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20.1.26

non c'è solo la shoah \ olocausto nazista ma anche quello fascista prima con Il regime poi dopo il crollo con la repubblica sociale



   Se proprio  vogliamo ricordare  la  shoah  e l'olocausto  facciamolo  a  360  e ricordiamo   che esso   avvenne    da parte  di noi italiani  ( una  gran parte  d'essi )  . Infatti    un aspetto poco noto ma
fondamentale della Shoah in Italia: la rete dei campi di internamento ebraico istituiti dalla Repubblica Sociale Italiana (RSI) a partire dal 30 novembre 1943, data in cui il ministro Buffarini Guidi firmò l’ordinanza di polizia n. 5. Ecco i punti principali:

  • Svolta repressiva: L'ordinanza prevedeva l’internamento di tutti gli ebrei, senza distinzione di nazionalità, e la confisca dei loro beni. Segnò un netto passaggio da misure discriminatorie a una vera e propria "caccia all’uomo".
  • Connessione con la deportazione: I campi provinciali istituiti dalla RSI fungevano da anelli di congiunzione tra l’arresto e la deportazione nei lager nazisti, in particolare passando per il campo speciale di Fossoli.
  • Mappa dei campi: Il libro di Carlo Spartaco Capogreco censisce 22 campi provinciali (da Verona a Perugia) e 5 campi preesistenti riattivati, distribuiti in zone isolate, spesso lontane dalle grandi città.
  • Strutture d’internamento: Le sedi adibite erano molto varie: ville, scuole, caserme, colonie, conventi e perfino sinagoghe o case di riposo ebraiche.
  • Organi esecutivi: L’internamento fu gestito dalla polizia ordinaria e, nelle grandi città, da corpi come la Guardia nazionale repubblicana, la milizia ferroviaria, e squadre irregolari come la banda Carità.
  • Rastrellamenti e deportazioni: Basati su elenchi del 1938 o su delazioni, gli arresti avvenivano per strada o in luoghi pubblici. I deportati furono almeno 7.000, circa un migliaio passati per i campi della RSI.

Infatti  Memoria e consapevolezza: La memoria di questi campi è rimasta marginale e  coltivata   da pochi   per decenni. Solo tra la fine degli anni '80 e '90, grazie a opere come Il libro della memoria di Liliana Picciotto, si è cominciato a riconoscerer  apertamente   il ruolo nella Shoah   da  parte  italiana

   

per     chi  volesse    approffodire       consiglio  quest   articolo    d'  avvenire  del 23\6\2025  



