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16/04/19

"Riapriremo i forni di Auschwitz": bambino ebreo aggredito in una scuola di Ferrara. dovremo perchè la gente capisca e si svegli , occorrerà riappendere qualcuno in Piazza Loreto. ?

anche se i ragazzini su si sono no scusati la questione non p da prendere sotto gamba o da sottovalutare . speriamo solo che non sia nelle scuole medie o medie inferiori il primo di una lunga serie , già basta quando succede in quelle superiori. Mi sa    che  Se si continua così, occorrerà riappendere qualcuno in Piazza Loreto.





FERRARA - I bambini giocano nel cortile illuminato dal sole. Ignari del fatto che il mondo degli adulti parla di loro e di questa piccola scuola a dieci minuti da Ferrara, nel silenzio della provincia. Nei giorni scorsi, due studenti di prima media hanno fatto i bulli nello spogliatoio della palestra con un loro coetaneo. Uno dei due ha detto una frase che si fatica a immaginare pronunciata da un alunno di 11 anni: "Quando saremo grandi faremo riaprire Auschwitz e vi ficcheremo tutti nei forni, ebrei di...". La vittima è tornata a casa, ha raccontato tutto alla mamma che, a sua volta, è corsa dalle insegnanti per capire. Una prof, il giorno dopo, ha parlato alla classe: "Chi è stato a dire quelle cose?", ha chiesto. Una manina si è alzata, una voce ha chiesto scusa.
Ma non è finita lì. La preside dell'istituto comprensivo da ieri mattina segue il caso. Deve curare le ferite e non crearne di nuove. Spiega: "I due ragazzi hanno capito, si sono scusati. Ora devono comprendere che per ogni comportamento c'è una conseguenza. Quale? Lo decideremo nel prossimo consiglio di classe straordinario. Non bisogna minimizzare ma contestualizzare". Questa mattina la dirigente ha incontrato la mamma della vittima: "La madre è rassicurata e soddisfatta del comportamento della scuola. Anche i genitori dei ragazzi che hanno aggredito il compagno si sono scusati. I loro figli hanno ammesso e capito la gravità della cosa. La situazione era già stata presa in mano". Come dire: vicenda chiusa.

Il caso, tuttavia, è scoppiato ieri quando una rappresentante di classe, mamma di una bimba che frequenta la stessa scuola, ha denunciato l'episodio su Facebook: "Un grave caso di antisemitismo/bullismo reiterato contro un ragazzino. Intendo combattere perché i bulli di oggi sono i carnefici di domani. Non è una ragazzata come molti vogliono farla passare. È un pericoloso campanello d'allarme".
Andrea Pesaro, guida della comunità ebraica ferrarese, è preoccupato per quella frase di odio: "Dove un ragazzino può trovare quelle parole? Una nozione così specifica, chiara, violenta come quella dei forni? Bisogna capire le radici di questo antisemitismo, da quali canali può essere arrivato fino a raggiungere un bambino". Ha sentito la preside e appreso che la famiglia di uno degli aggressori è caduta dalle nuvole perché il figlio è sempre stato educato ai valori dell'antifascismo.
Il caso ben presto è diventato politico. Il ministro dell'Interno Matteo Salvini parla di "inaccettabile episodio di bullismo e razzismo. Ancora più spregevole perché avvenuto in una scuola. Sarò presto in città e vorrei incontrare il ragazzo e la sua famiglia e gli insegnanti, insegnanti che certamente riusciranno a evitare che simili episodi di violenza si ripetano in futuro". Quello dell'istruzione, Massimo Bussetti, aggiunge: "La scuola è e deve essere luogo di solidarietà, di inclusione, di accoglienza, di condivisione, di pace. Non sono tollerabili atti di antisemitismo e di razzismo. Per questo, ho attivato subito il nostro Ufficio Scolastico Regionale per l'Emilia Romagna chiedendo di approfondire il caso emerso in una scuola di Ferrara e di fornire ogni supporto necessario affinché non si ripeta nulla di simile in futuro". Il governatore Stefano Bonaccini parla di campanello d'allarme da non sottovalutare.


26/01/19

fiamola con la giornata rompi e pulicoscienza del 27 gennaio . non serve una data fissa per ricordare simili brutture

Visto che la  gente  si  sofferma  sul  titolo   e crede  chissà   cosa   magari l'opposto  di quello che  l'articolo dice , chiarisco  subito che  il  mio post d'oggi  ha  volutamente  un titolo   provocatorio   .  Infatti non  intendo negare  o smettere  di ricordare il  genocidio    nazista  cioè   la  shoah  o    olocausto  che dir  si voglia  ma  evitare      che    la   con il continuo parlarne    per  lo più  in maniera  ipocrita      visto  che    non  si  ricorda  e    non s'affronta  :  1)  i rapporti che  tali ditte  ed  industrie   alcune   ancora  attive  hannno  avuto  con  il regime  hitleriano  e     con  il  suo progetto di  soluzione  finale   ., 2)  il silenzio ambiguo  infatti  cosi  come  mai   non  ha  ancora  aperto    i  suoi archivi   per  il  periodo    dal 1920 al  1948   e    ne  favori  poi la  fuga  dall'europa   di molti esponenti  . Ma   allo stesso tempo  lavoro  per  nascondere  famiglie  ebree   e dei esponenti Nessuna descrizione della foto disponibile.dell'antifascismo    in silenzio    per  paura  di ritorsioni   dalla Germania  nazista   e  dal regime fascista (  o quello che  ne  rimaneva   dopo  il  25 luglio  1943  )   da  parte del  vaticano  . 3 )  come mai  se  gli alleati russi compresi   sapevano   non fecero nulla  ,  neppure  tentarono  di bombardare    gli ingressi ferroviari ai campi   di transito e  di sterminio  .,  Addirittura  nel  1939    respinsero il transatlantico tedesco Saint Louis, che con a bordo oltre 900 passeggeri ebrei in fuga dalla Germania nazista, fu respinta da Cuba, Usa e Canada e dovette tornare in Europa, malgrado i coraggiosi tentativi del capitano Gustav Schroeder di trovare una soluzione qui  tutta la  storia)
Ma soprattutto  si  parla  al 90 %   di un unico  olocausto  \  genocidio  ovvero   quello degli ebrei  come   se  nei lager  e  nei campi  nazifascisti   ci  fossero stati  solo loro nei lager    e nei campi nazi fascisti o e  nelle camere  a  Gas .  Come  se  esistessero      genocidi  di serie  A  e  di serie B. Infatti   come già  dicevo   nel post   <<olocausto o  shoah    sempre  genocidio ed  olocausto si tratta     basta  questioni    di lana  caprina  e   ricordiamo  senza   inutili distinzioni  "bambinesche "  >> 
 Lo so  che    cosi  m'attirerò  attacchi  e  critiche   tipo   questa 

