Visualizzazione post con etichetta cronaca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cronaca. Mostra tutti i post

14/03/19

Sanità, errori che si pagano, valutazioni diagnostiche approssimative. Il caso di Luca, 36 anni.

DA https://www.galluranews.org



 




La storia di Luca Magellano, oggi 36 anni, inizia nel 2013. A raccontare questa vicenda sconcertante è la madre Giuseppina Mossa, 67 anni di Aggius, residente a Bonaita, una frazione circa 15 minuti di auto dal paese gallurese.
Ci siamo sentiti qualche settimana fa e si è deciso assieme di raccontare questa disavventura che a breve avrà anche dei risvolti giudiziari che non andremo a toccare. Ora come ora, è tutto ancora in evoluzione e sta agli avvocati e ai CTU sbrogliare l’intricata disavventura sanitaria.
” Il problema di mio figlio Luca – inizia il racconto la mamma – è stato curato al principio come depressione. Lui tendeva ad isolarsi quando siamo tornati in Sardegna, dopo aver vissuto per 30 anni a Gallarate dove ho lavorato come infermiera.
La scelta, non fu ottimale, sia Luca che mio marito sono del milanese e le abitudini sonio diverse. A febbraio del 2014, alla depressione si è aggiunto un grave problema agli occhi. Luca soffre di diplopia, vede doppio insomma da vicino e da lontano. Inoltre, vomito, mancanza di equilibrio, inappetenza.
La prima cosa che abbiamo fatto è portarlo al Pronto Soccorso del Paolo Dettori di Tempio. A Tempio, è il 15 febbraio del 2014 sono stati in gamba e umili, dicendoci che mancava il neurologo e ci hanno consigliato di andare a Sassari. Le visite a Tempio, effettuate al reparto di Otorino e anche la visita oculistica, hanno ribadito la necessità dello specialista
E’ necessario avere il conforto di ulteriori esami e strumentazioni che possono valutare la diplopia di Luca e capire se si tratta di un problema temporaneo, se grave o meno grave. Occorre avere certezze.
Mio marito lo porta a Sassari, due giorni dopo Tempio, il 17 febbraio. C’è bisogno di ricovero, il caso è urgente ma manca al momento li posto letto. Non essendoci il posto per il ricovero, Luca torna a casa.”
Il racconto di Giuseppina, prosegue senza pausa. Si capisce la sua voglia di non scordare alcun dettaglio, esamina per questo tutte le fotocopie della nutrita documentazione che ha con se e che mi lascerà alla fine. Il suo è uno sfogo ma è tanto arrabbiata e avvilita per quanto accaduto, ne ha ben ragione, trattandosi del figlio.
” Ho continuato a chiamare Sassari da casa per vedere se il posto letto si era liberato. Il ricovero urgente avrebbe dovuto avere priorità, ma veniamo chiamati solo dopo alcuni giorni. Tenga presente che Luca, a parte la diplopia e gli altri problemi, non ha nessun’altra patologia organica, è sostanzialmente autonomo, benché con equilibrio precario e uno stato depressivo.
Fanno una risonanza solo dopo 5 giorni dal ricovero, e diagnosticano una lesione grande come una noce nel tronco encefalico, si rende necessario l’esame del liquor cerebrale. La diagnosi parla di sospetto Medulloblastoma, un tumore cerebrale che colpisce i bambini, sino a 7 anni circa. Una diagnosi, dicono, verosimile, ma non certa.
Dopo un consulto con la neurochirurgia Luca viene trasferito dalla neurologia alla neurochirurgia del Santissima Annunziata di Sassari, il 28 febbraio. Qui, dal sospetto, si passa alla certezza della diagnosi della risonanza, già una cosa incredibile proprio perché non confortata al 100%.
Il 5 marzo sempre dello stesso anno, il 2014, Luca viene operato. Da tenere in considerazione che mio figlio è stato 5 giorni prima dell’operazione buttato su un letto senza che gli abbiano fatto nulla.
Mio figlio non aveva mai subito traumi, né incidenti, e non era urgente l’operazione. Quello che mi chiedo è perché, se la diagnosi era verosimile, non hanno fatto altri accertamenti a livello ematico, molecolare, biologico, genetico o strumentale? Una PET per esempio? Una PET avrebbe dato la diagnosi corretta di mio figlio che era ed è un linfoma. Ma vuol mettere un caso rarissimo di un giovane di 31 anni con un medulloblastoma? Decisamente “appetibile” per un neurochirurgo (dice questo con sarcasmo e rabbia)”.
La rabbia e il dolore
Mentre il racconto entra nel vivo, Giuseppina si lascia andare a considerazioni sul fatto che troppi pensano che noi sardi siamo ignoranti e che qualsiasi cosa ce la beviamo, anche se non si tratta di vino buono ma di veleno.
” Dopo l’intervento Luca è stato in rianimazione per 12 ore e poi portato in reparto. Muove le mani bene, ha reazioni normalissime, resta la diplopia che ci avevano detto, col tempo, potrebbe andar via.
La via crucis di Luca inizia nel post operatorio, tolgono sondino naso gastrico e catetere subito, senza sapere se mio figlio può mangiare e urinare spontaneamente senza il catetere.
Il 7 marzo gli do io da mangiare cibi semi solidi. Il dottore si arrabbia di brutto e lo mette a digiuno, con mio figlio affamato e nutrito, da quel momento in poi, per via parenterale (flebo).
Addirittura vogliono rimettere il sondino naso gastrico che mio figlio rifiuta ed anche il catetere, anche questo rifiutato. Viene chiamato l’urologo che consiglia ginnastica vescicale e nuovamente il catetere. Quel che mi domando perché allora gli fu stato tolto?
Luca ha la sua prima consulenza oncologica il 23 di marzo. Nel frattempo, io recupero l’istologico dalla Oncologia di Sassari.
La diagnosi è Linfoma, nessun medulloblastoma. Decido e affronto il neurochirurgo. Mi lamento della disorganizzazione del reparto, della diagnosi errata e dell’intervento che non era necessario. Apriti cielo!
Il medico sbraita e urla confermando, anche dinanzi al mio referto di linfoma che Luca aveva un medulloblastoma.
Cerca di mandarmi via a me e a Luca dal reparto. Aggiunge frasi sui sardi e sulla nostra presunta ignoranza.
