche in questo spazio del Museo Nivola, che era il lavatoio del paese, c'è qualcosa di particolare. Reagisco sempre ai luoghi in cui espongo, non solo concettualmente ma anche fisicamente, se guardi il soffitto e il profilo dell'opera più grande capisci cosa intendo, la seconda si modella sulle campate del primo.

Vivi ancora a New York? Cosa ne pensi della scena artistica newyorkese?



Vivo a Brooklyn. Molta gente ci si trasferisce con idee e sogni, per me New York era semplicemente casa, sono tornata dopo gli studi. Mi sento fortunata, è un luogo ricco, che ispira molto, sono circondata da colleghi fantastici. D'altra parte è anche una città dura perché c'è tanta competizione e non è economica. Però, ecco, io la amo.



Installation view, Hannah Levy, Blue Blooded - Sangue Blu, Museo e Fondazione Costantino Nivola Andrea Mignona


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18.3.26

Tra le macerie di Dahieh, sobborgo musulmano nel sud di Beirut, il violoncellista libanese Mahdi Sahely suona circondato dalla distruzione causata dai bombardamenti. Il suo gesto trasforma il silenzio e il dolore in una melodia carica di significato. Il video, diffuso sui social, è diventato rapidamente un simbolo di resistenza e speranza. Le sue note restituiscono umanità a un paesaggio devastato, riempiendo il vuoto lasciato dalla guerra. Per Sahely, la musica diventa così espressione della resilienza dello spirito umano. “Nel bel mezzo della guerra e della distruzione, la musica suona una melodia di speranza, trasformando i sospiri della sofferenza in melodie che riflettono la resilienza dello spirito umano”,


fonti tg la7 , la presse, corrieredella sera , ecc


Mentre Israele intensifica le operazioni di terra nel Sud del Libano, da Beirut risuona un potente messaggio conro la guerra , viene rilanciato con insistenza sui social media. È la toccante performance di Mahdi Saheli, violoncellista sceso in strada con il suo strumento per suonare fra le macerie dei raid israeliani.


Mahdi ha intonato - tra gli altri brani - le note del tema di "Shindler's List", il film sull'Olocausto di Steven Spielberg del 1993. A riprenderlo, il fotografo libanese Adnan Hajj Ali. "Il mio cuore è spezzato dalla guerra, ma la musica mi ricorda che c'è ancora del bene nell'umanità", scrive il musicista sul suo profilo Instagram. Le immagini sono state riprese da numerosi media internazionali.
Gli attacchi di Israele si sono concentrati su interi quartieri nel Libano meridionale, considerati roccaforti di Hezbollah, alleato di Teheran. Secondo il governo di Beirut le vittime sono oltre tremila, mentre centinaia di migliaia di persone sono state costrette a evacuare

15.3.26

Daniele Terenzi, primo Étoile con disabilità: “La diversità può diventare valore creativo”., Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Questa storia è per chi mi dice che parlo di disabilità solo davanti ai grossi eventi come le paraolimpiadi . Se qualcuno\a di voi ha storie o vuoile raccontare la propria disabilità e il modo di viverla ed affrontarla benvenga qui trova spazio . contattatemi o in privato a nei commenti qui sotto o nei social

repubblica online  

L’unico ballerino con una protesi transfermorale, ora anche all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici: “Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione”.




È il primo e unico ballerino al mondo con una protesi transfermorale a danzare nei repertori di Classico, Neoclassico e Danze Latine. Dopo un grave incidente che ha comportato la perdita di una gamba e il rischio di non tornare più a ballare, Daniele Terenzi non ha ceduto e nel 2023 è riuscito persino a diventare un Étoile.

Insieme alla Empathy Inclusion Company, fondata con la direttrice artistica Martina De Paolis, ha calcato palchi prestigiosi tanto in Europa quanto in America. E ora, per la prima volta, ha portato la sua danza all’Arena di Verona in occasione della cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici. «Le coreografie, l’accensione del braciere, tutto fatto insieme: ballerini con e senza disabilità. Ci siamo sentiti responsabili di un movimento, è stata vera inclusione».

Quando ha capito che poteva tornare a danzare?

«All’inizio nessuno credeva fosse possibile. Dopo la riabilitazione ho provato con l’atletica. Sono arrivato terzo alle gare nazionali ma non ho provato alcun entusiasmo, nessuna passione. Quello che mancava era il contatto con il pubblico. Lì è scattato qualcosa e ho deciso: sarei tornato a danzare».

Rivendica l’importanza di mostrare sul palco la protesi. Perché?

«Perché per me è un obiettivo raggiunto, non una disabilità acquisita. È il risultato di qualcosa che non era mai nemmeno stato preso in considerazione nella danza. Ne vado fiero».

