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25.2.25

Raffaele Parisi, ballerino e insegnante originario di Molfetta,Primo uomo in Italia a danzare sulle punte. «Ho realizzato il mio sogno, ma sui social quanti commenti discriminatori»

 corriere dela sera tramite msn.it

Nel mondo della danza classica, la tecnica sulle punte è stata per secoli una prerogativa esclusivamente femminile. Tuttavia, Raffaele Parisi, ballerino e insegnante originario di Molfetta, ha infranto questa barriera diventando il primo uomo in Italia a ricevere la certificazione di danzatore sulle punte dalla Royal Academy of Dance di Londra. Un risultato che non solo segna un primato personale, ma rappresenta anche un'importante evoluzione nel panorama della danza. Parisi racconta il suo percorso, le difficoltà affrontate e le speranze per il futuro della disciplina.

Lei è il primo uomo in Italia ad aver ottenuto questa certificazione. Ci sono però altri uomini che ballano sulle punte?

«Quando si è diffusa la notizia del conseguimento della certificazione, in molti hanno pensato che fossi l'unico uomo a danzare sulle punte. In realtà altri uomini lo fanno già come allenamento nelle scuole private. La differenza è che nessuno prima di me aveva superato l'esame ufficiale per ottenere la certificazione. Infatti, quando ho inoltrato la richiesta, a Londra hanno pensato che stessi intraprendendo un percorso di transizione di genere. Ho dovuto spiegare che si trattava semplicemente della mia volontà di affrontare l'esame con il programma femminile. Dopo aver chiarito, mi è stata concessa l'autorizzazione e ho superato la prova con il massimo dei voti».

Cosa l'ha spinta a voler superare questa barriera?

«Fin da bambino ero spesso l'unico maschietto nelle classi di danza e sentivo ripetere che "i ragazzi non vanno sulle punte". Mi chiedevo sempre: "Perché no?". Ho continuato i miei studi come ballerino classico maschile, ma il desiderio di cimentarmi sulle punte è sempre rimasto. Quando ho iniziato il mio percorso presso la Faculty of Education della Royal Academy of Dance per diventare insegnante certificato, durante un seminario di 14 giorni ho posto una domanda a un'esaminatrice: "Se un uomo volesse praticare il programma femminile, potrebbe farlo?". Mi è stato risposto di sì. Questo mi ha dato la spinta per proseguire».

Dal punto di vista tecnico, quali sono le principali difficoltà per un uomo nel ballare sulle punte?

Ci sono differenze fisiche significative. La gamba femminile è più lineare e slanciata, il che facilita il lavoro sulle punte. Per un uomo, invece, il peso corporeo e la diversa distribuzione della massa muscolare rendono il movimento più complesso. Tuttavia, l'uomo ha generalmente una muscolatura più forte, che può offrire un vantaggio in termini di resistenza.

Pensa che questo possa aprire a un nuovo repertorio per i ballerini uomini?

«Potrebbe essere un'opportunità. Oggi, nel repertorio classico, il lavoro sulle punte è riservato esclusivamente alle donne. L'unica compagnia in cui gli uomini danzano sulle punte è il Ballets Trockadero de Monte Carlo, ma si tratta di uno spettacolo comico, con ballerini travestiti da donne. Questo dimostra che gli uomini possono padroneggiare la tecnica, ma ancora non si è esplorato un repertorio più ampio in contesti tradizionali».

Insegna la tecnica sulle punte nella sua scuola?

«Sì, insegno la tecnica sulle punte alle allieve. Dopo la notizia della mia certificazione, un ragazzo ha deciso di iscriversi per provare anche lui. Ha acquistato le sue prime scarpette da punta ed è stato entusiasta di iniziare questo percorso».

Ha ricevuto critiche per questa sua scelta?

«Sì, sui social ci sono stati commenti negativi, alcuni anche molto discriminatori. Ma non mi importa. So di non poter cambiare il mondo, ma se anche solo una persona trovasse ispirazione nella mia esperienza, per me sarebbe già una vittoria»

Crede che questa sua scelta possa influenzare il mondo della danza?

«Lo spero. Anche una mia collega ha manifestato il desiderio di affrontare il programma maschile, ma teme il giudizio degli altri. In molti si fanno condizionare dai pregiudizi. Io, invece, ho deciso di seguire la mia strada»

Quali sono i suoi progetti futuri?

«Mi sto preparando per il secondo livello dell'esame in punta, che sosterrò a novembre. Sarà una sfida ancora più difficile, ma sono determinato a superarla. Dopo questo livello non ci sono altre certificazioni, quindi è il massimo riconoscimento che posso ottenere»

Qual è il suo sogno?

»Il mio sogno l'ho già realizzato, essere il primo uomo in Italia a superare questo esame. Ma mi piacerebbe vedere più uomini sulle punte, senza paura dei pregiudizi .


Inoltre Nella mattinata di sabato 25 gennaio, ospite del Talk show "Mattino Norba Weekend" intervistato dal conduttore Maurizio Spaccavento. Quest'ultimo ha voluto capire cosa abbia spinto il danzatore a conquistare il certificato di balletto su punte, rendendolo unico in Italia e secondo a livello mondiale. Il direttore artistico della Les Dances Molfetta, dopo aver menzionato la sua formazione da ballerino con l'insegnante Francesca Rucci, ha fatto intendere ai telespettatori che tale certificato vuole essere un "inno al coraggio", a quella perseveranza a cui si è sempre ancorato per rifugiarsi dal bullismo di cui è stato vittima. Oltre che passione, amore sviscerato, per Raffaele la danza è stata scudo contro pregiudizi, omofobia, disuguaglianze di ogni genere. E grazie alla danza si è temprato. Si augura,dunque,di poter essere un prototipo per le giovani generazioni affinché non abbiano alcun timore a mostrare la loro natura e, attraverso l arte di ogni genere, possano mutare le loro insicurezze indotte, in sicurezze.

