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12/06/19

si può avere giiustizia senza scadere nel razzismo ? si è il caso Maria Grazia Carta, mamma di Davide Marasco investito ed ucciso da un Albanese ubriaco



cciso da un albanese al volante, la mamma di Davide: "Voglio giustizia, non avrete il mio odio"
La storia di Maria Grazia Carta , madre di Davide Marasco potrebbe essere a prima vista Un incidente stradale come tanti. Un giovane padre che va al lavoro, in piena notte, come tanti altri panettieri, percorrendo la Casilina su uno scooter.  Come Il caso   il caso  di Andrea  zuddas   titolare  del  distributore carburanti in via dei Carroz arrivava per primo, era la sua creatura e lui doveva controllare che tutto fosse a posto. Così aveva fatto anche quella mattina, alle 6 del 25 marzo di due anni fa. Andrea in sella al suo scooter era quasi arrivato a destinazione quando “il diavolo”, come lo chiamano le sue sorelle, gli è comparso davanti. Aveva assunto le sembianze di una Fiat Punto che sull’asse mediano viaggiava contromano e a fari spenti. Andava avanti così da cinque chilometri, diranno gli accertamenti. [...]  Ecco  come  -----   sempre  secondo  quanto    dice  la  nuova  sardegna  del 14\6\2019  --- Luisa, 47 anni, e Stefania, 51, descrivono il calvario vissuto dalla loro famiglia. 


I mezzi coinvolti nell'incidente...


<< Quella mattina Andrea è stato travolto da un’auto guidata da un ragazzo di 27 anni che aveva bevuto. L’alcoltest – dice Stefania – ha dato esito positivo: 1,02. Ed è stato fatto due ore dopo rispetto all’incidente perché l’auto della polizia non aveva l’etilometro in dotazione. Se l’esame fosse stato eseguito subito sono certa che il valore sarebbe stato superiore». Il ragazzo è stato denunciato e processato per omicidio stradale: «Il pm ha chiesto sette anni, lui ha chiesto e ottenuto di patteggiare e la condanna è stata ridotta a 4 anni e otto mesi».Aggiunge Luisa: «Ma in carcere quella persona non ha trascorso neppure un giorno perché il giudice ha disposto gli arresti domiciliari. A casa sua, nel suo ambiente, con la sua famiglia. Sarebbe questa la giustizia? Ma non è finita qui perché il suo avvocato ha presentato ricorso in Cassazione e lui è stato affidato ai servizi sociali. Ha ucciso mio fratello, ha privato una bambina del padre, una moglie del marito, ha rovinato le nostre vite e la sua condanna è tutta qui. Cosa proviamo? Una sensazione di sconfitta, perché da vittime siamo diventati spettatori di decisioni prese da altri senza avere voce in capitolo nonostante fossimo parte lesa».Aggiunge Stefania: «Ci aspettavamo molto di più dallo Stato. E pensavamo che con la nuova legge sull’omicidio stradale sarebbe cambiato qualcosa, invece la giustizia pensa a recuperare chi ha sbagliato e non a rendere giustizia a chi è morto e alla sua famiglia che va a pezzi». E poi: «Mio fratello era una persona perbene che nella vita ha sempre pensato a lavorare. Sapeva divertirsi, ma era responsabile, aveva la testa attaccata al collo». Non come molti giovani di oggi: «A loro – dicono Luisa
e Stefania – lo Stato dovrebbe insegnare il rispetto delle regole e dovrebbe punirli quando sbagliano, quando rovinano la vita degli altri. Nel caso di Andrea questo non è accaduto. E da quella mattina di marzo per noi è iniziato l’inferno»






Risultati immagini per maria grazia cartamadre di  ,davide  marasco

 Un’auto che  va contromano  su quella maledetta consolare con una sola corsia per senso di marcia. Lo schianto, la morte, i rilievi della stradale, l’arresto dell’automobilista sbronzo . Una tragedia che si ripete ogni giorno in ogni angolo del paese e del mondo. Che dovrebbe far riflettere sul modo di vita e di produzione in cui siamo inscatolati, costretti a muoverci correndo, rubando secondi preziosi su percorsi che sarebbero rischiosi anche in condizioni più rilassate.  
 Ma  ha due  caratteristiche  in più  rispetto   al  calvario   , da  cui neppure  lei  è  immune e che deve affrontare    che la rendono speciale   come    sottolineano  siti (che  trovate  a fine post )   segnalatomi  della diretta  interessata    :  1)  quello di rientrare  negli effetti collaterali  d'internet  in particolare    dei social  dove  la  news   hanno una  diffusione   più veloce  della  diarrea   😆😥.  Questo video diventato virale dove un poliziotto tedesco coglie sul fatto un automobilista che si ferma a fare le foto sul luogo di un incidente stradale. Gli dà oltre la multa una lezione che l’uomo non dimenticherà facilmente.


  chiarisce meglio  il  mio concetto  Infatti  apprendo da  questo articolo   di   https://nonelaradio.it/  di  come    essa    ha  saputo  della  morte  del  figlio  


“Ho appreso la notizia dai social network” “Quando ho scoperto la notizia, pensavo fosse uno scherzo. 


