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22.3.25

Sperare per vivere. Un grande convegno a Milano di Daniela Tuscano

 Trascriviamo i passaggi fondamentali dello storico incontro «Il dialogo della speranza, Chiesa e Islam» organizzato dalla Fondazione Oasis il 22 marzo a Milano, nella chiesa del SS. Redentore. Ospite d'eccezione Mons. Paolo Martinelli, milanese, francescano, vicario apostolico per l'Arabia meridionale (Eau). 


I frati cappuccini sono arrivati nel Golfo nel 1800, ma la presenza cristiana risale ai santi Areta e Ruma, sposi e martiri di Najran (attuale Arabia Saudita) massacrati, assieme a 340 compagni, nel V secolo, in età pre-islamica: «Non siamo un "corpo estraneo" nella penisola» puntualizza Martinelli.Il prelato ha illustrato come Francesco d'Assisi, dopo l'incontro in Egitto col sultano al-Kamil e la spiritualità musulmana, abbia approfondito il concetto di alterità e assolutezza di Dio. Il santo di Assisi rimase affascinato dall'idea di «sottomissione» alla volontà divina, che non è schiavitù ma abbandono fiducioso a Dio fonte di misericordia. La stessa scelta dI chiamarsi frati «minori» conforta questa percezione di piccolezza-fiducia. Partito con il proposito di convertire i musulmani, Francesco si trovò ad approfondire le radici della fede cristiana e del suo personale carisma. Egli sviluppò l'intuizione che il primo a sottomettersi fu Dio, quando decise di calarsi nella storia umana.Anche nelle lettere «ai reggitori dei popoli» l'esortazione a farsi carico affinché il popolo elevasse la sua lode a Dio attesta la suggestione esercitata sul Poverello dal richiamo continuo del muezzin che evoca in continuazione il legame tra l'umano e l'Eterno.Martinelli ha illustrato il progetto della Abrahamic Family House, sorta nel 2019 dopo la pubblicazione del Documento sulla fratellanza umana redatto da Francesco, vescovo di Roma, e dall'emiro al-Tayeb della Grande Moschea di al-Azhar. La cittadella, realizzata da un architetto ghanese naturalizzato britannico, comprende una moschea, una chiesa (con croce e campanile visibili), una sinagoga con la menorah e uno spazio comune, denominato Forum, in cui le persone di diverse religioni si incontrano su temi comuni, specialmente educativi.Questo ci ha fatto pensare alla comunità di Neve Shalom Wahat as Salam che, in Israele, riunisce israeliani e palestinesi impegnati per la pace e la coesistenza, e allo spazio comune per preghiere e riunioni laggiù chiamato Casa del Silenzio.A proposito di coesistenza, mons. Martinelli ha comunicato che negli Emirati esiste un Ministero della Tolleranza (ora Ministero della Tolleranza e della Coesistenza) che favorisce le relazioni tra i cittadini e gli ospiti (scuole comuni, possibilità di fare catechismo...) e si preoccupa di tutelare le iniziative di dialogo. La tolleranza non è intesa nel senso di sopportazione ma piuttosto di ospitalità. Le occasioni non mancano: nel 2024, in occasione della Pasqua, i musulmani organizzarono un pranzo per festeggiare i cristiani, pur senza mangiare assieme poiché in periodo di Ramadan. Martinelli ricambiò presenziando all'iftar, la rottura del digiuno alla quale possono partecipare fedeli di qualsiasi confessione. Ad Abu Dhabi, il Comune ha preparato pacchetti di cibo per quanti sono in viaggio e i volontari di tutte le religioni lo hanno distribuito ai semafori.Peraltro, se - ha ricordato la moderatrice, dott. Braccini - esiste in moschea un percorso della tolleranza simile al tunnel dell'amicizia di Giacarta, capitale dell'Indonesia (il più grande paese a maggioranza islamica), che collega la moschea Istiqlal, progettata dall’architetto (cristiano) Friedrich Silaban, alla cattedrale di Santa Maria dell'Assunzione, non si può dimenticare la folta minoranza indù. Sempre lo scorso anno mons. Martinelli è stato invitato a parlare dell'armonia del creato in occasione dell'apertura del nuovo tempio.«Noi siamo differenti - ha scandito mons. Martinelli - e il nostro compito non è cancellare tali differenze ma riconoscere la comune umanità, la sua «esigenza di Dio». La laicità in Occidente è stata travisata, secondo il religioso, con il tentativo di confinare la religione nella sfera strettamente privata e messa in contrapposizione alla religione stessa. Ciò che colpisce invece, in questi Emirati politicamente giovani, è la grande ansia di futuro. Le religioni non sono vissute come momenti di conservazione o di ritorno/rimpianto del passato ma considerate e vissute come motore di civiltà, dai momenti «ufficiali» alla quotidianità. Ciò è dato anche da una immigrazione qualificata - le chiese sono costituite totalmente da migranti in maggioranza filippini - che favorisce l'interculturalità e al tempo stesso l'appartenenza. Gli «ospiti» pur non essendo cittadini partecipano a vario titolo alla vita del paese.

