N..b scusate se ho estratto dal pdf solo il primo articolo e riporto gli altri due sotto forma di png gli altri due articoli sempre della nuova sardegna del 27\1\2026
una partita del Calangianus
C'è un momento preciso, nei piccoli paesi,in cui capisci che lo sport non è solo sport. Succede quando la domenica pomeriggio diventa più importante del resto della settimana, quando il campo (di calcio o di basket, poco importa) prende il posto della piazza, del bar, delle “vasche” che non si fanno più.Succede quando una squadra diventa un pretesto nobile per stare insieme. E allora capisci che lì, in quel rettangolo di gioco, batte il cuore della comunità. A Calangianus, per esempio, la partita non è mai solo la partita. È un rito civile.Quattrocento persone sugli spalti, si riconoscono, si prendono in giro, discutono, ridono. Operai e industriali, allevatori ed ex presidenti, giovani e signore sempre più presenti. Anche gente che con il calcio non aveva nulla a che spartire. Il tifo non è anonimato: è identità. In un paese che perde abitanti, lo stadio resta uno degli ultimi avamposti dove la comunità si guarda in faccia. Ma Calangianus non è una eccezione.A Tonara, quando tutto sembrava finito, sei donne hanno fatto una cosa che nei piccoli centri pesa più di mille convegni: si sono assunte una responsabilità collettiva. Non sapevano nulla di calcio, non si conoscevano nemmeno tra loro. Eppure hanno salvato una squadra e, senza proclami, hanno ridato al paese un motivo per ritrovarsi,discutere, tifare. In un mondo che dice sempre “non si può”, loro hanno detto “proviamoci”. E il paese ha risposto.A Campanedda il calcio non è una passione: è un presidio. È il modo in cui una borgata di poco più di mille abitanti si riconosce,si ritrova e si racconta. In nove anni i rossoblù sono saliti dalla Seconda Categoria alla Promozione senza padrini né capitali esterni,ma con una comunità compatta alle spalle e una tifoseria che è già appartenenza,I Fizzos de Sa Nurra. 300 spettatori fissi; un campo che ha preso il posto della piazza; una scuola calcio che riempie i pomeriggi dei bambini. Qui la squadra è davvero una famiglia allargata. E poi c'è Sennori, che per la sua squadra di basket perde la testa. Il palazzetto soldout, la domenica cambia umore a seconda del risultato, il senso di appartenenza che passa dal parquet alle strade. Anche lì, lo sport non riempie solo un tabellino: riempie un vuoto. Queste storie, messe insieme, raccontano una verità semplice e po-tentissima: nei piccoli cen tri lo sport supplisce a ciò che manca. Dove non c'è più la piazza, c'è una tribuna. Dove non c'è più aggregazione spontanea, c'è un tifo organizzato eppure autentico. Dove lo Stato arretra e i servizi si assottigliano, un pallone e un canestro tengono insiemele persone. Onorare la maglia vuol dire onorare il paese, la sua storia, il presente fragile e ostinato. Lo sport, qui, non è evasione: è resistenza quotidiana. È orgoglio. È comunità che, almeno per 90 minuti, o per 40, si ricorda di essere tale.
A maggio non ricordo se a metà / fine maggio di quest'anno ricorrono i 40 anni del'Heysel e gia la stampa , in questo caso locale , inzia a ricordare e riportare storie in merito a tale vicenda . Per quanto riguarda i ricordi personali , posso dire che ancora viva la memoria dell'evento ricordo ancora come se fosse oggi avevo 9 anni e la maerstra delle elementari ci chiese una riflessione su quello che era successo . Non riesco ricputroppo a ritrovare il mio vecchio scritto . Ma Ricordo , come tutti\e che La partita si giocò comunque per la decisione dell’Uefa per motivi di ordine pubblico. Il match iniziò con oltre un’ora di ritardo. Tra le immagini di quella sera, anche quelle dei giocatori della Juventus Cabrini, Tardelli e Brio che vanno a parlare con i tifosi. Il capitano Gaetano Scirea lesse loro un comunicato: "La partita verrà giocata per consentire alle forze dell'ordine di organizzare al termine l'evacuazione dello stadio. State calmi, non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi".
Un rigore di Platini consegnò un’amara e dolorosa vittoria alla Juventus per 1-0. I giocatori festeggiarono con Platini che portò la coppa e con un giro di campo. "Non sapevamo cosa era davvero successo, avevamo avuto notizie di un morto, forse due, ma non potevamo immaginare una tragedia così grande", avrebbero detto poi i giocatori bianconeri.
Dopo questi miei fumosi ricordi lascio , oltre ai consueti link d'approffondimento che trovate a fine post , la parola a due protagonisti dellepoca che hanno vissuto la vicenda su due lati diversi . Un tifoso il primo , un calciatore della Juventus ell'eoca il secondo . Le loro testimonianze sono prese dalla nuova sardegna del 20\2\2025 il primo a quella del 22\2\2025 il secondo
«A I2 anni fa prima bancarella a 27 sono scampato all’Heysel)
Franco Fiori, per tutti Tartaruga, sogna un centro pieno di locali e turisti Gli
articoli più richiesti nel suo piccolo bazar: sciarpa et-shirt della Torres
Ho iniziato a lavorare a 12 anni, facevo il garzone e le consegne in bicicletta in giro perla città, diciamo che sono stato uno
dei primi rider di Sassari.
Poi mio padre mi ha instradato al commercio e la mia prima bancarella è stata un lenzuolo steso per terra in viale Italia, con qualche articolo che mi dava lui, che per tanti anni ha avuto la postazione fissa all'Emiciclo Garibaldi con la quale manteneva tutta la famiglia».