Mi trovavo a scuola, mi ha chiamato mia figlia dicendomi che sul profilo Facebook di Davide c’era scritto che era morto. Non sapevo dove andare a cercare mio figlio, ci siamo recati all'ospedale più vicino ed abbiamo scoperto la notizia. Sono stati attimi terribili” prosegue la Professoressa, che insegna in una scuola di Tor Bella Monaca dedicata proprio ad un’altra vittima della strada.”Nessuno ha telefonato alla famiglia per avvertire dell’incidente e della morte di Davide :“Ma lo Stato dov'è? Le istituzioni dove sono? Ci hanno abbandonato. Neanche una telefonata per avvertirci. Ora non devono abbandonarci in questo momento di dolore, devono immediatamente farsi carico del problema a tutti i livelli, da quello di manutenzione delle strade, a pene più severe per questi criminali, anche con il ritiro della patente a vita, e poi processi più rapidi di Voglio GIUSTIZIA per mio figlio. Aiutatemi a non far spegnere la luce !” [...] .


L'immagine può contenere: 2 persone, persone in piedi e spazio all'aperto


L'immagine può contenere: 4 persone, persone in piedi, nuvola, cielo e spazio all'aperto
2) IL  fatto che la  vittima  o  le  vittime , il giovane padre  in questo caso  ,  è italiano anche di nascita e cognome, e magari l’automobilista è straniero  (  immigrato  o residente  in italia   d'anni  ) , la “pista” viene percorsa a velocità forsennata, quasi come quelle bianche cui gli avvoltoi sono più abituati. E allora eccoli, gli “eroi” di Casa  Pound e Forza Nuova cercare i famigliari, proporsi come “vendicatori politici” pronti a inscenare una pantomima ad uso e consumo di media e ministro delle interiora.
Ma vanno a sbattere contro una madre   fiera  ed  orgogliosa   che incredibilmente riesce a mantenere il senso di lucidità   e  delle cose anche di fronte alla più immensa tragedia che possa vivere un genitore: la morte di un figlio.Ma  hanno  trovato  pane  per  i  loro denti . Infatti   cosa   rara  ( almeno  questa  è la prima volta che  lo sento  e leggo )    che   un familiare  che  ha  subito un lutto  , da incidente  stradale  in questo caso  ,  in cui   il  colpevole d'esso  è uno straniero   o d'origine straniera   s'indigni  contro  gli odiatori  e  sciacalli ideologici  . << Non voglio speculazioni sulla morte di mio figlio, voglio che tutti i post su Facebook che parlano della nazionalità del criminale che me l’ha ucciso siano eliminati, dobbiamo fare tutti insieme una battaglia culturale e io voglio andare a parlare della mia tragedia proprio nei luoghi della cultura e dove sono i giovani” >> .Tanto di cappello ad una madre che accecata dal dolore avrebbe potuto cedere ad una umana debolezza. Non l’ha fatto e ciò dimostra una sua grandezza.
Un donna forte   che   mostra  il coraggio di opporsi agli sciacalli neri :  « Casa Pound e Forza Nuova non avranno il mio odio, non strumentalizzeranno la morte di mio figlio. La nazionalità di chi lo ha ucciso non fa alcuna differenza, ma ora alcuni militanti dell’estrema destra vogliono organizzare una fiaccolata nel nome di Davide. Non lo posso permettere, non voglio la loro presenza ».  Insomma  un vero esempio. di umiltà nonostante il SUO immenso dolore..... .

  Maria Grazia è un’insegnante precaria, come decine di migliaia di altre. Un cronista attento noterebbe che è diventata nonna, e da diversi anni, senza mai diventare “assunta a tempo indeterminato”, ossia di ruolo. Scherzi fatti da tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi 30 anni, attenti a “tagliare la spesa pubblica” e anche le vite delle persone che lavorano per lo Stato (forze armate e di polizia a parte, ci mancherebbe …).La sua scuola è a Tor Bella Monaca, dove pure qualche mese fa i fascisti avevano provato una sceneggiata analoga, a cavallo di un altro episodio di cronaca locale, letto sui giornali, venendo cacciati a furor di madri che riconoscevano tra loro diversi degli spacciatori responsabili di aver rovinato i propri figli. Sa come funziona il mondo della periferia, ci vive e la vive, sa con chi arrabbiarsi e chi “comprendere”, lottando per «togliere i ragazzi dalla strada».«Basta sciacallaggio, basta con queste guerre tra poveri. Stanno solo cercando di usare le disgrazie altrui. Decidiamo noi come commemorare mio figlio, con i nostri ideali, che non sono di odio ma di giustizia».Conclude la professoressa. Una maestra vera sa come dare lezione, anche di vita.  

