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15/07/17

Noi italiani nati con la camicia (nera) La voglia di fascismo? È indole italica, 
ci conosciamo: tanti, piccoli capetti. Sta dilagando e non ci cambierà una legg


Allarme (non più All’armi) siam fascisti! Come può essere capitato? A noi (pardon), noi italiani democratici che abbiamo scritto la Costituzione vietando al partito che fu di Mussolini di rinascere. “L’Espresso” ci fece una copertina qualche settimana fa. C’erano Grillo, Salvini e Berlusconi con fez e manganello. Tempesta di critiche. E avevano ragione (a propria insaputa) i lettori (di destra) che ci hanno ricoperti di insulti. Non dovevamo disegnare solo loro, ma gli italiani: il popolo nato con la camicia (nera) convinto di avere fatto i conti con la propria indole, prima ancora che con la storia, a suon di leggi e divieti.
Voilà, tutti antifascisti mimetizzati nella democrazia, senza risolvere mai quel problemuccio: ci conosciamo, siamo piccoli capetti che danno ragione al capetto più in alto. A casa, in Parlamento, al bar, su Twitter. Ed è questa normalità, mescolata a nostalgia della nazione e maschilismo diffuso, l’arma segreta del fascismo, la sua intima natura. Si chiama conformismo, fino a quando di mezzo non ci sono guerra, galera o esilio. Ma è lo stesso vizio di obbedire che fa ripetere in televisione a tutti le cose che dice il capo. Lo stesso vizio che ci fa parlare del fascismo per non parlare dei migranti.
Qualche giorno fa, un signore per strada mi dice: «Troppi immigrati, non possiamo mica...». Io rispondo: «Ha ragione, spariamo ai barconi con donne e bambini, così la smettono». Lui alza la testa e fa: «Ma che dice, è scemo?». Io: «Allora rimandiamoli in Libia. Donne stuprate, bambini torturati». E lui: «Stuprate? Ma allora come si fa?». Ho pensato che questo tipo di dialogo, ai tempi della politica, spettava ai cosiddetti corpi intermedi. Quelli che nel fascismo non c’erano ed erano nati con la Repubblica. Quelli che stiamo eliminando per spending review. Demolendo con l’insulto, nel nome dello spreco, assieme alla base stessa di una democrazia raziocinante. Gli immigrati diventati un problema sono la vera emergenza, dentro cui come un fungo velenoso riemerge il fascismo, non certo i busti del duce o le iscrizioni dell’Eur.La retorica antifascista che ci ha protetti finora, ci ha dato solo l’impressione dello scampato pericolo. Ha commemorato, non ha ricordato. Memoria significa fare i conti con il fascismo interiore. Noi non l’abbiamo fatto, né prima processando il regime, a differenza dei tedeschi, quando mezzo Paese transitava dalla dittatura alla Repubblica, né dopo. Gli unici conti sono stati fatti a piazzale Loreto, epilogo interiorizzato solo nella letteratura. Penso a Levi, Fenoglio, Pavese. E alla guerra civile di Claudio Pavone. Paradossalmente il “dovere antifascista” della prima Repubblica è ciò che ha permesso di non indagare davvero sul fascismo e che ci riporta a Chioggia, decenni dopo, a rivendicare il “diritto fascista”.
La colpa è nostra, non di quei loschi figuri. Abbiamo fatto una “defascistazia” lessicale. E come il politicamente corretto non cancella il razzismo, né ridà la vista a un cieco chiamandolo “non vedente”, professare l’antifascismo per legge ci ha portati a una ipnosi, alla rimozione della pregiudiziale storica che credevamo eterna. Pregiudiziale che ormai cade dappertutto.
Nel giugno 1945, l’Onu non nasce come parlamento delle nazioni, ma come organizzazione delle nazioni che hanno combattuto l’Asse, con i 5 membri permanenti del consiglio di sicurezza usciti vincitori dal conflitto. Quel mondo sta andando a pezzi. Trump non sa che farsene (è il primo presidente Usa che a Varsavia non visita il monumento degli insorti nel ghetto e ci manda l’ebrea Ivanka), non perché sia fascista, ma perché - a differenza di Bush - è espressione di un mondo che ha perso i legami con la sua storia. Con Norimberga e l’atomica, ma perfino con la Guerra fredda. Cina e India? Per loro l’antifascismo non ha significato storico né culturale. Putin? Per i sovietici la conquista di Berlino fu per decenni il certificato di appartenenza al mondo civile, mentre oggi il presidente russo interpreta la vittoria sul nazismo con una semantica neo-zarista.Perfino Netanyahu ha fatto fare dietrofront all’ambasciatore israeliano a Budapest dopo la protesta contro i manifesti anti-Soros (di sapore antisemita) voluti da Orbán. E via elencando. A questo punto una domanda: siamo sicuri che serva una legge per fermare questo e salvare la democrazia?O forse il problema sta in chi ci rappresenta? Scrisse Bauman: viviamo l’era del divorzio tra potere e politica. La democrazia non è più considerata “valore in sé” da milioni di persone, non perché manchino leggi antifasciste, ma perché i politici possono solo promettere, senza poi attuare tali promesse. E allora che senso ha criticare? Che senso ha votare?