12.1.25

anche il corpo piò essere forma d'arte . oltre ai tatuaggi il caso di , la prima body painter sarda , Sonia Floris

 

dall'unione  sarda     12\1\2024      e    da  (  per  le  foto   del  post  )   https://www.castedduonline.it/

«Lavorare non mi ha mai spaventata, ho fatto di tutto nella mia vita, oggi lo dico con orgoglio: sono stata la prima body painter sarda». Le parole di Sonia Floris risuonano con la stessa intensità dei colori


che da anni porta sulla pelle dei suoi “modelli viventi”. A sessant'anni, questa artista italo-tedesca, stampacina doc - come ama definirsi - ha trasformato una passione in un'arte pionieristica per l'isola. Arricchita da esperienze oltreoceano, dagli Stati Uniti alla Nuova Zelanda, prima di tornare a casa e fare
della Sardegna la sua tela preferita.
Gli inizi
La passione per l'arte scorre nelle vene di Sonia, plasmata dal peculiare intreccio tra il rigore materno tedesco e l'eclettica creatività del papà, antiquario, gallerista e battitore d'aste. Fu lui a dare vita alla prima galleria d'arte di Cagliari, “La Piccola Barcaccia”. «Ricordo alcune trasferte per accompagnare mio padre a cercare antiquariato, le avventure a Porta Portese a Roma, e quel viaggio in macchina fino in Germania» racconta con emozione. «L'arte era di casa, sono cresciuta respirando bellezza».
Nel Colorado
Il destino ha spesso modi imprevedibili di aprire nuove strade. Per Sonia, la svolta arriva dopo il diploma all'istituto tecnico femminile - una scelta apparentemente distante dal suo futuro artistico. A diciannove anni, l'amore la porta a seguire quello che sarebbe diventato suo marito fino a Denver, Colorado. «Fu un salto nel vuoto - racconta - per un anno intero, bloccata dal visto turistico, non potevo né studiare né lavorare. Ma ciò che sembrava una limitazione si è trasformato in un'opportunità: mi sono immersa completamente nello studio dell'inglese. Una volta ammessi a San Diego ho trovato la mia strada: mi sono diplomata in grafica e comunicazione visiva e ho frequentato un'accademia di aerografia. Tre anni intensi che hanno plasmato non solo la mia tecnica, ma anche la mia visione del mondo: la voglia di libertà, l'indipendenza, i popoli che ho conosciuto, i colori dei tramonti».
Il rientro
Il ritorno a casa non è mai semplice, soprattutto quando si porta nel cuore il sogno americano. «Negli anni '90 sono tornata nella mia Cagliari, volevo fare grafica, giravo con il portfolio sotto braccio, ma gli studi ai tempi erano solo tre, nessuno mi prese». Un rifiuto che, invece di abbatterla, la spinge a creare il suo spazio. «Aprii il mio Gap Studio in Via Napoli, facevo grafiche pubblicitarie, magliette, collaboravo con alcune associazioni d'arte. Nel '95 mi sono trasferita a Poggio dei Pini e ho spostato la mia attività qui».

La svolta
A Capoterra una nuova vita per Sonia Floris. «È stata una sorta di illuminazione. Nel 2000 mi sono resa conto che avevo dipinto su tutto, tranne che sui corpi umani. Lì è iniziato tutto. È un'arte veloce, basta una doccia e svanisce».L'inizio è stato intimo, personale: il suo stesso corpo diventa la prima tela vivente. Le collaborazioni con i fotografi l’hanno portata a esporre le sue "tele umane" in tutta Italia, a partecipare a numerosi concorsi. «Inizialmente dipingevo solo su corpi femminili, c'era scetticismo. Si parla di lavori di tre o quattro ore, non tutti sono disposti a posare».La svolta arriva grazie a Tamara Soro, la prima modella a concedersi a questa forma d'arte ancora poco conosciuta nell'isola. «Per tre estati ho dipinto lo staff di animazione del Lagoon di Villassimius, poi le cubiste di tutta l'Isola. Sono stata pioniera in Sardegna del body painting».I maori
I viaggi continuano a ispirarla. «Sono stata diversi giorni in Nuova Zelanda, ho incontrato tatuatori che mi hanno trasmesso l’antico stile maori. Mi porto dentro i loro insegnamenti e i colori contrastanti di paesaggi naturali mozzafiato».E il futuro? «È sempre una domanda difficile: vedo l’insegnamento. Sto lavorando a un progetto ancora in fase di sviluppo, ma l’idea è chiara: voglio restituire qualcosa di ciò che ho appreso in tutti questi anni, condividere la mia esperienza e ispirare chi vuole intraprendere un cammino artistico in questo campo».


Poi      colendo  cercare  altri  lavori  oltre  il  suo fb  principale e   quell'altro  ormai  in  disiuso      ho    trovato  questa interessantissima     intervista  sullla  nuova  sardegna  del      20 ottobre 2023 18:31

L’intervista
Sonia Floris, la prima body painter in Sardegna: «Il corpo nudo è la mia tela»
di Matteo Porru


Cagliaritana, si è formata negli Stati Uniti, da Denver a San Diego, ed è tornata a casa per dedicarsi alla sua arte

Sonia Floris è l’unica che riesce a fare il saluto vulcaniano di Star Trek a casa. Ha provato a insegnarlo ai figli, ma non ci è mai riuscita. Le scene della sua vita coloratissima le scorrono a scatti davanti agli occhi mentre prova a riassumerle. Scandisce le parole più importanti con l’accento di Cagliari, di Stampace, che non ha mai perso, anche se ha girato il mondo per diventare prima grafica e poi aerografa, pittrice e body painter, la prima in Sardegna. Ora è tempo di decisioni, di anniversari e di ricordi.
Immagino lei abbia fatto il liceo artistico.
«Avrei voluto, ma i miei genitori mi consigliarono un’altra strada. Dopo due mesi di studi classici, mi sono iscritta all’allora Istituto Tecnico femminile Grazia Deledda. A Cagliari accadeva di tutto, in quegli anni. Soprattutto in casa mia».
In che senso?
«Mio padre era un antiquario, un battitore d’asta, un gallerista. Nei weekend, da quando avevo 11 anni, facevo il possibile per seguirlo nei suoi viaggi. Quante volte siamo stati a Porta Portese a comprare quadri! Era una magia. Grazie al suo lavoro, da noi hanno alloggiato anche diversi attori, Ugo Tognazzi su tutti. Sono cresciuta con due culture diversissime, padre italiano, madre tedesca: questo connubio mi ha arricchito molto».
Dopo la maturità, però, attraversa l’oceano.
«Sì: un anno e mezzo a Denver. Ho imparato l’inglese sul campo. Ma soprattutto ho imparato a vivere. Ho capito cosa volessero dire l’indipendenza, la libertà, l’altruismo. La lezione più grande di quegli anni è stata dividere quello che avevo: ho aiutato tanti senza tetto, lì ho visto la povertà».
E poi ha continuato gli studi.
«Tre anni all’Ucsd di San Diego. Diploma in Grafica e comunicazione visiva. E l’Accademia di Aerografia. Vivevo davanti alle onde che ora sfidano i surfisti. Mi servivano il mare e la luce, sono fondamentali per me. E infatti a casa non ho tende».
Perché è tornata?
«Per il lavoro di mio marito. La mia idea era quella di fare illustrazione. C’erano poche possibilità a Cagliari ma nessuna faceva al mio caso. Ho incominciato collaborando con studi d’arte, dipingevo a mano magliette. Poi divento mamma e apro il GAP Studio in via Napoli. Dopo qualche anno chiudo e mi trasferisco fuori città. Metto su un B&B e continuo a sperimentare la pittura su tutti i materiali. Poi cambia tutto».