  Nei campi di Salò la mappa dello sterminio

                                      di Gianni Santamaria 



l 30 novembre del 1943 è una data poco nota nella storia della persecuzione e dello stermino degli ebrei italiani. Eppure fu uno spartiacque. In quel giorno, infatti, fu emanata dal ministro dell’Interno della Repubblica di Salò, Guido Buffarini Guidi, l’ordinanza di polizia numero 5, che destinava ai campi di concentramento tutti gli ebrei a prescindere dalla nazionalità e prevedeva la confisca dei loro beni. Dal giorno successivo cambiò, dunque, in modo decisivo la strada seguita sino ad allora dal fascismo sulla “questione ebraica” e iniziò una vera e propria “caccia all’uomo”. Con quell’atto furono costituiti i campi provinciali che afferivano al campo di concentramento speciale di Fossoli, nel Modenese dal quale partivano i convogli destinati ai luoghi di sterminio.Di questi luoghi e dell’ingranaggio di violenza e sangue di cui furono una ruota si occupa Carlo Spartaco Capogreco nel saggio I campi di Salò. Internamento ebraico e Shoah in Italia (Einaudi, pagine 448, euro 30,00) con cui lo storico prosegue e integra lo studio dedicato vent’anni fa ai Campi del Duce. L’internamento civile nell’Italia fascista (uscito per lo stesso editore nel 2004 e tradotto in varie lingue). A Capogreco, che insegna Storia contemporanea all’Università della Calabria, si deve anche un pionieristico studio su Ferramonti. La vita e gli uomini del più grande campo d’internamento fascista (Giuntina 1987), oltre che numerose monografie e contributi a opere collettive su Shoah, fascismo e Resistenza (Il partigiano Facio, Donzelli, 2007).L’idea che muove questo nuovo saggio, scrive l’autore nell’introduzione, è quella di dare «una mappatura territoriale complessiva, ancora mancante, dell’internamento ebraico attuato dalla Repubblica di Salò» e «delle sue connessioni con la deportazione dall’Italia, condotta dalle autorità di occupazione tedesche, nel quadro della “soluzione finale del problema ebraico”». Diversamente dall’internamento “di guerra” attuato da Mussolini a partire dal 1940, spiega Capogreco, questa direttiva riguardava tutti gli ebrei e non solo gli stranieri, considerati alla stregua di agenti nemici. E fu, di fatto, l’«ingranaggio» che connesse il regime collaborazionista nato dopo l’8 settembre al progetto nazista. «Non a caso venne salutato subito con compiacimento dai tedeschi, i quali, pur continuando a riservarsi la “titolarità” delle deportazioni, ritennero che esse sarebbero state certamente facilitate dalla disposizione di Salò sull’internamento autonomo degli ebrei». I repubblichini ebbero di fatto “carta bianca”, come testimoniano le centinaia di “fogli di traduzione” emanati dalle autorità italiane, conservati - non senza «lacune clamorose», nota lo studioso – negli archivi.Capogreco, dunque, ricostruisce la rete dei campi e i fili che li misero in connessione con l’attività di rastrellamento e poi di deportazione verso lo sterminio. Per effetto dell’ordinanza, campi provinciali vennero realizzati in ventidue delle cinquantotto province controllate dalla Repubblica di Salò: Asti, Borgo San Dalmazzo (Cuneo, attivo già dal 18 settembre in relazione alle prime, occasionali, azioni degli occupanti contro gli ebrei), Vercelli, Aosta, Calvari di Chiavari (Genova), Valle Crosia (Imperia), Bergeggi (Savona), Mantova, Sondrio, Venezia, Verona, Tonezza del Cimone (Vicenza), Vo’ (Padova), Monticelli (Parma), Reggio Emilia, Ferrara, Forlì. Bagni di Lucca, Marina di Massa (Apuania), Roccatederighi (Grosseto), Senigallia (Ancona) e Perugia. Allo scopo furono adibiti edifici i più disparati: ville, scuole, caserme, antichi manieri, alberghi, teatri, colonie marine o invernali, istituti religiosi cattolici e perfino sinagoghe e case di riposo ebraiche. Ad essi vanno inoltre affiancati cinque campi di internamento di civili preesistenti e riattivati allo scopo: Scipione (Parma), Bagno a Ripoli (Firenze), Civitella della Chiana (Arezzo), Pollenza (Macerata) e Civitella del Tronto (Teramo). Quelli del Sud come il già citato Ferramonti di Tarsia (Cosenza), erano ormai in mani alleate dopo lo sbarco in Sicilia. L’elenco – oltre a dare al lettore una plastica rappresentazione della diffusione capillare - fa capire anche che si trattava di luoghi lontani dalle grandi città, dove allo scopo funzionavano le prigioni. Come San Vittore a Milano, i cui prigionieri venivano condotti al binario 21 della stazione centrale con destinazione Auschwitz. I campi provinciali - ricorda l’autore – ebbero comunque un ruolo «considerevole» nella deportazione, contribuendo con un migliaio di deportati sui 7mila dalla Penisola tra 1943 e 1945. E questo nonostante il fatto alcuni rimasero per alcuni periodi pressoché vuoti, vista la discontinuità dei flussi e la ristrettezza dell’arco temporale in cui tali strutture operarono: si va dai pochi giorni del campo provinciale di Apuania agli otto mesi di quello di Padova. Deportazione e spoliazione furono attuate da diversi soggetti. Nella Rsi non da reparti ad hoc, ma dalla polizia ordinaria. Mentre nelle grandi città come Roma, Firenze e Milano agirono la Guardia nazionale repubblicana, la Milizia ferroviaria e confinaria, la polizia ausiliaria e anche gruppi irregolari, composti in gran parte da avanzi di galera, come la famigerata banda dello squadrista Mario Carità. I rastrellamenti si basarono sugli elenchi redatti nel 1938, sempre aggiornati, o su delazioni. E vennero eseguiti per strada, sui mezzi pubblici, negli ospedali o nei luoghi di culto.All’atlante dei lager italiani è dedicata la quarta parte del saggio (arricchito da un apparato fotografico, carte, grafici, schede e un’appendice di documenti e testimonianze). I primi tre (“Un nuovo invisibile ghetto”, “Dentro il cono d’ombra” e “Tutti stranieri e nemici”) trattano del regime persecutorio dopo il 1938, al primo inasprimento che toccò soprattutto gli ebrei stranieri e al successivo crescendo. Non mancano i ritratti di vittime di quella spirale d’odio. Come Mario Spagnoletto, ebreo romano che nella sua tragica vicenda incarna la continuità della politica razzista e antisemita del fascismo. Fu, infatti, internato una prima volta nel 1940 per «attività contraria agli intessi della Nazione» e poi deportato da Fossoli ad Auschwitz nel 1944. Alle testimonianze dei sopravvissuti, rese a fatica, pochi credettero, come scrisse Primo Levi. L’unica resa al processo Eichmann da un’italiana, Hulda Cassuto Campagnano, venne addirittura travisata in patria con l’intento di minimizzare il ruolo giocato nello sterminio. Dopo il 1961, in Italia si è dovuto attendere il biennio 1988-1989, cinquantesimo delle leggi razziali e caduta del Muro - e la successiva uscita del Libro della memoria di Liliana Picciotto Fargion (1991) - per una prima presa di consapevolezza. Oggi la storiografia e le tante iniziative sulla memoria stanno facendo progredire la coscienza civile nazionale su questi temi, contrastando l’onda negazionista che tuttora tracima dai social. Ma i campi di Salò, risultano ancora oggi «l’emblema di una memoria mancata e di una storia trascurata a lungo »