15/04/17

La storia di Uber Pulga, un 'Partigiano in camicia nera'



Leggi anche  
http://www.ultimavoce.it/partigiano-camicia-nera-uber-pulga/



Risultati immaginichi sa  come avrebbe reagito Davide  Lajolo  autore   de  il  voltagabbana  (  foto al lato  )     sua esperienza  autobiografica   che ha  passato una  cosa simile  a  questa  storia   intensa e drammatica di un travaglio che non è solo umano e personale, è quello di un intero paese. Di una generazione  di giovani   che  conobbe  solo il fascismo   e che   si trovò  in crisi  , quando esso si rivelò traditore  ,  e  soprattutto   quando   la storia  ( il 25 luglio e  l'8 settembre  del  1943  ) lo condanno  e  ne svelo'  gli inganni  . 



Uber, la spia fascista che divenne partigiano eroe della Resistenza
L’esordio letterario di Alessandro Carlini debutta domani «Cambiò idea dopo una stretta di mano con Mussolini»



Negli anni ’50 forse sarebbe finito in prigione, mentre negli anni ’70 sarebbe stato gambizzato Alessandro Carlini se avesse pubblicato un libro del genere: “Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga” (ed. Chiarelettere, 2017), da domani in libreria. Oggi è stato scritto ed è una conquista del pensiero democratico. Nella ricostruzione dei fatti l’autore non perde l’equilibrio. D’altronde, l’opinione sul protagonista cambia nel giro di pochi chilometri, coinvolgendo tre province vicine. A Mantova compare tra i Caduti della Liberazione. A Felonica, sopra l’ingresso del Comune, svetta una lapide in cui il primo inciso è lui. A Reggio Emilia, invece, è rimasto la spia che per anni i partigiani cercarono con la bava alla bocca. L’uomo che fece uccidere due di loro. Infine, a Ferrara, ci sono i suoi discendenti.

(....  continua  qui 
<<  Partigiano e fascista: oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale. Nato nel 1919 a Felonica, in provincia di Mantova, Pulga sceglie il fascismo, si arruola, è addestrato al controspionaggio in Germania e inviato a Reggio Emilia come infiltrato in un gruppo di partigiani. Sarà promosso sul campo dallo stesso Mussolini che vorrà incontrarlo di persona. Spia e disertore, pluridecorato di Salò ed eroe della Resistenza, Uber Pulga è un uomo senza bandiere se non quella della propria coscienza. 
coscienza tormentata, mai pacificata, che lo porterà a vivere la delusione e il distacco dal fascismo ma non, come molti, cambiando casacca a guerra ormai persa
Libro Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga Alessandro Carlini
 I documenti che l’autore di questo libro ha raccolto in anni di ricerche sul campo restituiscono l’immagine di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza smettere la camicia nera. Un partigiano in camicia nera, giustiziato per tradimento dai suoi stessi camerati repubblichini all’alba del 24 febbraio 1945. >> ( da  https://www.ibs.it/
) . La sua è la storia intensa e drammatica di un travaglio umano narrata con impeto e l’ardore di un coinvolgimento personale da Alessandro Carlini, giornalista dell’Ansa e scrittore, il cui nonno, Franco Pulga, era cugino di Uber.
 << (.... ) E proprio dal nonno  >>  come afferma TITTI FERRANTE in   questa recensione   di  http://www.glistatigenerali.com <<Carlini trae la volontà di fare memoria della complessa vicenda di Uber, raccogliendo documenti, testimonianze, atti e tutto ciò che poteva servire per ricostruire il profilo di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza togliersi la camicia nera. >>
Partigiano e fascista. Oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale

concludo  riportando quest'ultimo articolo  della  http://gazzettadimantova.gelocal.it/


(.....) «Questo testo racconta la storia di un uomo che non c’è più e che ha pagato le sue scelte con la vita - ha detto Carlini -: il libro è nato per dare voce a questa persona». La storia racconta la vicenda umana di Uber Pulga, originario di Felonica, fascista convinto, arruolato prima nel regio esercito e poi in quello della Repubblica sociale; infiltrato tra i partigiani negli ultimi mesi di guerra, decide di aiutare la Resistenza.Carlini ha ripercorso la trama del suo libro soffermandosi su alcuni punti, in particolare ha posto l’accento sul travaglio interiore di Uber e sul percorso che lo ha portato a fare una scelta di campo che gli costò la vita. Uber, infatti, fu addestrato dal reparto dei servizi segreti delle Ss in Germania e poi usato come infiltrato tra i partigiani in provincia di Reggio Emilia. «Uber passa tre mesi con i partigiani - spiega Carlini - loro sono diffidenti e parlano in dialetto, ma essendo lui di Felonica, lo capisce perfettamente. Li spia, ma nel frattempo ascolta i loro discorsi: li assorbe. Qualcosa cambia in lui, comincia a porsi domande e sorgono in lui dubbi sulla Germania e sulla Repubblica sociale, fino al punto di passare dall’altra parte».Durante la presentazione, Carlini ha parlato anche delle ricerche e dei documenti che ha recuperato per scrivere il suo libro. Poi ha lasciato spazio al pubblico che si è dimostrato molto curioso e interessato al tema, con diverse domande. La presentazione è stata ospitata nel Museo della seconda guerra mondiale e assieme a Carlini c’erano il direttore Simone Guidorzi e il sindaco di Felonica Annalisa Bazzi.Il libro è nato dai racconti di Franco Pulga, abitante di Felonica, nonno dell’autore e cugino di Uber. Carlini, sulla base delle memorie del nonno ha fatto un’attenta ricerca documentale, recuperato atti inediti e testimonianze e ha ricostruito l’avventura di quest’uomo che si è trovato, come tanti altri in quel periodo a dover fare una scelta di campo.(..... continua qui )




























