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02/09/19

Luogosanto, il dentista che diventò vignaiolo La cantina Piero Mancini celebra i primi trent'anni di vita ricordando il suo fondatore

Le loro  vigne  situate in Gallura, nell’angolo nord orientale della Sardegna. Tra giganti di granito e querce secolari le nostre uve crescono scaldate dal sole d’estate e accarezzate dal vento di maestrale che contribuisce a mantenere un microclima dove i vitigni trovano la loro perfetta ambientazione. Qui
alleviamo le nostre uve: il Vermentino di Gallura, unica DOCG della Sardegna, il Moscato di Gallura DOC, il Cannonau di Sardegna DOC, il Merlot, il Cabernet, il Pinot e lo Chardonnay.
All’interno della Tenuta di  Balajana della Famiglia Mancini, nel comune di Luogosanto, sorgono antichi stazzi galluresi, finemente restaurati, quella che in Gallura viene chiamata cussorgia , nel quale potrete vivere l’atmosfera unica della natura magica e selvaggia e degustare loro vini. Per   Ulteriori   informazioni ed prenotazioni    potete  consultare   il loro sito      
https://www.pieromancini.it/ da cui sono prese le foto delle vigne e la cartina geografica a sinistra oppure    andare in loco oppure   : 1) informazioni e prenotazioni contattare:Laura: +39 346 5939675 info@vignetipieromancini.it 2) andare se venite dalle nostre parti in loco Vigneti Piero Mancini (Tenuta di Balajana) Strada Provinciale N. 14 Km 4 07020 – Luogosanto (OT) – Sardegna – Italia



 
                                La famiglia Mancini (foto Vanna Sanna)

La natura qui sa essere davvero bella. Il verde delle colline e della vigna incornicia antichi stazzi fatti di blocchi di granito. Il resto lo fa la passione per la terra e per il sapore dei suoi frutti. Nelle tenute di Balajana, nel cuore incontaminato della Gallura, a poche curve da Luogosanto, la famiglia Mancini ha voluto celebrare una storia che affascina anche gli astemi. Aperitivo sul prato, cena all’aperto, calici di cristallo e musica di sottofondo. La festa dei trenta anni della cantina Piero Mancini ha radunato amici di una vita, esperti del settore, imprenditori e qualche esponente del mondo politico regionale. Il momento più emozionante è stato sicuramente quello in cui signora Marisa, moglie di Piero Mancini, ha voluto raccontare come tutto era nato.
le  loro  tenute da  https://www.pieromancini.it/gallery/


Festa a Balajana. La cantina delle Vigne di Piero Mancini è una delle più importanti in Sardegna, sia per qualità che per numeri di produzione. A farla da padrone è il vermentino, ma vanno forte anche gli altri tipi di vino. Per questo la famiglia Mancini, a trenta anni esatti dalla fondazione della cantina orgogliosamente gallurese, ha organizzato una festa privata per raccontarsi e ringraziare chi c’è sempre stato. Tutto è cominciato prima del tramonto, per non privare gli ospiti dei colori della natura e della grande vigna. Attorno agli stazzi della tenuta è stato prima servito un gustoso aperitivo, poi l’ottima e raffinata cena a base di pesce. A fare gli onori di casa Marisa Paulis, moglie di Mancini, scomparso nel 2001, e poi i tre figli: Laura, responsabile marketing e comunicazione, Alessandro, responsabile area agronomica e commerciale, e Antonio, responsabile area produzione e amministrativa.
Meglio la vigna. La storia della cantina cominciò molto prima della fondazione dell’azienda. «Io e mio marito ci sposammo nel 1959 e da subito capii quali fossero i suoi obiettivi – racconta Marisa Paulis -. I miei parenti mi regalarono come dono di nozze un assegno, con il quale avrei dovuto comprarmi delle posate d’argento. Ma Piero mi prese l’assegno e mi disse: “Che ce ne facciamo delle posate d’argento? Meglio se ci compriamo un pezzo di terreno per piantarci qualche vite”. E così fu». Piero Mancini, originario di Monti, e stimato dentista a Cagliari, subì continuamente il richiamo della Gallura, della terra e della vite. Pian piano cominciò ad acquistare diversi pezzi di terra da trasformare in vigneto, girando anche il mondo per apprendere tutti i segreti legati alla viticoltura.
Trent'anni fa. Nel 1989 Piero Mancini riuscì a coronare il suo sogno di sempre: aprire una cantina tutta sua, proprio di fronte al golfo di Olbia. «Vendemmo tutto quello che avevamo per costruire la cantina. E a me, che protestavo perché al contrario delle mogli dei suoi colleghi non possedevo una pelliccia, diceva: “Tu di che ha tre trattori!”» ricorda col sorriso la moglie. Alla produzione dell’uva venne così affiancata la
vinificazione e l’imbottigliamento. Nacquero i primi vini con l’etichetta Piero Mancini. Il successo fu pressoché immediato: le produzioni Mancini, tutte di grande qualità, ottennero presto il giusto riconoscimento, con l’esportazione che superò fin da subito i confini regionali e nazionali.