23.1.20

perchè nonostante consideri ipocrita e pulicoscienza la giornata del 27 gennaio continuo a ricordare ed a parlare di tali argomenti



So che gli assassini sono esistiti che confonderli con le loro vittime è una malattia morale ed un prezioso servigio reso ( volutamente o no ) ai negatori della verità
                                         Primo levi
Lo so  che  il 27  gennaio la  giornata  della memoria   (  anche  se   s'inizia,  perchè la retorica  ipocrita  e pulicoscienza  ha  capito   che  un  giorno  non serve  e   se ne parla      e    ci si lucra  ed  specula  politicamente   poco ,  a  dedicarne speciali  mediatici   da prima   e quindi  bisognerebbe  parlare  di settimana  della memoria  , lo stesso vale   per  quell'altra   giornata  del  ricordo  il  10  febbraio ovviamente  senza  metterli sullo stesso piano perchè  sono due   giornate diverse   nella  loro tragedia    )  . Soprattutto  a  livello  Italiano   .
Risultati immagini per risiera di san saba
la  risiera  di San saba (  trieste  )   campo di concentramento italiano
con forno crematorio
  
Ma  nonostante    tutto  ,  non posso fare   a meno  di  ricordare 



 l'olocausto \ shoah che dir si voglia,  di farlo  possibilmente   prima del 27 gennaio o al massimo dopo la  fine   dell'ubriacatura    retorica . Lo ricordo , vedere    video    sopra  ,  nonostante  la considero ipocrita sopratutto a livello italiano visto che avendo la possibilità di scegliere una data non scelse il 16 ottobre 1943 in cui collaborò con i nazisti a rastrella,mento del ghetto ebraico di roma ed si è limitata a scegliere quella #pulicoscienza e generica del 27 gennaio 1945 . Per     chi  non avesse capito  ancora  il perchè    della  mia  scelta  ,  Qui  sotto , trovate   un ulteriore  spiegazione  , dei motivi alla  base  d'essa  



