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17/05/17

"Mio nipote gay vuole un figlio? A 80 anni capirò anche questo".

"Mio nipote gay vuole un figlio? A 80 anni capirò anche questo".


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 Nel 1974 l'omosessualità viene cancellata dai disturbi psichiatrici negli Stati Uniti. Il 17 maggio del 1990 l'OMS stralcia definitivamente l'omosessualità dall'elenco delle malattie riconosciute. Nel 2007 viene istituita le Giornata mondiale contro l'omofobia dal Parlamento europeo

29/01/17

Un libro per combattere l’omofobia e la violenza sulle donne

"Canzoni contro l'omofobia e la violenza sulle donne" di Cristian A. Porcino Ferrara


 è un saggio ben strutturato e, come sempre, scritto bene. Inoltre c'è l'elemento della novità: nessuno ha trattato due temi così delicati e importanti attraverso l'analisi dei testi di celebri canzoni.
Porcino Ferrara, filosofo e scrittore indipendente, ha creduto fortemente nell'uscita del libro nonostante i diversi apprezzamenti ricevuti da editori non disposti, però, ad investire economicamente su di un libro che si occupa dei cosiddetti “perduti della storia” (definizione racchiusa nella prefazione di D. Tuscano). Una scelta vittoriosa, quella del nostro autore, se pensiamo che il libro ha ottenuto anche il plauso della senatrice Monica Cirinnà. L'autore ricostruisce le vicende storiche che si celano dietro la tardiva emancipazione dell'universo femminile a causa di una società maschilista e aggressiva, spalleggiata, quasi sempre, dai rappresentanti religiosi (anch'essi, ahimè, maschi!). Inoltre si affronta con competenza la radice dell'intolleranza omofobica e le relative aggressioni a chi ha un orientamento sentimentale diverso dal proprio. A conclusione del libro si trova un progetto educativo per sensibilizzare gli studenti delle scuole sulle diverse forme di affettività. Cristian insiste nel sostenere che la violenza e l’intolleranza sono manifestazioni proprie dell'ignoranza, e di conseguenza vanno combattute con la conoscenza. Un testo che, a parer mio, deve essere letto proprio per contrastare comportamenti e situazioni ancora così frequenti nella nostra società. È notizia di questi giorni di una nuova aggressione omofoba a Milano, e della legge votata in Russia che depenalizza la violenza domestica su donne e bambini. In tal senso il viaggio dentro la storia operato da Porcino Ferrara si fa ancor più illuminante per noi lettori. Dunque auspicando una rapida diffusione del volume vi esorto alla lettura di un libro così tanto sentito e ispirato.



(Federica Giuliani)



Il libro può essere ordinato presso le librerie Mondadori e Giunti oppure acquistato su Amazon al seguente link:

04/06/16

L'UnioneSarda.it » Cronaca » "Se l'omofobia persiste consultare un medico", continua a far discutere lo spot del Sardinia Pride

ATTENZIONE! Gira voce che per le strade si aggirino persone molto stravaganti... Pare si chiamino GAY... Le autorità invitano a non incrociare il loro sguardo per evitare gravi ripercussioni. ‪#‎sardegnapride‬ ‪#‎diventagayanchetu‬

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Il video è basato su una fantastica vignetta di Extra Fabulous Comics

Da quando è stato pubblicato - il 27 maggio scorso - lo spot ha superato abbondantemente le 400 mila visualizzazioni.
Ed ha raccolto molti consensi, qualche critica e una denuncia: quella delle Sentinelle in piedi.
Lo spot del Sardinia Pride, manifestazione in programma a Cagliari il prossimo 25 giugno, non smette di far discutere.
Il video realizzato da Naked Panda, una web factory composta da creativi e filmaker cagliaritani, e ispirato a una vignetta di Extra fabulous comics, mostra una donna a passeggio per Cagliari con suo figlio. Quando i due vedono avvicinarsi un gruppo di persone stravaganti la madre dice al suo bambino: "Non guardarli perché se lo fai puoi diventare come loro". Il bimbo non solo ignora le sue indicazioni ma dopo qualche secondo si trasforma in "uno di loro" e li raggiunge.
Nella parte finale una voce fuori campo pronuncia queste parole: "Attenzione, la partecipazione al Pride ha l’effetto collaterale di rendervi persone migliori. Non si sono riscontrati casi di effettiva trasformazione in gay. Se l’omofobia persiste consultare un medico".

Il backstage del video
Lo spot volutamente sarcastico ha irritato le "Sentinelle in piedi" che hanno sporto denuncia alla polizia segnalando la "strumentalizzazione di un bimbo per la propaganda gay"

  ecco alcuni commenti direttamwente presi dalla  pagina fb  del video

Luca Della Latta

Ok ok.. Si potrà discutere sulla presenza di un bambino in un video dalle tematiche così (ahimè) controverse.. Al di là che viene strumentalizzato tanto quanto in qualsiasi altra pubblicità (Mulino Bianco compreso..).. È davvero Fa Vo Lo So ❤️❤️❤️
Mi piace · 43 · Rispondi · Segnala · 28 maggio
Naked Panda
Naked Panda
Ambra Bondanini Mazza 🐼🐼🐼❤️

Mariagrazia Bisio

Ok fa ridere ed è contro l'idea che si possa istigare all'omosessualità, ma una lingua ammiccante ad un bambino non lo rispetta ed istiga alla pedofilia: non va bene per gli etero, non va bene per i preti e non va bene nemmeno per gli omosessuali.
Sì ai diritti, alle famiglie arcobaleno, sì alla battaglia per le disparità di genere, ma sopratutto sì al rispetto.
· 74 · Rispondi · Segnala · 28 maggio
Naked Panda
Naked Panda
Ricky Scagnoli ma certo! é un ragionamento così lineare!

 

19/07/15

Marco, 20 anni, sieropositivo: «Non sottovalutate l'Aids» Gli è bastato avere rapporti non protetti una o due volte per contrarre il virus dell'Hiv. E da allora è cambiata la sua idea della vita, dell'amore e della salute





L’Aids esiste ancora: l’Hiv si continua a trasmettere, anche se se ne parla meno di un tempo. Anzi, forse proprio per questo. Può succedere a tutti di contrarre il virus, anche a chi conduce una vita ordinaria. Oltre la  storia  intervista   da  me fatta nel  lontano 2009 ( quando ancora il bolg   si chiama  cdv.splinder e poi   salvata qui  )   all'autrice    di wwww.sieropositiva.splinder.it 
   Nicoletta mi pare  si chiamasse   ( dopo a chiusura  della piattaforma   splinder  ne ho perso le tracce  , ecco perchè  alcuni  url\  collegamenti  da me riportati    compreso il suo blog   non sono più raggiungibili.n
E’ capitato a Marco, che ha vent’anni e ha scoperto di essere sieropositivo a marzo, quando si è sottoposto a una serie di esami per scoprire l’origine di una irritazione cutanea persistente. «Siccome dovevano farmi un prelievo, ho chiesto anche l’esame per l’Hiv – spiega -. Purtroppo tre test su tre sono risultati positivi».


  ecco la sua  storia  intervista  raccontata   da  http://www.vanityfair.it/news/italia/15/07/15/


