Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
24.3.25
Paolo, l'ex tossico con un figlio morto per droga dona un rene alla compagna sotto dialisi per la Granulomatosi di Wegenerm e le salva la vita: «La gente a cui voglio bene non deve più morire»
1.2.25
risposta a chi dice che L'ulisse di omero è portavoce di una mascolinità tossica
2.1.25
diario di bordo n 95 anno III La coppia con l'autismo scoperto da adulti: «L'ansia per i vestiti, al supermercato con le cuffie anti rumore» .,A 8 anni sopravvive 5 giorni in un parco con leoni in Zimbabwe
Ripubblichiamo l’intervista di Enea Conti a Martina Monti e Pippo Marino, pubblicata ad aprile, una delle più apprezzate dalle nostre lettrici e dai nostri lettori nel 2024
«La percezione è che la gente non abbia idea di che cosa sia l’autismo. Tanti pensano a Rain Man il film con Tom Cruise e Dustin Hoffman. Altri pensano al bambino che si dà i
«Fu un innamoramento lentissimo, ed entrambi siamo arrivati insieme a ricevere questa diagnosi». Spesso, però, tanti adulti con disturbi dello spettro autistico non riescono ad intraprendere alcun percorso. «Io, Martina, ho fatto anni di psicoterapia e ho scoperto spesso che la psicoterapia non è tarata sull’autismo lieve e quindi sull’autismo nell’adulto. Nessuno mi ha mai suggerito di pensare allo spettro autistico. Nonostante i soldi investiti sulla psicoterapia. Vogliamo raccontare la nostra storia per fornire un input ad altre persone in difficoltà».
Martina e Pippo, come siete arrivati alla diagnosi da adulti?
«Una cara amica di Martina ha un figlio che soffre di disturbi dello spettro autistico e lei stessa è arrivata alla stessa diagnosi dopo aver notato certe similitudini tra i propri comportamenti e quelli del figlio. In Martina rivedeva alcuni comportamenti simili ai suoi e Martina, a sua volta, vedeva in me comportamenti altrettanto simili. Entrambi abbiamo sempre avuto a che fare con gli psicoterapeuti perché i nostri problemi di ansia, cito in particolare l’ansia sociale. Questa nostra amica ci ha consigliato il centro "Cuore mente lab" di Roma, tra i pochi specializzati in Italia per quel che riguarda i disturbi dello spettro autistico negli adulti. A Roma venne fuori che entrambi rientravamo non solo all’interno dello spettro autistico ma anche nel adhd ovvero il disturbo da deficit di attenzione/iperattività. Altro disturbo frequentemente diagnosticato nei bambini ma meno negli adulti».
Potete fare un esempio concreto, tratto dalla vita di tutti i giorni?
Che percezione credete abbia la società delle persone con disturbo dello spettro autistico?
«La percezione è che la gente non abbia idea di che cosa sia l’autismo. Tanti pensano a “Rain Man” il film con Tom Cruise e Dustin Hoffman. Quando va male in tanti pensano al bambino che si dà i pugni in testa. Ma la verità è che non si ha la più pallida idea di che cosa sia l’autismo. A volte la sensazione è che la società considera gli autistici dei "poveri handicappati" talvolta, azzardiamo, anche con un’accezione negativa screditante. La verità è che la definizione “spettro autistico” ha un significato preciso e ampio: c’è una gamma enorme di sfumature. Ci sono le persone non verbali, che non riescono a comunicare e a interagire. Sono casi gravi e difficili. E poi ci sono altri casi: noi per esempio siamo stati diagnosticati ad alto potenziale cognitivo. Ma anche con un q.i. superiore alla media abbiamo difficoltà notevoli. Martina ha avuto diritto alla legge 104 per avere una riduzione dell’orario di lavoro necessaria ad evitare il burnout. Significa andare in esaurimento mentali da sovrastimoli».
Che cosa intendete per sovrastimoli?
