Cerca nel blog

Visualizzazione post con etichetta umanità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta umanità. Mostra tutti i post

26.12.25

riflessione natalizia di Luigi ettore nicola Scano

leggi anche
 
Fra i tanti messaggi di whatsapp uno dei più belli che mi sia arrivato e ha messo indiscussione ( ne ripalermo con l'anno nuovo non voglio tediarvi con la mia ansia ) il giro di boia dei 50 anni , e questo qui che di un parente alla lontana ( nipote di una sorella di mio nonno paterno ) . Ma ora basta parlare io e veniamo al suo post

 


Ascoltando una canzone, mi è tornata in mente la celebre frase: 'Siamo uomini o caporali?'. È una scelta difficile, soprattutto se manca il coraggio o la forza di credere. Ma è meglio essere umani, con i nostri difetti e pregi, o fingere di essere ciò che non siamo? Io credo che sia necessario avere il coraggio di essere se stessi, nella semplice verità. Non c'è vittoria più grande che lottare per amore senza chiedere nulla in cambio. La strada per conoscere noi stessi è ancora lunga, ma la vita è unica e merita di essere vissuta credendo nei propri ideali. Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo. Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo.
Non guardiamo solo con gli occhi, ma impariamo a vedere con il cuore. Il mio augurio è che tu possa trovare la Fede, quella forza che ci fa credere in ciò che sappiamo essere vero, anche quando è invisibile allo sguardo. Buon Natale 🎄🎁💫

8.2.25

la maestra Tomasa e Pedrito di Tina Spagnolo dal gruppo facebook quando sbagli gruppo

 "Il primo giorno di scuola, la maestra signora Tomasa ha detto ai suoi alunni di quinta elementare che lei trattava sempre tutti allo stesso modo, che non aveva preferenze né maltrattava né disprezzava nessuno. Ben presto si rese conto di quanto sarebbe stato difficile rispettare le sue parole. Avevo avuto studenti difficili, ma nessuno come Pedrito. Arrivavo a scuola sporca, non facevo i compiti, passavo tutto il tempo a disturbare o dormire, era un vero mal di testa. Un giorno non ce l'ha fatta più e si è diretto verso la direzione.Non sono un'insegnante per sopportare l'impertinenza di un bambino viziato. Mi rifiuto di accettarlo più a lungo nella mia classe. Sono quasi le vacanze di Natale, spero di non vederlo quando torneremo a gennaio.La direttrice l'ha
ascoltata attentamente, senza dirle nulla, ha esaminato gli archivi e ha messo nelle mani di Donna Tomasa il libro della vita di Pedrito. L'insegnante ha iniziato a leggerlo per dovere, senza convinzione. Tuttavia, la lettura ha raggrinzito il suo cuore:
La maestra di prima elementare aveva scritto: "Pedrito è un bambino molto brillante e amichevole. Ha sempre un sorriso sulle labbra e tutti gli vogliono molto bene. Consegna i suoi lavori in tempo, è molto intelligente e applicato. È un piacere averlo nella mia classe”.La maestra di seconda elementare: "Pedrito è un alunno esemplare con i suoi compagni. Ma ultimamente è triste perché sua madre soffre di una malattia incurabile”L'insegnante di terza elementare: "La morte di sua madre è stata un colpo insopportabile. Ha perso interesse in tutto e passa il tempo a piangere. Suo padre non si sforza di aiutarlo e sembra molto violento. Penso che lo stia colpendo. ”L'insegnante di quarta: "Pedrito non mostra alcun interesse in classe. Vive a disagio e quando cerco di aiutarlo e chiedergli cosa gli succede, si chiude in un mutismo disperato. Non ha amici ed è sempre più isolato e triste"Poiché era l'ultimo giorno di scuola prima di Natale, tutti gli alunni hanno portato a Doña Tomasa dei bellissimi regali avvolti in fogli raffinati e colorati. Anche Pedrito gli ha portato il suo avvolto in un sacchetto di carta. Donna Tomasa sta aprendo i regali dei suoi studenti e quando ha mostrato quello di Pedrito, tutti i compagni si sono messi a ridere vedendo il suo contenuto: un vecchio braccialetto a cui mancavano alcune pietre e un vasetto di profumo quasi vuoto. Per tagliare al meglio con la risata degli alunni, Donna Tomasa si è messa con piacere il braccialetto e si è versata qualche goccia di profumo su ogni bambola. Quel giorno Pedrito è rimasto l'ultimo dopo la lezione e ha detto alla sua insegnante: "Dona Tomasa, oggi lei profuma come mia madre"Quella sera, da sola a casa sua, Donna Tomasa pianse a lungo. E decise che d'ora in poi, non solo avrebbe insegnato ai suoi studenti lettura, scrittura, matematica... ma soprattutto che li avrei amati e li avrei educati il cuore. Quando tornarono a scuola a gennaio, la signora Tomasa arrivò con il braccialetto della mamma di Pedrito e con qualche goccia di profumo. Il sorriso di Pedrito è stata una dichiarazione di affetto. La semina di attenzione e affetto di Doña Tomasa ha fruttificato in un crescente raccolto di applicazione e cambiamento di comportamento di Pedrito. A poco a poco, tornò ad essere quel bambino applicato e lavoratore dei suoi primi anni di scuola. Alla fine del corso, Doña Tomasa ha avuto difficoltà a rispettare le sue parole secondo cui tutti gli alunni erano uguali per lei, poiché provava una evidente predilezione per Pedrito.Passarono gli anni, Pedrito andò a continuare i suoi studi all'università e la signora Tomasa perse i contatti con lui. Un giorno ricevette una lettera dal dottor Pedro Altamira, nella quale gli comunicava che aveva terminato con successo gli studi di medicina e che stava per sposare una ragazza che aveva conosciuto all'università. Nella lettera lo invitavo al matrimonio e lo supplicavo di essere la sua madrina di nozze.Il giorno del matrimonio, Donna Tomasa ha rimesso il braccialetto senza pietre e il profumo della mamma di Pedrito. Quando si sono incontrati, si sono abbracciati molto forte e il dottor Altamira gli ha detto all'orecchio: "Devo tutto a lei, Donna Tomasa". Lei, con le lacrime agli occhi, gli rispose: "No, Pedrito, la cosa è successa al contrario, sei stato tu a salvare me e mi hai insegnato la lezione più importante della vita, che nessun professore era mai stato capace di insegnarmi all'università: mi hai insegnato a fare l'insegnante".