Spesso la danza classica è vista come una disciplina selettiva e poco inclusiva. In qualche modo lei sta dimostrando che non è propriamente vero.

«Certo, ma è stato un lavoro molto lungo e faticoso. Ci sono voluti 18 mesi per sperimentare la protesi, il mio è il primo prototipo al mondo. E comunque ha bisogno di costanti aggiustamenti».

È cambiato molto il suo approccio al balletto?

«Sicuramente cambiano i punti di appoggio. Non ho la percezione del piede a terra né del ginocchio. Mi affido completamente a un dispositivo esterno. È una ricerca costante di un equilibrio instabile».

Cosa intende?

«La protesi ti fa sembrare sospeso in aria, ma è allo stesso tempo l’unico punto di appoggio che hai. È un lavoro di fiducia e costante allenamento. Un processo che non può mai essere sospeso».

È come se stesse riscrivendo le regole della danza.

«La considero più una maniera per migliorare le prestazioni. Per me è una questione di necessità, ma è utile anche per i ballerini senza disabilità. È una diversa stimolazione dei muscoli. Capirne la potenzialità aiuta ad avere più controllo del proprio corpo e a pesare meno sulla gamba».

Per la cerimonia di apertura dei Giochi Paralimpici all’Arena di Verona ha scelto di proporre la stessa coreografia dei ballerini senza disabilità. È questa l’inclusione?

«Penso di sì, è stata una scelta condivisa da tutti. Nel 2006 a Torino si era esibita Simona Atzori, ma quella coreografia non aveva permesso di ballare tutti quanti assieme. Ora sì, che è poi quello che facciamo tutti i giorni con la nostra compagnia».

Parla della Empathy inclusion Company. Qual è il vostro obiettivo?

«Dimostrare che il palcoscenico può essere uno spazio dove la diversità diventa valore creativo. Mischiamo i generi, danza e teatro. Ma portiamo sui palchi soprattutto le storie di ciascuno. L’unicità delle performance a servizio di tutti. Non esistono paragoni con i ballerini senza disabilità, ognuno racconta una storia propria».

Ha danzato con ballerini di fama internazionale. C’è una collaborazione che ricorda con particolare affetto?

«Quella con Petra Conti, l’Étoile, perché mi ha aiutato nel percorso di riabilitazione fin dai tempi dell’ospedale. Ricordo molto bene quel periodo. Ero allettato e la vedevo in televisione. A quei tempi mi chiedevo se sarei mai tornato a ballare. Poi l’ho fatto, abbiamo danzato nella stessa serata, sullo stesso palco. È stato simbolico».

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Milano, serate in discoteche inclusive dove tutti possono ballare: “Per sentirsi davvero alla pari”

Il progetto Unisono ha creato un format per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi e ragazze con disabilità intellettiva


Mio figlio era felicissimo, non ha smesso di parlare della serata un momento. Grazie mille». Questo è solo uno dei messaggi ricevuti dai ragazzi di Unisono dalla mamma di un giovane con disturbi dello spettro autistico. Parole semplici che però, come racconta la coordinatrice del progetto Arianna Gatti «hanno fatto venire i lacrimoni a tutti».
Il progetto Unisono nasce nel 2021 a Milano con un obiettivo preciso: proporre un format di clubbing inclusivo per contrastare l’esclusione sociale di ragazzi con disabilità intellettiva e disturbi dello spettro autistico. Ovvero, la discoteca per tutti.
L’idea prende forma già qualche anno prima. Nel 2019 Pietro Colombo e Giulio Colombo, allora liceali, si imbattono in un articolo inglese che racconta l’esperienza del clubbing inclusivo a Manchester. Subito decidono di portare il format anche a Milano, adattandolo però a una visione più aperta: serate pensate per tutti, non solo per persone con disabilità. Nel giro di poco tempo il progetto entra nei cuori di molti, fino a diventare un’iniziativa della Walter Vinci Onlus e a vincere un bando del Comune di Milano.
Prima di organizzare le serate, però, il team di ragazzi decide di prepararsi al meglio. «Abbiamo fatto incontri con professionisti e persone con disabilità intellettiva, per capire proprio da loro quali fossero le barriere nel mondo del clubbing», spiega Gatti. Da qui nascono gli eventi realmente accessibili. Il volume della musica è più basso e prima della serata vengono diffuse mappe interattive del locale: «In questo modo i ragazzi possono familiarizzare con lo spazio. Quando entrano sanno già dove andare per pagare o per prendere da bere, in un luogo a loro sconosciuto spesso non lo farebbero». Anche la musica viene scelta con molta attenzione: su consiglio di musicoterapeuti si evitano canzoni con testi particolarmente cupi o tristi. Inoltre, dove lo spazio lo consente, viene allestita una «decompression room», una stanza pensata per aiutare le persone ad abituarsi gradualmente al volume della musica sia all’ingresso che all’uscita. Il lavoro sull’inclusione passa anche dalla comunicazione di Unisono. «Anche la promozione degli eventi deve essere inclusiva», racconta Gatti: no a locandine troppo complesse o caotiche, ma scritte chiare e facilmente comprensibili.
«Dopo i primi eventi, molti dei ragazzi ci hanno raccontato che per loro era la prima volta a ballare o che facevano così tardi la sera, la prima occasione in cui potevano sentirsi davvero al pari dei loro coetanei». Proprio per questo le serate non sono riservate alle persone con disabilità. «Se lo fossero», spiega Gatti, «otterremmo l’effetto opposto: li allontaneremmo ancora di più dall’inclusione sociale. Invece qui da noi la gente viene solo perché si vuole divertire in compagnia».