06/03/17

La Germania oscura Derrick E l’Italia ride con gli ex Salò La tv pubblica cancella l’ispettore "nazista" Da noi i "repubblichini" hanno fatto storia e cultura



Libro consigliato Il voltagabbana (1963) autobiografico di Davide Lajolo in cui l'autore analizza le ragioni che lo portarono a schierarsi, dopo una giovinezza fascista, dalla parte della Resistenza.




in un regime che ha in mano ogni aspetto delle persone dalla nascita o alla morte è pressoché difficilissimo se non impossibile distinguere chi vi aderì per convinzione o per opportunismo e chi per un peccato di gioventù . Ora qualunque sia il motivo , io non me la sento , salvo che non abbia fatto crimini atroci ( genocidi di massa , violenze brutali , ecc ) , di condannare la scelta tanto da fare come è successo a Horst Tappert noto meglio come l'ispettore Derrik . 












Addio ispettore Derrick. Zdf, la tv pubblica tedesca, ha annunciato che il celebre telefilm poliziesco non farà più parte della loro programmazione. Motivo? A 19 anni Horst Tappert, l’attore protagonista della serie, ha fatto parte delle Waffen-SS, sanguinaria divisione dei soldati di Adolf Hitler. Troppo per la coscienza della Germania. Tappert, fortuna sua, non assisterà al misfatto, essendo morto nel 2008. Ma è da quando la notizia del suo arruolamento fra i soldati nazisti è venuta a galla, nel 2013, che per la sua anima non c’è più stata pace. Ora, una volta premesso che questo tipo di trattamento è riservato all’ispettore gentile ma non al film «Il tamburo di latta», che continuerà ad essere trasmesso dalla Zdf nonostante sia tratto dal bestseller di Günter Grass, premio Nobel della letteratura che fece parte della Wehrmacht, le forze armate tedesche, quello che occorrerebbe domandarsi è quanti nomi in Italia dovrebbero essere cancellati da tv, giornali e librerie se usassimo lo stesso metro di giudizio dei nostri amici tedeschi.


DA FO AD ALBERTAZZI

Nel nostro tollerante Paese, infatti, ci sono attori, scrittori, scienziati, poeti, filosofi e giornalisti che, grazie al cielo, continuano ad avere la visibilità che meritano nonostante siano stati seguaci di Benito Mussolini, seguendolo, a volte, fino alla edificazione della Repubblica di Salò. Prendiamo l’astrofisica Margherita Hack, morta nel 2013. Pochi anni fa ammise di aver giurato fedeltà al regime fascista perché voleva la medaglia vinta in atletica. Poi se ne pentì. «Fu un atto di viltà», disse, ma nessuno le ha mai strappato dal collo quel premio o si è mai sognato di levarle la cattedra universitaria. E che dire di Dario Fo, drammaturgo premio Nobel per la letteratura, che da decenni spadroneggia nei teatri italiani e pontifica sullo scibile umano senza che qualcuno gli rinfacci la sua militanza, come paracadutista, fra i Repubblichini. Lo stesso dicasi della leggenda del teatro Giorgio Albertazzi, tenente nella formazione «Tagliamento» di Salò. Se con l’avvento della Repubblica gli avessimo riservato il «servizio Derrick», la storia italiana avrebbe rinunciato al talento di uno dei suoi miti.


SENZA «SUPERCAZZOLA»

Il regime istaurato da Mussolini dopo il settembre del ’43 nel paesino del bresciano si avvaleva anche delle Brigate nere, un corpo paramilitare fascista in cui militò il grande Ugo Tognazzi. In buona sostanza, abbiamo rischiato di non vedere mai il conte Mascetti utilizzare la sua «supercazzola» col diligente vigile urbano. Allo stesso modo ci saremmo privati di Marcello Mastroianni, anche lui combattente nella Repubblica di Salò. Addio, dunque, alla sua indimenticabile faccia di fronte a una Sofia Loren che si spoglia in «Ieri, oggi, domani», adieu a «Divorzio all’italiana», tanti saluti a «Il bell’Antonio». E che dire di Raimondo Vianello e Walter Chiari, che fecero parte della X-Mas, corpo militare dei Repubblichini? Impossibile immaginare la televisione italiana senza «Casa Vianello» o l’imbranato Tarzan; inimmaginabile il nostro cinema senza il protagonista di «Bellissima», il capolavoro di Luchino Visconti con Anna Magnani, e senza il balbuziente signor Silence in «Falstaff», diretto da Orson Welles. Nella X-Mas, ad appena 17 anni, entrò anche Hugo Pratt, creatore di Corto Maltese, il più noto personaggio del fumetto italiano, forse mondiale. Rinunciarci per il suo passato a Salò? Neanche per sogno!


