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13.5.26

Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»



Durante la pausa caffè leggo sul corriere  della sera  d'oggi  l'editoriale di Gramellini 


 

Dal gruppo 
Diaconia "Santa Maria Egiziaca" in Bresso


 << Davide Simone Cavallo è lo studente universitario milanese che ha perso l’uso delle gambe dopo essere stato accoltellato da un gruppo di ragazzi per una banconota da 50 euro, nei paraggi di Corso Como, sette mesi fa. Ha scritto una lettera di quindici pagine, talmente potente, profonda e contro lo spirito del tempo che non mi sento all’altezza di commentarla. [ … ]

Perciò mi limiterò a riassumerla in quindici righe, come si fa (o si faceva) a scuola con i classici .[…] >>

 Ora  a differenza  sua preferisco  riportare sotto il testo   sotto integrale . Infatti è   talmente bella da , almeno per me , da  non riuscire a riassumerla o pubblicarne stralci. come. fanno gli altri media.  

Posso solo dire che  Gramellini sul caffè del 13 maggioHa fatto bene  a non commentare : dobbiamo solo riflettere su che cosa è successo ai giovani, da un lato un branco di disperati senza regole né valori, però ci sono anche luminosi segni di speranza come Simone.Egli ha fatto l’unica cosa possibile per non cedere alla disperazione per quello che ha subito, e dovrà subire, per colpa di soggetti difficilmente definibili esseri senzienti.


Ecco il testo  integrale preso dal corriere 


Davide Cavallo, lo studente della Bocconi accoltellato da ragazzini in corso Como a Milano: «Ho compassione per loro, li abbraccio. Ho perso le gambe, non la voglia di vivere»


Davide Simone Cavallo


di Davide Simone Cavallo

Pubblichiamo la lettera integrale di Davide Simone Cavallo, lo studente universitario di 22 anni che il 12 ottobre 2025 ha rischiato di morire dissanguato dopo essere stato accoltellato da 5 ragazzi (di cui tre minorenni) che volevano rapinarlo. Il bottino: 50 euro

L'aggressione è avvenuta all'alba del 12 ottobre 2025 in pieno centro a Milano, zona corso Como, fuori da uno dei locali più frequentati dalla gioventù milanese. Davide Simone Cavallo, 22enne studente della Bocconi, quella notte ha rischiato di morire dissanguato: per una banconota da 50 euro è stato aggredito, accoltellato e ridotto in fin di vita da un gruppo di cinque ragazzi giovanissimi, di cui tre minorenni. Davide, ragazzo sano e sportivo, quella notte ha riportato lesioni permanenti e ha perso l'uso delle gambe; ora sta affrontando un lungo e doloroso processo di riabilitazione. Insieme con gli atti del processo è depositata questa lettera, in cui Davide descrive ciò che ha provato quella notte, al risveglio in ospedale e nei mesi successivi, e ha parole di compassione e perdono per i suoi aggressori (Federico Berni).

A volte ancora la sento, la coltellata.
All’inizio i dolori erano troppi e non si distinguevano. Dopo giorni, quando si sono sedimentati, è rimasta quella sensazione, un dolore puntato, una forte fitta ripetitiva dietro il fianco sinistro, quando penso a quel ragazzo picchiato per terra. E, ogni volta, piango, come un bambino. Io non lo ricordo, ma il mio corpo sì. Io non dovrei essere qui.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, ho 22 anni e sono il ragazzo che è stato rapinato, aggredito e accoltellato la notte del 12 ottobre vicino a Corso Como. Ci ho messo un po’ a decidere di aprirmi ma, avvicinandosi la causa legale (20 maggio), sento sia arrivato il momento. Non so bene da dove iniziare perciò racconto un po’ di me.

Sono un ragazzo di 22 anni a Milano. Mi piace recitare e scrivere poesie, sono anche discreto. Sono nato a Milano ma cresciuto davanti al mare, in Sicilia, praticamente sulla spiaggia. Mi piace correre, saltare, ballare moltissimo, fare la verticale, i tuffi, arrampicarmi sugli alberi, camminare sui muretti, scoprire posti nuovi. Viaggiare. Ho praticato 8 anni di ginnastica artistica e 6 di pallacanestro, insieme a corsi di danza e vari altri sport. Mai stato fermo un minuto, anche quando non mi allenavo. Non ho mai dimenticato la gioia di una capriola, la fierezza del riuscire a toccare il ferro con un salto, l’invincibilità nel tagliare un traguardo dopo ore di corsa o di vincere una partita con i miei amici.