Marco è gay, ha un lavoro fisso, che lo soddisfa, come commesso, ha avuto qualche storia occasionale, ma è alla ricerca dell’amore, più che delle avventure. «Nei rapporti mi sono quasi sempre protetto. Sarà capitato una volta o due che non lo facessi, ed è bastata quella disattenzione – dice –. E’ vero che prima di sapere del virus conoscevo solo le nozioni di base su Hiv e Aids: ero piuttosto ignorante anche perché è un argomento su cui ci si sofferma poco»..
Fra gli anni Novanta e l’inizio del Duemila si sentiva parlare molto del virus, poi è come se l’allarme fosse cessato, e per i più giovani, quelli che in quegli anni nascevano, l’Aids sembra quasi una realtà del passato.
«Invece è toccato a me – dice Marco -. Ed è stata una scoperta atroce. Non temevo tanto la morte, quanto l’idea della solitudine. Ci sono state tante notti insonni, crisi di panico, giornate passate a piangere. Mi sono cancellato dai social network, cercavo di isolarmi». Poi, però, Marco ha trovato il coraggio di affrontare la realtà e si è rivolto ai medici. «Ho cominciato a fare visite e controlli, a raccogliere informazioni. E ho avuto anche delle belle notizie. Ho saputo che la mia carica virale era bassa, e che non avrei per il momento avuto bisogno di farmaci. Devo ripetere i controlli ogni sette mesi, ma per ora posso evitare i medicinali, e i danni al mio corpo sono stati limitatissimi».
Anche se fatica a pronunciare quella sigla, Hiv, adesso Marco sa che ci potrà convivere. «Però rimane un peso costante, anche quando sono felice, un’ombra scura. E farei qualsiasi cosa pur di potermene liberare».
Marco ha trovato degli ottimi interlocutori nei medici e negli infermieri, che lo stanno seguendo e tranquillizzando, ma anche nelle sue amiche. «Sono fantastiche. Mi accompagnavano loro in ospedale, perché io non riuscivo a guidare, tanta era l’ansia. E intanto hanno deciso anche loro di sottoporsi agli esami e di informarsi meglio sull’Hiv e sull’Aids. Ora anche loro sanno tutto. Alle persone a cui voglio bene ho detto della mia sieropositività, non ho paura di farlo e so che mi capiscono, ma non ho voglia di parlarne a tutti».
Le amiche di Marco sanno bene che il virus non si trasmette abbracciandosi o bevendo allo stesso bicchiere: «Faccio con loro tutto quello che facevo prima, nulla è cambiato. Mi riempiono di affetto». Anche la mamma ha capito e gli sta vicino.
Ma Marco sta anche pagando il prezzo dell’ignoranza che ancora rimane a proposito dell’Hiv. «Mio fratello maggiore, ad esempio, da quando ha saputo separa gli asciugamani, le posate, persino l’asciugacapelli e la piastra, non vuole stare in piscina con me».
Anche lui, d’altra parte, prima di sapere di avere contratto il virus, aveva tagliato i ponti con un ragazzo che stava cercando di conoscerlo meglio, non appena era stato messo al corrente della sua sieropositività. «Avevo cancellato il suo numero, non volevo più saperne, avevo paura. A marzo, però, l’ho ricontattato per scusarmi di quello che avevo fatto. Quando ci siamo incontrati ho pianto a lungo, ho finalmente capito la portata del dolore che gli avevo inflitto. La verità è che se tutti fossimo più informati saremmo più tranquilli e sapremmo proteggerci meglio».
Marco oggi può fare tutto quello che faceva un anno fa. Ma qualcosa è cambiato profondamente: «Adesso sono più attento alla salute, mia e degli altri. Quando conosco un ragazzo mi prendo più tempo, non andrei mai a letto subito. Voglio capire se c’è chimica, se c’è intesa. E se si instaura un buon rapporto, voglio potergli parlare della mia sieropositività».
Lui ha imparato molto, e vorrebbe trasmettere il suo messaggio: «Non pensate all’Hiv come a qualcosa di lontano:state attenti a voi stessi e agli altri, non vivete i rapporti sessuali con superficialità, perché il rischio  esiste davvero».
E, per il suo futuro, sogna «una convivenza con una persona speciale e un cane. E sogno che un giorno mi telefonino per dirmi che è stata trovata una cura».

27/01/15

Ma chi lo ha eletto uno come Giovanardi: “Nessun olocausto dei gay. Dai nazisti solo persecuzione”


Lo striscione di Militia esposto fuori dal parco Rabin a Roma (ansa)
Come se  non bastassero i soliti  imbecilli  di Militia  e  simili ( vedere   nella  note  cosa  è successo a Roma foto a destra  )   ci  manca  anche  'stro cretino ,è a dir poco ,di Giovanardi   con le suie insulse  dichiarazioni  .Ora lo  so che parlare di questo imbecille è come sparare sula croce rossa ma  non riesco a rimanere impassibile a tali fesserie ed ignoranze . Infatti << leeggo  sul sito  di Gaywawe.it    più precisamente qui  <<   (... ) la posizione dei Radicali, che senza mezzi termini invitano Giovanardi a tacere una buona volta: “Noi di fronte a questa ennesima esternazione non possiamo che dire a Giovanardi: facevi meglio a stare zitto, almeno su questo >>




 Infatti

Dopo le dichiarazioni in cui venivano equiparati un bacio fra due donne al reato di atti contrari alla pubblica decenza,l'ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio è tornato sul tema dell'omosessualità, con una ricostruzione storica 'personale'.
“L’Olocausto dei gay non c’è mai stato. C’è stata invece, questo sì, una persecuzione dei gay. Ma per essere chiari di Olocausto ce n’è stato uno solo, ed è stato quello del popolo ebraico, anche dal punto di vista legislativo, normativo; tutti elementi che hanno costituito l’unicità di questo terribile dramma storico”. Dopo le dichiarazioni in cui venivano equiparati un bacio fra due donne al reato di atti contrari alla pubblica decenza, il deputato del Pdl Carlo Giovanardi è tornato con una lezione di storia sugli omosessuali durante una intervista al programma Klaus Condicio condotto da Klaus Davi.                                                                                        [....]