L'evento ha segnato un passo fondamentale sia nel dialogo tra religioni sia nella costruzione di un rinnovato umanesimo di cui si avverte più che mai l'urgenza. Unico neo, avremmo preferito una maggiore interazione col numeroso pubblico che, malgrado il clima cordiale, è stato penalizzato dalla mancanza di tempo. Ci sarebbe piaciuto approfondire il tema della condizione della donna, la cui presenza nella società emiratina è significativa - moltissime le laureate - e si apprezza il tentativo di superare il gender gap, pur non mancando difficoltà e problemi anche seri. Inoltre, ci si domanda se la buona accoglienza riservata alle religioni non islamiche sia la stessa di fronte a eventuali rappresentanti di confessioni cristiane non cattoliche di sesso femminile.
                                              (Daniela Tuscano)


Bibliografia e sitografia 


  • P. Martinelli, «Venite e vedrete. La vita come vocazione», Bologna, EDB, 2024.

7.10.24

Lea e Sammy i due campioni - © Daniela Tuscano

 Credo di essere stata un po' innamorata di #leapericoli, da bambina. Era l'opposto di me, biondissima, aggraziata ma non leziosa, pareva non toccar mai terra. Le avevano disegnato un completo con piume di cigno, che indossava con spontaneità non umana. Quella che vedevo era un vero uccello, forse per questo mi piaceva tanto. #langelocapovolto fu il giusto titolo del suo ultimo libro. Impagabile la sua torsione berniniana, che sfidava le leggi di gravità.
Era una milanese d'Africa, vissuta ad #addisabeba. Laggiù emerse la sua passione e a quei luoghi sempre rimase legata, come ricorda nella sua autobiografia #maldafrica.Poi la terribile malattia. #Carcinomaallutero. Lo seppi dai miei genitori. Se adesso difficilmente se ne esce, nel 1972 non dava scampo. E le cure erano, come Lea stessa dichiarò, «devastanti». Quando le comunicano la notizia, sviene. Ma ricorda subito chi è. Sconfigge il #tumore. Non è finita. Il maledetto si ripresenta nel 2012, quarant'anni dopo. Questa volta al #seno. I tempi sono mutati, la medicina meno invasiva, ma Lea è sempre Lea, malgrado gli sfregi al suo corpo e alla sua femminilità. Arriva a quasi 90 anni in salute, ancora bellissima, sempre tanto bionda (ma mai troppo), elegante per antonomasia, non solo campionessa sportiva: scrittrice, conduttrice televisiva, #testimonial contro una malattia che non è riuscita a domarla, segno di speranza non solo per chi ne è preda. Muore il 4 ottobre, festa di San Francesco, coetanea di mio padre; ma l'ha superato di un anno.
Due giorni dopo la segue #sammybasso, che di anni ne ha solo 28, ma il cui fisico è già arrivato al
punto di Lea. La «bionda» di Sammy è la sua splendida madre. Lui è il più «vecchio» paziente al mondo affetto da #progeria, invecchiamento precoce e mente giovane. Due lauree summa cum laude, il sogno di lavorare al #CERN, fondatore dell'associazione per la ricerca su questo morbo raro e spietato. Ma Sammy è stato, soprattutto, uomo di #pace. «Se i grandi della terra capissero cosa significa lottare per la #vita - dice - credo non avrebbero il coraggio di fare la #guerra». La vita. L'unico valore che non s'insegna, e il solo per cui valga la pena morire.