Nella passeggiata mattutina tra piazza Mazzotti, corso Vittorio Emanuele e corso Vico,
Franco Fiori, commerciante sassarese di 67 anni -per tutti in città Tartaruga « immagina un centro di Sassari pieno di turisti e di locali e ripercorre le tappe della sua vita, con tanti ricordi legati a vittorie entusiasmanti della Torres e della Dinamo, ma anche un momento drammatico, quando il 29 maggio del 1985 si ritrovò all’interno del settore Z.dello stadio Heysel di Bruxelles in occasione della finale di Coppa dei Campioni tra la Juventus e il Liverpool,durante la quale morirono 39.persone, di cui 32 italiane, e ne rimasero ferite oltre 600. «Sono passati quasi
quarant'anni -— racconta Franco Fiori - ma ancora mi vengono i brividi se ripenso a quei momenti in cui ci ritrovammo in campo accan-
to ai calciatori e sugli spalti molti di noi vennero schiacciati e non riuscirono a salvarsi». Prina di tirare su la serranda del suo bazar colorato, davanti all'ex hotel Turritania il commerciante - una vera icona per gli appassionati di sport in città- spiega il motivo di questo soprannome curioso e ammette che il grande murale con la tartaruga, apparso qualche anno fa in porta Sant'Antonio non era certo dedicato a lui. «Tartaruga è un nomignoloche mi hanno messo i miei amici da bambino —-Spiega Franco Fiori - perché
quando venivano a chiamarmia casa per andare a giocare ero sempre molto lento nel prepararmi.
Iniziarono a chiamarmi così eoggi tutti
mi conoscono in quel modo. Il murale? Non scherziamo, io non e'entro niente — ride il commerciante — l’ideacd:icnilo tece era tegata al Candelieri e alla loro antichissima tradizione». Nato in casa, in via Sardegna, nel 1958.in una famiglia numerosa, Tartaruga è stato tra i primi in città a credere nel merchandising legato allo sport. «Dopo le prime esperienza da ragazzino e qualche anno a Firenze — spiega risalendo il Corso — sono rientrato in città e intorno al 1987 ho iniziato a piazzare la bancarella nelle vicinan-
ze dello stadio, dopo che qualche anno prima avevo dato una mano a un ambulante di Milano.che veniva a Sassari per vendere nei mer-
catini e vicino'agli stadi. All'inizio vendevo solo sciarpe -- spiega il commerciante —- ricordo che in quel periodo, tra gli anni 80 e i primi anni Novanta, quella della Torres la vendevo a 3500 lire, oggi la vendo a 10/15 euro. Poi ho diversificato l'offerta e ho iniziato a proporre cuscini da stadio, gagliardetti e cappellini».Oggi; tra piercing, cartoline,bandiere e maglie di calcio e
di basket Nba, gli articoli più richiesti nel suo punto vendita di corso Vico restano sempre gli stessi: la sciarpa e le t-shirt rossoblù dellaTorres.
«In questi ultimi due anni con la squadra che sta andando bene -- spiega dietro il bancone del negozio -- le richieste sono aumentate na-turalmente. I sassaresi sono fatti così — aggiunge — se la squadra vince si ricordano la strada per lo stadio, altri-
menti non si fanno vedere.LaTorres più forte che ho visto ? Forse quella dei fratelli Amoruso nel 2000, ma anche questa di quest'anno è una bella squadra, chissà come andrà a finire. Ho conosciuto anche il boom di presenze al palazzetto dello sport — prosegue — nel 2015 quando la Dinamo vinse lo scudetto in città erano tutti impazziti per la pallacanestro e per me gli affari con maglie e bandiere bîancoblù andarono alla grande».Residente nella zona di P0zzu di Bidda Franco Fiori crede ancora nelle potenzialità del centro storico. «Ho sceltodi vivere e lavorate in questa zona della città -- spiega -- perché sono convinto che possa riprendersi dall’attuale e crisi. Da anni sento parlare di centro intermodale e di una ripresa delle attività — prosegue — credo che se finalmente dovesse partire il progetto la zona del corso basso e di Sant'Apollinare potrebbe veder nascere nuove attività e anchei sas»
saresi che sono andati via tornerebbero a viverèi. Chissà se sarò ancora dietro al bancone — conclude Tartaruga-a vendere sciarpe della Torres...»