Lo so   che rispondere   con  dei link   a   chi come Giovanardi e suoi simili (   rappresentati da questa  poesiola  sotto riportata  )

Quelli che...olocausto uguale foibe oh yes....
quelli che....mai stato l'olocausto..oh yes...
quelli che....per non scordare di ricordare ciò che non si deve dimenticare...oh yes...
quelli che....ma sarà vero? oh yes....
quelli che....metto il nastro nero..oh yes...
quelli che....rosa rossa su sfondo grigio..oh yes....
quelli che....il filo spinato...oh yes....
quelli che....quando c'era lui...oh yes....
quelli che....contrapposizione...oh yes...
quelli che....rosso o nero sempre morte è...oh yes...
quelli che....auschwitz non è una canzone..oh yes...
quelli che....revisionismo storico..oh yes...
quelli che....vuoi sapere la verità?...oh yes...
quelli che....islam uguale ISIS...oh yes...
quelli che....Salvini ha ragione...oh yes...
quelli che.....lo ha detto il TG1..oh yes...
quelli che.....c'era scritto su facebook...oh yes...



  che  affermano simile idiozie accertate dalla storia  sarebbe come dare le perle ai porci : Ma  me  ne frego e ricordo ed insisto fornendogli materiale  su tale  argomento  ( vedere  sotto  di più per ricordare il 27 gennaio nella sua diversità e a 360 ° non solo di un determinato gruppo etnico religioso  


 da  http://www.olokaustos.org/argomenti/homosex/index.htm   suddiviso  in   


  in particolare  io    riporto qui il 4  



Le porte dei campi di concentramento si aprirono per gli omosessuali molto presto: nel 1933 abbiamo i primi internamenti a Fuhlsbuttel, nel 1934 a Dachau e Sachsenhausen. Molte centinaia furono internati in occasione delle Olimpiadi di Berlino del 1936 per "ripulire le strade".
Tuttavia le cifre - se confrontate con l'enormità dello sterminio degli ebrei europei - mostrano un atteggiamento apparentemente contraddittorio da parte delle autorità naziste. Vi è concordanza sulle cifre degli omosessuali morti nei campi di concentramento tra il 1933 ed il 1945: circa 7.000. Si trattava per la quasi totalità di omosessuali di nazionalità tedesca, poiché, a differenza degli Ebrei e degli Zingari, i nazisti non perseguitarono o cercarono di perseguitare gli omosessuali non tedeschi.
Campo di Sachsenausen: internati omosessuali (1938)

Sempre tra il 1933 ed il 1945 le persone processate per la violazione del Paragrafo 175 furono circa 60.000, di questi circa 10.000 vennero internati nei campi di concentramento. Gli altri furono condannati a pene detentive. 
Come si spiega questo apparente trattamento "mite"? 
I nazisti distinguevano tra "cause ambientali" che avevano condotto alla omosessualità e "omosessualità abituale". 
Nel primo caso il carcere duro, i lavori forzati, le cure psichiatriche e la castrazione volontaria erano ritenuti provvedimenti utili al reinserimento nella società. Nel secondo caso invece l'omosessualità veniva considerata incurabile. 
Il tasso di mortalità degli omosessuali nei campi fu del 60% contro il 41% dei prigionieri politici ed il 35% dei Testimoni di Geova. Un altro dato significativo è dato dal fatto che due terzi degli omosessuali internati morirono durante il primo anno di permanenza nei campi. 
Campo di Sachsenausen: internati omosessuali (1938)
Una transessuale tedesca che lavorava all'Eldorado. Ricadendo nella categoria degli "omosessuali abituali" e quindi incurabili, le transessuali furono le vittime più faciliQuesti dati portano a due conclusioni ancorché provvisorie. 
La prima: tra gli omosessuali internati un considerevole numero doveva essere rappresentato dalla fascia di "omosessualità abituale" più evidente e cioËdalle transessuali. La seconda: l'omosessualità "abituale" veniva considerata una malattia degenerativa della "razza ariana" e, per questo motivo, sugli omosessuali vennero condotti con particolare intensità esperimenti pseudoscientifici quasi sempre - come vedremo - mortali. In più, come emerge dalle testimonianze, l'accanimento delle SS contro gli omosessuali era particolarmente violento. 
Una transessuale tedesca che lavorava all'Eldorado. Ricadendo nella categoria
 degli "omosessuali abituali" e quindi incurabili, le transessuali furono le vittime più facili
A questo si aggiunga che i detenuti omosessuali - a differenza delle altre categorie --- secondo le numerose testimonianze assumevano un atteggiamento di rinuncia alla sopravvivenza con un tasso di suicidi (gettandosi sul filo spinato elettrificato dei campi o rifiutando il cibo) estremamente elevato.                              Più di altri prigionieri gli omosessuali subivano un crollo psicologico profondissimo. In un primo tempo gli internati in base al Paragrafo 175 erano costretti ad indossare un bracciale giallo con una "A" al centro. La "A" stava per la parola tedesca "Arschficker", sodomita. Altre varianti furono dei punti neri o il numero "175" in relazione all'articolo di legge. Soltanto successivamente, seguendo la rigida casistica iconografica nazista venne adottato un triangolo rosa cucito all'altezza del petto.
La vita nei campi di concentramento per i "triangoli rosa" fu terribile e seconda soltanto ai prigionieri ebrei. 
La storia di Heinz Heger in questo senso è illuminante. Heinz Heger era uno studente ventiduenne dell'Università di Vienna senza alcun impegno politico, non era membro dell'associazione studentesca nazista né di qualsiasi altra organizzazione. 
Cresciuto in una famiglia cattolica osservante ciononostante trovò in sua madre comprensione e accettazione per la sua omosessualità. Heinz non fece mistero con nessuno della propria omosessualità e gli effetti non tardarono a manifestarsi. Il padre venne licenziato e intorno alla famiglia si fece il vuoto a causa dell'arresto di Heinz per violazione dell'Articolo 175. A seguito dell'arresto il padre si suicidò lasciando un biglietto per la moglie con queste parole: "E' troppo per me. Perdonami. Dio protegga nostro figlio".
Arrestato nel 1939 Heinz venne processato e condannato a 6 mesi di prigione. Il partner di Heinz non venne giudicato per "disordini mentali". Trascorsi i 6 mesi ad Heinz venne notificato che su richiesta del Dipartimento Centrale di Sicurezza non sarebbe stato scarcerato ma trasferito al campo di concentramento di Sachsenhausen. Qui dopo essere stato malmenato come benvenuto e lasciato ore in piedi nel campo in pieno inverno venne sistemato nel blocco degli omosessuali che all'epoca ospitava 180 persone. In omaggio all'idea nazista che attraverso il lavoro duro si otteneva la "purificazione" i prigionieri erano adibiti a lavori pesanti senza senso come spazzare la neve a mani nude trasportandola su un lato della strada per poi essere costretti a portarla tutta sul lato opposto. 
A maggio del 1940 venne trasferito al campo di concentramento di Flossenburg dove rimase sino alla fine della guerra. 
 Con la liberazione dei campi da parte degli Alleati paradossalmente  ---- ma  questa  è un altra storia    sempre  di  brutture  che va   pero  al di la   dell'olocausto nazista iniziata  nel  lontano 187  e  finita  nel 1994   dopo  l'unificazione della Germania e l'abolizione del famigerata legge "Paragrafo 175"    --- [ corsivo  mio   ] i triangoli rosa non riacquistarono la libertà. Americani ed Inglesi non considerarono gli omosessuali alla stessa stregua degli altri internati ma criminali comuni. In più non considerarono gli anni passati in campo di concentramento equivalenti agli anni di carcere. Ci fu così chi, condannato a otto anni di prigione, aveva trascorso cinque anni di carcere e tre di campo e per questo venne trasferito in prigione per scontare altri tre anni di carcere.