«Vale la pena fare un esempio. Non faccio più la spesa. Entrare al supermercato costa uno stress pari a un giorno di lavoro intero: luci alte, le persone intorno, il fastidio di essere toccati. Quando ci vado devo andarci con le cuffie anti rumore, perché sono "iper-uditiva". C’è chi, invece, soffre molto le luci perché percepisce molti più input luminosi rispetto al normale. Personalmente, molti vestiti mi fanno venire l’ansia se indossati, certe texture mi innervosiscono. Sono esempi di sovrastimoli».
La vostra storia è stata raccontata parecchie volte in questi giorni. Il motivo che vi ha spinto a renderla nota?
«Creare un po’ di curiosità. Tante persone si riconosceranno in alcuni tratti nella nostra storia. E magari molte di loro, che forse sono in cura per l’ansia o altri disturbi, potrebbero scoprire che in realtà hanno un problema di neuro divergenza. Per loro sarà una porta da aprire per vivere in pace. Non ci illudiamo e non illudiamo nessuno, la qualità della vita è pressoché la stessa dopo la diagnosi: noi però siamo molto più consapevoli, non ci colpevolizziamo per quello che siamo, come un tempo e ci accettiamo. È molto liberatorio poter dire "non sono io che non funziono ma sono neuro divergente". Io, Martina, ho fatto anni di psicoterapia e ho scoperto spesso che la psicoterapia non è tarata sull’autismo lieve e quindi sull’autismo nell’adulto. Nessuno mi ha mai suggerito di pensare allo spettro autistico. Nonostante i soldi investiti sulla psicoterapia ero sempre allo stesso punto».
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Il bambino ha trascorso cinque giorni "dormendo su uno sperone di roccia in mezzo a leoni ruggenti, elefanti e mangiando frutti selvatici", ha detto. Il parco giochi di Matusadona conta circa 40 leoni e per un periodo ha avuto una delle più alte densità di popolazione di questi animali in Africa, secondo African Parks citato da Bbc. Murombedzi ha detto che il bambino ha usato la sua conoscenza della natura selvaggia e le sue abilità di sopravvivenza per rimanere in vita. Tinotenda è sopravvissuto mangiando frutti selvatici, ha scavato piccoli pozzi nei letti asciutti dei fiumi con un bastone per procurarsi acqua potabile, un'abilità che viene insegnata in questa zona soggetta a siccità. I membri della comunità locale di Nyaminyami hanno organizzato una squadra di ricerca e hanno suonato tamburi ogni giorno per riuscire a riportarlo a casa. Alla fine sono state le guardie forestali a recuperare il bambino: al suo quinto giorno nella natura selvaggia, Tinotenda ha sentito l'auto di una guardia e le è corso incontro mancandola di poco, ha detto il parlamentare. Fortunatamente, le guardie forestali sono tornate indietro e hanno individuato "piccole impronte umane fresche", hanno quindi setacciato la zona finché non lo hanno ritrovato. "Questa era probabilmente la sua ultima possibilità di essere salvato dopo 5 giorni nella natura selvaggia", ha detto il parlamentare Il parco ha una superficie di oltre 1.470 km quadrati e ospita zebre, elefanti, ippopotami, leoni e antilopi. Sui social media, gli utenti hanno celebrato la forza e l'istinto di sopravvivenza del bambino: "Avrà una storia incredibile da raccontare quando tornerà a scuola". (ANSA).