Perché?
«Nel 2000 avevo dipinto sopra qualunque cosa tranne il corpo umano. È l’arte più veloce ed effimera di questo mondo: una doccia e va via. La collaborazione con la fotografia è fondamentale. Serve un modo per mantenere tutto».
Come sono state le prime esperienze?
«All’inizio dipingevo corpi femminili. Non è stato facile, c’era diffidenza. L’unica persona che mi aveva risposto per fare un primo progetto era Tamara Soro. Abbiamo fatto la prima competizione a Roma di pittura sul corpo. Di gare ne ho fatto tante: a Roma, a Modena, sul lago di Garda, alla prima manifestazione di Italian Body Painting Festival. La prima persona che mi ha dato fiducia nell’animazione è stata Mariano Pintus del Lagoon di Villasimius. Ho dipinto una volta al mese il suo staff nel locale, per diverse estati. Ho imparato il mestiere».
Ma non ha smesso di viaggiare.

«Mai: porto nel cuore i quindici giorni in Nuova Zelanda, un viaggio su strada dove ho approfondito la cultura tribale maori. Quello è l’unico paese anglosassone che non ha messo recinti alla civiltà natia».
Che cos’è un quadro?
«Uno specchio che non riflette un’immagine, ma un pensiero».
A cosa pensa se pensa al futuro?
«Mi fa paura non vedere che ne sarà di ciò che abbiamo e che abitiamo. Sono un’amante dell’analogica ma la tecnologia è straordinaria. Resisto cercando di rimanere una bambina di quasi 60 anni: quello sguardo non l’ho perso mai».

6.10.24

Debuttare a cent’anni: i dipinti di Anna Maria Fabriani

 È la prima volta che le sue opere si offrono allo sguardo del pubblico. Un sicuro talento il

La pittrice Anna Maria Fabriani ha compiuto ieri 100 anni, il sindaco Mario Pardini e il consigliere comunale Gianni Giannini FONTE LA NAZIONE.IT

suo, affinatosi accanto a uno dei maggiori esponenti della Scuola Romana, Carlo Socrate, ma rimasto poi confinato nella dimensione domestica, per censura e autocensura, per quel non sentirsi all’altezza, perché per le donne non è mai stato facile (e in parte ancora
non lo è) ottenere la giusta considerazione e i relativi riconoscimenti, figurarsi nell’Italia patriarcale del secondo dopoguerra. E se una prima volta è sempre importante, questa è davvero speciale. Sì perché l’artista a cui è dedicata questa prima retrospettiva è Anna Maria Fabriani, nata a Roma nel 1924, e che lo scorso 28 giugno ha compiuto cento anni. La mostra Anna Maria Fabriani – Riverberi e trame della Scuola Romana, a cura di Sabina Ambrogi, figlia dell’artista, è allestita nei magnifici e prestigiosi spazi di Palazzo Merulana, a Roma, fino al 6 ottobre. E benché la pittrice ora viva a Lucca, all’inaugurazione, il 4 settembre, è stata presente, forse un po’ frastornata da attenzioni e complimenti ma sempre lucida e ironica, tanto da dire alla figlia Sabina artefice di tutto: "Ma cosa ti è venuto in mente?".
Ha sempre dipinto Anna Maria, figlia di un designer industriale, Raffaele Fabriani, e di Maria Magris, appartenente a una famiglia di illustratori, pittori, architetti. Nel dopoguerra, con i soldi guadagnati come impiegata al ministero degli Esteri, si paga gli studi all’Accademia di Belle Arti di via Ripetta, dove diventa allieva di Carlo Socrate. Nel 1960 sposa Silvano Ambrogi, scrittore e drammaturgo, autore tra l’altro de I Burosauri, commedia di successo, scelta anche da Roberto Benigni per il suo debutto come attore. Nascono Cecilia e Sabina, si dedica all’insegnamento e dalla fine degli anni ’60 smette di dipingere. "Non è assolutamente dipeso da mio padre, è stata una sua scelta", tiene a precisare Sabina.
Passano molti anni prima che riprenda i pennelli in mano. Accade pochi mesi dopo la morte del marito, scomparso nel ’96. Si ricorda di un ritratto che gli aveva fatto da giovane, mai completato e rimasto confinato in cantina. Da quel momento ricomincia a dipingere e continua, con quella passione, quasi un’ossessione, che la portava a non essere mai soddisfatta. "La notte cancellava con una lametta – racconta Sabina – quello che aveva dipinto durante il giorno. La mattina dopo riprendeva a dipingere su quella tela, per poi, la sera, tirare via di nuovo tutto". Dipingeva nella sua stanza da letto: nature morte, fiori, ritratti: soggetti che rispecchiano il suo orizzonte domestico e il bellissimo ritratto della figlia Cecilia ne è l’immagine simbolo sul manifesto della mostra. Nel 2018, dopo avere realizzato un centinaio di opere, si ferma perché non riesce più a stare in piedi davanti al cavalletto e non è pensabile per lei dipingere da seduta.
Nella mostra di Palazzo Merulana ci sono quadri del primo periodo della sua attività, dal ritratto di Rosetta e della madre, Maria Magris, del 1953, e quelli della seconda fase fino all’ultimo, Limoni e bottiglia di amaro. Ha impiegato anni Sabina Ambrogi a recuperare i quadri della madre, molti messi via senza nessuna attenzione così da avere bisogno di importanti restauri. Alcuni ritrovati per caso, macchiati di vernice, ammuffiti, nella cantina di un palazzo a Villa Fiorelli, a Roma, dove la pittrice aveva abitato dal 1934 al 1960. E altri ne mancano all’appello, come quelli spediti nel 1959 al fratello Maurizio, in Venezuela, scaricati al porto di Caracas e di cui si sono poi perse le tracce. La speranza è che questa mostra possa, in qualche modo, come lanciando “un messaggio in una bottiglia“, aiutare a ritrovarli.