Sono una persona buona, per quanto non stia a me dirlo, voglio crederci. Amichevole con tutti, dal genio allo sbandato, dal poco di buono allo stupido: non trovo che nessuno meriti il mio disprezzo o la mia maleducazione. Ho una famiglia numerosa che mi ama e degli amici che mi sanno vedere. Studio Economia dell’Arte in inglese, un corso di economia mirato ai prodotti culturali, musica, film, quadri, spettacoli.
Sono leale, curioso, gentile, appassionato fino alle ossa di qualsiasi cosa la vita voglia regalarmi, bello e brutto: mi piace così.

Ho avuto la fortuna di non finire praticamente mai in ospedale, mai ossa rotte o salute difficile, un corpo perfettamente funzionante, bello e affidabile. La mia agilità e riflessi sono invidiabili. Continuo a dire «sono» e non «erano» perché non riesco ad accettare che siano perse dopo quello che mi è successo. Non sarebbe giusto.
E io credo nelle cose giuste.
Perciò mi sembra corretto raccontare come sia arrivato qui.

Una stanza grigia, scura, macchinari attaccati alle pareti e un ragazzo vestito di azzurro che mi parla e dice «Davide stai immobile, non ti spaventare. Sei in ospedale, hai un tubo attaccato alla gola potresti farti male. Sei stato accoltellato, ti abbiamo operato».
Che cosa è successo? Dove sono? Perché mi sto svegliando qui? Che ore sono? Che giorno è?
Le gambe.
Non mi sento le gambe.
Perché non mi sento le gambe?
«Perché non mi sento le gambe?»

All’inizio dissero che erano atrofizzate, che sarebbe passato subito, che dovevo provare a muoverle: la destra un po’ rispondeva, la sinistra no. Ma le ore passavano, i giorni, e nulla cambiava. A volte ancora me lo chiedo. Perché? Che è successo? Le vedo qui ma se provo a muoverle… a sentirle...

Avevo due tubi nel petto che andavano uno sopra uno sotto i polmoni, e succhiavano via il sangue rimasto, 18 buchi sui polsi, qualcosa che non ho mai voluto toccare attaccato al collo e farmaci molto forti nelle vene, insieme a sangue non mio.
Non mi sento le gambe, perché?
Ancora me lo chiedo a volte, sapendo che quasi sicuramente non avrò mai risposta…

I primi giorni in intensiva sono stati un inferno, non potevo muovere che un braccio, non potevo mangiare né bere, non sapevo che ore fossero, non vedevo il sole, non ricordavo NIENTE degli ultimi 5 giorni della mia vita… più ci pensavo più diventava faticoso ricordar qualcosa di debole delle ultime due settimane. Mi dissero che per un po’ mi avevano dovuto legare le mani perché tentavo di strappare i tubi, mi sentivo tutto intorpidito.

Poi la morte. Sentivo persone che stavano male e non potevo girarmi a guardarle, vedevo un signore davanti a me con un tubo in gola che muoveva febbrilmente le mani per aria e di tanto in tanto sembrava chiamasse la figlia. Io, in tutto questo, ero imbottito di farmaci molto potenti: Fentanyl, Propofol, Morfina. Non potevo chiudere gli occhi perché vedevo, sentivo cose, non potevo aprirli perché un essere nero, strano, con solo gli occhi e nessuna bocca mi si avvicinava di tanto in tanto, passo dopo passo, e io non potevo muovermi, non potevo scappare, non potevo girarmi dall’altro lato senza farmi male, distoglievo lo sguardo di botto, immobile, sperando sparisse ma lo sentivo lì, lo sapevo lì: avevo paura.

Una paura matta, tremenda, indescrivibile, la più profonda che abbia mai provato, una paura che ti fa sbarrare gli occhi al buio, tremare e rompere la voce, ogni secondo, ogni attimo; ero fuori pericolo? Sì, credo di sì ma era come se la morte mi fosse rimasta addosso, mi girasse attorno mentre non guardavo, sapendo che non sarei potuto andarmene anche se mi avesse accarezzato. Una paura fuori da ogni immaginazione, volevo la mamma, cercavo mia mamma. Continuavo a piangere senza potermi fermare, le lacrime scendevano mentre gli infermieri mi parlavano e gli operatori sanitari mi pulivano e spostavano. Sapevo che stava arrivando qualcosa, il corpo sentiva la paura di quello che era iniziato.
GIORNI. Giorni e giorni di paura. Potrò muovermi? Potrò camminare? Potrò fare pipì? Che cosa sta succedendo? Perché mi fa male?