14.3.26

Chi l’ha detto che una protesi deve essere “solo” una protesi?Tania Cancedda, l'artista che trasforma protesi in bellezza


Ci sono storie che nella moda e non solo trovano ancora poco spazio.
Non perché non abbiano valore, ma perché servono nuove voci e nuovi sguardi per farle emergere davvero.Ed è per questo che ho scelto di riprendere la storia di tania cancedda una ragazza che ha saputo riprendersi nonostante l'invalidità ( ha una protesi alla gamba vedere le    foto  sopra  e  sotto   a  sinistra presa dal suo facebook ) 

e rendere meno triste e sconfortante la vita di chi come lei ha le protesi disegnandole e creandoci sopra dei capolavori 
Alcun potrebbero    definirla  feticista  , ma  ridurre   la  sua passione    diventata   anche   un' attività  mi  sembra  riduttivo  e  negativo  .    Infatti  ,  come  potete  vedete  dal  suo  sito  e  dai  suoi spazi  social   ,   risulta  il  contrario   .


 Infatti  dall'account fb della stessa Tania

Tania Cancedda
November 24, 2025 ·

Quest’anno mi porta ai 39....
e mi sorprendo a guardare indietro con una gratitudine che non so nemmeno misurare..
È stato l’anno dei cambiamenti, quello che ha preso tutto ciò che avevo costruito in silenzio e l’ha portato alla luce.
Da sette anni convivo con una protesi...
Da sette anni la personalizzo, la trasformo, la rendo mia..Per molto tempo è rimasta una cosa privata, quasi intima. Creavo, sperimentavo, giocavo con colori e materiali, ma senza immaginare davvero che potesse avere spazio anche fuori da casa mia.Solo negli ultimi due anni ho trovato il coraggio di condividere ciò che faccio...
Ho aperto il sito, [
https://thepiratestreasure.it/ ] ho messo insieme un portfolio, ho reso pubblici i miei profili..Ho iniziato a raccontare la mia storia e il mio lavoro senza filtri.E quello che è arrivato indietro è stato più grande di qualunque aspettativa.Eventi, corsi, collaborazioni, incontri che hanno cambiato la direzione del mio percorso.La Grande Jatte, la creazione del sito, le prime esposizioni, le personalizzazioni per gli altri… un anno che non sembra un anno, ma un salto.Non è successo da solo.
È successo grazie alle persone che mi hanno spinta a provarci: la mia famiglia, mio marito, gli amici che non hanno mai smesso di dirmi “fallo vedere, ne vale la pena”.E oggi, a 39 anni, mi accorgo che avevano ragione..Sono grata a tutto questo. Grata a chi ha creduto in me. Grata al coraggio che non pensavo di avere. Grata a questo percorso strano, imprevedibile e bellissimo che continua a sorprendermi. Buon compleanno a me
E buon proseguimento al viaggio che ancora non so dove porterà, ma che finalmente sono pronta a vivere a viso aperto.E grazie...Davvero...a tutte le persone che oggi si sono fermate un attimo per farmi gli auguri..Vi porto con me in questo percorso che sto costruendo passo dopo passo..
#semprepiratisemprenoi
#ThePiratesTreasure #CoverRebellion #ProtesiPersonalizzate #AmputeeLife #Inclusività #Creatività #NuoviInizi
@inprimopiano




                                  Una sua creazione  presa dal suo istangram .

 non so  che  altro  aggiungere     se  non   con   un messaggio   rivolto  , se  mai   lo  leggera    continua  cosi  Tania  

13.3.26

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia di Donatella Tiraboschi Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

   da https://bergamo.corriere.it/notizie/cronaca/  del   11\3\2026 

di
 Donatella Tiraboschi

Tradizione rinnovata e tanto entusiasmo: «Santa Maria Maggiore, quanta bellezza»

Veronica e Matilde sacrestane della basilica, due laureate tra arte e liturgia

Matilde Facchinetti e Veronica Benintendi

Ad accogliere i visitatori all’ingresso di Santa Maria Maggiore ci sono due giovani ragazze: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29, di Seriate. Che con una laurea e tanto entusiasmo stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della basilica.

