31/07/16

Funky Tomato, l'azienda di pomodori a filiera partecipata che dice no al caporalato e assume i migranti


Funky Tomato, l'azienda di pomodori a filiera partecipata che dice no al caporalato e assume i migranti .
http://www.huffingtonpost.it/2015/09/10/funky-tomato-no-caporalato_n_8118232.html
Chiara Piotto, L'Huffington Post

Le  foto oltre  che dall'articolo    sono prese  dalla  pagina  fb   di  sfruttazero e  dal sito   della  cooperativa  dell'articolo 

Esiste un’alternativa al caporalato. Può sembrare retorica, ma su mezzo ettaro di terra spalmato tra Puglia e Basilicata è gia realtà. Una chiave possibile sta nelle mani di Funky Tomato, una azienda che coltiva, raccoglie e imbottiglia pomodoro a filiera partecipata. Opponendo al pagamento a cottimo dei lavoratori un regolare contratto. E facendosi finanziare dai propri clienti: chi crede nel progetto ha pre-acquistato i prodotti, 20mila bottiglie di salsa, pelati e pomodori a pezzi.

Il team all'origine dell'iniziativa ha i piedi ben piantati nell'agricoltura. Paolo è agricoltore, come Gervasio, Giulia fa monitoraggio per le condizioni sanitarie dei braccianti, Mimmo è un sociologo, Enrico è un perito agrario, Giovanni è ingegnere, Mamadou è mediatore culturale, Giordano si occupa della comunicazione. Nella zona dove hanno scelto di lavorare e in altre del sud Italia, la filiera del pomodoro coinvolge migliaia di agricoltori e un centinaio di stabilimenti di trasformazione, per un giro d’affari annuo compreso tra 1,5 e 2 miliardi di euro. Centinaia di baracche e di casolari abbandonati nelle campagne diventano le case di migliaia di braccianti stranieri che rispondono alle leggi del caporalato, del pagamento a cottimo (3,5 euro per un cassone di pomodori da 300Kg), delle irregolarità contrattuali.


"Il nostro obiettivo era trovare un'alternativa al caporalato per i migranti che arrivano nel nostro territorio alla ricerca di impiego", spiega ad HuffPost Paolo Russo, membro della squadra che ha lanciato il progetto, "perciò dovevamo garantire loro una quantità abbastanza alta di giorni. Il minimo di giornate lavorative per ottenere il sussidio di disoccupazione agricola è 52. Abbiamo offerto loro questo e un regolare contratto bracciantile stagionale da 39 ore settimanali, a 47 euro per 6 ore e 40." Con questi standard, Funky Tomato ha potuto permettersi di assumere quattro dipendenti: Mamadou, senegalese, Yakouba e Walim, entrambi burkinabé, e Anita, una giovane mamma italiana precaria. "Questo è il senso dell'aggettivo 'funky', che viene usato per indicare una contaminazione tra generi musicali diversi. È lo stesso per i migranti: contaminano e arricchiscono la nostra cultura, sono una risorsa enorme e non elementi di passaggio", aggiunge Russo.
La storia di Mamadou è esemplare. "Quando l’abbiamo conosciuto, in un appartamento di Rosarno, ascoltava Radio Radicale per ore", raccontano i suoi compagni di viaggio. Mamadou in Senegal faceva il pescatore e quando è arrivato in Italia si è messo a fare il buttafuori nelle discoteche.
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 Poi è rimasto senza lavoro, ma non ha voluto cedere al caporalato: "Io sono un uomo libero". Ora è uno dei protagonisti del progetto. Come lui, anche gli altri due lavoratori Yakouba e Walim, hanno rifiutato il lavoro ingiusto dopo averlo sperimentato; hanno sentito diffondersi la voce che Funky Tomato cercava delle persone e hanno deciso di fare un tentativo. "Sono loro ad avere scelto noi, non il contrario", ci racconta Russo, "e noi siamo contenti di fare conoscere loro un modello non industriale e intensiva, perché capiscano che l'agricoltura non è solo sfruttamento ma artigianato e qualità. Qui acquisiscono delle capacità, imparano delle mansioni che possono tornargli utili per trovare altri lavori. Vorremmo iniziare a collaborare con gli Sprar: i migranti non devono essere visti come manovalanza ma essere aiutati a diventare tecnici con specifiche competenze".
Certo, il lavoro è impegnativo. Resistere al mercato con una azienda piccola, artigianale e biologica, non è semplice. Il prezzo di 1,70 euro per chilo di prodotto trasformato è alto rispetto ai prodotti industriali, ma basso rispetto ad altri nati sotto una simile stessa etica produttiva. Gli acquirenti sono principalmente ristorazioni che a loro volta fanno micro-distribuzione, distributori equo solidali, minori, qualche privato. "Volevano diventare utili per un'economia virtuosa", spiega Russo, "creare qualcosa che durasse nel tempo e creasse continuità territoriale. Ci stiamo riuscendo, si è creato un gruppo bellissimo. Ora miriamo a continuare, espanderci, magari sviluppare un progetto simile con l'olio. Ripartiremo con i pomodori la prossima primavera".

29/07/16

dignità di una malata terminale che rifiuta le cure : "Sono morta 15 anni fa con mio figlio"



non capisco questo astio nel confronti del medico  che  ha  raccontato  la  vicenda  sul suo fb  , molti magari non riescono a creare o ad avere empatia con i pazienti, in ogni caso magari può servire per far capire un tema importantissimo come l'accanimento terapeutico o l'eutanasia  e  di come  i italia   sia   indietro  su testamento biologico  
 
da l'unione sarda Oggi alle 09:18 - ultimo aggiornamento alle 09:51
 


La storia è stata raccontata sul suo profilo Facebook da Marco Deplano,  (  fotosotto  )  urologo di Carbonia in servizio all'ospedale Sirai.
 

                                           L'urologo Marco Deplano

E' quella di una donna che scopre di essere malata terminale e rifiuta le cure mediche perché - dice - "sono morta 15 anni fa quando mio figlio è morto d'infarto a 33 anni".
Quella che la donna dà al medico è, come lui stesso l'ha definita, "la lezione di vita più toccante".
Ecco il testo integrale, così bello ed efficace da temere sintesi o modifiche.