4.9.23

diario di bordo n°6 anno I . centro destra fra no castrazione chimica ed l'onda lunga del caso Vanacci ., Altro che Lukaku Benvenuto Azmoun Con Taremi ha sfidato il regime iraniano

da il FQ  del 4\9\2023

 CI RISIAMO I cruenti stupri estivi che hanno riempito le cronache di fine Agosto hanno riaperto il dibattito sulla castrazione chimica. Sorvolando sull’assoluta inutilità di un trattamento farmacologico applicato alla risoluzione di un problema culturale, esistono anche considerevoli aspetti etici che spingono ad interrogarsi sull’ipotesi di un intervento simile. Nonostante la proposta infatti parta dalle file della maggioranza con un disegno di legge depositato dalla Lega, anche all’interno della maggioranza stessa si levano numerose voci critiche. Rita Dalla Chiesa si fa portavoce della posizione di Forza Italia, mettendo in luce tutte le contraddizioni che una coercizione somatica ad opera dello Stato porta con sé: “Se s’introduce la castrazione chimica lo Stato fallisce. Uno Stato non può intervenire sul corpo di un individuo, nel modo più assoluto. Ci sono altre cose che dovrebbero aiutare a far sì che tutto quello che sta succedendo, che è veramente una cosa terribile, non succeda più”. Oltretutto la parlamentare azzurra sottolinea un altro potenziale rischio intrinseco alla proposta: la potenziale arma di distrazione di massa, che potrebbe allontanare invece da provvedimenti concreti.

------

  
semre  dal  
  • Il Fatto Quotidiano
  • PAOLO ZILIAN
  • Altro che Lukaku Benvenuto Azmoun Con Taremi ha sfidato il regime iraniano

    “Le regole imposte qui in nazionale ci impediscono di parlare finché siamo in ritiro, ma non ce la faccio più a restare in silenzio. La punizione è l’espulsione dalla nazionale? Beh, cacciatemi. Se sarà servito a salvare anche una sola ciocca di capelli delle donne iraniane ne sarà valsa la pena. Quanto sta succedendo non sarà mai cancellato dalle vostre coscienze, io non ho paura. Vergogna per voi che avete ucciso con tanta facilità gente del nostro popolo: e viva le donne iraniane. Se questi sono i musulmani,che Dio faccia di me un infedele”.Non so voi: ma anche se il nuovo acquisto accolto con festeggiamenti da mille e una notte a Roma dai tifosi giallorossi è stato Romelu Lukaku, io sono più contento che in Serie A, sotto il Cupolone, sia arrivato Sardar Azmoun, 28 anni, il calciatore di cui avete appena letto la presa di posizione contro le violenze del regime del suo Paese, l’iran, all’indomani dell’assassinio di Masha Amini, la ragazza uccisa per aver indossato il velo in modo improprio e la cui morte fece sprofondare l’iran, nell’autunno scorso,in una spirale di proteste, repressioni e violenze. Erano, per il calcio, i giorni dell’avvicinamento ai mondiali in Qatar dov’era atteso anche l’iran. Che fece bella figura in campo, eliminata solo all’ultima partita del girone dagli USA di Pulisic dopo uno storico 2-0 rifilato al Galles di Bale e Ramsey, ma soprattutto fuori dal campo per la fermezza e il coraggio mostrati dai suoi calciatori che al debutto contro l’inghilterra si rifiutarono di cantare l’inno nazionale rimanendo muti in mondovisione, non esultarono dopo i due gol segnati da Taremi a Pickford e si mostrarono uniti nel manifestare solidarietà alle donne del loro Paese e al popolo in protesta: tutto ciò pochi giorni essere stati ricevuti dal presidente dell’iran Ebrhaim Raisi. La gran parte dei giocatori avrebbe fatto ritorno in patria a mondiale concluso ma anche i più famosi, come Azmoun, Taremi e Ghoddos, da anni in Europa (Azmoun in Germania nel Leverkusen, Taremi in Portogallo nel Porto, Ghoddos in Inghilterra nel Brentford), avevano e hanno famiglie e parenti in Iran. Si parlò di impedire loro il rientro in patria per sempre. Schierarsi contro il regime non fu affatto una scelta semplice.

    Non lo fu nemmeno per Mehdi Taremi, il 31enne attaccante iraniano il cui passaggio al Milan è sfumato proprio in chiusura di mercato, il bomber che con i suoi gol e le sue giocate nel Porto aveva eliminato dalla

    Champions negli ultimi anni prima la Juventus di Pirlo (2020-21), poi proprio il Milan di Pioli (2021-22). Pur provenendo da una famiglia conservatrice, benestante e filo-governativa, Taremi non ha esitato, come Azmoun, a esporsi personalmente sui social nei giorni terribili della repressione del regime di Raisi. “La giustizia non può essere fatta con un cappio”, scrisse su Twitter dopo l’impiccagione di due giovani manifestanti e la condanna a morte, poi tramutata in condanna a 26 anni di carcere anche grazie all’hashtag #Notoexecution rilanciato da lui e altri noti calciatori europei, decisa sul conto di un calciatore del Tractor, Amir Nasr Azadani, accusato di “Mohaerebeh” (guerra contro l’islam e lo Stato). “Quale società troverà mai pace se ogni giorno ci sono spargimenti di sangue ed esecuzioni?”, chiedeva Taremi schierandosi contro il governo e a fianco dei manifestanti e del popolo.

    Dall’iran con onore: quando il calcio diventa civiltà, umanità, ardimento. Benvenuto a Roma Azmoun. E che peccato non averti qui con noi, Taremi.