La voce di Veronica sprizza entusiasmo. Del resto, difficile non provarlo quando il tuo posto di lavoro è immerso, è proprio il caso di dirlo, in uno scrigno di bellezza da far girare la testa. «Tantissimi visitatori restano sorpresi, non immaginano di trovare a Bergamo una basilica come questa. Dicono di averne viste tante in giro per il mondo e in Italia, ma che la nostra le batte tutte». È in quell’aggettivo possessivo, in quel «nostra», che si leggono in filigrana tutta la passione e l’orgoglio di sentirsi parte attiva del museo più visitato della città, perché con i suoi 250 mila visitatori nel 2025 e ben 30 mila nel solo mese di maggio, con un ritmo di mille al giorno (esclusi i residenti, e il trend è in crescita), la Basilica di Santa Maria Maggiore è saldamente in testa alla top five dei monumenti cittadini più gettonati dai turisti. E ad accoglierli all’ingresso, nelle funzioni di biglietteria, di «gentil organizateur e facilitatrici culturali» (ma non solo) si presentano due giovani ed entusiaste ragazze bergamasche: Veronica Benintendi, 27 anni, di San Giovanni Bianco, e Matilde Facchinetti, 29 anni di Seriate. Che con una laurea, rispettivamente in Conservazione e gestione dei beni e delle attività culturali e in Storia, stanno segnando una svolta rosa nella plurisecolare storia della Basilica.Già, perché non è un caso che la Mia le abbia scelte dopo una accurata selezione e dopo che nell’organico che gestisce Santa Maria Maggiore si siano, lavorativamente parlando, aperte alcune posizioni professionali. Per farla breve due dei tre sacristi hanno lasciato il posto. Parafrasando la Pausini, Marco se ne è andato: lo storico sacrista Marco Pagani, infatti, si è trasferito dallo scorso mese di novembre nella parrocchia di Sotto il Monte, mentre qualche tempo prima a lasciare l’incarico era stato il collega Mauro Zanchi, che ha scelto di dedicarsi allo studio. È rimasto, nell’esercizio della funzione sagrestana, Giovanni Curatolo, una guida storica della basilica che sta trovando in Veronica e Matilde (approdata solo nelle ultime settimane dello scorso anno) delle valide colleghe coadiuvanti per alcuni compiti che spettano ai sacristi.Quali compiti? Veronica li elenca, con una doverosa premessa: «Non sapevo molto di liturgia, ad essere sincera». Si potrebbe aggiungere «prima», prima cioè che con l’addio dei due sacristi ufficiali si rendesse necessario ampliare le «skill», le competenze del culto e delle funzioni religiose che in basilica si celebrano, in particolare con la messa feriale (alle 10 ogni giorno), mentre nei giorni festivi sono le messe sono due (alle 11 e 12.15): «Prepariamo i paramenti, gli allestimenti anche degli altari, le casule con cui il parroco celebra le messe, ma anche i candelabri in occasione delle grandi festività e gli addobbi floreali». «Sono tutte cose che sto imparando un po’ alla volta — le fa eco Matilde —, ma aiutare i colleghi mi gratifica in un lavoro nuovo, che mi mette ogni giorno a contatto con tanta gente».È questa interconnessione con la marea dei visitatori, ma anche «con i restauratori, i musicisti, gli artisti che a vario titolo partecipano agli eventi che vengono organizzati in basilica», rintuzza Veronica, «ad arricchire le nostre giornate. E il bello è che ogni restauro, ogni tassello che viene valorizzato, suscita stupore ed entusiasmo». «I visitatori ci fanno domande ed osservazioni che costituiscono anche per me la possibilità di imparare cose che non sapevo», conclude Matilde. All’entusiasmo del team rosa si accompagna il compiacimento del direttore della Mia, Giuseppe Epinati: «È quello che cercavamo: due ragazze con una buona preparazione di base e che nello stesso tempo sono custodi delle ricchezze della basilica e della sua funzionalità del culto»

11.1.26

Da bullizzato a decoratore: «Quando l’arte diventa salvezza» – la storia del riscatto di Daniele Arminu dopo il buio: «Voglio portare la mia esperienza a scuola»

