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21/06/17

L'AMICO RITROVATO di © Daniela Tuscano



  da Compagnidistrada
Pubblicato da Daniela Maria Tuscano · 22 ore fa ·


L'AMICO RITROVATO
Ma guarda chi c'è.
È qui, Cristina, t'ha sempre aspettato.
Con le sue lucine di Natale, intermittenti, gaie e spinose.
Perché chi ti aspetta è un crocifisso bambino.
E il suo abbraccio sbilenco è lì, fisso, solo per te.
Tre anni è rimasto così, spalancato e candido.
Tre anni di passione, tre anni di missione, tre anni trinitari.
Tre anni come i tuoi, diventati sei, e poi saranno nove.
Di multiplo in multiplo, la vita crescerà.
E solo quando l'hai rivisto, ti sei sciolta in un sorriso.
Unico, incontenibile, impetuoso.
Un sorriso di voce, anzi, di urlo.
Un sorriso di meraviglia pasquale.
Tu, fino allora sballottata fra volti antichi - i tuoi cari, certo - e scomposte feste.
E rimanevi in silenzio, gli occhi tardi e gravi, le gambe ciondolate.
Eri ancora nel tuo sabato ammutito.
Poi la tua gioia è risorta.
E finalmente, sei tornata bambina.
È quella la casa: non il container, l'amico, il fratello.
Sarai di nuovo principessa, o fata, o strega.
E farai di nuovo i capricci e studierai da scienziata.
In qualunque avventura, in qualsiasi sventatezza.
Avrai sempre quel fratello accanto.
Quell'amico in croce che ti dà gioia.

                                    © Daniela Tuscano


(dedicata a Cristina, la bimba cristiana irachena liberata dal Daesh)

15/06/17

ADDIO Gloria e Marco © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono, spazio all'aperto
Di affiancare le foto belle e sorridenti di Gloria e Marco alla carcassa funebre del grattacielo in fiamme, come molte testate online hanno fatto, no, non me la sento. Lo trovo cinico. Anche se, forse, non inadatto: sono morti per quello, perché non dovevano trovarsi lì, ma in Italia, a raccogliere il frutto del loro impegno. Entrambi architetti, laureati col massimo dei voti ma costretti a emigrare perché, da queste parti, non sappiamo che farcene dell'acribia generosa, un po' sventata - com'è giusto - delle nostre giovani menti. Dunque via, lontano, pure - nel caso di Gloria - per aiutare la famiglia a ricomprarsi la casa perduta all'asta. E ne esistono tanti, di ragazzi così. Li incontriamo tutti i giorni, magari senza saperlo. Quasi sempre lo scopriamo quando è tardi, e i loro sogni finiscono in cenere assieme al futuro. Ci si adatta subito, da giovani, e tutto sembra comunque meraviglioso, e brilla di quella particolare luce - che ancora traspare, nelle immagini d'archivio - assetata di bellezza, perennemente in ricerca, abbacinata e famelica. Dunque no, fissarli accanto a quella macabra tomba (chi ha azzardato paragoni col film "L'inferno di cristallo" se ne vergogni in perpetuo), ancorché giusto per il valore simbolico, di denuncia, è al tempo stesso riduttivo. La morte li ha ghermiti, certo; ma quale tributo migliore di quella bimba sparuta, ingenua anch'essa ma già compresa del dolore, di fronte al muro di pianto e fiori? Gloria e Marco sono morti da italiani, da emigranti, assieme ad altri provenienti da situazioni ancor più drammatiche: come l'aspirante ingegnere Mohammed, siriano di 23 anni, intenzionato ad aiutare il suo paese una volta terminati gli studi; come Rania, 30, che aveva invocato aiuto perfino dal suo profilo Facebook, inviando due filmati; nell'ultimo, pregava in arabo chiedendo perdono. Come due sorelline dai nomi pure asiatici, salve, ma i cui genitori rimangono dispersi. Tutta brava gente, si dice in simili casi. Tutte persone normali, tutte nel silenzio e defunte nel clamore di un'incuria devastante, assurda. Morti nella rabbia, rabbia nostra, impotente e vigliacca, perché così no, non si può, non si deve. Morti di fronte a un cielo che non risponde, ma che non chiamiamo in causa, poiché da essi invocato fino alla fine. Morti in relazione; Marco protettivo, tentando di rassicurare i genitori, e Gloria, non si sa se più cosciente o tenera, forse solo donna, quasi scusandosi di dover procurare alla famiglia un pianto antico: "Mamma, grazie di tutto". E anche noi vi ringraziamo, fra le lacrime.