18.11.24
non sempre è necessario abortire la storia di laura malata di oloprosencefalia alobare, una malformazione congenita del cervello
2.11.24
diario di bordo n 84 anno II Infermiera tenta il suicidio sui binari del treno, il macchinista scende e la salva: «Oggi è mio marito e il padre dei miei figli»., «Io, operaia da 30 anni nella fabbrica di cioccolato, qui ho conosciuto anche mio marito. Ora la nostra vita è appesa a un filo»., La perdita di un figlio e la speranza: «L’amore è più forte della morte».,
L'amore arriva quando meno te lo aspetti, si dice. E lo può confermare Charlotte, che ha conosciuto il suo futuro marito sui binari del treno, in un momento particolarmente difficile della sua vita. La donna, un'infermiera di 33 anni, quella mattina voleva togliersi la vita a causa di diversi problemi di salute
mentale, tra cui un disturbo da stress post traumatico. Ma il macchinista si è fermato, è sceso, si è avvicinato e si è inginocchiato di fronte a lei. Poi le ha detto il suo nome, e ha chiesto quello di lei. Una scena che sembra provenire direttamente da un film. L'uomo è riuscito a placare la sofferenza di Charlotte e l'ha aiutata a rialzarsi, in tutti i sensi.
Il salvataggio e il matrimonio
«Trova qualcuno che ti guardi così, quando non te ne accorgi», scrive Charlotte Lay nella didascalia di una delle foto che la ritraggono assieme al marito il giorno delle nozze. Il loro amore è iniziato in un giorno nefasto, quando la donna ha agito d'impulso e mentre si stava dirigendo al lavoro si è seduta sui binari del treno, in attesa di essere colpita.
Ma alla guida di quel treno c'era Dave Lay, che è sceso e le ha tenuto compagnia per circa mezz'ora, riuscendo a calmarla, a guadagnare la sua fiducia e a farla salire a bordo. L'ha salutata alla stazione di Skipton, dove l'attendeva la polizia. Il giorno dopo Charlotte ha cercato quell'uomo su Facebook per ringraziarlo di ciò che aveva fatto, e i due hanno iniziato a scambiarsi messaggi, quasi ogni giorno.
Poi c'è stato il primo incontro faccia a faccia per un caffè. Il resto è storia: dopo tre anni si sono sposati, quando Charlotte era incinta del primo figlio. Ce ne sono stati altri due, da allora. La conversazione di quel giorno, da quello che ricordo, era sulle nostre vite, nulla di che, ma abbastanza per farmi superare il momento di crisi - racconta la donna -. Non sentivo più la vita così pesante», dice al Daily Mail.
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«Quando sono entrata per la prima volta in stabilimento avevo appena 18 anni, ero una ragazzina. Ho vissuto più di 30 anni a stretto contatto con il cioccolato, prima nel reparto modellaggio poi nel reparto fabbricazione. Ora la mia vita è in un limbo». Rossella Criseo è tra quei 115 lavoratori e lavoratrici che non riescono a immaginare il proprio futuro anche solo tra qualche mese. L’azienda per cui lavora, la multinazionale svizzera del cioccolato Barry Callebaut, ha deciso di chiudere lo stabilimento di Intra, Verbano Cusio Ossola. «Da un giorno all’altro - dice -. A settembre ci hanno comunicato che la fabbrica avrebbe chiuso nel primo trimestre 2025. Poi la proprietà ha accettato di prolungare lo stop alla produzione al 30 giugno».
Ora si tenta la strada della reindustrializzazione, anche se l'azienda ha escluso l'apertura a eventuali competitor interessati. «Se non verrà trovato un acquirente? Anche mio marito è un dipendente, ci siamo conosciuti in reparto. Il destino della nostra famiglia è appeso a un filo. I nostri colleghi si trovano nella stessa situazione: lontani dalla pensione, con mutui da pagare e figli da mantenere». Rossella Criseo, nella Rsu Cisl da tre anni, è entrata per la prima volta in stabilimento quando la proprietà era ancora del marchio Nestlé. Poi la chiusura nel 1999 e il salvataggio di Barry Callebaut, che ha permesso alla fabbrica di raggiungere i cento anni di produzione. «Un anniversario che avremmo festeggiato proprio quest’anno – dice -. Invece abbiamo davanti lo scenario più desolante possibile».