Cosa che non tutti sanno, le problematiche che una lesione midollare può causare non si circoscrivono al non muovere. Vanno dal non sentire al non riuscire a urinare o sentire le parti intime, fitte casuali, ferite da immobilità (piaghe da decubito) lente a guarire per la circolazione ridotta, non sapere dove sono le gambe e spasmi involontari, ripetitivi e dolorosi.
Le mie giornate da 6 mesi a questa parte la mattina iniziano con tubi, pillole e medicazioni, per finire con punture, scarichi e contrazioni involontarie.

Poi i tamponi, prelievi, esami alle 6 del mattino, le notti insonni fra fastidi e rumori, l’ansia costante, gli aghi, l’iniezione giornaliera, le infezioni, le piccole operazioni, il catetere fisso, le fitte, gli spasmi i dolori gli antibiotici, la noia, i pianti, il provare inutilmente a spiegare come stessi, le visite, i messaggi senza risposta, i medicinali e quanto mi davano alla testa, le ruote. Sempre, ovunque: le ruote. Non potevo alzarmi quasi mai perché non reggevo, quindi ovunque andassi, c’erano due ruote. E nonostante questo stavo in reparto con persone che avevano bisogno di una macchina per RESPIRARE, quindi della mia situazione non potevo fare altro che essere grato.

So che sembra un po’ fuori contesto raccontare tutto ciò, ma voglio far passare il concetto: questa è la mia vita. Non una favola, né un qualcosa di astratto e distante. La mia mattina e la mia sera sono state queste cose, giorno dopo giorno, su un letto di ospedale, aspettando.

Le cose vanno così a causa di 5 ragazzini arrabbiati col mondo. Non mi nasconderò dietro un dito. Quando ho saputo della loro età, a parte l’incredulità, mi si è fatto pesante il cuore: mi dispiace per ogni giorno che passano in galera, mi dispiace davvero. Sono troppo giovani per non vivere il mondo. E nonostante questo, lo ero anch’io. Persino adesso, possono usare le proprie gambe, sentirle attaccate al corpo, fare sport. Non è scontato. Ormai lo so.

La cosa più dura di tutte è forse che in tutto ciò, io, per come sono fatto, quella sera, avrei teso loro la mano.
Gli avrei chiesto come andava la serata, che facevano, se avessi potuto veramente aiutarli l’avrei fatto. Perché sono fatto così. E perché sembrano 5 ragazzi come altri, che volevano divertirsi, con cui sarei potuto essere AMICO. Non sembravano questo mio penoso futuro, non sembravano cattivi.

E, invece, eccomi qui, a combattere ogni giorno per la qualità dei prossimi anni della mia vita, a cercare di recuperare il più possibile, concentrarmi, lavorare, motivarmi, pazientare.
Tutto ciò che mi sono riguadagnato è grazie a Dio, i dottori, le mie persone e me stesso. I problemi neurologici non «guariscono» solamente. Si compensano. Il mio sistema non deve ricreare tessuti interrotti (impossibile per il midollo), ma aggirarli, riapprendere nuove strade per fare le cose, risvegliare le parti intorpidite. Come si impara a fare il giocoliere io devo reimparare a muovermi. Ogni movimento ripreso è frutto della mia voglia di vivere e forza di volontà. Un gesto mi sta costando anni della mia vita, dolore e una quantità di forza inimmaginabile.

Tuttavia, provo a capire.
Conosco la rabbia di un’età, la frustrazione del vivere in un mondo troppo grande per noi, quel dolore immotivato frutto del non capire e non capirsi, e inevitabilmente, non essere capiti.
Non odio. Dovrei farlo, credo, sarebbe logico, ma non mi riesce. L’odio non è logico, e manco io. A volte penso che il mio cuore ha già perdonato un po’ quello che mi è stato fatto, perché so come si sentono i responsabili, o almeno mi piace pensarlo, quanto probabilmente ne soffrano, quanto è facile fare cazzate immense quando ci si perde. Se sei veramente in grado di metterti nei panni di chi dovresti odiare, forse, sei in grado anche di perdonare. E qualche parte dentro di me, che non voleva finisse così, lo ha fatto. Ho compassione per loro e li abbraccio.

D’altronde, la cosa che meno sopporto è la stessa per cui più devo ringraziare: sono stato costretto ad essere grato delle cose più piccole. Un passo, un movimento che fino a ieri era normale finalmente riacquisito dopo mesi di lavoro, una notte senza svegliarmi, un po’ di sole. Fa un po’ strano a volte, sentirmi particolarmente allegro per una doccia, ma non è male.
Il cuore perdona, il corpo invece, ancora, aspetta. Sta fermo e non capisco se ha paura o soffre. Non so quando e se riuscirò a perdonare fisicamente, a lasciare andare il ricordo di quella sensazione. Spero di sì un giorno. Come andare avanti sennò?