mentre finivo di riportare tale storia mi arriva sempre dallo stessso giornale quest altro articolo
Il calciatore Massimo Briaschi ripercorre i momenti della tragedia. Quello stesso giorno allo stadio c'era anche Franco Fiori Tartaruga
Sassari «Quando ho visto la foto in bianco e nero sul vostro giornale mi è ritornato alla mente quel giorno di 40 anni fa, che doveva essere di festa e invece si rivelò la tragedia che tutti conosciamo». Il 29 maggio del 1985 Massimo Briaschi aveva 27 anni e insieme a Platini, Boniek, Tardelli, Rossi e gli altri giocatori della Juventus si ritrovò in campo insieme a centinaia di tifosi italiani che nella calca – nella quale morirono schiacciate 39 persone – si riversarono sul terreno di gioco per tentare di salvarsi la vita. Tra quei tifosi, con
la sciarpa bianconera al collo, c’era anche il commerciante sassarese Franco Fiori, per tutti “Tartaruga”, al quale qualche giorno fa abbiamo dedicato una pagina sulla Nuova Sardegna per raccontare la storia della sua vita, che passa anche per quella tragica giornata di maggio del 1985 allo stadio Heysel di Bruxelles, dove era in programma la finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e il Liverpool. «Un amico mi ha mandato la pagina del vostro giornale e quella foto mi ha riportato sul terreno di gioco» racconta Massimo Briaschi che oggi ha 66 anni, fa il procuratore sportivo e vive a Vicenza. Attaccante dotato di un gran tiro, Briaschi aveva iniziato a giocare a calcio proprio nel Vicenza, per poi raggiungere la maturità con la maglia del Genoa e spiccare infine il grande salto nella Juve di Trapattoni.«Ho giocato anche un anno nel Cagliari nella stagione 1979/80 – spiega l’ex giocatore – sono legatissimo alla Sardegna e ho una casa nella zona di Sant’Elmo a Castiadas. Mi sono sentito di contattarvi – spiega Briaschi perché tramite il vostro giornale vorrei dare, se possibile, un grande abbraccio alla persona che era venuta all’Heysel per giocare al nostro fianco e che ho visto nella foto». Quel giornoFranco Fiori,(anche lui nel 1985 aveva 27 anni) dopo la traversata in traghetto fino a Genova e il viaggio verso Bruxelles con un pullman partito da Torino, si ritrovò allo stadio Heysel proprio nel settore Z - dove i tifosi inglesi sfondarono le reti divisorie - con due amici con cui era partito da Sassari. «Persi le scarpe e una sacca con la macchina fotografica – racconta Franco Fiori – e un ragazzo che era con noi sul pullman mi donò un paio di ciabatte che mi consentirono di non rientrare scalzo. Purtroppo una persona che era sul nostro pullman, il signorGiovacchino Landini, rimase schiacciato e morì. Io riuscii a salvarmi e finii sul terreno di gioco – aggiunge – e insieme ad altri tifosi chiesi ai giocatori della Juve di disputare la partita, perché altrimenti la situazione sarebbe peggiorata».
Quel frangente - immortalato nello scatto in bianco e nero che abbiamo pubblicato sul nostro giornale - è ancora impresso nella mente di Massimo Briaschi, che non aveva mai visto la fotografia. «Ricordo benissimo quel momento – spiega l’ex giocatore – sono istanti che è impossibile dimenticare. Eravamo rientrati negli spogliatoi – spiega – e a un certo punto ci mandarono fuori a calmare le persone che erano sul campo. In quel momento non si sapeva ancora bene cosa fosse accaduto – aggiunge – noi lo apprendemmo al rientro in albergo. Quel giorno persero la vita 39 persone che erano venute a sostenerci – prosegue l’ex calciatore della Juventus – una tragedia che forse si sarebbe potuta evitare se non si fosse scelto quello stadio quasi fatiscente. Al tifoso sassarese che ho rivisto nella foto che avete pubblicato – aggiunge – visto che abbiamo passato quei momenti insieme, uno da una parte e uno dall’altra, vorrei mandare un abbraccio e a quarant’anni di distanza dire grazie a lui e a chi era lì quella sera che nessuno di noi dimenticherà mai».
Sassari La prima amichevole primaverile non è andata benissimo: a un certo punto il divario tra le due squadre era così ampio che si è deciso di non segnare più i punti nel tabellone. La seconda uscita, pochi giorni fa, è andata un po’ meglio e a fine partita sulla chat delle maestre è comparso un messaggio pieno d’entusiasmo: “abbiamo vinto... il premio simpatia!”.La coach fa la faccia di quella che la sa lunga, fa ruotare una palla a spicchi sul
palmo della mano e dice lapidaria: «L’anno prossimo saremo pronti. Ma in ogni caso non siamo qui per vincere».Se avesse il risultato sportivo tra le sue priorità, lei non sarebbe di certo qui. Elisabetta Ganadu, la decana degli istruttori di pallacanestro di Sassari, dopo oltre mezzo secolo sul campo ha deciso di provare qualcosa di nuovo: da qualche mese ha tra le mani la squadra più scalcinata, colorata e divertente del panorama cestistico giovanile isolano. Un piccolo gioiello sbocciato in un contesto socio-economico estremamente complicato La sfida più difficile Siamo nel cuore di quello che molti considerano il rione-ghetto del centro storico di Sassari. Poche migliaia di residenti, moltissimi stranieri, sottoservizi e riqualificazione urbana rimasti indietro di 30 anni rispetto al resto della città, nessun campo all’aperto, una fiorente attività di spaccio (e consumo) di droga gestita in gran parte dalla mafia nigeriana, ordine pubblico spesso oltre i livelli di guardia. Al centro di questo quartiere così difficile e affascinante, svetta la scuola di San Donato. Un’eccellenza a livello didattico, prima ancora che dal punto di vista delle dinamiche legate all’integrazione. Oasi, calamita e faro per centinaia di bambini di ogni età. Qui, una mattina dello scorso settembre, Elisabetta Ganadu ha suonato il campanello e si è presentata di fronte alla dirigente Patrizia Mercuri. «Non la conoscevo – racconta l’istruttrice –, ma mi ha ricevuto in un minuto e due minuti più tardi aveva già dato l’ok entusiastico alla mia proposta: allenare gli alunni e le alunne nel pomeriggio nella palestra scolastica e formare una squadra di basket». Niente di straordinario, a prima vista. Quello che l’istruttrice non dice, però, è che questa “partita” si gioca completamente gratis: zero euro di compenso per lei, zero euro di retta per i bambini.I diavoli di