Criseo è cresciuta con il profumo di cioccolato sotto il naso, che ogni giorno avvolgeva lo stabilimento. «Lo si poteva percepire già fuori alla mattina, prima di entrare in azienda, soprattutto con il vento. Era un odore che caratterizzava il quartiere. Una realtà che potrebbe non esistere più, ennesima chiusura in un territorio che in passato, invece, aveva una vocazione industriale». Dopo l’incontro di ottobre al Ministero delle Imprese e del Made in Italy (in cui è stata delineata la strada della reindustrializzazione) lo stabilimento è ora nelle mani di Vertus, società incaricata da Barry Callebaut per trovare un nuovo acquirente. Giovedì 31 ottobre si è svolto l’incontro con la Regione Piemonte, dove il sindacato ha ribadito che sarebbe necessario aprire la possibilità di cessione a un competitor per facilitare il percorso di reindustrializzazione. Ci si aggiornerà nuovamente al prossimo tavolo, convocato per il 26 novembre.
Criseo, che ha partecipato ai comitati aziendali europei, racconta che l’intenzione di chiudere il sito di Intra non è mai stata manifestata: «La scorsa primavera abbiamo persino incontrato il direttore dell’area Sud Est Europa, Esteve Segura. Ci aveva rincuorato sul futuro di Intra. Nel 2024, oltretutto, abbiamo raggiunto volumi record chiudendo l’anno fiscale con oltre 67mila tonnellate». Cioccolato su cioccolato, quello liquido che nel reparto di Rossella Criseo si scarica dai serbatoi e si carica nelle cisterne per i clienti.
«Ci siamo sempre dati da fare, siamo stati disponibili a lavorare il sabato, la domenica, a fare le notti, a lavorare nei riposi compensativi. Siamo stati i primi in Italia a fare le “squadrette”, a lavorare 7 giorni su 7. E ora l’azienda ci ripaga così? Io, i miei colleghi e le mie colleghe, siamo delusi e non sappiamo cosa ne sarà di noi. Di spostarsi non se ne parla, e neanche di cambiare settore dopo oltre 30 anni di lavoro
«Pensavo di andare veloce, il Vento mi ha condotto lentamente a stare seduto ad ascoltare i punti interrogativi che passeggiano in questa parte di vita». Tra i punti interrogativi di don Francesco Fiorillo, custode e responsabile della Fraternità Monastero San Magno di Fondi (Latina), c’è da tempo il dolore dei genitori che hanno perso un figlio. Ferite a cui questo sacerdote, “nuotatore controcorrente” come lui stesso si definisce, ha prestato attenzione ancora prima di entrare in seminario, quando aveva 18 anni, di fronte allo strazio dei genitori di un amico fulminato da una overdose di ecstasy. Da allora il pensiero di quella sofferenza che sconvolge e annienta l’ha sempre accompagnato e l’ha portato successivamente, quando è nato quel “porto di terra” che è la Fraternità di Fondi, a dare vita a un gruppo di genitori “orfani di figlio”. L’ha voluto chiamare Nain, la località poco lontano da Nazareth «dove la disperazione, il senso di abbandono, la ribellione verso Dio e l’umanità, vengono toccati e trasformati». Ma è davvero possibile accompagnare e dare sollievo al dolore di una mamma, di un papà che si sono visti portare via il figlio per una malattia, per un incidente stradale, per un suicidio (seconda causa di morte tra i ragazzi al di sotto dei 30 anni), per una overdose, oppure per una di quelle congiure di crudeltà che chiamiamo bullismo?