Mio figlio resta nel reparto per due mesi, con sofferenze indicibili. senza lo psicologo, nel suo caso indispensabile. Imbottito di psicofarmaci.
Era sempre intontito, uno zombie. I suoi angeli custodi sono stati gli altri pazienti della stanza., da cui sapevo tutto quando non ero presente con lui. Ho lottato per avere lo psicologo, ho preteso la fisioterapia per Luca che era immobile sul letto.
Per venire da Bonaita prendevo ogni giorno il bus alle 5.00 del mattino per venire a Tempio e da Tempio il bus per Sassari delle 7.00 e restavo tutto il giorno fuori dal reparto. Dentro non ero ben vista e non mi volevano. Ero la madre che si lamentava. Si rende conto? Con mio figlio che aveva ed ha bisogno di me?
Secondo consulto oncologico ad aprile. Tenga presente che lo SDO, Scheda Dimissione Ospedaliera, non contiene la diagnosi di linfoma ma quella di medulloblastoma dovuto a traumatismo.
Ha capito? Non era linfoma ma quello che loro volevano che fosse e che apparisse nel foglio. Le ho già detto che Luca non ha mai subito alcun trauma.
Non hanno voluto dichiarare che era una neoplasia”.
Il racconto di Giuseppina ora diventa vera rabbia, una diagnosi errata, riportata tale e con anche un origine traumatica inesistente.
“Mi avessero detto…Non abbiamo la PET, lo avrei portato a Milano. Restando in Sardegna, c’è a Nuoro e a Cagliari.
Con quell’esame avremmo avuto la corretta diagnosi di neoplasia e tutta una terapia diversa. Non un intervento sul cranio. Il radiologo non poteva avere certezza della diagnosi esatta.
Un neuro-radiologo si. Avrebbe evidenziato il tumore e non la diagnosi di medulloblastoma che il radiologo diede come sospetta, non come certa.
Tra le altre cose, le lesioni erano due e a Luca ne è stata asportata solo una.
Luca non era in pericolo di vita insomma, l’intervento non era necessario e la diagnosi era sbagliata. Altra cosa, mentre era in sala, addormentato, sotto i ferri, perché non eseguire una biopsia intro operatoria? bastano pochi minuti.
Lo so – continua Giuseppina – perché ho lavorato in Anatomia Patologica e con quell’esame, avrebbero avuto la certezza, non assoluta ma quasi, che era un linfoma e non un medulloblastoma.
A quel punto, si chiudeva l’intervento e Luca sarebbe andato in radioterapia per il tumore.
Il chirurgo però, nonostante aveva a disposizione ogni strumento per l’esatta diagnosi, è partito con la sola medulloblastoma e da lì non è uscito”.
Dopo il periodo post operatorio a Sassari, Luca viene portato a Macomer per la riabilitazione. Qui viene rimesso in piedi e Luca va al San Raffaele di Milano per avere conforto del Linfoma che viene puntualmente diagnosticato.. Non le dico che cosa ho dovuto fare con Luca, dopo il dramma di assari che Luca solo al pensiero di quel periodo, tremava.
A Milano, nel centro anti tumori del San Raffaele, si conferma il linfoma.
Come tale viene trattato e curato. E oggi siamo qui a raccontarle questa assurda storia.
Concludo solo ribadendo che essere dei luminari nel mondo medico, indica che prima bisogna essere umili e consapevoli. Ammettere che non si hanno tutti gli strumenti idonei per avvalorare una diagnosi presunta, vuol dire essere dei grandi uomini non dei cattivi medici. Nella nostra strada, Luca ha incontrato un luminare che non era umile e con il suo intervento, ha compromesso la vita e il futuro di mio figlio, ora invalido al 100%, con la diplopia e con sintomatologia che prima non c’era”.
Considerazioni finali
Durante il racconto, Luca rimane in silenzio ascoltando la madre. Ogni tanto accenna a confortare quanto dice la madre con cenni di assenso e con alcune frasi sui giorni vissuti nel reparto di Sassari. Tra dolori, lacrime e totale impotenza.
Cosa c’è di meglio che un paziente trattato in sicurezza, senza sofferenze, senza inutili interventi delicati al cervello?
Cosa importa ora sapere che nel 2010 fu fatta anche una interrogazione dai consiglieri del territorio di allora, Biancareddu e Planetta, per dotare Sassari della PET che sarebbe servita per Luca ma che il destino ha fatto arrivare alcuni mesi dopo (settembre 2014) che lui aveva già vissuto la sua odissea sanitaria.
La signora allora non denunciò l’accaduto, ha fatto passare 3 anni per star dietro al figlio che necessita di attenzioni sempre. Ogni sei mesi al San Raffaele di Milano, radioterapia. Luca vive a Bonaita, attende qualche progetto per essere incluso in percorsi di recupero e di stimolo fisico e psicologico. Il territorio non risponde al riguardo. Ha giusto qualche uscita con una donna che lo segue quando la madre non può farlo.
Non può lavorare, non ha stimoli ed è continuamente arrabbiato col mondo per quanto ha passato. Col destino vive un dissidio perenne, non ha mai subito traumi per cui ha subito quella diagnosi e quell’intervento inopportuni che hanno compromesso equilibrio fisico e psichico. Le lesioni erano comunque due e una gli è rimasta, inoltre ha sempre diplopia.
Ora la vicenda è diventata causa ed è in mano agli avvocati, tra cui un medico legale di parte che ha dato ragione a Luca.
La storia, per quanto riguarda galluranews, finisce qui. La causa è in corso, i nomi vengono omessi dei protagonisti, eccezion fatta per Luca Magellano e la madre Giuseppina Mossa.
Se esiste giustizia da qualche parte, presto verrà alla luce l’intera vicenda. Speriamo solo che Luca possa riprendere in mano la sua vita, è giovane e merita di viverla al meglio. Al suo fianco la madre non molla di un passo.
E’ forte, per quanto provata, e vuole che in Sardegna si abbia la stessa qualità di assistenza sanitaria che esiste altrove. Lei conosce la sanità, ci lavorava.
La cosa che più sente offensiva, oltre naturalmente quanto successo a suo figlio, è che i sardi sono visti come asini da macello.
Questo no, non lo accetta, né lei né nessuno che ha a cuore la nostra meravigliosa terra.