POETI E FILOSOFI

Di fede fascista fu anche il giornalista e scrittore Giorgio Bocca. In un’epica intervista concessa a Pietrangelo Buttafuoco nel lontano 1999 disse: «Noi il fascismo l’abbiamo rimosso perché ce ne ver-go-gna-va-mo. Ce ne ver-go-gna-va-mo. Io che ho vissuto la “gioventù fascista” tra gli antifascisti, mi vergognavo prima di tutto di fronte al me stesso di dopo, e poi davanti a chi faceva otto anni di prigione, mi vergognavo di fronte a quelli che, diversamente da me, non se l’erano cavata». Fortunatamente, noi italiani del Bocca in camicia nera non ci siamo vergognati. Meglio averlo avuto, per poterlo leggere, che non esserci vantati per averlo consegnato all’oblio cui d’ora in poi sarà destinato Derrick. E ci facciamo da soli l’elogio anche per non aver censurato Dino Buzzati, autore de «Il deserto dei tartari», che pure militò nella Repubblica sociale. Di ferrea fede mussoliniana fu anche il poeta Giuseppe Ungaretti, giunto a definirsi «fascista in eterno», non senza prima aver affermato, fra un documento e un appello a sostegno del regime, che «tutti gli italiani amano e venerano il loro Duce come un fratello maggiore». Eppure delle sue poesie continuiamo, sia gloria a Dio, a goderne liberamente. Così come di quelle del fascista Luigi Pirandello. Il filosofo Norberto Bobbio, che fu anche storico, giurista e politologo, da studente si iscrisse al Guf, l’organismo universitario fascista, e poi si tenne in tasca la tessera del partito. Per poter insegnare si rivolse, «con devota fascista osservanza», ai vertici del regime. Ciò avrebbe forse dovuto indurci a fare delle sue opere un bel falò? Il Signore ce ne scampi. Un Capo dello Stato partigiano, Sandro Pertini, lo nominò persino senatore a vita.


E MONTANELLI?

Il fascismo di Indro Montanelli, uno dei più grandi giornalisti italiani, non è mai stato un segreto. «Sono stato fascista, come tutte le persone della mia generazione – disse - non perdo occasione per ricordarlo, ma neanche di ripetere che non chiedo scusa a nessuno». E fu sempre Montanelli a scrivere che, «quando Mussolini ti guarda, non puoi che essere nudo dinanzi a Lui. Ma anche Lui sta, nudo, dinanzi a noi». Con la L, non a caso, maiuscola. Chi mai, potendo tornare indietro, cancellerebbe i suoi articoli per vendicarsi del suo passato? Decisamente fascista fu anche Eugenio Scalfari, che chiamava Giuseppe Bottai, intellettuale e gerarca del fascismo, «il mio Peppino». Se per caso avessimo voluto punirlo per tanto errato ardire, chi mai avrebbe potuto fondare «La Repubblica»? Infine Enzo Biagi. Come Montanelli collaborò a Primato, un periodico diretto proprio da Bottai, e alla rivista fascista Architrave. Fu Biagi a recensire «Suss l’ebreo», un film molto amato da Heinrich Himmler, l’«architetto» del genocidio degli ebrei, per la sua viscerale propaganda antisemita. Epurare Biagi per i suoi spiacevoli peccati? Meglio che rimanga solo una tenace tentazione 



tentazione.

19/02/17

italiani brava gente il massacro dei monaci etiopi a Debrà Libanòs massacrati da Graziani Hailé Selassié (1892-1975)

Tutti i media nazionali ,  con eccezioni come quello  qui sotto e se  non ricordo male  anche il programma  di  rai3\ rai storia  " il tempo e  la storia  in  due  puntate   ( I II )  ha  ricordato l'evento in questione   una delle  tante  atrocità commesse  da noi Italiani  .


E Graziani massacrò i monaci etiopi
Ottant’anni fa la feroce strage di Debrà Libanòs che seguì l’attentato contro il viceré
italiano ad Addis Abeba. I responsabili di quelle atrocità non hanno mai pagato