    2.3.23

    Nicoletta Parisi, ha 80 anni, calabrese, vive a Botricello (Catanzaro),offre la cappella di famiglia per i bambinbi morti nel naufragio di Crotone



    Questa donna straordinaria si chiama Nicoletta Parisi, ha 80 anni, calabrese, vive a Botricello (Catanzaro), e quello che ha fatto è una autentica boccata di ossigeno e di umanità, dopo tanto orrore.Quando ha visto

    le immagini strazianti dei 67 migranti morti sulle coste di Crotone, ha compiuto un gesto commovente: ha offerto la propria cappella di famiglia per dare una degna sepoltura a ognuno dei bambini morti così lontani da casa, accanto a suo marito.
    Si è chiesta solo una cosa:
    "Cosa posso fare io per queste piccole creature morte in mare senza aver potuto capire il gesto delle loro madri che era quello di portarli via da una civiltà crudele?
    Mi è tornato alla mente mio zio disperso in Russia, che non ha mai potuto essere sepolto. Voglio che a questi bambini sia data questa possibilità. Noi fondamentalmente su questa terra siamo tutti profughi e tutti abbiamo necessità di avere la Misericordia divina. A mio marito ho detto: non sei più solo, avrai tanti bambini a farti compagnia”.
    Ecco cosa significa essere cristiani veri, in un Paese di gente che brandisce rosari, va a messa la domenica e poi lascerebbe annegare donne e bambini in mare.
    Questa donna la abbraccerei forte forte, solo questo.

    24.12.22

    Certi uomini di © Daniela Tuscano

    Adesso che il Mondiale è archiviato, è tempo di riflettere. Si è trattato - l'abbiamo ripetuto più volte - di una delle peggiori edizioni di sempre: per l'avida pavidità della Fifa, pronta a eludere diritti umani e '"inclusività" davanti ai fiotti di denaro d'un Qatar sbrilluccicante d'intolleranza, fasti sardanapaleschi e tormento di lavoratori-schiavi. Abbiamo assistito al dramma dell'Iran, subito eliminato, non dal gioco ma dalla vita: molti calciatori persiani sono stati incarcerati, a volte giustiziati, per aver manifestato solidarietà ad Ahsa Amini e a tutte le donne e ragazze oppresse dagli ayatollah. Perché l'ombra che incombeva su questi match virili era un'ombra, anzi un velo, femminile. Sono stati Mondiali brutti ma simbolici, Mondiali di traverso, Mondiali non detti: dove chi ha vinto, non necessariamente sul campo, è stato uomo solo grazie a donne. Sono stati uomini i già nominati iraniani (ma pure l'equivalente squadra di pallamano, muta per protesta durante l'inno nazionale); e sono stati uomini i marocchini, che il podio l'hanno sfiorato, ma hanno conquistato il cuore di tutti. Ballando con la madre, come Sofiane Boufal. Ma altri se le sono spupazzate alla grande, quelle loro mamme insostituibili, da Achraf Hakimi a Hakim Ziyech.






     E il bello è che tutto, nell'apparente contraddittorietà, è parso logico, spontaneo, ovvio: fede e bellezza, foulard e musica, pudore e fisicità. Chi vede losco, vede male; e lo vede per invidia. Infastidito/a da un'esplosione di gioia familiare, da un Dio che vorrebbe annoverare tra le anticaglie della storia e che viene invece invocato e amato. Non ci sono ambizioni tarpate, nulla da insegnare a nessuno. Non a Sofiane, per cui la madre è "tutto" e "ci ha cresciuti da sola", compresa la bimba a capelli sciolti che la donna prende in braccio per unirla alla festa assieme a fidanzate/mogli, artiste perciò visibilissime. "Un giorno le dissi: lasciami il 100% al calcio  - ricorda Sofiane - e fra un anno e mezzo smetterai di lavorare". E la madre di Achraf rimanda: "Siamo un sostegno molto grande, più dell'allenatore, di suo
    padre o dei suoi amici". Che ne sanno di questi ibridi, nati in Europa, frullato di culture e sogni periferici, gli altezzosi dirittisti, i lacchè del neopositivismo edipico? Ma non ricordano il braccio levato di Marco Materazzi ai Mondiali 2006, da dove la Nazionale uscì vincente? In verità, Materazzi quel braccio lo allungò in maniera telescopica, e ci aggiunse il dito quasi ad agguantare babelicamente il cielo. Ma cercava solo di ricongiungersi alla madre (ancora lei), persa a 15 anni. Madre-Dio: binomio inestricabile. L'atleta smisurato percepiva la sua piccolezza, la distanza siderale che ormai lo separava dalla genitrice. E la chiamava a gola spiegata: "Questa vittoria è per te". Per una volta uomo, non smargiasso o divo. Fu uomo il Balotelli deluso e piangente del 2012, consolato da Prandelli, esattamente come il Mbappé di dieci anni dopo



     fra le braccia di Macron e Foyth. E sono uomini due campioni di passate stagioni, Sinisa Mihajlovic e Gianluca Vialli. Sinisa non è più tra noi, Vialli sta lottando, ma non nasconde la paura. 



    Anche santa Teresina ha temuto l'"abisso del nulla" e, prima di lei, Cristo: il bimbo che sta per nascere ha manifestato tutto sé stesso nel momento dell'addio. Ma prima c'è stata la prova, perché era "un Dio non Dio" (G. Squizzato) e sapeva che la vita era una sola, e bella, e devastante lasciarla. Uomini nella sconfitta, nella debolezza di fronte a un trauma furibondo, meravigliosi d'imperfezione. Si può essere uomini solo così.
                                           © Daniela Tuscano


    12.7.22

    Milano, è costretto a lasciare il lavoro per una malattia: i colleghi gli pagano i contributi fino alla pensione

    E’ la storia di Benedetto Santangelo, 66 anni, una vita dedicata a lavorare per il gruppo Cofle, che si è ritrovato ad affrontare una malattia che gli ha impedito di proseguire la sua attività in azienda


    Una malattia improvvisa lo costringe a ritirarsi dal lavoro a pochi mesi dalla pensione, ma la solidarietà dei colleghi corre in soccorso per evitare il licenziamento. E’ la storia di Benedetto Santangelo, 66 anni, una vita dedicata a lavorare per il gruppo Cofle, che si è ritrovato ad affrontare una malattia che gli ha impedito di proseguire la sua attività in azienda. Senza poter raggiungere la completa copertura economica per i restanti mesi. "Benedetto ha lavorato con noi per oltre trent’anni, non potevamo voltargli le spalle nel momento del bisogno”, ha spiegato la titolare dell’azienda.