29/12/18

stranezze ed ipocrisie giornalistiche non puoi fare campagne per istituire il reato di femminicidio e poi fare titoli del genere Ed è i caso del settimanale di cronaca nera Giallo di Cairo editore

leggi anche 




Ed  è  i caso del settimanale    di cronaca  nera    Giallo di Cairo editore  .  Un classico  giornale  di cronaca  nera  ma  che   sta  facendo  una    campagna  di sensibilizzazione     e di raccolta  firme perché   sia istituito  il reato ed  eventuale  aggravante  di femminicidio   per  chi ammazza   le  donne   


L'immagine può contenere: 6 persone, persone che sorridono, testo


N.b 
riporto tale articolo non per fare pubblicità a sifatto giornale o per partecipare a tale campagna mediatica ma per far capire il erchè non mi piace tale tipo di giornalismo

da https://www.spraynews.it

Giallo rivela: Desirée Mariottini morta per infarto ma prima di essere violentata era








«Desirée Mariottini è deceduta a seguito di una crisi cardiocircolatoria. Inoltre, nel corso dell’esame autoptico, si è riscontrata una recentissima rottura imeneale».
Desirée era vergine prima di essere violentata! È lo scioccante dettaglio emerso dall’autopsia eseguita dal medico legale sul cadavere della 16enne di Cisterna di Latina morta due mesi fa a Roma. Lo rivela in esclusiva il settimanale Giallo. La tragedia è avvenuta nel quartiere San Lorenzo, in uno stabile abbandonato: la ragazzina vi è arrivata la sera del 17 ottobre, ma è morta dopo due giorni di atroci sevizie. Desirée è stata prima drogata e sedata con potenti psicofarmaci, poi violentata ripetutamente. Infine, è stata lasciata morire nell’indifferenza generale. Nessuno in quel maledetto edificio fatiscente, che si trova in via dei Lucani, cioè in pieno centro a Roma, ha mosso un dito per aiutarla. Anzi, la minore sarebbe stata violata perfino da morta. Violenza su violenza, orrore su orrore. Chi era presente la tragica notte del 17 ottobre non ha avuto un briciolo di umana pietà nei confronti di questa sfortunata ragazzina, per il cui decesso sono accusati quattro immigrati clandestini, abituali frequentatori di quel palazzo abbandonato nonché noti spacciatori di sostanze stupefacenti.
Sono Mamadou Gara detto “Paco”, 27 anni, del Senegal, Brian Minteh detto “Ibrahim”, 43 anni, anche lui del Senegal, Chima Alinno detto “Sisco”, 46 anni, della Nigeria, e Yusif Salia detto “Youssef”, 32 anni, del Gambia. Due di loro, Paco e Youssef, sono in carcere con l’accusa di omicidio volontario. Per gli altri due, Ibrahim e Sisco, è decaduta l’accusa di violenza di gruppo. Tuttavia, entrambi restano indagati per la morte della 16enne di Cisterna di Latina e sono ancora in carcere con l’accusa di spaccio di droga.
«Desirée Mariottini è deceduta a seguito di una crisi cardiocircolatoria. Inoltre, nel corso dell’esame autoptico, si è riscontrata una recentissima rottura imeneale».
Desirée era vergine prima di essere violentata! È lo scioccante dettaglio emerso dall’autopsia eseguita dal medico legale sul cadavere della 16enne di Cisterna di Latina morta due mesi fa a Roma. Lo rivela in esclusiva il settimanale Giallo. La tragedia è avvenuta nel quartiere San Lorenzo, in uno stabile abbandonato: la ragazzina vi è arrivata la sera del 17 ottobre, ma è morta dopo due giorni di atroci sevizie. Desirée è stata prima drogata e sedata con potenti psicofarmaci, poi violentata ripetutamente. Infine, è stata lasciata morire nell’indifferenza generale. Nessuno in quel maledetto edificio fatiscente, che si trova in via dei Lucani, cioè in pieno centro a Roma, ha mosso un dito per aiutarla. Anzi, la minore sarebbe stata violata perfino da morta. Violenza su violenza, orrore su orrore. Chi era presente la tragica notte del 17 ottobre non ha avuto un briciolo di umana pietà nei confronti di questa sfortunata ragazzina, per il cui decesso sono accusati quattro immigrati clandestini, abituali frequentatori di quel palazzo abbandonato nonché noti spacciatori di sostanze stupefacenti. 
Nel clamore iniziale che aveva suscitato questo crimine così efferato, qualcuno aveva creduto alle voci circolate sul conto della ragazza e della sua famiglia: «Desirée Mariottini non era seguita dai genitori. Era una drogata. Faceva sesso in cambio di stupefacenti», dicevano. Tutto falso! Da quanto è stato possibile ricostruire durante le indagini, la ragazza apparteneva a una buona famiglia. I genitori sono persone perbene, stimate da tutti. Non è vera nemmeno la circostanza secondo cui la 16enne viveva con la nonna. Le era molto affezionata, questo sì, e qualche volta andava a dormire a casa sua, ma la maggior parte delle notti le trascorreva a casa della mamma, a cui era stata affidata dal giudice dopo la separazione dei genitori. 
Ora che sono trascorsi più di due mesi dalla tragedia, è doveroso stabilire un minimo di verità sul conto di questa ragazzina, che, complice la tenera età, ha commesso l’errore di entrare in un luogo degradato, senza alcun controllo da parte delle autorità. Ma niente giustifica ciò che le è stato fatto. All’interno del “palazzo della droga”, come viene ribattezzato lo stabile di via dei Lucani, è stata accerchiata da un manipolo di orchi, che l’hanno violentata ripetutamente. E sono andati avanti ad abusare di lei anche quando la ragazza non aveva più le forze per opporsi alle barbarie. Desirée era incosciente, ma loro andavano avanti. I risultati dell’autopsia hanno fatto emergere tutta la verità sulla tragica fine della povera ragazzina. 
E allora lo ripetiamo ancora una volta: Desirée non si è affatto concessa ai suoi aguzzini in cambio di dosi di droga. Non lo ha fatto in quei tragici giorni di ottobre e non lo aveva mai fatto prima di allora. È stata vittima della crudeltà di un branco di quattro uomini senza scrupoli. Dei veri e propri mostri, la cui spietatezza emerge dalle testimonianze raccolte durante la prima fase dell’inchiesta. Si legge nelle carte in mano al giudice per le indagini preliminari: «La condizione di incoscienza in cui si trovava la ragazza e che diventa con il trascorrere delle ore sempre più grave e intensa è riconosciuta da tutti coloro che sono presenti nel palazzo. Essa è chiara a coloro che l’hanno procurata, a coloro che ne approfittano, ai soggetti intervenuti per prestare ausilio, nonché a coloro che tale soccorso impediscono». 
Fa venire i brividi quanto si legge a un certo punto nel provvedimento di fermo, emesso nei confronti degli indagati: «La persona offesa (Desirée Mariottini, ndr) manifesta, invero, sin dal pomeriggio del 18 ottobre, lo stato di stordimento strumentalizzando il quale gli indagati abusano di lei. Ma esso si aggrava, così da tramutarsi in una condizione di dormiveglia prima e incoscienza poi che viene immediatamente avvertita dai presenti allorché trasportano il corpo della ragazza dal container al capannone. Ed è proprio in questa fase che Youssef, Ibrahim e Sisco, che pure sono presenti, ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi, assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita per garantirsi l’impunità o qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell’ordine. Al riguardo appare di estrema efficacia la frase «meglio che muore lei che noi in galera», che secondo quanto riferito da diversi informatori gli indagati avrebbero pronunciato. Poi ci sono le parole pronunciate da Noemi C., una ragazza giapponese. Ecco cosa ha riferito la testimone agli inquirenti: «Hanno abusato di Desirée solo per divertimento». 
Ma per comprendere meglio l’immane tragedia, leggiamo la ricostruzione meticolosa che in poche ore gli agenti della squadra mobile di Roma, coordinati dal dirigente Luigi Silipo, sono riusciti a fare: «Alle ore 4.20 del 19 ottobre, personale del commissariato interveniva all’interno dello stabile sito a Roma, in via Lucani 22, per una segnalazione relativa al presunto decesso di una donna. Lo stabile in questione, i cui cancelli apparivano chiusi con dei lucchetti, era ritrovo solitamente frequentato da senzatetto e tossicodipendenti. Questi ultimi hanno certezza di trovare all’interno del predetto sostanza stupefacente, in particolare cocaina ed eroina. Avuto accesso all’edificio, per il quale si rendeva necessario l’intervento dei vigili del fuoco, gli agenti rinvenivano, riverso su un materasso, il cadavere di una ragazza dall’età apparente di anni 20/25 (in realtà ne ha 16, ndr). I preliminari accertamenti sullo stato dei luoghi permettevano di rinvenire tracce del consumo di sostanze stupefacenti avvenuto in quel luogo e, inoltre, dal riscontro dattiloscopico (identificazione, ndr), si individuava il cadavere in questione come quello appartenente in vita a Desirée, nata a Latina il 13 settembre del 2002. Ciò che si è immediatamente evidenziato è che la persona offesa (Desirée, ndr) frequentava da qualche settimana il complesso in questione dove si recava per procurarsi sostanza stupefacente di ogni tipo che assumeva ivi (sul posto, ndr). In tali occasioni era entrata in contatto con le persone lì gravitanti, per lo più costituite da spacciatori, ricevendo da alcune donne il consiglio di stare molto attenta in quanto si trattava di un ambiente difficile e pericoloso». 
Le indagini della squadra mobile e della Procura di Roma continuano e molto presto il cerchio intorno a tutti i responsabili della morte di Desirée sarà chiuso. Se lo augura la sua famiglia, assistita dall’avvocato Valerio Masci.