Fino ad allora, ho un corpo nuovo, con una sensibilità diversa, che vuole essere scoperto. Le lesioni incomplete generano variazioni e riduzioni dei segnali sensoriali, il che significa che magari muovi, ma non senti se hai qualcosa sotto il piede, o se ti stanno toccando la coscia, o altro. Semplicemente è come se metà del tuo corpo fosse un fantasma. Vedi, intuisci che sta accadendo qualcosa, ma non provi niente. Significa per me dover anche trovare un modo nuovo di approcciare il rapporto con altri. Ho 22 anni, voglio vivere la mia vita a pieno, fare esperienze, giocare a basket o qualsiasi cosa mi vada. Scoprire la mia sessualità, amare una persona, sentirmi toccato se toccato, gioire del mio corpo. Come devo gestire, giorno dopo giorno, negli anni, cose simili? Che effetto avrà? Che dovrei fare io ora?

Sembra mi sia stata strappata metà della vita in un colpo solo, mi sento di levitare nel mio stesso corpo, stretto da nodi, non riesco a riempirmi. Ero veloce, modestamente agile, bravo in tutti gli sport, ne andavo fiero, mi faceva sentire sicuro. Ora devo concentrarmi per non far cedere le ginocchia quando sto su. Dove sono io? Sono questo ormai?

Avrei voluto scoprire qual era il massimo che potevo raggiungere, e non sarà mai più possibile. In qualunque modo sarebbe andata la mia vita se non avessi subito un’aggressione che ha causato un’ischemia midollare a livello dorsale a 21 anni, io non lo potrò mai sapere. Il ragazzo che correva e saltava e ballava non esiste più se non nella mia immaginazione e in quel che riesce questo nuovo corpo. Questo sono io adesso.

Non l’ho deciso io, non posso cambiarlo, mi fa un male cane ogni istante che passo così e a temere per il mio futuro, ma non posso farci niente.
Nella realtà delle cose a me non è mai importato chi esattamente ha sferrato la coltellata. Nel momento stesso in cui mi hanno iniziato a picchiare nessuno aveva già più a cuore la mia incolumità, sono diventato un oggetto, un palloncino da scoppiare per gioco. È difficile razionalizzare una cosa del genere.

Inoltre, per quanto contento che non tutti i coinvolti si siano dati alla violenza, non sono d’accordo con la giustificazione del «ero lontano, non potevo fare niente». Proprio chi è amico degli aggressori è forse l’unico capace di fare qualcosa senza prenderle al posto della vittima. Chissà che con un «RAGAZZI CHE FATE LASCIATELO IN PACE!» nessuno di noi sarebbe stato qui a parlarne.
Se avessi visto quella scena dal di fuori sarei intervenuto, con intelligenza. Ma anche a costo di rimetterci: nessuno merita di passare quello che ho vissuto. Penso che il mondo sarebbe un posto migliore così.

Io, quella sera, volevo solo tornare a casa, mettermi a dormire e svegliarmi la mattina dopo come tutti i giorni. Invece sono qui a farmi forza, a cercare di dare un senso a quel che un senso non ne ha, a rimettere insieme i pezzi del mondo, crudele ma prezioso, che mi è rimasto. A tentare di trovare una placidità che mi permetta di andare avanti e guardare in faccia i responsabili dopo tutto questo. E mi trovo spesso a chiedermi perché debba vivere tutto ciò, perché debba domandarmi quanti soldi valga una vescica, quanti anni di galera il mio sesso, quanti mesi un passo. Quanto è grande il pezzo di cielo che mi tocca scambiare con loro? A 22 anni, da dove dovrei cominciare?

Non lo so, e fortunatamente non sta a me rispondere a queste domande. Ma non posso iniziare a mettere da parte sogni adesso. Mi rifiuto.
Per questo metto tutto me stesso in ogni attimo di lavoro, di vita, di guarigione; la mia concentrazione, speranza e forza sono tutte riposte lì, insieme alle paure e i dubbi. Non riesco a scinderli ma so che un lato sarà più forte dell’altro se lo nutro, lo accolgo, lo sprono. Se anche lontanamente è possibile riuscire, perché non io? Risparmiamoci le congratulazioni per la forza, la grande resilienza. Il punto è: avevo altra scelta? No. Queste cose non lasciano scelta. O ci credi veramente di uscire, o marcisci, fino a non riconoscerti più.
Vorrei evitare.