22/04/19

Nascono ad Alghero le nuove tavole da surf eco-friendly e con un’anima in sughero


da  https://www.galluranews.org/


innovazione, sostenibilità ambientale, performance: la rivoluzione del surf si chiama Alterego e parte da Alghero, in Sardegna.



Le tavole prodotte nella Riviera del Corallo sono pronte a segnare una linea di demarcazione tra passato e futuro. Finalmente il rispetto per la natura e la massima resa sportiva.L’obiettivo di Alterego è uno: realizzare un prodotto ad alta tecnologia, costruito su misura ed ecosostenibile. Nasce così in Sardegna, in una fabbrica di Alghero, una tavola da surf che impiega il sughero e i materiali più avanzati e a chilometro zero. Il risultato? Una tavola pronta a cavalcare le onde, che garantisce flessibilità e performance, ma con al suo interno un’anima green.

Alessandro Danese, general manager di Alterego
«Per noi la sostenibilità non è uno stile, ma una costante che è presente in tutti gli aspetti del nostro ciclo produttivo. La tavola sa surf viene creata da pani in Eps, il polistirene espanso sinterizzato, acquistato a Ottana. In azienda ricicliamo oltre l’ottanta per cento degli scarti di produzione. Ogni tavola viene quindi laminata con una bio-resina e la sua struttura portante, diciamo le sue fondamenta, sono costruite con il sughero. Materiale straordinario, duttile ed elastico, che viene comprato in Gallura».L’azienda ha sede nella zona industriale di Alghero, a una decina di minuti dalle spiagge della città e dalle onde del nord Sardegna.Un sogno diventato realtà nel 2017 grazie all'investimento dei fondatori della società Italian Waves e al contributo di Invitalia. 
Oggi nella factory Alterego si continua a fare ricerca, guidati da una mentalità ecologica e con l’obiettivo di produrre tavole veloci e stabili. E i riconoscimenti ufficiali sono già arrivati, l’azienda è stata infatti selezionata come finalista nella sezione Innovazione Blu del Premio Costa Smeralda 2019.


Impresa composta da giovani sardi

Il nostro team è composto da giovani sardi con delle solide esperienze professionali. La linea di produzione è diretta da Michele Piga, esperto di laminazione con un background professionale nel settore degli yacht. Le tavole da surfvengono testate in acqua continuamente da Giovanni Cossu, uno degli atleti più forti della Sardegna. Tra i tester anche Andrea Costa, giovane agonista ligure e il kitesurfer Fabrizio Piga. Questi ultimi due partecipano al campionato italiano. Una parte fondamentale della ricerca è stata affidata a Luca Oggiano, ingegnere che si divide tra la Norvegia e l’Australia. Non ci poniamo però confini e siamo in continuo movimento. Stringiamo e cerchiamo collaborazioni in Europa e nel mondo, dove i surfisti si contano a milioni. Infine, non nascondiamo che stiamo lavorando per poter offrire una tavola che sia al cento per cento riciclabile».Le tavole Alterego sono disponibili su misura dal sito internet alteregosurf.com e presto anche nei migliori surf shop e negozi specializzati d’Europa.