Quest 'ultimo  numero   mi  ha deluso  ,  come potete  leggere  da  una mia lettera    scritta  di getto  (  credo  che me  la  cestineranno  cosi  pure  i miei commenti    alla copertina di tale  numero  sulla   pagina Facebook  del settimanale    )   proprio alla redazione  di  si fatto  giornale   .


Spettabile direttore , Spettabile    editore
Se prima compravo   il vostro settimanale  , perché oltre  cronaca vera   è stato  l'unico  che trattasse  simili casi , e   per   la  vostra  battaglia  (  anche  se  ormai superata  perché  non basta  più solo raccontare    i casi di  femminicidio  )  contro  la  turpe   piaga  della  violenza  sulle  donne    , adesso dopo il vergognoso  articolo   su lla povera  Desirè  Mariottini .   peggio degli sciacalli  che  vanno alla ricerca  delle  cose  più intime  pur  di    vendere    qualche  copia  in più   . 
Non credo  che continuerò  a  comprarlo  . Non è  informazione    vera  quella   da  voi  fatta   nel  numero  52  2\1\2019   ma  solo  un escare  nel  torbido  .  Uccidendo  cosi  due  volte   la  ragazza  in questione  . Ora   mi chiedo  e  vi  chiedo   che  importanza   ha   se  una  ragazza  cosi  barbaramente  trattata  fosse  ancora  vergine  o meno  ?   Va  bene    dare  la  notizia perché  sono  risultati dell'autopsia   ed  è una esclusiva  . Ma  darla  in quel modo  non  sembra  né  giusto né  rispettoso  verso i familiari della vittima  e   voi   vi abbassate  allo  stesso  livello  di qiuelle  bestie    che  ne  hanno fatto scempio    . Se proprio certe  notizie    non  sapete  darle    è meglio  non darle  proprio   e  ve  lo dice  uno    a  cui  la  censura     e  i divieti   stanno   sulle scatole
Risultati immagini per corto maltese and censori   

                                 cordiali saluti    un  vostro  (  ormai prossimo  ) ex  lettore

Ora  molti mi diranno  . questi atteggiamenti censori ,  cos'è  non si  può  fare  neppure  cronaca  nera  o  descrivere  un omicidio o riportare  i  dati  di un autopsia  ?  tu  come   li riporteresti  ?'