"Oggi mi chiamano per una consulenza in un altro reparto.
Una delle solite e molteplici consulenze della giornata... ordinaria amministrazione.
Paziente con un tumore in fase ormai terminale con insufficienza renale da compressione degli ureteri.
Arriva con il letto una paziente tra i 70 e gli 80 anni, bianca bianca, capello rosso carota con due dita di ricrescita ma smalto rosa impeccabile.
-"Buongiorno signora".
-"Buongiorno a lei dottore".
Vedo la cartella, la visito e ripeto l'ecografia.
-Allora signora in questo momento i suoi reni hanno difficoltá a scaricare le urine per cui non potendo eliminare le urine per via naturale devo posizionare un tubicino, una specie di rubinetto che scavalca l'ostacolo cosi farà pipí da due tubicini nella schiena collegati a due sacchette...".
-"Scusi se la interrompo... avró un'altra sacchetta anche dietro?" (aveva la colostomia).
-"Si signora...".
Silenzio assordante di un minuto che sembrava interminabile.
Sorridendo mi dice:"Scusi dottore come si chiama?".
-"Deplano".
-"No il nome".
-"Marco".
-"Marco che bel nome...hai due minuti per me?".
-"Certo signora ci mancherebbe...".
-"Lo sai che io sono già morta?".
-"Scusi non la seguo... non è così immediato...".
-"Si... sono morta 15 anni fa".
Silenzio.
-"15anni fa mio figlio a 33 anni e venuto a mancare... ha avuto un infarto. Io sono morta quel giorno lo sai?".
"Mi spiace signora...".
-"Io dovevo morire con lui 15 anni fa, dovevo morire 10 anni fa quando mi hanno trovato la malattia e adesso io non devo più fingere per gli altri. I figli sono sistemati, i nipoti pure... io devo tornare da lui. Che senso ha vivere qualche giorno in più con sacchette soffrendo e facendo penare i miei cari... io ho una dignità. Ti offendi se non voglio fare nulla... io sono stanca e mi affido alle mani di Dio. Dimmi la verità soffriró?".
-"No signora... lei può fare quello che vuole... ma mettendo due...".
-"Marco ti ho detto no. La vita e mia e ho deciso cosi. Anzi fai una cosa sospendi la trasfusione che ho voglia di tornare a casa e mangiare un gelato con mio nipote".
Piano piano ogni parola mi ha spogliato come quando si tolgono i petali a una rosa.
Ho scordato la stanchezza, la rabbia e tutto quello che mi angoscia.
Non c erano piu gli anni di studio, le migliaia di pagine studiate, le linee guida... nulla tutto inutile.
Nudo e disarmato dinanzi a un candore e una consapevolezza della morte che mi hanno tramortito.
Mi sono girato per scrivere la consulenza per evitare che mi vedesse gli occhi lucidi e l'infermiera si è allontanata commossa.
Non sono riuscito a controllarmi e chi mi conosce sa che non è da me...
-"Marco ti sei emozionato?".
-"Si signora un pochino, mi scusi".
-" É bello invece, mi fai sentire importante. Senti fammi un altro favore. Se vengono i miei figli e ti prendono a urla chiamami che li rimprovero per bene. Tu scrivi che io sto bene cosí...Ok?".
-"Si signora".
-"Marco posso chiederti una cosa?".
-"Si signora dica".
-"Sei un ragazzo speciale io lo so e sei destinato a grandi cose. Me lo dai un bacio? Come quelli che i figli danno alle mamme".
-"Si signora".
-"Preghero per te e per mio figlio. Spero di riverderti".
-"Anche io signora... grazie.".
In quel momento era la donna più bella del mondo, luminosa, decisa, mamma, nonna... in una parola amore puro.
Forse é stata la volta in cui sono stato contento di fare una figura di merda.
Smontato, denudato e coccolato da chi avrei dovuto aiutare e invece mi ha impartito la lezione di vita piu toccante della mia vita.
La morte vista come fase finale della vita, senza ansia, paura, egoismo.
Consapevolezza che anni di studio mai ti insegneranno...il mio curriculum valeva meno di zero... Anni di studio, master, corsi... Il nulla.
Parlavano le anime.
Tutto é relativo e io sono piccolo piccolo davanti a tanta grandezza.
Tutto quello che riguarda la vita, quando la si cerca, quando la si ha o la si perde fino a quando finisce va vissuto intimamente nella massima libertà e discrezione.
L'unico momento che davvero unisce chi si vuol bene cancellando litigi e negatività.
Sembra paradossale ma il dolore che è un aspetto dell'amore unisce a volte più dell'amore stesso.
Io credo molto nell'accompagnamento in queste fasi: a volte una parola dolce ha più beneficio di molte medicine.
Comunque vada buon viaggio".

27/07/16

giornali spazzatura e seminatori d'odio parete II

Sullo stesso argomento 

giornali spazzatura I 
Sui fatti di rouen di daniela tuscano

Oggi   sfogliando la  home  di fb  ho  trovasto  questo   post   dell'amico Daniele Carbini 11 h ·
con  cui  concordo in pieno e   che   conferma 








Il terrorismo fa schifo, è orribile, ma in Italia c'è chi gli fa concorrenza fomentando odio e chiamando ad una guerra cristiana di contrapposizione.Per la stessa schifosa logica falsa, strumentale e tendenziosa, le merde dell'informazione, quando c'è un prete pedofilo, dovrebbero fare una prima pagina con il titolo "Dio violenta i bambini".
Da un lato abbiamo terroristi che chiamano alla guerra in nome di Allah, da questo lato abbiamo terroristi dell'informazione che chiamano alla guerra per difendere l'identità cristiana. Fate schifo, ma una cosa mi lascia un po' di fiato: che in Italia abbiamo crociati da tastiera, che la guerra la devono fare gli altri.

aggiungo    sollo    questi versi

   S'il faut donner son sang
Allez donner le vôtre
Vous êtes bon apôtre
Monsieur le Président

di    una  famosa  canzone   francese rifatta in italiano  da  Ivano Fossarti   degli anni 50   contro  la  guerra   coloniale    d'algeria  

[ BUfala ] La carta di credito per gli immigrati

  Alcune  bufale   vecchie    e   nuove  sugli immigrati  tanto  vecchia  e sconrtata  che la stessa  fonte  si è incazzata   e  sconfortata 
da http://www.butac.it/la-carta-di-credito-per-gli-immigrati/

Poi dopo la carta di credito il governo ha deciso che tutti quelli che hanno la casa al mare devono tenere una stanza libera in caso di bisogno profughi, e la FIAT ha promesso che ad ogni immigrato che tiene famiglia a Natale regala una nuova 500.
Dai ragazzi davvero occorre che sbufaliamo questa robaccia? Non c’è neppure bisogno di fare fatica visto che la stessa testata da cui me la segnalate spiega chiaramente d’esser un sito acchiappalike, no scusate un sito di “satira”:
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Se leggete Butac (   ed altri    siti antibufale   aggiunta  mia  )    e ancora cascate in queste boiate:  il nostro è un blog che va chiuso, la nostra missione è fallita. Mi rifiuto di scrivere un’altra riga su bufale di questo livello. Non è interessante, non è divertente. Se siete così sciocchi da condividere roba così pigliandola per buona mi dispiace, ma fate parte della larga schiera di analfabeti funzionali, lo siete, non giustificatevi con la pigrizia, siete gente che non dovrebbe avere accesso alla rete, non siete capaci di leggere una pagina fino in fondo, non siete in grado di discernere tra realtà e finzione…
No, non chiuderò Butac, anche se a breve rallentiamo il numero di post, si parte per le vacanze, ma vorrei davvero che vi faceste un esamino di coscienza. Avete avuto il dubbio fosse vera? Imparate a leggere dalla prima all’ultima riga di una pagina, per cercare eventuali tracce che possa trattarsi di un falso. Avete amici che la prendono per vera? Beh, se siete molto amici e non volete perderli sarà il caso che impariate ad ingoiare il rospo e fare buon viso a cattivo gioco, quelli non cambieranno idea anche a seguito della sbufalata, sono uTonti DOC, che vi diranno che tanto noi 30 (o 35 o 40) euro al giorno glieli diamo e che quindi la notizia non è del tutto bufala, si arrampicheranno sugli specchi, non vi daranno mai ragione, e domani condivideranno il Senatore Cirenga, as usual.
Io al vostro posto li metterei tra quelli che vengono ignorati da Facebook e pulirei seriamente la mia bacheca, ma sono amici vostri, mica miei.
L’amico David Puente aveva già provveduto a dire la sua, ma lui è sempre più signore di me.
maicolengel at butac punto it



26/07/16

GIACOMO E GIOVANNA © Daniela Tuscano





.L'hanno sgozzato il giorno dopo il suo onomastico, a 86 anni, nella stessa città in cui visse Giovanna d'Arco, che ne aveva 19. Il vecchio e la giovane, entrambi martirizzati. Così diversi e lontani, ma travolti dal medesimo odio. L'odio è sempre vecchio, anzi, rancido, pur se compiuto da mani imberbi. E per questo, talora, anche più crudeli ed empie.
Empi sono i terroristi (non pazzi, non squilibrati come la stampa ipocritamente li dipinge), e non solo perché hanno trucidato padre Jacques Hamel mentre celebrava Messa, sulla scorta d'un altro martire, Oscar Romero. Empi sono i terroristi perché, non rispettando il culto dell'altro, non ne rispettano l'umanità. Empio è chi in nome di dio considera infedeli e impuri i "diversi da sé". Empio è chi impedisce all'altro di professare il proprio credo, o cambio di credo, o nessun credo. Gridiamoglielo forte e chiaro: empio! E diabolico. Il vero ateo è lui.
Non si permetta di decidere la sorte di uomini e donne. Non ne ha il diritto. Sono questi ultimi gli unici responsabili delle proprie scelte e verranno giudicati solo da Dio. Non da cani rabbiosi che ne fanno un'ignobile caricatura!
Non pretenda d'invocare il fuoco dal cielo per consumare i nemici. Men che meno di eliminarli. La Scrittura è esplicita in proposito.
Il disegno dei terroristi è lucidissimo. E così l'obiettivo finale, cioè il Papa. Padre Jacques poi, proprietario come Francesco, credeva e praticava l'ecumenismo, proprio quello che l'Is non tollera.
Il sangue dei martiri grida all'alto, oggi qui in Europa, ma anche a Mogadiscio, in Siria, in Iraq, in Nigeria. Chissà se i nichilisti occidentali alfine lo comprenderanno.
E vivranno, vivremo, in questi anni, come quei fratelli e sorelle che colpevolmente abbiamo dimenticato; come tutti quegli Abeli di cui non ci siamo sentiti custodi.
Per padre Jacques, come ieri per Giovanna e quelle tante vittime, cristiane, yazide, musulmane straziate dall'odio, non cadremo nella limpida, luciferina trappola dei criminali: trascinare il mondo intero in una guerra di religione.
È già invece, da molti anni, guerra alla religione. Che ne uscirà stremata. Forse colpita al cuore. Per sempre.
Forse, solo allora, comincerà la Fede. E risorgerà quell'umano per cui Giacomo, Giovanna e i tanti martiri sono caduti e purtroppo ancora cadranno.

