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20.4.26

Maryna Korshun La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio


Dopo  aver letto lo speciale  dell'inserto LA LETTURA del  corriere della sera    della scorsa settimana  (  trovate qui   sul  nostro blog le pagine riguardanti ) , cercando  storie che ampliassero il primo  dei  miei ricordi d'infanzia ( avevo 10 anni )       di cui. hi. ricordi. diretti e. non solo mediati da media e da  ricordi degli altri sul disastro di chernobyl ho trovato  : quest'articolo  di https://wisesociety.it/ambiente-e-scienza/chernobyl-conseguenze-in-italia/
e  questa storia sul sito dell'unione  sarda, di Maryna Korshun psicologa e istruttrice, con un prezioso bagaglio di esperienze tra Bielorussia e Italia che all'epoca era una dei tanti bambini di quelle zone che furono ospitati in italia . Prima  di lasciarvi all'articolo in questione posso dire  che  fu  da questo ricordo   che  hi preso posizione  contraria  al nucleare  come  energia. alternativa  almeno  fin quando  non si troverà il modo  d'usarlo  senza. conseguenze  pericolose e nefaste  per la  salute e per l'ambiente 


  fonte l'unione sarda online 23 settembre 2025 alle 10:02

La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio La storia di Maryna, donna bielorussa che da 38 anni ha scelto l’Ogliastra come seconda patria

                  Tonio Pillonca


Aveva otto anni la bambina di Chernobyl quando, in fuga dal disastro nucleare, mise piede in Sardegna per la prima volta. Da allora, trent’anni a oggi, Maryna Korshun è tornata qui ogni estate (salvo quelle dell’epoca Covid) che Dio mandava in terra. E adesso Lanusei è la sua seconda patria.
«Sono passati trentotto anni». Aldo Masia, imprenditore, e la moglie Lisa Fadda, insegnante, sono i genitori italiani di quella bambina che oggi è diventata donna. E ora è ogliastrina di adozione per amore del figlio Daniil

Maryna Korshun con il figlio Daniil Yermakou (foto concessa)


 Vuole garantirgli un futuro migliore di quello che avrebbe in Bielorussia. E allora lo ha portato con sé in Sardegna. Facendogli percorrere lo stesso itinerario che lei aveva intrapreso trent’anni fa. «Qui allora avevo trovato un altro mondo», racconta la donna, arrivata da Gomel, cento chilometri da Chernobyl. «Lo devo al coraggio di mia madre – racconta – nel farmi andare in un paese straniero mettendo in conto di non sentirmi a lungo. I miei hanno capito che qui in Italia potevo vedere un altro mondo». Diverso rispetto ai luoghi del cuore, quelli che si amano ma talvolta ti stanno stretti. E non ti permettono di spiegare le ali, prendere il volo. «In Bielorussia abitavamo nel bosco, in una caserma. Avevamo pochi soldi, mangiavamo cavoli. Soltanto se mia
 nonna 

Maryna Korshun (foto concessa)
uccideva il maiale si mangiava carne. Anche in conseguenza del disastro nucleare, era tutto contaminato. Allora papà e mamma decisero che ogni anno mi avrebbero mandato qui, a Lanusei. E Aldo Masia, il primo che mi ha accolto, si è assunto una grande responsabilità. “Una volta che ho preso questo impegno io non mollo”, ha sempre detto lui».
La laurea in psicologia e il dottorato nella stessa disciplina conseguiti in Bielorussia hanno aiutato Maryna nella sua esperienza italiana. «Lavoravo come psicologa. Con i bambini, con quelli malati di tumore. Facevo volontariato nell’associazione Funny nose, che si occupava dell’aiuto psicologico ai bambini oncologici e affetti da altre disabilità. Portavamo i fisioterapisti nei villaggi sperduti della Bielorussia, in particolare nella zona di Chernobyl. L’obiettivo era garantire un futuro ai bambini, a quelli che potevano essere curati ma non ne avevano la possibilità, perché i genitori erano o malati, o alcolisti, o senza soldi».
Nel corso della sua attività professionale ecco i primi legami di lavoro con l’Italia, sempre sull’onda dei viaggi fatti fin da bambina. «Ho collaborato con diverse organizzazioni italiane, ad esempio “Una mano per un sorriso-for Children” con la quale abbiamo realizzato il progetto Milesxsmiles nel villaggi della zona di Chernobyl e in una baraccopoli in Kenya. Dalla Bielorussia all’Africa con fatica, impegno, dedizione.
Esperienze che la hanno formata. Maryna adeesso è una madre felice anche per quel figlio che ora è un italiano vero, frequenta la scuola a Lanusei, è perfettamente inserito. Come la mamma, che lavora sodo, da assistente scolastica, da educatrice, da mediatrice culturale, ma non può ancora sfruttare appieno il patrimonio di conoscenza che le deriva dagli studi in Bielorussia. «Sto frequentando di nuovo l’università perché – spiega amaramente – non mi è stato convalidato alcun esame».
La sua vicenda personale ha fatto breccia nel cuore degli ogliastrini e non solo, auspice un video social nel quale lei stessa ripercorre la storia, il coraggio della scelta di lasciare il paese d’origine e scegliere l’Isola che l’aveva adottata fin da bambina per farvi crescere il figlio. Lei, sopravvissuta all’esplosione nucleare di Chernobyl. «Il trasferimento in Italia – racconta la donna – non è stato facile, dal punto di vista logistico, burocratico, economico, ma soprattutto psicologico. In tutte queste difficoltà sono stata fortunata ad aver supporto dalla mia famiglia italiana. Il legame creato nel corso degli anni mi ha permesso di avere un punto di riferimento importante per affrontare tutte queste difficoltà, ma anche di avere il tempo necessario per trovare una sistemazione, per non perdere la mia identità e per trovare un lavoro adeguato alle mie capacità».
Maryna Korshun sa di dover combattere ancora perché vivere lontani dalla propria terra non è mai semplice. Impone sfide da affrontare ogni giorno: la aiutano legami di amicizia con sue connazionali, con donne ucraine che vivono in Ogliastra, ma soprattutto l’affetto della comunità di Lanusei, per la quale Maryna è ormai una concittadina vera, «Questa lotta non è più soltanto per me e mio figlio – conclude – ma per la mia giusta collocazione nella società dove mi trovo. Vorrei che questa lotta diventasse un supporto e un esempio per tante altre donne che affrontano difficoltà legate alla migrazione, alla perdita della loro identità e dignità».