Un altro olocausto di cui non si parla ci si concentra solo su quello degli ebrei
TOPBUZZ.COM
Torna in libreria "Gli uomini con il triangolo rosa", il libro dello studente universitario, amante di un kapò, Heinz Heger che nel 1972 per la prima volta rife
Commenti
  • ****** Condivido il link, non il tuo commento
    • Giuseppe Scano  *****ok . La verità è scomoda .allora come ti spieghi che in TV o sui giornali quando si celebra la settimana della memoria e il.27 gennaio si parla solo di Shoah e non degli altri olocausti /genocidi come quello dei rom , dei gay , testimoni di Geova . Insomma esistono celebrazioni di serie A e serie B
    • ******* Giuseppe Scano Ma che c'entra, a me verità scomoda non lo dici perche perché io non ho mai nascosto niente. Il punto è un altro. Non si può parlare di tutto e del contrario di tutto. Il 27 gennaio è degli ebrei. E gli ebrei sono il simbolo di tutti gli altri. Infatti io NE PARLO, ma li tengo distinti. O prima o dopo. Non si tratta di serie A e di serie B, si tratta di capire. Certo che parlare di "serie" riguardo a stragi del genere è rivoltante.
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ma io duro e granitico come sono continuerò imperterrito a parlare d'entrambi perché : 1) non esistono genocidi più importanti o meno importanti , 2) tutti nella loro diversità culturale sono passati per un cammino non solo e alcuni addirittura sopravvissuti alla soluzione finale .
E quindi tutte le vittime dell'assurdo ed aberrante genocidio , pur nella loro diversità e specificità , meritano d'essere ricordati alla stessa maniera senza nesuna distinzione di etnia , identità e religione .
questa è anche la risposta    all'elucubrazione che mi facevo nel precedente post : << dopo la citazione twitteriana del senatore Elio Lannutti dell’infame falso storico dei Protocolli di Sion mi chiedo vale ancora la pena parlare della shoah \ olocausto ? 
Ora     cio   non significa    che   non  bisogna  ricordare   tali  nefandezze   e  orribili  fatti   ma un conto   è  farlo   sempre  non importa  come  o  quando  un altro  è   farlo a  date  fisse  . Infatti  è  per  questo  che  cerco  di  farlo ,  combattendo contro  il  mulini a   vento  come  un donchisciotte 


indipendentemente  dalla   data   ormai  diventata  settimana   ,della memoria  e   con articoli   poco  noti (  infatti i  miei post  hanno  ottenuto pochissime letture nnostante  il blog  sia  collegato    configurato  con i social  : G+ o  meglio Google+  Facebook  , Twitter   )   o insignificanti per  i media ufficiali  .Quindi ecco  che per la giornata del 27  preferisco  







piuttosto    simili   commenti


Francesco Abbruzzese‏ @F_Abbruzzese

In risposta a @RaiNews e @_Carabinieri_

BASTA... Con le celebrazioni della shoa... ogni occasione è buona, ormai un 30% dei giorni dell anno ci sta in modo o nell altro la shoa. Basta Buonismo, basta cazzate.

Alcuni crederanno    che   condivida  tali   pensieri  . Invece  NO   sono :  contento ,  orgoglioso ,  consapevole , perchè   come  mi hanno scritto   in un comento ad  un mio post  su  facebook
Flavy Fois Giuseppe Scano La consapevolezza e' importante..😉 Peggio ancora è chi crede di essere sano e non lo è. 😂😂😂😂 Al giorno d'oggi trovare uno sano è un'impresa.





di ricordare e parlare contro la virulenta ed mai morta , vedere un parlamentare m5 che cita attualizzandoli protocolli di sion il falso storico usato come base dallo stesso nazismo i protocolli dei savi di sion






24/01/19

Storia Del Caravaggio Che Riuscì A Raggirare Le Leggi Razziali Del Fascismo e Eden Donitza ed l'antisemitismo a scuola non tutti i prof mi aiutano

E grazie a sovrintendente EEttore Modigliani (Roma, 20 dicembre 1873 – Milano, 22 giugno 1947) direttore della Pinacoteca di Brera dal 1908 al 1934  reo di essere d’origine ebrea.   che  nonostante    le  leggi razziali  del  1938    fece  avere    all'Italia  un opera  importantissima  di  Caravaggio

  da https://corrierequotidiano.it/cultura/  del  22\1\2019    grazie  all'aggregatore   per  android   di  noizie   newsrepublic

Storia del Caravaggio che riuscì a raggirare le leggi razziali del fascismo 
‘Cena in Emmaus’ di Caravaggio
È una delle opera più ammirate della Pinacoteca di Brera ma ha una storia sconosciuta ai più. Si tratta della ‘Cena in Emmaus’ di Caravaggio, dipinto realizzato nel 1606 e che raffigura un episodio raccontato nel Vangelo di Luca.Per arrivare nel museo milanese nel 1939, dovette scontrarsi con le leggi razziali fasciste che avevano portato all’allontanamento dall’istituzione meneghina del sovrintendente Ettore Modigliani, reo di essere d’origine ebrea. Ma fu proprio lui, dal suo nascondiglio da esiliato a ideare, trattare e portare a termine l’operazione che portò alla Pinacoteca il primo e tutt’oggi unico, capolavoro di Michelangelo Merisi.A sostenerlo l’allora ‘giovane’ Associazione Amici di Brera, che, mettendo a disposizione il proprio fondo di 9 mila lire, consentì di dar vita a un’operazione che raggirò l’ostracismo fascista. La storia è raccontata oggi, con molti altri aneddoti, in un libro realizzato per celebrare i 90 anni dell’associazione, ‘Una meraviglia chiamata Brera’. All’epoca invece l’arrivo del dipinto passò quasi sotto silenzio, annunciato solo in un breve articolo scritto da un allora sconosciuto collaboratore del Corriere della Sera, Guido Piovene.Era stato proprio Modigliani, costretto prima, nel 1935, a lasciare Brera per essere spedito all’Aquila e poi, nel novembre del 1938 rimosso dalla pubblica amministrazione, a venire a sapere che la ‘Cena’, proveniente dalle raccolte del Marchese Patrizi, era disponibile sul mercato. Un’occasione unica.Da privato cittadino quindi il 27 aprile del 1939 scrisse una ‘lettera confidenziale’ al ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai, col quale aveva mantenuto un rapporto di stima maturato negli anni precedenti. Nella missiva lo informava che sul conto del “Comitato Britannico” della Banca Commerciale erano disponibili le 9 mila lire degli ‘Amici di Brera’ la cui associazione, presieduta dal senatore Ettore Conti, aveva intenzione di acquistare il Caravaggio.Il ministro non rispose personalmente ma attese la richiesta formale di Ettore Conti e autorizzò quindi il prelievo del denaro e l’acquisto del quadro informando solo a posteriori il sovrintendente in carica, Gino Chierici, suscitandone le ire. Il dipinto in realtà costò 500 mila lire messe a disposizione da tre mecenati che non vollero apparire.Come spiega un breve saggio di Chiara Bonalumi pubblicato in occasione di una mostra nel 2016, si trattava di Mario e Aldo Crespi, zio e padre di Giulia Maria Crespi, attuale presidente onorario del Fai e del conte Paolo Gerli di Villagaeta. L’arrivo della ‘Cena ad Emmaus’ a Brera avrebbe dovuto essere celebrato in pompa magna con un programma di festeggiamenti e una mostra. Ma l’inaugurazione che avrebbe dovuto celebrare la ‘generosita’ degli ‘Amici di Brera’ alla fine non ebbe luogo per la contrarietà del regime. E anzi, alla fine del 1939, anche l’associazione venne soppressa dal governo fascista. Rinascerà solo nel dopoguerra.