 qui  non è  il fatto  di censurare ( anzi meglio essere  censori )   perché nascondere  la ppolere  sotto il tappetto   non  porta  a niente  anzi  aggrava  le cose    ,ma  di buon  senso e di rispetto  verso una  vttima soprattutto quando  ha subito uno scempio del genere   .Si puo  è  si deve  fare  cronaca .   Evito  il  termine cronaca  nera  perchè ormai da  più di    30   (  spartiacque   fu  la rivista    cronacavera  ) non esiste  o  sempre  più  labile  ed  impercettibile  la differenza   con  i  vai tipi di cronaca  (  cronaca  rosa ,  cronaca  bianca , ecc  )   .Infatti  La cronaca è ancora  uno dei settori principali dell'attività giornalistica. La redazione di un quotidiano registra i fatti secondo l'ordine in cui avvengono. Nel momento in cui le notizie sono lanciate dalle agenzie, sono tutte “fatti di cronaca”. Spetta al giornale assegnare  ad esse una categoria ed organizzarle in settori prestabiliti. Ma Tali settori, oltre alla cronaca stessa, sono: politica, esteri, economia, cultura, spettacoli e sport,  ormai  non  sono  più compartimenti  stagna  e  quindi te  la  ritrovi  ovunque  .
 Ed  è proprio per  questo  che non deve  mancare  il rispetto  er  le  vittime  e  conciliarlo    e  con il  dirito di cronaca  (  vedere  sia  la mia lettera   alla redazione   di giallo   settimanale  riportata  nelle righe precedenti    )     sia   questa   che  riporto sotto    tratta   da   http://marinaterragni.it/pamela-suo-cliente-giornalista-analisi-un-testo/


  [---]
Caro direttore,
ho letto le cronache dei fatti di Macerata e mi ha colpito, in particolare, l’articolo in cui ha parlato l’uomo che la sera prima era stato con Pamela. Ci indigniamo per la violenza dei linguaggi della rete e per l’aggressività verbale dei confronti politici, ma non crede che anche e in particolar modo i comunicatori dovrebbero interrogarsi su come sia opportuno fare informazione, soprattutto quando si tratta di cronaca nera? Da chi fa informazione, dal mio giornale, mi aspetto sempre rispetto per le vittime, della loro dignità di persone, del dolore delle loro famiglie.
Federica Vernò
Vogliamo lasciare in pace questa povera ragazza? Parlo di Pamela, la vittima dell’episodio di violenza di Macerata. Serviva proprio raccontare cosa ha fatto la sera prima e dare la parola all’uomo che si è approfittato della sua fragilità? Il diritto di cronaca sta sconfinando nella mancanza di rispetto, soprattutto delle donne. Penso alle vittime di violenze sessuali e ad articoli in cui si indugia su particolari morbosi, ma anche alle immagini di morti in guerra usate forse per smuovere le coscienze ma irrispettose della dignità dei corpi. E poi penso a questa ragazza, che potrebbe essere mia figlia, quasi coetanea. È questa la libertà di informazione? Il Corriere sta perdendo la sua identità.
Tiziana Simonini
concludo  concordando   con quanto dice questo interessante articolo di http://www.italiaperme.com/: << [...] Ritengo tuttavia che, pur con un simile gruppo di lettori affezionati, sia uno di quei casi in cui meglio abbondare che deficere.
I fatti sono abbastanza semplici da riassumere: Mannocchia vuole mettere la pulce nell’orecchio, istillare il dubbio, avvelenare il pozzo. Lo fa da sempre, ma ci sono casi in cui lo sciacallaggio è davvero osceno, e questo è uno di quelli.[...] >>  Se  volete   approfondire   quest'ultimo aspetto ci  sono  ulteriori link  all'inizio del post   che  pur  non   trattando del caso  in questione  sono in un certo senso ad  essi collegati  


17/07/16

San Teodoro, ragazzo disabile pestato e fifilmato messso sui social .i media oscurano i volti , la famiglia ne autorizza la circolazione senza filtri e senza censure

E noi "civilizzati" ci indigniamo per ciò che accade fuori dai nostri confini ????  Ma guardate che feccia di individui (  sia  l'agressore  , ma il codazzo di gente  che non interviene  o  non chiama le forze  dell'ordine  ) fa nascere e pascere la nostra Italia. Tale fatto  spiega meglio il mio atteggiameto    di non mettere scome foto  nel  mio   profilo  di fb   bandiere  francesi  o  simili  per  i fatti   francesi del 2015\16  ed  in particolare  quello   di Nizza ed  altri  attewntati fondamentalisti


ultimi aggiornamenti sul fatto di san teodoro

N.b
 la  pubblicazione integrale  e senza  censure   dei volti   come hanno  fatto i media  italiani    e  come impone  questo  ......    di legge  sulla  proivacy   che protegge  i criminali e  i delinquenti   (  ion fatti i video   degli arresti   o di telecamere  che  soorprendono  ladri a rubare  o altro  i visi  sono oscurati  ) ma  rompe  le scatole  e punisce  , esperienza personale  i poveri diavoli  ,  è  stata  autorizzata  dala famiglia  èper  chiarire meglio i dettaglio (  il picchiatore   è, vedere  url  sopra  con gli ulti i aggiornamenti   già stato individuato   ed  , nonostante   abbia dei precedenti  , la  solita giustizia italina  a  piede  libero   )  di come  nessuno  sia intervenuta  a difesa   del ragazzo   handicappato   e  a  bloccare  l'agressore  anzi applaudivano ed  incitavano

se  non  lo vedete  lo trovate  qui

 E  poi  Credo  che  :
1)  sia "giusto" pubblicare questo video dove un bastardo picchia selvaggiamente un disabile.
Lo pubblico per mostrare sia la violenza bestiale del bastardo e sia la vigliaccheria di chi non interviene a difendere Luca.  << Questo è il tempo che ci è dato vivere. Questo tempo "devastato e vile". >> (  Emiliano Deiana )
2)   che    visti  i precedenti del  tipo  il carcere non  serva   e  che  come  suggerisce  nei cmmenti  della  pagina  fb  dell'unione sarda 



Giorgio Pintus
Giorgio Pintus
 Metterlo in galera non serve a nulla. Menarlo neanche perché poi bisogna pagarlo per buono. La famiglia di questo sfortunato dovrebbe affidarsi a un buon avvocato e chiedere i danni. Fisici e morali. Non c'è altra strada. Chi propone stravaganti forme di vendetta e posta commenti che vorrebbero far grondare sangue è un animale. Siccome di animale ce n'è già uno, questo basta e avanza. Si procede civilmente e sono convinto che per questo ubriacone fargli cacciare il dovuto sarà molto più doloroso delle botte.