17.7.24

Cara beltà da dols.it Di Daniela Tuscano


     da    https://www.dols.it/  

 

La bellezza di Jasmine Paolini, anzitutto. Il suo sorriso a specchio, privo di malizia. Tanto diretto elibero da andare oltre il sesso. Sorriso meticcio, futuro. Fortissima nella sua donnità – che riempie e prevarica – Jasmine trionfa pure nelle défaillance, sprigiona energia e ottimismo.
Sinner la bacia da galantuomo, le braccia potenti lasciate inerti, quasi timide, per rispetto e dolcezza.
Non deve dimostrare nulla, Sinner. È un nordico italiano che la sa lunga, da quando è nato. Come Lorenzo Musetti, sperticato neopapà che vince con la stessa naturalezza con cui spinge la carrozzella del piccolo Ludovico. Come Matteo Berrettini, un Marcell Jacobs del tennis. Sono giovani, millennials o quasi, ma decisi, indipendenti, persino prolifici. E belli, fiorentemente belli.
Poi c’è Yamine Lamal, il diciassettenne del pallone, che non è italiano bensì spagnolo… Di padre marocchino e madre guineana.
Yamine ha un secondo padre, una fidanzata e un fratellino che, in un’istantanea tenerissima, egli «allatta» maternamente con la coppa dei campioni conquistata di fresco. Italiano non è, ma potrebbe esserlo perché queste miscellanee appartengono a ogni luogo.
E dànno origine a generazioni bellissime, fresche, gaudiose. Genti feconde, per cui la #famiglia non è un’astrazione. Ma nemmeno uno stereotipo. Lo è, famiglia, nella complessità delle relazioni, dell’allargamento, nello sdoppiamento dei rapporti, che si superano e ripigliano, ma forse, faticosamente, riescono ad agguantare la luce.
                  Di Daniela Tuscano

11.2.24

Figli senza padri di DANIELA TUSCANO



 DA https://www.dols.it/ ON 

                                   Daniela Tuscano



Uno dei motivi per cui amo febbraio è il Festival di Sanremo. Ecco, l’ho detto, anzi scritto, e sono spacciata poiché, com’è noto, scripta manent.



