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5.1.25

diario di bordo n 96 anno III . Un chirurgo ha contratto il cancro da un paziente che stava operando: un caso unico nel suo genere .,Nazarena Savinoha una malattia neurologica grave da non saper nè leggere né scrivere, però ha preso la terza laurea: «L'arte è la mia cura, dedicato ai miei familiari»., Girano il mondo per 14 anni portandosi dietro un bebe


  fonti msn.it  e  pagina Facebook carmelo abbate
Sta facendo discutere un caso clinico unico nel suo genere, di un chirurgo che ha contratto il cancro da un paziente che stava operando. Il cancro non è una malattia contagiosa (non si trasmette come un virus) se non in rarissime eccezioni conosciute in tutto il genere animale ( nei cani, nel diavolo della Tasmania e nel criceto dorato ) e in

casi umani assai rari di 
trasmissione materno-fetale per difetti genetici nel feto (sono stati documentati appena 17 casi di trasmissione materno-fetale in oltre un secolo). Ciò rende la storia del chirurgo, dettagliata in un rapporto pubblicato nel 1996 sul New England Journal of Medicine, un caso assolutamente singolare.

Cosa sappiamo del chirurgo che ha contratto il cancro dal paziente che stava operando

Il chirurgo, un uomo tedesco di 53 anni, stava eseguendo un intervento chirurgico di asportazione di un istiocitoma fibroso maligno dall’addome di un paziente, un tipo di sarcoma caratterizzato dalla presenza di istiociti, delle cellule immunitarie che migrano in tessuti dove non dovrebbero, in cui formano escrescenze tumorali. Durante l’operazione, il chirurgo si ferì accidentalmente alla mano, tagliandosi alla base del dito medio del palmo sinistro, mentre cercava di posizionare un drenaggio nel paziente. La ferita venne disinfettata e fasciata immediatamente, ma cinque mesi dopo, il chirurgo notò che, in quello stesso punto della mano in cui si era ferito, si stava formando un piccolo nodulo. Visitato da uno specialista della mano che rilevò “un rigonfiamento duro,
circoscritto, simile a un tumore di 3 cm di diametro
”, il chirurgo fu quindi operato e il tessuto rimosso venne analizzato.
L’esame istologico rivelò che si trattava di un istiocitoma fibroso maligno, lo stesso tipo di tumore maligno che il chirurgo stava rimuovendo al momento della lesione alla mano. Ulteriori analisi rivelano che le cellule cancerose erano geneticamente identiche a quelle del cancro del suo paziente, per cui il team medico concluse che le cellule maligne dovevano essersi trasferite nel momento in cui il chirurgo si era ferito. “I due tumori erano entrambi degli istiocitomi fibrosi maligni del sottotipo storiforme-pleomorfo – si legge nel rapporto – . Utilizzando metodi molecolari, abbiamo poi dimostrato che i sarcomi del paziente e del chirurgo erano geneticamente identici”. Nel rapporto, il team descrive il caso come un “trapianto accidentale” di un istiocitoma fibroso maligno del paziente, precisando che si tratta di una circostanza molto insolita perché, solitamente, un tessuto trapiantato che differisce geneticamente dal tessuto dell’ospite viene preso di mira e distrutto sistema immunitario dell’ospite, portando al rigetto. Questo è il motivo per cui, durante i trapianti di organi, vengono utilizzati farmaci immunosoppressori. Il chirurgo aveva infatti sviluppato un’infiammazione intorno al taglio ma, evidentemente, quella risposta immunitaria non è riuscita a impedire alle cellule cancerose di proliferare. Secondo il team, quelle cellule potrebbero aver eluso il sistema immunitario
del chirurgo attraverso diversi meccanismi: ad esempio, potrebbero non aver prodotto sufficienti antigeni, molecole che attivano il sistema immunitario, innescando la produzione di anticorpi, secondo il rapporto.

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Nazarena Savino, 26 anni, si conferma un esempio straordinario di determinazione e resilienza. Pur affrontando le sfide legate alla sua disabilità, ha conseguito la sua seconda laurea magistrale - anch’essa con 110 e lode - in Storia dell’Arte, presso UniSalento. Già laureata in Archeologia e Storia Greca (triennale), Nazarena - originaria di Erchie, in provincia di Brindisi - è stata anche insignita del Premio
 Isabella dalle Giubbe Verdi per il suo impegno nel campo della disabilità e dell’accessibilità
.Con una tesi innovativa, realizzata in collaborazione con Palazzo Barberini di Roma e dedicata all’equilibrio tra arte e inclusione, e con il suo costante lavoro di sensibilizzazione, unisce la sua passione per la cultura con un instancabile impegno per abbattere le barriere architettoniche e culturali.
E ora, appellandosi al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, sogna un’Italia artistica accessibile a chiunque.