"Mi è capitato di essere esclusa perché ebrea". Eden racconta, ricci neri e lo sguardo di chi non si rassegna e sa quello che dice. Ma non è vissuta ottanta anni fa. La sua non è una storia che arriva dal passato. E' una giovane studentessa pisana di quinta superiore.I compagni in questi anni le hanno rinfacciato le sue origini. E sono volate, dice, anche parole pesanti. Qualcuno di loro ha rimpianto che non si fosse ai tempi della Seconda Guerra Mondiale e non ci fossero più i campi di sterminio.  Cattiverie scappate di senno, ma che fanno davvero male.Eden non è solo ebrea. La sua famiglia negli anni Quaranta del secolo scorso ha patito la deportazione. "Molti sono stati portati nei campi, tanti purtroppo sono morti ma qualcuno fortunatamente è anche sopravvissuto".  In fila davanti al museo  di Auschwitz, dieci gradi sotto zero e il sole che poco prima delle nove fa breccia in un cielo lattiginoso, aspetta di entrare con gli altri cinquecento e passa studenti del treno della memoria toscano, il giorno dopo aver visitato Birkenau. 
   L'immagine può contenere: 1 persona                             la  sua  vicenda  raccontata     dal corriere  della  sera   del 23\1\2019
"E' tutta la vita – dice -che in fondo mi preparo a questa esperienza". L'ha fatto a scuola, ma anche e soprattutto con il racconto dei genitori e dei nonni, cercando e trovando video sulla rete.   "Non è facile ascoltare ma non si può neppure tenere dentro – si sofferma -, anche se doloroso. E' importante essere testimoni". E' importante per combattere anche quell'antisemitismo che lei in più occasioni ha patito dalle elementari fino al liceo, per cui cerca quasi di non arrabbiarsi più.  "A scuola a volte si prova a reagire – prosegue - A volte si preferisce però il silenzio, per non far sapere. Per far finta che tutto vada bene ed invece è tutto il contrario".
Infatti  sempre  secondo  questo articolo   di  
http://www.toscana-notizie.it/speciali/
l'olocausto e << Il razzismo riguarda anche rom e sinti, deportati nei campi di sterminio. Nancy, che vuole andare all'università, vive in un campo nomadi ma a scuola lo sa solo una persona. Non se ne vergogna, ma sa che a dirlo l'atteggiamento delle persone è quasi certo che cambierebbe. "Il razzismo non è mai finito – dice - e c'è ancora oggi. Quando le persone mi vedono non pensano che sia sinta. Ma se viene fuori non sono più Nancy e si allontanano, intimoriti da tutti gli stereotipi e pregiudizi che ci sono su di noi". "Per questo – spiega - mi è difficile dirlo per prima, perché ti mette tanti muri davanti. Ma in questi giorni ho visto tante cose brutte, ho capito che è importante dire chi siamo e penso di cambiare questo mio atteggiamento".
Il razzismo riguarda a Prato anche i cinesi. "Certo che c'è ancora oggi" interviene Luisa, ultimo anno al Dagomari e il prossimo forse alla Bocconi di Milano, la ragazza cinese che voleva venire ad Auschwitz e per questo la comunità buddista le ha pagato il viaggio. "Vedo che il razzismo c'è – dice - andando in giro con miei amici: si sentono ragazzini pieni di pregiudizi. Io allora intervengo, la mamma me lo dice sempre: difenditi, sai parlare italiano. Questa reazione li coglie impreparati e si zittiscono".
"Il pregiudizio sopravvive anche se come società cerchiamo di nasconderlo" dicono le due ragazze, che frequentano la stessa classe. Una è nata in Italia, l'altra arrivata a tre anni dal Marocco. "Se c'è una chance davvero per stare tutti insieme questa è la scuola" dice la professoressa che le accompagna. Ma non è facile. "C'è discriminazione" riprendono le due diciottenni. "Ma a chi urla preferisco rispondere col silenzio – dice una delle due – perché altrimenti mi metterei sul suo stesso piano".
Reagire però è importante, come far conoscere e sfatare i falsi luoghi comuni. Non c'è futuro senza passato. Non c'è neppure presente. "E un viaggio come questo, che ti fa riflettere – dice come tanti altri Lavinia, anche lei quarto anno all'istituto tecnico Redi di Montepulciano – dovrebbe essere fatto una volta nella vita: soprattutto gli scettici (o chi vive di pregiudizi) dovrebbe farlo". "Perché ti può trasformare – le fa eco di nuovo Giulia -. Ho visto le facce di tanti di noi: venire qua ti può davvero far cambiare idea".

11/01/19

da antisonista io sto con la comunità ebraica di roma . la magli ha scritto una stronzata

La  Maria  G Maglie  ha  scritto   <<  Un intervento che ha immediatamente innescato una pioggia di commenti negativi a partire da quello da Dario Ballini D'Amato che parla di "nazismo conclamato". Lui, Riccardo Romano e tanti altri hanno sottolineato in particolare come "per la Maglie gli ebrei italiani non sono italiani e non possono esprimere opinioni pubbliche sulla politica italiana". >> 
per   il post  integrale    ( almeno  finché nn lo rimuove    )  lo  trova   qui   sulla  sua  bacheca  di Facebook 
Il commento  sullanostra  appendice  di facebook  ,mi  ha   tolto le parole di bocca  , Samantha Trezzi Quando l'ignoranza fa mettere nello stesso calderone ebraismo, sionismo e cittadinanza israeliana si fanno solo figuracce ed è meglio tacere. Questa invece ha parlato due volte. Complimenti
Ora -- sempre secondo questo articolo del www.ilmessaggero.it/ -- <>Ecco che scrivere o forse meglio rimuovendo sia questo e l'altro post d'arrampicata sugli specchi





semplicemente “scusate ho scritto una caxxata” risulta così difficile? e soprattutto quando si è pestato una merda. E la s'è pestata per ignoranza... bisogna lasciare perdere perdere, non rimestare ! tanto nel giro di qualche giorno se una polemica non alimentata da parlare e controbattere si estingue da sola esempio degli ultimi minuti di questo classico film  di Alberto sordi