 E  se   tali persone   prima d'aprire  quel cesso di bocca  oltre a  collegare il cervello  quando parlano    volessero saperne di più  ecco  un altro sito  su  tale argomento  ( cvioè l'olocaustoi nhellgay  nie lager nazisti  )   la pagina di di http://it.wikipedia.org/ 









11/01/15

“Prof, mi dicono gay!”: così ho fatto coming out con i miei alunni

storia dedicata  a chi   vede  il coming  out  solo come un gesto  esibizionistico   per mettersi in mostra   , ignorando  o non sapendo che  molto spesso dietro  tale  gesto si nasconde  una liberazione da sensi di colpa e sofferenze  come la storia  che propongo oggi 




 «Non parlare con me. Se parli con me la gente penserà che sono frocio». Questa è stata una delle frasi che, quando ero adolescente, mi sono sentito dire più volte in classe, nei corridoi, nei bagni della mia scuola. A volte ciò succedeva di fronte gli insegnanti stessi, che si limitavano a invitare al silenzio. A volte imbarazzati, incapaci di reagire e di dire l’unica cosa possibile. Ciò mi umiliava due volte, come essere umano e come studente. E la mia vita è andava avanti così per diversi anni, fino a quando le cose si sono normalizzate. Ho fatto coming out e quel corredo di insulti e di parole acuminate si è dissolto nel nulla. La gente ha paura delle cose che addita come sbagliate e quando queste si palesano con un volto, un nome e il coraggio di dire «sì, è così. E allora?» certe persone scappano via. Come sempre succede ai codardi. Ma questa è, appunto, una storia vecchia. Almeno per quello che mi riguarda.
Qualche anno fa insegnavo in una scuola di un quartiere popolare di Roma, fuori raccordo. Una scuola ritenuta difficile. Moltissimi migranti, bambini/e i cui genitori si alzano alle quattro e tornano a casa col buio. Persone umili e oneste, ma a causa delle condizioni di lavoro a cui sono sottoposti, spesso assenti. Quei bambini e quelle bambine, in non pochi casi, sono lasciati a loro stessi e lo vedi dai loro volti, dal loro sguardo, quanta rabbia può fare vivere in un mondo che ti descrive come corpo estraneo, ostile, e ti tratta come un reietto. In quella scuola qualcuno ebbe la brillante idea di fare un profilo falso su Facebook con il mio nome, intervallato da un bell’insulto a sfondo omofobico. “Dario er frocio Accolla” mi chiese l’amicizia. Sprofondai in un malessere che pensavo di aver archiviato più di venti anni prima, ma evidentemente certe ferite erano ancora lì, per quanto piccole o lontane. Il sostegno di colleghi e colleghe e delle mie classi stesse mi diede il coraggio necessario. voleva picchiarmi, a sentir lui. Perché ero frocio. Mi vide da lontano e mi raggiunse. Una mia allieva, nigeriana e bellissima, si frappose tra noi. «Embè? Qualche problema?» e il tipo scappò via. Come sempre succede ai codardi, appunto.
Una volta un bulletto di un metro e novanta, quasi sedicenne, venne perché
L’altro pomeriggio, durante l’ultima ora di lezione, un mio alunno mi ha detto che i suoi compagni di classe lo insultano dandogli del “gay”. Capirete da soli le ragioni per cui ho fatto coming out…
«Non c’è niente di male, ad essere gay» gli ho detto.
«Ok, ma a me dà fastidio!»
«E allora impareremo due cose» ho detto alla mia classe «la prima è che non si dice “gay” per insultare nessuno e la seconda è che se dite questo potreste offendere anche altre persone. Magari avete un prof omosessuale e non lo sapete. Oppure lo sapete, e fate finta di nulla…».
E quando i loro occhi si sono cercati, forse vedendosi scoperti, ho sorriso e sono andato avanti con le mie parole.


«Ho già detto che usare la parola “ebreo” come offesa non fa male solo a chi la subisce, ma a tutte le persone che sono ebree. Ebbene usare “gay” come parolaccia, non dà fastidio solo al vostro compagno, ma rischia di offendere anche me».
Ne è seguita una discussione sul rispetto reciproco, sulla pacifica convivenza e per premiarli ho mandato tutti e tutte a giocare in giardino qualche minuto prima.
Quanto accaduto quel pomeriggio, nella mia aula, è una tappa di un percorso lungo, che si sovrappone a una vita intera. Credo sia un atto di onestà intellettuale dare un nome alla propria identità, soprattutto di fronte a casi di discriminazione, in un contesto così delicato come quello scolastico. Fare coming out ci rende forti, aiuta ad incontrarsi, a capire che il mostro descritto da chi ne ha paura e scappa via quando lo vede, è solo un essere umano. Forse è per questo che i soliti noti non vogliono che se ne parli a scuola: per non essere scoperti di fronte alla loro vigliaccheria.
Ai miei tempi mi avrebbe fatto piacere che un prof avesse detto ai miei compagni quel «non c’è nulla di male nell’essere gay, non ha senso usare quella parola come insulto». Quel pomeriggio, un po’ grigio e un po’ gelido, ho sanato quella ferita fatta al bambino che ero trent’anni fa. E, lo credo davvero, non solo a lui.


e consigliando   tale  libro 

Nel 2010, dopo alcuni suicidi di ragazzi omosessuali vittime delle prese in giro dei loro coetanei, lo scrittore e attivista Dan Savage e suo marito Terry Miller hanno caricato su YouTube un messaggio diretto agli adolescenti che subivano bullismo e discriminazioni a scuola o in famiglia: "Quando avevamo la vostra età" raccontano "è stata dura anche per noi essere gay in mezzo a persone che non ci capivano, ma se oggi potessimo parlare ai quindicenni che eravamo gli diremmo di resistere, perché presto andrà tutto meglio, troveranno degli amici fantastici, troveranno l'amore e un giorno avranno una vita molto più felice di quanto immaginano". È stata la prima di migliaia di testimonianze che hanno dato vita a un sito e a una fenomenale campagna sul web, chiamata It Gets Better. Nel 2013 il progetto è sbarcato anche in Italia, con il nome "Le Cose Cambiano". Dall'esperienza e dal successo dell'iniziativa ha preso forma questo libro, che raccoglie i racconti e le testimonianze più belli provenienti dal progetto italiano e da quello americano. Un archivio di buoni consigli, episodi tristi e divertenti e storie a lieto fine, che unisce le parole di personaggi famosi e persone comuni, scrittori, musicisti, attori, comici, studenti, insegnanti, avvocati, attivisti, omosessuali ed eterosessuali, transessuali e queer. Per ricordare a tutti i ragazzi LGBT che stanno affrontando un momento difficile o fanno fatica a immaginare come sarà il loro futuro, che non sono soli, e che le cose presto cambieranno... 

che   è diventato anche  un sito  http://www.lecosecambiano.org Ma soprattutto  ( vedere  foto  sotto  )  


condividendo il post  , ho  già raccontato al storia   qui  sul blog  , di Viviana Bruno ( https://www.facebook.com/viviana.meladailabrianza