Nazarena, può raccontarci la sua storia e le sfide principali che affronta?

«A 18 anni mi è stata diagnosticata una malattia neurologica, che oggi mi impedisce di leggere e scrivere. Ho affrontato periodi difficili, in cui molte persone mi hanno fatto sentire inadeguata. Sentire frasi come “guarderai il mondo da una finestra” da chi consideravo amico è stato devastante. Ma non ho lasciato che queste parole mi fermassero. Grazie al sostegno della mia famiglia e dei veri amici, ho trovato la forza per realizzare i miei sogni».

In che modo arte e cultura l’hanno aiutata a trasformare le difficoltà in forza?

«L’arte è stata una fonte di ispirazione e rinascita. La mia tesi, realizzata in collaborazione con Palazzo Barberini, esplora come conciliare arte e accessibilità, studiando soluzioni alternative grazie alle nuove tecnologie. Ogni luogo culturale dovrebbe essere accessibile, perché la bellezza dell’Italia deve poter essere vissuta da tutti. Da qui il mio appello al Presidente Sergio Mattarella e alle istituzioni: consentiteci di avvicinarci alla cultura, tutti meritiamo di sentirci inclusi».


Come ha trovato la forza per un percorso così impegnativo?

«Devo tutto a mia madre Lea e a mia sorella Swami, i miei occhi e le mie mani: loro leggevano, io apprendevo. Il loro amore e supporto sono stati fondamentali. Anche gli amici veri hanno giocato un ruolo essenziale nel mio percorso. Un ringraziamento speciale va pure a tutti i docenti del corso di laurea in Beni Culturali, che mi hanno permesso di esprimermi al meglio».

Ai ragazzi ripete sempre tre parole: «passione, perseveranza e studio». È il suo motto di vita?

«Sì, perché la cultura appartiene a tutti e grazie ad essa possiamo migliorare la qualità della nostra vita e riconoscere il valore unico di ogni individuo. Solo lavorando insieme, tuttavia, possiamo abbattere le barriere fisiche e culturali».

Quale messaggio vorrebbe trasmettere ai giovani?

«Nonostante gli ostacoli, con la giusta determinazione è possibile costruirsi un futuro luminoso: il nostro valore non dipende dalle opinioni degli altri, ma solo da noi stessi. E vorrei che comprendano che la disabilità non è un limite, ma una parte della diversità umana: il mio augurio è che diventino protagonisti di un futuro inclusivo e rispettoso di tutti».

A chi dedica questo traguardo?

«Alla mia famiglia, che mi ha trasmesso forza e serenità, e a tutti coloro che lottano ogni giorno contro le difficoltà. E lo dedico anche a chi si sente invisibile, escluso, a chi pensa di non farcela: non arrendetevi mai».


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Loro sono Claude e Françoise. Vivono in Francia, a Lione. Lui è un ortopedico di 27 anni, lei è una decoratrice di 23. Sono una coppia di novelli sposi, ma non hanno intenzione di chiudersi in casa e di rinunciare al loro sogno in comune. Vedere tutto il mondo non da libri e foto, ma con i propri occhi.
L’ aprile del 1980 montano in sella alle loro biciclette. Partono da Lione, all’avventura. Vogliono stare in giro almeno tre anni. Pedalano per chilometri, affrontano salite, vento, pioggia e sole cocente. Attraversano deserti, foreste, montagne e continenti. Dal cuore dell’Europa si spingono fino ai confini più remoti del pianeta. Non si fermano mai, tranne quando un paesaggio o un incontro li cattura.
Nel 1984 hanno attraversato già mezza Asia, e vanno in Australia. Vivono col minimo indispensabile, vendendo reportage dei loro viaggi alle riviste locali. E lì, in un angolo sperduto, Françoise scopre di essere incinta. In quel momento devono fare una scelta, fermarsi o continuare. Rimontano in sella, ripartono. E Manon nasce in Nuova Zelanda. I genitori la avvolgono in una coperta, la mettono in un piccolo rimorchio agganciato alla bicicletta, e via.
Viaggiano per i successivi sei anni, Manon cresce esplorando il mondo prima ancora di imparare a camminare, tra lingue e culture diverse. Impara a sorridere a chiunque incontri. La bimba dorme mentre le ruote girano, si nutre del mondo che la circonda.
Nel 1994 la coppia torna a Parigi. Sono passati quattordici anni, hanno percorso 150 mila chilometri attraverso 66 Paesi nei cinque continenti. Hanno forato 503 gomme, consumato 90 pneumatici e fatto innumerevoli incontri. Claude e Françoise sono tornati cambiati, ricchi di storie e di umanità. Manon ha sei anni, e porta già con sé una vita intera di avventure e ricordi.