18.6.23

si è artisti in vita ma i media e a massa non s'occorgono salvo qualche barlume . il caso del fotografo Paolo di Paolo

     in  sottofondo     

  
 Tutti i media   eran  occupati   dalle  morti    di  alcune  celebrità politiche  e culturali  . Tanto  da  far  passare  in secondo  piano  la  morte (  salvo  qualche trafiletto   nella  pagina  della  cultura  o riviste  specialistiche  d'arte  e  di  fotografia )   di  uno   dei fotografi italiani , Paolo di Paolo ,  più  importanti  degli ultimi 60  anni  della storia  del  costume    Italiano  . Si può morire dimenticati   (  salvo  da  pochi appassionati    delle  sue  opere  ) o   nell'indifferenza  (  vedere  canzone  in  sottofondo )   , si può morire cercando di  restare fino all’ultimo sulla scena, si può morire lontani dal mondo e si può morire con la sensazione illusione  che si verrà ricordati.
In questi giorni  come   ricorda il  giornalista  
Mario Calabresi  riporto  sotto  l'articolo     delll'ultimo n   della  Newsletters    altre storie     in  quanto  è  grazie   a   lui  che   l'ho scoperto    ed  ho  identificato  alcune  foto    che   avevo    visto   su  alcune riviste   ed  in alcuni siti  <<    ci hanno lasciato molte persone che hanno incrociato le nostre vite e che ci sembrava di conoscere, da Silvio Berlusconi a Francesco Nuti, da Flavia Franzoni Prodi allo scrittore americano Cormac McCarthy. Quest’ultimo aveva 89 anni, ma da tanto tempo era scomparso e viveva come un monaco di clausura a Santa Fe in New Mexico. A parlare per lui c’erano però i suoi potentissimi libri. Ma c’è un uomo, che è scomparso a 98 anni la stessa mattina di Berlusconi, che voglio ricordare per molti motivi: stima, amicizia e perché ha avuto l’occasione di nascere due volte, la seconda quando aveva novant’anni. Grazie a sua figlia. >>


LA STORIA

L’uomo che nacque due volte

di Mario Calabresi


Si può morire dimenticati, si può morire cercando di restare fino all’ultimo sulla scena, si può morire lontani dal mondo e si può morire con la sensazione che si verrà ricordati. In questi giorni ci hanno lasciato molte persone che hanno incrociato le nostre vite e che ci sembrava di conoscere, da Silvio Berlusconi a Francesco Nuti, da Flavia Franzoni Prodi allo scrittore americano Cormac McCarthy. Quest’ultimo aveva 89 anni, ma da tanto tempo era scomparso e viveva come un monaco di clausura a Santa Fe in New Mexico. A parlare per lui c’erano però i suoi potentissimi libri. Ma c’è un uomo, che è scomparso a 98 anni la stessa mattina di Berlusconi, che voglio ricordare per molti motivi: stima, amicizia e perché ha avuto l’occasione di nascere due volte, la seconda quando aveva novant’anni. Grazie a sua figlia.

La prima volta al mare, Rimini 1959 ©Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

Si chiamava Paolo Di Paolo, era nato in Molise nel 1925, si era trasferito a Roma per studiare al liceo classico e poi filosofia all’Università. Nel dopoguerra aveva frequentato il mondo artistico romano ed era rimasto affascinato dalla fotografia, così aveva cominciato a “scattare per diletto” (questo per lui era il senso vero della parola “dilettante”) ma presto quel passatempo era diventato un lavoro e il settimanale “Il Mondo” di Pannunzio la sua casa.

Dal 1954 al 1968 è stato uno dei più grandi narratori per immagini della trasformazione dell’Italia, ha raccontato il boom industriale, la Dolce Vita, il mondo del cinema, ha percorso tutte le coste del nostro Paese per raccontare le vacanze degli italiani insieme a Pier Paolo Pasolini (estate 1959) regalandoci un reportage indimenticabile. Un’Italia in cui convivevano giovani donne a capo velato che a Campobasso portavano le ceste sulla testa e ragazze in mini short sul lungomare di Viareggio, nuove linee aeree e trasporti a dorso d’asino, l’autostrada del Sole e la civiltà contadina. Era un tempo di speranza, in cui la fame reale lasciava il posto alla fame di sapere, conoscere e alla voglia di voltare definitivamente pagina.

Il padre della sposa. Trani, Puglia, 1959 © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
Fuoriserie al Gargano, 1959 ©Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

Paolo Di Paolo ha un modo di lavorare rigoroso, molto etico e profondamente rispettoso delle persone che fotografa. Negli anni Sessanta il tema della privacy emerge per la prima volta, i “paparazzi” rompono qualunque codice esistente, violando intimità e tradizioni. Nulla sembra essere più sacro, anche se con gli occhi di oggi non possiamo che sorridere di fronte a chi riteneva lecita qualunque intromissione nella vita dei personaggi pubblici quando apparivano sulla scena. Il presente di questo nuovo Millennio ci racconta di violazioni che arrivano dentro il letto di casa, ma la società di allora viveva il cambio di paradigma come un terremoto. Di Paolo invece è l’uomo delle intimità rispettate. In un’epoca in cui la macchina al collo era diventata un’arma e il titolo di “fotografo” non era propriamente esaltante, lui sceglie il garbo, preferisce fare un passo indietro quando capisce che pubblicare significherebbe creare dolore o rompere un rapporto di fiducia.

Marcello Mastroianni e Faye Dunaway, 1968 © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

Le immagini che meglio testimoniano questo approccio alla vita e al lavoro non sono quelle dei tanti divi che ha ritratto ma il servizio fatto al Circeo ad Anna Magnani e a suo figlio. Il bambino era poliomielitico e non era mai stato fotografato, questo aveva scatenato la morbosità e la caccia allo scoop, la Magnani viveva la situazione con disperazione e in continua fuga. Finché decise di giocare d’anticipo e, conoscendo lo stile di Di Paolo, lo invitò nella villa di Punta Rossa per bruciare i paparazzi e chiudere la caccia. Si fece trovare con un costume nero e il cane, il figlio era in acqua che nuotava benissimo. Gli disse soltanto: “Sei tu il fotografo? Ahò datte da fà”. Realizzò un servizio unico, di intimità e tenerezza mai viste. In quegli stessi anni fotografò Oriana Fallaci che giocava a fare la diva sulla spiaggia del Lido di Venezia, ma quelle foto non verranno mai pubblicate.

Anna Magnani al Circeo ©Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
Oriana Fallaci ©Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

Poi “Il Mondo” chiude, i “paparazzi” la fanno da padroni, i direttori dei giornali cominciano a chiedere “scoop” e scandali e lui non si sente più a casa. A 43 anni, nel 1968, decide di lasciare tutto e di uscire di scena. Si trasferisce a vivere in campagna insieme alla giovane moglie, prendono otto cani e Paolo si rimette a studiare. Nella sua nuova vita ci saranno libri di storia e l’ideazione dei calendari dei Carabinieri, ma mai più una sola fotografia.