disegno di Achille Beltrame per la copertina della «Domenica del Corriere», 27 dicembre 1936
shadow
«Feci tremare le viscere di tutto il clero, dall’Abuna all’ultimo prete o monaco», ringhiava quel macellaio di Rodolfo Graziani. Rimorsi? Zero: rivendicava anzi la strage di Debrà Libanòs, dove aveva affidato agli ascari islamici lo sterminio di tutti i preti e i diaconi del cuore della Chiesa etiope, come «titolo di giusto orgoglio». E giurava: «Mai dormito tanto tranquillo».
Il maresciallo Rodolfo Graziani (1882-1955)
Sono passati ottant’anni, da quei giorni di orrore. Tutto inizia la mattina del 19 febbraio 1937. Ad Addis Abeba il viceré Graziani e le autorità italiane che da nove mesi governano un terzo del Paese e son decise a prendere il controllo del resto con ogni mezzo (compreso l’uso di 552 bombe caricate a iprite e fosgene autorizzate dal Duce, documenterà lo storico Angelo Del Boca), celebrano la nascita del primo figlio maschio di Umberto di Savoia. Improvvisamente, da un balcone raggiunto superando i controlli, piovono ed esplodono una dopo l’altra otto bombe a mano. Sette morti, decine di feriti. Tra cui Graziani, colpito da decine e decine di schegge.
Hailé Selassié (1892-1975)
La rappresaglia è immediata. E non avendo sottomano gli attentatori, fuggiti, si abbatte violentissima su chi capita. Coinvolgendo tutti i fascisti della città. «Girano armati di manganelli e di sbarre di ferro, accoppando quanti indigeni si trovano ancora in strada», scrive nel diario il giornalista Ciro Poggiali. «Vedo un autista che, dopo aver abbattuto un vecchio negro con un colpo di mazza, gli trapassa la testa da parte a parte con una baionetta. Inutile dire che lo scempio si abbatte contro gente ignara e innocente». Una carneficina. Racconterà il vercellese Alfredo Godio: «Fra le macerie c’erano cumuli di cadaveri bruciacchiati. Più tardi, sulla strada per Ambò, vidi passare molti autocarri “634” sui quali erano stati accatastati, in un orribile groviglio, decine di corpi di abissini uccisi». «Per ogni abissino in vista non ci fu scampo in quei terribili tre giorni», ricorderà l’attore Dante Galeazzi: «In Addis Abeba, città di africani, per un pezzo non si vide più un africano».Deciso a farla finita coi ribelli a dispetto di ogni trattato, il Duce dà ordine che «tutti i civili e religiosi comunque sospetti devono essere passati per le armi». Tutti. Compreso Destà Damtù, il genero di Hailé Selassié. Che importa dello sdegno internazionale? «E nello scroscio del plotone di esecuzione echeggiò la più strafottente risata fascista in faccia al mondo», esulta la «Gazzetta del Popolo». «Schiaffone magistrale (…) sulle guance imbellettate della baldracca ginevrina». Bilancio complessivo? Migliaia di morti. Compresi «cantastorie, indovini e stregoni», rei di auspicare il ritorno del Negus: «Ho ordinato che fossero arrestati e passati per le armi. A tutt’oggi ne sono stati rastrellati ed eliminati settanta» Il peggio, però, arriva a maggio. Quando Graziani decide di inviare il generale Pietro Maletti, di cui apprezza la cieca obbedienza, a spazzare via preti, diaconi, fedeli di Debrà Libanòs, l’amatissimo monastero fondato nel XIII secolo che considera «un covo di assassini, briganti e monaci assolutamente a noi avversi»: è convinto che i due bombaroli di Addis Abeba siano passati nella fuga proprio di lì.
Se sono veri i rapporti firmati da Maletti stesso, scrive Del Boca in Italiani brava gente? (Neri Pozza), in due settimane le sue truppe «incendiavano 115.422 tucul, tre chiese, il convento di Gulteniè Ghedem Micael (dopo averne fucilato i monaci), e sterminavano 2523 arbegnuoc». Patrioti nemici dell’occupazione italiana. «Era tale il terrore che diffondeva che l’intera popolazione si dava alla macchia».
Terrore comprensibile. Per garantirsi la ferocia belluina senza crisi di coscienza tra i soldati cattolici chiamati a massacrare i cristiani di una Chiesa etiope che aveva 17 secoli, spiega Angelo del Boca, il generale rinunciò «a servirsi dei battaglioni eritrei, composti in gran parte da cristiani, e utilizzava ascari libici e somali, di fede musulmana, e soprattutto — parole sue — “i feroci eviratori della banda Mohamed Sultan”».
Il generale e i suoi macellai di fiducia circondarono il complesso la sera del 19 maggio, festa di San Michele, presero prigionieri tutti e, ricevuto l’ordine del viceré Graziani di passare per le armi «tutti i monaci indistintamente compreso il vice priore», cercarono il posto giusto per la mattanza. La scelta cadde sulla piana di Laga Wolde, ai cui limiti si inabissava un burrone. Due giorni dopo cominciò, sistematica, la decimazione. Allineati i condannati lungo il baratro, scrivono gli storici Ian L. Campbell e Degife Gabre-Tsadik, gli ascari presero un lungo telone «e lo stesero sui prigionieri come una stretta tenda, formando un cappuccio sopra la testa di ognuno di loro». Poi, la fucilazione. «E mentre un ufficiale italiano provvedeva a sparare il colpo di grazia alla testa, vicino all’orecchio, gli ascari toglievano il telone nero dai cadaveri per utilizzarlo per il successivo gruppo». Ordine eseguito, comunicò Maletti nel pomeriggio: giustiziati 297 monaci incluso il vice-priore e 23 laici. «Sono stati risparmiati i giovani diaconi, i maestri e altro personale». «Fucilate anche loro», cambiò idea tre giorni dopo Graziani. E Maletti, ligio agli ordini più infami, eseguì.
Conta finale: 449 assassinati. Numero che Campbell e Gabre-Tsadik contestano: furono tra i 1423 e i 2033. Il doppio o il triplo di quanti saranno trucidati dai nazisti a Marzabotto. Berhaneyesus Souraphiel, l’arcivescovo cattolico etiope, sospira nel docu-film di Antonello Carvigiani e Andrea Tramontano Debre Libanos, prodotto e trasmesso da TV2000, che ancor oggi certe ferite non sono ancora del tutto rimarginate. Racconta però lo storico Alberto Elli, profondo studioso della Chiesa etiope e dell’Etiopia, che il mausoleo in ricordo dell’eccidio, a novembre, non c’era più: «Dicono d’averlo tolto come gesto di riconciliazione». Un passo importante. Come fu l’anno scorso, ad Addis Abeba, la stretta di mano di Sergio Mattarella a vecchi patrioti etiopi. Era stato questo, del resto, l’appello al popolo di Hailé Selassié al suo ritorno in patria il 5 maggio 1941, a guerra ancora in corso: «Vi raccomando di accogliere in modo conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno con o senza le armi. Non rimproverate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano». La richiesta del Negus di estradare almeno i due generali della mattanza, però, non venne mai accolta. E qualche strada italiana li onora ancora come eroi di guerra…