© Daniela Tuscano

30/05/17

NOMEN OMEN ? © Daniela Tuscano


L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e barba
Aggiungi didascalia
A Portland, in Oregon, un neonazista - o, come recitano eufemisticamente alcune testate online, "suprematista bianco" - comincia a insultare due donne velate. Si trovano su un treno urbano, e anche se vivi in Italia, e i percorsi non sono mai troppo estesi, te lo immagini, quel treno, e soprattutto la varia umanità che lo popola. Caldo boia, caldo cane, le ore si mescolano agli afrori della pelle sfruttata, alienata, abbrutita da un lavoro incerto, insensato. O addirittura inesistente. Pena di vivere così, ma lo fai, ogni giorno. Dall'ingranaggio non è dato uscire. A un certo punto sbuca quello che nella vita ha combinato meno di niente e se la prende con tutti. È un nessuno, ma le forze dell'ordine ne conoscono benissimo i precedenti per violenze e risse. Tuttavia, secondo un copione ormai collaudato, circola tranquillamente tra la folla scegliendo, per i suoi colpi, bersagli sempre facili: e le velate, "diverse" per eccellenza, sembrano messe lì apposta. Lui inveisce. Brutalmente, ossessivamente. Cerca la reazione. Due uomini decidono che no, è davvero troppo, non è giusto, va respinto. Non esiste alcun diritto a distruggere l'altrui umanità. Prendono così le parti delle ragazze. La furia del neonazista diviene allora incontenibile e, uno dopo l'altro, sgozza i malcapitati.
NOMEN OMEN?
L'assassino si chiama Joseph Christian. Sì, avete letto bene. Joseph Christian, Giuseppe Cristiano. Se aggiungiamo il prenome, Jeremy, abbiamo la Bibbia al completo. Ed era razzista e ha ucciso.
Un pazzo isolato? Andiamoci piano. Negli Stati Uniti episodi simili, dal Ku Klux Klan in poi, si ripetono con una certa frequenza. Il trend pare in ascesa nell'intero Occidente (chi non ricorda Anders Breivik, il carnefice di Utoya?), fomentato pure da una taluni politici. In tutti i casi, il ricorso a terminologie "religiose" è costante.
Ma Joseph Christian, Giuseppe Cristiano, rappresenta a suo modo un unicum. Forse per quel nome così fatale, che racchiude il padre terrestre e il figlio celeste. E che sopprimendo l'umanità, cioè a dire il padre secondo la carne, ha vanificato il sacrificio del Figlio.
Soffermiamoci ora sulle vittime. I loro nomi sono ancora ignoti, ma le biografie ci consegnano dati importanti. Avevano 53 e 23 anni; il primo aveva prestato servizio nell'esercito, il secondo era un brillante neolaureato.
Dei tre uomini, chi ha respinto i principi in cui pure è nato e cresciuto, è il bianchissimo (il "suprematista") Giuseppe Cristiano dal nome biblico, apostolo improvvisato d'una missione "divina".
Nessuno mai affermerà che la violenza è insita nel credo di Giuseppe Cristiano. Tutti, invece, diranno che Giuseppe Cristiano di cristiano non ha nulla.
Naturalmente è vero. Ma perché non giungiamo alla stessa conclusione se a uccidere sono i jihadisti? Perché tendiamo a considerare questi ultimi musulmani autentici, conferendo così loro una insperata autorevolezza, mentre gli altri, la stragrande maggioranza che lavora, ama, prega, condivide con tutti gli uomini gioie e sofferenze, sarebbe al massimo "moderata", "occidentalizzata" ecc. (ossia all'acqua di rose, poco seria e perciò meno "pericolosa")?
Le donne offese e gli uomini scannati da Giuseppe Cristiano erano americani di fede islamica. Americani e basta, né più né meno dei wasp e dei neri. Stavano, con ogni probabilità, praticando il loro jihad, che non è la guerra santa ma lo sforzo sulla via di Dio. Una sorta di digiuno quaresimale. Da poco, infatti, è iniziato il Ramadan. Li hanno martirizzati, come i copti in Egitto alla vigilia dell'Ascensione. Veri credenti ammazzati dall'empietà nichilista. Nei Tg e sulla grande stampa non ne troverete traccia. Ma anche questa è stata una strage.
© Daniela Tuscano