Per trent’anni i suoi scatti restano chiusi in cantina, nessuno li vede più, finché un giorno, alla fine degli anni Novanta, la figlia Silvia ci si imbatte cercando un paio di scarponi da sci. «Avevo notato incuriosita - racconterà - una cassettiera e uno scaffale stipati di scatole arancioni. Erano piene di negativi e di stampe fotografiche. Poi c’era uno schedario in cui erano classificati, in ordine alfabetico, nomi di artisti, attori e scrittori… Ho iniziato ad aprire le scatole e sono rimasta folgorata da quelle stampe, così sono corsa da papà felicissima per chiedergli chi le avesse fatte. Mi rispose a mezza voce: “Sono mie, le ho fatte io, un tempo sono stato fotografo. È roba passata, non mi va di parlarne”».

Pierpaolo Pasolini ©Archivio Fotografico Paolo Di Paolo
Paolo Di Paolo con la figlia Silvia - Roma, 2017 © Bruce Weber

Piano piano, però, si scioglie e comincia a raccontare, Silvia pensa che quella storia vada condivisa, si guarda tutti i 250mila negativi e si convince che le sue foto meritino una mostra, ma prima che ciò accada passano altri vent’anni. Quando ho incontrato Paolo Di Paolo la prima volta sono rimasto incantato dal suo stile, dalla sua cortesia, dal piacere che aveva nel ricordare le persone e un “mondo perduto” (questo sarà poi il titolo della grande mostra che gli dedicherà il MAXXI di Roma nel 2019) e dall’amore per il lavoro che aveva fatto finché non gli era stato chiesto di scendere a compromessi.

Lo ricordo all’inaugurazione, emozionato e felice, camminare dritto con un dolcevita rosso e la giacca blu. Non poteva credere di essere stato riscoperto, di aver potuto riaprire una pagina che era stata voltata mezzo secolo prima. Stringeva le mani e rispondeva a televisioni e giornalisti, sorridendo a tutti con una solarità invidiabile. Aveva 93 anni.

Contadina, funerali di Palmiro Togliatti, 25 agosto 1964 © Archivio Fotografico Paolo Di Paolo

L’ultima volta che ci siamo incontrati gli ho chiesto quale immagine sceglierebbe se potesse salvarne una sola. Mi ha risposto senza esitazioni: quella scattata ai funerali di Palmiro Togliatti, dove nella grandiosità di un evento di massa emerge il dolore di una donna del popolo. Una donna con i capelli bianchi, un foulard in testa e dei fiori tra le mani. Paolo Di Paolo era rimasto convinto fino alla fine che gli esseri umani e i loro sentimenti dovessero essere al centro della storia.



7.6.23

Quelle "signorine per bene che giocavano a calcio" e sfidarono il duce: la prima squadra di football femminile



da  https://cultura.tiscali.it/storie/articoli/


Nasceva novant'anni fa a Milano. Libri, articoli e uno spettacolo teatrale prodotto dalle compagnie Meridiano Zero, Teatro Tabasco, Compagnia Vaga per la regia di Laura Garau scritto e interpretato da Michele Vargiu che sta girando l'Italia raccontano la vicenda del Gruppo Femminile Calcistico milanese

                                     di    Francesca Mulas


“Si può essere signorine per bene e da casa e praticare al puro scopo ginnasstico lo sport del calcio”. Così la giovane milanese Losanna Stringaro difendeva novant'anni fa, sulle pagine del quotidiano Il Littorio, il suo Gruppo Femminile Calciatrici, la prima squadra di calcio femminile nata in Italia. L'esperimento, come lo chiamarono le stesse fondatrici, durò poco meno di un anno ma rivoluzionò per sempre la visione dello sport italiano e fu una preziosa prova di coraggio e libertà nel tempo in cui il fascismo imponeva la sua visione autoritaria e oppressiva sulle donne.





La storia, ancora poco nota, è stata ben raccontata dalla giornalista Federica Seneghini che tre anni fa ha dato alle stampe per le edizioni Solferino "Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce", un saggio che ripercorre la vicenda di Rosetta, Giovanna, Marta, Elena e le altre donne coraggiose che, appassionate di calcio, scelsero di dare vita a una squadra tutta al femminile sfidando i pregiudizi e gli stereotipi che volevano le donne chiuse in casa mentre gli uomini si occupavano di politica, cultura, lavoro e sport.

 Oggi quello stesso incredibile coraggio è al centro di "Le fuorigioco", spettacolo teatrale prodotto dalle compagnie Meridiano Zero, Teatro Tabasco, Compagnia Vaga per la regia di Laura Garau scritto e interpretato da Michele Vargiu che racconta la storia del GFC, il Gruppo Femminile Calcistico milanese nato tra il 1932 e il 1933; lo spettacolo, che da mesi sta girando il Paese, andrà in scena il prossimo 23 giugno a Sestu, provincia di Cagliari, per il festival “Storie di donne, donne e la storia”.



                                 L'attore Michele Vargiu nello spettacolo "Le fuorigioco"

Era l'autunno del 1932 quando un gruppo di ragazze fondò la squadra per sole donne. Nonostante allora questo sport fosse roba da uomini, le intenzioni delle giovani erano serissime: crearono un programma con regole ben precise e lo inviarono a tutti i giornali perché lo pubblicassero, con l'obiettivo di cercare altre donne interessate a entrare in squadra. Il gioco era diverso da quello maschile: le partite erano divise in due tempi da 15 minuti l'uno, si calciava rasoterra e il pallone era "poco più grande di una palla di gomma, di quelle con cui giocano i bambini". Insieme alla nota stampa le "tifosine", come loro stesse si chiamavano, allegarono anche una foto di gruppo realizzata in uno studio fotografico.
Il 26 marzo 1933, davanti a un pubblico di parenti e amiche, ci fu il primo allenamento della squadra, mentre a fine maggio il giornale "Il Calcio Illustrato", l'unico che prese sul serio l'idea e diede spazio alle notizie del GFC, dedicò un'ampio spazio a interviste, commenti, opinioni intitolato "Un'ora con le calciatrici milanesi". Il giornalista notò un gioco piuttosto lento, scarsa abilità e parecchia inesperienza, tuttavia il suo era un punto di vista finalmente serio a fronte di tanti commentatori sarcastici, e sottolineava "poca agilità in corsa, cadute che erano dei crolli, assenza di dribbling, abuso del colpo di punta al pallone, pochissimi i colpi di testa e gli shoots" nel gioco delle ragazze, come riporta lo studioso Marco Giani nell'articolo "'Amo moltissimo il giuoco del calcio'. Storia e retorica del primo esperimento di calcio femminile in Italia" pubblicato nella rivista La Camera Blu del 2017. "Costituiamo una famiglia sempre in aumento, ci vogliamo bene, e continueremo", così Losanna Stringaro al giornalista de Il Calcio illustrato.