Questo carattere   trova   conferma   , nel primo articolo che  ho etto  sulla  vicenda  e  che  qui    riporto integralmente .

 da Roma today   del 5\6\2019

                            Veronica Altimari  


Ucciso da un albanese al volante, la mamma di Davide: "Voglio giustizia, ma non avrete il mio odio"
L’intervista a Maria Grazia Carta, mamma di Davide, che in occasione della fiaccolata organizzata per suo figlio indossò la maglia: “Non avrete il mio odio”











Volume 29%


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La telefonata di una delle sue figlie intorno alle 9 del mattino, mentre era a scuola dai suoi alunni. La corsa al Policlinico Tor Vergata. Il riconoscimento del corpo. Le lacrime e la rabbia. Quel drammatico 27 maggio, quando Davide Marasco viene travolto e ucciso da un’auto mentre era bordo del suo scooter, è impresso nella mente di sua madre. Ma per Maria Grazia Carta, 57enne originaria di Nuoro, insegnate precaria a Tor Bella Monaca da più di dieci anni, non finisce qui. La sua battaglia di giustizia si è dovuta accostare a quella contro chi potesse “cavalcare l’onda dell’odio” dal tragico fatto che ha coinvolto la sua famiglia. Al volante dell’auto che ha ucciso suo figlio Davide, 31 anni il prossimo 8 giugno, c’era un 49enne di origini albanesi, tratto in arresto: “A me non interessa la sua nazionalità, è un verme che deve pagare, sputare in faccia alla sua stessa immagine riflessa”, dice con rabbia Maria Grazia. “Io però non sono in vendita, decido io come e quando onorare la memoria di mio figlio - continua - ho saldi i miei valori, insegno ai miei ragazzi la necessità del non essere schiavi, ma liberi nel pensiero. E chi tocca Davide avrà le mani sporche del suo sangue”.
A fare andare su tutte le furie questa madre, già fortemente provata nell’affrontare un dramma tanto grande come quello di perdere un figlio in questo modo, un post pubblicato da Emanuele Licopodio, esponete della Lega in VI municipio, già membro del movimento fascista Azione Frontale, in cui metteva in evidenza la nazionalità albanese dell’uomo che uccise Davide. Il tutto, pubblicando una foto di Davide insieme al figlio (senza nemeno oscurargli il volto), di soli 9 anni e che in quel momento non aveva ancora appreso della morte di suo padre. “Un post rimasto li, malgrado gli avessi chiesto di toglierlo - dice Maria Grazia -. Questi fomentatori d’odio devono stare alla larga da me e dalla mia famiglia. Io so scegliere, e scelgo di lottare per avere giustizia per mio figlio e gli altri ragazzi morti in questo modo, ma non mi faccio strumentalizzare”.
Un dolore tanto forte da non poterlo spiegare. Una forza spinta da quella rabbia che la obbliga a non non abbassare la guarda: "Sono cresciuta con dei valori e sono saldi - conclude Maria Grazia -. Le istituzioni devono prendere posizione contro questi omicidi, troppo facile ridurre tutto ad una questione razziale". E con grinta rimanda al mittente il tentativo inqualificabile, come quello di appropriarsi della vita e dei drammi delle persone, a scopo politico.

14/03/19

Sanità, errori che si pagano, valutazioni diagnostiche approssimative. Il caso di Luca, 36 anni.

DA https://www.galluranews.org



 