Intervento di Davide Conti, storico, è consulente dell’Archivio Storico del Senato della Repubblica. Ha collaborato con la Procura della Repubblica di Brescia per la strage di Piazza della Loggia. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: “L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della «brava gente» 1940-1943” (Odradek 2008), “Criminali di guerra italiani. Accuse, processi e impunità nel secondo dopoguerra” (Odradek 2011), “L’anima nera della Repubblica. Storia del Msi” (Laterza 2013), “La Resistenza di Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini dai Gap alle Missioni Alleate” (Senato della Repubblica 2016) e “Guerriglia partigiana a Roma” (Odradek 2016).
Concludo     con  un altra  provocazione  collegata   al post  .
Perchè :  cari presidi  , provvedditori  regionali  e provinciali non gli portate   in viaggio  d'istruzione    a  non solo nei campi di concentramento   tedeschi  ma  anche in quelli Italiani   di :  Risiera  di san Saba  (  trieste ) Bolzano , Fossoli.
A   chi  mi dice   che  quelli erano solo campi  di transito   \ deportazione     dico solo   studiate  ed  approffondite   cliccando  sopra  i  collegamenti  ipertestuali   e  poi  ne  riparliamo .

31.1.19

Abbiamo smarrito il senso di ciò che succede , abbagliati dal pensiero dominante . ecco perché serve ricordare anche le giornate rompi come il 27 gennaio e il 10 febbraio


Infatti dopo " la  giornata  rompi    del 27  gennaio  "



Nonostante tutta l'ipocrisia ed il ricordo a senso unico e la rottura retorica ( ecco perché le definisco giornate rompi ) ricordo e scrivo post in merito . Infatti cerco il più possibile di farlo in maniera alternativa ed il più lontano possibile dai canoni ufficiali /istituzionali fatte (salvo eccezioni per lo più individuali ) di ricordi a senso unico e parziali ovvero come    dice https://www.fanpage.it in  :<< la Giornata della Memoria selettiva: ricordiamo i lager tedeschi ma non quelli italiani >>   visto   che  ricordiamo   ( salvo  eccezioni  )  Auschwitz, la Shoah \  olocausto  \  genocidio  e quindi   i lager tedeschi ma non conosciamo la storia dei nostri campi di concentramento italiani in Libia, Eritrea ed Etiopia. Ed  soprattutto   quelli  nei due  campi  Italiani   usati dai tedeschi  con la  nostra  complicità  e  collaborazione  Fossoli ( in emilia  romagna  )   e La  riviera  di San  Sabba (trieste.
 Una giornata della Vergogna per i crimini coloniali fascisti sarebbe doverosa nell’epoca di “Prima gli Italiani” come l'appena trascorsa giornata del 27 gennaio edizione 2019
Ecco perché, rispondo così a chi mi chiede perché da uomo di sinistra ricordo e celebro la giornata delle foibe , sempre in maniera alternativa per il suddetto motivo espresso nelle righe precedenti ,  il 10 febbraio ovvero  il cosiddetto    giorno del  ricordo o   giornata    delle foibe che  ha  sempre    e  causa    sempre  polemiche  e  critiche   per  l'uso   strumentale  che  se  ne  fa   da  una parte     e  dall'altra  .  Infatti 
  [....]    da  https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_del_ricordo#Critiche_e_polemiche