San Donato Si sono dati un nome internazionale, Devils, proprio come l’estrazione di questo istituto. Quasi tutti sono nati a Sassari ma le loro famiglie arrivano da Senegal, Nigeria, India, Romania, Bangladesh, Serbia. Tra i San Donato Devils ci sono anche sassaresi doc, ovviamente, in chiassosa minoranza. «La squadra è mista da ogni punto di vista – racconta Ganadu –, anche quello anagrafico. Ci siamo allenati per due volte alla settimana per tutto l’anno scolastico utilizzando le attrezzature dell’istituto. Il gruppo è composta da una ventina di bambini e bambine e tra loro si è creato un grande feeling nonostante le differenze di età. Ovviamente non c’è stata alcuna selezione: chiunque avesse voglia di venire a passare un paio d’ore con noi è sempre stato il benvenuto». Nonostante la fine dell’anno scolastico, la squadra ha continuato ad allenarsi per tutto il mese di giugno, di mattina. Solo in questi giorni verrà dato il “rompete le righe” con l’arrivederci a settembre».Il premio più bello Elisabetta Ganau porta il fischietto alla bocca, ordina due minuti di pausa e si mette a raccontare. «Fa uno strano effetto dirlo oggi, ma il mio primo corso da istruttrice di minibasket risale al 1970 e da tanti anni ho il patentino di tecnico nazionale. Da allora non ho mai smesso di allenare e mi sono sempre divertita: con la Virtus di Ninni Polano e la Torres, soprattutto, negli ultimi anni con la Dinamo 2000 e la Gans. Stavolta però c’è qualcosa in più – dice –, ciò che mi sta restituendo questa esperienza dal punto di vista umano non ha eguali». I suoi quattro nipotini rappresentano la continuità in una famiglia che è sempre vissuta a pane e sport. I tre figli di Elisabetta hanno primeggiato in diversi sport: Alessandro ha giocato con la Dinamo in serie A, il gemello Luca è stato campione italiano di motorsport e in sella a una moto è arrivato secondo al Rally dei Faraoni, Chicco ha militato in serie A di pallamano. «Qualche volta porto due dei miei nipoti qui agli allenamenti – racconta – perché un bel bagno di realtà fa sempre bene. So che alcuni dei bambini che seguiamo hanno problemi di vario genere. A volte con Rossella Dettori, una delle insegnanti che rappresentano le colonne di questa scuola, facciamo il giro delle case per andare a recuperare qualche assente. A volte qualche bambino sparisce perché magari la famiglia si è trasferita all’improvviso. Ma queste sono dinamiche che l’istituto ben conosce. Però quando siamo in palestra c’è rispetto, coesione, ci si scambia il succo di frutta, la merendina. E ci si diverte. Come in una squadra vera». Dentro la palestra scolastica, i piccoli diavoli di SanDonato giocano e sognano di partecipare a un campionato vero. «Ci piacerebbe iscriverli, soprattutto per avere la scusa per portarli un po’ in giro per il circondario. Per ora abbiamo giocato due amichevoli all’Hangar».Il punteggio? Un bagno di sangue, ma per i San Donato Devils è stato come giocare al Madison Square Garden.
Giannis Antetokounmpo e chi chiama «fallimento» ogni sconfitta
«Michael Jordan ha giocato 15 anni, ha vinto 6 titoli: gli altri nove anni sono stati un fallimento?» ha detto tra le altre cose il campione dei Milwaukee Bucks appena eliminati in NBA
Giannis Antetokounmpo (Stacy Revere/Getty Images)
Nella notte tra mercoledì e giovedì i Milwaukee Bucks sono stati eliminati dai Miami Heat al primo turno dei playoff del campionato di basket NBA. È stata un’eliminazione sorprendente per la sua precocità, dato che Milwaukee era stata la miglior squadra della stagione regolare, ma non per la qualità degli avversari. Miami infatti arriva agli ultimi turni dei playoff da ormai tre anni di fila e ha giocatori di altissimo livello, peraltro particolarmente in forma in questo periodo. Nella conferenza stampa dopo l’eliminazione, Giannis Antetokounmpo, eletto due volte miglior giocatore del campionato (MVP), ha risposto alle domande dei giornalisti, in particolare ad una:
E: Vedi questa stagione come fallimentare?
G: Oh mio dio… mi hai fatto la stessa domanda un anno fa, Eric. Tu ricevi una promozione ogni anno, nel tuo lavoro? No, giusto? Quindi ogni anno il tuo lavoro è fallimentare? Sì o no?
E: No.
G: Ogni anno lavori per raggiungere qualcosa, un obiettivo, una promozione, per essere in grado di prenderti cura della tua famiglia, dargli una casa in cui vivere. E non è un fallimento questo, sono tappe verso il successo. Non ho niente contro di te personalmente, è che ci sono sempre dei passi da fare. Michael Jordan ha giocato 15 anni, ha vinto 6 titoli: gli altri nove anni sono stati un fallimento?
Antetokounmpo — che con Milwaukee ha vinto il titolo NBA due anni fa — ha poi concluso dicendo: «Questo è lo sport. Non devi sempre vincere. Vincono anche gli altri. E quest’anno vincerà qualcun altro».
Di seguito il video completo sottotitolato in italiano.
Un singolare episodio sospende la sfida tra Trapani e Rieti: deciderà il giudice sportivoTermina con la schiacciata di Marco Timperi la trasferta della Kienergia Rieti a Trapani. Il canestro si piega, gli addetti hanno difficoltà nella sostituzione, e la gara viene definitivamente interrotta. Probabile lo 0 a 20 a tavolino per Rieti: sono concessi al massimo 30 minuti da regolamento per sistemare le apparecchiature. Si attende l’omologazione del risultato da parte del giudice sportivo. La gara inizia con il dominio dei padroni di casa. La Kienergia mette il primo canestro e poi subisce un 16
a 0 di parziale da una Trapani che difende bene e gioca sulle ali dell’entusiasmo trascinata dai 14 di Mollura ed i 10 di Massone. Rieti in difesa non c’è e lo scarto si allarga addirittura fino al -23. Zugno dalla lunga prova a suonare la carica ma si va al riposo sul -20 di scarto. La reazione della Kienergia arriva nel terzo quarto, e porta la firma di Maglietti. L’italo-argentino ispira e conclude, e gli ospiti torna sotto di dieci. Trapani perde Carter per 5 falli e si attacca al capitano Mollura, che ricaccia indietro ogni tentativo di Rieti di riavvicinarsi ulteriormente. Nell'ultimo e decisivo parziale arriva lo stop per la sostituzione del ferro, piegato da Timperi in schiacciata. Ma gli addetti hanno problemi e la gara viene così sospesa definitivamente.