Invece  no  ,  evidentemente  fa  figo   essere     specie  se  lo  si   è   per  opportunismo      cioè  come  i  farisei   come  direbbero molti  cattolici   , ha  preferito     prendere  alla lettera  la  richiesta  di    Riccardo Pacifici, ex presidente della Comunità ebraica romana: 



"E' un post di inaudita gravità quello di Maria Giovanna Maglie con commenti penosamente a suo favore di sedicenti ebrei. E io vado controcorrente. In primis con alcuni sedicenti ebrei che hanno scritto in questo blog. Non entro nel merito della dichiarazione della presidente della Comunità Ebraica di Roma Ruth Dureghello, che a chi non è noto è legittimamente eletta con regolari elezioni. Oltretutto molto serrate e tacciata dai suoi “avversari politici “ essere una ebrea di “destra”. La gravità delle esternazioni di Maria Giovanna Maglie è ritenere che la presidente della Comunità possa essere negato il diritto , in quanto rappresentante della Comunità Ebraica , di esprimere una opinione. Qualunque essa sia . Perché è ritenuta una “ingerenza” agli affari interni dell’Italia. Ci sono ebrei a quanto pare che si sono già venduti . Ho pena per loro. Ma l’ultima volta che un personaggio pubblico si è espresso in questi termini, ha poi deciso di risolvere il “problema ebraico” con la  “soluzione finale”! Cara Maria Giovanna Maglie . In questo Paese. Il MIO Paese, gli ebrei non sono ospiti. Questo Paese compresi i Moti Risorgimentali, L’Unità d’Italia, la prima Guerra Mondiale nonché la Resistenza e poi la stesura della Costituzione, è stato fatto da Ebrei. Noi ebrei romani siamo qui a Roma probabilmente da molto più tempo in cui ci vivono i Suoi a antenati. Sentirmi un ospite ed avere un permesso per esprimere una opinione , è un precedente gravissimo. Ed io NON glielo permetterò. Qui non è in ballo la condivisibilità delle opinioni espresse dalla nostra presidente , che verosimilmente possono avere frange di reazionari che non la condividono ma a cui portiamo ovviamente rispetto . Vi è in ballo il sacrosanto diritto di esprimere una opinione. Su cui legittimamente la Maglie può non essere concorde . Può dissentire ed esprimere le sue preoccupazioni.
Mi aspetto, visto la sua intelligenza, le scuse immediate. Altrimenti la invito a non premettere di essere amica d’Israele. Sarebbe ridicolo ed offensivo nostra intelligenza".


peggiorando la situazione ed qui concordo con il commento ( vedere righe precedenti ) di Samantha  


Concludo      facendo    mia  la   richiesta  ,  se  mai La  signora  Maglie  leggera   sia  i  commenti  al  suo Facebook    sia questo umile  blog  ,  di Federica Claudia Dodero Forse che, Signora Maglie ,le comunità italiane che siano religiose, sociali, sportive, non possono esprimere una loro opinione in veste ufficiale ?....quale Legge lo vieta ?...ce lo dica...siamo ansiosi...








25/10/16

Razzismo, la redenzione di Derek Black dopo l'odio Il figlio dell'ex capo del Kkk ha voltato pagina.e vota per H.Clinton

come  una  persona   può cambiare  con la  conoscenza  dell'altro  e il  dialogo \  confronto . La  storia  di  Derek Black


figlio di  Stephen Donald Black più noto come Don Black (Athens, 28 luglio 1953) è un politico statunitense, tra gli esponenti di spicco del nazionalismo e suprematismo bianco
Ex-leader del Ku Klux Klan ed ex-membro del Partito Nazista Americano, nel 1981 è stato condannato per aver pianificato un colpo di stato in Dominica in violazione del Neutrality Act statunitense. È noto per essere il fondatore del sito internet a sfondo razzista Stormfront, definito il più grande sito d'odio presente in internet[7] e finito anche sotto inchiesta da parte della magistratura italiana.(  continua  qui  su wikipedia  ulteriori nees  sul padre  e su  di  lui  le  trovate  nel  secondo   articolo a  cura   di Mario Calabresi   sull' inserto domenicale  di repubblica  del   23\10\21016   )
Mi ricorda me   quando  ero adolescente   vicio   al becero nazionalismo   e  alla becera destra ovviamente senza generalizzare perchè : 1) il razzismo , l'antisemitismo , la xenofobia - vedere questi commenti sul mio fb a favore delle barricate del ferrarese contro i profughi  - l'omo e la trans fobia non hanno soprattutto dal 1989\92 colore ideologico \ culturale., 2  )  per esperienza   ho conosciuto   e    conosco  tutt'ora  a  destra  , anche  se  si contano  purtroppo  sulle  punte  delle mani  ,   gente  aperta  ed  intelligente  pronta  all'autocritica  come   la  storia      che mi  accingo a riportare


  Sempre  dallo  stesso  inserto  

                    di     Eli saslow
.
IL  loro  convegno  era  stato interrotto da una marcia di protesta e da un allarme bomba, perciò avevano deciso di riunirsi in segreto. All’insaputa di poliziotti e manifestanti, i nazionalisti bianchi si incontrarono in un albergo del centro di Memphis. Pochi giorni prima il Paese aveva eletto per la prima volta un presidente nero e ora, nel novembre del 2008, decine tra i razzisti più noti a livello