01/09/14

UNA PACE A CARO PREZZO "Un'altra vita", nuovo libro di Cristian Porcino



Scoprirsi omosessuali essendo ebrei ortodossi in una metropoli come New York. Uno scontro che può rivelarsi devastante per un giovane educato nell'osservanza dei più rigidi dettami religiosi in una città multietnica, multireligiosa e allo stesso tempo totalmente laica. Dopo "I cantautori e la filosofia da Battiato a Zero" (Fabio Croce editore) e "Chiedi di lui" (ed. Lulu), viaggio nell'universo musicale di Renato Zero scritto a quattro mani con Daniela Tuscano, Cristian Porcino, filosofo e critico letterario, si cimenta col romanzo. Shlomo, protagonista di "Un'altra vita" (sempre per Lulu ma disponibile anche su
Amazon), potrebbe rischiare la follia o, per reazione, trasformarsi in un violento fondamentalista. Il suo spirito, però, ha conservato un nucleo di spontaneità che lo previene da questi pericoli. E il suo carattere dolce non lo rende remissivo, ma curioso di esplorare se stesso e il mondo che lo circonda. Mentre incontriamo l'autore del romanzo, ci domandiamo se un domani leggeremo anche la vicenda di uno Shlomo palestinese e musulmano...
- "Un'altra vita" è ambientato nella comunità ebraica newyorchese. Perché non in Israele? «La scelta di ambientarlo nella comunità ortodossa e tradizionalista di New York nasce da una conoscenza diretta che ho sperimentato negli anni durante la mia permanenza nella Grande Mela. Ho sempre nutrito un gran rispetto e interesse verso l’ebraismo e il mio desiderio di conoscenza mi ha fatto spesso accostare alle loro festività. Naturalmente la comunità ebraica di NYC, pur trovandosi ad una distanza molto ravvicinata da Manhattan, affascina e disorienta. Solamente a pochi chilometri dalla comunità in cui risiede il protagonista del romanzo, la realtà è ben diversa da quella che gli ebrei ortodossi si sforzano di tenere lontana, pur frequentandola per affari. Mi chiedi se poteva esserci uno Shlomo israeliano; be’ credo di sì, però se consideriamo il percorso esistenziale del mio protagonista dubito fortemente che si sarebbe adattato a quel contesto. Sono sicuro che prima o poi sarebbe finito anche lui lontano dalla sua comunità di appartenenza. Ma non avendo mai visitato Israele non potevo ambientarlo in una situazione geopolitica che non conosco personalmente.» - Perché hai voluto proprio un ebreo educato religiosamente come protagonista del tuo romanzo? «Non è stata certamente una casualità. Osservando alcuni ebrei ortodossi mi chiedevo come si sarebbe trovata in mezzo a loro una persona non propriamente corrispondente ai loro canoni. Principalmente le loro famiglie sono caratterizzate da una prole numerosa e sembra quasi che il principale obiettivo di un maschio adulto consista nello sposarsi e generare altri piccoli da allevare nella tradizione e nel proprio credo. L’educazione ultraconservatrice di Shlomo era necessaria per delineare, nel romanzo, la frustrazione e il senso d’inferiorità che qualsiasi precetto religioso può generare nei bambini con gravi ripercussioni nella loro vita da adulti. E poi se consideriamo i legami che l’ebraismo ha con il senso di espiazione della colpa mi interessava sviluppare questa prospettiva.» - I personaggi sono ovviamente frutto della tua fantasia, ma qualcuno o qualcosa ti hanno comunque ispirato? «Shlomo si è semplicemente presentato a me, e mi ha chiesto di raccontare la sua storia. Ovviamente lui non esiste nella realtà ma questo personaggio non mi ha abbandonato un solo attimo e con insistenza mi ha ripetutamente invitato a forgiarlo, a dargli vita. Non credo di essermi ispirato a qualcuno. Volevo solo dare la parola ad un personaggio che a causa di assurdi preconcetti di stampo religioso doveva, in qualche modo, abdicare alla sua felicità, inclusa quella sessuale, per compiacere vecchi precetti scritti in un testo redatto in epoche lontane dal suo tempo. Un lettore, recentemente, mi ha detto di aver intravisto in Shlomo un po’ dell’anarchia e ribellione del giovane Holden ideato da Salinger. Naturalmente il paragone mi ha lusingato molto ma i due personaggi agiscono in tempi diversi e le loro storie hanno un background culturale differente, e poi “Il giovane Holden” è un capolavoro della letteratura mondiale e io non posso competere con un classico. Comunque, come ho scritto nei ringraziamenti, devo molto alla città di New York perché ogni qual volta la visito mi regala sempre emozioni fantastiche e stimola la mia creatività.» - In un periodo di tensioni e conflitti come l'attuale, quale messaggio di pace può lanciare un personaggio come Shlomo (che la pace la contiene nel nome ma, se pensiamo al re biblico, anche la passionalità)? «La prima edizione del romanzo è uscita nel 2012 quando l’inasprimento della guerra fra palestinesi e israeliani non appariva sulle prime pagine dei giornali. Shlomo reca in sé un messaggio di pace. Lui ricorda al lettore che se credi davvero nei principi di una religione non puoi accettare divieti e imposizioni che si scontrano con gli impulsi insiti nell’essere umano. Credere è possibile purché questo non diventi una discriminante nei confronti di chi non crede o è semplicemente interessato a vivere questa esistenza senza intermediari terreni o divini. Se un Dio esiste non vuole odio, guerre, disparità o battaglie in suo nome ma solo Amore.» - Se dovessi trasporre cinematograficamente il tuo romanzo quale attore sceglieresti e perché? «Anche in questo caso un docente universitario, dopo aver letto il libro, mi ha detto di aver riscontrato notevoli suggestioni cinematografiche. Chiaramente è il sogno di ogni scrittore quello di vedere rappresentata sul grande schermo la propria opera. La gioia di veder vivere i propri personaggi, attraverso le sensazioni e gli occhi del regista, deve essere un’esperienza indimenticabile. Come attore mi piacerebbe James McAvoy. È un talento straordinario, in grado di entrare nei panni dei personaggi con grande disinvoltura. Oppure Gregory Smith, attore conosciuto per la sua partecipazione in serie televisive di successo. Ma ciò che conta di più è il regista. Woody Allen sarebbe perfetto per dirigerlo. In qualche modo lui conosce perfettamente l’ebraismo e l’ateismo. E poi sarebbe una buona occasione per vedere il genio di Allen alle prese con il tema dell’omosessualità quasi mai trattato nei suoi film. Mentre come attore italiano mi piace molto Elio Germano, un giovane molto preparato. Altri registi direi Ozpetek, Moretti, Faenza. Ma so che non accadrà mai, in Italia si seguita a fare film basandosi esclusivamente su storie che sono pubblicate dai soliti nomi e dai consueti colossi dell’editoria.» - Lo ritieni un testo adatto a degli studenti? Può essere un valido contributo contro l'omofobia? «Certamente. Il romanzo si rivolge ad ogni tipologia di lettore e soprattutto agli studenti. È proprio a scuola che si deve imparare il rispetto per ogni forma di diversità e combattere le varie stereotipie legate all’identità di genere. Proprio nel 2013 è uscito un mio saggio intitolato “6 canzoni contro l’omofobia e la violenza sulle donne” che conteneva al suo interno un progetto formativo da attuare negli istituti scolastici, per contrastare l’omofobia e il femminicidio. Il linguaggio da me utilizzato in “Un’altra vita” è divulgativo e riesce ad arrivare a tutti. Questo fattore, in un paese come il nostro, è un vero problema. Tutto ciò che è immediato è visto con sospetto. Ne sa qualcosa lo scrittore Luciano De Crescenzo che è stato il primo a parlare di filosofia in termini popolari attirandosi le antipatie dei colleghi e dei filosofi. Arrivare a tutti è un pregio e non un difetto. Mi auguro che attraverso l’esperienza di Shlomo i giovani possano riacquistare più fiducia in se stessi e magari tagliare i ponti con antiche e retrive usanze in grado solamente di ostacolare la loro felicità.» Franco Vivaldi