I propositi dell’azienda



«Puntiamo certamente ai surfisti italiani, ma soprattutto a quelli dell’oceano. Il nostro orizzonte è far crescere la factory vogliamo dimostrare che è possibile cambiare il modello produttivo delle tavole da surf, un mercato in costante espansione e che vale ogni anno di più. E far capire che abbandonare i materiali inquinanti e poco rispettosi dell’ambiente è possibile. Lo meritano i surfisti e lo meritano soprattutto il mare, l’oceano, le nostre spiagge e le nostre coste. I luoghi che i surfisti amano e frequentano intensamente, e che noi tutti abbiamo il dovere di preservare».

19/07/16

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero: L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti





Questa è una delle tante storie di donne coraggio , alla faccia diquei misogini e nostalgici fascisti che dicono che le donne dovrebbero stare a casa a fare la calza e a sfornare marmocchi . Dimenticando che spesso nei momenti difficili sono le donne , che fanno la storia e fanno andare avanti il mondo non solo , mi si perdoni il termnine maschilistama a volte il maschilista che è in me ( come credo in ciascunoi di noi ) esce fuori , ad aprire le gambe

da la nuova sardegna del 19\7\2016

Le mamme coraggio tornate tra i banchi per salvare la scuola A Santa Teresa 5 donne hanno frequentato l’Alberghiero:«L’istituto sarebbe stato soppresso per mancanza di iscritti»




di Giacomo Mameli

 SANTA TERESA
Cinque donne coraggio «per evitare che la nostra scuola chiudesse i battenti». Tre di loro sono anche mamme “maturate” [da non confendere con il termine omonimo che si usa nel porno Nota mia ] dopo il mezzo secolo di vita, «con tanta voglia di studiare, di avere un diploma, perché per la cultura non èmaitroppo tardi».E così, con l’anagrafe under ’60, sono tornate sugli stessi banchi di scuola di figli e nipoti, lo studio è stato «matto e disperatissimo,lezioni e lavoro,interrogazioni e famiglia, ma siamo felici». Pochi giorni fa hanno ritirato il diploma all’Istituto professionale per servizi commerciali e per il turismo di Santa Teresa adesso accorpato a quello di Arzachena.Poi, come diciottenni piene di vita, hanno organizzato la loro pizzata. «Iscrivendoci al Tecnico abbiamo fatto numero,e così non abbiamo persouna scuola necessaria per il nostro paese e per il territorio»,dicono in coro. 

Qualcuna adesso pensa  alla laurea, come Paola Buioni vedova Quiliquini,57 anni [ vedi scansione del secondo sopra alcentro sempre dala nuova sardegna ] dallla , madre di Renato che si era diplomato lo scorso anno e che ha trovato da lavorare come magazziniere nella grande distribuzione. 