mondiale erano decisi a elaborare una strategia per gli anni a venire. “La battaglia per ripristinare un’America bianca comincia ora”, recitava il loro programma. La stanza era gremita da ex capi del Ku Klux Klan e neonazisti di primo piano, ma uno degli interventi di apertura era stato riservato a un ragazzo della Florida, uno studente universitario che aveva appena compiuto diciannove anni. Derek Black aveva già un suo programma radiofonico, gestiva un sito per bambini dedicato al nazionalismo bianco e aveva vinto un’elezione locale. L’organizzatore lo presentò come «la stella del nostro movimento», poi Derek si avvicinò al leggìo. «La strada da percorrere è la politica», disse. «Possiamo infiltrarci. Possiamo riprenderci il Paese».
"Anni  prima  che  Donald  Trump  lanciasse una campagna presidenziale basata, fra le altre cose, sulla politica della razza, un gruppo di nazionalisti bianchi dichiarati lavorava per rendere possibile la sua ascesa allontanando la propria ideologia dal settarismo radicale e avvicinandola sempre più all’estrema destra dello schieramento conservatore. Molti dei presenti in quell’albergo di Memphis si
 All’inizio all’università non sapevano nulla di lui, e Derek cercava di fare in modo che continuasse a essere così. Andò a un incontro introduttivo sul tema delle diversità organizzato dall’ateneo e ne concluse che il modo più sicuro per farsi ostracizzare là dentro era dichiararsi un razzista. Decise di non menzionare il nazionalismo bianco nel campus, almeno finché non si fosse fatto qualche amico. Le cose che prima lo facevano passare per uno strambo — i capelli
Alcuni  membri del gruppo che  si  riuniva  per lo Shabbat iniziarono a chiedere a Derek le sue opinioni e lui le chiarì a voce o per email. Disse che nei confronti dell’aborto era favorevole all’autonomia di scelta delle donne, era contro la pena di morte, non credeva nella violenza o nel KKK o nel nazismo e nemmeno nella supremazia bianca che era un concetto diverso dal nazionalismo bianco. In una email scrisse che la sua unica preoccupazione era che “l’immigrazione di massa e l’integrazione forzata” potessero sfociare in un genocidio bianco. Disse di credere nei diritti di tutte le razze, pur ritenendo che ciascuna razza avrebbe vissuto meglio nella sua terra d’origine. Poi all’inizio del suo ultimo anno al New College decise, una volta per tutte, di rispondere sul forum. Si sedette a un bar e iniziò a scrivere il suo post. «Mi è stato fatto notare che la gente potrebbe sentirsi impaurita a causa di ciò che è stato detto su di me. Vorrei cercare di dare una risposta ufficiale a queste preoccupazioni, in quanto non hanno motivo d’essere. Io non sono favorevole all’oppressione di nessuno per questioni legate alla sua razza, i suoi principi, la sua religione, il suo genere, il suo ceto socio-economico o altre cose di questo tipo». Il post sul forum, che avrebbe dovuto restare all’interno del college, fu fatto arrivare al Southern Poverty Law Center (Splc), che su Derek e altri leader razzisti teneva un file pubblico e che reagì scrivendo direttamente a Derek, chiedendogli spiegazioni. Stava forse sconfessando il nazionalismo bianco? «Le tue opinioni adesso divergono parecchio da quello che pensavano molte persone» diceva la mail. Derek ricevette il messaggio mentre si trovava in Europa per le vacanze invernali. Alloggiava da Duke, che aveva iniziato a mandare in onda il suo show radiofonico da una regione europea nella quale c’erano leggi particolarmente indulgenti nei confronti della libertà di espressione. Derek rispose al Splc dal divano a casa di Duke: «Tutto ciò che ho detto (sul forum) è vero» scrisse. «Credo anche nel nazionalismo bianco. Il mio post e la mia ideologia razziale non sono concetti che si escludono a vicenda».
erano trasformati da incappucciati del Klan a suprematisti bianchi e poi a “realisti razziali”, come si autodefinivano, e Derek Black rappresentava un altro passo in quell’evoluzione. Non usava mai epiteti razziali offensivi. Non propugnava atti di violenza o violazioni della legge. Aveva conquistato un seggio nel comitato locale del Partito repubblicano della contea di Palm Beach, Florida, dove Trump stesso aveva una casa, senza mai menzionare il nazionalismo bianco e parlando invece dei disastri prodotti dall’ideologia del politicamente corretto, dalle politiche di discriminazione positiva e dall’immigrazione incontrollata di Latinos . Black non era solo un leader del razzismo politico, era anche un suo prodotto. Il padre, Don Black, aveva creato stormfront primo e principale sito del nazionalismo bianco, con oltre trecentomila utenti. Sua madre, Chloe, era stata sposata con David Duke, uno dei più famigerati fanatici razziali statunitensi, e Duke era stato il padrino di Derek, tanto che alcuni nazionalisti bianchi avevano preso a chiamarlo “l’erede”. Ora Derek parlava a Memphis del futuro della loro ideologia. «Quello che voglio è che i Repubblicani si approprino del ruolo di Partito bianco». Qualcuno cominciò a battere le mani, e dopo non molto tutti applaudirono. Erano convinti che il nazionalismo bianco stesse per mettere in moto una rivoluzione. Erano convinti che Derek avrebbe contribuito a guidarla. «Tra alcuni anni ripenseremo a questo giorno», disse. «La grande battaglia intellettuale per salvare il popolo bianco è cominciata oggi». * Otto anni dopo, con le presidenziali del 2016, quel futuro immaginato a Memphis si stava infine concretizzando: Donald Trump ritwittava i messaggi dei suprematisti, Hillary Clinton teneva discorsi sull’ascesa dell’odio bianco menzionando David Duke, che aveva lanciato la sua campagna per un seggio in Senato. Il nazionalismo bianco era riuscito a occupare il centro della politica, ma una delle persone che meglio conoscevano quell’ideologia ora era lontanissima da quel centro. Derek aveva appena compiuto ventisette anni e invece di guidare il movimento stava cercando di tirarsi fuori non solo da quello, ma anche da una vita che non riusciva più a capire. Fin dall’inizio gli avevano insegnato che l’America era un luogo riservato agli europei bianchi e che tutti gli altri prima o poi avrebbero dovuto andarsene. Gli avevano detto di diffidare delle altre razze, del Governo federale, dell’acqua di rubinetto e della cultura pop. I suoi genitori lo avevano ritirato dalla scuola pubblica alla fine della terza elementare, quando avevano sentito il suo insegnante nero dire BJO U (forma negativa generica usata nel gergo afroamericano, OES). Derek era uno dei pochi studenti bianchi in una classe prevalentemente di ispanici e haitiani e i suoi genitori decisero che era meglio farlo studiare a casa. «Ora non subisco più aggressioni da bande di altre razze», scrisse poco tempo dopo, sulla versione per bambini del sito di , che aveva realizzato a dieci anni. «Sto imparando a essere fiero di me stesso, della mia famiglia e del mio popolo». Adesso che studiava a casa, era anche libero di cominciare a viaggiare con suo padre, che per diverse settimane all’anno andava nel profondo Sud per partecipare a convegni di nazionalisti bianchi. Don Black era cresciuto in Alabama e negli anni Settanta si era unito a un gruppo locale chiamato White Youth Alliance, guidato da David Duke, all’epoca sposato con Chloe. Il matrimonio finì e qualche anno dopo Don e Chloe si rincontrarono, si sposarono e nel 1989 ebbero Derek. Si trasferirono nella casa dove Chloe era cresciuta a a West Palm Beach. C’erano degli immigrati guatemaltechi che vivevano in fondo all’isolato e dei pensionati ebrei che si erano trasferiti in un condominio lì vicino. «Usurpatori», li definiva a volte Don. Durante i loro viaggi Don e Derek dormivano sempre da amici del movimento, e Derek ascoltava le loro storie. Di quella volta che a suo padre, all’epoca sedicenne, avevano sparato nel petto mentre lavorava per una campagna segregazionista in Georgia. Di quel giorno in cui lui e altri otto volevano salire su una nave carichi di dinamite, armi automatiche e una bandiera nazista: il loro piano, chiamato “Operazione Cane Rosso”, era impadronirsi del minuscolo Stato caraibico di Dominica, ma Don era stato scoperto, arrestato e condannato a tre anni di carcere. In prigione aveva imparato un po’ di computer e alla fine, nel 1995, aveva lanciato il  stormfront con il motto: “White Pride World Wide” . Negli anni, il sito cominciò ad attirare estremisti di ogni genere: skinhead, miliziani, terroristi e negazionisti. Secondo il Southern Poverty Law Center, organizzazione che monitora i gruppi estremisti, alcuni di quelli che scrivevano post su stormfront  erano passati all’azione commettendo reati, anche omicidi. Nel 2008 Don mise al bando epiteti offensivi, simboli nazisti e minacce di violenza, e Derek rafforzò il rapporto con suo padre diventando il suo più grande alleato ideologico. Cominciò a essere intervistato sull’incitamento all’odio, dalla tv per bambini Nickeloden da talk show di fascia diurna, dalla  e Hbo  e Usa  Today . «Il bambino diabolico», lo definiva a volte Don, con orgoglio e affetto. Cominciava a vedere qualcosa di diverso quando guardava suo figlio: non semplicemente un bambino nato all’interno del movimento, ma un leader emergente. Don aspettava da quarant’anni un risveglio razziale dei bianchi americani e ora cominciava a pensare che quell’adolescente che viveva in casa sua avrebbe potuto fare da catalizzatore. «Aveva tutte le mie qualità senza nessuno dei miei difetti», disse in seguito. Derek lanciò un programma radiofonico quotidiano. Attraverso la radio, contribuì a diffondere l’idea che era in atto un genocidio bianco, che i bianchi stavano perdendo la loro cultura e le loro tradizioni di fronte all’immigrazione di massa di individui di altre razze. Poi finì le superiori, si iscrisse a un community college e si candidò per un seggio nel comitato del Partito repubblicano della contea, battendo il consigliere uscente con il sessanta per cento dei voti. Quindi decise che voleva studiare storia europea medievale e fece domanda per il New College of Florida, una prestigiosa università con un corso di storia rinomato. «Noi vogliamo che tu faccia la storia, non che ti limiti a studiarla», gli ricordavano ogni tanto Don e Chloe. Il New College era una delle università più a sinistra di tutto lo Stato — «piena di canne e di omosessuali», spiegava Don in radio — e nel movimento c’era chi guardava con perplessità a quella scelta. Una volta, in trasmissione, un amico chiese a Don se non fosse preoccupato all’idea di mandare suo figlio in un «focolaio del multiculturalismo», e Don cominciò a ridere. «Se ci sarà qualcuno che verrà influenzato, saranno loro», disse. «Presto tutto il corpo docente e gli studenti sapranno chi c’è in mezzo a loro».