Arrivava nel frattempo l'autorizzazione al gioco da parte di Leandro Arpinati, che in quei mesi presiedeva il Coni e la Figc, a patto però che le ragazze giocassero a porte chiuse; le calciatrici furono costrette a chiedere un certificato medico a Nicola Pende, direttore dell’Istituto di biotipologia individuale e ortogenesi di Genova, allora considerato tra i medici più autorevoli dal fascismo, che diede il suo consenso: "Io credo che dal lato medico - scrisse - nessun danno può venire né alla linea estetica del corpo, né allo statico degli organi addominali femminili e sessuali in ispecie, da un gioco del calcio razionalizzato e non mirante a campionato, che richiede sforzi di esagerazioni di movimenti muscolari, sempre dannosi all’organismo femminile. Giuoco del calcio dunque, sì, ma per puro diletto e con moderazione!".
Conquistato il sì dalle autorità politiche e sanitarie, non restava alle ragazze che giocare: la prima partita ufficiale si disputò l'11 giugno 1933 nel campo milanese Paolo Filzi tra le milanesi "G.S. Ambrosiano" e il "G.S, Cinzano" che conquistò la vittoria con una rete a zero su gol di Mina Bolzoni; sugli spalti, un migliaio di persone. Pochi mesi dopo Leandro Arpinati lasciò la presidenza del Coni e il suo posto venne occupato da Achille Starace, gerarca fascista e uomo meno incline alle sperimentazioni rispetto al suo predecessore, che impose la fine del Gfc suggerendo altri sport "più consoni" al genere femminile.
L'esperienza di Elena Cappella, la più piccola della squadra ad appena 14 anni, Giovanna, Gina, Rosetta e Marta Boccalini, Losanna Stringaro, Brunilde Amodeo, Maria Lucchese e le altre giovani coraggiose si concluse così. Se le partite erano terminate restava invece eterno l'esempio del gruppo di coraggiose che scelsero di rompere gli stereotipi e mostrare al Paese che le donne potevano liberarsi dal ruolo di angeli del focolare e cercare divertimento e libertà in un campo sportivo. A queste donne pochi anni fa il Comune di Milano ha intitolato una strada nella zona di Parco Sempione.

28.3.23

i I dolci di Anna Gardu per raccontare una Via Crucis speciale La mostra a Irgoli alla presenza di Vittorio Sgarbi

 

da la nuova sardegna 28\3\2023



Una mostra sulla via Crucis dal sapore e dal tratto particolare. Quindici tavole che documentano il percorso doloroso del Cristo con l’ultima di queste dedicata alle Sacre Spine di Irgoli. Un elemento tra religiosità e leggenda con le Sacre Spine, un tratto distintivo di questa comunità che è conservata nella chiesa parrocchiale di San Nicola: la tradizione dice che quella è appartenuta alla corona, di spine, appunto, che ha cinto la testa di Gesù nel momento della Crocifissione. Una tradizione e una leggenda appunto intrisa di devozione e spirito cristiano. Anna Gardu, dopo l’intenso lavoro dei mesi scorsi, firma una mostra di grande impatto secondo lo stile che caratterizza l’artista capace di creare dei veri e propri gioielli con pasta, mandorle e zucchero. Dolci buoni per il palato e gioia anche per la vista per forma e cromatismi. Abituata alle sfide negli sconfinati campi dell’arte questa volta l’artista originaria di Oliena, è stata chiamata a pensare attraverso le sue opere decorate con un minuzioso processo di miniaturizzazione che esalta tratti e figure, uno dei momenti più toccanti e ricchi di pathos della Settimana santa: la via Crucis. Calando il rito nei canoni davvero particolari della tradizione di Irgoli, centro che conserva intatte numerose tradizioni (dal canto liturgico alle eccellenze architettoniche), tra queste emerge con forza la Sacra
Spina. Un tratto distintivo della Pasqua di questo centro della Baronia che in queste giornate è caratterizzato dalla presenza dei fedeli davanti alla teca della parrocchiale. Momenti che diventano sempre più grandi e intensi. In tutte le tavole della Via Crucis di Anna Gardu è rappresentato un telo rosso. Quello in cui rimasero infilzate le sante spine. Ci sarà poi una sedicesima tavola che raffigurerà il mendicante con le spine sante. La mostra verrà inaugurata nella chiesa di Santu Miali a Irgoli, sabato 8 aprile, alle 18. Oltre all’artista ci sarà il sottosegretario alla Cultura Vittorio Sgarbi, da sempre grande estimatore dell’arte di Anna Gardu, il consigliere regionale Franco Mula. L’incontro sarà moderato dal giornalista Antony Muroni. Questa volta stimolata a esporre a Irgoli all’interno della manifestazione
Andalas Anna Gardu ha tirato fuori dal suo estro un nuovo capolavoro che i visitatori potranno ammirare nella chiesetta di Santu Miali, dedicata a san Michele, risalente al 1200. Qui Anna Gardu che porta avanti con orgoglio l’arte dolciaria esistente da quattro generazioni nella sua famiglia

27.11.22

Al telaio contro la guerra Guernica per il Man dalle tessitrici di Sarule dello studio Pratha La designer Laura Lai: «I simboli di Picasso, studiati e resi con la lana»


Mentre  cercavo qualcosa    con cui  distrarmi    e  rimanere fedele   ai mio proposito   di boicotaggio  anti mondiali     ho letto  sulla  nuova   Sardegna d'oggi   di  questa  bellissima  iniziativa  a  cura  di   Graziella Carta: «Una sapienza da salvare che parla ancora come un’arte moderna» . 

 Infatti  Essa  insieme  ad  altre tessitrici  (    di Alberta Pinna, Lucia Piredda, Lucia Todde, Gonaria Todde e Rosaria Ladu  )    hanno  creato Sei grandi tessuti  che  raffigurano  Guernica    di Picasso  ora  in esposizione  al  museo Man  di Nuoro .