© Daniela Tuscano


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La stampa che giustifica la violenza sulle donne è irresponsabile oltre ad essere carta straccia

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Nella seconda metà di luglio dell'anno 2016, in Italia, e più precisamente in Lombardia, può capitare di leggere testate, come "La Provincia di Varese", che in prima pagina, taglio medio, inseriscono uno strillo intitolato "E' riuscita a distruggermi la vita. Ha vinto lei, vi chiedo perdono". Richiesta, all'apparenza, del tutto illogica: perché mai un uomo la cui vita è stata distrutta invocherebbe il perdono? Dovrebbe farlo chi gliel'ha rovinata, no?


Poi, addentrandosi nella lettura, il mistero comincia a diradarsi. La distruttrice di vite non può più chiedere perdono, è morta. Non di morte naturale. L'ha ammazzata il distrutto. Che non era uno qualunque. Bensì il marito (pur se, ironia della sorte, si chiama Scapolo). Distrutto. Dalle continue angherie di lei: "non un violento" ma - come testualmente riferito dall'autrice (!) dell'articolo, Simona Carnaghi - "un uomo mite, lavoratore, che voleva andarsene da una donna che a suo dire l'aveva vessato fino all'esasperazione e che lo minacciava 'Se mi lasci ti riduco sul lastrico'. Un uomo piegato da quel rapporto. Vinto. Un uomo che è esploso". E certamente quell'ennesimo litigio a proposito delle vacanze era un motivo bastante a far esplodere un uomo così mite, il quale, colto da "raptus", prima ha preso a martellate l'intollerabile Santippe, poi l'ha soffocata, così, per non sbagliare, per finir bene il lavoro. E a chi l'"accaduto" - è scritto proprio così, "accaduto", come si trattasse d'una disgrazia, o d'un disguido: l'ho distrutta, è accaduto! - apparisse un po' troppo freddo e calcolato per essere un semplice raptus, la giornalista spiega: "non ha mai maltrattato la moglie, ha perso la testa cedendo a una violentissima quanto non giustificabile follia TEMPORANEA", purtroppo conclusasi con la morte della distruttrice per mano del distrutto. Ma è stata l'unica volta, si badi bene, non l'aveva mai ammazzata prima, era sempre stato buono e dolce. D'altronde, concluso l'"accaduto", il distrutto ha subito dato prova della sua sensibilità, anzi, della sua "pietà", come sottolinea l'ineffabile Carnaghi: "ha coperto il corpo dopo aver recuperato lucidità (...) e ha chiuso i due cani di famiglia nell'altra stanza per evitare che si avvicinassero al cadavere". Fosse mai che lo profanassero, magari sbranandolo. Magari distruggendolo.
Poi, nella sua immensa bontà, ha chiesto pure perdono. Insomma la vittima dell'"accaduto" non è l'accoppata, che anzi "ha vinto" e adesso, sotto terra, se la starà ridendo alla grande, ma il mite marito, il distrutto, che per colpa sua ha la vita rovinata (però vive). Accade questo, nella seconda metà di luglio dell'anno 2016, a firma d'una donna, Simona Carnaghi, su un giornale di provincia dell'Alta Italia. Chi crede, può mandarle due righe, così, tanto per ringraziarla della professionalità.
Non è l'unica, invero. Alcuni chilometri più a Sud, commentando le atroci sevizie inferte a un adolescente da due pedofili di mezz'età, il direttore de "Le Cronache di Salerno" titola: "Froci e pervertiti violentano 17enne". Aurelio Mancuso, di Equality Italia, s'è fatto portavoce dello sdegno di molti, i quali hanno visto in quelle frasi paludate un'equazione tra pedofili e "froci". La replica del direttore non necessita, a nostro avviso, di ulteriori chiose. Su una considerazione, buttata lì un po' a caso e di cui nessuno s'è curato, pensiamo però sia opportuno soffermarci. "La vicenda di Cava [dei Tirreni, dove il crimine ha avuto luogo], è BEN PIÙ GRAVE - argomenta il direttore - di uno stupro che pure è cosa gravissima". Verrebbe da chiedere quale sia la differenza tra l'una e l'altro. Violare una donna è meno grave rispetto a un ragazzo? Anzi, assai meno grave? Può asserirlo solo chi non ha nemmeno una lontana idea di cosa sia uno stupro. Forse perché c'è sempre "ben altro" prima d'una donna, forse perché siamo tutti figli d'una cultura che fino agli anni '70 del Novecento ha propagandato la supremazia assoluta del maschio, dei suoi "raptus" e del suo vittimismo delittuoso; e che fino al 1996 ha considerato la violenza sessuale un reato contro la morale, davanti a cui premono altre urgenze, BEN PIÙ GRAVI. Forse perché una donna non è mai altro, nient'altro che una donna. Nella seconda metà di luglio dell'anno 2016, molti (e, ahimè, molte) la pensano ancora così; taluni lo scrivono sui giornali.

© Daniela Tuscano


   ricevo   e riporto sempre   dall'amica   ed  utente  Daniela  Tuscano   questo appello 


No Raptus
Il 19 luglio scorso Loretta Gisotti, 54 anni, è stata assassinata dal marito. L’uomo l’ha presa a martellate e l’ha finita strangolandola.
Sul quotidiano La Provincia di Varese, a firma di Simona Carnaghi, sono usciti due articoli così intitolati: “Lei era sempre critica con Roberto e “E’ riuscita a distruggermi la vita. Ha vinto lei, vi chiedo perdono.
Gli articoli giustificano la violenza compiuta dall’uomo, colpevolizzano la vittima e, in un rovesciamento dei ruoli, empatizzano con l’assassino, evidenziandone la sofferenza.
Nel primo articolo si parla di una coppia normale che stava per andare in vacanza, nel secondo invece di una coppia che era già separata. Secondo la giornalista una critica non gradita nei confronti di un uomo sarebbela goccia che fa traboccare il vaso” e può quindi portare al  massacro di una donna come fosse un evento del tutto comprensibile se questa osa entrare in conflitto col marito.
Una narrazione che normalizza il femminicidio. La descrizione dei fatti si fonda sulle  dichiarazioni dei vicini di casa o su quelle dello stesso assassino senza alcun approfondimento. Viene evidenziato il dolore (comprensibile) della madre del femminicida ma si tace su quello dei familiari o amici, della vittima, come se non avessero anch’essi un lutto da affrontare.