Tralascio l’aspetto più vitale e che forse più mi strugge: la mia famiglia. Gli anni che hanno perso i miei nonni quando hanno saputo dell’accaduto, il dolore fisico e mentale dei miei genitori, i pianti dei miei amici, lo sguardo e la sofferenza di mio FRATELLO, le preghiere, la rabbia e la paura di tutte le persone che mi amano. Le ore spese in ospedale, i viaggi, il lavoro che i miei hanno bruscamente interrotto, l’immensa frustrazione del non potermi aiutare direttamente e a volte nemmeno capire, il vedermi irritato furioso depresso, incapace di alzarmi, di parlare a volte.
Quello che è stato fatto alla mia famiglia, quello che si è rischiato di far loro passare, quello è imperdonabile.

I miei genitori potrebbero adesso essere senza un figlio, soli, in casa, senza speranze, con mio fratello traumatizzato a vita, senza un ospedale dove trovarmi, un vuoto incolmabile perenne e nulla, assolutamente nulla, da fare per star meglio. Sarei rimasto nel cuore dei miei amici come quel caro ragazzo a cui volevano bene che non hanno mai potuto veder crescere, non avrei mai finito di studiare, scelto un lavoro, ora non sarei qui a scrivere. Non avrei avuto un effetto sul mondo. Un centimetro più a destra, qualche minuto di più, un’altra sottile lama che mi recideva qualcosa e nessuno avrebbe mai saputo di me dalla mia bocca, visto i miei occhi. Non ci sarebbe nessuno dietro queste parole.

Dunque, ci tengo infine a dire, a costo di essere macabro, una cosa che facilmente ci si scorda. Una cosa forse difficile da ascoltare, ma il cui solo senso è essere ricordata, ogni istante. L’unica cosa che mi dia un senso a quanto accaduto: io, fino a ieri, ero voi. Ciascuno di voi. Non ero diverso. Fino a ieri camminavo per la strada cantando, andavo al parco, mi svegliavo, col sorriso o meno e vivevo la mia vita. Fino a ieri tutto era «normale», scontato, abitavo il mio corpo e non pensavo alle cose a cui penso oggi. Nessuno mi aveva detto che sarei finito così, non un segnale, un messaggio: un giorno ti svegli, la tua vita è cambiata e non puoi farci nulla. Per questo ogni giorno penso di non aver ballato abbastanza, abbracciato abbastanza, rincorso, saltato, viaggiato, toccato, sentito, vissuto, amato abbastanza. E me lo ripeto, a non finire. Cosa sarà mai abbastanza? Beh, io non lo so… Ma spero che ciascuno di voi se lo possa chiedere ogni attimo della sua vita, ogni momento di indecisione, ogni volta che non sai se buttarti o meno, se ballare o no. Non ve lo viene a dire nessuno che un giorno finisce, signori. Non c’è promemoria.
A sorpresa.

Un giorno perdi parti di te fino a ieri scontate e inizi a cercarle, perché così siamo noi, e pur non trovandole continui, per mesi, anni magari.
Sembra terribile ma è proprio per questo motivo che tutto ci è così prezioso, ci è così caro: è a tempo.
Perciò se mi rivedessi prima dell’aggressione, senza dubbio, direi: «Vivi, il più possibile, fai del bene, viaggia, ama quanto più puoi, lascia andare il male».

Con tutta la rabbia che provo ci si potrebbe riempire un oceano, le parole non bastano per descrivere dentro. È inevitabile, dovrò conviverci per un po’. Nonostante questo, non per rabbia, dolore o vendetta ho recuperato il possibile, così come non per paura o inumana resistenza sono sopravvissuto quella notte, no. Fu qualcosa di strano e diverso, non ricordo quasi nulla ma quando mi svegliai era come se lo sapessi, che volevo vivere, che amavo quel braccio libero che mi era rimasto e la garza bagnata datami da un’OSS per inumidirmi le labbra: avevo voglia di cantare.

Senza motivo. Per me, non per altri, non sono nemmeno particolarmente bravo peraltro. Ma sono convinto che quel piccolo, lieve aggancio alla vita vera, mi abbia tenuto qui. È servito da memento del fatto che voglio ardentemente fare delle cose nella vita, e non intendo rinunciarvi. Perché amo vivere e questo mondo. AMARE mi ha spinto dove sono. Se non amassi le mie gambe, anche dopo quanto gli è successo, non sarei riuscito a muoverle. Se non amassi il mondo, che, posso capire, può sembrare un posto orribile, non ci sarei mai voluto tornare.

Per quanto riguarda i ragazzi responsabili, mi auguro facciate qualcosa di costruttivo di questo periodo, so che è difficile, ma non abbiamo altra scelta. Abbiate pietà di voi stessi, non lasciatevi definire da quello che è successo. Non siete perduti. Potete fare ancora tante cose belle nella vita. Non smettete di crederci, io con voi.