 Olbia C’è stato un momento in cui Daniele ha rischiato di perdere una mano
. La sinistra, la sua mano forte, perché è mancino. È lì che la sua vita cambia direzione, anche se alle spalle c’erano già anni di sofferenza, di silenzi e di ferite profonde che oggi lui chiama con il loro nome: bullismo, isolamento, depressione. Daniele Arminu ha 45 anni, è originario di Pattada e oggi lavora in tutta la Sardegna, soprattutto in Gallura,

 come decoratore. Trasforma pareti, mobili e ambienti rendendoli pezzi unici, attraverso una tecnica decorativo-pittorica personale, costruita nel tempo. Ma prima di arrivare fin qui ha attraversato un lungo periodo in cui non riusciva a stare nel mondo, né con gli altri né con se
stesso. Da bambino, e poi da ragazzo, Daniele era molto sensibile, sveglio, intuitivo. Aveva anche una forte
 passione per il disegno, che però non riuscirà a coltivare. Proprio quella sensibilità, lo rende un bersaglio. Racconta di scherni continui, di violenza psicologica, ma anche di episodi di violenza fisica subiti sia alle elementari che alle medie, in un’epoca in cui di bullismo si parlava poco e spesso veniva minimizzato. «Ti fanno sentire diverso – racconta –. E quando succede ogni giorno, finisci per crederci».
Daniele non ne parla in famiglia. Si chiude, prova ad affrontare tutto da solo. È anche per questo che, finite le scuole medie, non prosegue gli studi: è troppo giù, troppo spento, nonostante le sue capacità intellettuali. «Non ce l’avrei fatta», racconta oggi con lucidità. Entra presto nel mondo del lavoro. Fa il manovale, il muratore, lavora in cantiere. Ma anche lì le difficoltà non spariscono. Anzi. Il suo modo di essere, la tensione che si porta dentro, la fatica di stare in mezzo agli altri diventano motivo di richiami, scontri, incomprensioni. «Ero nervoso, sempre sul filo – racconta –. Non perché non avessi voglia di lavorare, ma perché mi sentivo costantemente sotto giudizio. Quelle stesse ferite nate a scuola continuavano a riemergere, proiettandosi sul lavoro e sulla mia vita. È in quegli anni che prende forma una depressione silenziosa. Ogni cosa che facevo la vedevo negativa. Non riuscivo più a credere in me». Nel suo percorso ci sono stati anche i farmaci. Daniele ne parla con rispetto: «So che per tante persone sono un aiuto. Non per me. Mi avevano spento e li ho interrotti. La svolta è arrivata da un lavoro profondo sulla testa, sulla consapevolezza. Dovevo capire cosa stavo vivendo e perché».Il punto più buio arriva dopo un litigio in cantiere. Daniele rientra a casa, la testa “va in tilt” e in un attimo succede l’irreparabile: «Ho dato un pugno contro una vetrata e ho rischiato di perdere la mano sinistra, lesionata in maniera gravissima». Seguono ospedali, interventi complessi, una riabilitazione lunga e dolorosa. Viene operato inizialmente a Ozieri, dove subisce più interventi nel tentativo di recuperare la funzionalità della mano. Ma il percorso è difficile e i risultati non sono quelli sperati: la mano non risponde, il dolore aumenta, la sensibilità diminuisce. A un certo punto alcuni suoi parenti lo convincono a tentare un’altra strada e ad andare nel Nord Italia. È a Varese che Daniele incontra due professori che prendono a cuore il suo caso: Giorgio Pilato e Mario Cherubino. Uno degli interventi dura tredici ore e mezzo. E al termine, il professor Cherubino gli dirà: “Sei stato davvero un bell’impegno”. Daniele oggi li ringrazia: «Grazie a loro ha potuto recuperare pienamente l’uso della mano sinistra, tanto da poter lavorare e a creare». È in quel tempo sospeso che avviene un’altra svolta, forse la più silenziosa ma decisiva. Daniele comincia a passare intere giornate in biblioteca. Legge, studia, recupera ciò che aveva lasciato indietro. È uno studio libero, autodidatta, ma profondo. Ed è lì che riemerge quella passione infantile mai coltivata: il disegno, l’arte, la visione. Si avvicina agli artisti che sente più vicini: Raffaello, Michelangelo, Leonardo, e soprattutto Caravaggio, «per quel modo di vedere già l’opera dentro la materia. L’arte diventa prima rifugio, poi linguaggio, infine lavoro».