Papa Francesco, indicando come intenzione di preghiera per il mese di novembre il dolore dei genitori, ricorda che si tratta di un dolore «particolarmente intenso» e al di fuori di ogni logica umana, perché «vivere più a lungo del proprio figlio non è naturale». Siamo così impreparati a sopravvivere alla morte di un figlio che nemmeno il nostro dizionario ha una parola adatta per descrivere questa condizione di vita. «Pensateci: quando un coniuge perde l’altro, è un vedovo o una vedova. Un figlio che perde un genitore è un orfano o un’orfana. Esiste una parola per dirlo. Ma per un genitore che perde un figlio – osserva ancora il Papa nel videomessaggio – una parola non c’è. È un dolore così grande che non esiste nemmeno una parola». Bisogna inventarla, come don Fiorillo è stato costretto a inventare parole di senso di fronte alle domande impossibili dei genitori annichiliti dal dolore. Non perché quelle risposte abbiano un senso solido e definitivo – come si fa a dire che la morte di un figlio è “sensata” – ma perché, spiega, quelle domande vanno comunque fatte e, riflettendo insieme, «si spalancano nuovi orizzonti verso l’infinito, si rende più digeribile il futuro».
Vediamo allora alcune delle domande messe in fila dal custode della Fraternità di Fondi e ordinate in un libro, Funamboli. Genitori che camminano sul filo dell’oltre (Paoline, pagine 197, euro 16) che in una giornata come quella di oggi dedicata alla memoria dei nostri defunti, potrebbe diventare un viatico confortante per tante mamme e tanti papà. «Come posso vivere il dolore?», si chiedono i genitori del gruppo Nain. E don Francesco risponde che il dolore è come una ferita che non va coperta da un cerotto. Per rimarginarsi deve prendere aria. Ma il dolore non fa crescere? «Non l’ho mai creduto», risponde il sacerdote, «è l’amore che fa crescere, quello che riusciamo a versare nello squarcio del dolore». Ecco perché di fronte al dolore, anche a quello più atroce e assoluto, non bisogna scappare, bisogna stare, «accettare il silenzio della vita davanti alla prova», che poi per il credente significa «accettare il silenzio assordante di Dio durante le nostre sofferenze».
Ma ci sono altri atteggiamenti da imparare se si vuole convivere con il dolore senza che quell’artiglio implacabile afferri il nostro cuore e lo renda giorno dopo giorno indifferente alla vita, all’amore, al mondo. Può succedere, ma bisogna evitarlo. Sbagliato allora «lamentarsi e piangersi addosso», oppure «dare la colpa a qualcuno» per quello che è successo. E, ancora, nascondere il proprio stato d’animo, mascherare le ferite. Tutto sbagliato, anche nella sofferenza più lancinante che potrebbe indurre a scappare, a nascondersi, a evitare parole e contatti, dobbiamo parlare e condividere. «Penso a quanto ci faccia bene – riflette ancora don Fiorillo – lasciarci toccare dagli altri”»
Ma la domanda più atroce, quella che investe tutta la vita e che la può stravolgere, è per il credente sempre la stessa: «Dove eri, Dio? Tu che sei l’amore, come puoi far morire mia figlia? Se è vero che ci sei, perché hai permesso che accadesse?». Questioni da lasciare senza fiato, da ascoltare in silenzio, evitando di ripetere frasi che don Francesco definisce «bestemmie». Del tipo: «Dio strappa i fiori più belli per piantarli nel suo giardino, i vostri figli non vi appartengono, sono di Dio». Sbagliato. Sono parole che non confortano nessuno. Che dire allora, che fare? «Lasciare che le domande e l’incredulità e anche la rabbia verso Dio fluiscano, come un fiume, senza trattenerle». Perché Dio sente il dolore dei genitori diventati “orfani” di un figlio, di una figlia, «ha una immensa sensibilità, così grande da stare in silenzio per amore, anche quando noi vorremmo risposte».