 
Nell’articolo ricorre, poi, il fantomatico “raptus” anche se l’Associazione nazionale degli psichiatri italiani ha detto da tempo che non esiste.
L’articolo 17 della Convenzione di Istanbul che responsabilizza i media per cambiare la cultura della violenza è palesemente disatteso, nonostante da anni si parli di cambiare il linguaggio della stampa nei casi di violenza contro le donne, nonostante l’impegno della rete di giornaliste Giulia, che nel 2014 realizzò il  video Io me ne curo per sensibilizzare i mass media ad adoperare un linguaggio che non rimuova la gravità della violenza contro le donne
Eppure continuiamo ad imbatterci in articoli come questi.
Quello che scrivono i giornali incide così come quello che racconta la tv.
Se in un articolo di giornale o in un servizio tv che racconta la violenza subita da una donna, o un femminicidio, si sottolinea come era vestita, o se era antipatica, criticona, poco carina con il marito, le si fa violenza un’altra volta, o la si uccide di nuovo.
Se si insinua che, in fondo, se l’è cercata le si fa violenza, o la si uccide, di nuovo.
Se si parla di delitto passionale, di raptus, la si violenta o uccide di nuovo.
Le parole non sono neutre, e chi fa giornalismo ha una enorme responsabilità nella lotta, o nella conferma, degli stereotipi che alimentano la violenza.
L’informazione consapevole comincia da chi la fa, quindi dalle giornaliste e dai giornalisti, che sono la prima linea della buona o della cattiva informazione, che a sua volta è parte fondante della formazione delle coscienze individuali e collettive.
La serie di articoli pubblicati dal quotidiano la Provincia di Varese è un esempio vergognoso e ripugnante di come non dovrebbe mai essere trattata la cronaca di un femminicidio.
Per aderire scrivete a nadiasomma@alice.it o potete aderire nello spazio dei commenti del blog. Potete anche partecipare a mailbombing alla redazione: redazione@laprovinciadivarese.it  allegando se volete appello e firme.
Monica Lanfranco, Nadia Somma, Giulia Giornaliste, Simona Sforza, Suny Vecchi Frigio, Anarkikka, Antonella Penati di Ass. Federico nel Cuore, Donatella Martini, Barbara Bonomi Romagnoli, Luisa Garbatelli Rizzitelli,Veronica Mira, Barbra Bellini, Imma Cusmai, Ombretta Toschi, Ass.Demetra donne in aiuto, Stefano Marullo,Michela Bianca Nocera,Se Non Ora Quando Napoli,l’Associazione TerradiLei,One Billion Rising Napoli, Irma Lovato Serena, Giulia Laboranti, Cristina Barbieri, Rossana Ciambelli, Clelia Delponte, Donata Villari, Ilaria Nassa, Federico Raffaelli, Silvia Cattafesta, Daniela Tuscano, Pamela de Lucia,  Giusi Dessy, Laura Marrucci, Weruska Mannelli, Katia Cazzolaro, Yoghi Paola Gualano, One Billion Rising Rimini, Michela Prando, Gabriella Bifarini, Franco Barbuto, Andrea Mazzeo Fazio, Agata Manfredi,  Federico Raffelli, Maria Rossi, Roberto Peduto, Tilde Macinelli, Olinda Alò, Tiziana Scarano, Monica Mantivani, Manuela Evangelista,Nunzia Tuberosi, Simona Spaggiari, Marco Holsen,Claudia Varcich, Daniela Benvenuto, Carla Stancampiano, Daniela Iori,Cristina Rubagotti, Karen Ka, Monica Matticoli, Ernesto Sferrazza, Paola Sacchiero, Sara Paoli, Caterina Mion, Nabila Di Pilla, Sara Michieletto, Giovanni Moia, Stefano Dall’Agata, Aurora Munarin, Stefania Prandi, Stefania Spisni, Ornella Guzzetti, Michela Prando, Silvia Cattafesta, Inma Mora Sanchez, Veronica Mira, Vera Bessone, SOS Donna – Faenza, Cinzia Boffi, Christian Sarno,Viviana Elisabetta Gabrini, Paola Tavella, AnnaMaria Passaggio, Isolina Mantelli, Rompi il Silenzio – Centro antiviolenza – Rimini, Pasionaria.it, Manuela Fedeli, Sonia Balzani, Maura Musci, Francesca Cau, Fiamma Lolli, Luigina Pompei, Emanuela Valente, Claudia Forini, Valeria Bucchetti, Alessandra Novarese, Loretta Gisotti,Maurizio Lavore, Maria Grazia Borla, Danila Zangarini, Sabrina Sisto, Telefono Rosa Mantova, Catia Morellato, Alessandra Vanni, Chiara De Baggio, Luisa Giannitrapani, Francesca Genovese, Anna Meli, Valerio Prigiotti, Giovanna Covi,
(l’elenco delle firme  è in continuo aggiornamento)

25/07/16

eroi solitari del nostro di tempo di Franco Bifo Berardi -Matteo Tassinari

        Il bilico guidato da Mohamed Lahouaiej Bouhlel

Il camion del terrore

Terrorismo, disperazione, suicidio
        di Franco Bifo Berardi
Si stanno intensificando gli episodi di suicidio assassino: una persona (generalmente un giovane maschio) uccide quante più persone gli capitano a tiro prima di essere ucciso da un agente della sicurezza, un soldato o un poliziotto. L’ultimo, in ordine di tempo, è un maschio 31enne franco-tunisino, che ha scaraventato un camion lanciato ad alta velocità sull’affollato lungomare di Nizza uccidendo più di 84 persone. Si tratta di terrorismo, ci dicono i giornali che giorno dopo giorno documentano episodi di guerra civile globale nell’area euro-mediterranea e in vaste zone dell’Africa e dell’Asia oppone l’esercito islamista all’occidente.
In altre zone, come il Messico e il Brasile, si scatena l’esercito narcotrafficante contro la popolazione civile, mentre negli Stati Uniti d’America mobilita un esercito immenso di squilibrati mentali forniti di armi micidiali e in libera vendita dovunque, motivando, in questo modo, i poliziotti ad uccidere giovani afro-americani. Come nel caso recente di Dallas, quando un afro-americano, reduce dalla guerra afghana, sparava su poliziotti preferibilmente bianchi. Si tratta di terrore, questo è certo. Ma non sono sicuro che la spiegazione ideologica o religiosa sia quella che meglio ci spiega le ragioni di questa violenza che ormai è divenuta l’orrenda norma della vita quotidiana nella società globalizzata.
Libia, ISIS conquista aeroporto a Sirte
Alla fine di giugno 2016 un ragazzo palestinese di 17 anni, Muhammad Nasser Tarayrah, si é introdotto nottetempo in una casa di Kyriat Arba (letteralmente la "Città dei quattro") un insediamento israeliano alla periferia di Ebron, e ha ucciso a coltellate una ragazzina ebrea di 13 anni che stava dormendo nel suo letto. Pochi istanti dopo un soldato israeliano ha ucciso il giovane assassino. Niente di particolarmente sorprendente o di nuovo, anche se non è possibile restare indifferenti
L'insediamento di Kiryat Arba a Gerusalemme

Gli aironi solitari
Kyriat Arba è un insediamento di coloni israeliani che la legge internazionale considera illegale, l’aggressione israeliana è ininterrotta da decenni per cui è del tutto comprensibile che i palestinesi ripetutamente aggrediscano i coloni che hanno occupato le loro case e distrutto le loro vite. Ma l’azione dell’adolescente Tarayrah ha un carattere particolare per l’età dell’assassino e della vittima, e perché si inserisce in una successione impressionante di azioni che possiamo definire terroristiche solo se estendiamo enormemente il senso di questa espressione. Palestinesi di ogni età ripetono un gesto che appare inspiegabile secondo ogni logica militare o politica: escono dalle loro miserabili abitazioni con un coltello da cucina e si avventano contro il primo cittadino israeliano che capita, tentando, per lo più senza successo, di ammazzarlo.
L'“Intifada
dei coltelli”
Questi guerriglieri armati di coltello ottengono invece quasi sempre un altro risultato, quello di essere uccisi dai soldati israeliani, che sono armati fino ai denti. Si tratta di un’insurrezione, come suggerirebbe il nome “Intifada dei coltelli” che i giornali hanno dato a questa esplosione priva di senso militare e politico? L’insurrezione è un atto collettivo, un processo fondato sulla condivisione quotidiana di lungo periodo, e si prefigge generalmente di rovesciare un regime. Nel caso dell’Intifada dei coltelli si tratta di aironi individuali, solitari e per di più è evidente che i mezzi non sono adeguati per ottenere il fine.