 Non so che altro aggiungere    se  non queste parole di


3 h · 
  condivise  non ricordo da  chi sulla  mia  bacheca  di fb  

 
UN ABBRACCIO A LUCA ISONI E ALLA SUA FAMIGLIA.
Per chi, come noi, ha la fortuna e il privilegio di vivere la disabilità (o la bis-abilità come amiamo definirla), sta male anche fisicamente, nel sentire del barbaro pestaggio subito da Luca, il bis-abile sassarese. Sapere di come egli, Luca appunto, abbia cercato di nascondere ai propri genitori quanto capitatogli, probabilmente per paura di ulteriori rappresaglie e nondimeno per via dell’affiorare dei sensi di colpa tipici in chi subisce violenze, ci fa piangere amaramente (da intendere in maniera letterale e senza retorica…). Poi, il dolore diviene addirittura lancinante, quando si scopre che nessuno è intervenuto in sua difesa; ecco, in questi frangenti, si prende coscienza di un dato terribile: nessuna legge, dunque né il “dopo di noi”, né altre, potrà essere effettivamente messa in pratica, poiché viviamo in una società come quella attuale, popolata da bestie feroci che, quando va bene, vivono gli eventi in maniera passiva; quando va male, girano il capo dall’altra parte, poiché il non vedere lava tutte le coscienze.
Nel nostro piccolo, per quanto poco possa servire, ci stringiamo simbolicamente intorno a Luca e alla sua famiglia, nella speranza che il loro Amore spazzi via questi orribili momenti.


27/06/16

Facebook “cancella” Giada la guerriera: la rabbia di familiari e amici Il social toglie la pagina che raccontava la lotta contro il cancro della ventenne. Mamma Margherita amareggiata: «Ci hanno privato dei ricordi di nostra figlia»


Lanciano, a 103 anni accompagna il figlio alle nozze

DA http://ilcentro.gelocal.it/chieti/cronaca del  27\6\2016

Lanciano, a 103 anni accompagna il figlio alle nozze

Elsa, mamma ultracentenaria, ha gioito nel “consegnare” il proprio figlio 63enne, rimasto vedovo da tre anni, alla sua dolce metà nel giorno del fatidico "sì"
.
..
La bella cornice familiare ha avuto come scenario la cattedrale della Madonna del Ponte, a Lanciano. L’arrivo in auto d’epoca, sotto il sole cocente, e poi l’ingresso in chiesa, dove don Leo, parroco della cattedrale, ha celebrato le nozze, alle ore 11,30. La cerimonia si è svolta sabato scorso.
Il sacerdote ha unito nel vincolo matrimoniale l’ex generale del Comando generale della Finanza di Roma, Vincenzo Travaglini, lancianese, che ha atteso insieme alla sua cara mamma Elsa, di 103 anni, la sua dolce metà, Fiorella Forte, anche lei originaria di Lanciano.
Allo sposalizio, che si è concluso con un pranzo presso un ristorante del luogo, non ha voluto mancare il figlio del generale, Giuseppe, ingegnere, insieme alla famiglia, oltre ai parenti e amici della coppia, e colleghi della finanza di Travaglini arrivati per l’occasione
da Roma. Poi i neo coniugi Travaglini, come viaggio di nozze si sono regalati una romantica crociera nei Paesi del Nord, mentre nonna Elsa a conclusione del matrimonio, compiaciuta, ha esclamato: «È riuscita na’ bella festa!». Linda Caravaggio

05/01/16

Befana, il parroco invita i bimbi a distruggere le armi giocattolo

  da  http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/    del  4\1\2016  

Aulla, il messaggio Don Roberto Turini: "Atto simbolico per dire che siamo contro ogni conflitto e contro la violenza"
                                      di Gianluca Uberti



AULLA. Da oltreoceano arrivano, sempre più spesso, notizie terribili di gente ammazzata con armi da fuoco e le guerre davvero non mancano nel globo. E se restiamo in Lunigiana, proprio negli ultimi giorni i fatti di cronaca parlano di furti nelle case, con sottrazione di pistole che vanno a ingrossare, probabilmente, un mercato nero basato sulla violenza. Però, c'è chi prova a opporsi a questa spirale come il parroco di Quercia di Aulla, don Roberto Turini, storico promotore della Pro Loco “La quercia d'oro”, che organizza, per il 27esimo anno, la kermesse “La Befana a Quercia”, incentrata su quella che era la calza più lunga del mondo, che scende per ben 25 metri dal campanile della chiesa del borgo di Quercia, entrata anche nel guiness dei primati. Infatti, don Roberto invita i bambini a portare la sera di martedì 5 le loro armi giocattolo sotto la grande calza, con l'auspicio di un disarmo globale, un segnale forte dedicato ai signori della guerra che verrà lanciato dai più piccoli, i quali distruggeranno le loro armi giocattolo a martellate.
“Si tratta di un atto simbolico – commenta il parroco di Quercia – per dire che siamo contro ogni conflitto e contro la violenza, perché proprio adesso c'è più bisogno di una cultura della pace”. La distruzione delle armi giocattolo ci sarà dopo la santa messa delle ore 20, che sarà impreziosita dai canti della corale “Ars Antiqua”, diretta dal maestro Piero Barone, e dopo la fiaccolata per la pace "Una luce per il mondo", con i bambini che porteranno in processione l'immagine del Bambino Gesù di Praga

16/09/15

Il vento sradica un faggio e riporta alla luce una tomba medievale ., Regala l'Apple Watch al fidanzato. Ma dentro c'è ben altra sorpresa...