La seconda parte del testo, quella dove strazio e conforto si mescolano e si confondano, ospita dodici testimonianze di genitori che raccontano il figlio che non c’è più. Sono mamme e papà che partecipano al gruppo di Nain e che in qualche modo, hanno saputo affrontare il dolore e hanno cercato ragioni, parole, contatti per non soccombere. Ma leggere quei ricordi vuol dire, soprattutto per un genitore, condividere e piangere con loro. Ma scoprire anche, inaspettatamente, che la speranza può rinascere insieme alla consapevolezza, come scrive Teresa, una mamma, «che vita e morte sono tutt’uno, che l’amore non conosce barriere ed è più forte della morte».
29.9.24
Da Casnigo all’Università di Pavia, oggi ha 81 anni. Una vita racchiusa in un dipinto ex voto nella sacrestia del santuario della Madonna d’Erbia, a Casnigo:
a lui... E alla moglie, che non era presente al momento in cui il giornalista l'ha incontrato, ma che di certo avrebbe avuto anche lei molte cose da raccontare .
da corriere della sera tramite https://www.msn.com/it-it/notizie/italia/
Un uomo che cade da un ponte, un altro sfiorato da un fulmine, una donna a letto malata, e sopra a tutti una Madonna benedicente e salvifica. Gli ex voto tappezzano la sacrestia del santuario della Madonna d’Erbia, a Casnigo: lo stile delle pitture è popolare e le dinamiche delle azioni improbabili, ma all’uscita viene da pensare alle storie di paura e sollievo che raccontano, e alle persone coinvolte, che non conosceremo mai.«Quello lì è il mio», dice una voce.
Fermi tutti, si torna indietro.
Nell’abside dietro l’altare, davanti al quadro di una sala operatoria con le finestre c’è un signore anziano appoggiato a un bastone.
In che senso, è il suo?
«Questo ex voto l’ho dipinto io, per ringraziare dopo 21 mila interventi. Quando mi lavavo le mani prima di operare pregavo la Madonna d’Erbia».
Si scopre così che il signore con il bastone è Luigi Bonandrini, ha 81 anni, è di Casnigo ed è stato primario di Chirurgia a Pavia, dove insegnava anche all’Università. Tre anni fa è stato premiato dall’ateneo di Bergamo tra le personalità «che si sono distinte per la loro attività e hanno portato in alto il nome di Bergamo nel mondo». Con lui c’era anche Franco Locatelli, insieme al quale ha studiato. Cominciamo dall’inizio: come si parte da Casnigo negli anni Quaranta per finire a insegnare a Pavia? «Mio padre era elettricista, è diventato direttore della centrale di Ponte Nossa, dove ci siamo trasferiti. Mia madre era sarta. Avevo due sorelle, una l’ho operata tre volte ma non ce l’ha fatta. I miei ci ha fatto studiare tutti e tre. Le medie a Gazzaniga, all’epoca c’era l’istituto del Sovrano Ordine di Malta, era territorio extraitaliano. Un rigore militare pazzesco. Poi il Sarpi e l’Università a Milano. Mio padre pensava che volessi fare Ingegneria». E invece: «L’idea del medico è maturata piano piano, ma ce l’avevo già nel cuore. Nessuno dei miei cinque figli ha fatto medicina ma li capisco: io e mia moglie eravamo reperibili quindici giorni ciascuno al mese, io in Chirurgia d’emergenza e lei in Ostetricia, ogni notte c’era qualcosa».Anche sua moglie è medico, quindi: «Si chiama Maria Luisa Pinetti: ci siamo conosciuti all’asilo di Ponte Nossa, abitavamo su due rive opposte del Serio e ci salutavamo dalla finestra. Abbiamo fatto insieme il Sarpi e l’Università. Ma non eravamo morosati, solo amici, la portavo in giro in Lambretta. Dopo laureati ci siamo detti che era il caso di sposarci».Romantico. «Certo, eravamo sotto l’arco di uno studentato delle suore a Pavia: la ospitavano perché le curava gratis. Era una cosa alla quale abbiamo sempre pensato tutti e due, ma senza dirlo. Volevamo prima laurearci bene e pensare al resto dopo. Ci sono stati cinque anni di specialità in cui non avevamo un soldo, tiravamo avanti con le supplenze. Poi abbiamo vinto insieme un concorso al vecchio ospedale San Biagio di Clusone. Ci eravamo andati d’estate da studenti, ci facevano fare le punture lombari e dei versamenti pleurici. Io o sono arrivato come primario di Chirurgia, lei di Ostetricia, è stata la prima donna in Italia ad avere quell’incarico».