L'istituzione del Giorno del ricordo venne tacciata di neofascismo e revanscismo, in quanto decontestualizzerebbe i massacri delle foibe dall'invasione della Jugoslavia, dai precedenti crimini di guerra italiani in Jugoslavia e dalla forzata italianizzazione delle terre di confine[74][75][76][77][78].
Critiche storiografiche[modifica | modifica wikitesto]Secondo Giovanni De Luna e Franco Cardini, il Giorno del ricordo, istituito quattro anni dopo il Giorno della memoria, si è di fatto contrapposto a quest'ultimo[79][80]Filippo Focardi ha rilevato la contrapposizione del Giorno del ricordo - "tenuto conto della prassi e dello stile commemorativo - sia alla memoria della Resistenza sia alla memoria della Shoah sia alle celebrazioni del 25 aprile"[81]. Lo stesso studioso ha in seguito meglio precisato il suo pensiero: secondo Focardi, «il giorno in ricordo delle foibe, fortemente voluto da Alleanza Nazionale, si è caratterizzato per una costruzione della memoria imperniata sulla denuncia della violenza comunista jugoslava contro gli italiani senza alcun riferimento al contesto storico, né alla precedente oppressione fascista delle minoranze slovene e croate incluse nel Regno d'Italia dopo la Grande Guerra, private della loro lingua e della loro cultura, né ai crimini commessi dal 1941 al 1943 dalle armate di Mussolini; antecedenti che almeno in parte spiegano la "controviolenza" successiva (animata però anche da radicali progetti annessionistici). Si è così proposta una memoria modellata sulla narrazione di matrice neofascista sviluppata fin dall'immediato dopoguerra, che riversa esclusivamente sulla Jugoslavia di Tito l'accusa di aver commesso crimini efferati in nome di un odio antitaliano votato alla pulizia etnica e giunge iperbolicamente a equiparare le foibe alla Shoah (si è parlato infatti di "Shoah italiana"). Risultano in questo modo del tutto trascurati sia le reali dimensioni del fenomeno sia i risultati della storiografia italiana e internazionale che ha indagato a fondo, ponendola in un più generale quadro europeo, l'evoluzione dei rapporti fra le popolazioni di origine italiana e slava di quelle regioni, nonché le violenze e i torti reciproci»[82].
Enzo Collotti ha invece rilevato come "delle vittime delle foibe e dei dolori e delle sofferenze di coloro che condivisero l'esodo istriano ai politici che ne vogliono monumentalizzare il ricordo in un secondo ambiguo giorno della memoria interessi relativamente poco. Sono in gioco esclusivamente interessi elettorali (...). Ad una cultura legata ai valori della Resistenza e dell'antifascismo (...) si va sostituendo una cultura diffusa fatta (...) di vere e proprie falsificazioni". Collotti definì il Giorno del ricordo "un ambiguo contraltare del Giorno della memoria"[83].
"Forti perplessità" sono state espresse anche da parte dello storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca, il quale ha fra l'altro definito la commemorazione "una battaglia strumentale della destra in contrapposizione alla Giornata della Memoria, a cui i partiti di sinistra si sono adeguati per non lasciare il monopolio assoluto all'altra fazione"[84]. Gustavo Corni ha invece rilevato come l'istituzione del Giorno del Ricordo sia stata progettata "come possibile elemento unificante e legittimante di un nuovo patriottismo" fortemente avallato dal centrodestra italiano.[85]Critiche alla ricorrenza sono state espresse a vario titolo anche da altri storici accademici, intellettuali ed associazioni italiane, quali Angelo d'Orsi[86], Davide Conti[87]Paolo Rumiz[88] e l'ANPI[89]. Altre critiche - in particolare riferite al discorso del 2006 di Ciampi - furono espresse sia dallo scrittore Antonio Tabucchi[90] che dallo storico triestino Galliano Fogarazionista ed esponente di punta del CLN triestino, che criticò pure alcune precedenti affermazioni di sostegno alla proposta di Menia di istituzione del Giorno del ricordo da parte di Fassino e Violante, e parlò di memoria dimezzata e di rimozione del fascismo e dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia quali terreno di coltura delle successive violenze postbelliche da parte jugoslava[91].
ed anche molte sempre secondo la stessa fonte critiche storiografiche