Ringrazio più di tutti il cielo, la mia famiglia e i miei amici. Ma poi i dottori che mi hanno salvato la vita, i fisioterapisti, i terapisti occupazionali, gli infermieri, gli operatori sociosanitari, i miei compagni di reparto, gli autisti di ambulanze, gli addetti alle mense, gli amici con cui ho condiviso la stanza, le signore delle imprese di pulizie che lavoravano negli ospedali e chiunque si sia preso cura di me in questi mesi, anche un secondo, anche soltanto sfamandomi o ordinandomi camera. Ricordo tutti i vostri nomi, lo sapete. Grazie alle ragazze che hanno chiamato i soccorsi, al sistema giudiziario e gli agenti e ispettori che hanno collaborato al caso. Grazie ai conoscenti, agli sconosciuti e tutti coloro che hanno pregato per me, di cuore. Grazie a mia madre e mio padre, mie colonne, e a mio fratello, che, seppur più giovane, si dimostra sempre più grande di me. Grazie alla mia seconda famiglia, l’Unità Spinale dell’Ospedale Niguarda, dove ho reimparato a vivere. Grazie agli 8 donatori inconsapevoli, il cui sangue mi ha fatto battere il cuore quando c’era bisogno, e alle mie dottoresse, Alessandra e Annalisa. E un grazie speciale a Lina, Jessica e Sara. In particolare, però, grazie Angelica, la prima ad avermi fatto vedere che ero ancora in grado di stare in piedi da solo. Mi hai salvato più della vita.

Grazie alla luce.
Quando la notte è più pesante del solito e sento aleggiare nell’aria quella fatidica domanda: «Perché a me?», un po’ sorrido. A ciascuno viene fatto ingiustamente un po’ di male nella vita, io sono solo più palese di altri. E in fin dei conti, son contento che sia capitato a me e non a persone che amo, o chiunque altro. Sapevo sin dal principio che, per come sono, non mi sarei fatto avvelenare il cuore, e non è da tutti.

Forse al contrario, non mi sono mai sentito tanto vivo e nuovo quanto dopo aver visto la morte in faccia. Sono grato di ogni istante, perché ho capito una cosa: per quanto difficile sia la vita, non mi fa paura. Non esiste motivo di temerla. Ho paura della mia morte, non della mia vita. L’unica realtà davvero in grado di offrire salvezza.

Mi chiamo Davide Simone Cavallo, 6 mesi fa sono stato accoltellato e ho quasi perso me stesso e l’uso delle gambe. Sono un ragazzo come altri, solo più fortunato, forse, e un po’ ferito. Non mi sono mai arreso e oggi sono qui.


12 maggio 2026 ( 



2.3.23

Nicoletta Parisi, ha 80 anni, calabrese, vive a Botricello (Catanzaro),offre la cappella di famiglia per i bambinbi morti nel naufragio di Crotone



Questa donna straordinaria si chiama Nicoletta Parisi, ha 80 anni, calabrese, vive a Botricello (Catanzaro), e quello che ha fatto è una autentica boccata di ossigeno e di umanità, dopo tanto orrore.Quando ha visto

le immagini strazianti dei 67 migranti morti sulle coste di Crotone, ha compiuto un gesto commovente: ha offerto la propria cappella di famiglia per dare una degna sepoltura a ognuno dei bambini morti così lontani da casa, accanto a suo marito.
Si è chiesta solo una cosa:
"Cosa posso fare io per queste piccole creature morte in mare senza aver potuto capire il gesto delle loro madri che era quello di portarli via da una civiltà crudele?
Mi è tornato alla mente mio zio disperso in Russia, che non ha mai potuto essere sepolto. Voglio che a questi bambini sia data questa possibilità. Noi fondamentalmente su questa terra siamo tutti profughi e tutti abbiamo necessità di avere la Misericordia divina. A mio marito ho detto: non sei più solo, avrai tanti bambini a farti compagnia”.
Ecco cosa significa essere cristiani veri, in un Paese di gente che brandisce rosari, va a messa la domenica e poi lascerebbe annegare donne e bambini in mare.
Questa donna la abbraccerei forte forte, solo questo.