L’ospedale non c’è più: «A Clusone mi odiavano perché volevo chiuderlo e trasferire tutto a Piario dove c’era un sanatorio bellissimo, aveva anche il teatro e il biliardo a cui aveva giocato Garibaldi. Avevo perfino proposto di spostare i confini di Clusone per includerlo. Poi ho vinto il concorso per Pavia e anche mia moglie. È stata la prima specialista in Ginecologia e la prima in Endocrinologia. Voleva laurearsi anche in Filosofia ma ha smesso, ormai avevamo cinque figli, lei teneva in piedi la baracca. Io andavo in giro per il mondo a vedere i grandi chirurghi e lei mi diceva: comoda così». Arriviamo all’ex voto. «Ci sono le finestre perché il San Matteo era l’unico al mondo con le finestre in sala operatoria. Facendo chirurgia d’urgenza non posso non avere perso dei pazienti, ma su 21 mila interventi non ho mai avuto conseguenze legali». Una storia su tutte? «Un mattino alle 4 sto andando a casa, sento una voce dalla sala operatoria che diceva: è morto. Entro come mi trovo, in maglione, c’è un ragazzo di 19 anni con un trauma cranico spaventoso. Mi faccio dare un bisturi, taglio i vestiti, squarcio il torace e prendo in mano il cuore. Ho fatto il massaggio cardiaco interno, io stesso ero sorpreso da quello che stavo facendo. Anche adesso che lo racconto stringo la mano come se tenessi quel cuore. Dopo 15 minuti è apparsa la fibrillazione, lui ha aperto gli occhi e ha detto una parola: “Aria”. Poi è morto. Ho fatto il volontario durante il Covid, riconoscevo lo sguardo spaventato di chi ha fame d’aria».È rimasto qualcosa del Covid? «Ho fatto realizzare nel piazzale del cimitero una cappella che è stata benedetta il 5 settembre per ricordare le vittime delle pandemie. Il ricordo è importante».
3.9.24
Esponente FdI celebra il matrimonio tra un ex missino e una donna transessuale: «Non è uno strappo alla linea di governo, è amore»
FdI: «Non siamo contro le persone transex, ma contro l'educazione transgender nelle scuole»
Al centro dell'attenzione non c'è la sposa, questa volta, ma chi ha celebrato l'unione: è stata Sonia Ghezzi, consigliera comunale legata a FdI, ad aver sposato Marco e Manuela in Val D'Orcia (provincia di Arezzo).
Come spiega il Corriere della Sera, al neosposa è nata biologicamente uomo e ha intrapreso un percorso per la transizione e, il fatto che a celebrare le nozze sia stata un'esponente della destra, ha stupito il pubblico. «È una donna, non c’è molto da aggiungere», ha detto Ghezzi in difesa dell'amica Manuela.«Credo che il polverone creatosi sia il semplice esito di strumentalizzazioni politiche spesso provenienti da sinistra - ha continuato a spiegare al Corriere della Sera -. Non è uno strappo alla linea di governo o alla linea del partito. Anzi è parte di un percorso che questo partito sta compiendo. Fratelli d’Italia è un partito attento alle varie sensibilità delle persone e agirà nel rispetto degli sviluppi della società civile italiana. Non ci battiamo affinché persone come Manuela non siano definite donne. Noi siamo contro l’utero in affitto - e contro l’educazione transgender nelle scuole, questo sì. Ma è un’altra questione».In realtà anche gli sposi hanno una "storia particolare": lui sembra essere imparentato alla lontana con Mussolini, mentre lei lavora nel settore dell'intrattenimento per adulti. «Non conosco Marco – ha dichiarato in conclusione Ghezzi – ma conosco Manuela Berretti e la sua famiglia. E certo è una famiglia di destra».