5.1.23

laura '75 dopo aver sconfitto un tumore ha fatto karate è arrivata a conseguire la cintura blu.

 Dall'account stesso della protagonista

Laura, classe 75, ha iniziato a praticare il Karate non più giovanissima, nonostante ciò dopo un percorso di formazione costante è arrivata a conseguire la cintura blu. Una strada non sempre facile considerando varie problematiche legate anche a problemi di salute seri a cui è dovuta andare incontro durante questo cammino. Un tragitto di grandi insegnamenti che, grazie al supporto dei due tecnici del "Martial Club Tempio Pausania" : Giuliano Addis e Pietro Manueddu, è riuscita a portare avanti nonostante le difficoltà. Questa esperienza vuole essere una testimonianza per tutte quelle persone che pensano non sia possibile seguire un percorso formativo, come quello del Karate, in età adulta e un'esortazione affinché si portino avanti i propri obbiettivi con determinazione e assiduità. Quello che sento di dire a tutte le persone che affrontano una difficoltà è di non arrendersi mai davanti ai problemi, fissare degli obiettivi e portarli a termine seguendo la propria linea di pensiero e concentrandosi sul traguardo da raggiungere.

22.5.15

La insultano su Facebook: "Sei troppo grassa", e lei perde 90 chili in 2 anni

   canzone  in sottofondo  Mina  - Ma   che bontà


A  volte basta  un niente  per  tirare  fuori  la  propria  forza  di volontà  ed  il proprio orgoglio  ( ebbene si  a volte   esso   può essere  positivo ed  utile  alla tua  opera  d'arte   )  è  la  storia  di Claire-Crowther


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 https://www.facebook.com/pages/Claire-Crowther/  la  sua  pagina facebook


                                                          Claire oggi

Presa  foto  comprese da   www.unionesarda.it del 22\5\2015


Il matrimonio era in programma ma la sposa continuava a rimandare.Il motivo? Si vedeva troppo grassa. Infatti due   anni fa  era  cosi  




Qualcuno poi, su Facebook aveva commentato una sua foto dicendo appunto che era molto in sovrappeso e l'aveva anche insultata.
Quella è stata la molla che ha fatto scattare la forza di volontà di Claire Crowther, 31enne del Galles, che ha iniziato a fare attività fisica, una dieta bilanciata e ha smesso di mangiare cibo spazzatura.
Così è riuscita a perdere 90 chili in 24 mesi, si è sposata e adesso dice: "Ora mi sento davvero a mio agio".



E pensare chevoleva sposarsi perché si vedeva ancora troppo grassa. Così Claire Crowther dopo    che  ha   perso 90 chili e adesso è felicemente sposata. “Tutto iniziò quando qualcuno commentò su Facebook una mia foto – racconta Claire – Mi scrisse che ero grassa e mi insultò”. “Per questo – dice Claire – prima di sposarmi ho deciso di mettermi a  dieta   e di smetterla di mangiare cibo s spazzatura”.
E così con il supporto e l’amore del marito Claire in due anni ha perso 90 chili ed ora è in una forma perfetta

13.10.13

Sardegna Malata di leucemia, i medici le avevano sconsigliato la gravidanza ma ha dato alla luce un figlio sanoIl miracolo di mamma Rosanna«Volevo farlo nascere a tutti i costi, anche sacrificando la mia vita»