24.1.21

non sempre il perdono vuol dire dimenticare il male . il caso di Silvio Pezzotta Padre di Mariangela Pezzotta che ha perdonato Elisabetta Ballarin l'assasina di sua figlia

Per un giorno stacchiamo da giornate \ settimane rompi ( giornata della memoria e giorno del ricordo ) e parliamo di Perdono
Elisabetta Ballarin protagonista di una delle vicende di cronaca nera più drammatiche del nostro paese quella delle Bestie di Satana dal 2017 è libera ha scontato il suo debito con la giustizia e si è rifatta una vita .Ed ha ottenuto aiuto e perdono dal padre al padre di una sua vittima Mariangela Pezzotta .
  da   questo articolo    di  https://www.corriere.it/sette/attualita/  del 31 maggio 2019
[...] Silvio Pezzotta, 71 anni, da Somma Lombardo, ex impiegato all’aeroporto di Malpensa, è il papà di Mariangela, una delle vittime delle Bestie di Satana, la setta di ragazzi appena più che diciottenni che uccise quattro persone tra il 1998 e il 2004 convinti di agire per conto del  Maligno.
Elisabetta  Ballarin all'epoca  
E mentre tutta l’Italia e il mondo intero (la storia finì anche sui media australiani) leggevano increduli degli sgozzamenti, delle crudeltà, del sangue e dei crocifissi rovesciati, mentre fioccavano gli ergastoli e le condanne, Silvio Pezzotta spiazzò tutti. Si rivolse a Elisabetta Ballarin, una ragazzina che aveva partecipato all’uccisione di Mariangela con queste precise parole: «Quando avrà finito di scontare la pena, sappia che per lei la porta di casa mia è aperta».


 Una bellissima scelta   quella   del signor  Silvio . 

 da https://www.ilsussidiario.net/news/ho-perdonato-lassassina-di-mia-figlia-padre-di-mariangela-pezzotta-ecco-perche/2112944/  e  da   https://www.tv2000.it/beltemposispera/video/silvio-pezzotta-mia-figlia-uccisa-dalle-bestie-di-satana/

Sincero ed emozionante il racconto di Silvio Pezzotta, padre di Mariangela Pezzotta, ai microfoni di Giovanni Terzi per Libero. L’uomo ha ripercorso il dramma vissuto quasi sedici anni fa, quando a Golasecca la figlia venne uccisa dalla mano di Andrea Volpe – esponente di spicco delle Bestie di Satana – sotto gli occhi di Elisabetta Ballarin.





E proprio lei ha trovato il perdono del padre di Mariangela Pezzotta: «Ho sempre considerato Elisabetta una vittima di Andrea Volpe alla stregua di altri, solo che, per fortuna, lei non è morta. Alberto Ballarin mi chiamò dopo la morte di mia figlia, la mamma la frequentai ed era una donna distrutta; entrambi poi morirono, lasciando sola Elisabetta». Dopo la morte dei genitori, Silvio Pezzotta le andò incontro: «Elisabetta rimase sola ed io semplicemente le dissi, incontrandola in Tribunale: “Quando avrà finito di scontare la pena, sappia che per lei la porta di casa mia è aperta“».

IL PADRE DI MARIANGELA PEZZOTTA: “PERDONO L’ASSASSINA DI MIA FIGLIA”

Elisabetta Bellarin  oggi
frame  dal video https://bit.ly/39aVRnB 
Il padre di Mariangela Pezzotta ha spiegato di aver capito nel corso del processo quanto Elisabetta Ballerin fosse plagiata da Volpe – «il suo sguardo smarrito non lo dimenticherò mai» – e non è tutto: «Un mio amico insistette per vedere Elisabetta. Io alla fine accettai. Elisabetta scese dal traghetto che proveniva da Monte Isola, dove si trovava in permesso per lavoro. Mi vide e mi corse incontro, abbracciandomi e mettendosi a piangere. Parlammo molto, quel colloquio rimarrà riservato nel mio cuore. Ci capimmo e capii che quella ragazza aveva il diritto di rifarsi una vita». Dopo la morte della figlia, Silvio Pezzotta ha potuto contare sulla fede: «Sono stato accompagnato dalla fede, in questo percorso doloroso. Se una persona non ha Fede, si chiude in sé stesso e non riesce più a vivere.
Io però ho una fede semplice, non bigotta; a volte mi fermo in qualche chiesetta di campagna per dire una preghiera».