13/02/17

in Germania il nazismo delle forze dell'ordine non lo premiano in italia invece lo si esalta


Mentre  in Germania  come   leggo  su  facebook  , il post  di istangram  di  

da Leonardo Bianchi Ieri alle 12:05 ·



Ricordate i due agenti che - per puro caso - avevano ucciso il responsabile della strage al mercatino di Berlino, Anis Amri?
Quando si erano sollevate delle perplessità sul fare i nomi, e soprattutto sulla costruzione forzata degli eroi mediatici, il capo della polizia Franco Gabrielli aveva sedato le polemiche dicendo che "non c'è alcuna esposizione, ma un riconoscimento chiaro".
Quanto alla chiusura dei profili su Facebook e Instagram - zeppi di foto inneggianti al Duce e di post anti-immigrati presi da sitacci di estrema destra - lo stesso Gabrielli aveva spiegato che si tratta di un'ulteriore "cautela" per "evitare una eccessiva sovraesposizione in quanto, in un mondo in cui tutto passa attraverso i social, si sarebbero potuti far prendere la mano coinvolgendo anche altri colleghi".
Bene: secondo il Corriere della Sera - che cita il Bild - il governo tedesco aveva valutato un'onoreficienza ai due, ma poi l'ha esclusa proprio per certe porcherie postate sulle loro bacheche (http://bit.ly/2l5L19Q).
Come dice Stephan Mayer della CSU, "la decisione del governo federale di non dare un'onoreficienza a questi due poliziotti è assoluta corretta a causa della loro ovvia attitudine neofascista".
Quella che in Italia è passata come una polemica da due soldi - e persino "indelicata", visto quello che era successo - per le autorità tedesche è invece un punto centrale: in una democrazia, premiare degli agenti che hanno opinioni fasciste è semplicemente inaccettabile, punto.
La prossima volta, insomma, è meglio dare un'occhiata a cosa mettono gli "eroi" su Facebook.

 Alcuni come  questo commento  /(  che poi  risulterà caustico  ed  satirico   leggendo  il resto della  discussione )     , sul  fb di Leonardo , potranno pensarla  cosi

Silvia Occhipinti Chi di noi, d'altronde, non condivide almeno un paio di volte al giorno una foto o due di Mussolini, giusto per disorientare i nostri contatti?

   
Leonardo Bianchi difficilissimo, praticamente impossibile

L'immagine può contenere: 2 persone, sMS
Marco Infussi Questa è pesante!
Federico Sardo va beh fantastico
Marco Infussi ebbene, anche su questo pensierino facile facile... ci distinguiamo per arretratezza

Silvia Occhipinti Non è un problema, sono opinioni!
Fabio Marcon Secondo me quando affrontano gli immigrati sono serenissimi, sanno che hanno il manganello dalla parte del manico.
Arianna Ciccone Ma poi non sono stati anche trasferiti per motivi di sicurezza? A proposito delle critiche che alcuni di noi hanno fatto sul rendere pubblici i nomi?
Arianna Ciccone ha risposto3 risposte
ma  come  giustamente    fa notare    
Antonio Lo Conte Soprattutto, chi dovrebbe proteggere la popolazione, non dovrebbe avere idee pregiudizievoli verso alcun tipo d'individuo.

chi ricopre tali ruoli  dovrebbe tenersi   per  se  le  proprie oinioni  ideologiche  \  politiche  e  rimanere  neutrale

Matteo Pascoletti "Alcuni italiani non si postano".
Emiliano Ceredi Per puro caso e anche per una certa imperizia da novellini, come ampiamente dimostrato


in italia    invece   la    destra  si spelle  le mani  per  applaudirli e     grida  allo scandalo arrampicandosi sugli specchi  difendendo l'indifendibile  e  sminuendo le accuse   lampanti   di fascismo  dei due  agenti " eroi "