31.8.24
paraolimpiadi 20024 : quale linguaggio usare . amore in gara e nella vita , rifugiati , politica , ed altre storie
- Da evitare: Handicappato, disabile; da usare: persone disabili.
- Da evitare: afflitto da, soffre di, vittima di; da usare: ha (seguito dal tipo di disabilità).
- Da evitare: confinato su una sedia a rotelle, relegato su sedia a rotelle; da usare: utente su sedia a rotelle.
- Da evitare: handicappato mentale, mentalmente carente, ritardato, subnormale; da usare: con difficoltà di apprendimento.
- Da evitare: paralizzato, invalido; da usare: persona con disabilità o persona disabile.
- Da evitare: spastico o spastica; da usare: persona con paralisi cerebrale.
- Da evitare: malato di mente, pazzo; da usare: persona con una condizione di salute mentale.
- Da evitare: sordo e muto, sordomuto; da usare: sordo, persona con problemi di udito.
- Da evitare: cieco; da usare: persone con disabilità visive, persone cieche, persone non vedenti e ipovedenti.
- Da evitare: un epilettico, un diabetico, un depresso e così via; da usare: persona con epilessia, diabete, depressione o qualcuno con epilessia, diabete, depressione.
- Da evitare: nano; da usare: qualcuno con crescita limitata o bassa statura.
Se vi era già venuta nostalgia delle nazionali italiane di pallavolo, soprattutto quella femminile,da ieri ne abbiamo un'altra da seguire e a cui eventualmente appassionarci una squadra molto detterminata ed combattiva visto che ha sconfitto quella Francese per tre set a 0 .
La mascherina a forma di farfalla usata ieri da Dedaj (Julian Stratenschulte/dpa) |
Amore e amicizia
(Alex Slitz/Getty Images) |
- https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2024/08/limportanza-della-relazione.html
- Giochi Paralimpici di Parigi 2024: coppie in gara insieme nella città dell’amore (olympics.com)
- Anna Barbaro e Charlotte Bonin: «Le nostre Paralimpiadi di Parigi: il triathlon si fa in coppia» | Vanity Fair Italia
- Una storia d’amore e amicizia sognando le paralimpiadi (eni.com)
come nelle olimpiadi non paraolimpiche anche il quarto posto o non arrivare a medaglia può essere prezioso soprattutto in queste parolimpiadi le cose storie \ vicende sono più sofferte di noi che abbiamo problemi non invalidanti
sempre dalla Nw pari de ilpost.it
(Dal sito del Comitato paralimpico italiano) |
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da Open 30 Agosto 2024 - 16:42
Paralimpiadi di Parigi, atleta tunisino boicotta la sfida di bocce con un israeliano: «È per la causa palestinese»
di Ugo Milano
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EPA/CHRISTOPHE PETIT TESSON I Alcuni portabandiera durante la cerimonia di chiusura di Parigi 2024, Francia, 11 August 2024. |
Achraf Tayahi non si è presentato alla gara con lo sfidante Nadav Lev
Torino, 80enne denuncia il marito prima di morire in ospedale: «Mi ha picchiato per 50 anni. Non voglio tornare a casa
Torino, 80enne denuncia il marito prima di morire in ospedale: «Mi ha picchiato per 50 anni. Non voglio tornare a casa» Un’anziana di 80 a...
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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https://www.cuginidicampagna.com/portfolio-item/preghiera/ Una storia drammatica ma piena di Amore.Proprio come dice la canzone Una stor...
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Dopo aver smontato l'anno scorso ( qui il post ) nonostante le accuse ( che mi scivolano via ) di negazionismo \ revisi...