25/05/17

Metrò di © Daniela Tuscano

IL post   d'oggi  della  cara  amica  e compagna  di strada   Daniela  mi  ha riportato alla mente  e  fatto  ricantare  questa    


canzone ambientata negli anni d’oro della mia trascorsa giovane età, fa riferimento anche ai juke box che iniziarono a scomparire dai bar  dalla  metà degli anni  '80  negli anni ’. Anche l’abbigliamento che si intravede dal filmato è tipico degli anni passati. I ricordi affiorano alla mente con concretezza e senza pregiudiziali ideologiche. L'ideologia e le idee con finalità che costituivano la ragione d'essere in quegli anni erano presenti   in majiera  indiretta   dalla mia mente e posso assicurare che vivevo in maniera sublime, al contrario di oggi dove la meschinità e spregevolezza hanno la meglio sulla mia perduta personalità.Ed   per  quiestro che  nel riascortala  mi   emoziona  sempre .
Ma  ora  bado alle ciancie   ed  eccovi  il  post    di Daniela


E se ne vanno,
O incrociano gli sguardi
E non sai se pensano,
Se sono tristi o lieti;
O si lasciano passare
Barattando perle d'ore
In quei giorni in declivio
Fra intrepidi binari...




L'immagine può contenere: spazio all'apertoMilano non è sempre frenetica. Sa ascoltarsi, specialmente la domenica mattina, quando la primavera lambisce i suoi marciapiedi, le sue vie e sotterranei. Qui l'umanità, libera dagli oneri lavorativi, si lascia vivere, e non pensa; ne avverti il cuore. C'è una giovane madre dalla lunga figura, con un ventre che sembra uscito dal pennello di Van Eyck. Ma non è Eva, non deve riscattare nulla: su quelle forme fiamminghe fiorisce un capo biondo, ceruleo, estatico. Non più Van Eyck, ma Beato Angelico. È il miracolo d'un'innocenza ritrovata, o, forse, solo fiducia. C'è una fanciulla dai tratti indocinesi, persa e discreta, che armeggia il suo smartphone - inseparabile, ormai - ma presente a se stessa, e si piace perché donna, nella sua veste cresimale, a quadri bianchi e neri
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio al chiuso. Dove vedesti quella lindura? Nelle cose che fanno la domenica, cioè gli oggi santificati, quieti. C'è un indio senza pace, stramazzato. Non si siede, scarica un peso. Lui fuor di lui. Non ha rincasato la sera, gli abiti sono scialli, inutilmente chiassosi. Il sonno lo vince d'improvviso, tutto assieme, e lo abbandona inerme, regalandogli una strana, infantile solitudine. Famiglie sciamano all'aperto, d'ogni colore ed etnia, come a Milano è sempre stato, perché accoglie e non lo sa. Anzi, ne ha pudore. Milano accomuna tutti, sotto un sole di maggio già ardente. Ma c'è sempre una casa, un viale, una pensilina. Aspettano, vuote, il tuo silenzio.