    Che appena è venuta a conoscenza della malattia, si è subito premurata di collocare Benedetto in una posizione di lavoro più tranquilla. L’azienda si trova a Trezzo sull’Adda, nel Milanese, ed è specializzata nella produzione di ricambi per auto dal 1964.
    Grazie allo spirito di solidarietà dei colleghi, in collaborazione con l’azienda e le Rsu, è stata attivata una banca delle ore solidale. L’accordo prevede una donazione su base volontaria e a titolo gratuito di ore di Par (permessi annui retribuiti), in favore del lavoratore in difficoltà. Il combinato delle ore raccolte fra i colleghi e l’integrazione a suo tempo garantita dall’azienda per la quota mancante permetterà a Benedetto di raggiungere in piena serenità il traguardo pensionistico, previsto per febbraio 2023. L’azienda, che ha pubblicato su Facebook la foto di Benedetto assieme ai colleghi e titolari, con il racconto della storia a lieto fine, ha ricevuto tantissimi commenti di solidarietà e ringraziamenti.

    29.5.21

    «IN FILA ALLA CASSA, UNA DONNA HA BISOGNO, UN SIGNORE L’ AIUTA CON DISCREZIONE»

     Riporto un testo così come l’ ho letto, senza  modifiche   o aggiunte ,  perché pur essendo   una  storia  che girà nel web  ,  dice  tutto  .Racconta  di come  Al tempo del Coronavirus, le file al supermercato non sono state solo teatro di litigi e baruffe.

    “In fila alla cassa, il display segna 26,80€, la faccia stranita:
    "Ah scusi ho dimenticato il bancomat, ho solo 25€ tolgo qualcosa".
    Nel piccolo carrello non ci sono patatine o cibi inutili, vedo pane, pasta, latte, pomodori, carta igienica. L'imbarazzo per chi è distante appena un metro è palpabile, il volto di una mamma poco più che 50enne è corrucciato, deve scegliere cosa sottrarre ai propri figli. È così che assisto al più bel film italiano, reale più che neorealista, poco dietro un altro signore in fila: "Scusi, le è caduto qualcosa" La signora è sorpresa, a terra c'è una banconota da 10 euro, sa bene che non le appartiene Lo sguardo amorevole dell'uomo la convince, é troppo per lei dire che è sua. Non ha vestiti firmati ma non indossa stracci, non ha il trucco ma la sua faccia trasuda sacrifici. Il signore si piega, raccoglie la banconota e le dice: "Probabilmente è successo quando ha aperto il borsello". Ora sembra una bambina, é felice, soprattutto della sua onestà. Paga e uscendo sorride all'uomo che è davanti a me. Lo guarda per l'ultima volta e dice: "Grazie". Assisto e sono felice anch'io, ho capito la lezione. Quell'uomo avrebbe potuto dire: "Non si preoccupi faccio io". Invece ha scelto di preservare la dignità, sua e della signora.

     Ora  Chi ha fatto un beneficio taccia, lo ricordi chi lo ha ricevuto.” Ricordiamoci il bene si fa in silenzio ,il resto è palcoscenico . Mentre leggevo questa news trovata sulla home di Facebook  mi è venuto in mente che le buone notizie sono… a più piani. Primo piano: ho lasciato per intero la descrizione dell’ accaduto perché ce la potessimo gustare: la buona notizia come un sasso buttato nell’ acqua che buca la superficie e si allarga a cerchi concentrici. Secondo piano: uno sconosciuto in fila alla cassa nota che la signora che lo precede non ha tutti gli euro per pagare la spesa; la buona

    notizia parte dal vedere, cioè dal non essere spettatori inerti. Terzo piano: i dieci euro che “colui che vede” getta a terra, come se fossero caduti dal borsello della signora, ci dice che la buona notizia è silenziosa, umile, senza bisogno di fanfare. Quarto piano: la signora capisce il “gioco” e regala il suo stupore, la sua gratitudine. Quinto piano: mentre esce, la signora esprime un grazie pieno di dignità e di franchezza; sa che un dono non è mai “meritato”. E grazie lo dicono coloro che vengono a conoscenza di questa “buona notizia”, non solo coloro che sono stati testimoni (in fila al supermercato) ma anche noi che ne veniamo a conoscenza grazie alla testimonianza.

    9.5.21

    Una cabina telefonica come casa, Iasmina salvata dagli abitanti del suo quartiere

     

    REPUBBLICA 9\5\2021

    A Mirafiori Sud, periferia di Torino. Per due settimane una donna rom ha dormito in un metro quadrato


    Chiedeva l'elemosina Iasmina, un volto diventato familiare tra i torinesi che frequentano il mercato di via Cesare Pavese, quartiere Mirafiori Sud, ultimo lembo di città tra la vecchia fabbrica e le campagne che sfiorano l'autostrada. Chiedeva l'elemosina e se ne andava. Dove chissà. E il giorno dopo tornava. Una routine che a un certo punto si è interrotta e gli abitanti del rione l'hanno vista, a sessant'anni, che si sistemava per la notte dentro una vecchia cabina telefonica caduta in disuso. Per due settimane ha creato in quel metro quadrato protetto da quattro vetri il suo giaciglio. In molti l'hanno avvicinata, hanno raccolto il suo racconto di donna rom, con una situazione personale complicata, che aveva avuto dissidi con la propria famiglia e che per quel motivo non tornava al campo.