rossi lunghi fino alle spalle, il cappello da cowboy che portava sempre, la passione per le rievocazioni medievali — si incastravano perfettamente con il New College, dove le stramberie erano moneta corrente fra gli ottocento studenti. Forse erano “usurpatori”, come diceva suo padre, ma Derek li trovava anche piuttosto simpatici, e pian piano passò dal non parlare delle sue convinzioni all’impegnarsi attivamente per nasconderle. Quando un altro studente disse che aveva letto un articolo sulle implicazioni razziste del il  signore  degli anelli   J in un sito chiamato stormfrnmt .
 Derek fece finta di non averne mai sentito parlare. Nel frattempo, quasi tutte le mattine dei giorni feriali usciva dal campus e teneva via telefono il suo show alla radio. Diceva agli amici che erano telefonate che regolarmente faceva ai genitori. Dopo un semestre andò a studiare all’estero, in Germania, perché voleva imparare la lingua. Rimase in contatto con il New College anche attraverso un forum online riservato agli studenti. Una sera di aprile del 2011, notò un messaggio che era stato inviato a tutti gli studenti all’1.56. Era stato scritto da uno studente dell’ultimo anno che, facendo una ricerca sui gruppi terroristici, era incappato in un volto noto. «Avete visto quest’uomo?», recitava il messaggio, e sotto quelle parole c’era una foto inconfondibile. I capelli rossi. Il cappello da cowboy. «Derek Black: suprematista bianco, conduttore radiofonico… studente del New College???», c’era scritto nel messaggio. «Come deve reagire la nostra comunità?». Quando Derek fece ritorno al campus per il nuovo semestre, quel post aveva ricevuto più di mille risposte. Chiese il permesso di vivere al di fuori dello studentato e affittò una stanza a qualche chilometro di distanza. Alcuni dei suoi amici dell’anno precedente gli scrissero via email per dirgli che si sentivano traditi ma, per la maggior parte, gli altri studenti lo fissavano o lo ignoravano, anche se sul forum si continuava a parlare di lui. «Forse sta cercando di tirarsi fuori da una vita che non ha scelto». «Lui sceglie di essere un personaggio pubblico razzista. Noi scegliamo di chiamarlo razzista in pubblico». «Vorrei solamente che questo tizio morisse di una morte dolorosa, insieme a tutta la sua famiglia. È chiedere troppo?». Invece di rispondere, Derek leggeva il forum e lo usava come motivazione per organizzare un convegno di nazionalisti bianchi nell’est del Tennessee. «Vincere argomentando: tattiche verbali per chiunque sia bianco e normale», aveva scritto nell’invito. Un altro studente del New College era venuto a sapere del convegno e ne pubblicò i particolari sul forum, dove pian piano stava emergendo un nuovo approccio. «Ostracizzare Derek non servirà a niente», scriveva uno studente. «Abbiamo l’occasione di influenzare uno dei leader del suprematismo bianco in America». «Chi è abbastanza intelligente da pensare a qualcosa che potremmo fare per far cambiare idea a questo tizio?». Una delle persone che Derek aveva frequentato nel primo trimestre ebbe un’idea. Cominciò a leggere stormfront e ad ascoltare lo show radiofonico di Derek. Poi, alla fine di settembre, gli inviò un sms. «Sei libero venerdì sera?».Matthew Stevenson aveva cominciato a organizzare ogni settimana cene per lo Shabbat nel suo appartamento all’interno del campus. Era l’unico ebreo ortodosso in un ateneo dove le infrastrutture per ebrei scarseggiavano, perciò cominciò a cucinare per un gruppetto di studenti nel suo appartamento tutti i venerdì sera. I suoi ospiti erano per lo più cristiani, atei, neri, ispanici, chiunque fosse abbastanza aperto di mente da non avere problemi ad ascoltare qualche benedizione in ebraico. Ora, nell’autunno del 2011, aveva invitato Derek a unirsi a loro. Matthew, che portava quasi sempre la kippah, aveva una lunga frequentazione con l’antisemitismo, abbastanza da conoscere bene il KKK, David Duke e stormfront . Si rimise a leggere alcuni dei messaggi pubblicati da Derek sul sito dal 2007 al 2008: «Gli ebrei NON sono bianchi»; «Gli ebrei si insinuano furtivamente nelle posizioni di potere per controllare la nostra società»; «Se ne devono andare». Matthew decise che il modo migliore per provare a influenzare le idee di Derek non era ignorarlo o affrontarlo, ma semplicemente coinvolgerlo. «Forse non ha mai passato del tempo con un ebreo prima d’ora», ricorda di aver pensato. Era la prima volta che Derek riceveva un invito da quando era tornato nel campus, perciò accettò. Alle cene per lo Shabbat di Matthew in certi casi c’erano otto o anche dieci studenti, ma questa volta furono in pochi a presentarsi. «Trattiamolo come chiunque altro», raccomandò Matthew agli altri invitati. Derek si presentò con una bottiglia di vino. Per riguardo nei confronti di Matthew, nessuno fece allusioni al nazionalismo bianco o al forum. Derek era tranquillo e cordiale. Tornò la settimana dopo e quella dopo ancora fino a quando, dopo alcuni mesi, nessuno si sentì più minacciato. Nelle rare occasioni durante le quali era Derek a guidare la conversazione, si parlava di grammatica araba, o di sport acquatici, o delle radici del cristianesimo in epoca medievale. Derek dava l’immagine di persona brillante e desiderosa di sapere. Chiese a Matthew che cosa ne pensasse di Israele e della Palestina. Entrambi diffidavano ancora l’uno dell’altro: Derek si chiedeva se Matthew non stesse cercando di farlo ubriacare per spingerlo a dire qualcosa di offensivo che sarebbe stato riportato sul forum, e Matthew si chiedeva se Derek non stesse cercando di coltivare l’amicizia di un ebreo per mettersi al riparo da eventuali accuse di antisemitismo. In ogni caso, i due si presero in simpatia e iniziarono a giocare a biliardo in un bar nei pressi del campus. "