 Daniela Tuscano

24/05/17

NEI LORO OCCHI © Daniela Tuscano ed altre storie

NEI LORO OCCHI
Nessun salto di qualità. Nessun abisso di nefandezza. Nessun imbarbarimento. L'assassinio dei bambini è inscritto nel DNA del terrorismo fin dal principio. È, ammettiamolo, funzionale alla "causa". Se non l'abbiamo compreso, se solo adesso apriamo gli occhi, quelli dei bambini parlano da sempre. Ognuno uguale, ognuno diverso.
Nei loro occhi brilla una sola luce.
Lo sguardo di Saffie e Georgina, i primi nomi conosciuti delle vittime di Manchester, non differisce da quello di Cristina, la bimba cristiana di tre anni strappata alla madre da Daesh - paradigma di tutti i cristiani perseguitati in Medio Oriente, nella totale indifferenza degli occidentali - e mai più ritrovata. E non diverge da quello dei coetanei siriani, yemeniti o africani destinati a rimanere anonimi ma altrettanto veri, singolari e drammatici nella variegata uniformità. 
Felici o disperati, languenti per la fame o atterriti dalla violenza, i bambini non appartengono a coordinate geografiche. Abitano il mondo. Voluti o inattesi, sempre irripetibili, possiedono la forza dell'origine. La loro gioia è netta, come il dolore e la serietà - e quanto sanno essere seri i bambini, e solenni, e giudicanti. 
Siamo noi adulti a comprimerne l'umanità. A porvi dei confini. E allora li oggettiviamo, e li aggettiviamo. Non più bambini ma infedeli, danni collaterali, vite sprecate. "Infedele" era Cristina secondo Isis, e che abbia tre anni, o sessanta, non importa, come non importava l'età degli ebrei per i nazisti. "Danni collaterali" li definisce ancora Daesh nell'ultimo, abominevole comunicato: "Uno non dovrebbe addolorarsi per l’uccisione collaterale di donne e bambini miscredenti, perché Allah ha detto: 'Non addolorarti per i miscredenti'". (E, si badi bene: "danni collaterali" è la stessa terminologia usata dagli occidentali "esportatori di democrazia" in Siria o in Iraq.) "Vite sprecate", infine, è l'omaggio del vescovo ciellino Negri ai ragazzini inglesi, rei, sia pure in modo, per dir così, passivo, d'essere andati a un concerto: quindi schiavi, a parer suo, del consumismo e dell'edonismo negatori di Dio.
L'immagine può contenere: 7 persone, persone che sorridono, bambinoMa questo rimpicciolimento dei piccoli bestemmia Dio. Senza remissione alcuna. "Chi scandalizza anche uno solo di questi piccoli, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare". Dio muore in quanti sono incapaci di leggere negli occhi dei giovanissimi l'urgenza dell'infinito, a qualsiasi latitudine appartengano. Un Dio disincarnato dall'uomo, e da quella totalità d'uomo che è l'infanzia - totalità ferita, claudicante, faticata ma per ciò stesso offerta alla redenzione, e resa gloriosa - ne diviene la negazione, lo specchio rotto e, dovremo pur dirlo, l'inferno. Dio s'è fatto bambino per essere ovunque, in chiunque. Coloro che ne ripudiano lo sguardo hanno già scritto la propria, irrevocabile condanna.

© Daniela Tuscano
P. S.: Lo chiamano terrorismo religioso. Ma i jihadisti uccidono solo per odio. Primordiale, materico. Odio per il diverso, il nuovo - non a caso, le prime vittime note sono donne -, i suoi successi e il suo benessere. È la frustrazione dell'incapace verso chi si dimostra migliore di lui, ed è felice. (Insopportabile, per gl'invidiosi, la felicità.) È in nome della cupidigia, non di Allah, che stroncano vite e disprezzano la propria, al punto di scialacquarla, sminuzzarla nell'eccidio. Pur se anagraficamente giovani, hanno il cuore decrepito. ( E al termine di questo delirio non avverrà l'islamizzazione ma l'ateismo, il ripudio di qualsiasi idea di trascendenza anche per la mancata - e colpevole - esegesi del testo coranico da parte musulmana.)


Ed esso le altre storie    riportate  sullla nostra pagina facebook   sempre  da  Daniela 




da http://www.globalist.it/
 23 maggio 2017



Chris Parker, il mendicante diventato eroe per aver soccorso i feriti
Aperta una raccolta fondi per il ragazzo che mentre tutti fuggivano è entrato nella hall per portare aiuto


Chris Parker




Un eroe per caso. O forse un eroe divenatato tale sull'onda emotiva dell'attentato di Manchester. Fatto sta che i media e i social inglesi stanno raccogliendo fondi e definendo eroe Chris Parker, un homeless che stava chiedendo l'elemosina all'uscita del Manchester Arena e che dopo l'esplosione della bomba si è precipitato dentro la hall per soccorrere iferiti.
Chris Parker, che ha 33 anni, hanno raccontato i testimoni, ha cercato di soccorrere una donna ferita che è spirata nelle sue braccia.
Subito alcuni hanno aperto una pagina di GoFundMe in suo favore e in poche ore sono state raccolte molte sterline.