fintamente  apro sul giornale  leggo una bella notizia  
 da  l'unione  sarda del  13\10\2013
Sul volto il sorriso che solo una mamma può avere. Gli occhi azzurri sono due lampioni accesi puntati su un bimbo «voluto a tutti costi». Le mani accarezzano quel batuffolo di appena sette mesi, che di star fermo non ne vuol proprio sapere. I capelli corti hanno un taglio naturale, una crescita scolpita dalla chemioterapia. Rosanna Zedda (  foto sotto  )  è felice. «Sono una miracolata, il mio Tommaso è un miracolo». Ammalarsi di leucemia quando si aspetta un bimbo è una doppia botta difficile da affrontare. È diffidente, l'angoscia ha lasciato il segno. La tempesta di sentimenti che l'hanno accompagnata nella gravidanza non sono stati ancora assimilati. Rosanna, 38 anni
racconta la sua storia concentrata in pochi mesi. IL CROLLO DEL MONDO Due gravidanze andate storte. Il terzo tentativo, il più importante, deve cancellare il passato. Rosanna smette di fumare, segue alla lettera le disposizioni dei ginecologi del San Giovanni di Dio. Fa le analisi, le ecografie, rispetta la dieta. Vuol essere una brava madre. Per non correre rischi decide anche di non aiutare più il marito Stefano Ortu nella sua attività di agente di commercio. Non basta. Un giorno arrivano la febbre e i dolori. «Mi hanno ricoverata all'Ospedale Civile per alcune analisi. Il mondo mi è crollato addosso quando mio marito si è presentato nella mia stanza. Hai un problema al sangue , mi aveva detto, senza pronunciare quella parola maledetta: leucemia. Quando l'ho sentita mi sono sentita scoppiare. Paura, rabbia. Perché proprio a me, mi sono chiesta mille volte. Cosa ho fatto di male». Per curare il cancro del sangue i medici del San Giovanni e del Binaghi prospettano un'interruzione della gravidanza. «Di aborto non ne ho neanche voluto sentir parlare. Con la morte del mio bambino sarei morta anch'io. Avevo solo un obiettivo: farlo nascere. A tutti i costi, anche sacrificando la mia vita».
LA SFIDA E LA MISSIONE Rosanna non ha mai avuto dubbi. «Dovevo portare a termine la gravidanza». Quali sono stati i momenti più duri? «Devo confessare che quando mi hanno ricoverato al Binaghi ho attraversato un periodo disastroso. Passavo le giornate guardando gli uccellini che volavano tra gli alberi del parco dell'ospedale. Pregavo, mi affidavo alla fede. La chemioterapia era una bomba, e il futuro pieno di incognite. Per guarire devo aspettare il trapianto del midollo che mi donerà mio fratello». I pensieri vengono sopraffatti dagli eventi e dalle cure amorevoli di medici e infermieri. Rosanna fa due cicli di chemioterapia. La terapia dà i suoi frutti e finalmente arriva in sala operatoria per il parto cesareo. «Quando ho sentito Tommaso piangere per la prima volta è stato il momento più bello della mia vita. Ero felice, avevo portato a termine la mia missione». I momenti bui non erano finiti. «Sono stata con lui per dieci giorni, poi un nuovo colpo. Dopo il trapianto di midollo ho passato un mese chiusa in una camera sterile. Potevo vederlo solo attraverso un vetro. Ora voglio solo godermi mio figlio e mio marito. Tutto è finito grazie anche ai medici del San Giovanni e del Binaghi che ogni sera continuano a mandarci messaggi di buonanotte».

Il gioco  vale  candela nonostante i disagi , infatti  , sempre  seconda  l'unione   ,Dopo il parto ha visto il suo bimbo da un vetro
Lo studio di Gian Benedetto Melis, al primo piano del vecchio Ospedale Civile è in pieno caos da trasloco. Non lo ammetterà mai, ma la vicenda del bimbo nato sano da una madre malata di leucemia e sottoposta a cure chemioterapiche durante la gravidanza è una vicenda che va oltre la professione di direttore della clinica di Ostetricia e ginecologia. Un rapporto forte. Tanto che medici e infermieri del Binaghi e del San Giovanni di Dio sono diventati buoni amici della coppia di genitori. «Alla 32ª settimana scatta l'ora X. La donna era pronta per il trapianto e il piccolo era abbastanza maturo da evitare complicazioni polmonari», spiega Gian Benedetto Melis. «La signora viene condotta in sala parto. Difficilmente avrebbe sopportato un travaglio naturale, per questo decidiamo di sottoporla a un taglio cesareo. Il bimbo prematuro viene ricoverato in Terapia intensiva neonatale della Clinica Macciotta». Qui inizia uno dei periodi più difficili per la neo mamma. «Stare col piccolo per la donna è davvero pericoloso: il rischio infezioni è altissimo». I medici le concedono dieci giorni per assaporare il gusto di quel piccolo voluto con tutte le forze e poi la ricoverano nuovamente al Binaghi, dove poteva vedere il bene più importante della sua vita solo attraverso un vetro. «È stato un momento psicologicamente infernale per la signora, assalita da mille spettri sul futuro suo e del bambino».Un mese di calvario, ma alla fine la doppia sfida ha i suoi due vincitori. Mamma e figlio sono diventati il simbolo della volontà e della voglia di vivere.
Andrea Artizzu

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