4.12.25

un confessionale moderno davanti al quadro di Carracci divide . il caso della chiesa di Santa Maria della Carità a bologna il caso dai social passa alla Soprintendenza ., Pavarotti ‘ghiacciato’, il pasticcio di Pesaro fa il giro del mondo: dall’Europa all’America, passando per l’Africa

premetto  ch e  non  sono  contrario   all'arte  moderna    e contemporanea    o quando meno  ad  ispirazione  e  contami.nazione ei classici   ma     qui si tratta   di deturpamento mancanza di rispetto per i monumenti  antichi  


da https://incronaca.unibo.it/archivio/2025/12/02/



                            Il confessionale sotto il quadro di Carracci
                        (foto realizzata per la parrocchia da Alessandro Ruggeri)


Nella chiesa di Santa Maria della Carità, in via San Felice, nell’ultimo mese c’è una novità. Un parallelepipedo nero, lucido, imponente, ai piedi dell’opera di Annibale Carracci “Crocifissione e santi” del 1583. È il nuovo confessionale insonorizzato, riscaldato e ventilato in cui il prete don Davide Baraldi ascolterà i peccati dei suoi parrocchiani. I molteplici significati associati da Baraldi alla nuova installazione, la superfice lucida per riflettere sé stessi, la geometria che vuole ricordare il movimento dell’abbraccio, l’assenza di un tetto per permettere allo sguardo che si alza di chi è seduto all’interno di incrociare quello del Cristo in croce di Carracci, non hanno però convinto i detrattori. In prima fila il Comitato per Bologna storica e artistica, che in una comunicazione sul proprio profilo Facebook ha parlato di “sinistro squallore” e ha auspicato che venga ristabilito il necessario rispetto culturale per il quadro di Carracci, a loro dire oscurato dal confessionale, arrivando anche a richiedere la rimozione coatta del “lugubre catafalco”.
Mentre l’esposto del Comitato viene analizzato dalla Soprintendenza, ufficio periferico del Ministero della cultura per la tutela dei beni culturali, il verdetto dei commentatori sotto il post è abbastanza unanime: “un frigorifero”, “un bagno chimico”, “un rifiuto dimenticato durante un trasloco”, “e il cardinale Zuppi non ha niente da ridire?”. C’è anche chi dalla rabbia dimentica di parlare in italiano e passa al dialetto: “Oddiomè che brot lavurir…int onna cisa…al starev mei int on uffezi postal” (Oddio che brutto lavoro…in una chiesa…starebbe meglio in un ufficio postale). Se si vanno a guardare le opinioni di chi invece ha scritto sotto l’annuncio del nuovo confessionale sulla pagina della parrocchia, si trova un clima del tutto diverso, che loda l’innovazione e il valore artistico della struttura.
I pareri negativi di sicuro non scoraggiano don Davide Baraldi, primo ideatore e sostenitore dell’opera, che rivendica il sì ricevuto dalla commissione di arte sacra della diocesi. «Anche Carracci che oggi viene considerato un classico – aggiunge il prete - fu aspramente criticato dai suoi contemporanei per le innovazioni che aveva apportato. Arte sacra e contemporanea possono coesistere».

da Open
Il comitato per Bologna storica e artistica promette battaglia: «Incompatibile con il contesto storico della cappella, oscura il quadro di Carracci»

Per alcuni è un’opera innovativa, per altri è un «obbrobrio». È scoppiata la polemica tra i fedeli di Santa Maria della Carità, a Bologna, per un nuovo confessionale installato nella chiesa. Inaugurato a inizio autunno, contestualmente alla fine dei lavori di restauro. A prima vista, l’opera è piuttosto impattante e assomiglia a una sorta di monolite nero, posto peraltro proprio sotto la “Crocifissione e santi”, un’opera di Annibale Carracci datata 1583.
Le proteste dei fedeli
A scagliarsi contro l’opera non sono solo alcuni parrocchiani, ma anche il Comitato per Bologna storica e artistica: «È incompatibile con il contesto storico della cappella, oscura il quadro e offende la memoria del Carracci». Anche sui social il nuovo confessionale non ha ricevuto molti commenti negativi. «Sembra un frigorifero», scrive un utente. «Un bagno chimico», suggerisce un altro. Mentre c’è chi arriva addirittura a chiedere un «intervento coatto di rimozione» e prepara un esposto da presentare alla Soprintendenza.