Attentato Manchester, le storie. Paula, l'angelo che ha salvato 50 ragazzini
La signora, 48 anni, era nei pressi dell'Arena quando è scoppiata la bomba e ha visto decine di giovanissimi scappare. "Correte con me", ha detto. E li ha portati in un albergo, al sicuro






Manchester, 23 maggio 2017 
C'è un angelo biondo, nel dramma di Manchester. E' una donna di 48 anni, Paula Robinson, 

che

08/05/17

Binario morto di © Daniela Tuscano

L'immagine può contenere: pianta e spazio all'aperto
Ferrante Aporti la conosco bene, è l'unica via milanese perennemente in bianco e nero. Un paradigma della città, per alcuni; benché Milano, al pari d'una maliarda un po' sdegnosa, sappia regalare, quando vuole, trilli d'azzurro. Ma Ferrante Aporti no. Conserva la sua ombra ferrigna, i sordidi magazzini, le gallerie tetre e infinite come ventri di balena. E la ferrovia. Essa pure periferica, binario sfumato fra ruderi d'erba. Da uno dei tralicci, ieri, un profugo maliano s'è legato una corda al collo ed è balzato nel vuoto, penzolando poi per interminabili minuti. Lunga sagoma nera sul nero delle pareti. L'ha fatto di domenica, a mezzogiorno, l'ora più viva e atroce. L'ha fatto in giorno di festa, nell'invidiata distrazione del desinare, perché lui, senza nome né documenti, non l'aspettava nessuno, nemmeno il centro d'accoglienza. S'è accomiatato da un retrobottega di stazione perché solo lì il peso del vivere gli è piovuto addosso, con echi di urla, sangue, bombe e sole implacabile. O semplicemente povertà, divenuta a un tratto miseria, e lui certo, ormai, d'aver perduto per sempre la sua dignità d'uomo. La solitudine non lascia scampo nel paese felice, che vedi bello e irraggiungibile. Per esserci devi sparire, e immergerti è l'unico grido. Solenne, sacrale, tuo
© Daniela Tuscano

27/04/17

LE CENERI DEI COPTI © Daniela Tuscano

LE CENERI DEI COPTI
Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Popolo e diadema
Di storia e di dolore
Solcano Pasque eterne 
Nei templi romiti

E li vedi, solenni come esodi
Varcare un'altra attesa,
Nuovi giorni senza gloria.

Son fatti di sogno
E abitano la terra,
Mai svuotati di pazienza.

Sono il sacrificio
Di Cristo ripetuto,
Col volto nero, perso,
I piedi sfatti e crudi.

Cammino, su resti di città 
In questo sfarinato grigio d'aprile 
Fra volti callidi, senza speme
E un tardo pensiero di cielo.
Incontro, col cuore
I fratelli e sorelle lontani.
Il loro martirio mi dà forza,
Voce d'insperato yobel;
Non si nasce perdonando,
Si umanizza praticando.

© Daniela Tuscano

23/04/17

risposta di ©Daniela Tuscano al mio post : è più eroe ......

un poliziotto    ucciso dall'Isis  o un carabiniere     che    sale  su  un tir  a  100 k.m all'ora  bloccandone   la  corsa    perchè l'autista ha   avuto   un malore 


la   risposta   al mio quesito   espresso  nel  post precedente  ( vedi url sopra  )   è  arrivata  dalll'amica compagna  di strada    Daniela  Tuscano  sulla  nostra pagina  di  facebook   ( https://www.facebook.com/compagnidistrada/  ) 



