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10/01/18

ma la clausura dei monaci\che esiste ancora ? La missione di suor Caterina: «La clausura è la mia gioia» Oristano, il racconto di una clarissa che vive nel monastero di Santa Chiara «Preghiamo e lavoriamo, anche con Facebook. E abbiamo contatti con il mondo


per  approfondire  
http://www.miopapa.it/suore-di-clausura-ecco-chi-sono/

https://www.vice.com/it/article/yva79w/intervista-sbardella-abitare-il-silenzio-suore-clausura-998
http://www.famigliacristiana.it/articolo/via-il-saio-continua-l-esodo-di-frati-e-suore-la-ricetta-della-chiesa.aspx
http://www.famigliacristiana.it/articolo/via-il-saio-continua-l-esodo-di-frati-e-suore-la-ricetta-della-chiesa.aspx

Io credevo che a  clausura     dei monaci \ che   fosse  qualcosa di rigido ( vedere qui  e    i due siti  sopracitati )  ma  poi   sia leggendo  l'articolo di   di Enrico Carta , riportato   sotto  ,  preso  dalla   
 dalla  nuova  sardegna  del  8  gennaio 2018   e  quanto ha detto  Papa  frasncesco    da poco 


                                                         


ORISTANO. Per chi arriva da fuori, la prima cosa bella è il silenzio di quell’angolo di mondo. Un’enclave di medioevo dove anche i rumori delle poche macchine che passano in quel tratto del centro storico di Oristano faticano a farsi sentire. Nemmeno loro sembrano avere il permesso di entrare nel piccolo scrigno, custode ancora oggi di un passato che respira. Secoli andati che si perpetuano grazie alle architetture. Forme che riportano alla gloriosa epopea dei giudici d’Arborea e che vivono col battito dei dieci cuori che quasi invisibili inseguono giorni identici gli uni agli altri. Ore scandite da una routine quotidiana quasi inscalfibile.
Eppure, nell’anno del Signore 2018, nel monastero di clausura di Santa Chiara anche la modernità trova tra le grate un pertugio attraverso il quale affacciarsi al mondo esterno. Dentro il convento è rimasto un manipolo di suore, sempre meno. La più anziana, Suor Maria Teresa, di anni ne ha 97; la più giovane, Suor Caterina Quartu, ne ha invece 42 e da un decennio esatto ha fatto la sua scelta. Avvolta dall’abito sacro così la interpreta: «Non è una scelta più difficile di altre, è solo una scelta che va confermata ogni giorno. La mia è maturata col tempo e non senza contrasti interni, con la preghiera assumeva un ruolo sempre più importante. Alla fine ho capito che cercavo la felicità piena e fuori dal monastero mi sentivo realizzata solo in parte».