Con Paola hanno frequentato regolarmente le lezioni le sue amiche. Tutte meriterebbero un premio al valor civile. Col loro impegno - nella cosiddetta“buonascuola” italiana econ quella che in Sardegna sa usare solo cesoie tagliando autonomia didattica, aule e classi - hanno evitato di sbarrare i cancelli di una istituzione scolastica necessaria alla Gallura settentrionale. I loro nomi. Cominciamo con Adriana Riva che ha 58 anni, è dipendente del Comune di Santa Teresa,lavora all’ufficio turistico «ma col diploma potrò essere di maggior aiuto alla mia comunità ». Dice: «Il mio desiderio era frequentare l’Accademia di belle arti a Sassari ma non mi era stato possibile. Avevo iniziato a lavorare come segretaria i un ingegnere in un’impresa edile, un’esperienza utile, nel 1979 sono riuscita a entrare con un concorso al Comune dove lavoro ancora in attesa,legge Fornero permettendo,di andare in pensione».Ed ecco le altre donne-salvascuola.Erminia Poggi che ha 50 anni non ha ancora uno straccio di lavoro. Con lei Marianna Coppi di 51 anni, sposata e madre di due figli. Ha due figli anche Giovanna Cirocca di 55 anni. A questo quintetto si è unita anche una coppia di Sorso, Elena Borlotti col marito Luca Manca. Sette nuovi iscritti e scuola salvata.Adriana Riva e Paola Buioni insistono: «Abbiamo errato di casa in casa, cercando firme e soprattutto iscrizioni. Continueremo a lavorare in questa direzione consentendo la frequenza,alle scuole serali, di quindici giovani africani e di altri dieci immigrati per le scuole regolari del mattino». E tutte in coro a dire: «È davvero triste che per l’istruzione si usino le forbici dei ragionieri e non si guardi alla necessità di elevare i livelli di istruzione».Parole sacrosante in una regione- la Sardegna, governata dalla giunta col maggior numero di professori universitari mai vista da quando è sorta l’Autonomia - che vanta il record nazionale della dispersione scolastica e il più basso rapporto popolazione-laureati e popolazione-diplomati.Non è la Giunta del necessario "potenziamento"ma del cosiddetto - e avvilente - "dimensionamentoscolastico".Una scuola, quella di Santa Teresa, che era nata quindici anni fa, nel 2000 per volere dell’amministrazione comunale (sindaco era Nino Nicoli) e preside il sassarese Prospero Malavasi.Si era subito rivelata utile al territorioanche per gli sbocchi occupazionali nel turismo, sostenuta da tutti gli altri sindaci «ci rendevamo conto di avere un fiore a ll’occhiello che non dovevamo assolutamente perdere », dice l’ex sindaco Piero Bardanzellu. Poi, si sa, è giunta la politica dei tagli. Anche a quel bene primario del dirittoall’istruzione. È esemplare, da menzione d’onore, la storia scolastica e umana di Paola Buioni. Negli anni ’70 frequenta l’Istituto d’arte a Sassari, lo fa per dueanni, segue i corsi di disegno architettonico colmaestro Igino Panzino, fotografia con Riccardo Campanelli, pittura con Aldo C ontini, sculturacon Gavino Tilocca. « Mi piacevamo ltissimo quella scuola,erano ore di piacere non di fatica,di amore per l’arte, maho dovuto smettere, a malincuore». Si lega sentimentalmente ad Andrea Quiliquini, il leader dell’ecologismo in Alta Gallura,quello del no alle petroliere nelle Bocche, quello del no urlato alla base della Maddalena con i sommergibili nucleari che avevano provocato cinque casi di cranioschisi in neonati,il professore di Biologia e Scienze nelle scuole superiori di mezza provincia di Sassari.Andrea Quiliquini, alunno liceale-mito ai Salesiani di viale Fra Ignazio a Cagliari, diventa un punto di riferimento per chi crede nella valorizzazione delle risorse locali, agricoltura e artigianato in primo luogo.Adorava le capre, le portava al pascolo, mungeva , ci faceva il formaggio».La passione contagia Paolache oggi emula il marito (si erano sposati nel 2004 dopo 25 anni di convivenza). Lo emula scrivendo poesie. Ha vinto il premio Zarzelli in Corsica, un paesino vicino ad Ajaccio. « Ho fatto un’ode dal titolo La dì diSantu Gaìni 1845, per ricordarela nascita di Santa Teresa di Gallura fino ad allora agglomerato di stazzi sparsi, spesso soggiogati dai banditi. Storia in versi e in rima. Per non dimenticare l’esaltante passato di Santa Teresa, dei Savoia che offrivano lotti di terreno e monetaper aprir bottega».Il regno di Paola Buioni sono le campagne di Lu Rinagghjolu,a sei chilometri del paese,eden dominato da olivastri secolari e querce, macchioni di mirto e mirto, paradiso preferito dagli aironi cinerini, dalla garzette e dal falco pellegrino.mio marito e con l’autoproduzione:ho sedici caprette, il formaggio e lo yogurt lo faccio per me e mio figlio, d’inverno taglio la legna e ripulisco il greto dei torrenti, mi occupo di piante officinali, preparo decotti e olii di lentisco e creme per usi cosmetici, uso le erbetintorie». E con il diploma ? «Credo molto nella creazione dell’oasi marina protetta, attorno al parco dovranno nascere per forza attività legate all’ambiente marino e bucolicoe creare uno sviluppo veramente sostenibile. Il mio grande sogno è avere nella mia azienda una fattoria didattica,fare laboratori con le mamme e i loro bambini, abituare la gente alla vita sana della campagna.Credo sia il futuro di Santa Teresa e di tanti altri paesi della Sardegna, di mare o montagna poco importa». Da sola? «Faremo squadra con le amiche neodiplomate».