La storia di Luca Magellano, oggi 36 anni, inizia nel 2013. A raccontare questa vicenda sconcertante è la madre Giuseppina Mossa, 67 anni di Aggius, residente a Bonaita, una frazione circa 15 minuti di auto dal paese gallurese.
Ci siamo sentiti qualche settimana fa e si è deciso assieme di raccontare questa disavventura che a breve avrà anche dei risvolti giudiziari che non andremo a toccare. Ora come ora, è tutto ancora in evoluzione e sta agli avvocati e ai CTU sbrogliare l’intricata disavventura sanitaria.
” Il problema di mio figlio Luca – inizia il racconto la mamma – è stato curato al principio come depressione. Lui tendeva ad isolarsi quando siamo tornati in Sardegna, dopo aver vissuto per 30 anni a Gallarate dove ho lavorato come infermiera.
La scelta, non fu ottimale, sia Luca che mio marito sono del milanese e le abitudini sonio diverse. A febbraio del 2014, alla depressione si è aggiunto un grave problema agli occhi. Luca soffre di diplopia, vede doppio insomma da vicino e da lontano. Inoltre, vomito, mancanza di equilibrio, inappetenza.
La prima cosa che abbiamo fatto è portarlo al Pronto Soccorso del Paolo Dettori di Tempio. A Tempio, è il 15 febbraio del 2014 sono stati in gamba e umili, dicendoci che mancava il neurologo e ci hanno consigliato di andare a Sassari. Le visite a Tempio, effettuate al reparto di Otorino e anche la visita oculistica, hanno ribadito la necessità dello specialista
E’ necessario avere il conforto di ulteriori esami e strumentazioni che possono valutare la diplopia di Luca e capire se si tratta di un problema temporaneo, se grave o meno grave. Occorre avere certezze.
Mio marito lo porta a Sassari, due giorni dopo Tempio, il 17 febbraio. C’è bisogno di ricovero, il caso è urgente ma manca al momento li posto letto. Non essendoci il posto per il ricovero, Luca torna a casa.”
Il racconto di Giuseppina, prosegue senza pausa. Si capisce la sua voglia di non scordare alcun dettaglio, esamina per questo tutte le fotocopie della nutrita documentazione che ha con se e che mi lascerà alla fine. Il suo è uno sfogo ma è tanto arrabbiata e avvilita per quanto accaduto, ne ha ben ragione, trattandosi del figlio.
” Ho continuato a chiamare Sassari da casa per vedere se il posto letto si era liberato. Il ricovero urgente avrebbe dovuto avere priorità, ma veniamo chiamati solo dopo alcuni giorni. Tenga presente che Luca, a parte la diplopia e gli altri problemi, non ha nessun’altra patologia organica, è sostanzialmente autonomo, benché con equilibrio precario e uno stato depressivo.
Fanno una risonanza solo dopo 5 giorni dal ricovero, e diagnosticano una lesione grande come una noce nel tronco encefalico, si rende necessario l’esame del liquor cerebrale. La diagnosi parla di sospetto Medulloblastoma, un tumore cerebrale che colpisce i bambini, sino a 7 anni circa. Una diagnosi, dicono, verosimile, ma non certa.
Dopo un consulto con la neurochirurgia Luca viene trasferito dalla neurologia alla neurochirurgia del Santissima Annunziata di Sassari, il 28 febbraio. Qui, dal sospetto, si passa alla certezza della diagnosi della risonanza, già una cosa incredibile proprio perché non confortata al 100%.
Il 5 marzo sempre dello stesso anno, il 2014, Luca viene operato. Da tenere in considerazione che mio figlio è stato 5 giorni prima dell’operazione buttato su un letto senza che gli abbiano fatto nulla.
Mio figlio non aveva mai subito traumi, né incidenti, e non era urgente l’operazione. Quello che mi chiedo è perché, se la diagnosi era verosimile, non hanno fatto altri accertamenti a livello ematico, molecolare, biologico, genetico o strumentale? Una PET per esempio? Una PET avrebbe dato la diagnosi corretta di mio figlio che era ed è un linfoma. Ma vuol mettere un caso rarissimo di un giovane di 31 anni con un medulloblastoma? Decisamente “appetibile” per un neurochirurgo (dice questo con sarcasmo e rabbia)”.
La rabbia e il dolore
Mentre il racconto entra nel vivo, Giuseppina si lascia andare a considerazioni sul fatto che troppi pensano che noi sardi siamo ignoranti e che qualsiasi cosa ce la beviamo, anche se non si tratta di vino buono ma di veleno.
” Dopo l’intervento Luca è stato in rianimazione per 12 ore e poi portato in reparto. Muove le mani bene, ha reazioni normalissime, resta la diplopia che ci avevano detto, col tempo, potrebbe andar via.
La via crucis di Luca inizia nel post operatorio, tolgono sondino naso gastrico e catetere subito, senza sapere se mio figlio può mangiare e urinare spontaneamente senza il catetere.
Il 7 marzo gli do io da mangiare cibi semi solidi. Il dottore si arrabbia di brutto e lo mette a digiuno, con mio figlio affamato e nutrito, da quel momento in poi, per via parenterale (flebo).
Addirittura vogliono rimettere il sondino naso gastrico che mio figlio rifiuta ed anche il catetere, anche questo rifiutato. Viene chiamato l’urologo che consiglia ginnastica vescicale e nuovamente il catetere. Quel che mi domando perché allora gli fu stato tolto?
Luca ha la sua prima consulenza oncologica il 23 di marzo. Nel frattempo, io recupero l’istologico dalla Oncologia di Sassari.
La diagnosi è Linfoma, nessun medulloblastoma. Decido e affronto il neurochirurgo. Mi lamento della disorganizzazione del reparto, della diagnosi errata e dell’intervento che non era necessario. Apriti cielo!
Il medico sbraita e urla confermando, anche dinanzi al mio referto di linfoma che Luca aveva un medulloblastoma.
Cerca di mandarmi via a me e a Luca dal reparto. Aggiunge frasi sui sardi e sulla nostra presunta ignoranza.
Mio figlio resta nel reparto per due mesi, con sofferenze indicibili. senza lo psicologo, nel suo caso indispensabile. Imbottito di psicofarmaci.