Ora   ci  vuole  oltre  che una  vera fede   una mente   aperta     per  perdonare  simili  cose   e   non sempre  ci si riesce  . Ma  quando ci si riesce   , ed è questo il caso ,  fa  di te   una  grande  persona  .  Capace   d'incanalare  il tuo dolore   in qualcosa  di  costruttivo  ed  allontanare  l'odio    ed  a  vendetta   da  sé  . Ha  evitato   di  d'unire  dolore  al dolore  ovvero     << prima di intraprendere il viaggio della vendetta, scava due tombe ( Confucio ) >>. Secondo me      ha  fatto una scelta  giusta   in quanto  Elisabetta    come  si   vede questi due video il primo 
 


il   second ( da  cui   ho preso il   frame   , riportato nella   foto  in alto    a   destra  )

    SCONSIGLIATO PER I DEBOLI DI  STOMACO 
 

    
ha  capito   i suoi errori    ed   era  stata ,  questo  non vuol  dire  che  non sia  stata   innocente  ,  plagiata   ed ha  pagato  per  le  sue  colpe  . Ed   adesso  è  una persona  nuova   ed  diversa , il carcere  ed   il lutto  ( ha  perso  i suoi  genitori  )   ti  cambiano  .  Come   dimostra  anche i video   soprattutto il primo  




 Romanzo    suggerito    
Il conte di Montecristo (titolo orig. Le Comte de Monte-Cristo)  di Alexandre Dumas

14.12.15

IL CENTRO DELL'ANGOLO di © Daniela Tuscano


Mi piace pensare che arriviamo per ultimi, in questa domenica di freddo implacabilmente arido, fra un sole che stenta a uscire e nubi mute di pioggia. Siamo a Bresso, alla Parrocchia della Misericordia. Un edificio cresciuto con me, frutto dello scompaginamento architettonico del Concilio Vaticano II, tutto travi e acciaio ma pure seggiole settecentesche, quarzi brasiliani e vetrate da musical. Sfioriamo i confini della città, un tempo lande selvatiche e adesso terreni edificati. Intorno, il Parco Nord. Ma restiamo in angolo. Anche la chiesa è angolosa, asimmetrica. Sbilanciata. Proprio come la misericordia, il ricordo dei miseri, che a star rintuzzati hanno fatto l’abitudine. Eppure, spesso, l’angolo consente una visuale privilegiata, la curva nascosta d’un viso, il vertice d’un respiro. Giungiamo tardi, ma non soli, preceduti da nomi non più remoti o esotici: Banguì, Aleppo… e anche Roma, certo, ma ormai il centro si è frantumato. Si è spostato all’angolo.
Dobbiamo ringraziare Francesco per questo. Anche lui è un Papa “angolare”, proveniente da chissà dove. Ma, del resto, nulla di nuovo, se non avessimo fatto l’abitudine ai vuoti trionfalismi. La stessa Betlemme è ficcata in una conca sconosciuta, il più piccolo capoluogo di Giuda, oppressa da un’afa soffocante e appiccicosa. Siamo a Bresso e avremmo potuto esser laggiù, come in Siria, come in Africa. Il mondo ci è sfuggito di mano, tragicamente e sanguinosamente; provvidenzialmente, se tanto dolore servisse a risvegliare la nostra fratellanza e sororità. Ma non è il dolore che serve, è la pietà, la miseri-cordia, il sovvenire della manchevolezza, il bisogno del bisogno, la fine dell’autosufficienza. Siamo a Bresso e il mondo s’è messo al centro dell’angolo, perfino la porta santa era laterale, sobria, anche un po’ triste. Un nitore di lamiera. Ma giubileo significa gioia, anzi jobel, corno di montone. Anche a Bresso è risuonato tre volte, portato qui dalla Palestina, ché laggiù è la radice, e spiritualmente siamo semiti (Pio XI). Ma non esiste gioia se non con-divisa; l'esatto contrario di in-dividuo. Il quale, per ricomporsi, deve percorrere un cammino contrario, e tornare a frazionarsi come pane. Santa Lucia, 13 dicembre. A un mese esatto dalla strage di Parigi, a pochi giorni da stragi altrettanto crudeli e ignorate dalla grande informazione. La luce, da quest’angolo periferico, non può che rifulgere negli occhi capaci di guardare il prossimo. E prossimo ormai sono davvero tutti. Non siamo più “la cristianità”, siamo cristiani; minoritari; in molti casi, e in vari modi, pure perseguitati. Di questo ancora manca la piena consapevolezza. Qui. In altri angoli, è cibo quotidiano. Santa Lucia, 13 dicembre. La grande storia si è fermata in una periferia uniforme e ha creato un coro. Inudibile ai nostri orecchi ancora foderati di vuoto. Ma, se apriamo un angolo silente nel cuore, ne sentiremo il palpito maestoso e discreto. © Daniela Tuscano

Giornalismo. d'accatto e sempre più trash il caso Garlasco

 Lo so che  come me ,  che  seguo il  caso  fin dall'inizio tale  caso di mala. giustizia .  e  seguo la. cronaca nera soprattutto  quel...