Le ragioni sono molteplici e quasi tutte extramusicali: amore per la mia seconda città, voglia di leggerezza, ricordi di gioventù. Ciò non toglie che uno spazio per le canzoni – e i loro interpreti – lo riservi sempre. Non mi dilungo in analisi approfondite sui brani: Angelina Mango probabilmente meritava di vincere, voce bella e versatile, brano piacevole, faccia normale e sentore di fiori, come certe mie cugine, come gli assolati pomeriggi del Sud.Sono rimasta piacevolmente sorpresa da Ghali, cantante prestato al rap: genere che, letteralmente, non sopporto, e di cui l’artista milanese è famoso portavoce. Infatti non l’ho
mai seguito. In questa prova l’ho trovato misurato e credibile. Tra lui e Angelina corre una generazione, non a livello anagrafico (Mango è pure più giovane) ma sociologico: l’Italia delle radici e quella che verrà, che è già venuta, con tutti i torbidi della modernità.
E qui ci colleghiamo a Mahmood, il bellissimo Mahmood italo-milanese-sardo-egizio tanto più apprezzabile nelle ballate e nelle commistioni (che bella la cover di Dalla con Tenoresdibitti!) che nei motivi danzerecci stile-“Soldi”, ma tant’è.
Paolo Jannacci era fuori gara e non certo un giovincello però il duetto con Stefano Massini sulla dignità del lavoro mi ha ricordato alcuni pezzi migliori del suo compianto padre, in particolare “Vincenzina e la fabbrica” e la folgorante “Fotografia” presentata proprio a Sanremo. E nel protagonista della “Fotografia” Jannacci senior, da genio par suo, ritrasse precisamente il futuro, le generazioni fragili e complicate senza più radici, o troppe e volteggianti, non si sa bene dove né perché. Ma da non trascurare, anche perché non ne abbiamo altre ! Altro elemento che accomuna, sia pure in modi diversissimi, i quattro sanremesi è la mancanza della figura paterna. Due di loro l’hanno dentro di sé, naturalmente, e possiedono una solidità spirituale che nessuno potrà loro togliere; manca il contatto umano.
Non so se Sanremo sia lo specchio d’Italia, so però che un mondo senza padri è disancorato, latitante. Un mondo inclinato e in ansia, di sopravvissuti a chissà quale terremoto sociale/emotivo; un mondo che non smette di chiedere.Due di loro l’hanno dentro di sé, naturalmente, e possiedono una solidità spirituale che nessuno potrà loro togliere; manca il contatto umano. Non so se Sanremo sia lo specchio d’Italia, so però che un mondo senza padri è disancorato, latitante. Un mondo inclinato e in ansia, di sopravvissuti a chissà quale terremoto sociale/emotivo; un mondo che non smette di chiedere.Ecco, in questo declinare d’inverno, mentre scorrono le ultime immagini della kermesse canora, mi sono ritrovata a pensare a questa icona, il padre, così possente prima e così labile adesso, forse più mito che realtà, e che solo scendendo dall’Olimpo potrà farsi ritrovare, e finalmente amare.

31.8.23

prima dello schianto fatale. Il crocifisso del saldatore. In fondo anche Cristo fu un manovale di DANIELA TUSCANO

kevin laganà, 22 anni. michael zanera, 34 anni. giuseppe sorvillo, 43 anni. giuseppe saverio lombardo, 53 anni. giuseppe aversa, 49 anni.

Nomi, età e volti dei cinque #operai travolti da un treno a #brandizzo, in #piemonte, nello svolgimento del loro lavoro. "Mentre lavoro mi è apparso un #crocifisso", scrive Michael nell'ultimo post, poco prima dello schianto fatale. Il crocifisso del saldatore. In fondo anche Cristo fu un manovale. Nomi, età e volti di gente perbene. L'Italia ha il diritto-dovere di vedere non soltanto gli aspetti del Male (gli stupratori di #palermo e #caivano, gli adolescenti ricchi e annoiati che si sono "divertiti" a massacrare una bestiola...), ma di conoscere altri visi, in cui finalmente identificarsi. Perché Kevin, Michael e i tre Giuseppe sono tutti noi. Non un anonimo numero statistico. Il paese ha risposto con l'ingratitudine al loro impegno quotidiano e discreto. Non abbiamo saputo riconoscerli, come non abbiamo riconosciuto il Messia.