In verità, Derek era sempre più confuso in relazione a ciò in cui credeva. Smise di postare interventi su stormfront  Iniziò a inventare scuse per non curare più la sua trasmissione radiofonica: si stava preparando per un esame; stava facendo passare le pene dell’inferno ai suoi professori liberal. Aveva sempre basato le proprie opinioni sui fatti, ma negli ultimi tempi la sua logica era stata smantellata dalle email dei suoi amici del gruppo dello Shabbat. Riceveva da loro link a studi secondo i quali le disparità di quoziente intellettivo tra le razze potevano essere spiegate da circostanze attenuanti, come l’alimentazione prenatale e le opportunità di studio. Lesse articoli sul privilegio bianco e sulla sleale rappresentazione delle minoranze nei telegiornali. Un amico gli scrisse per email: «Il genocidio contro i bianchi è un concetto ingiurioso e umiliante nei confronti dei veri genocidi contro gli ebrei, i ruandesi, gli armeni». «Non odio nessuno per la sua razza o la sua religione» chiarì Derek sul forum. «Non sono un suprematista bianco. Credo che nessun popolo di nessuna razza, religione o altro avrebbe dovuto abbandonare la propria terra o essere segregato o perdere le sue libertà». «Derek», gli rispose un amico, «mi sembra che tu sia il rappresentante di un movimento nel quale tu stesso non credi più di tanto». Durante il suo ultimo anno al New College, Derek frequentò corsi sui testi sacri dell’ebraismo e sul multiculturalismo tedesco, ma per lo più le sue ricerche si concentrarono sull’Europa medievale. È così che imparò che l’Europa occidentale si era costituita non come una società di popoli geneticamente superiori, ma come un territorio tecnologicamente arretrato, che arrancava dietro la cultura islamica. Studiò storia dall’ottavo al dodicesimo secolo, cercando di rintracciare le origini dei concetti moderni di razza e di whitenees senza trovarli da nessuna parte. E quindi giunse alla seguente conclusione: «In pratica, ce li siamo inventati di sana pianta». Dopo la laurea, Derek iniziò a prendere in considerazione l’idea di fare una dichiarazione pubblica. Sapeva di non credere più nel nazionalismo bianco, e pensava di poter prendere le distanze dal suo passato modificando parte del suo nome e andando dalla parte opposta del paese per frequentare il master. Il suo istinto gli suggeriva di allontanarsi in punta di piedi, ma aveva sempre propugnato pubblicamente le sue idee, senza contare che lasciava dietro di sé trasmissioni radiofoniche, post su internet, apparizioni televisive. Quella stessa estate, stava ancora prendendo in considerazione il da farsi quando tornò a casa a trovare i suoi genitori. Suo padre stava seguendo l’ascesa del nazionalismo bianco sulla tv via cavo. Ormai, però, tutto ciò suonava ridicolo alle orecchie di Derek. Quella sera uscì di casa e andò in un bar portandosi dietro il computer, dove iniziò a scrivere una dichiarazione: «Una grande fetta della comunità nella quale sono cresciuto crede nel nazionalismo bianco, e i membri della mia famiglia che io rispetto moltissimo, in particolare mio padre, sostengono tale causa con fermezza. Non mi sentivo pronto a rischiare di provocare screzi in questi miei rapporti. Ma dopo avervi meditato a lungo, ho capito che essere sincero nei confronti della mia lenta ma progressiva disaffiliazione dal nazionalismo bianco è nell’interesse di tutte le persone coinvolte. Non posso essere favorevole a un movimento per il quale non mi è concesso stringere amicizia con chi desidero o per il quale la razza del mio prossimo mi impone di considerarlo in un dato modo, o di nutrire sospetto e diffidenza nei confronti dei suoi successi. Le cose che ho detto e le mie azioni hanno danneggiato persone di colore, di discendenza ebraica, attivisti che si adoperano affinché tutti siano trattati equamente. Mi scuso per il male che ho fatto». Proseguì con questo tono per altri paragrafi prima di spedire la mail all’Splc, proprio il gruppo che suo padre aveva considerato nemico per quarant’anni, aggiungendo: «Pubblicate pure tutto» . Quindi premette il tasto “invio”.
Il pomeriggio seguente, Don era al computer a fare ricerche su Google e il nome di Derek gli apparve nel titolo di un articolo. Da dieci anni, digitava “Stormfront” e “Derek Black” nella barra delle ricerche più volte a settimana, per monitorare l’ascesa del figlio nel nazionalismo bianco. Il titolo dell’articolo era “Figlio attivista di un importante leader razzista sconfessa il nazionalismo bianco”. Quando riuscì a telefonare a Derek, ricorda di avergli detto: «Gli hacker ti hanno rubato l’identità». «No, la lettera è mia» rispose Derek. E subito sentì suo padre chiudere la telefonata. Per alcune ore, Don rimase incredulo. Forse Derek gli stava giocando un brutto scherzo. Forse Derek credeva ancora nel nazionalismo bianco ma voleva aver vita facile. Quella sera, Don si collegò alla bacheca dei messaggi di stormfront . «Sono sicuro che questa notizia starà circolando ovunque in Rete, quindi inizio da qui» scrisse, postando un link alla lettera di Derek. «Non voglio parlare con lui. Derek dice di non capire perché ci sentiamo traditi da lui perché ha annunciato i “principi personali” in cui crede ai nostri peggiori nemici». Per giorni, Don non riuscì a postare nient’altro. «È stato l’evento peggiore nella mia vita di adulto».