Il massacro in Marikana, sud Africa


"La morte è un diritto,
ed esigo questo diritto"
Come spiegare allora questi atti? A me pare chiarissimo che i giovani palestinesi, stremati dalla miseria, dall’umiliazione, dalla sistematica violenza dello stato fascista e razzista di Israele si stanno suicidando, stanno commettendo quello che in inglese si chiama suicide by cop. Il giovanissimo Tarayrah, per parte sua, aveva spiegato il suo gesto in modo che più chiaro non si può, scrivendo sul suo profilo Facebook le seguenti parole: “Death is a right, and I demand this right”.
    Il suicidio come 
                 fuga dall’inferno
Occorrevano parole più chiare per darci la possibilità di comprendere di che stoffa sia fatto il cosiddetto terrorismo che sta lacerando il tessuto della società contemporanea? Quella stoffa è la sofferenza di una parte crescente dell’umanità contemporanea, soprattutto dei giovani, non solamente arabi o islamici. Il suicidio come linea di fuga dall’inferno dell’umiliazione colonialista, dall’inferno della miseria metropolitana, dall’inferno della precarietà e dell’umiliazione.
Secondo World Health Organisation negli ultimi quaranta anni il tasso di suicidio è aumentato nel mondo del 60% (ripeto per chi non avesse ben capito: sessanta per cento). Secondo alcune fonti che ho avuto modo di consultare, questo dato di per sé impressionante non rende a pieno la realtà, perché in molti paesi del mondo (tra cui l’Italia) i Ministeri dell’Interno danno indicazione ai medici di non dichiarare che una persona si è volontariamente data la morte se questo non è provato da una dichiarazione esplicita.

"HEROES, suicidio e omicidi di massa"
Impressionato da questo fenomeno, qualche anno fa gli ho dedicato un libro nel quale avanzo l’ipotesi che non si tratta di una contingenza casuale, ma di una conseguenza del tutto comprensibile delle condizioni di solitudine, umiliazione, miseria psichica e materiale e della percezione sempre più netta che la solidarietà tra oppressi si è dissolta per effetto della competizione e della precarietà e dunque non c’è più speranza di una rivolta collettiva, di una liberazione sociale.
C’è un momento in cui l’ipocrisia e le buone maniere vanno messe da parte. E un liberale deve dire le cose come stanno, pena essere accusato un domani di essere stato imbelle davanti ai mostri avanzanti. Per quieto vivere, pensando di salvaguardare la propria tranquillità borghese. Deve dirlo senza temere di urtare le “anime belle”, che poi spesso tanto belle non sono e grondano ipocrisia.
Ciò che bisogna dire oggi, chiaro e forte, senza ambiguità, è che l’Iislamismo è il nuovo totalitarismo e che come tale va combattuto prima che sia troppo tardi. Il totalitarismo è, come si sa, non un avversario ma il nemico assoluto della società liberale. E lo è sia perché la sua visione della vita, essendo appunto “totale”, non tollera quella distinzione fra le sfere di attività umane, in primo luogo fra la politica e la religione, che è alla base della nostra civiltà; sia perché è animato da un sentimento di “purezza” che considera sacrilega la possibilità stessa che possa esistere una società pluralistica.
Il titolo del libro è "HEROES, Suicidio e omicidi di massa" edito dalla Baldini e Castoldi. Ma cosa è accaduto di nuovo negli ultimi quaranta anni che possa spiegare un incremento così drammatico del suicidio? Cosa è cambiato nell’ambiente in cui i giovani si formano? Due risposte mi vengono alla mente. La prima si può formulare in questi termini: quaranta anni fa venne avviato un esperimento sociale che ha rapidamente cambiato le relazioni fra gli esseri umani, disgregando profondamente la comunità sociale, mettendo gli individui in una condizione di isolamento, di precarietà e competizione continua.

Questo libro è dedicato alla tendenza che domina l’età del capitalismo finanziario: il suicidio. Non si tratta soltanto dell’inquietante aumento del tasso di suicidio individuale (60% di aumento negli ultimi 40 anni), ma del fatto che l’umanità intera sembra avere scelto di suicidarsi. Forse la decisione l’hanno presa in pochi, ma tutti siamo costretti a prenderne atto. O forse non l’ha proprio deciso nessuno, ma tutti siamo in trappola in questa carlinga che vola nella notte della follia finanziaria, mentre non sappiamo come aprire la porta della cabina di pilotaggio. Tanto dentro il pilota non c’è. L’ha detto varie volte Mario Draghi, che passa per un signore molto assennato. Non importa per chi votate alle elezioni, ha detto Draghi. Non importa quale governo abbiano scelto i greci, non importa che voi siate d’accordo oppure no. La politica economica europea va avanti con il pilota automatico. E dove ci porta il pilota automatico dovremmo averlo capito. Se ci fosse stato inchiostro all’Angleterre non avreste avuto bisogno di tagliarvi le vene.
(Vladimir Majakovskij a Sergej Esenin)

L’esperimento   accattivante
del Neo-liberismo
La persona che lo impose per prima vinse le elezioni politiche inglesi dicendo che “la società non esiste, esistono solo individui famiglie imprese in competizione tra loro”. Il thatcherismo è diventato poi un dogma indiscutibile per tutti coloro che vogliono concorrere al potere politico.


La seconda risposta che mi viene alla mente riguarda la mutazione tecnica e comunicativa: negli ultimi decenni la comunicazione interumana è stata progressivamente trasformata dalla diffusione di macchine connesse la cui funzione essenziale è quella di permettere lo scambio di informazioni a distanza e di rendere possibile lo svolgimento di complesse operazioni produttive e comunicative senza bisogno che i corpi si incontrino nello spazio.
Questa innovazione ha eroso nel tempo la capacità degli esseri umani di sentire affettivamente la presenza dell’altro, mentre la prima ha inoculato nella mente di ogni individuo la convinzione che la vita ha valore soltanto per i vincenti, sottoponendo ogni individuo ad uno stress competitivo costante. Solo alcuni vincono, mentre la grande maggioranza dei partecipanti al gioco vive condizioni di frustrazione, umiliazione e miseria crescente. Non è sorprendente allora e quindi, che i soggetti socialmente più deboli, si trovino sempre più spesso a desiderare la morte. Il suicidio appare come una liberazione e insieme una vendetta, un’aggressione mortifera contro i responsabili di un dolore le cui cause sono difficili da individuare.

21/07/16

Cristian Porcino. . un filosofo pop contro contro l’omofobia e il femminicidio - Canzoni contro l’omofobia e la violenza sulle donne

Se c’è una definizione in grado di racchiudere l’essenza di Cristian A. Porcino Ferrara è di sicuro quella di filosofo pop. Non ha mai disdegnato di analizzare o giustapporre problematiche, fenomeni e icone che appartengono alla cultura popolare; pensiamo ad esempio a Renato Zero oggetto di un altro bel saggio scritto da Porcino in coppia con Daniela Tuscano.
Ciò che emerge con chiarezza dal libro “Canzoni contro l’omofobia e la violenza sulle donne” è l’estrema attualità, e l’approfondita disamina di due temi che stanno sconvolgendo il nostro presente. Un testo che stimola l’uzzolo del lettore e lo spinge a divorare il libro in un batter di ciglia. Già in passato l’autore si è cimentato nello studio delle canzoni dei nostri cantautori, e ancora una volta riesce a fendere il muro dell’omertà e dell’indifferenza che racchiude la tematica dell’omosessualità e del femminicidio.
Dall’omofobia radicata nel mondo del calcio alla femminofobia di cui si è fatta promotrice la religione e non solo. Troviamo inoltre il sessismo linguistico e la campagna elettorale Usa tra Hillary Clinton e Donald Trump, la legge sulle unioni civili e i significati di alcune canzoni di artisti come Elton John, Renato Zero, Francesca Michielin, Madonna, Mika e tanti altri. Colpisce alla fine il progetto educativo ideato per essere realizzato nelle scuole. “Canzoni contro l’omofobia e la violenza sulle donne” è un valido sussidio per insegnanti, genitori ed educatori, accattivante nel linguaggio e quindi particolarmente adatto ai più giovani. Infine va segnalata la dedica iniziale di Porcino rivolta a Eddie Justice, vittima del massacro di Orlando, e a Sara Di Pietrantonio.