30/07/15

Tempio Pausania, al centro della vita il Rispetto e l’Amicizia. Senza retorica, un esempio che arriva dalla musica.


  da   http://galluranews.altervista.org/



                       Tutti i musicisti di una favolosa serata (foto di Margherita Cossu)
Tempio Pausania, 18 mag. 2015
Ho sempre presente nella mia mente le parole di mio padre. Diceva sempre,
Antonio nella vita esistono persone e Persone, alcune le saprai conoscere meglio, altre non si faranno conoscere mai. Le saprai distinguere perché le migliori persone sono quelle che ti sanno ascoltare e non sovrappongono mai la loro voce alla tua, ti sapranno guardare negli occhi in modo diretto e accorreranno quando tu avrai bisogno, al tuo capezzale o al tuo matrimonio. E sorrideranno con te e sapranno anche piangere con te“                                                                           La vita mi ha insegnato che babbo aveva ragione. Lui, come tutti coloro che avevano conosciuto guerra, fame e dolori infiniti, era una persona semplice ma ogni dolore vissuto lo aveva temprato e reso forte. Solo quando siamo forti possiamo distinguere le persone dalle Persone. Quando il nostro stato d’animo è colpito, ferito, malato, siamo fragili e oltre a navigare a vista spesso ci buttiamo tra le braccia del primo che capita, lasciandoci disorientare e volare  verso cieli offuscati o navigare in mari tempestosi.Ho imparato il rispetto per tutti, ad esso ho adeguato la mia vita e successivamente quella dei miei figli. Sono stato, come tanti, offeso e vilipeso, ho reagito e ho sbagliato a rispondere alle offese con le offese. Ho ricevuto stima e ho saputo sempre darne a chi l’ha meritata e anche a chi nemmeno conoscevo, solo per averlo sentito dentro di me. Non si è uomini perché si alza di più la voce o si prevarica gli altri.L’amicizia resta per me il valore principale che muove qualsiasi cosa e che è capace di smuovere la terra tant'è devastante la sua forza d’urto, e vorrei darvene un esempio, per rendere merito ad una persona speciale della cui amicizia  vera, da molti anni, mi onoro.Qualche giorno fa, ho organizzato un concerto live con musicisti di grande valore, davvero uno migliore dell’altro. Chi ha assistito a questa serata magica sa di chi e di cosa sto parlando.Tra essi, l’artista a cui la serata era dedicata, Roberto Diana.Roberto, lo scrissi nella presentazione di questo evento qualche settimana fa, aveva il desiderio da sempre di poter suonare al Carmine. Con molte difficoltà sono riuscito ad accontentarlo ed ho organizzato, con tutti i musicisti, lo staff del Teatro e la classe dei Fidali del ’66 (straordinari tutti!), un concerto di più di 2 ore, magnifico, vibrante, coinvolgente come pochi in vita mia ho visto.Poche persone tra il pubblico, quasi fossero le prescelte fortunate, e quindi pochi soldi alla fine realizzati. Lo scopo del ricavato era quello di pagare gli artisti, anche se non tutti volevano essere pagati, il fonico e poi lasciare alla classe quanto sarebbe rimasto come contributo per la prossima festa di Sant’Isidoro che quest’anno vede questa classe di fidali organizzatrice.Alla fine i soldi sono bastati a pagare giustamente il service di grande qualità e poi…e poi Roberto, i suoi ospiti, hanno cantato e suonato gratis. Voi mi chiederete…ebbè? Vi rispondo subito. Intanto sono tutti professionisti e vivono di musica ma il lato umano, in tanti musicisti che ho conosciuto in vita mia, è quello che prevale sempre. Il loro cachet è stata la grande soddisfazione di aver suonato e di averlo fatto in maniera strepitosa.Il giorno dopo, ancora nel cuore e negli occhi, i riflessi di ciò che avevamo vissuto la sera prima, al telefono Roberto mi chiama e mi parla solo della sua grandissima soddisfazione di aver suonato e di essere stato apprezzato. I soldi? “Non contano, Antonio. Io sono felice di quello che è successo e questo per me vale quanto e più di un cachet”.Sappiate che per la serata era venuto anche un amico da Pavia, in aereo e che per quelle spese… “Mi arrangio io Antonio, non ti preoccupare”.Roberto non avrebbe voluto che io scrivessi di questo, lo conosco.  Io, però, sono così e quando un amico mi dice queste cose, penso che ancora una speranza esiste e che questa è lamicizia oltre ogni soldo, oltre ogni compenso. Da quel giorno per me indimenticabile sono certo che oltre alla collaudata amicizia con Roby posso dire di aver conosciuto tutti gli altri artisti, anzi ARTISTI, che sono d’incanto diventati amici veri. Questa è l’amicizia che unisce gli uomini, questo è il valore imprescindibile che fa muovere tutti e tutto. E’ bastata una serata di due ore per farmi capire.Pensate sempre a chi vi ascolta, vi guarda negli occhi, non vi parla sopra, vi sorride o piange per voi. Tenetevi stretta quella persona, è un amico.Non camminare dietro a me, potrei non condurti. Non camminarmi davanti, potrei non seguirti. Cammina soltanto accanto a me e sii mio amico.
(Albert Camus)