                                             L'EROE QUOTIDIANO

Su Xavier hanno scritto in tanti, com'è giusto, e il rischio di ripetersi è alto. Oppure no. Suo malgrado, il giovane poliziotto è diventato un simbolo, e certo non lo voleva. Credo di saperlo, quel che voleva: vivere; nell'anonimato dei giusti, nella compostezza della normalità alla quale tutti siamo chiamati. Aveva scelto un mestiere difficile, Xavier. Un mestiere per cui oggi ci sei, domani chissà. Specialmente di questi tempi. Ma non è forse così per ognuno di noi?
Precari lo siamo tutti. Ma viviamo, o piuttosto esistiamo, come il respiro ci appartenesse, e il mondo dipendesse da un nostro battito di ciglia. La differenza con Xavier probabilmente è tutta qui: lui, la cognizione del limite l'aveva. Sapeva, evangelicamente, che la vita umana era stata "comprata a caro prezzo". Quindi non la sprecava. Ci stava dentro, mani piedi e cuore. Se qualcosa gli mancava era il senso dell'appartenenza, del muro. Conoscere la propria realtà di umani significa costruire ponti. Significa darsi, e lui si è dato. Non mi riferisco all'epilogo del suo percorso terreno. Penso al prima, a quella normalità che l'ha contraddistinto e dovrebbe essere la cifra di tutti noi: amici, amore, lavoro, certo, ma anche e soprattutto relazioni, principi. A Xavier non bastavano la sicurezza economica e la stabilità degli affetti. La vita, nella sua pericolante vastità, esigeva altro. "I care", m'importa, avrebbe detto don Milani. Aiutare gli immigrati gli sembrava logico, doveroso. Impegnarsi per la pace, pure. Nel suo mondo non esistevano gli altri, ma un unico "noi". Era questa la cifra della sua pienezza e questo il faro che dovrebbe orientare le scelte di qualsiasi persona su questa terra. 
È vero: se occorreva la prova che l'Occidente è tutt'altro che imbelle, nichilista e snaturato (e quella dei jihadisti non è forza - né materiale, né morale - ma solo sterile ferocia), Xavier Jugele l'ha incarnata pienamente. Non era l'eccezione, bensì la regola. Ci sono tanti Xavier, ai quattro angoli del pianeta. Europei, asiatici, africani, americani. Di ogni etnia, di diverse o nessuna religione. Gente a cui importa, il cui ottimismo si sposa con una lucida visione della realtà.
Non sono pacifisti. Sono uomini e donne di pace. E, se non tutti arrivano al supremo martirio (=testimonianza) di Xavier, quest'ultimo è qui oggi, con la sua storia semplice e tragica, a dar conforto ai tanti cui, di solito, i media negano spazio. Ma senza i quali la storia umana sarebbe già finita, anzi, non avrebbe visto mai la luce.

© Daniela Tuscano
P.S.: Ho tralasciato di parlare dell'omosessualità di Xavier. Essa - hanno scritto - lo rendeva ancor più inviso ai terroristi. Le cose stanno così, ovviamente. Ma a cosa serve sottolineare un surplus d'odio? Conta la normalità. Xavier avrebbe potuto chiamarsi Paola o Kabir, amare uomini o donne, e non sarebbe cambiato nulla.

09/04/17

AGLI UNICI




No, non è una festa. Ha i paramenti rossi come il sangue. E sangue ne è scorso a fiumi, oggi, ad Alessandria e al Cairo. Vittime, ancora una volta, i cristiani copti, massacrati dai jihadisti durante la Messa delle Palme. Il sorriso di questa domenica mostra i denti, finge il tripudio ma prelude alla Passione. In Egitto, terra così vicina a quella di duemila anni fa, il buio è piombato all'improvviso. 
Non è la prima volta. Lontani i momenti in cui il futuro papa copto Shenuda III veniva allevato da una famiglia musulmana e giocava coi figli di quest'ultima in qualche cortile a Cleopatra. Da molti anni i cristiani sono nel mirino del Daesh; il martirio di Sirte, due anni fa, ne rappresentò solo l'episodio più sconvolgente. 
Ma chi sconvolse, poi? Europa e Usa, no davvero. I media neolaici continuano a disinteressarsi della sorte dei cristiani mediorientali; e lo stesso può dirsi di certo terzomondismo "progressista". In effetti, per quest'ultimo sembra non esistano chiese distrutte in Medio Oriente, non famiglie perseguitate, non bambini rapiti e convertiti a forza. 


L'immagine può contenere: spazio al chiuso
Forse non li considerano abbastanza indigeni per destare interesse.Forse li ritengono un prodotto del colonialismo europeo.
Forse pensano Gesù provenga da Lentate sul Seveso e non li sfiora neppure l'idea che quei luoghi non sono nati musulmani, bensì cristiani.
Forse, e senza forse, si vergognano di loro. Non li prevedono. Oggi, un occidentale desideroso di passare per aperto, intelligente e dialogante "deve" rinnegare il cristianesimo. 
Ebbene: queste vittime, questi morti mettono a soqquadro il perbenismo corretto. Il quale, del resto, ha i giorni contati. Molto presto saranno costretti ad ammetterlo: sì, li uccidono perché cristiani. I cristiani vengono martirizzati, oggi come ieri. Addirittura più di ieri, secondo osservatori qualificati e secondo papa Bergoglio, atteso proprio in questi giorni. I cristiani sono inscindibili dalla croce. 
E non perché amino la sofferenza, ma perché ne sono attraversati, lo siamo tutti, è la cifra del nostro esistere. Averlo dimenticato significa vivere fra parentesi, simulare la festa. In tal modo non resta nulla, se non un'idiota allegria di naufragio, ondivaga come la folla. Che prima acclama, poi ripudia.
I nostri fratelli e sorelle copti, appena calcato il terreno della città, sono stati crocifissi. Vittime designate. È l'unica, lapidaria realtà. 
E oggi, in questa domenica delle Salme, per sentirmi realmente vicina a tutti, devo distinguere quelle morti, restituir loro l'originale, specifica fisionomia. Non voglio mescolarle a nessun altro. Oggi, affinché la mia solidarietà universale non risulti posticcia, sono cristiana copta.