(Gianni Buonafede)


Il libro è in vendita su amazon. per acquistarlo andate  qui 

20/07/16

MEMORIA E CONOSCENZA © Daniela Tuscano

MEMORIA E CONOSCENZA
"Evento storico", "memoria storica". Quante volte abbiamo letto o udito queste espressioni? Troppe, probabilmente. E per questo sono diventate pura retorica, suoni fluttuanti in un etere che ogni giorno, anzi, ogni ora, si riempie d'altri eventi e memorie pronti a sostituire nel nostro immaginario quelli appena depositati - e subito svaniti. La storia, per natura legata al passato, alla meditazione, al silenzio, oggi ci precede; immagini s'accalcano a immagini, spesso truci e impietose eppur
imprendibili  nella blogosfera.
 È il martellamento continuo a creare un minimo di certezze quand'anche siano pregiudizi, di valori pur se spesso si tratta di razzismo (sempre meno) camuffato.
CONTRO OGNI AMBIGUITÀ - Quando un evento è ritenuto degno di "passare alla storia"? Quando ha provocato qualcosa d'enorme, epocale, straordinario, nel bene e nel male. Ma più spesso a scuotere è il male: lui a fissarsi nella memoria, con buona pace delle anime candide. E non è vero non lasci traccia: la lascia, invece, spesso indelebile, e senza speranza. Perché di fronte al male il nostro atteggiamento è da sempre ambiguo. Lo ricusiamo ma ne siamo affascinati. Non è sempre "invincibile" (tutt'altro) né tantomeno inevitabile, basta però ne abbia l'apparenza e ne subiamo la sinistra attrazione.
La storia perpetua quest'ambiguità. Il pantheon storico ospita grandi condottieri, grandissimi dittatori o entrambe le cose, conquistatori, gloriose epopee di "civiltà" spesso a danno di altre ben più degne di tale nome. Predominanza quasi assoluta di bianchi, occidentali e caucasici, donne inesistenti e, su tutto, l'idea che la virtù e la ragione coincidano necessariamente col predominio, la gerarchia e il sopruso.
La seduzione del male di questi tempi ha poi assunto inedite coloriture.
Già nel lontano 1979 Giovanni Testori osservava: "Anche la poesia, anche l'arte sono state in grado di dar forma e figura agli assassini; al male; non ai santi; non al bene. Così mi domando se gran parte della cultura moderna sia veramente stata critica e giudice nei confronti del male o se, col gesto di colpirlo, non abbia alle volte trovato un modo sinistro e luciferino, per diventarne complice".
Nella nostra memoria si sono fissati Hitler e Mussolini, Stalin e Pol Pot, Bin Laden e al Baghdadi; oggi conosciamo la fisionomia di Bouhlel e dei killer di Dacca, molto meno quella delle loro vittime e oppositori.
Ebbene, esigiamo una revisione del concetto di storia; vogliamo definire "rivoluzionario" ed "epocale" chi sovverte i "valori" dell'intolleranza e della violenza, non quanti li propugnano. Solo così si disarma, anzi, si dissangua il male.
Questo non è il periodo dell'estremismo islamista. Esso va ovviamente conosciuto e studiato, per difendersene. Ma non dobbiamo concedergli, e concedere ai mezzi di comunicazione, di monopolizzare il nostro immaginario.
IL DOVERE DI RICORDARE - I protagonisti di questa fase della vicenda umana non sono al Baghdadi e i suoi epigoni. Si chiamano Faraaz Hossein, Ishrat Akhond, Khaled al-Asaad, Mohammed Bouazizi, Khaled Wahab e molti altri. Alcuni vivi, la più parte morti. Taluni più lontani nel tempo (ad esempio Wahab, difensore di ebrei durante il nazismo), altri nostri immediati contemporanei. Moltissimi autentici martiri, come ricorda la madre di Faraaz: "Ho sempre detto a mio figlio una cosa: rispetta sempre le donne e la loro dignità. Poteva uscire vivo da quel ristorante [di Dacca, dove i jihadisti hanno fatto strage di stranieri, compresi nove italiani]. Ma non ha dimenticato questi insegnamenti e non ha lasciato sole le sue due amiche. Ha mantenuto vivi i valori in cui credeva a costo della vita". Faraaz era musulmano. Non aveva trovato niente nella sua religione che l'autorizzasse a disprezzare le donne, anche se non molto osservanti, come le sue emancipate amiche. Secondo i referti medici ha lottato con gli assassini che le stavano torturando, prima di essere ucciso assieme a loro.
Il sacrificio di Ishrat ha replicato, sotto certi aspetti, il gesto eroico del filosofo Bergson nella Francia occupata dai nazisti. Anche Ishrat, come Faraaz, era musulmana. Ma s'e' rifiutata di recitare i versi del Corano davanti agli assassini. Non era quella la religione che aveva conosciuto, pur se ne aveva l'involucro. L'Islam dei jihadisti per lei equivaleva al "Gott mit Uns" sugli stendardi hitleriani: una bestemmia.
Era musulmano Khaled al-Asaad, il direttore del museo archeologico di Palmira, decapitato da Daesh per non aver svelato l'ubicazione delle opere d'arte; era musulmano Bouazizi, che col suo sacrificio contribuì alla cacciata di Ben Ali in Tunisia, l'unico paese in cui fra mille difficoltà si è avviato un processo di democratizzazione. È musulmano Hamadi Ben Abdesslem, la guida turistica che salvò i turisti italiani a lui affidati durante l'attentato del Bardo; è musulmana la famiglia tunisina che, a Nizza, ha salvato otto studenti italiani dal Tir criminale di Bouhlel.
Musulmane, infine, erano la prima e l'ultima delle vittime di Bouhlel. Non eroi, ma persone semplici: una donna velata, Fatima Charrihi, madre di sette figli, dall'aria mite e rassegnata che ha avuto il solo torto di trovarsi su quella maledetta traiettoria, quel maledetto 14 luglio, per godersi i fuochi artificiali; e un bellissimo bambino di tre anni, Kylian Mejri, sterminato assieme alla madre Olfa. Tutti franco-tunisini, come l'omicida.
La nera parabola di Bouhlel non deve oscurare lo splendore di queste vite, né i loro nomi. Non si commetta il tragico sbaglio d'identificare l'Islam con le bestemmie dei fondamentalisti. Una storia che lo permetta non farebbe che perpetrare la connivenza col Male.

© Daniela Tuscano

19/07/16

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero: L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti





Questa è una delle tante storie di donne coraggio , alla faccia diquei misogini e nostalgici fascisti che dicono che le donne dovrebbero stare a casa a fare la calza e a sfornare marmocchi . Dimenticando che spesso nei momenti difficili sono le donne , che fanno la storia e fanno andare avanti il mondo non solo , mi si perdoni il termnine maschilistama a volte il maschilista che è in me ( come credo in ciascunoi di noi ) esce fuori , ad aprire le gambe

da la nuova sardegna del 19\7\2016

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero:«L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti»




di Giacomo Mameli

 SANTA TERESA
Cinque donne coraggio «per evitare che la nostra scuola chiudesse i battenti». Tre di loro sono anche mamme “maturate” [da non confendere con il termine omonimo che si usa nel porno Nota mia ] dopo il mezzo secolo di vita, «con tanta voglia di studiare, di avere un diploma, perché per la cultura non èmaitroppo tardi».E così, con l’anagrafe under ’60, sono tornate sugli stessi banchi di scuola di figli e nipoti, lo studio è stato «matto e disperatissimo,lezioni e lavoro,interrogazioni e famiglia, ma siamo felici». Pochi giorni fa hanno ritirato il diploma all’Istituto professionale per servizi commerciali e per il turismo di Santa Teresa adesso accorpato a quello di Arzachena.Poi, come diciottenni piene di vita, hanno organizzato la loro pizzata. «Iscrivendoci al Tecnico abbiamo fatto numero,e così non abbiamo persouna scuola necessaria per il nostro paese e per il territorio»,dicono in coro. 

Qualcuna adesso pensa  alla laurea, come Paola Buioni vedova Quiliquini,57 anni [ vedi scansione del secondo sopra alcentro sempre dala nuova sardegna ] dallla , madre di Renato che si era diplomato lo scorso anno e che ha trovato da lavorare come magazziniere nella grande distribuzione. 