07/06/14

scuola sempre più allo sfascio aumento del bullismo e dell'omofobia e del razzismo anche da parte degli insegnanti verso i ragazzi


Leggendo le due news che trovate sotto mi vengo in mente le note di questa canzone ( Nkantu d'aziz - L'UOMO PESCE ) ascoltata poco fa sulla mia bacheca di facebook oltre che il discorso con alcuni insegnanti di scuole superiori contraria o quanto meno scettica che tali argomenti ,( quelli della prima news ) siano inadatti e tabù per i 14 anni . Cosa aspettiamo , visto le continue prese in giro ed insulti omofobi e qualche minaccia da parte dei che ci scappi il morto , magari ucciso da uno stesso ragazzino etero ?






  dal settimanale  L'Espresso  06 giugno 2014
Vedi anche »
La mappa dell'omofobia 05 giugno 2014


DIRITTI
Anche a scuola è caccia ai gay
Nonostante l’allarme per i suicidi, nelle classi di tutta Italia aumenta l’intolleranza, tra pestaggi e bullismo. Nelle grandi città si concentrano le storie più tragiche, di emarginazione e violenza. Ma le istituzioni non intervengono

                                                          DI TOMMASO CERNO


Scritta omofoba all'ingresso del Liceo ''Scotti/Einstein'' di Ischia"Se sei frocio, non venire a scuola… vai a battere!”. Così, inciso col gessetto bianco sulla lavagna, mentre in classe se la ridevano dietro i libri alzati sui banchi. Succede in Italia, nel 2014, quello che l’Arcigay ha definito “annus horribilis” dell’omofobia, ma che sulle cronache e nel dibattito politico è stato un anno qualunque. Quella scritta contro un ragazzino è stata cancellata pochi minuti dopo da un professore. Ma il caso è rimasto confinato nei corridoi dell’istituto tecnico lombardo, senza trapelare. «Mi raccomando», ha detto il preside, «la cosa finisce qui». Non per Marco, però, 15 anni ad agosto, che ha raccolto libri e quaderni, si è rimesso lo zainetto in spalla e se ne è andato via. Ora se le trova scolpite nella mente, quelle parole, proprio come sono incise sul porfido davanti
sempre da   http://espresso.repubblica.it/
all’istituto Galileo Ferraris di Roma gli insulti a un altro gay: “Frocio”, hanno dipinto in strada pochi giorni fa, seguito dal cognome del ragazzo. E non basta certo una spugna per lavare un insulto, quando arriva dritto dai coetanei, dal suo stesso, piccolo mondo di amici che, all’improvviso, sono diventati i suoi aggressori. Quelli con cui fino a poche settimane fa giocava a pallone o alla play station, quelli che lo facevano ridere e all’improvviso si divertono a vederlo piangere: «Io amo la vita», racconta Marco a “l’Espresso”, «ma da quel giorno non faccio altro che ripensare a quelli che si sono uccisi, gettandosi nel vuoto». Un vuoto interiore, un vuoto che la scuola italiana fa fatica a colmare. Perché nelle nostre classi l’omofobia è una piaga che nessuno cura. La violenza più nascosta e insidiosa. Un allarme inascoltato che sale dai banchi, forte quanto i calcinacci che cadono dai tetti, le aule diroccate, gli impianti che non funzionano.


Un allarme ignorato dalle istituzioni, censurato dai genitori e spesso anche dagli insegnanti . E così, anno dopo anno, sono sempre di più i casi che emergono grazie a Facebook. Gay giovanissimi che, alla faccia del silenzio dei grandi, sfilano al Pride, a partire da quello di sabato 7 giugno a Roma, per far sentire la propria voce. Sono studenti delle superiori, vittime di insulti e violenze, in marcia fianco a fianco ai loro coetanei che, già a 14 o 15 anni, hanno fatto invece il “coming out”. Una nuova generazione di omosessuali e lesbiche che vive più apertamente. E, nel farlo, finisce per scoperchiare l’omofobia rimasta sotto il muro dell’omertà.

SENZA UNA RETE
Basta un dato: in Italia non esiste una statistica dei casi di discriminazione nelle scuole. Ognuno fa da sé. Da una parte c’è l’Unar, l’ufficio contro le discriminazioni di Palazzo Chigi, dall’altra l’Arcigay che ogni anno raccoglie un report sull’omofobia, fino al Gay Center di Roma che ha attivato un telefono amico. Così, mentre l’Istat, nell’ultimo report sui gay maltrattati, ha interpellato solo maggiorenni, lasciando nell’ombra ciò che avviene a scuola, proprio dalla capitale giunge un segnale allarmante: soltanto nell’ultimo anno sono più di duemila i minorenni che hanno chiesto aiuto alla Gay Help Line. Di questi quasi il 50 per cento aveva meno di 16 anni. Se si aggiunge la fascia d’età che va da 18 a 21 anni, si sale a quota 5 mila. Sono decine di ragazzi ogni mese. Insultati, picchiati, mobbizzati in quegli istituti che dovrebbero dare loro un’istruzione. C’è Andrea che s’è trovato i libri imbrattati di frasi oscene. C’è Fabrizio che si è stancato dei cori omofobi dei bulletti della scuola, che gli gridano “frocio” alla fermata dell’autobus. E ancora Giorgio, bersagliato dalle continue insinuazioni di un insegnante.
Poi c’è Giuseppe, 14 anni appena compiuti. A scuola l’hanno sempre preso di mira, «per via delle mie movenze», racconta. «Sono effeminato e per loro è più facile colpirmi». Solo che un giorno le parole sono diventate violenza fisica, nei corridoi di scuola. «Prima venivo solo emarginato, poi un giorno mi hanno seguito. Io gli ho gridato di lasciarmi in pace, ma loro volevano darmi una lezione, fare i bulli». Così l’hanno bloccato e picchiato, lasciandogli pure i lividi sul collo e sulla schiena. «Non ho avuto il coraggio di dirlo a nessuno, tanto meno ai miei genitori. Ho detto di essere caduto dalla bicicletta, ma non è così… Non è per questo che ero ferito. Sto pensando di scappare di casa e di lasciare la scuola», si sfoga.

DOPPIO TABÙ
Eppure nessuno parla mai di loro. Nessuno vuole sentire quella parola, omosessualità, dentro le mura di una scuola. È un doppio tabù: l’istituzione pubblica e l’età troppo bassa. Basti pensare che a Piacenza, solo poche settimane fa, il dirigente dell’ufficio scolastico provinciale ha inviato a tutti i dirigenti degli istituti superiori una circolare di tono medievale. Poche righe che vietano la distribuzione agli studenti delle classi quinte di un questionario conoscitivo sull’omosessualità. “Si ritiene opportuno non distribuirlo”, ha scritto il dirigente pubblico in una nota, costringendo i presidi a obbedire. Poche parole, in burocratese, per non sporcarsi le mani, per non esporsi alle critiche. E intanto Mauro, 16 anni, si era buttato dalla finestra della scuola a Roma. E poche settimane prima un altro ragazzo, 14 anni, si era tolto la vita lanciandosi nel vuoto dal balcone di casa. E un altro ancora a ottobre. La ragione? Sempre la stessa. Quei silenzi dei grandi che coprono gli insulti dei più piccoli. Quel mondo che non sembra dare loro una speranza, né fra i coetanei né fra i cosiddetti educatori.