Comitato per Bologna Storica e Artistica
22 ottobre ·


Avevamo inizialmente pensato di tacere - “per carità di patria” - il nome della chiesa. Ma un articolo ha già mostrato il nuovo "confessionale" di Santa Maria della Carità in tutto il suo sinistro squallore collocato sotto la "Crocifissione e Santi", il primo capolavoro di Annibale Carracci nonché dipinto rivoluzionario noto in tutto il mondo. Non servono ironie: l’oggetto si commenta da sé. Ci limitiamo a poche, necessarie osservazioni. La cosiddetta “tutela dei monumenti” appare ormai estinta: un simile intervento, in altri tempi, non sarebbe stato né autorizzato né tollerato. Lasciano allibiti, nell’articolo online, anche i richiami all’arte contemporanea - o meglio, alle convinzioni correnti, del tutto errate, sull’arte contemporanea - ormai invocata per avallare qualsiasi cosa, anche la più orrenda, in modo acritico, trasformandola in un comodo passe-partout. E, per quanto discutibile, neppure l’arte contemporanea merita un simile trattamento. La trasformazione della cappella in un obbrobrio, e la presenza di un oggetto pseudo-artistico che nulla ha a che vedere con il dipinto di Annibale e la chiesa, impongono una riflessione urgente sullo stato della vigilanza istituzionale e sull’effettiva capacità di garantire il rispetto dovuto ai grandi artisti del passato e ai monumenti della città. Chiediamo pertanto che vengano intraprese alcune azioni semplici ma necessarie per ristabilire un minimo di civiltà e rispetto culturale:
1. Rimuovere quanto prima l’elemento estraneo, incompatibile con il contesto storico-artistico della cappella e fonte di evidente offesa alla memoria di Annibale Carracci, nonché alla sensibilità dei Bolognesi di ieri, di oggi e di domani.
2. Ripristinare l’altare originario, dal momento che, fino a prova contraria, si tratta pur sempre della cappella di una chiesa. Anche il "vero" confessionale, collocato nella cappella di fronte, andrebbe rimosso per restituire alla cappella il suo aspetto tradizionale.
3. Disporre un intervento coattivo, qualora non si intendesse procedere spontaneamente alla rimozione - nella speranza che, per eludere ogni responsabilità, non ci venga opposto l’argomento secondo cui, essendo il lugubre catafalco “appoggiato” e non murato, possa legittimamente restare lì in eterno. Se tutto questo non dovesse avvenire – come è probabile – è evidente che non esistono più risposte istituzionali alla mancanza di rispetto per i monumenti.
La spiegazione di don Davide
A difendere l’opera, invece, ci pensa don Davide, il parroco della chiesa di Santa Maria della Carità, che ha spiegato ai fedeli il significato del confessionale “atipico”: «Il rivestimento esterno, oscuro e lucido crea un effetto specchiato, così che chi si avvicina a questo sacramento possa prima di entrare guardarsi meglio». All’interno, il confessionale è riscaldato, ventilato e insonorizzato. Le sedute sono una di fronte all’altra, disposte – spiega ancora don Davide – «in una geometria che riproduce il movimento dell’abbraccio».
Il paragone con il quadro di Carracci
Le spiegazioni del parroco, che veste quasi i panni del critico di arte contemporanea, non hanno convinto i detrattori. Ma don Davide ha un’ultima arma da sfoderare: il parallelismo con l’opera di Carracci che campeggia proprio sopra il confessionale. «Noi oggi guardiamo al Carracci come a un classico, ma in realtà il suo fu un lavoro di rottura, d’avanguardia, anche per il modo in cui questa Crocifissione utilizza la luce, e che a molti non piacque». Proprio come il nuovo confessionale della discordia.


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da  Il Resto del Carlino  tramite  msn.it 


Pesaro, 2 dicembre 2025 – Ma davvero? Nel giro di 48 ore la statua di Luciano Pavarotti, tombata fino alle ginocchia nell’ovale di plexiglass della pista natalizia di ghiaccio a Pesaro, è diventata una figuraccia planetaria. La vicenda è finita sulle testate di mezzo mondo come esempio di come non si celebra un’icona della cultura italiana.
giro nel mondo in meno di 48 ore
Dal Brasile al Portogallo, dall’Argentina alla Bolivia, passando per il Regno Unito, l’Uganda e la Germania: tutti stanno raccontando lo stesso incredulo copione. O Globo, quotidiano brasiliano, titola indignato: "Estátua de Pavarotti fica ‘presa ao gelo’ em pista natalina na Itália e causa indignação em viúva do tenor: ‘Absurdo’ ("Statua di Pavarotti resta ‘intrappolata nel ghiaccio’ in una pista natalizia in Italia e provoca l’indignazione della vedova del tenore: ‘Assurdo’". Il Diário de Notícias, dal Portogallo, rincara: "Autarca pede desculpa à família do tenor" ("Il sindaco chiede scusa alla famiglia del tenore"). In Argentina, Radio Rafaela parla di "escultura ‘congelada’ hasta las rodillas" (scultura ‘congelata’ fino alle ginocchia).