Era sempre intontito, uno zombie. I suoi angeli custodi sono stati gli altri pazienti della stanza., da cui sapevo tutto quando non ero presente con lui. Ho lottato per avere lo psicologo, ho preteso la fisioterapia per Luca che era immobile sul letto.
Per venire da Bonaita prendevo ogni giorno il bus alle 5.00 del mattino per venire a Tempio e da Tempio il bus per Sassari delle 7.00 e restavo tutto il giorno fuori dal reparto. Dentro non ero ben vista e non mi volevano. Ero la madre che si lamentava. Si rende conto? Con mio figlio che aveva ed ha bisogno di me?
Secondo consulto oncologico ad aprile. Tenga presente che lo SDO, Scheda Dimissione Ospedaliera, non contiene la diagnosi di linfoma ma quella di medulloblastoma dovuto a traumatismo.
Ha capito? Non era linfoma ma quello che loro volevano che fosse e che apparisse nel foglio. Le ho già detto che Luca non ha mai subito alcun trauma.
Non hanno voluto dichiarare che era una neoplasia”.
Il racconto di Giuseppina ora diventa vera rabbia, una diagnosi errata, riportata tale e con anche un origine traumatica inesistente.
“Mi avessero detto…Non abbiamo la PET, lo avrei portato a Milano. Restando in Sardegna, c’è a Nuoro e a Cagliari.
Con quell’esame avremmo avuto la corretta diagnosi di neoplasia e tutta una terapia diversa. Non un intervento sul cranio. Il radiologo non poteva avere certezza della diagnosi esatta.
Un neuro-radiologo si. Avrebbe evidenziato il tumore e non la diagnosi di medulloblastoma che il radiologo diede come sospetta, non come certa.
Tra le altre cose, le lesioni erano due e a Luca ne è stata asportata solo una.
Luca non era in pericolo di vita insomma, l’intervento non era necessario e la diagnosi era sbagliata. Altra cosa, mentre era in sala, addormentato, sotto i ferri, perché non eseguire una biopsia intro operatoria? bastano pochi minuti.
Lo so – continua Giuseppina – perché ho lavorato in Anatomia Patologica e con quell’esame, avrebbero avuto la certezza, non assoluta ma quasi, che era un linfoma e non un medulloblastoma.
A quel punto, si chiudeva l’intervento e Luca sarebbe andato in radioterapia per il tumore.
Il chirurgo però, nonostante aveva a disposizione ogni strumento per l’esatta diagnosi, è partito con la sola medulloblastoma e da lì non è uscito”.
Dopo il periodo post operatorio a Sassari, Luca viene portato a Macomer per la riabilitazione. Qui viene rimesso in piedi e Luca va al San Raffaele di Milano per avere conforto del Linfoma che viene puntualmente diagnosticato.. Non le dico che cosa ho dovuto fare con Luca, dopo il dramma di assari che Luca solo al pensiero di quel periodo, tremava.
A Milano, nel centro anti tumori del San Raffaele, si conferma il linfoma.
Come tale viene trattato e curato. E oggi siamo qui a raccontarle questa assurda storia.
Concludo solo ribadendo che essere dei luminari nel mondo medico, indica che prima bisogna essere umili e consapevoli. Ammettere che non si hanno tutti gli strumenti idonei per avvalorare una diagnosi presunta, vuol dire essere dei grandi uomini non dei cattivi medici. Nella nostra strada, Luca ha incontrato un luminare che non era umile e con il suo intervento, ha compromesso la vita e il futuro di mio figlio, ora invalido al 100%, con la diplopia e con sintomatologia che prima non c’era”.
Considerazioni finali
Durante il racconto, Luca rimane in silenzio ascoltando la madre. Ogni tanto accenna a confortare quanto dice la madre con cenni di assenso e con alcune frasi sui giorni vissuti nel reparto di Sassari. Tra dolori, lacrime e totale impotenza.
Cosa c’è di meglio che un paziente trattato in sicurezza, senza sofferenze, senza inutili interventi delicati al cervello?
Cosa importa ora sapere che nel 2010 fu fatta anche una interrogazione dai consiglieri del territorio di allora, Biancareddu e Planetta, per dotare Sassari della PET che sarebbe servita per Luca ma che il destino ha fatto arrivare alcuni mesi dopo (settembre 2014) che lui aveva già vissuto la sua odissea sanitaria.
La signora allora non denunciò l’accaduto, ha fatto passare 3 anni per star dietro al figlio che necessita di attenzioni sempre. Ogni sei mesi al San Raffaele di Milano, radioterapia. Luca vive a Bonaita, attende qualche progetto per essere incluso in percorsi di recupero e di stimolo fisico e psicologico. Il territorio non risponde al riguardo. Ha giusto qualche uscita con una donna che lo segue quando la madre non può farlo.
Non può lavorare, non ha stimoli ed è continuamente arrabbiato col mondo per quanto ha passato. Col destino vive un dissidio perenne, non ha mai subito traumi per cui ha subito quella diagnosi e quell’intervento inopportuni che hanno compromesso equilibrio fisico e psichico. Le lesioni erano comunque due e una gli è rimasta, inoltre ha sempre diplopia.
Ora la vicenda è diventata causa ed è in mano agli avvocati, tra cui un medico legale di parte che ha dato ragione a Luca.
La storia, per quanto riguarda galluranews, finisce qui. La causa è in corso, i nomi vengono omessi dei protagonisti, eccezion fatta per Luca Magellano e la madre Giuseppina Mossa.
Se esiste giustizia da qualche parte, presto verrà alla luce l’intera vicenda. Speriamo solo che Luca possa riprendere in mano la sua vita, è giovane e merita di viverla al meglio. Al suo fianco la madre non molla di un passo.
E’ forte, per quanto provata, e vuole che in Sardegna si abbia la stessa qualità di assistenza sanitaria che esiste altrove. Lei conosce la sanità, ci lavorava.
La cosa che più sente offensiva, oltre naturalmente quanto successo a suo figlio, è che i sardi sono visti come asini da macello.
Questo no, non lo accetta, né lei né nessuno che ha a cuore la nostra meravigliosa terra.