19/07/15

leggende Galluresi



LEGGENDE GALLURESI.
La potenza della felce maschio
Un bandito, il giovane più fiero della Gallura che nemmeno la giustizia aveva potuto catturare, si era posto in mente di avere i tre fiori della felce maschio, perché se si avevano questi tre fiori, non si poteva morirne, quando si era colpiti dal piombo. Per avere questi tre fiori, bisognava andare in un fiume lontano lontano donde non si poteva intendere canto di gallo e bisognava andare il primo giorno di agosto. Questi fiori sarebbero sbocciati a mezzanotte, ma non bisognava avere nessuna paura per qualunque cosa si fosse presentata. Dunque questo bandito, il primo giorno d’agosto, si pone in cammino per andare a questo fiume; quando era uscito, la nottata era proprio bella, ma a mezzanotte si scatena la tempesta: grandine, lampi, tuoni, baleni, lingue di fuoco da tutte le parti, sopra il capo, nei piedi, ed egli fermo, aspettando a sbocciare il fiore. Ecco che alla luce d’un lampo,
( Nella foto il bandito Luigi Fresi.)
vede sboccire il fiore, lo raccoglie e aspetta il secondo. Egli aspetta senza spaventarsi per vedere passare tori, vacche, cinghiali che cercavano di fargli del male. Ecco che arriva un serpente; questo comincia a stringergli la caviglia, la coscia, e a poco a poco arriva al collo e sembra che lo voglia strangolare; egli crede di essere proprio all’estremo, quando il serpente lo guarda fisso negli occhi e manda un fischio stridente, scompare e sboccia il secondo fiore. Il bandito è tutto contento e, credendo di poter liberare così subito subito l’uomo dal piombo, aspetta il terzo fiore. Passano pochi minuti, quando in mezzo a quel silenzio, s’intende grande frastuono di cavalli e di uomini armati; nel principio il bandito con la speranza è rimasto fermo al suo posto, ma quando vede accostarsi una frotta di carabinieri, teme, crede di essere stato scoperto e tira un colpo d’archibugio. Il terzo fiore certamente non è sbocciato, peggio per l’anima dell’uomo che non ha resistito, e il piombo, per conto suo, continua a fare il suo cammino.

08/12/13

il vero spirito di natale è saper rinunciare alle decorazioni cittadine e usare i soldi per le povertà estreme esempio del sindaco di viddalba

come  già  dicevo  nel post ( in particolare il primo )


  • http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.it/2013/11/natale-capodanno-savvicinano-ii-ma-come.html
  • http://ulisse-compagnidistrada.blogspot.it/2013/12/come-risparmiare-e-non-sprecare-in_6.html



Oggi    racconto  di  chi dicendo NO   al natale consumistico  ma  ritorna  a quello di   una volta ha seguito l'esempio  di Emiliano Deiana sindaco  di Borigiadas ( bidda* della Gallura  ) che le  ha  abolite  dal  2010 . Esso  è il sindaco Viddalba  oppure vidda eccia ( città vecchia  visto l'origine  romanico \ medioevale   ) di una piccola  bidda ( inverno )  grande centro  ( essendo  vicino al mare  )  d'estate    ai confini fra la  Gallura  ed il sassarese. E' bello  e  fa piacere che si capisca a livello politico  \ amministrativo  quale differenza ci sia fra utile e superfluo.