    "Guarda che stanotte mi sono affacciato dal balcone e alle quattro era ancora dentro la cabina", è stata la telefonata che un residente ha fatto a Vincenzo Camarda, coordinatore della terza commissione della circoscrizione 2, che si occupa di politiche sociali e integrazione. "Il nostro quartiere è ricco di sentinelle che si preoccupano di ciò che accade sul territorio e che vogliono risolvere i problemi, non rimuoverli. Ed è su queste basi che si è creata una rete di aiuto che funziona", spiega Camarda. Oltre alla circoscrizione, sono intervenuti anche i servizi sociali. Iasmina all'inizio rifiutava qualunque aiuto: "Non ho bisogno di niente", diceva. Ma la gente del mercato non riusciva a voltarsi dall'altra parte: "Fa male alla nostra coscienza, come un fatto che vorremo non vedere e non sapere, ma la povertà è qui, non sono numeri, dobbiamo avvicinarla", si è fatta avanti una donna del quartiere. Sono arrivati anche i volontari della Boa urbana, ma Iasmina non si è fatta agganciare e non ha accettato l'invito ad andare in un dormitorio. Eppure la gente del quartiere non si è rassegnata: "Nessuno ha la capacità magica di risolvere all'istante problemi, soprattutto come in questo caso, sono anni che la signora è in difficoltà, ci vuole fiducia", ha raccontato un residente. Non è stato facile, ma alla fine Iasmina è stata aiutata a riprendere in mano la sua vita, a riappacificarsi con la famiglia ed è tornata ad avere un tetto sotto cui dormire. "Quando le persone si mettono insieme, aprono piccoli spiragli di luce", è la lezione di Fabrizio Floris, docente universitario esperto di integrazione e migrazioni, che ha seguito da vicino il caso di Iasmina.

    4.10.19

    capita che gli zingari violentemente osteggiati e maltrattati possano integrarsi benissimo e diventare simbolo di una città . il caso di Pamela diventata uno dei simboli di Olbia

    Lo  so    che  ogni  volta  che   parlo di  rom   e  zingari  , mi      si vede   ridurre  il numero degli iscritti odele persone cher   seguono i miie aggiornamenti sia  qui  che  sui miei social , perchè  come testimonia  anche  questa puntata  di una trasmissione di lenner   ci  sono  molti sia a  destra  che a  sinistra  duri a  morire , ma   a me non  importa  . Io racconto, per  chi  mi vuole  ascoltare  e leggere  , storie   degli ultimi  e degli   emarginanti . E   chi mi dice  perchè  dico  ascoltate  o riascoltate se  non o  avete  capito bene   anima salve  di  de  Andrè    ed in particolare  l'appendice  di  avevamo gli occhi troppo belli

    da  www.galluraoggi.it



    Si è spenta Pamela, la storica “zingara” diventata uno dei simboli di Olbia





    Si è spenta questa notte, nel campo di Sa Corroncedda di Olbia, una delle figure più note tra gli “zingari” di Olbia. Aveva quasi 62 anni Pamela, ma come osservano in molti è come se avesse vissuto per oltre un secolo.
    Pamela ha rappresentato, volendo o non volendo, una parte dell’immagine di Olbia. Quella degli anni della crescita sfrenata della città, delle grandi trasformazioni e delle molte contraddizioni. Impossibile non notarla quando all’esterno dei supermercati ti avvicinava chiedendoti l’obolo.
    Ti augurava buona fortuna e negli ultimi anni non aveva nemmeno più bisogno di ricordarti che doveva “mangiare” o che servivano per i suoi “numerosi figli”. Pamela era Pamela. Punto.
    E anche se, in base al regolamento del campo nomadi, non avrebbe dovuto chiedere l’elemosina, per lei era spesso un’eccezione tollerata. Era arrivata giovanissima a Olbia dalla Serbia e si era subito ambientata. Di lei si racconta che abbia almeno dieci figli.
    Per capire l’importanza simbolica che ha rappresentato per Olbia, basti ricordare la sua foto, insieme al famoso vigile urbano Tottoi Sanciu, nel calendario comunale dato alle stampe sulla fine degli anni Novanta. Nella notte Pamela è morta. Come tradizione, la sua salma sarà ora riportata in Serbia per la sepoltura.

     se  non vi  bene ....   vostri   io   continuerò  lo stesso chi  vuole  seguirmi  mi segue    chi  non mi  vuole seguire    peggio  per  lui     concludo  con  questa  citazione  musicale     talmente  nota  e  stra nota ed usata  nei miei post  (  se  non la  ricordate    , capita  man mano  che  s'invecchia 😎😜😁, o  non la  conoscete trovate qui il testo )

    Ma s'io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso,mi piace far canzoni e bere vino, mi piace far casino, poi sono nato fessoe quindi tiro avanti e non mi svesto dei panni che son solito portare:ho tante cose ancora da raccontare per chi vuole ascoltare e a culo tutto il resto!
      alla  prossima

    26.9.19

    ma la gente sa solo insultare anche pesantemente e personalmente coloro che hanno opinioni differenti su temi etici ( e non solo ) ? toxic shitstorm rieviuta per iun pos pro sentenza costitutizionale a favore di marco cappato su caso Dj fabio

    in sottofondo musiche   di 



    Va bene ed è comprensibile che tali tematiche etico/ morali  siano contrastanti ed "divisorie " ma arrivare all'insulto  anche pesante del tipo : non capisci un 🤬🗯️💭💩, non dire ..... Oltre agli ormai " classici" comunista , miscredente ,ecc . Proprio non ci sto ed ribadisco anche a costo di ricevere un ulteriore  fango o  tempesta di merda tossica (  toxic shitstorm ) il mio pensiero approfondendo questi stato di una mia follower   Twitter da me condiviso su  Facebook 

    Nessuna descrizione della foto disponibile.