Pasquale è un giovane volontario del Gay Center. E passa parecchie ore alla settimana a rispondere alla Help Line. È uno di quelli che ascoltano, cercano di dare un consiglio alle vittime dell’omofobia. Uno di quelli che compilano le statistiche e che, dopo due anni di lavoro quotidiano, si stupisce ancora quando si rende conto che al telefono c’è un ragazzo di 13 o 14 anni. «Sono quasi il 3 per cento delle chiamate», spiega. «Una percentuale altissima, se si pensa che a quell’età la paura è spesso più forte della voglia di reagire. Molti non hanno il coraggio di dire il proprio nome, altri fingono di chiamare per conto di un amico, oppure mentono sulla propria identità, sulla scuola che frequentano, anche sulla città in cui vivono». Già, perché le storie non riguardano solo i piccoli centri sperduti nella campagna italiana, o le periferie estreme delle metropoli. Proprio nelle grandi città, Roma e Milano in testa, dove l’attenzione dovrebbe essere più alta, si concentrano invece gli episodi e le storie più tragiche: «È vero che nelle città c’è meno omertà e, statisticamente, ci sono meno paure a denunciare», spiegano al Gay Center, «ma è vero che la casistica ci dice che il fenomeno è radicato e diffuso e che c’è un maggiore senso di protezione, di impunità». Sono centinaia di storie. Storie di emarginazione e violenza che il più delle volte passano sotto silenzio: «È difficile per questi ragazzi reagire, perché spesso i genitori non sanno della loro omosessualità e quindi si ritrovano ancora più soli. Sono costretti a subire le violenze, perché non hanno il coraggio di denunciarle, per paura che la famiglia diventi un ulteriore incubo quotidiano da affrontare», racconta il volontario del telefono amico.

PORTA A PORTA
E così, per far fronte a quella che sta diventando una vera e propria emergenza giovanile, mascherata dall’ipocrisia delle istituzioni, a Roma è stato il GayCenter a mettere in piedi una prima rete di azione. Una rete di scuole, costruita con il porta a porta, parlando con insegnanti e dirigenti, cercando attenzione, collaborazione. E incassando l’appoggio della Regione Lazio: «Abbiamo coinvolto circa trenta scuole e alcune migliaia di studenti di Roma e del Lazio in un progetto di sensibilizzazione», spiega il presidente del Gay Center, Fabrizio Marrazzo: «Abbiamo organizzato dei laboratori formativi, coordinati da insegnanti e da esperti, e oltre 500 studenti hanno realizzati 16 video per dire no a omofobia, bullismo e discriminazioni nelle scuole italiane. Eppure, sempre più spesso, anche nelle istituzioni c’è chi polemizza con questi progetti contro la violenza, incuranti del dato statistico che dimostra come la scuola sia uno dei luoghi in cui si percepisce di più il bullismo omofobico». E così alla Moscati, una scuola media, i ragazzi hanno raccontato “Stop Bulling”, invitando nel loro cortometraggio una coppia di ragazze lesbiche a fare coming out. All’Itis Armellini, invece, gli studenti hanno prodotto “The Talking Wall”, spronando tutti gli studenti romani a cancellare le scritte omofobe sui muri delle scuole e della città. E ancora al Socrate raccontano in “Come Morgan Freeman” una scuola ideale, dove i diritti dei gay diventano materia di studio come la matematica e il greco. Un successo, al punto che il governatore laziale Nicola Zingaretti ha annunciato proprio due giorni fa l’istituzione «del più grande piano nazionale contro l’omofobia nelle scuole», partendo proprio dall’iniziativa del Gay Center.

IL PROF MINACCIATO
Ma c’è anche un rovescio della medaglia: le discriminazioni dietro la cattedra. Già, nemmeno essere gay e insegnante, nell’Italia del 2014, è facile o a lieto fine come nei film americani alla “In&Out”. Lo sa bene un prof di una media nel Lazio, che chiede l’anonimato: «In classe non ho mai fatto cenno alla mia omosessualità, ma quando alcuni studenti hanno scoperto che ero gay, da Facebook, per me è cominciato l’inferno», racconta. Scritte sulla lavagna, insulti, cori in classe, fino a episodi di bullismo come quando si trovò chiuso a chiave in uno sgabuzzino, senza possibilità di uscire né di comunicare con l’esterno: «Da te non ci facciamo insegnare nulla, frocio!», gridavano in classe. In più, a dar man forte ai bulli anti-gay anche un gruppo di genitori, schierati in difesa dei figli anche di fronte a comportamenti violenti. E di casi del genere ce ne sono molti, anche se le cronache non ne parlano: «Denunciare pubblicamente questi casi rischia di compromettere la carriera del docente, soprattutto se è a contratto. Si rischia il posto, si rischia l’isolamento. E anche quando gli altri docenti sanno che sei tu la vittima, ti consigliano un basso profilo, ti suggeriscono di tacere, di non alzare polveroni», si sfoga l’insegnante.
Un allarme nazionale che deve trovare una risposta immediata, è l’appello del presidente di Arcigay, Flavio Romani, proprio perché l’omofobia a scuola è un arma a doppio taglio. «Colpisce i più giovani, quindi i più deboli, e al tempo stesso non garantisce che proprio dai banchi parta l’educazione degli italiani di domani alla diversità», spiga Romani: «È proprio sulla scuola che si deve intervenire subito, perché solo partendo da qui si può immaginare di portare una conoscenza corretta di che cosa siano i gay, le lesbiche e i trans, formando futuri adulti che abbiano in sé l’antidoto al veleno dell’omofobia».
Eppure è difficile agire negli istituti. Ci sono freni, ostacoli, dighe culturali che impediscono di agire nelle classi: «Un’azione seria e capillare contro l’omofobia e la discriminazione a scuola viene bloccata scientemente da chi pensa che la scuola sia un proprio terreno esclusivo», continua il presidente di Arcigay. «In Italia ci sono ancora forze clericali che impediscono di avviare progetti negli istituti scolastici, perché considerano la scuola cosa loro. Non è così, invece, la scuola è di tutti. E l’Arcigay continuerà a estendere nelle classi il proprio lavoro di volontariato, pur con molta fatica e poco ascolto da parte della politica. Talmente poco che, da qualche anno, ci siamo resi conto che sono proprio i ragazzi più giovani, quelli che trovano il coraggio di mostrare la faccia, a cambiare le cose».