È così che ha maturato la decisione di fare il suo ingresso nell’ordine religioso delle clarisse per andare incontro a una vita che solo in pochi osano ancora affrontare. È una vita ancora oggi scandita quasi esclusivamente dalla preghiera, con qualche apertura in più rispetto a qualche decennio fa, quando il giornalista Sergio Zavoli fece per la prima volta ingresso in un convento di clausura con le telecamere al seguito. «I rapporti con l’esterno sono più frequenti rispetto al passato – spiega Suor Caterina –, ma dal convento si esce raramente. Capita solo quando ci sono le elezioni o le visite mediche e, se ce lo chiede l’arcivescovo, in occasione della festività della Candelora».
Il resto del tempo è fatto di giornate che devono ripetere uno spartito che comincia, si sviluppa e finisce sempre con le stesse note: quelle dell’intimo rapporto con la religione e della forte coesione che le consorelle instaurano nella loro piccolissima comunità. «Estate o inverno, alle 5.30 del mattino suona la sveglia e andiamo in chiesa per le lodi a cui fanno seguito le meditazioni e la messa. Alle 9 facciamo la colazione, poi sbrighiamo gli uffici nelle nostre celle. A mezzogiorno e mezzo c’è il pranzo cui seguono i momenti di lavoro, la cura delle sorelle più anziane o malate, la cura del piccolo orticello che da qualche tempo abbiamo preso a coltivare per soddisfare le piccole esigenze del convento. Alle cinque del pomeriggio comincia l’ora dello studio attraverso la quale approfondiamo la parola del Vangelo, prima di dedicarci ai vespri e quindi alla cena che precede la ricreazione che facciamo tutte assieme sino alle 21.15 quando recitiamo la compieta che è l’ultimo momento della nostra giornata».
Intanto, fuori, il mondo cammina alla velocità della luce, tra frenesie e gesti altrettanto ripetitivi, soltanto differenti rispetto a quelli di chi ha scelto la preghiera. Eppure i due mondi riescono ancora a comunicare, anzi l’osmosi tra il monastero e la vita laica è maggiore di quanto si possa pensare. Un tempo esisteva solo la ruota quale mezzo di contatto con l’esterno, oggi non è più così. «La clausura non è più solo la grata che ci separa dagli altri – dice Suor Caterina –, la clausura è qualcosa che ognuno vive nel rapporto col Signore ed è per questo che, senza snaturare la nostra regola, abbiamo avuto di recente delle aperture verso l’esterno. L’attenzione della città verso di noi è aumentata con la mostra fotografica “La luce delle clarisse” che ci ritraeva in vari momenti della vita a Santa Chiara. Da quel momento in tanti hanno iniziato a interessarsi a noi, la mostra è stata come una specie di amplificatore». E poi c’è la radio, quasi sempre sintonizzata su Radio Maria «e mai su stazioni che trasmettono musica rock»; c’è qualche momento per la tv «per lo più per assistere alle messe che vi vengono trasmesse»; e c’è il computer attraverso il quale Suor Caterina cura la pagina Facebook. «È una seconda ruota, una ruota mediatica virtuale. Attraverso essa comunichiamo con la città e spieghiamo le attività che facciamo. Abbiamo una rubrica che contiene riflessioni sulla parola del Vangelo e coi messaggi le persone ci comunicano le loro riflessioni o ci chiedono di pregare per loro. Se prima la clausura era solamente il non farsi vedere, oggi la clausura è anche l’andare incontro ai bisogni delle persone. Chi pensa che sia qualcosa fuori dal tempo sbaglia, perché la preghiera non ha mai fine».
Eppure questi cambiamenti sembrano non bastare e il convento diventa sempre meno frequentato «col rischio che si chiuda. Un po’ come succede per qualsiasi altro posto di lavoro. Ma io insisto e dico che la mancanza del mondo esterno non pesa affatto. Chi opta per il convento fa una scelta in fondo non differente da quella di chi si sposa. Cambia solo il modo di evolversi delle cose in base alla strada che ciascuno intraprende nella propria vita e poi abitiamo in un luogo bellissimo, un gioiello architettonico. Si è davvero sicuri che sia meglio la frenesia dell’esterno? Quella per cui non ci si accorge più dell’altro, di chi ci sta a fianco. Si è davvero sicuri che sia migliore una vita in cui non ci si ferma un secondo per riflettere? Il poco rispetto per l’altro è frutto dell’affermazione di se stesso a qualsiasi costo. L’altro non è più considerato persona, diventa solamente un ostacolo verso il proprio obiettivo e i social network ampliano questo atteggiamento. Lì si nota tantissimo che molti scrivono come se le parole non avessero un loro significato profondo e sempre valido. È come se ci si stesse rivolgendo a qualcuno che non esiste o al quale non diamo il valore di persona».
Bisogna andare. Il ferroso rumore della chiave che gira nel portone della chiesa sigilla due mondi. Pochi metri più in là, una persona suona la campanella e chiede udienza attraverso la ruota. Risponde una voce anziana, mentre tre strade oltre le auto fanno già sentire il loro canto stonato. Il tempo sino a poco prima dilatato, ora scandisce secondi che corrono più 

veloci, di nuovo frenetici.