29/12/18

stranezze ed ipocrisie giornalistiche non puoi fare campagne per istituire il reato di femminicidio e poi fare titoli del genere Ed è i caso del settimanale di cronaca nera Giallo di Cairo editore

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Ed  è  i caso del settimanale    di cronaca  nera    Giallo di Cairo editore  .  Un classico  giornale  di cronaca  nera  ma  che   sta  facendo  una    campagna  di sensibilizzazione     e di raccolta  firme perché   sia istituito  il reato ed  eventuale  aggravante  di femminicidio   per  chi ammazza   le  donne   


L'immagine può contenere: 6 persone, persone che sorridono, testo


N.b 
riporto tale articolo non per fare pubblicità a sifatto giornale o per partecipare a tale campagna mediatica ma per far capire il erchè non mi piace tale tipo di giornalismo

da https://www.spraynews.it

Giallo rivela: Desirée Mariottini morta per infarto ma prima di essere violentata era








«Desirée Mariottini è deceduta a seguito di una crisi cardiocircolatoria. Inoltre, nel corso dell’esame autoptico, si è riscontrata una recentissima rottura imeneale».
Desirée era vergine prima di essere violentata! È lo scioccante dettaglio emerso dall’autopsia eseguita dal medico legale sul cadavere della 16enne di Cisterna di Latina morta due mesi fa a Roma. Lo rivela in esclusiva il settimanale Giallo. La tragedia è avvenuta nel quartiere San Lorenzo, in uno stabile abbandonato: la ragazzina vi è arrivata la sera del 17 ottobre, ma è morta dopo due giorni di atroci sevizie. Desirée è stata prima drogata e sedata con potenti psicofarmaci, poi violentata ripetutamente. Infine, è stata lasciata morire nell’indifferenza generale. Nessuno in quel maledetto edificio fatiscente, che si trova in via dei Lucani, cioè in pieno centro a Roma, ha mosso un dito per aiutarla. Anzi, la minore sarebbe stata violata perfino da morta. Violenza su violenza, orrore su orrore. Chi era presente la tragica notte del 17 ottobre non ha avuto un briciolo di umana pietà nei confronti di questa sfortunata ragazzina, per il cui decesso sono accusati quattro immigrati clandestini, abituali frequentatori di quel palazzo abbandonato nonché noti spacciatori di sostanze stupefacenti.
Sono Mamadou Gara detto “Paco”, 27 anni, del Senegal, Brian Minteh detto “Ibrahim”, 43 anni, anche lui del Senegal, Chima Alinno detto “Sisco”, 46 anni, della Nigeria, e Yusif Salia detto “Youssef”, 32 anni, del Gambia. Due di loro, Paco e Youssef, sono in carcere con l’accusa di omicidio volontario. Per gli altri due, Ibrahim e Sisco, è decaduta l’accusa di violenza di gruppo. Tuttavia, entrambi restano indagati per la morte della 16enne di Cisterna di Latina e sono ancora in carcere con l’accusa di spaccio di droga.
«Desirée Mariottini è deceduta a seguito di una crisi cardiocircolatoria. Inoltre, nel corso dell’esame autoptico, si è riscontrata una recentissima rottura imeneale».
Desirée era vergine prima di essere violentata! È lo scioccante dettaglio emerso dall’autopsia eseguita dal medico legale sul cadavere della 16enne di Cisterna di Latina morta due mesi fa a Roma. Lo rivela in esclusiva il settimanale Giallo. La tragedia è avvenuta nel quartiere San Lorenzo, in uno stabile abbandonato: la ragazzina vi è arrivata la sera del 17 ottobre, ma è morta dopo due giorni di atroci sevizie. Desirée è stata prima drogata e sedata con potenti psicofarmaci, poi violentata ripetutamente. Infine, è stata lasciata morire nell’indifferenza generale. Nessuno in quel maledetto edificio fatiscente, che si trova in via dei Lucani, cioè in pieno centro a Roma, ha mosso un dito per aiutarla. Anzi, la minore sarebbe stata violata perfino da morta. Violenza su violenza, orrore su orrore. Chi era presente la tragica notte del 17 ottobre non ha avuto un briciolo di umana pietà nei confronti di questa sfortunata ragazzina, per il cui decesso sono accusati quattro immigrati clandestini, abituali frequentatori di quel palazzo abbandonato nonché noti spacciatori di sostanze stupefacenti. 
Nel clamore iniziale che aveva suscitato questo crimine così efferato, qualcuno aveva creduto alle voci circolate sul conto della ragazza e della sua famiglia: «Desirée Mariottini non era seguita dai genitori. Era una drogata. Faceva sesso in cambio di stupefacenti», dicevano. Tutto falso! Da quanto è stato possibile ricostruire durante le indagini, la ragazza apparteneva a una buona famiglia. I genitori sono persone perbene, stimate da tutti. Non è vera nemmeno la circostanza secondo cui la 16enne viveva con la nonna. Le era molto affezionata, questo sì, e qualche volta andava a dormire a casa sua, ma la maggior parte delle notti le trascorreva a casa della mamma, a cui era stata affidata dal giudice dopo la separazione dei genitori. 