.

Il vento sradica un faggio e riporta alla luce una tomba medievale



il faggio sradicato
                                              Il faggio sradicato
Una scoperta archeologica dovuta al caso.
O, meglio, al maltempo. E' accaduto nelle campagne di Colloney, in Irlanda, dove una tempesta ha abbattuto un grande faggio secolare.
E quando gli addetti alla rimozione dell'enorme tronco si sono presentati sul posto sono rimasti increduli: sotto la pianta, accanto alle radici, c'era infatti uno scheletro umano.
Lo scheletro ritrovato
                                              Lo scheletro ritrovato
Ulteriori indagini hanno potuto poi confermare di cosa si trattasse: di una tomba di origine medievale, ora al vaglio della locale Soprintendenza.







la seconda

Regala l'Apple Watch al fidanzato. Ma dentro c'è ben altra sorpresa...



Fa il giro del web il video dello scherzo di una ragazza americana al suo fidanzato. La giovane ha finto di regalargli un nuovo e costoso Apple Watch. In realtà dentro la scatola c'era ben altro: un test di gravidanza positivo. "Stai per diventare papà", gli ha detto. E lui, emozionato, è scoppiato in lacrime di gioia.

29/03/15

L'appello di Velia: "Aiutatemi a trovare la donna misteriosa che mi tenne tra le sue braccia" Una follonichese trova in soffitta una foto di lei in fasce coccolata da una ragazza: "Nessuno vuole dirmi chi è, non mi do pace"

Come  ho scritto  nel  sms    alla  protagonista  l'ipotesi che mi sono fatto  ,  appassionato  di  gialli , misteri  e  storie simili  (  infatti mi chiamano   ispettore  scaneau  )  è che essa  sia  stata  1)   addottata., 2)   che  alla  madre  vera  che poi  l''ha ceduta  in cambio di   soldi   gli sia stato concesso di tenerla  in braccio   prima di dirle  addio  .,  2)     che  suo padre  l'abbia avuta    da una relazione  extra  coniugale  ,  con il personale di servizioo  altro   , ma   abbia deciso  di tenerla  perchè la  sua  vera  moglie   non pteva  avere  figli ., 3)  una  figlia  fatta  fare  su  commissione  perchè  la  madre  era  sterile  .
Lo  so   che   potrtebbe  esssere  una storia  come  tante  ma  una mia  amica    giornalista  per   *****  a  cui  ho segnalato  la  stortia   mi  ha  risposto cvhe  :<< Grazie Giuseppe, ma una storia senza finale, non me la lasciano fare. Se questa donna scopre, per esempio, che quella nella foto era sua madre, potrei proporla. Mi chiedono storie FORTI ma che finiscono bene, possibilmente.  (....)  >>  Ma  ora   prima  di  riportare la  storia   tratta  da  http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca del  29\3\2015 ,  v'invito  se  sapete   anche qualcosa  informa  anonima  ad  aiutarla  Il numero per contattare la follonichese è 342 6484866 oppure  (  cercando  in rete )  Via Puccini 16,- 58022 Follonica (GR).0566 56333 .  : chiunque sapesse qualcosa può chiamarla.


FOLLONICA. Una foto, una donna di profilo con una bambina di poche settimane in braccio. Un’immagine ritrovata per caso in soffitta durante un trasloco, che ha fatto riaffiorare ricordi ma che ha portato anche tanti dubbi.
Velia Cristallini, 55 anni di Follonica, da alcune settimane ogni tanto guarda quella foto dell’agosto del 1959 che ritrae lei neonata in collo a una bellissima donna sorridente, che la guarda con occhi pieni di amore. Dai vestiti indossati, Velia ha capito che il giorno in cui è stata scattata è quello del suo battesimo. Dopo aver visto il volto della donna sono iniziati dei flashback. «Mi ricordo che questa ragazza veniva a trovarmi all’asilo dalle suore. Sono memorie sfumate, alle quali non avevo proprio più pensato e che mi sono tornate in mente quando ho trovato questa foto», dice.

La foto di Velia Cristallini, il...
La foto di Velia Cristallini, il giorno del suo battesimo, in braccio alla ragazza misteriosa
Chi era la giovane? Perché la teneva in braccio il giorno del suo battesimo? E soprattutto come mai andava spesso a trovarla a scuola? Domande a cui la follonichese non riesce a dare risposta. Ha chiesto ai parenti, agli amici di famiglia, ma nessuno, a quanto racconta, ha saputo, o forse ha voluto, dirle chi era quella giovane con i capelli scuri e un profilo marcato.
Un mistero fatto di pochi ricordi a cui Velia vorrebbe dare una conclusione o per lo meno un nome. «Da quando ho trovato questo scatto non riesco a darmi pace – racconta – Se non avessi sistemato la soffitta non avrei mai ricordato quella donna; a quanto ho capito, facendo domande su domande a parenti e amici, la ragazza doveva passare dalla scuola di nascosto, aveva chiesto di mantenere l’anonimato non voleva essere invadente, ma veniva lo stesso per vedermi. Ciò mi porta a pensare che ci tenesse a me, ma non so che legame che ho con lei».
Ed ecco che scattano altri dubbi: perché non voleva che Velia sapesse chi era? Perché il mistero intorno a lei? Il padre della follonichese è scomparso da più di dieci anni e la mamma, anziana, non l’aiuta in questa ricerca.
Velia pochi giorni fa è andata a trovare una delle suore dell’asilo di via Trento, che all’epoca era abbastanza giovane e adesso vive fuori Follonica. La sorella vedendo la foto ha confermato che quella ragazza passava a trovarla ma non ha saputo dirle di più. «I miei ricordi hanno trovato un appiglio, ma purtroppo non mi ha detto un nome o in che rapporti la ragazza era con la mia famiglia o come mai la lasciavano entrare per incontrarmi», spiega Velia.
La verità ancora non è venuta a galla, ma i dubbi continuano e Velia ha deciso di raccontare la sua storia così da capire se qualcuno nel Grossetano conosce la vicenda e sa chi è la donna del mistero. «Mi piacerebbe capire quale è il rapporto che ci lega: chiedo a chi riconosce quella ragazza di farmi avere qualche notizia anche in forma anonima. Per me è veramente importante, ho bisogno di capire»