  dall'articolo   del  giornale  

Un lavoro minuzioso, un’arte antichissima e una creatività attuale si sono incontrate, per urlare ancora contro la sopraffazione, nelle tessiture per “Picasso e Guernica. Contro tutte le guerre”, mostra al Man (a cura di Michele Tavola) visitabile fino al 19 febbraio prossimo. Un’esposizione imperdibile che propone il reportage fotografico di Dora Maar sulla creazione dello storico dipinto di Picasso oltre una notevole collezione di incisioni del maestro spagnolo e di documenti dell’epoca. Il rapporto con il territorio che propone il Man – e una chiamata all’impegno pacifista – è l’animazione dell’artista nuorese Manuelle Mureddu e i sei tessuti dello studio Pratha di Sarule dedicati a Guernica. «Tutto nasce da un’intuizione di Chiara Gatti, direttrice del Man» spiega Graziella Carta, imprenditrice nuorese innamorata dell’arte e impegnata nel recupero della straordinaria tradizione del telaio sardo. «Chiara ci ha conosciute in occasione del Nuovo Bahaus europeo 2022. Evento che aveva selezionato il nostro lavoro e che, citando la storica scuola di design, ha come obiettivo i valori della bellezza, sostenibilità e inclusività – racconta Carta –. Così è nato il progetto della nostra designer». Entra in campo un altro eclettico talento: Laura Lai, designer, artista, ingegnere, cantante e compositrice musicale – partita dall’Italia per intraprendere la sua carriera creativa a Londra, per quasi dieci anni – attualmente lavora a Singapore. «Per Guernica tutto è nato dall’analisi dell’opera, i punti essenziali e la simbologia – spiega Laura Lai – così è nata la selezione delle sei immagini che si vedono riproposte al Man, analizzando le gradazioni di grigio e estrapolando gli elementi più rappresentativi. Ho riprodotto l’opera al computer, una griglia per le tessitrici, (ad ogni quadratino corrispondono un certo numero di fili). Colorando ogni quadratino nella giusta tonalità di grigio si è ottenuta una rappresentazione fedele all’originale. Una palette di colori naturali, con qualche piccola aggiunta di sfumature di nero per poter rimanere fedele a Picasso. La stampa che ne consegue è su misure originali, in modo da poter agevolare il lavoro delle tessitrici ed assicurare una risultato ottimale anche quando il design di alcune opere, come questa, risulta alquanto complesso per la riproduzione al telaio». Al telaio, verticale, senza spola, ma solo ordito e trama, le mani esperte di Alberta Pinna, Lucia Piredda, Lucia Todde, Gonaria Todde, Rosaria Ladu. «Un progetto sul capolavoro di Picasso – conclude Graziella Carta – ma anche delle opere che parlano di noi, perfino nei profumi delle erbe tintorie, nella consistenza della lana. Una cosa tutta nostra che nessuno può imitare. Perché sono convinta che sia l’unicità dell’arte la cosa più preziosa».

18.11.22

gli Nft nuova frontiera o snaturalizzazione delle opere d'arte ?

Quando nasci in un mondo nel quale non ti adatti, non sei sbagliato ! è perché sei nato per contribuire a crearne uno nuovo !


approfondimenti


E' raro , poi dipende dai punti di vista , trovare sui giornali di Destra ( o almeno un certo tipo di destra )  degli ottimi interventi culturali .Ed questo è uno di quei rari casi . 






 Da il giornale del 16\11\2022 di Ferruccio Invernizzi

 

Cari lettori, oggi apro questo articolo con unacronimo:NFT (nonfungible token). Un fenomenomolto complesso entrato in scena da qualche anno,del quale molto ancora si deve capire. Ma di cosa si tratta? In italiano potremmo tradurre NFT con: gettone non riproducibile,che stabilisce l’atto di proprietà e la certificazione di autenticità di un elemento digitale. Ci troviamo di fronte ad una tecnologia in grado di creare un codice che non può essere riprodotto da nessun altro,utilizzabile per “contenere” un elemento digitale e venderlo attraverso una cryptovaluta. Si presta perfettamente per vendere opere d’arte, musica, video, è tutto quello che si può digitalizzare,addirittura collezioni di moda e gioielli digitalizzati.Il creativo genera un file, o una foto del suo prodotto, poi viene creato un codice identificativo dell’opera e del suo atto di proprietà e unicità, ed infine lo lancia nel mercato delle cryptovalute. Parliamo dunque di prodotti non fisici, che grazie alle loro caratteristiche possono essere venduti in tuttilmondo senza transizioni complesse e limiti doganali.Uno sviluppo per certi versi interessantema assai fragile, legato proprio all’elemento tecnologico. Ma la mia riflessione non vuole approfondire questi aspetti, piuttosto cosa significhi per il mondo dell’arte. Tutto questo ci sposta in un mondo non fisico, che si adatterà alla nascita del metaverso ma che crea una frattura col mondo fisico in cui viviamo.Mi chiedo allora cosa possa aggiungere di nuovo al mondo dell’arte? Nascerà un nuovo linguaggio artistico? Avremo più possibilità espressive? Sarà possibile comunicare sensazioni nuove o nuovi concetti artistici? Si tratta semmai di un volano che faciliterà investimenti e speculazioni finanziarie. Infattila proprietà fisica dell’opera rimarrà in possesso delcreatore, ma nessuno potrà garantire che non vengano creati più file digitalidella stessa opera, e questo comprometterebbe l’investimento, in alcuni casi milionario, del compratore.La mia generazione èabituata al possesso fisico delle cose e soprattutto delle opere d’arte e ad un contatto diretto che si instaura con l’opera in una serie di scambi complessi. Si può guardare mille volte lo stesso dipinto e trovare ognivolta cose nuove.Nel mondo digitale tutto questo viene “compresso”, reso pelementare, soprattutto NFT, che non possono contenere immagini in alta risoluzione per via delloro tipo di tecnologia.Non sappiamo dove ci porterà tutto questo, per esperienza fare previsioni in meritoèmolto difficile,anche alla luce di quanto sta accadendo ai Bitcoin. I facili entusiasmi che accompagnano le novità possono finire in bolle speculative devastanti. Da personacuriosa continuerò ad osservare il fenomeno, a studiarlo, ma convinto che quando uso soldi reali preferisco comprare cose reali. 


 Egli ha perfettamente tragione non aggiungo altro perchè un ulteriore parola è poco ed due sono troppe Posso dire da semplice fruitore di opere d'arte non solo museali , per giunta più giovane dello stesso giornalista , che condivido quanto dice . Forse perchè sono cresciuto ed ho sviluppato la mia idea \ concezione dell'arte prima che le applicazioni informatiche fossero applicate come il caso in questione fosse applicate alle opere d'arte . Infatti sono abituato ad un rapporto : fisico , visivo , con le opee d'arte oltre che a vederle dal vivo quando posso o in tv o sui libri . Almeno per il momento mi chiedo a differenza sua sarà utile , si trasformerà l'arte in un iun bene per pochi eletti continuerà ad essere fuibile a tutti ?

14.10.22

le coincidenze esistono o non esistono ? il caso della fotografa elena pinna e la traspozione letteraria di topolino TopoPrince

 Secondo la teoria della sincronicità le coincidenze non esistono, o meglio non sono connesse da collegamenti causa-effetto, ma da una rete che unisce l’ambiente, l’inconscio collettivo e le persone. Infatti    le persone e gli eventi accadono sempre con la loro grande ragione. I cattivi e i buoni, hanno tutti una ragione d’essere.”  Secondo   la   blogger   lamenteemeravigliosa.it o   in parte   secondo me  .  : <<Esse  forse non esistono o per lo meno io non credo tanto in loro. Sembra che confermino la legge del desiderio secondo cui se si ha in mente un pensiero fisso, un desiderio o un bisogno, tutto ciò in qualche modo attrarrà le soluzioni >>
Però a volte     sarà il caso , il destino  o l'imprevvedibilità    della  vita  e del suo svolgersi     succede  che   esse   capitino  .Ecco  cosa  mi  è  successo   stmattina  . 