15.6.23

guerra di classe di Daniela Tuscano

Erano nascosti nella stiva dell'ennesima carretta del mare. Sono morti in 100 nel Mare Egeo, tutti bambini.A Roma è morto un bambino. Ed è lo stesso. Sia quei cento sia quell'uno sono vittime dell'ignoranza prepotente, dell'ignoranza voluta ed esibita, sfacciata, vuota. I primi subiscono le migrazioni a causa dei predatori delle loro terre, dai magnati delle guerre, locali e occidentali. Che ingrassano sulle miserie altrui. E le irridono. Il bambino italiano viaggiava su una Smart con la madre e la sorellina di tre anni. Lui ne aveva cinque. Cinque come i debosciati che li hanno falciati via. Balordame che le Smart, si dice, le schifavano. "Ah poraccio!" strillavano all'indirizzo del guidatore. Loro, youtubers di successo, acchiappalike del niente, si potevano permettere la Lamborghini. Mica per usarla, eh. Per sgassare. Per sfasciarla se la scommessa era quella. Perché sì. La Lamborghini si è trasformata nella simbolica arma della lotta di classe. No, della guerra. I "povery" non lottano più: subiscono. Come prima, peggio di prima. La Lamborghini dello youtuber è l'arma di distruzione delle masse che senza soldi non contano niente.
Eppure continuiamo a invocare giustizia. Ce l'hanno promessa. Non vorremmo essere costretti a prendercela.

17.2.23

Welch e Radius, l'ultimo sogno di © Daniela Tuscano



Di Raquel Welch, scomparsa a 82 anni il 15 febbraio scorso, sapevo pochissimo. Quanto bastava. Che era bella e festosa, donna totale, più erede di Mae West o Rita Hayworth che antenata di Shakira.  Anche se si denudava, c'era qualcosa di pudico nel suo corpo, nel suo sorriso eburneo e meticcio. Qualcosa che l'accomunava alle tele rinascimentali, alle allegorie di Giacomo Serpotta, e, in fondo, alla famiglia.



Mentre lei spopolava con pellicole destinate a rimanere nell'immaginario collettivo benché non sempre memorabili ("Un milione di anni fa, il bikini in pelle!),  io trascorrevo la mia estate calda ad Arenzano in compagnia dei pupazzi Disney e di mio padre che si divertiva leggendo "Piccolissimo" del mitico Antonio Amurri :
  piccolissima, gustosa saga familiare grazie alla quale conobbi per la prima volta il nome di Raquel. Il protagonista, papà Antonio medesimo, trovava "inquietante" l'apprezzamento verbale - "fichissima'! - tributato all'attrice dai numerosi figli (allora i figli erano numerosi, in Italia). Raquel, bastava il nome. Ma come lo pronunciava Manuel Fantoni, nessuno. Nel monologo di "Borotalco" la descriveva tutta: seni-borracce, capezzoli-chiodi, "belli, rosa, da attaccarci un quadro". Alla faccia delle arditezze futuriste. Pronunciato con un'enfasi così vellutata che, lo capivi, gli bastava il sogno, e Manuel, un po' playboy un po' bambino, di sognare era capace. Ed è scomparso anche Alberto Radius. Non apparteneva ai miei anni spensierati, ma all'adolescenza tumultuante. Era metropolitano, 


Radius, un romano-milanese per la militanza con la Pfm e pure con Battisti, laziale atipico. Radius era "Nel ghetto", brano-manifesto di quel periodo militante e illusorio. 




Ma, se il tempo ha impolverato gli slogan, ha conservato intatte le schitarrate nervose, riconoscibili al primo attacco, come un Hendrix al calor bianco, figlie di un'epoca elettrica che non tornerà.

© Daniela Tuscano

11.2.23

basta un gesto organizzato o spontaneo che sia per mandare a ramengo il lavoro degli educatori

   applicando   il metodo 'sti  cazzi   tra  le  discussioni  su fb  ed  non  perchè    volevo  evitare   ,  che  illusione   ,  San remo   riguardanti   il  caso di blanco (     provocazione     ,  atto  d'incazzatura  ,   vandalismo   , bullismo  , messa  in scena    organizzata   )  una delle più interessanti   è  quella  di  dell'amica   Daniela   Tuscano