Generalmente quando si parla di sport per disabili viene dato spazio agli atleti e alle competizioni e viene ignorato o relegato solo a mero fatto di cronaca che esistono anche i tifosi con handicap . Ecco questa storia ( magari chissà quante ce saranno, che finiscono ai margini ) tratta dalla nuova sardegna del 9\8\2019
Gianfranco e la Dinamo: la partita la vedo col cuore
Il tifoso sassarese, 67 anni, ha perso del tutto la vista quando ne aveva otto. «Da 15 anni non salto un match in casa. Mia moglie è la mia audioguida vivente»
di Gianna Zazzara
SASSARI.
«Una premessa». Prego. «La cecità non mi ha impedito di condurre una vita piena e felice. Ho lavorato per 32 anni in un istituto bancario, mi sono sposato, ho un figlio che adoro». E poi? «Poi sono uno dei tifosi più accaniti della Dinamo. Da 15 anni non mi perdo una partita in casa. Anche quest’anno ho rinnovato l’abbonamento per me e per mia moglie, sono sicuro che il Poz ci riserverà delle belle sorprese».Gianfranco Cau, sassarese, ha perso completamente la vista da quando aveva otto anni, a causa di un glaucoma. Oggi, a 67, a dispetto della sua cecità, è sempre sulle gradinate del palazzetto a gioire – o disperarsi – per la sua squadra del cuore. Al Pala Serradimigni il suo posto è sempre lo stesso, da 15 anni: numero 366, quinta fila, in tribuna centrale. Accanto a lui, al 367, siede la moglie Maria Rita, anche lei tifosissima («forse più di me») che gli racconta la partita («È la mia audioguida vivente»). «Il nostro è un matrimonio che funziona sotto tutti i punti di vista – scherza Gianfranco – Rita è la mia coach, forse è anche meglio di Pozzecco».
Ma come fa Gianfranco a seguire la partita? «Me lo chiedono in tanti, ma anche se non ci vedo continuo a cantare, gridare, festeggiare le vittorie della Dinamo. È una sensazione indescrivibile quella che ti regala il palazzetto, solo al pensiero mi vengono i brividi. Seguire la partita da casa? Ma quando mai...con chi mi abbraccio quando Spissu fa canestro?
Per questo vado al palazzetto, per immergermi nell’atmosfera e ascoltare i commenti di mia moglie o di chiunque altro anche cinque fila più in là. Anzi, quando il giocatore fallisce un canestro dico anche le parolacce. Non si dovrebbe, lo so, ma non resisto». Al suo fianco c’è Maria Rita, la sua speaker personale, che gli descrive le azioni sul campo cercando di sovrastare il baccano circostante. «Ma è sempre più difficile. Il più delle volte non riesco a sentire quello che Maria Rita mi racconta all’orecchio, vista la bolgia che c’è nel palazzetto. Per fortuna negli ultimi anni alcune radio locali trasmettono la radiocronaca in diretta e io posso seguire la partita in tempo reale con le cuffiette e festeggiare nei tempi giusti. Purtroppo dall’anno scorso le radio trasmettono in streaming con un ritardo nella trasmissione e io capisco solo dal boato del palazzetto quel che è accaduto, ma non come, né per mano di chi. È frustrante. Maria Rita cerca di raccontarmi l’azione, di dirmi chi ha segnato, mi strattona per il braccio, ma io non capisco, c’è troppo baccano. E così non mi godo la partita. Mi auguro che quest’anno il club metta a disposizione un servizio di radiocronaca all’interno del palazzetto anche perché non sono l’unico tifoso che ne ha bisogno, ci sono moltissimi ipovedenti con i miei stessi problemi».
Nonostante le difficoltà Gianfranco non ha nessuna intenzione di restare a casa. «Non mi perderei il prossimo campionato per nulla al mondo. Per la verità l’anno scorso, prima che arrivasse Pozzecco, ci ho pensato: mi stavo annoiando. Poi è arrivato lui ed è cambiato tutto: al palazzetto si respira un’energia incredibile».
Il momento più bello vissuto al PalaSerradimigni? «Quando ho incontrato Pozzecco. Ci siamo incrociati, lui mi ha riconosciuto e ci siamo abbracciati forte. È lui il segreto della riscossa della Dinamo, l’ho capito da quell’abbraccio. Lui la Dinamo la “vede” col cuore proprio come me».
dopo i cinquant'anni di Roberto Baggio , su cui non mi dileguo ne ho parlato qui un altra leggenda dello sport , del basket per la precisione , compie 54 anni
Michael Jordan, una tra le più grandi icone dello sport mondiale, compie oggi 54 anni. "Air" Jordan in 20 anni di carriera rivoluzionerà il gioco della pallacanestro vincendo ben sei titoli con i suoi Chicago Bulls oltre ad ottenere diversi riconoscimenti personali (tra i tanti 6 MVP delle Finals e miglior media punti a partita della storia). La sua biografia sul sito della NBA dichiara: "Per acclamazione, Michael Jordan è il più grande giocatore di pallacanestro di tutti i tempi" (a cura di Damiano Mari)
Dinamo Sassari, il gattone portafortuna è entrato dal buco dei cavi tivù
Il felino comparso sul parquet durante la gara di Eurocup con il Cai Saragozza sarebbe un randagio, al PalaSerradimigni adesso è il benvenuto
Il gatto misterioso attraversa il parquet durante Dinamo Sassari-Cai Saragozza
SASSARI. Non ha un nome e neppure un padrone il gatto che mercoledì sera ha fatto invasione di campo al PalaSerradimigni durante le prime fasi del secondo quarto. Non è di proprietà del custode (Paride e famiglia possiedono invece un bellissimo cane), ma pare che faccia parte della piccola colonia felina che popola la parte alta della pineta che si trova alle spalle dell’impianto sassarese.