    Va bene che  il  suicido     sia  che  sia  fatto  per  vigliaccheria o  per  nobili  intenti :   evitare    che durante le torture  faccia il  nome  dei compagni di lotta   ,  perchè  ci si   è arresi , ecc  è  sempre  una  sconfitta .Come  è vero   che il suicido indotto  e   quindi  anche  quello assistito  è un reato - il suicidio assistito - punito dal "fascistissimo" codice Rocco del 1930: da 5 a 12 anni di galera.
    Ma  quest'ultimo   Non è eutanasia, come impropriamente si ripete. La differenza tra il primo e la seconda sta nella persona che esegue l'ultima azione: nel caso del suicidio assistito è il suicida medesimo, sia pure con un aiuto esterno; nel caso dell'eutanasia è sempre qualcun altro, generalmente un medico. Sta di fatto però che il suicidio assistito apre una contraddizione nel nostro sistema normativo. Perché il suicidio di per sé non è un reato, come accadeva un tempo in Gran Bretagna, dove venivano confiscate le terre del suicida. In Italia nessuno va alla sbarra per aver tentato d'uccidersi. E anzi una legge dello Stato (n. 219 del 2017) consente ai malati terminali di lasciarsi morire, rifiutando i trattamenti sanitari. Allora perché punire chi t'aiuta in questa decisione, quando le tue forze non sono sufficienti?.
    La sentenza  della  corte  costituzionale  (che  non mette  fine al processo sia ben   chiaro  di  Cappato  ) è  come dice  il bellissimo   editoriale  su repubblica   del  25\9\2019   di Michele  Ainis   << ( .... ) una risposta a rime obbligate: l'incostituzionalità del reato. Perlomeno se ricorrono le quattro condizioni già messe nero su bianco dalla Corte, nell'ordinanza n. 207 del 2018: che il soggetto in questione soffra d'una malattia incurabile; che sopravviva solo attraverso trattamenti di sostegno; che subisca tormenti insopportabili; che sia in grado di decidere liberamente del proprio destino. (... )  >>. 
    Quindi trovo  giusto      come  dice  la sentenza  : <<   E' non punibile", a "determinate condizioni", chi "agevola l'esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di un paziente tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche e psicologiche che egli reputa intollerabili ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli".>> che   chi   ,   come  il caso   di Cappato   che   ha   solo   consigliato ed  accompagnato  DJ fabio  non ucciso  e   casi  di  chi   come  nel   citato   dall'url     nelle righe precedenti  ha  scelto  pur  non   soffrendo  degli stessi problemi  di  D Fabio  possa  decidere   cosa  fare   della   sua  vita  . Infatti     la vita che sceglie sempre e comunque, ci insegna(  o  dovrebbe )  a volerci bene, a rispettarci, ad evitare il giudizio sommario e impietoso, e  darci  forza per  andare  avanti fino all'ultimo Sta a noi scegliere se  continuare  a vivere  e lottare   o  arrenderci . Nessuno deve decidere quale sia la scelta giusta e quella sbagliata. 
    Nessuna descrizione della foto disponibile.Per     chi volesse  approfondire  tali argomenti   consiglio  : 
    1)    un buon libro  (  copertina   sinistra  ) Altro e altrove" di Cristian Porcino  che  raccoglie alcuni saggi dell'autore su diverse tematiche. Le riflessioni del filosofo impertinente sono pungenti, ironiche, polemiche, libere e toccano svariati episodi e personaggi come: George Michael, il testamento biologico, gli scandali in Vaticano, il ricordo di Lady D., l'assassinio di Giordano Bruno, la sessualita dei supereroi, il coraggio di Lady Oscar, l'omofobia, la parita di genere, l'infelicita, i programmi televisivi di Maria De Filippi, le canzoni di Francesco Gabbani e molto altro ancora. Porcino Ferrara c'invita ad andare oltre le apparenze e a soffermarci sul vero senso della vita.Ma  sopratutto  si parla ,   con più competenza  di me    che  sono un  comune  mortale  e non un filosofo  , di suicido  assistito   e  di dj Fabio e d'obbiezione di coscienza   eccone    un estratto   per  gentile  concessione dell'autore 


      2)    questo  fumetto
    Exit, il fine vita in un fumetto







    il lungo racconto in disegni e battute di come si è arrivati, dalla nascita della terapia intensiva a oggi, a fare del fine vita una delle grandi questioni irrisolte e discusse dall’opinione pubblica del nostro tempo.
    Una bussola preziosa «basata su un concetto che in fondo riguarda tutti, il valore dell’autodeterminazione del singolo cittadino», – mette in chiaro Gloria Bardi, ideatrice del progetto, realizzato insieme al disegnatore Luca Albanese per la casa editrice Becco Giallo – che gli autori hanno affidato alle storie di chi, attraverso la propria vicenda, direttamente o meno, ha «permesso di fare uno scatto al confronto».

    Mentre stavo per  premere  il tasto   pubblica   leggo ora questa intervista a cappato repubblica  del 26\9\2019 



    ROMA - "Ho rischiato dodici anni di carcere ma lo rifarei senza pensarci due volte: adesso siamo tutti più liberi. Anche quelli contrari. Bisogna mettersi in gioco in prima persona, come hanno fatto Fabo o Beppino Englaro e Welby, usando le loro tragedie, le loro storie private per la libertà di tutti: senza di loro non saremmo mai arrivati a questa sentenza. Perché i partiti da anni si rifiutavano di affrontare il problema del fine vita, del diritto di scelta, dell...







    ROMA - "Ho rischiato dodici anni di carcere ma lo rifarei senza pensarci due volte: adesso siamo tutti più liberi. Anche quelli contrari. Bisogna mettersi in gioco in prima persona, come hanno fatto Fabo o Beppino Englaro e Welby, usando le loro tragedie, le loro storie private per la libertà di tutti: senza di loro non saremmo mai arrivati a questa sentenza. Perché i partiti da anni si rifiutavano di affrontare il problema del fine vita, del diritto di scelta, della gente imprigionata dalla malattia, di una medicina che va avanti e che cambia i confini tra vita e morte". Marco Cappato, tesoriere dell'associazione Luca Coscioni, parla con voce stanca, commossa. Non ci sta a fare l'eroe della giornata mentre ripensa ai viaggi oltre confine, alle ultime parole di chi gli aveva chiesto un aiuto illegale per mettere la parola fine ad un'esistenza che non poteva più sopportare .