Io, lui & le rose
Ebbene sì, guardo #Sanremo. O almeno ci provo perché di solito crollo dopo circa mezz'ora. Ieri sera, poi, ho ceduto di schianto subito dopo #Mengoni (una buona performance come quella di #AnnaOxa, ancora gran voce - sempre più vicina al #rockblues - benché non sia mai stata una sua ammiratrice). Mi hanno svegliata, fugacemente ma sgarbatamente, le squillanti stecche di #Facchinetti, e non ho fatto in tempo nemmeno a vedere #StefanodOrazio sullo schermo. A questo punto ignoro se #Blanco si fosse già esibito oppure no. E nulla sapevo delle polemiche fino a pochi minuti fa, ero rimasta a #Brividi con #Mahmood, eseguita bene, e mi bastava (solo quest'ultimo m'interessa veramente). Tanti post sdegnati ma nessuno che abbia centrato il problema, a parte #padremauriziopatriciello. Non importa fosse tutto o no preparato, non conta nulla nemmeno la qualità artistica del personaggio, mentre conta molto di più, in peggio, l'arrendevolezza di #Amadeus, quel servilismo verso l'#adolescente che icasticamente ha dimostrato il fallimento di certa pseudo-pedagogia "inclusiva", la finta comprensione di cui i ragazzi non necessitano, ma che anzi li distrugge lasciandoli in balia di velleità capricciose.

Per questo vanno fuori di testa e, ripeto, se fosse recita o realtà è del tutto irrilevante, il messaggio è arrivato e l'immagine pure, un #Morandi curvo a spazzare il palcoscenico e un adulto babbeo asservito al piccolo vandalo.
Poi ci si domanda perché a una docente impallinata da altri piccoli vandali vengano tolte le classi invece di punire i colpevoli e una personaggia televisiva la sbeffeggi a reti unificate perché, cari, loro "so' regazzi" ed è l'insegnante a non saper "tenere la classe". (Senza contare che chi distrugge fiori o simili, io lo farei inginocchiare sui ceci come #Fantozzi.)
© Daniela Tuscano



ok   dirà  qualcuno  , ma    secondo  te  la  penso   non   come  

[...]

infatti   sempre  lo  stesso don  :  << [...] Mercoledì mattina. Vado in una scuola di Pignataro, in provincia di Caserta, a dialogare, come quasi ogni giorno, con gli studenti. Per aiutarli a non essere irrispettosi, violenti, bulli. Nei giorni scorsi siamo stati a Torre del Greco, Venafro, Oria, Pozzallo, Castel Volturno. La settimana prossima saremo a Salerno, Caserta, Napoli, Milano. Il dovere ci chiama. I ragazzi hanno bisogno di noi, della nostra testimonianza, del nostro esempio. Si parla di mafia, di camorra, di bullismo. Di droga, di sopraffazione, d’imprudenza. Di volontariato, di amicizia, di condivisione. Di vita. Una vera e bella missione. Sono felice. Loro capiscono, fanno domande, trovano risposte. Poi arriva la prima serata di Sanremo. E sono costretti a sorbirsi un tizio che tenta di gettare alle ortiche tutto il lavoro degli educatori, dei genitori, della scuola, e, davanti a milioni di telespettatori, si fa stupidamente – e furbescamente – violento senza essere nemmeno redarguito.Lo spettacolo continua. Con i soldi nostri, naturalmente, e contro la nostra volontà. Qualcuno ha detto che la televisione fotografa la realtà. Mah! Diciamo che un po’ la fotografa, un po' la crea. Un miscuglio di verità e finzione che non sempre è facile districare. Per questo occorre fare attenzione.[...]    continua  su La morte silenziosa di Luigi, i riflettori su Blanco. Lo spettacolo continua (avvenire.it) >>