© Daniela Tuscano
(Grazie per l'immagine alla comunità "Gesù Buon Pastore" di Madre Longhitano)

26/03/17

RIMANE DIO di © Daniela Tuscano

Proprio    mentre    riportavo  (  lei è impegnatissima in questo periodo) di Daniela Tuscano     ho  iniziato   a  canticchiare    questa  canzone  

Grazie  Daniela   è  un piacere  una  gioia   averti   scoperto  ben  7  anni fa   sul forum di Ammazzatecitutti

  Ma   Adesso  basta   vi lascio   al  suo post  




                           RIMANE DIO    di © Daniela Tuscano

Ti hanno visto ilare, il volto spianato, perfettamente a tuo agio fra i giovanissimi, nel campo sportivo incorniciato da un Cristo floreale, quasi indù. La tua solarità dietro i contenuti seri, densi e meditati. Ma io ti preferisco pensoso, sfibrato dal caldo, dolente, immerso nel cosmo e a tratti invisibile. Ti preferisco quando la tua figura emerge incerta fra il verde squillante delle giovani robinie. Quando, sull'altare, letteralmente scompari, fra l'oro iconico degli arredi, e sei tutt'uno e non ti appartieni più. "Milanesi sì, ambrosiani certo, ma parte del grande popolo di Dio", riassumi, e dici tutto. Forse hai scelto il rito ambrosiano proprio perché meticcio: spurio, un ponte. In parte romano, in parte bizantino, in parte greco. Come spurio era il nostro patrono. E non è questa, Milano? Non è questa la sua cittadinanza, la sua identità in mille anime? 
Milano non è monolitica, ma affastellata e lucente. Come la sua cattedrale. Ha il cuore in mano, Milano. Bene hai fatto a ricordarlo. Bene hai fatto a sottolineare - e qui la gravità s'imponeva - la "speculazione" su sentimenti, famiglia, lavoro (o mancanza di esso)... e tempo; un tempo strapazzato come una fisarmonica rotta, che la cultura attuale, dell'efficientismo e dello scarto, elimina; e dall'altra parte invece, dagli spalti dello stadio, l'hai evocato, rallentato, respirato e amato. I giovani hanno bisogno del tempo come dell'aria. Vogliono dilatazione. Spazi aperti, poiché solo lì si gioca davvero. Educazione e non nozionismo. Spessore. 
Ammazzare il tempo, sciupare tempo: due modi per massacrarlo, per sovvertire "i valori, se vogliamo chiamarli così". Il tuo lessico è lineare, non sciatto. "Valori" non significa nulla. "Valori" implica calcolo. Meglio princìpi, certo. Ma non tutti avrebbero colto. Ti sei quindi rassegnato alla stanchezza verbale, non senza amaritudine. 
A ognuno il suo Francesco ed era bello stare lì. Magari per costruire due o tre capanne e ascoltarti ancora. Ma il nostro posto è nelle città della pianura, è nel tempo, che però a sua volta appartiene a Dio; e "ce ne ha promesso tanto". E mentre il cielo si richiudeva, tornando ingombro di nubi nere, ho ringraziato quel tuo nascondimento, il tralucere nelle fronde, l'aureo annegare. Andandotene, rimane Dio; quello che la tua presenza ha reso visibile, rinnovando tutte le cose, il nostro quotidiano, il diuturno viaggio. Rimane Dio e rimane tutto, e dopo una notte di gelo e pioggia, come a Emmaus, l'orizzonte si fa più chiaro, timido come l'anima, fragile dopo il periglio. Il cardinale Martini, da lassù, ha sorriso.



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