Infatti  concordo con   quanto dice questo articolo sotto riportato integralmente  di    

https://it.businessinsider.com/ anche la clausura  deve  aprirsi   al mondo  





Le suore di clausura, forse l’attività meno ‘social’ del mondo, aprono a Facebook per rimediare al calo di vocazioni

Bruce T. Morrill*, The conversation 
 30/6/2017 6:00:45 AM 
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Le suore di clausura del Monastero di Santa Chiara a Oristano. Gabriele Calvisi, CC BY


Un monastero di 10 monache di calusura Clarisse Urbaniste, il monastero di Santa Clara di Oristano, sta usando i social media per condividere il lavoro della propria comunità e assicurare la propria sopravvivenza. Questo potrebbe sembrare sorprendente considerando che queste suore hanno scelto una vita di lavoro silenzioso e di preghiera separata dal mondo.
Ma come teologo cattolico che si concentra sulla vita liturgica e religiosa, la mia ricerca mostra che la svolta delle suore verso il cyberspazio è solo l’ultimo capitolo di una lunga storia di ordini religiosi che usano i migliori mezzi di comunicazione.
La storia di come i gesuiti hanno aumentato il loro ordine nel XVI secolo offre un interessante caso di studio.
Comunicare per la sostenibilità monastica
Quasi tutti gli ordini cattolici romani in Europa e in Nord America, maschili e femminili, hanno visto negli ultimi decenni un forte declino nelle adesioni. Tra quelli che sono stati più colpiti ci sono molte comunità di monache di clausura, che praticano la loro vita di preghiera e lavorano dietro le pareti che le separano dal mondo.
Uno di questi conventi in difficoltà è il Monastero di Santa Chiara, fondato nel XIV secolo nella città di Oristano, nella Sardegna occidentale. Oggi, questa comunità è ridotta a 10 sorelle, la maggior parte delle quali sono anziane, alcune hanno già più di 90 anni.Sebbene tutte le suore partecipino al meglio possibile alle otto sessioni di preghiera quotidiane, solo poche possono lavorare occupandosi del giardinaggio, della cucitura e della cura dei bambini, oltre ad ascoltare le persone che vengono a parlare o a chiedere preghiere. Le suore anziane, ovviamente, hanno bisogno di cura. Per sopravvivere oggi, è necessario trovare un sostegno più ampio e nuovi membri.
Una suora del monastero di Santa Chiara. Gabriele Calvisi, CC BY

Nel Medioevo, quando i monasteri proliferavano nell’Europa occidentale, spesso si trovavano in città più o meno grandi. Ritirati dalla società circostante, i monaci e le monache offrivano comunque istruzione o orientamento spirituale ai visitatori. La gente poteva sedere sui bordi designati delle cappelle monastiche per ascoltare e pregare in silenzio mentre la comunità cantava negli stalli del coro. Era attraverso tale interazione tra il monastero e il “mondo” che la chiamata ad aderire alla comunità arrivava facilmente all’esterno. Uomini e donne sono stati esposti all’esistenza e al modo di vita del monastero attraverso la vicinanza fisica e le visite personali.
Oggi, tuttavia, l’appello alle vocazioni deve essere trasmesso attraverso la Rete. Insieme ad altri numerosi conventi e monasteri in tutto il mondo, le suore di Santa Chiara hanno riconosciuto la necessità di comunicare meglio chi sono e cosa hanno da offrire. Il loro membro più giovane, la sorella Maria Caterina, 42 anni, ha lanciato il sito della comunità e la pagina di Facebook.



Ma questa non è la prima volta che le comunità religiose devono pensare al modo migliore di comunicare per poter far aumentare le loro adesioni.
La crescita dei primi gesuiti
La Compagnia di Gesù, un ordine di sacerdoti e fratelli comunemente noti come gesuiti, fa risalire le sue origini al 1541. Il suo gruppo iniziale comprendeva sette amici che si impegnavano non solo a vivere in povertà, castità e obbedienza, ma anche ad essere a disposizione del papa per qualsiasi missione. A differenza delle comunità religiose monastiche, i gesuiti erano apostolici, cioè un ordine missionario. Piuttosto che stare in clausura, questo tipo di ordine cattolico romano è “in missione” nel “mondo”. Nel momento in cui i pochi fondatori morirono, l’ordine era già cresciuto a più di mille membri.
Una chiave per quel successo è stata la circolazione delle lettere scritte a mano – un mezzo pittoresco oggi, ma uno strumento di comunicazione vitale a suo tempo. Il nuovo ordine gesuita si ritrovò molto presto invitato dalla Chiesa e dai funzionari reali per creare missioni in Asia. Le lettere tra i superiori religiosi e i loro uomini all’estero contenevano presumibilmente informazioni, richieste o direttive e davano consigli. Alcune lettere, tuttavia, erano state pensate per ottenere il sostegno per l’ordine, per edificare i membri e per ispirare nuovi uomini a unirsi. Lo storico dei gesuiti John O’Malley spiega: “La cosa più importante è che sia gli stessi gesuiti sia gli altri hanno appreso chi fossero i gesuiti leggendo quello che avevano fatto”.
Le lettere di Francesco Saverio hanno contribuito a ispirare la crescita dell’ordine dei gesuiti. Burns Library, Boston College, CC BY-NC-ND