di TITO FLAVI domenica 12 febbraio 2017 - 17:44  

La Germania infligge uno schiaffo all’Italia e il governo Gentiloni tace. Ha dell’incredibile la vicenda dell’onorificenza negata ai due poliziotti italiani che hanno ucciso la belva islamista Amri, autore della strage al mercatino di Berlino. La motivazione di tale vergognosa scelta del governo tedesco, come già riferito dal Secolo, è che i due poliziotti avevano postato nei rispettivi profili Facebook immagini e post considerati “fascisti” e politicamente scorretti. Ebbene, a molte ore dalla notizia riferita dal Bild, non una solo voce di protesta s’è levata da alcun componente del governo.
Si fa invece sentire il centrodestra, che esprime la propria indignazione attraverso Maurizio Gasparri: “Promuoverò un’iniziativa parlamentare perché l’Italia biasimi i ministri tedeschi che hanno negato la medaglia ai poliziotti italiani che hanno fermato il terrorista Amri. Forse la Merkel preferisce gli assassini a chi è impegnato con sacrificio e dedizione per la sicurezza di tutti noi? Trovo vergognosa la retromarcia del governo tedesco che prima vuole insignire i due poliziotti di Sesto San Giovanni e poi si rimangia la parola per alcune condivisioni fatte sui social network da parte dei due agenti. Invece di ringraziarli per aver posto fine alla fuga di un terrorista che era riuscito a scappare dalla Germania rivelando i clamorosi fallimenti dell’intelligence e della sicurezza tedesca, li mette sotto accusa. Alfano, Minniti e lo stesso Gentiloni non hanno nulla da dire? Basta con questo asservimento alla Germania”. 
Calderoli: “Governo tedesco ingrato”
Sul tema interviene anche Roberto Calderoli. “Mi stupisce l’atteggiamento della Germania, annunciato da due ministri e confermato anche dalla Csu, di non voler più premiare i due nostri agenti eroi del commissariato di Sesto San Giovanni, i due agenti che hanno intercettato e ucciso Amri, l’autore della strage di Berlino di pochi giorni prima, solo perché nelle loro pagine Facebook avrebbero postato commenti o foto riconducibili all’estrema destra. Alla faccia dell’ingratitudine! Se questi due ragazzi non avessero fermato questo pericoloso terrorista, facendo il loro dovere e mettendo a rischio la loro vita, forse questo jihadista sarebbe ancora libero, libero di uccidere gente innocente, libero di spaventare tutti noi”. “Ma sono stupito anche -conclude l’esponente della Lega – per l’imbarazzato silenzio del governo italiano sulla vicenda e sono ulteriormente stupito leggendo commenti giornalistici che giustificano l’atteggiamento del governo tedesco e stigmatizzano i nostri due poliziotti solo per aver espresso opinioni personali sulla loro pagina Facebook”.



ha  ragione  , il libro che  ho letto di recente   e di  cui  riporto sotto l'introduzione , il  fascismo   in italia non  è mai  morto   ed  , SIC  ,   ha lasciato  una profonda eredità  come    testimoniava  predicendolo   già  dagli anni   70    un famoso  poeta ed artista 







Gli italiani? Sono fascisti dentro
Il libro di Tommaso Cerno, racconta come la mentalità del Ventennio sia ancora 
oggi diffusa nella politica, nella società, nella cultura del nostro Paese
DI TOMMASO CERNO  


Pubblichiamo l’introduzione del libro di Tommaso Cerno, “A noi”Rizzoli, 
la  copertina  del libro 
pp. 310, € 19