Il gatto è comparso sul parquet nel momento in cui la squadra spagnola rimetteva la palla in campo nel primo possesso del secondo parziale. Il primo arbitro ha fermato il gioco e ha atteso che l’animale attraversasse tutto il campo in diagonale, sfilasse in maniera tutt’altro che preoccupata di fronte alla panchina della Dinamo per poi uscire da una delle porte di sicurezza del settore C.
Alla ripresa del gioco la Dinamo ha recuperato palla e fatto canestro. A fine gara sono ovviamente partite le indagini: pare dunque che il gatto si sia infilato in un buco nel muro attraverso il quale passano i cavi delle tv. In ogni caso, visti i risultati, da ora in poi l’animale è benvenuto al palazzetto
Lo so che mi ripeto ma non trovo alte colonne sonore per far capire in musica come tale scudetto è , anche se momentaneo ( ma le cose più belle e spesso quelle che si ricordano di più , almeno per me , in questo mondo sempre di fretta sono quelle brevi ) , un riscatto e uno schiaffo morale a chi per anni ( ed ancora è cosi in parte ) ci disprezza .
Ora dopo questa premessa veniamo al post vero e proprio . Non nprima di , come sempre l,m lasciarvi alcuni link per chi volesse saperne di più
Ieri vedendo l'ultima partita della finale di campionato di Basket Dinamo - Reggio Emilia .Una partita emozionante
fra due squadre destinate a diventare professionisti come Olimpia milano o la virtus Bologna ( qui l'elenco completo . Inoltre la Dinamo oltre a rappresentare la sardegna a livello nazionale dellas serie A è stata , almeno da quel io sappia , la prima squadra di basket italiana non creata da gruppi industriali Fondata il 23 aprile del 1960 da un gruppo di studenti locali, in maggioranza provenienti dal Liceo classico e chiamata secondo una leggenda locale cosi per contrapporsi ai gruppi universitari della FUCI ( gruppi universitari cattolici ) perchè alcuni dei fondatori erano vicini al Pci sinistra extra parlamentare gli diedero il nome dinamo prendendo a modello un nome di molte squadre sportive dell'allora ex blocco sovietico
Le partite di questi play off hanno come lo scudetto del cagliari 69\70 unito e messo da parte i campanilismi e provincialismi presenti nella nostra isola . Infatti << In Sardegna c’è chi è pronto ad accoltellarsi a proposito dell’orizzonte a cui – nello stemma – devono guardare i Quattro mori. Anzi, c’è pure chi ha rotto alleanze e amicizie perché non era d’accordo nemmeno su quel simbolo ormai identitario, preferendo l’albero degli Arborea. >>
Non ci si mette d’accordo nemmeno sulla lingua: quella del Capo di sotto [ Cagliari e tutto il sud ] non va bene, figurarsi quella del Capo di sopra[ Sassari e tutto il nord ] E cosa vorranno mai questi “nuoresi” \ barbaricini (categoria alla quale sono spesso ascritti, dai “cittadini”, tutti gli altri sardi ), con questa loro pretesa di imporre la lingua “colta” che fu di scrittori e poeti? Ah. Naturalmente non va bene nemmeno il pseudo o sa limba comuna [ tentativo insulso di creare un sardo ibrido \ un sardo unificato ) ] Chentu concas, chentu chimbanta berritas, diceva un vecchio saggio di Tresnuraghes, ricordando che i suoi compaesani sarebbero anche stati disposti a nascere senza testa pur di non dare soddisfazione a un loro vicino di casa, proprietario di una fabbrica di cappelli.
Eppure l’esempio che ci viene da Sassari >> come ha scritto ieri sempre l'unione sarda << ci indica una via nuova, un metodo, un esempio, un Sistema. Stefano Sardara, quando ha ordito la lucida follia di portare la Dinamo Sassari sul tetto d’Italia non si è mica messo problemi a ottimizzare il meglio di quel che c’è in Sardegna. Che non è poco.
Ha rinsaldato il ventennale legame della sua società col Banco di Sardegna, ha responsabilizzato la compagnia di assicurazioni che lui stesso rappresenta, ha coinvolto le contestatissime Saras, Tirrenia e Meridiana (aziende che, spesso, hanno più preso che dato alla nostra Isola), ci ha aggiunto un altro centinaio di sponsor. È poi venuto a Cagliari a parlare con i vertici della prima televisione regionale, capendo che portare la Dinamo – ogni santa domenica di campionato e ogni santo mercoledì di coppa – nelle case di tutti i sardi avrebbe contribuito a rendere la squadra di Sassari quella di tutta la regione.