Secondo Giovanni De Luna e Franco Cardini, il Giorno del ricordo, istituito quattro anni dopo il Giorno della memoria, si è di fatto contrapposto a quest'ultimo[79][80]Filippo Focardi ha rilevato la contrapposizione del Giorno del ricordo - "tenuto conto della prassi e dello stile commemorativo - sia alla memoria della Resistenza sia alla memoria della Shoah sia alle celebrazioni del 25 aprile"[81]. Lo stesso studioso ha in seguito meglio precisato il suo pensiero: secondo Focardi, «il giorno in ricordo delle foibe, fortemente voluto da Alleanza Nazionale, si è caratterizzato per una costruzione della memoria imperniata sulla denuncia della violenza comunista jugoslava contro gli italiani senza alcun riferimento al contesto storico, né alla precedente oppressione fascista delle minoranze slovene e croate incluse nel Regno d'Italia dopo la Grande Guerra, private della loro lingua e della loro cultura, né ai crimini commessi dal 1941 al 1943 dalle armate di Mussolini; antecedenti che almeno in parte spiegano la "controviolenza" successiva (animata però anche da radicali progetti annessionistici). Si è così proposta una memoria modellata sulla narrazione di matrice neofascista sviluppata fin dall'immediato dopoguerra, che riversa esclusivamente sulla Jugoslavia di Tito l'accusa di aver commesso crimini efferati in nome di un odio antitaliano votato alla pulizia etnica e giunge iperbolicamente a equiparare le foibe alla Shoah (si è parlato infatti di "Shoah italiana"). Risultano in questo modo del tutto trascurati sia le reali dimensioni del fenomeno sia i risultati della storiografia italiana e internazionale che ha indagato a fondo, ponendola in un più generale quadro europeo, l'evoluzione dei rapporti fra le popolazioni di origine italiana e slava di quelle regioni, nonché le violenze e i torti reciproci»[82].
Enzo Collotti ha invece rilevato come "delle vittime delle foibe e dei dolori e delle sofferenze di coloro che condivisero l'esodo istriano ai politici che ne vogliono monumentalizzare il ricordo in un secondo ambiguo giorno della memoria interessi relativamente poco. Sono in gioco esclusivamente interessi elettorali (...). Ad una cultura legata ai valori della Resistenza e dell'antifascismo (...) si va sostituendo una cultura diffusa fatta (...) di vere e proprie falsificazioni". Collotti definì il Giorno del ricordo "un ambiguo contraltare del Giorno della memoria"[83].
"Forti perplessità" sono state espresse anche da parte dello storico del colonialismo italiano Angelo Del Boca, il quale ha fra l'altro definito la commemorazione "una battaglia strumentale della destra in contrapposizione alla Giornata della Memoria, a cui i partiti di sinistra si sono adeguati per non lasciare il monopolio assoluto all'altra fazione"[84]. Gustavo Corni ha invece rilevato come l'istituzione del Giorno del Ricordo sia stata progettata "come possibile elemento unificante e legittimante di un nuovo patriottismo" fortemente avallato dal centrodestra italiano.[85]Critiche alla ricorrenza sono state espresse a vario titolo anche da altri storici accademici, intellettuali ed associazioni italiane, quali Angelo d'Orsi[86], Davide Conti[87], Paolo Rumiz[88] e l'ANPI[89]. Altre critiche - in particolare riferite al discorso del 2006 di Ciampi - furono espresse sia dallo scrittore Antonio Tabucchi[90] che dallo storico triestino Galliano Fogar, azionista ed esponente di punta del CLN triestino, che criticò pure alcune precedenti affermazioni di sostegno alla proposta di Menia di istituzione del Giorno del ricordo da parte di Fassino e Violante, e parlò di memoria dimezzata e di rimozione del fascismo e dei crimini di guerra italiani in Jugoslavia quali terreno di coltura delle successive violenze postbelliche da parte jugoslava[91].   


quindi per  evitare    sia quello  che   dice  nel  video  citato all'inizio     sia  per    evitare  che simili cose    si ripetano e  ritornino    l, lo so  che sembrerò retorico ed  ripetitivo  , ma  non mi  viene  in mente  altro     , ricordiamo  . Soprattutto   che  la storia  sia  usata  per  speculazione  e strumentalizzazione  politica (  vedi il 10  febbraio per  rimanere  al caso italiano    )  , non basta  quanto lo  è  stata  nel secolo scorso   