Con Paola hanno frequentato regolarmente le lezioni le sue amiche. Tutte meriterebbero un premio al valor civile. Col loro impegno - nella cosiddetta“buonascuola” italiana econ quella che in Sardegna sa usare solo cesoie tagliando autonomia didattica, aule e classi - hanno evitato di sbarrare i cancelli di una istituzione scolastica necessaria alla Gallura settentrionale. I loro nomi. Cominciamo con Adriana Riva che ha 58 anni, è dipendente del Comune di Santa Teresa,lavora all’ufficio turistico «ma col diploma potrò essere di maggior aiuto alla mia comunità ». Dice: «Il mio desiderio era frequentare l’Accademia di belle arti a Sassari ma non mi era stato possibile. Avevo iniziato a lavorare come segretaria i un ingegnere in un’impresa edile, un’esperienza utile, nel 1979 sono riuscita a entrare con un concorso al Comune dove lavoro ancora in attesa,legge Fornero permettendo,di andare in pensione».Ed ecco le altre donne-salvascuola.Erminia Poggi che ha 50 anni non ha ancora uno straccio di lavoro. Con lei Marianna Coppi di 51 anni, sposata e madre di due figli. Ha due figli anche Giovanna Cirocca di 55 anni. A questo quintetto si è unita anche una coppia di Sorso, Elena Borlotti col marito Luca Manca. Sette nuovi iscritti e scuola salvata.Adriana Riva e Paola Buioni insistono: «Abbiamo errato di casa in casa, cercando firme e soprattutto iscrizioni. Continueremo a lavorare in questa direzione consentendo la frequenza,alle scuole serali, di quindici giovani africani e di altri dieci immigrati per le scuole regolari del mattino». E tutte in coro a dire: «È davvero triste che per l’istruzione si usino le forbici dei ragionieri e non si guardi alla necessità di elevare i livelli di istruzione».Parole sacrosante in una regione- la Sardegna, governata dalla giunta col maggior numero di professori universitari mai vista da quando è sorta l’Autonomia - che vanta il record nazionale della dispersione scolastica e il più basso rapporto popolazione-laureati e popolazione-diplomati.Non è la Giunta del necessario "potenziamento"ma del cosiddetto - e avvilente - "dimensionamentoscolastico".Una scuola, quella di Santa Teresa, che era nata quindici anni fa, nel 2000 per volere dell’amministrazione comunale (sindaco era Nino Nicoli) e preside il sassarese Prospero Malavasi.Si era subito rivelata utile al territorioanche per gli sbocchi occupazionali nel turismo, sostenuta da tutti gli altri sindaci «ci rendevamo conto di avere un fiore a ll’occhiello che non dovevamo assolutamente perdere », dice l’ex sindaco Piero Bardanzellu. Poi, si sa, è giunta la politica dei tagli. Anche a quel bene primario del dirittoall’istruzione. È esemplare, da menzione d’onore, la storia scolastica e umana di Paola Buioni. Negli anni ’70 frequenta l’Istituto d’arte a Sassari, lo fa per dueanni, segue i corsi di disegno architettonico colmaestro Igino Panzino, fotografia con Riccardo Campanelli, pittura con Aldo C ontini, sculturacon Gavino Tilocca. « Mi piacevamo ltissimo quella scuola,erano ore di piacere non di fatica,di amore per l’arte, maho dovuto smettere, a malincuore». Si lega sentimentalmente ad Andrea Quiliquini, il leader dell’ecologismo in Alta Gallura,quello del no alle petroliere nelle Bocche, quello del no urlato alla base della Maddalena con i sommergibili nucleari che avevano provocato cinque casi di cranioschisi in neonati,il professore di Biologia e Scienze nelle scuole superiori di mezza provincia di Sassari.Andrea Quiliquini, alunno liceale-mito ai Salesiani di viale Fra Ignazio a Cagliari, diventa un punto di riferimento per chi crede nella valorizzazione delle risorse locali, agricoltura e artigianato in primo luogo.Adorava le capre, le portava al pascolo, mungeva , ci faceva il formaggio».La passione contagia Paolache oggi emula il marito (si erano sposati nel 2004 dopo 25 anni di convivenza). Lo emula scrivendo poesie. Ha vinto il premio Zarzelli in Corsica, un paesino vicino ad Ajaccio. « Ho fatto un’ode dal titolo La dì diSantu Gaìni 1845, per ricordarela nascita di Santa Teresa di Gallura fino ad allora agglomerato di stazzi sparsi, spesso soggiogati dai banditi. Storia in versi e in rima. Per non dimenticare l’esaltante passato di Santa Teresa, dei Savoia che offrivano lotti di terreno e monetaper aprir bottega».Il regno di Paola Buioni sono le campagne di Lu Rinagghjolu,a sei chilometri del paese,eden dominato da olivastri secolari e querce, macchioni di mirto e mirto, paradiso preferito dagli aironi cinerini, dalla garzette e dal falco pellegrino.mio marito e con l’autoproduzione:ho sedici caprette, il formaggio e lo yogurt lo faccio per me e mio figlio, d’inverno taglio la legna e ripulisco il greto dei torrenti, mi occupo di piante officinali, preparo decotti e olii di lentisco e creme per usi cosmetici, uso le erbetintorie». E con il diploma ? «Credo molto nella creazione dell’oasi marina protetta, attorno al parco dovranno nascere per forza attività legate all’ambiente marino e bucolicoe creare uno sviluppo veramente sostenibile. Il mio grande sogno è avere nella mia azienda una fattoria didattica,fare laboratori con le mamme e i loro bambini, abituare la gente alla vita sana della campagna.Credo sia il futuro di Santa Teresa e di tanti altri paesi della Sardegna, di mare o montagna poco importa». Da sola? «Faremo squadra con le amiche neodiplomate».

18/07/16

La morte oscura di David Carradine di matteo tassinari




Sulle ali

del complotto
L’attore David Carradine è stato vittima di un omicidio? Vittima di un omicidio verso sé stessi, quindi un suicidio? Oppure un’accidentale disgrazia di magia sessuale? Parte tutto da qui quello che in Italia non sanno per la solita pigrizia italiana, una pigrizia che è come una scabianel cuore. Qualcosa di potente, molto forte, molto intrinseco, molto strano.
In certi luoghi corre insistentemente voce, che l’attore David Carradine di Kill Bill di Tarantino, sia stato ucciso da un “illuminato”, anche se la vittima risulta essere la stessa persona che ha commesso il crimine. Forse è stato assassinato perché era diventato un “ricercatore?”. Oppure l'hanno ucciso e poi hanno inscenato la finta e macabra posa?
A quanto pare, Carradine stava indagando per conto suo, sulle “società segrete”, sette orientali e sette sataniche. Secondo un giornale thailandese, l'attore è stato trovato in un armadio e svestito. A fornire un’altra versione, è il giornale online inglese The Sun, che afferma una possibile e nefasta conseguenza di un gioco erotico. Un ufficiale di polizia thailandese, ha detto che Carradine è stato trovato nudo, con la corda che gli stringeva il collo ed i genitali. Non oso pensare a prima. Non OSO pensare. OTO, semmai.



L’Ordine dei
Templari d’Oriente

Due dei personaggi più famosi dell’OTO(Ordine del Tempio Oriente), la fidanzata di Jack Parsons, ingegnere missilistico e occultista con simpatie sataniste, Marjorie Cameron Simbolista anch’essa occultista e l’attore Dennis Hopper, lui c’è sempre quando si mesta nel torbido. Per la verità l’Ordine dei Templari d’Oriente si può ricercare online, in quanto hanno molti legami espliciti con molte persone conosciute e famose e importanti, dall’attore John Carradine all’attivista gay Harry Hay.

Sex and Rockets
L’innovativo libro scritto da Carter nel 2000, “Sex and Rockets: The Occult World of Jack Parsons” e l’opera fotocopia del 2005 di George Pendle “Strange Angel”, forniscono maggiori dettagli, soprattutto per capire da dove provengano i soldi.

I libri su Parsons osservano che la spinta per la Loggia Agape arrivò da una visita alla sezione di Vancouver dell’OTO, nella quale Wilfred T. Smith s'incontrò con Aleister Crowley.


Organista
di una   setta
Ben presto Smith inviò dei soldi a Crowley per l’OTO di Hollywood, dove gli adepti erano molti. Attori, attrici, gente senza volto, parecchia umanità persa in cerca di qualcuno che gli dicesse cosa fare. Da qui molte cose strane ci hanno invaso la gola ed il buco del culo. Con Parsons che rimaneva nell’ombra, Smith chiese il permesso a Crowley per creare una sezione dell’OTO con il nome di Loggia Agape. John Carradine visitò la casa, forse perché era un membro dell’OTO oppure, a “scopo di ricerca. Di lì a breve avrebbe dovuto interpretare l’organista di una setta satanica nel film The Black Cat.