Sardara e i suoi ragazzi, compresi quelli del suo preziosissimo staff, hanno vinto sul campo ma anche nel messaggio politico, che dovrebbe essere preso da tutti noi come manifesto di una Sardegna nuova e possibile: uniti si vince, anche se siamo penalizzati dalla nostra insularità. Una stupenda nica di campionato e ogni santo mercoledì di coppa – nelle case di tutti i sardi avrebbe contribuito a rendere la squadra di Sassari quella di tutta la regione.>> ( da , eccetto le frasi tra parentesi quadra http://anthonymuroni.blog.unionesarda.it/2015/06/27/vivere-e-vincere-in-sardegna/ ) Ottime parole se fossero coerenti fra ciò che si scrive e si fa come fa notare in un commento all'editoriale sulla pagina fb del quotidiano
Gianluca Brundu Ha scritto bene Direttore. "Vincere in Sardegna". In Sardegna come i vostri giornalisti. È semplicemente vergognoso che tra Videolina, Unione Sarda e Radiolina, non ci sia stato un minimo di seguito dell'evento. Non vedo una foto, un video, ieri Videolina ha fatto forse 5 minuti in tutto dopo la fine della partita senza immagini proprie. Ma avete mandato qualche giornalista? Forse si. Ma invece di lavorare preferiscono fare i tifosi a ingresso gratuito, e invece di lavorare e offrirci un servizio si fanno i selfie con i giocatori.
E noi poi dovremmo darvi anche l'euro e 20 per comprare la prima pagina???
Imparate da testate online molto più fresche e dinamiche come SardegnaSport che ha fatto una copertura totale pre-durante e soprattutto post....
Mi sa che andrò ,visto che eventi mi mettono oltre che allegria un po' di nostalgia per il tempo passato e la " vecchiaia incipiente " ( compio 40 anni fra 8 mesi ) risvegliando in me ricordi ancestrali credo che andò a rivedermi per i prossimi questi film sul mondo del basket
Al centro dellacommedia una squadradi basketdi Pittsburgh sull'orlo del fallimento. I membri del team, su consiglio di un'astrologa, decidono di comporre una squadra con giocatori esclusivamente del segno zodiacale dei Pesci. Il film è diretto da Gilbert Moses.
Voglia di Vincere - (Teen Wolf, 1985)
Molto prima di Twilight c'è stato Teen Wolf. Un giovane studente di liceo, interpretato da Michael J. Fox, scopre un giorno di essere un licantropo, caratteristica che il pubblico scopre durante una partita di basket. In breve tempo lui diventa un eroe per la sua squadra e il campione della scuola, ma la sua diversità gli causa diversi problemi soprattutto a causa del preside. Un successo fenomenale, tutte le ragazze degli anni '80 impazzirono per Michael J. Fox!
Colpo vincente (Hoosiers, 1987)
Liberamente ispirato alla storia della Milan High School che nel 1954 vinse il campionato di pallacanestro dello Stato dell'Indiana.NormanDale(Gene Hackman),ilnuovoallenatore di basketin unapiccola cittadinadell'Indiana che pur ricevendopolemichesulle suedecisioni,alla fine portala sua squadraa uncampionato statale. Nel filmDennisHopper,che ha guadagnatouna nomination agli Oscarper il suo ruolocomel'ubriacocittà,BarbaraHershey eShebWooley.Il filmè stato citatoda diversicriticicome ilmiglior filmmai realizzato sullosport.
Chi non salta bianco è (White Men Can't Jump - 1992)
Woody HarrelsonèBillyHoyle,ungiocatore di basketche sogna di diventare un giocatare dell'NBA pur essendo un bianco. SydneyDean(WesleySnipes)è invece un campione di colore, la vera star a Venice Beach; quando Billy lo sfida battendolo in una gara di tiri a tre, Dean chiede a Billy di formareuna partnership. Il loro scopo è quello di batteregli altri giocatoriin modo da poterfare iSOLDI.
Above the Rim(1994)
Il film diretto da Jeff Pollack è tratto da una storia del regista e Benny Medina. Racconta il dramma di untalentuosogiocatore di basketdel liceo(Duane Martin)che,in attesa diuna risposta per laborsa di studio per l'università di Georgetown, deve decidere se giocare il torneo del quartiere e seguire il suoallenatore di basketo se invece scegliere una strada diversa con due delinquentilocali. Nel film anche Tupac Shakur, LeonRobinson eMarlon Wayans.
Che aria tira lassù(The air up there - 1994)
Kevin Baconè un allenatore di basket che si reca in Kenya per cercare campioni da importare negli Stati Uniti. In Africa si affeziona ad una tribù che lo ospita, lì trova un ragazzo prodigio Saleh (CharlesGitongaMaina), il figlio del capo. Soltanto una partita di basket ad Hollywood potrà risolvere le questioni territoriali.
Basta vincere (Blue chips - 1994)
Nick Nolte è un allenatore del college, un uomo integro che crede nel rispetto delle regole che però violerà per il solo desiderio di vincere. Ottenuto il successo, si troverà ben presto nel mezzo di uno scandalo.Scritto da Ron Shelton (Chi non salta bianco è), è il primo film sulla pallacanestro che entra negli spogliatoi, investigando nel backstage. Descrive con forte fisicità la dimensione atletica e tattica del gioco, concentrandosi sul dilemma etico: quale è il limite tra l'ambizione e la corruzione? Molti campioni o ex campioni nel cast, tra cui Shaquille O'Neal e M. Nover.
Hoop Dreams (1994)
Documentario che racconta la storia di duestudenti delle scuole superioria Chicago-WilliamGatese ArthurAgee-che sognanodi diventaregiocatori di basketprofessionisti.Il film ha vintoil premio del pubblicoper il Migliordocumentarioal Sundance Film Festival del 1994, ha ricevuto una nomination agli Oscar e ottenuto ben 16 premi.