23.1.19

Auschwitz e altri racconti, convivere con un passato ridotto ad attrazione


da  https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/01/20/

di
Profilo blogger
Docente di Diritto, Università di Trieste

Andate a rivedervi la scena. Una turista italiana in gita a Predappio, il paese natale di Mussolini, esibisce una maglietta nera con il profilo di un campo di sterminio e la scritta Auschwitzland. Un giornalista, più sbigottito che preoccupato, le chiede: “Posso farle una domanda su questa maglietta?” Lei, socchiudendo gli occhi, anticipa la risposta: “Humour nero”. Il giornalista finge di stupirsi: “Ma raffigura un campo di concentramento come se fosse Disneyland“. Lei lo interrompe sorridendo: «Certo, Aussvitz [alla padana, nda]. Humour nero».
Anche questa gag, a suo modo, ci ricorda la Settimana della Memoria, che si celebra a Trieste, la mia seconda città, in un modo diverso che altrove. Non perché qui c’è ancora la Risiera di San Sabba, l’unico campo di concentramento italiano dotato di forno crematorio. E neppure perché Trieste, oggi, è retta da un’amministrazione di destra, rappresentata da un vicesindaco che un giorno s’oppone al manifesto della Barcolana e l’altro si vanta su Facebook di aver buttato via le coperte di un mendicante.
No, la ragione vera per cui la Settimana della Memoria, qui, si celebra diversamente che altrove, è ancora un’altra ancora. Trieste, la Venezia Giulia, il Friuli, sono un incrocio di storie vive, come se il tempo non fosse mai passato. Qui accenno a tre di queste storie, l’una più straordinaria dell’altra. Poi ne riparliamo a Convivere con Auschwitz, l’evento organizzato per l’Università di Trieste da Gianni Peteani, figlio di Ondina, deportata ad Auschwitz numero 81672, il 22 gennaio in via Filzi 14 (dalle ore 14, ingresso libero): oggi Scuola interpreti, da sempre Casa degli Sloveni, incendiata dai fascisti nel 1920.
La prima storia ce la racconta Tullio Avoledo nel suo ultimo romanzo, Furland® (Chiarelettere, 2018). Fra 2023 e 2035, dopo una sanguinosa secessione, il Friuli è diventato un enorme parco della memoria, che attira turisti da tutto il mondo mettendo in scena episodi della propria storia, chiamati Attrazioni. Le attrazioni più gettonate, naturalmente, sono le più sanguinose: come Il magico mondo dei druidi, con i suoi sacrifici umani, o Kosakenland 1944, ambientata nella Carnia consegnata dagli occupanti nazisti ai loro alleati cosacchi. Con una piccola differenza: quest’ultima è una storia vera.

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La seconda storia è narrata in Red Land (in italiano Rosso Istria), film co-prodotto dalla Rai, presentato come la prima pellicola sulle foibe e rimasto in programmazione nelle sale per oltre un mese, almeno a Trieste (altrove non so). È una specie di western ambientato in Istria alla fine della seconda guerra mondiale, con gli italiani nella parte dei buoni e gli jugoslavi in quella dei cattivi. La storia straziante di Norma Cossetto, la studentessa istriana stuprata e infoibata dai partigiani jugoslavi, diventa memoria-spettacolo, pure lei. Manca una voce fuori campo che racconti tutta la storia: l’invasione nazifascista, la guerra civile, migliaia di altri stupri e massacri, non meno vergognosi.
Ma c’è una terza storia, che in qualche modo completa la seconda. La racconta Tatiana Bucci nel filmato iniziale del convegno e in un libro scritto con la sorella Andra, Noi bambine ad Auschwitz(Mondadori, 2019). Inizia proprio nell’Istria di Red Land, a Fiume (in italiano) o Rijeka (in croato), da dove le due sorelline sono portate ad Auschwitz-Birkenau, come altri 230mila tra bambine e bambini dei quali solo cinquanta sopravviveranno. Loro ce la faranno solo perché una sorvegliante del capo gli si affeziona, ma anche perché le scambiano per gemelle, cavie ideali per gli esperimenti del dottor Mengele.

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Ecco, forse questa terza storia suggerisce la morale anche delle altre due. Perché è una storia di spaesamento: Tatiana e Andra neppure sanno di essere ebree, poi ad Auschwitz dimenticano l’italiano e imparano il tedesco, poi ancora, una volta liberate, impareranno il ceco a Praga e l’inglese a Londra. Alla fine, quando le riportano in Italia, non riconoscono più neanche la madre, sopravvissuta pure lei e cercano solo di dimenticare. Come Liliana Segre, come tutti noi, resto: tutti ugualmente persi ad Auschwitzland, il luogo dove storia e spettacolo, verità e oblio, rischiano sempre di confondersi.