20.1.23

Crosby, un'Odissea americana di © Daniela Tuscano




Alla fine, incredibile ma vero, il traguardo degli 80 l'aveva raggiunto pure lui. L'aveva addirittura superato d'un pelo, come Ulisse dopo aver avvistato il monte del Purgatorio. E hai voglia a dannarlo nelle Malebolge, intanto l'inosabile l'aveva acciuffato, coi suoi occhi umani, eternando l'attimo. David Crosby è stato l'eroe di un'Odissea americana, sognata, sognante, ma con un lascito di cruda malinconia. 
Uno dei primi successi recava un titolo europeo, francese, "Déjà vu", peraltro legato ad alterazioni transoceaniche. Ma Crosby non fu solo sesso, droga e rock'n'roll. Come Ulisse si perdette e sbalestrò, si riprese, ricominciò e cadde. Gli ultimi tempi voleva tornare "per l'alto mare aperto" ma si era poi arreso all'età e alla ragione. Déjà vu anche per questo senso del limite, oggi così raro, e in fondo eroico; non si è indispensabili anche perché lui, nel tempo, aveva già fissato i suoi capolavori. Due su tutti, "Our House" e "Guinnevere", che non era, come scrissero alcuni, l'amore a tre, ma tre donne in una, un poliedro cangiante e caldo di penombre, miraggi, sfumature, case fiorite e distese oceaniche: la vita, in una parola, larga e distesa, ma talmente piccina da stare in una mano.

28.12.22

MARTIRIO DEL NATALE di © Daniela Tuscano


Soha Etebari, uccisa il giorno di Natale a un posto di blocco iraniano mentre si trovava in automobile con i genitori, non pareva una dodicenne. Le fotografie riproducono il viso stupendo d'una bimba di 6-7 anni inghirlandato da ricci antichi, gli occhi colmi di gioia mite, quasi a contenere il dolore del mondo. Occhi


che non capiscono, disarmati. Soha non c'entrava con le proteste, si sono affrettati a dichiarare i genitori. Ma per questo è diventata il simbolo per antonomasia della tragedia iraniana, e dei martiri innocenti d'ogni paese. L'innocenza dell'esistere originario e quasi biologico, la casualità che precede vissuti, culture e religioni. L'innocenza che toglie qualsiasi pretesto alla sopraffazione e la mostra come male nudo, totale. È così che "il Verbo si fece carne": perché ogni esistenza, fin dal principio, ha motivo, ha valore, è. Lo sintetizza splendidamente Edith Stein: "È più facile farsi inchiodare con Cristo sulla croce che divenire con lui un bambino balbettante" ("Il mistero del Natale", 1931). Affermazione tanto più vera se, poi, questo bambino è una bambina, la cui umanità viene doppiamente negata.

Soha incarna quindi tutte le ragazze, donne (e uomini) che dall'Iran e dal mondo intero gridano la loro dignità. Da Soha lo sguardo si allarga ai cristiani nigeriani trucidati dai jihadisti e, se donne, violentate e obbligate a conversioni e matrimoni forzati proprio in occasione delle feste natalizie; alle afghane cui la dittatura talebana ha negato il diritto all'istruzione; ai neonati indiani gettati tra i rifiuti e lasciati in balia di animali selvatici, e non nei villaggi rurali ma nelle grandi città, poiché, spiega il dott. Carvalho della Pontificia Accademia per la Vita, gli istituti per i genitori in difficoltà sono insufficienti e si preferisce misurare lo sviluppo d'un paese dal reddito pro capite. Anche in tal caso le femmine, considerate meno "redditizie", ne pagano le conseguenze più atroci. E si estende fino al "civile" Occidente dove, negli ultimi giorni, si è assistito a un climax di femminicidi culminati nell'accoltellamento della giovane Maria Amatuzzo la notte della vigilia e alla scandalosa sentenza nei confronti di Davide Fontana, il quale, dopo aver preso a martellate, sgozzato, sminuzzato, congelato e infine gettato in un precipizio l'ex-fidanzata Carol, è stato giudicato dai periti "innamorato come un dodicenne".

La stessa età di Soha. La diversità nel Male.

Innocenti martiri, bambini e bambine che non sono, come si diceva un tempo, "speranza d'uomo" ma esseri umani completi che ricordano la nostra vera natura: amare e difendere la vita, specialmente la più fragile e minacciata.Il Natale è un Dio bambino che nella sua debolezza è in grado d'insegnare agli adulti; non stupisce se ne scandalizzino i benpensanti, e vogliano cancellarlo

               © Daniela Tuscano

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