06/12/14

lettera aperta a Marco travaglio dal profondo sud di Desirè Giancana di http://www.dbtalk.it/





CARO MARCO TRAVAGLIO TI RACCONTO COS’E’ LA MAFIA E COME SI COMBATTE

by • 17 novembre 2014 

E’ passata poco più di una settimana da quando ti ho visto in Tv, comodamente seduto sulla tua poltrona a parlare di mafia. La nostra mafia. Già, perchè per quanto vi sforziate di comprenderne tutti i più microscopici meccanismi, la mafia è “cosa nostra” e non è facile da capire. Bisogna viverla, respirarla da vicino. Tu sei di Torino, città lontana dalla mia amata Sicilia. In quella puntata tu parlavi dell’arresto del superlatitante Totò Riina. In quegli anni tu ancora studiavi all’università e ti eri da
poco iscritto all’albo dei giornalisti professionisti. Ma ti occupavi di altro, non di lotta alla mafia. Di mafia allora se ne parlava poco, troppo poco. E chi osava faceva una brutta fine. Nel ventennio 70/90 tanti tuoi colleghi furono brutalmente uccisi dalla mafia. (Mauro Rostagno, Beppe Alfano, Peppino Impastato, Mauro De Mauro, Mario Francese, Giuseppe Fava, Carmine Pecorelli, Giovanni Spampinato). Ma quelli erano altri tempi. Ed era proprio di questo che ti volevo parlare.
Siamo alle soglie del 2015. E’ facile, anzi di moda, parlare di mafia. Ancor più di antimafia. Sfilano in passerella nei giorni in cui ricade l’anniversario delle stragi, qualche strada intitolata a qualche eroe morto di mafia. Perchè qui Marco si muore di malattia e anche di mafia. Quanti paladini della giustizia ho visto sfilare in questi anni, pronti a sputare sentenze per raccogliere qualche applauso. Ma sputare sentenze è facile da dietro uno schermo. Io invece voglio raccontarti di quegli anni da dentro, perchè io c’ero. Come te studiavo all’università, ma di Palermo, dove vivevo. Il mio paese di origine è Castelvetrano, paese dove sorge il più grande parco archeologico d’Europa, ma che invece viene ricordato per bel altro. Ma tu lo sai già. Perciò chi più di me può indignarsi di fronte al tuo visino sorridente mentre parli di uomini che l’hanno combattuta davvero la mafia, in prima linea. Loro, quelli che tu deridi in puntata descrivendoli come degli incapaci, corrotti e magari mafiosi, sono quelli che dopo 23 anni di latitanza sono riusciti a mettere le manette a Totò Riina.
Loro sono quelli che, mentre tu ti esercitavi a scrivere pezzi come vice-corrispondente da Torino, vivevano notte e giorno chiusi nelle balene, isolati dal mondo e facevano la pipì nelle bottiglie per non farsi scoprire. Vivevano ogni istante con la paura di fare il “botto”. Per mesi non vedevano le loro mogli e figli. Strisciavano di notte sulle montagne di Aspra come dei vermi per non farsi beccare. Mangiavano scatolette e non si lavavano per giorni e non per la carriera, nè per la gloria, ne certamente per soldi. Solo perchè ci credevano. E ci credono ancora.
Qui a Castelvetrano non li vedi, ma si sentono. Ma adesso è un’altra storia caro Marco. Adesso il popolo è consapevole, i cittadini collaborano, si fanno cortei, i pentiti cantano, la tecnologia aiuta e si sa come funziona la mafia (grazie al lavoro certosino di quei carabinieri che per primi scoprirono il sistema dei pizzini e l’organizzazione delle “famiglie”). Oggi le associazioni antimafia informano e lottano a fianco dei militari. A quei tempi no Marco. Le forze dell’ordine erano SOLE e lavoravano in condizioni pietose e per una manciata di spiccioli. Poi arrivi tu e racconti a tutta l’Italia di un capitano che a gennaio 93 arresta Riina però ad aprile dello stesso anno, secondo te, farebbe scappare volontariamente Nitto Santapaola dal suo covo di Terme Vigliatore. Mi è sembrata un’incongruenza talmente enorme che sono andata  a fare delle ricerche trovando in internet delle sentenze che documentano quei fatti. Così soprattutto sopra di lui ci sono procuratori e vertici dello Stato. A loro competeva la decisione e l’ordine di non perquisire, e se hanno dato tale ordine vuol dire che qualche motivo per adottare quella strategia ci doveva essere, non trovi?.
ho scoperto che hai mentito: il capitano Ultimo fu a Terme Vigliatore il 5 di aprile, ma Santapaola non fuggì per niente. Nei giorni successivi i suoi picciotti venivano intercettati mentre parlavano di Santapaola che se ne stava lì senza il minimo turbamento. Soltanto dopo perquisizioni di polizia effettuate in quel sito DOPO il 15 aprile, perquisizioni di cui si sente parlare nelle intercettazioni, il boss cambiò il covo,  soltanto dopo un mese.                                   Perché dunque hai mentito? Me lo puoi spiegare? E poi della storia che tu racconti sempre, secondo la quale Ultimo non avrebbe perquisito il covo di Riina senza un motivo, ne vogliamo parlare?  Forse tu dimentichi che un capitano non decide autonomamente cosa e quando fare. Sopra di lui c’è un maggiore, un colonnello e un generale. Ma   Forse ti sfugge il concetto di “militare” ed “eseguire ordini”. Io, al contrario tuo, non sputo sentenze. Perciò non avrò la presunzione di raccontare una verità che non conosco e che forse, da come esponi i fatti, pare che neppure tu conosca così bene.  Ma il pubblico televisivo farà sempre difficoltà a capire come stanno realmente le cose, perchè in quelle trasmissioni ci sei sempre solo tu a raccontare la tua verità. Non c’è contraddittorio. Che strano, eppure siamo in democrazia, credo. Io penso che se la trattativa c’è stata (e io lo credo possibile) c’è da

Archivio blog