E in Bolivia il sito Instantáneas sintetizza impietoso: "Pesaro encierra la estatua de Pavarotti en una pista de hielo navideña" (Pesaro imprigiona la statua di Pavarotti in una pista di pattinaggio natalizia) e aggiunge, riferito al sindaco Andrea Biancani, "el alcalde de Pesaro se disculpò". Del pasticcio si è accorto anche l’Uganda: il Nile Post spiega che "Italian town freezes Pavarotti statue knee-deep in Christmas ice rink" (una città italiana ha congelato la statua di Pavarotti fino alle ginocchia in una pista di ghiaccio natalizia"). E la Bbc, con la solennità inglese di un requiem, commenta che "Pavarotti statue frozen knee-deep in ice rink strikes wrong note in Italy" (La statua di Pavarotti, congelata fino alle ginocchia nella pista di ghiaccio, stona in Italia). Bbc Radio 5 ha anche contattato la redazione di Pesaro del Resto del Carlino per un’intervista, per capire come sia potuto succedere questo pasticcio.

La statua di Pavarotti 'affogata' nella pista del ghiaccio: il video a Pesaro
In Europa i primi a fare da detonatore dopo gli articoli del Carlino erano stati The Telegraph, The Guardian, The Times, l’Independent, Der Spiegel e Die Welt: tutti a chiedersi, tradotto in pesarese, "Ma davvero?" Nicoletta Mantovani a Londra, ignara del nuovo allestimento, era trasecolata guardando le foto. Una doccia gelata, letteralmente. La vedova del Maestro aveva parlato di "ridicolizzazione" della memoria di Pavarotti.
Sui social l’ironia dell’hashtag coniato dal sindaco di PesaroDa Pesaro il sindaco Andrea Biancani, raggiunto oggi al telefono, si è detto "molto impegnato" per rispondere a domande dirette. Giorni prima, però aveva presentato le sue scuse alla famiglia Pavarotti tramite questo giornale. Un passo obbligato, prima che l’eco del pasticcio attraversasse almeno tre continenti in meno di un giorno. E mentre i portali internazionali continuano a rilanciare la notizia, sui social esplode l’ironia: l’hashtag coniato da Biancani #DaiUnCinqueAPavarotti, nato per "sdrammatizzare", oggi rimbalza nelle lingue più disparate. E il risultato è che Pesaro, Capitale Italiana della Cultura 2024, teoricamente abituata a ben altre luci, si ritrova immortalata come la città che ha messo in freezer il Maestro.

19.11.25

se è passato perchè non passa ?

 


la  risposta   al mio titolo  domanda      viene    da   questa  citazione  trattato   dal canale  telegram     di  Occhi di un mondo altro di Roberto Valgimigli


Topolino e il cerchio del tempo  (Artibani-Faraci/Mastantuono)  
- Disney Deluxe 39, del 2022

  "Il viaggio non finisce mai.Solo i viaggiatori finiscono.E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo,in narrazione.Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto:"Non c'è altro da vedere",sapeva che non era vero.La fine di un viaggio è solo l'inizio di un altro.Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto,vedere in primavera quel che si è visto in estate,vedere di giorno quel che si è visto di notte,con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l'ombra che non c'era.Bisogna ritornare sui passi già fatti, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini.Bisogna ricominciare il viaggio.Sempre.Il viaggiatore ritorna subito."

José Saramago.

comunista libertario, sono importanti da ricordare almeno "Storia dell'assedio di Lisbona", "La zattera di pietra", "Cecità", "Il Vangelo secondo Gesù Cristo" e"Tutti i nomi".

Infatti «Il proposito di abolire il passato fu già formulato nel passato e, paradossalmente, è una delle prove che il passato non può essere abolito. Il passato è indistruttibile: prima o poi tornano tutte le cose, e una delle cose che tornano è il progetto di abolire il passato» (Jorge Luis Borges, "Altre inquisizioni"). Prorio mentre finivo questo post mi è tornato in menter un post sulla pagina facebook del papersera ( vedere foto a sinistra )

A conclusione della giornata interamente dedicata a Topolino, non potevamo esimerci dal menzionare l'ultima grande storia pubblicata per il suo compleanno, anche se in realtà risale al 2017: il seguito ideale di "Topolino e il fiume del tempo" (1998), che vede al timone lo stesso team di autori, concentrandosi sul ritrovato rapporto tra Mickey Mouse e il Gatto Nipp, in alternanza alla rievocazione del periodo in cui i due erano particolarmente vivaci La storia è stata finalmente proposta direttamente in cartonato nel 2022 su un volume della collana Disney Deluxe, con in coda un ottimo apparato di contenuti extra.



gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Monetti

A quanto detto da G.Cassita  in questi due  articoli. aggiungo che c’è illegalità ed ed Illegalità  cioè due  tipi di illegalità . La prima ...