Ora che sono trascorsi più di due mesi dalla tragedia, è doveroso stabilire un minimo di verità sul conto di questa ragazzina, che, complice la tenera età, ha commesso l’errore di entrare in un luogo degradato, senza alcun controllo da parte delle autorità. Ma niente giustifica ciò che le è stato fatto. All’interno del “palazzo della droga”, come viene ribattezzato lo stabile di via dei Lucani, è stata accerchiata da un manipolo di orchi, che l’hanno violentata ripetutamente. E sono andati avanti ad abusare di lei anche quando la ragazza non aveva più le forze per opporsi alle barbarie. Desirée era incosciente, ma loro andavano avanti. I risultati dell’autopsia hanno fatto emergere tutta la verità sulla tragica fine della povera ragazzina. 
E allora lo ripetiamo ancora una volta: Desirée non si è affatto concessa ai suoi aguzzini in cambio di dosi di droga. Non lo ha fatto in quei tragici giorni di ottobre e non lo aveva mai fatto prima di allora. È stata vittima della crudeltà di un branco di quattro uomini senza scrupoli. Dei veri e propri mostri, la cui spietatezza emerge dalle testimonianze raccolte durante la prima fase dell’inchiesta. Si legge nelle carte in mano al giudice per le indagini preliminari: «La condizione di incoscienza in cui si trovava la ragazza e che diventa con il trascorrere delle ore sempre più grave e intensa è riconosciuta da tutti coloro che sono presenti nel palazzo. Essa è chiara a coloro che l’hanno procurata, a coloro che ne approfittano, ai soggetti intervenuti per prestare ausilio, nonché a coloro che tale soccorso impediscono». 
Fa venire i brividi quanto si legge a un certo punto nel provvedimento di fermo, emesso nei confronti degli indagati: «La persona offesa (Desirée Mariottini, ndr) manifesta, invero, sin dal pomeriggio del 18 ottobre, lo stato di stordimento strumentalizzando il quale gli indagati abusano di lei. Ma esso si aggrava, così da tramutarsi in una condizione di dormiveglia prima e incoscienza poi che viene immediatamente avvertita dai presenti allorché trasportano il corpo della ragazza dal container al capannone. Ed è proprio in questa fase che Youssef, Ibrahim e Sisco, che pure sono presenti, ridimensionano la gravità delle condizioni della ragazza e impediscono che vengano allertati i soccorsi, assumendo lucidamente la decisione di sacrificare la giovane vita per garantirsi l’impunità o qualsivoglia fastidioso controllo delle forze dell’ordine. Al riguardo appare di estrema efficacia la frase «meglio che muore lei che noi in galera», che secondo quanto riferito da diversi informatori gli indagati avrebbero pronunciato. Poi ci sono le parole pronunciate da Noemi C., una ragazza giapponese. Ecco cosa ha riferito la testimone agli inquirenti: «Hanno abusato di Desirée solo per divertimento». 
Ma per comprendere meglio l’immane tragedia, leggiamo la ricostruzione meticolosa che in poche ore gli agenti della squadra mobile di Roma, coordinati dal dirigente Luigi Silipo, sono riusciti a fare: «Alle ore 4.20 del 19 ottobre, personale del commissariato interveniva all’interno dello stabile sito a Roma, in via Lucani 22, per una segnalazione relativa al presunto decesso di una donna. Lo stabile in questione, i cui cancelli apparivano chiusi con dei lucchetti, era ritrovo solitamente frequentato da senzatetto e tossicodipendenti. Questi ultimi hanno certezza di trovare all’interno del predetto sostanza stupefacente, in particolare cocaina ed eroina. Avuto accesso all’edificio, per il quale si rendeva necessario l’intervento dei vigili del fuoco, gli agenti rinvenivano, riverso su un materasso, il cadavere di una ragazza dall’età apparente di anni 20/25 (in realtà ne ha 16, ndr). I preliminari accertamenti sullo stato dei luoghi permettevano di rinvenire tracce del consumo di sostanze stupefacenti avvenuto in quel luogo e, inoltre, dal riscontro dattiloscopico (identificazione, ndr), si individuava il cadavere in questione come quello appartenente in vita a Desirée, nata a Latina il 13 settembre del 2002. Ciò che si è immediatamente evidenziato è che la persona offesa (Desirée, ndr) frequentava da qualche settimana il complesso in questione dove si recava per procurarsi sostanza stupefacente di ogni tipo che assumeva ivi (sul posto, ndr). In tali occasioni era entrata in contatto con le persone lì gravitanti, per lo più costituite da spacciatori, ricevendo da alcune donne il consiglio di stare molto attenta in quanto si trattava di un ambiente difficile e pericoloso». 
Le indagini della squadra mobile e della Procura di Roma continuano e molto presto il cerchio intorno a tutti i responsabili della morte di Desirée sarà chiuso. Se lo augura la sua famiglia, assistita dall’avvocato Valerio Masci.