25.12.13

Afghanistan dall'intervento dell'ex Urss a pantano dell'occidente

potrebbero essere utili 

da l'unione  sarda del 24\12\2013  

Trappola Afghanistan, il Vietnam dell'Armata Rossa
Vigilia di Natale del 1979: carri armati e parà dell'Armata rossa varcano all'alba la frontiera afghana. Obiettivo: imporre un regime filosovietico nella terra del mullah islamici. È il Vietnam dei russi. Che lasceranno sul terreno decine di migliaia di morti. Per l'Urss è l'inizio della fine.


Il Vietnam della Russia inizia all'alba del 24 dicembre 1979: i carri T62 dell'Armata rossa entrano in Afghanistan. È l'ultima invasione di un esercito comunista. L'inizio della fine. La prima breccia su un muro - quello di Berlino - distante migliaia di chilometri da una Kabul semideserta e
addormentata. Dieci anni di guerra, due milioni di civili afghani morti, 90 mila mujaheddin, 26 mila russi.
È la vigilia di Natale ma nel paese dei mullah non ci sono chiese. I mezzi corazzati del generale Mikhailov entrano in città senza incontrare resistenza. I parà occupano i palazzi pubblici e uccidono senza pietà il presidente Amin, l'uomo che aveva osato disobbedire ai consiglieri del Cremlino. Al suo posto issano il fantoccio Babrak Karmal: resterà al potere fino al 4 maggio 1986.
L'invasione provoca la ribellione delle popolazioni islamiche del Caucaso e dell'Asia centrale, che da tempo guardano con speranza all'Iran di Khomeini. Theran e Pakistan diventano le basi logistiche della resistenza dei mujaheddin afghani.
In pochi giorni la forza d'invasione sovietica sale a 90 mila uomini. Occupata Kabul e gli altri principali centri del Paese, l'Armata Rossa punta sul Kyber Pass e gli altri valichi che collegano l'Afghanistan con Peshawar e Rawalpindi, le basi logistiche dei mujaheddin in Pakistan.
L'obiettivo è chiudere le strade e rendere impenetrabili le frontiere. È il primo fallimento. Molti soldati sovietici sono musulmani e si rifiutano di sparare sui loro correligionari: un problema che Breznev non aveva messo nel conto. Non solo: a guardia dei passi, in attesa di truppe fresche dall'Urss, i russi schierano soldati afghani male armati e peggio addestrati. È una carneficina.
Dalle basi pakistane i mujaheddin sferrano attacchi feroci e velocissimi. A Herat decimano un intero reggimento corazzato russo. Sono armati di AK47 Kalashnikov, sottratti nelle caserme dell'esercito afghano. Dopo i primi mesi di guerriglia, sotto la guida di Ahmed Shad Massud, il leone di Panishir, attaccano anche a nord, al passo di Salang, sulla strada che porta da Kabul al confine sovietico. I russi rispondono con la guerra chimica contro la popolazione che appoggia i mujaheddin, utilizzando gas tossici, nervini, micotossine e la micidiale e letale «pioggia gialla».
Anche per la Russia, come per l'America in Vietnam, la guerra in Afghanistan si trasforma ben presto in un lungo, estenuante stillicidio. Nel 1981 i mujaheddin sconfiggono i russi nella battaglia di Paghman, 20 chilometri a sud di Kabul. Falliscono invece le due offensive lanciate dai sovietici a giugno e a settembre.
L'anno seguente il viceministro della Difesa sovietico Serghej Sokolov fa affluire truppe fresche per una serie di grandi operazioni di terra con l'appoggio di aerei ed elicotteri. Ma altre quattro offensive si risolvono in altrettanti fallimenti contro un nemico imprendibile che usa la stessa tattica «mordi e fuggi» utilizzata dai vietcong contro gli americani. La situazione, per i russi, precipita nel 1984, quando i guerriglieri prendono d'assalto Kabul difesa dai paracadutisti sovietici a costo di gravi perdite. I sovietici destituiscono l'inetto Karmal con Najibullah, ritenuto più energico. Ma ormai l'esito della guerra è segnato. La strategia di Mikhailov e del successore Zaitsev mira a limitare le perdite e a preparare l'umiliante ritirata strategica, in realtà quasi una fuga, dall'inferno afghano. L'11 marzo 1985 a Mosca muore Yuri Andropov, succeduto tre anni prima a Breznev. Mickhail Gorbaciov è il nuovo segretario generale del Pcus. Un anno e mezzo dopo ordina il ritiro dell'Armata rossa dall'Afghanistan. Il 15 febbraio 1989 l'ultimo soldato russo volta le spalle ai palazzi di Kabul.