Ritorno dal Nulla (Basketball Diaries- 1995)
Leonardo DiCaprio,LorraineBracco, Mark Wahlberge JamesMadionel film adattamento del romanzo autobiografico Jim entra nel campo di basket (1978), tratto dai diarigiovanilidel poeta e musicistaJimCarroll. Il film racconta la vita di questo giovane artista e promettente giocatore di basket Jim, interpretato da Leonardo DiCaprio,e la sua discesanella tossicodipendenza.
Rapimento per sport (Celtic Pride - 1995)
Opera prima di Tom DeCerchio, il film è una commedia sul fanatismo sportivo e sui rischi che corrono gli stessi atleti per via di alcuni tifosi criminali.Ambientato durante la finale NBA tra Boston Celtics e Utah Jazz, di cui fa parte uno dei migliori giocatori del campionato, Larry Bird. Mike (Daniel Stern) e Jimmy (Dan Aykroyd) sono due tifosi del Celtics che vogliono a tutti i costi evitare una sconfitta della loro squadra in una partita così importante.
Space Jam (1996)
Film in live action con la leggenda dell'NBAMichael Jordan e i cartoni animati della Looney Tunes. Un gruppo dicriminali alieniguidatoda MisterSwackhammer(doppiato daDannyDeVito), ha intenzione dicatturareiLooney Tunesperridurli in schiavitùcome attrazione del Luna Park in declino.Bugs Bunny ed i suoi amici sfideranno questi alieni in una partita di basket. Tra le altre apparizioni anche quelle di LarryJohnson, MuggsyBogues, ShawnBradley,CharlesBarkleye PatrickEwing.
Il sesto uomo (The sixt man - 1997)
Commedia soprannaturale con KadeemHardisoneMarlon Wayansche interpretano rispettivamente Antoinee Kenny, due giocatori di basket.Quando il famoso giocatoreAntoinemuore,ritornatra mille inconvenienti per aiutareKenny.
BASEketball(1998)
Dai creatori di South Park, TreyParker e Matt Stone, il film diretto da David Zucker, racconta la storia di due disoccupati che inventano un nuovo gioco utilizzando le regole del baseball e del basket, diventando così le star di questo nuovo sport.
He Got Game(1998)
Drammadiretto da Spike LeeconDenzelWashington nei panni di un criminale condannatoper avere accidentalmenteucciso la moglie.Fuori dal carcere suo figlio è considerato la più grande promessa del basket. Jake (Denzel Washington) deve decidere dove mandare a giocare il figlio (richiesto da tutti), fino a quando non riceverà una proposta dal governatore dello Stato di New York.
Love& Basketball(2000)
Omar Eppse SanaaLathaninterpretano due amiciche sono cresciutiinsiemenella squadra di basket di LosAngeles.Una volta cresciuti, leicapisce di essere innamorata di lui, macontinua a mettere avanti a tuttoil basket. Una storia d'amore nello sport.
Il sogno di Calvin (Like Mike - 2002)
Rimasto orfano a 14 anni. CalvinCambridge (Bow Wow) trovaun paio divecchie scarpe da ginnasticacon le iniziali "MJ"e pensapotrebbe essere appartenutea Michael Jordan. Con quelle scarpe ai piedi Calvin diventa un giocatore straordinario nonostante la bassa statura, ma mentre gli avversari sono estasiati dalle cose che Calvin riesce a fare in campo, il tutore e capo dell' orfanotrofio gli ruba le scarpe. Calvin riesce a riprende grazie ai suoi amici e al suo migliore amico Tracey.
Coach Carter'(2005)
Il filmè basato sullastoria vera della squadra di basket della RichmondHigh School e del suo allenatoreKenCarter(Samuel L.Jackson). La squadra è formata da ragazzi appartenenti a famiglie molto povere e in alcuni casi già sulla via della delinquenza; dopo le iniziali schermaglie i giocatori trovano in Carter un mentore e ispiratore per un futuro migliore anche a livello accademico. Nel film anche ChanningTatum,Ashantie RobBrown.
Vincere cambia tutto(GloryRoad - 2006)
Il filmsi basasulla vera storia di Don Haskins, allenatore di una squadra femminile di basket a cui viene proposto di allenare i ragazzi del TexasWestern College, una squadra messa male sia a livello sportivo che economico. Haskins decide così diINVESTIRE i suoi soldi andando alla ricerca di giovani talenti sparsi per gli Stati Uniti, formando una squadra con cinque bianchi e sette afroamericani, che non saranno ben visti dalla mentalità razzista di quegli anni. Le vittorie ed il successo del Texas Western College daranno però ragione a Don Haskins.
Semi-Pro(2008)
Commedia sportiva in cui il canntante Jackie Moon, utilizza i suoi guadagni ottenuti con la hit "Love Me Sexy" per acquistare i Flint Michigan Tropics e diventarne proprietario, coach e giocatore. Il film è statonumero 1al botteghinoeha vintoil premio 2008per il migliorESPYfilm sportivo.
iniziando da , non compreso nell'elenco sopracitato dal bellissimo ( vedere locandina a sinistra )scoprendo forrest di Gus Van Santed a ricercare in rete gli episodi delle tre serie di << Time Out è il titolo con cui fu trasmessa in Italia la serie televisiva ( trasmessa in italia negli anni '80 ) The White Shadow (letteralmente "L'ombra bianca"), creata da Bruce Paltrow e trasmessa originariamente dalla rete statunitense CBS. Composta da 54 episodi divisi in tre stagioni, la serie era ambientata in una scuola superiore del ghetto di Los Angeles, dove un allenatore bianco si trova a guidare una squadra di pallacanestro composta per lo più da studenti neri e ispanici.Time Out fu la prima serie televisiva a proporre un ritratto credibile dello sport giocato, ed una delle prime a presentare in maniera realistica personaggi appartenenti alle minoranze etnico-religiose, affrontando nel corso degli episodi situazioni e probl