    Chi l'ha convinta ad aiutare Fabo?
    "Ho sempre pensato che uno dovesse essere libero di decidere fino alla fine sulla sua vita, ma l'ho sentito in modo definitivo anni prima di incontrare Fabiano. Quando Piergiorgio Welby mi ha ringraziato, poco prima di essere sedato perché gli togliessero il respiratore e lui potesse andarsene come chiedeva da anni. Era immobilizzato in un corpo che era una prigione, aveva solo gli occhi per comunicare. Il suo era un grazie di felicità, ripetuto, e vivere queste emozioni da parte di una persona che sta per andarsene sovverte le nostre nozioni sulla morte. Non posso dimenticarlo".

    Incontri di sofferenza e libertà?
    "Welby, Fabo, Englaro, sono tutte persone che, pur non avendo potere, sono riuscite a cambiare la storia. Hanno avuto il coraggio di usare il loro corpo, le loro sofferenze, le loro vite per cambiare la legge, per difendere le loro idee. Incontrandole ho trovato l'ironia, la serenità, l'intensità. Nessuna autocommiserazione o vittimismo per Piergiorgio e Fabo, ma il senso di un obiettivo da raggiungere. Vere lezioni di vita. Fabo pochi minuti prima di morire ha detto ai suoi amici: allacciatevi le cinture, non potreste farmi un regalo più grande. Aveva spazio e pensiero per gli amici, per le persone che amava, anche in quel momento".

    Più di 800 persone hanno chiesto di morire come Fabo.
    "Tanti chiedono informazioni ma poi decidono di resistere. Quando a chiedere di essere aiutati a morire sono giovani, che hanno perso interesse per la vita senza essere affetti da patologie particolari, io consiglio di farsi aiutare da specialisti, da psicologi. Sono persone che non otterrebbero quello che cercano neppure all'estero".

    Ancora una volta decide la magistratura. E la politica?
    "ll Parlamento sino ad oggi si è dimostrato inadeguato ad affrontare il problema, ma resta il nostro interlocutore, e si dovrà esprimere. Mi aspetto dai partiti un'assunzione di responsabilità adeguata ad oggi, per il modo in cui è cambiato il morire. Ci vorrà tempo. Il problema è che i mesi che passano li patiscono sulla loro pelle decine di migliaia di persone. I miei nemici non sono le persone che la pensano diversamente, ma gli indifferenti che per anni in politica hanno fatto finta di non vedere la sofferenza dei malati".
    Adesso per lei niente carcere?
    "Resto ancora imputato nel processo a Massa, ma vivo tutto con serenità, con la consapevolezza di aver fatto il mio dovere morale. Non avrei potuto comportarmi diversamente e comunque non mi sono mai sentito solo: la gente ha capito che stavo parlando di cose che tutti avevano vissuto, incontrato o subito".
    Vincitori e vinti?
    "Da oggi non c'è nessuno che abbia diritti in meno, non ci sono sconfitti. Ho sentito Beppino Englaro e Valeria, la fidanzata di Fabo. Erano felici, avevano ritrovato un pezzo della loro vita, di chi amavano e di quello in cui credevano".Poi Cappato se ne va da sua figlia. Ha dieci mesi. Si chiama Vittoria.      

                                     
      che  rafforza le   convinzioni    espresse  qui    in questo articolo  ed   una  risposta    spero   che  sia  l'ultima  volta   a  chi   giudica  follia  tale sentenza   come  fa la Paola Binetti

     con questo   è   veramente  tutto  

    25.8.19

    cio' che dovrebbe essere normale diventa speciale . il caso di Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante donna sulla spiaggia

    in una  nazione   dove  sui media a   causa  dei politicanti che   parlano alla   pancia  o  usano il fenomeno  immigrazione  per  cercare  voti e consenso   ed     fanno  più notizia i crimini degli immigrati o  gli atti   di razzismo  nei loro confronti o  anche  succede  anche  queste  dei turisti    e  di bambino adottati  di  colore   , un evento come  quello riportato sotto 



        da https://www.tpi.it/2019/08/25/mamme-baby-sitter-ambulante-spiaggia-trapani/

    Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante donna sulla spiaggia
    L'italiano non ha bisogno di grandi gesti, la solidarietà femminile non ha colore o etnia. Ci si aiuta con naturalezza e spontaneità

    Di Lara Tomasetta 25 Ago. 2019



    Trapani, mamme fanno da baby sitter alla bimba dell’ambulante
    L’Italia quella bella oggi la racconta Desirè Nica, una ragazza di Roma che, in vacanza a Trapani, ha potuto testimoniare come la parte migliore del nostro Paese esiste e non si vergogna di fare la parte da “buonista”.
    L’episodio, di cui lei stessa è protagonista, è accaduto sulla spiaggia del litorale siciliano.
    “Sono le 13.00, e arriva sulla spiaggia uno dei tanti ambulanti che cercano di vendere qualcosa”, scrive in un post su Facebook Desirè.
    “Solo che stavolta è donna. Solo che stavolta è mamma. Ha una cesta enorme che tiene in bilico sulla testa, con dentro tutto ciò che vorrebbe vendere, e dietro, legata sulla fascia, la sua bambina. Avrà 2 anni e mezzo, 3 al massimo. Sta sotto al sole in groppa alla sua mamma mi chiedo da chissà quante ore”.
    Nonostante in questi mesi ci siamo dovuti abituare a narrazioni in cui l’odio e il razzismo sembrano aver avuto la meglio, c’è una parte del Paese che ha tutt’altra propensione e di fronte alle difficoltà del prossimo – italiano o straniero che sia – prova disagio e desiderio di aiutare.