Appena  Alzato  , oggi mi sono svegliato    un po' più  tardi  ,   di solito    a quell'ora  sono al lavoro ,     ho  ascoltato    il Tg  regionale  buongiorno  sardegna     con la  notizia  o meglio   co la   storia     della  fotografa astronomica    (  vedere   sotto )  Elena  Pinna  e   a  successiva  lettura    della  storia ( la  prima puntata  )   di  copertina   tropoprincipe (   trasposizione   fumettistica  dell'opera   Il piccolo principe \Le Petit Prince un racconto di Antoine de Saint-Exupéry  )   du    topolino   di questa settimana  (  copertina sopra   a sinoistra  )    . Infatti  il servizio di tg buongiorno regione sardegna  d'oggi 14\  ottobre ( du cui    trova  sopra  al centro  e  sotto a  sinists      due  screenshot  )  
 in cui si parla di uan fotografa sarda , Elena Pinna (  foto a  sinistra  ) 38 anni di villacidro apassionato di astronomia ed fotografia e che ha saputo trovare il carpe diem con una sua bellissima fotografia una delle tante che trovate sul suo istangram e la sua pagina facebook ) condivisa nelle storie dalla pagina NASA Artemis   ( prima   foto  sotto     al  centro  )  



   Invece  qui  sotto    la  versione    originale  

l'originale  dal  suo  istangram  

mi ha fattto , di solito inizio le mie giornate non lavorative con la lettura dei iornali , leggere per primo il fumetto in questione . Credo che andrò a rileggermi l'opera di Antoine de Saint-Exupéry e che lo regalerò per natale al nipote di nostri amici .  Cooncludo confermando   qu,anto detto da  le  nel servizio televisivo   il cielo  è di tutti  


20.9.22

Giuseppe Sartorio il mariorana sardo

nuova sardegna del 20\9\2022

 Sassari
Il caffè è pronto e un cameriere lo va quindi a chiamare. Prima uno sguardo in sala da pranzo, poi una occhiata direttamente in cabina. Ma niente da fare: Giuseppe Sartorio non si trova. Svanito nel nulla a bordo del piroscafo che collega Terranova [l'attuale  Olbia ]  con Civitavecchia. È l’alba del 20 settembre 1922 e l’uomo che ha scolpito centinaia di tombe e monumenti in tutta Italia è appena diventato un fantasma. Le ipotesi sono tre: disgrazia, suicidio o delitto. Nessuno lo saprà mai. Ma quel che è certo è che proprio lui, genio indiscusso dell’arte funeraria tanto da essere chiamato il Michelangelo dei morti, dentro una tomba alla fine non c’è mai finito. Restano però le sue opere. Tantissime. Solo nel cimitero di Sassari se ne contano un centinaio. E poi naturalmente il suo lavoro per eccellenza, il più famoso da queste parti: la statua di Vittorio Emanuele II che dal 1899 domina con sguardo severo il centro di piazza d’Italia. Lo scultore Nato nel 1854 a Boccioleto, in Piemonte, Giuseppe Sartorio scolpì busti, statue, lapidi e altari. E arrivò in Sardegna quasi per caso, dopo gli studi
e i primi lavori tra Torino e Roma, quando vinse un concorso per la realizzazione di un monumento da dedicare a Quintino Sella, a Iglesias. «L’isola conobbe così l’arte di Sartorio. Ben presto aprì quindi un laboratorio a Cagliari e un altro ancora a Sassari. Aveva anche molti allievi» racconta Fabrizio Vanali, sassarese, appassionato di storia e grande conoscitore dell’arte di Sartorio, al quale ha anche dedicato una pagina Facebook che conta più di 1300 iscritti. «I suoi monumenti sono molto realistici – spiega Vanali –. Sono veri, nei lineamenti e in particolare negli occhi, e quando li fissi sembra quasi che ti parlino. Per questo mi piace la sua arte. Un’arte che ha raccontato e che continua a raccontare la vita di molte persone». Le sculture di Sartorio e dei suoi allievi – monumenti dedicati a personaggi illustri e tantissime tombe – si trovano un po’ dappertutto. Da Cagliari a Iglesias, da Ozieri a Oschiri, da Ittireddu a Pattada, da Nuoro a Oristano, da Ploaghe a Porto Torres. E poi Sassari, dove il cimitero monumentale

è pieno zeppo di scuture firmate  Sartorio .Basta pensare alla tomba del tipografo Giuseppe Dessì, a forma di piramide, o a quella del giovane Andreino Guidetti, scolpito in divisa all’interno di un sarcofago con il coperchio spostato. «Nel nostro cimitero si contano circa cento tombe realizzate da lui – prosegue Vanali –. E altre opere si trovano all’interno di diversi palazzi, come nel vecchio ospedale civile di piazza Fiume, nel palazzo della provincia, a palazzo ducale, nell’ospizio di San Pietro». E poi c’è la statua di piazza d’Italia, quella che ritrae Vittorio Emanuele II di Savoia. Per l’occasione Sartorio lavorò su un enorme blocco di marmo arrivato da Carrara, il più grande mai trasportato in Sardegna. All’inaugurazione della statua, nel 1899, parteciparono anche il re Umberto I e la regina Margherita. E
proprio per salutare i reali, Sassari organizzò una grande sfilata di costumi sardi. Fu la prima edizione – se si esclude quella del 1711 – della Cavalcata sarda. Il mistero della morte Celebre in tutta Italia, Sartorio fece perdere le sue tracce a 68 anni nella notte tra il 19 e il 20 settembre 1922, cento anni fa esatti, a bordo del piroscafo Tocra, tra il porto di Terranova, l’attuale Olbia, e quello di Civitavecchia. È certo che si imbarcò, ma la mattina del 20 non venne trovato da nessuna parte. Come ha ricostruito alcuni anni fa nella sua tesi anche Carolina Onnis, ex studentessa dell’Accademia di Sassari, le piste d’indagine furono tre. Forse suicidio, visto che Sartorio aveva da poco perso la moglie. O magari una disgrazia, considerato che lo scultore soffriva di una sindrome vertiginosa che avrebbe potuto fargli perdere l’equilibrio. Oppure un delitto a scopo di rapina, visto che il suo portafoglio non fu mai ritrovato

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