AUTODIFESA
Sì, perché esiste un’Italia dei più piccoli, che si difende da sola contro le discriminazioni e contro il silenzio degli adulti e delle istituzioni. Tanto che si moltiplicano i volontari minorenni che chiedono di poter avere parte attiva nei progetti contro l’omofobia. Così come sempre più giovanissimi raccontano i propri amori ai compagni di classe, cercano di cambiare quella scuola italiana, che insorge per la lettura di alcune pagine di “Sei come sei” di Melania Mazzucco, ma poi non ha strumenti per punire i bulli che frequentano quelli stessi corridoi, che imbrattano i muri dei licei, che picchiano o insultano il “frocio”. È la storia di Francesco, 16 anni, studente di una scuola alberghiera. Frequenta il terzo anno, non l’ha detto a mamma e papà, ma fuori casa vive apertamente la propria sessualità, partendo proprio dalla sua classe: «Ho detto semplicemente: sono così e non devo renderne conto a nessuno», racconta. «Da quel momento non ho mai sofferto vere discriminazioni a scuola, non seriamente almeno. Nessuno mi ha mai detto “muori frocio!” o “finocchio al rogo”, né ho subito violenze fisiche. Anche se sono consapevole dei sorrisetti e delle frasette che qualcuno mi butta dietro le spalle».
Poi c’è Nicolas, 17 anni: «Ho fatto coming out un anno fa. Lo dissi a mia madre e lei la prese bene. Io non ho conosciuto l’omofobia sulla mia pelle, il mio liceo è il Cavour, lo stesso dove un ragazzo si è suicidato pochi mesi fa, quello passato alle cronache come “Il ragazzo con i pantaloni rosa”, ma io non ho mai avuto problemi». Di quel drammatico episodio non si parla più nei corridoi, e nemmeno in classe: «Molta gente è stata male dopo questa tragedia, professori e alunni, e la storia è finita un po’ in sordina». Una delle tante tragedie di cui si parla troppo poco. Una delle tante ferite dell’omofobia che, passata l’emozione del momento, si preferisce dimenticare. Fino alla prossima vittima.

ha collaborato Simone Alliva


  la seconda invece  è tratta  da  l'unione sarda del  6\VI\2014


Rimini, abusò dei mezzi di correzione   Maestra condannata a due mesi



A un alunno di origine straniera disse: "Tornatene al tuo Paese", a un'altra: "Ma sei tonta, rientra nella pancia di tua mamma".
I maltrattamenti che infliggeva ai suoi alunni di seconda elementare erano sia fisici che psicologici, e una maestra di 42 anni di Mondaino (Rimini) è stata condannata a due mesi di reclusione, con sospensione della pena, per abuso dei mezzi di correzione in merito a fatti verificatisi nel 2010.
Una classe elementare
A un bambino di origine straniera, che non aveva saputo rispondere a una domanda aveva urlato: "Tornatene al tuo Paese", a una bimba distratta: "Ma sei tonta, rientra nella pancia di tua mamma". A un'altra, invece, aveva tirato i capelli e le aveva sbattuto il viso contro il banco. I bimbi, sentiti in tribunale durante un'audizione protetta, non avevano però confermato le accuse, ma sembra che avessero raccontato le vicende ai genitori. Solo un'alunna, quella a cui erano stati i capelli ed era finita al pronto soccorso, aveva parzialmente ricostruito l'accaduto, ma tra tanti "non ricordo". Secondo i legali della maestra, tutto era nato proprio a causa della vivacità di questa bambina: era stata punita con una nota sul registro negandole il permesso di festeggiare in classe il compleanno. Per la difesa ciò era bastato alla mamma per lamentarsi con la direzione scolastica, andare dai carabinieri a sporgere denuncia e poi al pronto soccorso a far visitare la figlia.


08/01/14

Hitzlsperger, un "coming out" coraggioso L'ex centrocampista della nazionale tedesca (ma anche della Lazio) si aggiunge alla cerchia di atleti che hanno dichiarato la propria omossesualità.

in un sport che ha fatto del maschismo la sua bandiera costringendo quelli che noi






a rimanere nascosti per tabù paura , suscita clamore il gesto di thomas hitzlsperger ex centrocampista della nazionale tedesca (ma anche della Lazio)e mi porta ad auto interrogarmi a quando un simile rottura anche in italia 


Curiosport - Hitzlsperger, un "coming out" coraggioso
L'ex centrocampista della nazionale tedesca (ma anche della Lazio) si aggiunge alla cerchia di atleti che hanno dichiarato la propria omossesualità. "Per stimolare il dibattito", ha fatto sapere il calciatore sulle pagine del settimanale tedesco "Die 
Ziet"Scritto da Paolo PEGORARO (Twitter @PaoloPego82) | Eurosport – 6 ore fa



                              Eurosport - thomas hitzlsperger 2010 deutschland dänemark

Un nuovo coming out scuote il mondo del calcio rinnovando l’annoso dibattito in merito all’orientamento sessuale dei calciatori: uscire allo scoperto o celare i propri “gusti”? Questa volta non è un calciatore delle serie minori (come l’ex giocatore del Leeds United Robbie Rogers, dichiaratosi gay lo scorso anno) ma un giocatore d’alto profilo, almeno nel recente passato: si tratta di Thomas Hitzlsperger, ex nazionale tedesco (52 caps e 6 reti con laMannschaft), ritiratosi dall’attività agonista lo scorso settembre per i troppi infortuni delle ultime, travagliatissime, stagioni. Per The Hammer anche un breve passaggio nel nostro campionato: sei presenze e un gol con la maglia della Lazio. Calciatore che abbinava qualità e quantità nella linea mediana, splendido protagonista della cavalcata Meisterschale dello Stoccarda dei miracoli 2006-2007.L’ex centrocampista tedesco ha scelto il giornale tedesco Die Ziet per il suo outing. La motivazione? “Stimolare il dibattito sull’omosessualità nel mondo dello sport"; l’annuncio è arrivato sulle pagine del settimanale tedesco uscito oggi nelle edicole. L’obiettivo pare proprio essere stato centrato, almeno in Germania, e la confessione del calciatore sta già compiendo il giro del globo. 

“In Inghilterra, Italia e Germania essere gay non ha tutta questa rilevanza, almeno nello spogliatoio – continua il calciatore – non mi sono mai vergognato di essere quello che sono”.


I complimenti dell'industria sportiva e dei colleghi






Il mondo dello sport torna dunque ad interrogarsi sul fenomeno dell’omosessualità, dunque; lastrada percorsa in passato tra mille pregiudizi da Justin Faschanu (morto suicida a 37 anni),poi battuta anche da mostri sacri dello sport del passato (Navratilova) e del presente (Tom Daley) ha fatto scuola e sempre più atleti trovano il coraggio per liberarsi da un gravoso fardello. Storicamente l’universo del calcio si è mostrato più riluttante ad accogliere e accettare l’omosessualità: i tempi sono cambiati (o forse maturati)?Il mondo dello sport torna dunque ad interrogarsi sul fenomeno dell’omosessualità, dunque; la strada percorsa in passato tra mille pregiudizi da Justin Faschanu (morto suicida a 37 anni),poi battuta anche da mostri sacri dello sport del passato (Navratilova) e del presente (Tom Daley) ha fatto scuola e sempre più atleti trovano il coraggio per liberarsi da un gravoso fardello. Storicamente l’universo del calcio si è mostrato più riluttante ad accogliere e accettare l’omosessualità: i tempi sono cambiati (o forse maturati)?

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