Ma  l'intervento sovietico  fu dovuto non solo  al tentativo  di assumere io controllo  perchè  non si fidava  di un governo fantoccio  m anche   da , sempre  secondo  l'unione  sarda 

Una strana missione per gli 007 di Carter: provocare l'attacco dei russi ai mujaheddin
La guerra segreta della Cia a Kabul


Gennaio 1998, sono trascorsi nove anni dal ritiro dei sovietici da Kabul. Il consigliere alla sicurezza nazionale del presidente Jimmy Carter, Zbigniew Brzezinski, concede un'intervista al settimanale francese Le Nouvel Observateur. E rivela che la Cia era penetrata in Afghanistan, al fine di destabilizzare il governo di Kabul, già nel luglio del 1979, cinque mesi prima dell'intervento sovietico.
Carter - racconta Brzezinski - il 3 luglio autorizzò l'azione coperta per aiutare segretamente gli oppositori del governo filosovietico. Quello stesso giorno lo stratega statunitense di origine polacca scrive una nota al presidente in cui spiega che la sua direttiva avrebbe indotto Mosca a intervenire militarmente. Previsione che si avverò il 24 dicembre di quello stesso anno.
Brzezinski ricorda che quando i sovietici entrarono in Afghanistan inviò a Carter un'altra nota: «Scrissi che gli Stati Uniti avevano finalmente avuto l'opportunità di dare all'Unione sovietica la sua guerra del Vietnam».
La guerra afghana, insostenibile per Mosca, secondo Brzezinski avrebbe condotto l'impero sovietico al collasso. Fu facile profeta: l'intervento a favore del governo comunista di Kabul, infatti, contribuì ulteriormente a indebolire l'Urss sia sul piano politico sia su quello economico.
Il ritiro dell'Armata Rossa dal teatro afghano lasciò l'intera area in una situazione di estrema fragilità politica, economica e soprattutto geostrategica.
Dopo neanche dieci anni dalla rivoluzione islamica in Iran, l'intera regione venne completamente destabilizzata a esclusivo beneficio del sistema occidentale.
Il contemporaneo e inarrestabile declino dell'Unione sovietica, accelerato dall'avventura afghana e successivamente lo smembramento della Federazione jugoslava (una sorta di stato tampone tra i blocchi occidentale e sovietico) degli anni Novanta aprirono le porte al dilagare dell'influenza americana, dell'«hyperpuissance», secondo la definizione del ministro francese Hubert Védrin, nello spazio eurasiatico.
Dopo il sistema bipolare del mondo diviso nei due blocchi occidentale e sovietico-comunista, è l'inizio di una nuova stagione: quella del «momento unipolare». Questo nuovo equilibrio, non essendo in realtà tale, avrà tuttavia una breve vita. Terminerà all'alba del XXI secolo, con la riaffermazione della Russia come potenza globale, la crescita dei grandi stati asiatici - Cina e India - nell'emisfero settentrionale del pianeta; e la concomitante evoluzione autonomista dell'Argentina, del Brasile e del Venezuela, nell'emisfero meridionale.
Oggi, dopo l'intervento statunitense del 2001 seguito allo choc dell'11 settembre, quella che Brzezinski definiva la trappola afghana dei sovietici è diventata il pantano dell'Occidente. Non solo degli Usa ma anche di noi italiani.

gli esperti di grazia (ma non di giustizia) il caso della Monetti

A quanto detto da G.Cassita  in questi due  articoli. aggiungo che c’è illegalità ed ed Illegalità  cioè due  tipi di illegalità . La prima ...