Quest 'ultimo  numero   mi  ha deluso  ,  come potete  leggere  da  una mia lettera    scritta  di getto  (  credo  che me  la  cestineranno  cosi  pure  i miei commenti    alla copertina di tale  numero  sulla   pagina Facebook  del settimanale    )   proprio alla redazione  di  si fatto  giornale   .


Spettabile direttore , Spettabile    editore
Se prima compravo   il vostro settimanale  , perché oltre  cronaca vera   è stato  l'unico  che trattasse  simili casi , e   per   la  vostra  battaglia  (  anche  se  ormai superata  perché  non basta  più solo raccontare    i casi di  femminicidio  )  contro  la  turpe   piaga  della  violenza  sulle  donne    , adesso dopo il vergognoso  articolo   su lla povera  Desirè  Mariottini .   peggio degli sciacalli  che  vanno alla ricerca  delle  cose  più intime  pur  di    vendere    qualche  copia  in più   . 
Non credo  che continuerò  a  comprarlo  . Non è  informazione    vera  quella   da  voi  fatta   nel  numero  52  2\1\2019   ma  solo  un escare  nel  torbido  .  Uccidendo  cosi  due  volte   la  ragazza  in questione  . Ora   mi chiedo  e  vi  chiedo   che  importanza   ha   se  una  ragazza  cosi  barbaramente  trattata  fosse  ancora  vergine  o meno  ?   Va  bene    dare  la  notizia perché  sono  risultati dell'autopsia   ed  è una esclusiva  . Ma  darla  in quel modo  non  sembra  né  giusto né  rispettoso  verso i familiari della vittima  e   voi   vi abbassate  allo  stesso  livello  di qiuelle  bestie    che  ne  hanno fatto scempio    . Se proprio certe  notizie    non  sapete  darle    è meglio  non darle  proprio   e  ve  lo dice  uno    a  cui  la  censura     e  i divieti   stanno   sulle scatole
Risultati immagini per corto maltese and censori   

                                 cordiali saluti    un  vostro  (  ormai prossimo  ) ex  lettore

Ora  molti mi diranno  . questi atteggiamenti censori ,  cos'è  non si  può  fare  neppure  cronaca  nera  o  descrivere  un omicidio o riportare  i  dati  di un autopsia  ?  tu  come   li riporteresti  ?'

 qui  non è  il fatto  di censurare ( anzi meglio essere  censori )   perché nascondere  la ppolere  sotto il tappetto   non  porta  a niente  anzi  aggrava  le cose    ,ma  di buon  senso e di rispetto  verso una  vttima soprattutto quando  ha subito uno scempio del genere   .Si puo  è  si deve  fare  cronaca .   Evito  il  termine cronaca  nera  perchè ormai da  più di    30   (  spartiacque   fu  la rivista    cronacavera  ) non esiste  o  sempre  più  labile  ed  impercettibile  la differenza   con  i  vai tipi di cronaca  (  cronaca  rosa ,  cronaca  bianca , ecc  )   .Infatti  La cronaca è ancora  uno dei settori principali dell'attività giornalistica. La redazione di un quotidiano registra i fatti secondo l'ordine in cui avvengono. Nel momento in cui le notizie sono lanciate dalle agenzie, sono tutte “fatti di cronaca”. Spetta al giornale assegnare  ad esse una categoria ed organizzarle in settori prestabiliti. Ma Tali settori, oltre alla cronaca stessa, sono: politica, esteri, economia, cultura, spettacoli e sport,  ormai  non  sono  più compartimenti  stagna  e  quindi te  la  ritrovi  ovunque  .
 Ed  è proprio per  questo  che non deve  mancare  il rispetto  er  le  vittime  e  conciliarlo    e  con il  dirito di cronaca  (  vedere  sia  la mia lettera   alla redazione   di giallo   settimanale  riportata  nelle righe precedenti    )     sia   questa   che  riporto sotto    tratta   da   http://marinaterragni.it/pamela-suo-cliente-giornalista-analisi-un-testo/


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Caro direttore,
ho letto le cronache dei fatti di Macerata e mi ha colpito, in particolare, l’articolo in cui ha parlato l’uomo che la sera prima era stato con Pamela. Ci indigniamo per la violenza dei linguaggi della rete e per l’aggressività verbale dei confronti politici, ma non crede che anche e in particolar modo i comunicatori dovrebbero interrogarsi su come sia opportuno fare informazione, soprattutto quando si tratta di cronaca nera? Da chi fa informazione, dal mio giornale, mi aspetto sempre rispetto per le vittime, della loro dignità di persone, del dolore delle loro famiglie.
Federica Vernò
Vogliamo lasciare in pace questa povera ragazza? Parlo di Pamela, la vittima dell’episodio di violenza di Macerata. Serviva proprio raccontare cosa ha fatto la sera prima e dare la parola all’uomo che si è approfittato della sua fragilità? Il diritto di cronaca sta sconfinando nella mancanza di rispetto, soprattutto delle donne. Penso alle vittime di violenze sessuali e ad articoli in cui si indugia su particolari morbosi, ma anche alle immagini di morti in guerra usate forse per smuovere le coscienze ma irrispettose della dignità dei corpi. E poi penso a questa ragazza, che potrebbe essere mia figlia, quasi coetanea. È questa la libertà di informazione? Il Corriere sta perdendo la sua identità.
Tiziana Simonini
concludo  concordando   con quanto dice questo interessante articolo di http://www.italiaperme.com/: << [...] Ritengo tuttavia che, pur con un simile gruppo di lettori affezionati, sia uno di quei casi in cui meglio abbondare che deficere.
I fatti sono abbastanza semplici da riassumere: Mannocchia vuole mettere la pulce nell’orecchio, istillare il dubbio, avvelenare il pozzo. Lo fa da sempre, ma ci sono casi in cui lo sciacallaggio è davvero osceno, e questo è uno di quelli.[...] >>  Se  volete   approfondire   quest'ultimo aspetto ci  sono  ulteriori link  all'inizio del post   che  pur  non   trattando del caso  in questione  sono in un certo senso ad  essi collegati