    “Guardo mia figlia e penso che sono 3 ore che mi affanno per farle scegliere cosa mangiare, per coprirle la testa dal sole, per stare attenta che non beva acqua troppo fredda”, scrive Desirè.
    “Dico a Gabri che vado a comprare qualcosa da quella mamma e che vado a portare un po’ di frutta fresca alla bimba e darle qualcosa da mangiare. Ma non c’è stato bisogno di fare niente.
    Perché oggi l’Italia bella è stata quella delle mie vicine di ombrellone che tutte insieme hanno detto a quella mamma come loro, di andare a lavorare tranquilla, perché alla sua bambina ci avrebbero pensato loro”.
    “Ed è proprio così che è andata. La mamma ha continuato il suo giro per le spiagge, e la piccola ha mangiato insieme a tutti i nostri figli sotto l’ ombra del ristorante dello stabilimento, ha giocato sulla riva, ha fatto i gavettoni insieme agli altri bambini della spiaggia. E io oggi sono felice, perché è stato davvero bello vedere tutto questo”.
    Già, perché l’italiano non ha bisogno di grandi gesti, la solidarietà femminile non ha colore o etnia. Ci si aiuta con naturalezza e spontaneità.

    dovrebbe essere la norma     visto che 

    Dopo che la storia è stata diffusa in rete Dall'Ogliastra, un'altra turista, Marina Carta, ha raccontato che "da anni un'ambulante lascia suo figlio a giocare con i nostri", accompagnando anche in questo caso le sue parole con un'immagine di bimbi che giocano sereni tutti insieme sulla spiaggia sarda. E pare che non sia un caso isolato: "Stessa situazione. Golfo di Baratti. La bimba della venditrice ambulante gioca con i miei nipoti mentre la mamma fa il giro della spiaggia. È nata un'amicizia", ha scritto Luisa Giolli.   continua  qui su https://www.fanpage.it/attualita
    Infatti  un commento  su https://www.facebook.com/Il-Tulipano-Il-Web-Magazine-Indipendente-scritto-dal-Popolo-129052657118508/

    Grazia Capone
     Ce ne sono mille episodi del genere, diffondiamoli, contagiamoli.


    23.9.18

    "Fatemi vedere il mare per l'ultima volta": e l'ambulanza si ferma sulla spiaggia

    in sottodondo
     J. S. Bach: Goldberg Variations - Aria & Var. 1 - Jozsef Eotvos, guitar

    Una  storia   bellissima   quella  riportata  sotto  e  che  iunsieme  a  quest'altra  Mezza Europa in ambulanza per portarla a morire a casa: il gesto di un'infermiera e di due volontari
    Un gesto pieno di umanità ! d'immensa  grandezza  cosa  sempre  priù rara  ..sono queste le notizie che fanno aprire il cuore.Almeno fossero un poco più frequenti questi gesti..........sicuramente vivremmo tutti molto meglio.Almeno fossero un poco più frequenti questi gesti..........sicuramente vivremmo tutti molto meglio.Almeno fossero un poco più frequenti questi gesti..........sicuramente vivremmo tutti molto meglio.Almeno fossero un poco più frequenti questi gesti..........sicuramente vivremmo tutti molto meglio.Almeno fossero un poco più frequenti questi gesti..........sicuramente vivremmo tutti molto meglio.Ora speriamo solo che qualche magistrato in vena di notorietá non ci veda una infazione alle procedure e non metta nei guai i lavoratori dell´ambulanza.


    http://iltirreno.gelocal.it/massa/cronaca/2018/09/22/

    L'episodio a Marina di Carrara: a esaudire il desiderio dell'uomo è stato un equipaggio della Croce Rossa. I nostri lettori: "Un gesto umanamemte immenso" 




    L'ambulanza sulla spiaggia di Marina di Carrara (foto Facebook Croce Rossa Ivrea)

    CARRARA.
     Mentre veniva trasferito dalla Toscana in Canavese per ragioni di salute, un ottantottenne ha chiesto di "vedere il mare per l'ultima volta" ed è stato accontentato: l'ambulanza che lo trasportava si è fermata sulla spiaggia . È successo a Marina di Carrara.

    VIDEO I commenti dei lettori

    Malato vuole vedere il mare, l'ambulanza si ferma: i commenti dei lettori"Fatemi vedere il mare per l'ultima volta", ha chiesto un uomo di 88 anni all'equipaggio di un'ambulanza della Croce Rossa. Equipaggio che ha esaudito il desiderio dell'uomo fermandosi sul lungumare di Marina di Carrara. Un piccolo grande gesto, che ha ricevuto tantissimi commenti dei nostri lettori. Ecco qui una selezione


    Malato vuole vedere il mare, l'ambulanza si ferma: i commenti dei lettori"Fatemi vedere il mare per l'ultima volta", ha chiesto un uomo di 88 anni all'equipaggio di un'ambulanza della Croce Rossa. Equipaggio che ha esaudito il desiderio dell'uomo fermandosi sul lungumare di Marina di Carrara. Un piccolo grande gesto, che ha ricevuto tantissimi commenti dei nostri lettori. Ecco qui una selezione
    A esaudire il desiderio dell'uomo è stato un equipaggio della Croce Rossa di Ivrea (Torino) dopo avere interpellato la famiglia. Il mezzo è stato fermato su uno spiazzo che si affaccia sulla spiaggia. Quindi gli operatori hanno spalancato il portellone, permettendo all'ottantottenne di guardare il mare.
    Il figlio, attraverso un post su Facebook, Il figlio, attraverso un post su Facebook, ha ringraziato l'equipaggio: "Voglio ringraziare i quattro angeli, che ci hanno aiutato a trasportare mio babbo da Carrara a Ivrea. E hanno acconsentito a fargli vedere, forse per l'ultima volta, il mare".

     ha ringraziato l'equipaggio: "Voglio ringraziare i quattro angeli, che ci hanno aiutato a trasportare mio babbo da Carrara a Ivrea. E hanno acconsentito a fargli vedere, forse per l'ultima volta, il mare".
    i

    L’isola degli sciamani: dalla guaritrice Minnìa al caso di Nuchis, così i sardi curano le ferite e scacciano il malocchio . Le secolari tradizioni sono sopravvissute anche all’Inquisizione della Chiesa cattolica

     Da    la  nuova  sardegna  del    13  e  del   14 gennaio 2026    di   Francesco Zizi In alcuni paesi della Sardegna nessuno ti chiede se c...