Si dice che un bambino nasca con la camicia, quando viene alla luce avvolto nel sacco amniotico. Quel sacco sembra un abito, cucito addosso durante i nove mesi dentro il ventre di mamma. E noi di chi siamo figli? L’Italia in cui viviamo, l’Italia del nostro Ventennio, quello che chiamiamo l’epoca di Berlusconi e Renzi, è nata con la camicia?
Proviamo ad azzardare un’ipotesi: l’Italia è nata con la camicia nera. Proprio così, fasciata nel sacco amniotico del fascismo, da cui cerca a fatica di liberarsi da settant’anni, senza riuscirci davvero. Nel dopoguerra la retorica antifascista può avere dato l’impressione di un taglio netto con i vent’anni precedenti, ma come il “politicamente corretto” non cancella il razzismo, non ridà la vista a un cieco chiamandolo non vedente, l’affermazione di essere antifascista, per quanto eticamente giustificabile, non basta a cancellare ciò che del fascismo è dentro di noi. Dentro di noi perché italiano come noi, forse più di noi.
In tutto il corso della sua storia, il fascismo fu senza dubbio un fenomeno rivoluzionario, giovanile, si direbbe oggi “rottamatore”. Mussolini contribuì a ringiovanire l’Italia, a partire dalla sua classe politica, così come consentì per la prima volta nella storia del nostro Paese ai ceti medi di entrare nelle stanze del potere. Questo significa che ebbe un legame con il Paese molto più radicato, profondo, osmotico di quanto si pensi. Un legame possibile solo quando c’è un collante. E questo collante viene proprio dall’essenza dell’italiano, dalle radici del nostro modo di essere, dal nostro rapporto con il potere, da ciò che non muta sulla nostra penisola al di là del regime o del governo, più o meno democratico, che ci capita di eleggere o di contestare.
Impegnati come siamo a ripeterci che il fascismo è finito, oppure che si manifesta solo nei simboli esplicitamente esibiti del regime, dentro i partiti dell’ultradestra xenofoba, che alzano le croci celtiche nelle manifestazioni, non ci rendiamo conto di una cosa: quei militanti postfascisti sono riconoscibili prima ancora che espongano il proprio pensiero, mentre il fascismo del Ventennio fu un grande movimento di massa. Se ci ostiniamo a cercare il fascismo lì dove è fin troppo facile trovarlo, non facciamo altro che insistere nel non vedere. E perché lo facciamo? Perché abbiamo paura di ritrovarlo dove non ce lo aspettiamo più, nel nostro modo di essere quotidiano, nei nostri difetti di Paese, nel nostro sistema politico e sociale. Annidato là dove sempre è stato, nell’angolo buio della Repubblica che preferisce puntare i fari altrove, dove sa che fascismo non se ne vedrà.
Riflettiamo su un fenomeno mediatico di questi ultimi settant’anni. Ancora oggi se accendiamo il televisore e ci sintonizziamo su un dibattito politico, sentiamo spesso ripetere come un ritornello: «Siete fascisti!». Si ascolta così tante volte, da essere assaliti dalla curiosità di capire perché. Un giorno il fascista in questione è Matteo Renzi, tacciato di metodi spicci da destra e da sinistra, addirittura da una parte del suo stesso partito, il Partito Democratico; il giorno appresso, invece, ci si riferisce a Silvio Berlusconi, accusato di avere addormentato il Paese come un nuovo Duce, di averlo assopito in una sorta di Ventennio che potremmo definire, piuttosto che regime dal volto umano, regime dal mezzobusto umano, trattandosi di un’anestesia televisiva pressoché totale.
Questa anestesia, però, ha generato la propaganda di governo, come tutti i regimi democratici e non, ma ha generato anche i suoi anticorpi: l’antiberlusconismo militante. Un terzo giorno l’epiteto di fascista è attribuito alle epurazioni del Movimento 5 Stelle e a Beppe Grillo, accusato di essere l’uomo solo che decide per tutti, quando il tal deputato è espulso dal gruppo parlamentare perché “ribelle” alla linea ufficiale. Fino a Matteo Salvini, il leader leghista dell’era post-bossiana, il quale, abbandonato il divino Po e la sacra ampolla, si fa crescere la barba e si reinventa una specie di marcia su Roma per allargare il consenso, ormai troppo stringato, del suo Nord.
La morale è che, almeno a parole, qui siamo tutti fascisti, destra e sinistra, alti e bassi, belli e brutti.
Saremo anche il Paese delle generalizzazioni, ma c’è davvero da chiedersi cosa stia capitando a noi italiani. Perché, all’improvviso, ci accusiamo l’un l’altro di fascismo? Perché dopo la fine del regime, dopo l’epopea della Resistenza, dopo sette decenni di democrazia quella parola torna sulle labbra di tutti noi, usata con sufficienza, con disinvoltura? Forse perché il 1945, la data che mette fine ai regimi fascista e nazista in Europa, non è una data che l’Italia abbia davvero digerito. Certo sul piano ufficiale, nei proclami, nelle affermazioni di principio, così come nella retorica di Stato, il fascismo è morto e sepolto, giace sotto strati e strati di antidoto costituzionale, democratico, parlamentare.
Eppure, nella vita di tutti i giorni, nel profondo degli italiani, la censura del modus vivendi mussoliniano non corrisponde affatto a una cesura, perché molti atteggiamenti del regime - che già provenivano dal passato - si sono conservati, pur con i naturali ammodernamenti, nel futuro: pensiamo ad esempio all’Italia bigotta e bacchettona che fa e non dice, al maschilismo diffuso in tutte le fasce sociali. Pensiamo alla distanza fra regole scritte e regole davvero applicate. Pensiamo all’usanza politica del dossier, all’insabbiamento dei misteri di Stato, alla corruzione come sistema di governo, all’utilizzo dell’informazione come macchina per controllare l’opinione pubblica prima ancora che per informarla, alle regole non scritte delle gerarchie comuniste del dopoguerra, dove il valore della “fedeltà coniugale” garantiva la scalata ai vertici del Pci (Partito Comunista Italiano) proprio come del Pnf (Partito Nazionale Fascista). Per arrivare, infine, all’uomo forte, al leaderismo craxiano, berlusconiano, renziano, incarnazioni del bisogno primario di un capo.
Sono solo coincidenze? No, siamo nati davvero con la camicia nera. C’è un filo conduttore che unisce il fascismo “a noi”, proprio come era il saluto ai tempi del Duce. A noi del fascismo è giunto più di quello che vogliamo ammettere. Un’eredità che arriva dritta nell’epoca di Silvio Berlusconi e Matteo Renzi. Un’eredità che non si manifesta nell’esibizione di simboli e bandiere, ma nei piccoli gesti, nei modi di pensare, nelle abitudini malate del nostro Paese che non mutano con i governi. Abitudini che ritroviamo nel fascismo di Benito Mussolini, nei risvolti del regime e del carattere del Duce che facevano del fascismo e del suo capo, prima ancora che una dittatura e un dittatore, un modello d’Italia e di italiano, simili nei difetti al popolo. Difetti che non sono scomparsi, sono solo mutati di sembianza. E che ritroviamo ancora oggi. Se sappiamo dove andare a cercarli.


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