Francesco Saverio, primo missionario gesuita in India e Giappone, ha inviato lettere non solo ai suoi superiori religiosi di Roma e Portogallo, ma anche al re portoghese Giovanni III, dal 1542 al 1552. Il re chiese che ognuna delle otto lettere ricevute da Saverio venisse letta pubblicamente alle feste celebrate in tutto il suo regno.Le lettere, che includevano richieste di reclute di alta qualità, hanno sia rafforzato il sostegno del re a Saverio, come suo ambasciatore in Oriente, sia contribuito a ispirare la rapida crescita della nuova Società del Gesù in Europa.

Nel frattempo, l’ordine gesuita ha sviluppato un proprio sistema di lettere inviate all’interno e tra le loro comunità. Esempi notevoli sono le lettere circolari semestrali di Juan Alfonso de Polanco a metà del 1500. Polanco è stato segretario esecutivo dei primi tre generali superiori gesuiti a Roma. Le sue lettere hanno trasmesso la formazione della leadership, del modo di vivere gesuita e del loro sistema educativo. Queste lettere hanno costruito lo stile gesuita della vita religiosa distinta e proiettato quella che si è rivelata un’immagine attraente per nuove reclute.
Le lettere tra gesuiti in terre straniere, come Francesco Saverio, e i funzionari in Europa sono state trasportate con le navi commerciali e spesso hanno impiegato diversi anni per raggiungere i loro destinatari finali.Perché le lettere da diffondere tra un pubblico più ampio – come i membri delle case gesuite o il pubblico che frequentava le messe nel Portogallo di Re Giovanni – dovevano essere copiate a mano.
L’evoluzione della stampa fece esplodere la parola scritta sulle pagine di libri, riviste e giornali.
Nel corso del XX secolo, la comunicazione di massa è avvenuta attraverso lo sviluppo del telefono, della radio, del cinema e dei mezzi televisivi e internet. La condivisione di idee e informazioni è diventata sempre ampia più in volume e in portata.I Nuovi Gesuiti che raggiungono il mondo sul web
Durante questo periodo moderno, le istituzioni cattoliche e gli ordini religiosi, compresi i gesuiti, hanno utilizzato tutti questi mezzi di comunicazione. Più di recente, dal Vaticano a scendere fino alle istituzioni regionali e locali, si è verificata una proliferazione della presenza cattolica su Internet. I siti web presentano in gran parte informazioni su una data diocesi, scuola o ordine religioso. Alcuni utilizzano il giornalismo tradizionale, come riviste e giornali, per trasmettere il loro messaggio.
Un gruppo di giovani gesuiti americani ha anche avviato la propria piattaforma internet, The Jesuit Post. I loro blog e tweet sono rivolti alla loro generazione. Come dicono sul loro sito web, questi giovani gesuiti cercano di “dimostrare che la fede è pertinente alla cultura di oggi e che Dio è già al lavoro“. Come per le lettere circolanti del tempo che fu, in questi giorni è il cyberposting che promuove l’immagine gesuita. Altri ordini religiosi, come i domenicani, stanno facendo lo stesso.
Condividendo il loro lavoro attraverso i più recenti mezzi di comunicazione, questi ordini religiosi stanno solo adattando quella che è stata una lunga tradizione di contatto con il mondo. Anche per le suore di clausura come quelle del Monastero di Santa Chiara, rimanere in vita in questo grande mondo è questione di condivisione della propria vita sul web.




*Edward A. Malloy Chair of Catholic Studies, Professor of Theological Studies, Vanderbilt University. Bruce Morrill è un prete cattolico e membro dei Gesuiti.
Questo articolo è tradotto da The Conversation. Per leggerlo in lingua originale vai qui





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