Carradine apparve in The Black Cat interpretando “l’organista della setta” dove rimane ucciso in un’esplosione, quando il mitico Bela Lugosi irrompe nella sede della setta.Si vede Lugosi che attiva l’ordigno e poi un’inquadratura dell’esterno con la casa che esplode. Le perversioni sessuali di John Carradine, come uno dei Bounty Drive Boys, sono esaminate anche nel libro Hollywood’s Hellfire Club scritto da Gregory Mank.

Carradine aBangkok
Dunque, il padre era un devoto membro dell’OTO negli anni Trenta, oppure in un classico stereotipo hollywoodiano, si stava solamente avvicinando a questa materia, come ha fatto di recente Heath Ledger nel ruolo di Joker, per approfondire le questioni proibite su cui stava compiendo ricerche.

La Rivelazione 

del Metodo
David Carradine stava facendo qualcosa di simile a Bangkok e in altri luoghi? Carradine padre, sappiamo ora, che aveva lavorato con coloro e che stavano cercando di comprendere le versioni moderne degli Illuminati. I Carradine, hanno partecipato alla pericolosa partita dei doppiogiochisti? Nel decodificare il processo alchemico di questa vicenda, inutile dire che dobbiamo esaminare più a fondo quella che Michael Hoffman in Secret Societies definisce la “Rivelazione del Metodo”.
Gli indizi sono ovunque e la vicenda si svela in maniera inquietante davvero. Dobbiamo solo aprire gli occhi e guardare. Nel giugno del 2009, David Carradine è stato trovato cadavere nella sua stanza al Park Nai Lert Hotel, Bangkok. La polizia ha riferito che era morto da almeno 12 ore, spegnendosi il 3 giugno 2009. Le prime versioni di come è stato ritrovato, legato con delle corde intorno al collo, alle mani e al pene, sono state corrette e modificate, diventando sempre più confuse in ogni ripetizione della vicenda.
Il fatto che delle fotografie del cadavere siano state pubblicate sui quotidiani ha sconvolto gli americani che hanno visto David Carradine “impiccato” all’armadio della sua stanza d’albergo in Thailandia, il Kill Bill di Quentin Tarantino Volume 1 e 2.
Bangkoks 5-Star, qui in mezzo c'è l'hotel dove è stato ritrovatro Carradine




Le mani di Carradine
Mentre questa immagine potrebbe sembrare piuttosto esplicita, sembra che abbia gettato dei dubbi sulla “storia di copertura” delle autorità locali di Bangkok, sul fatto che si tratti di un chiaro caso di suicidio. Le mani di Carradine, legate, sono mostrate al di sopra della testa e ora ci si chiede come si sia potuto legare così le mani? Il servizio informativo di Infowars ha aggiunto un problema che fa ripensare alle posizioni dell’OTO.
Il corpo di David Carradine al Swissotel


Lmorte oscura

      dDavid
Ecco quello che hanno svelato: nel corso di un servizio che è andato in onda al Larry King Show, il corrispondente della CNN afferma che la morte di David Carradine “è stata anomala e anormale, un decesso non naturale. E le prove mostrano che c’erano delle corde legate intorno al collo di David e intorno ai suoi genitali e queste erano legate assieme. C’è un rapporto secondo cui c’erano delle corde legate ai polsi”.
David Carradine in Kill Bill di Tarantino
Più avanti, si sosterrà che un produttore e regista di nome Damian Chapa, che ha lavorato con Carradine, ha affermato che crede ci sia stata violenza gratuita nella morte di Carradine. E ha detto che nessun altro lo sa ad eccezione della sua famiglia, la famiglia di Carradine e i suoi amici e le persone che gli stavano più vicino, ma David era molto interessato nel fare indagini e a scoprire i segreti delle società segrete. Era un battitore libero in queste inchieste personali che in qualche modo influenzavano l’attore.

I segreti del luogo
Un aspetto della vicenda su cui sembra non si sia stato indagato a sufficienza è dove David Carradine sia morto. Quali sono le peculiarità di questo luogo? Perché lo chiedo? La toponimia mistica e il linguaggio del gergo alchemico, fanno parte di un processo che dipende dal matrimonio tra azione nel corso del tempo e posizioni fisiche sulla terra viste come “luoghi del potere dalla visione magico-geografica della criptocrazia che considera la terra come un’enorme scacchiera”. Sembra che Carradine avesse scelto accuratamente questo posto.


Magia sessuale

Un hotel di lusso a 5 stelle a Bangkok, il Swissotel che offre un rifugio straordinario nell’animata capitale thailandese, con ristoranti rinomati, un rigoglioso giardino tropicale di oltre tre ettari e delle graziose camere di rappresentanza. Ma dobbiamo cercare più in profondità e qui avviene l’incredibile. La posizione dell’hotel è fondamentale. La toponimia mistica degli obelischi in luoghi come Dealey Plaza e vicino al Lorraine Motel, potrebbero rispecchiarsi in un’analoga forma di chiaro simbolismo vicino al luogo della morte. 
Sappiamo che Carradine padre, era coinvolto con l’OTO. Non sappiamo in che cosa fosse interessato David Carradine, se stesse compiendo delle indagini o delle ricerche. E’ interessante il fatto che uno dei suoi primi ruoli, quando decise di intraprendere la carriera di attore, fu in una produzione televisiva per l’Armstrong Circle Theather, chiamata il documento segreto.
Dopo “Kung Fu” David Carradine intraprese il ruolo da protagonista nella misteriosa produzione underground – un nuovo genere di film d’azione – Death Race, il suo ultimo ruolo sarebbe tuttavia quello più enigmatico. La famiglia di Carradine ha chiesto all’FBI di indagare se l’attore sia morto di asfissia autoerotica o di omicidio. Hanno anche chiesto che venga effettuata una seconda autopsia. Le nuove risposte porteranno ad altre domande? O porranno fine ad ulteriori indagini su questa strana morte da “impiccagione”, concedendo una tregua a coloro che indagano su diversi altri “suicidi da impiccagione” poco chiari che potrebbero avere indizi con nomi e cognomi?
Il legale della famiglia Carradine, ha parlato allo spettacolo televisivo Larry King Live e ha smentito le voci di suicidio, sostenendo invece che David Carradine potrebbe essere stato ucciso da “sicari di una setta segreta di Kung Fu” dopo che è stato rivelato che Carradine stava tentando di portare alla luce dei gruppi che lavoravano nella malavita organizzata (Yakoza) collegata alle arti marziali. La famiglia Carradine si è lasciata andare ad altri commenti indicando che David Carradine è stato assassinato perché stava indagando sulle “società segrete dei signori del crimine Kung Fu”.
 Carradine e l'ex moglie, sessualmente ripugnante
La sua ex moglie, che stava valutando delle proposte per un libro su David Carradine, ha detto ai media: “Se fosse stato coinvolto nelle società segrete, era una cosa di cui anch’io non sapevo assolutamente nulla. Ma lui aveva dei grandi segreti”. Poi perché la Thailandia? Questo vorrebbe dire che stava compiendo delle ricerche nelle cosiddette gang di Muay Thai, è così.
Membro della Yakuza e tatuaggi in tema
Oppure stava effettuando una ricerca più vasta sulla Hung Society (la società del Paradiso e della Terra), le Triadi cinesi e la Yakuza giapponese? La teoria del complotto omicida ha delle forti somiglianze con la morte di Bruce Lee avvenuta nel 1973. Secondo fonti gettonate come Yahoo News la morte di Lee è imputabile ad un attacco cardiaco anche se la maggior parte delle persone ha parlato di edema cerebrale. Ci sono altri che credono che la leggenda delle arti marziali sia stata assassinata dalle Triadi cinesi. Considerando che il ruolo in “Kung Fu” era di Bruce Lee prima che venisse sostituito dalla politica di Hollywood da David Carradine, si tratterebbe di una coincidenza davvero affascinante per quanto inquietante.