Alcune settimane dopo Derek tornò a casa per il compleanno del padre, anche se sua madre e la sua sorellastra gli avevano chiesto di non farsi vedere. «Penso che potrebbero arrivare a ripudiarmi» scrisse a un amico. Tuttavia, essendo in partenza per la Florida per il master, voleva salutare i suoi. Arrivato a casa della nonna per la festa di compleanno del padre, Derek in seguito avrebbe ricordato la strana sensazione di essere considerato a malapena dalle sue sorellastre. Sua madre era stata cortese, ma gelida. Don aveva cercato di farlo entrare in casa, ma il resto della famiglia voleva che se ne andasse. Padre e figlio erano saliti in macchina e si erano allontanati, dirigendosi prima verso la spiaggia e poi al ristorante. Dopo qualche ora Don concluse che «era sempre il vecchio Derek» e la cosa lo sorprese. Il suo dolore era stato così immenso che si era aspettato di vedere in lui una specie di manifestazione fisica della perdita subìta. Chiese al figlio se stava fingendo di essere cambiato per avere una carriera più facile. Era il suo modo di ribellarsi? Quando Derek smentì, Don citò la teoria nella quale ormai era arrivato a credere, la stessa che David Duke aveva postato dopo la pubblicazione della lettera: Sindrome di Stoccolma. Derek sarebbe diventato ostaggio dello schieramento liberal e avrebbe poi provato empatia per i suoi rapitori. «Molto rassicurante come teoria», ricorda di aver detto al padre. «Come posso dimostrarvi che questo è ciò in cui oggi credo davvero?». Al ristorante Derek cercò di convincere Don per alcune ore. Gli raccontò del privilegio bianco e dei ripetuti studi scientifici sul razzismo istituzionalizzato. Citò le grandi società islamiche che svilupparono l’algebra e avevano preannunciato un’eclissi lunare. Ricorda anche di aver detto: «Non solo avevo torto, ma ho anche contribuito ad arrecare danni reali». A sua volta Don ricorda di aver risposto: «Non riesco a credere che sto discutendo proprio con te, tra tutte le persone possibili, di realtà razziali». Il ristorante ormai stava per chiudere, e i due non avevano compiuto nessun passo avanti per comprendersi meglio. Derek andò a dormire a casa di sua nonna, si alzò di primo mattino e lasciò il paese in macchina da solo. 
Da allora Derek continuò ogni giorno a fare il possibile per prendere le distanze dal suo passato. Dopo aver completato gli studi e conseguito il master, iniziò a studiare l’arabo per capire la storia dell’Islam delle origini. Dal giorno della sua defezione non ha più parlato di nazionalismo bianco. Si è invece dedicato con tutto se stesso a recuperare il tempo perduto e a cercare di conoscere meglio aspetti della cultura pop che un tempo gli era stato imposto di diffamare: gli articoli dei giornali liberal, la musica rap, i film di Hollywood. È arrivato ad ammirare il presidente Obama. Ha deciso di fidarsi del governo degli Stati Uniti. Ha iniziato a bere l’acqua del rubinetto. Ha fatto vari viaggi a Barcellona, Parigi, Dublino, in Nicaragua e in Marocco, immergendosi in quante più culture ha potuto. Ha messo a disposizione di estranei alla ricerca di un alloggio temporaneo la sua camera da letto, l’unica del suo appartamento. Si è sentito sempre meglio a potersi fidare delle persone, senza pregiudizi o preconcetti, e dopo un po’ ha iniziato a sentirsi completamente diverso dall’individuo che era stato. Poi, però, è iniziata la campagna elettorale per le presidenziali del 2016 e all’improvviso il nazionalismo bianco che Derek stava cercando di lasciarsi alle spalle è diventato l’ineludibile sottinteso costante del dibattito nazionale sui rifugiati, sull’immigrazione, su Black Lives Matter e sull’elezione stessa. Alla fine di agosto, Derek ha seguito in televisione un comizio di Hillary Clinton durante il quale la candidata ha parlato dell’ascesa del razzismo, spiegando che i suprematisti bianchi non hanno fatto altro che cambiare nome e farsi chiamare nazionalisti bianchi. Ha fatto riferimento a Duke e ha citato il concetto di “genocidio bianco” che Derek stesso un tempo aveva contribuito a diffondere e rendere popolare. Ha raccontato in che modo Trump avesse assunto per la sua campagna un manager che aveva legami con l’“alt-right”, la destra alternativa, e ha detto: «In sostanza, un movimento marginale ha preso il sopravvento sul Partito repubblicano». Si trattava del medesimo concetto nel quale Derek aveva creduto per così tanti anni della sua vita. «È spaventoso sapere che ho contribuito a diffondere questa robaccia» ha detto a un amico del gruppo dello Shabbat. Alla fine dell’estate, per la prima volta a distanza di anni, è andato a far visita ai suoi genitori. In una fase di dibattito pubblico sempre più acceso, voleva sentire cosa ne pensava suo padre. Si sono seduti in casa e per un po’ hanno parlato dei suoi corsi all’università e del nuovo pastore tedesco di Don. Poi, la loro conversazione ha svoltato di nuovo verso l’ideologia, l’argomento preferito di sempre. Don, che di solito non vota, ha detto che questa volta darà il suo pieno sostegno a Trump. Derek ha detto di essersi cimentato con un quiz politico online e di aver scoperto che le sue

opinioni collimano al novantasette per cento con quelle di Hillary Clinton. Don ha detto che le restrizioni imposte all’immigrazione gli paiono un buon punto di partenza. Derek gli ha risposto che in verità crede nell’importanza di autorizzare l’ingresso a più immigrati, perché ha studiato i vantaggi sociali ed economici legati alla diversità. Don ha pensato che ciò potrebbe sfociare in un genocidio bianco. Derek ha pensato che la razza è un concetto sbagliato in ogni caso. Sono rimasti uno di fronte all’altro, cercando un modo per colmare l’abisso creatosi tra loro. A un solo isolato di distanza c’era la Baia e proprio sull’altra sponda la tenuta nella quale Trump ha vissuto e trascorso le vacanze per anni, e dove ha fatto installare un palo alto ventiquattro metri per farvi sventolare una enorme bandiera americana. «Chi l’avrebbe mai detto che sarebbe stato proprio Trump a rendere così alla moda queste idee?» ha detto Don. E nel momento in cui non erano mai stati così distanti l’uno dall’altro su questa affermazione non hanno potuto fare a meno di trovarsi d’accordo. ª