* piccolo paese  di poche anime  . per approfondire tra il serio ed  l'ironico  ecco  maggiori   news http://nonciclopedia.wikia.com/wiki/Biddaio  

ed  ecco la news
dalla nuova sardegna   edizione Gallura del 8\12\2013

25/08/13

perchè mi sento prima sardo che italiano

 rivedendomi in una serata  noiosa   e fredda  di quest'estate  ormai prossima al finire , in dvd il film     il vento fa il suo giro  Un film di Giorgio Diritti  2005



mi  ha  riportato alla mente   sia   lo sfogo che    riporto   qui   ( chi    ha  facebook clicchi  qui  per  l'intera e  interessante ,  120 commenti  ,  discussione  )   per  chi  non avesse  fb  o  non avesse me o il mio  compagno  di strada facebookiano e  non solo     lo scrittore e  dirigente al   Ministero della Giustizia Giampaolo Cassitta.

Sono sardo. 
Lo sono perché ci sono nato e perché i miei genitori e i miei nonni e bisnonni e trisavoli lo erano. Avevano calpestato prima di me questa terra. 

La Sardegna è la mia terra.     La sento intensamente mia, fiabescamente mia,terribilmente mia. Ho giocato negli stazzi galluresi fin da piccolo perché mia nonna ci abitava. Nella “cussogghja” di Austinacciu. Ho respirato quell’aria. La casa era costruita in maniera semplice: la camera centrale e due camere da letto. Lu “pinnenti” adiacente, lu forru per la cottura del pane e dei dolci e la “casedda” vicina all’abitazione principale; una sorta di cambusa dove era possibile trovare tutto. A quei tempi, nei primi anni settanta non c’era la corrente elettrica. 

Giocavamo - io e mio fratello - in una campagna che era, per noi ragazzi di città, una distesa immensa di giallo, di cicale, di cani da caccia, di sapori irripetibili e mai più trovati. 

Quelle estati hanno forgiato il mio amore per questa terra. Ho assaporato quei silenzi, quegli echi lontani, quel non poter uscire nel primo pomeriggio per colpa della “mamma di lu soli” quelle “parauli forti” ascoltate da mia nonna le notti prima di natale. Un mondo magico. Sardo. Forte. Mio. 
Leggere oggi che signori del Qatar, con molti soldi, vogliono rivoluzionare gli stazzi e farne una sorta di “costa stazzialda” mi lascia senza parole. Ho ripercorso con gli occhi, con i pensieri, con i ricordi le mie vecchie passeggiate, il mio attendere li cuccioleddi di meli, il pane di tricu ruju, il mio correre negli orti per aiutare mio nonno ad “abbare”. Ho riascoltato le parole di mia nonna, che parlava solo in gallurese, ho ridipinto quelle lunghe estati e non riesco a comprendere il perché tutto debba diventare mercato, turismo, business, perché dobbiamo vendere la nostra terra allo straniero. Non lo so. Ma non mi sembra una gran bella cosa. Dovremmo forse cominciare a partire da questi piccoli concetti: dallo stazzo, dalle passeggiate quotidiane tra uno stazzo all’altro. E quando si arrivava si trovava sempre il padrone di casa che aspettava e toccava la mano. Lo faceva sempre. Anche se ci si incontrava tutti i giorni. Questo mi manca. Quel parlare di poche e bellissime cose, di un mondo lento. Dolcissimo e immensamente mio. Sono sardo. Lo sono perché ci sono nato, vissuto e respirato. Lo sono per amore. E lo sarò sempre. Ma non tutti i sardi sono sardi come il mio “essere sardo”. Di questo si dovrebbe parlare. Visto che dobbiamo votare, a breve, il nuovo consiglio regionale. Partire dagli stazzi, dai loro silenzi e dai loro caldi abbracci. Da qui dovremmo ripartire.
Giocavamo - io e mio fratello - in una campagna che era, per noi ragazzi di città, una distesa immensa di giallo, di cicale, di cani da caccia, di sapori irripetibili e mai più trovati. 
Quelle estati hanno forgiato il mio amore per questa terra. Ho assaporato quei silenzi, quegli echi lontani, quel non poter uscire nel primo pomeriggio per colpa della “mamma di lu soli” quelle “parauli forti” ascoltate da mia nonna le notti prima di natale. Un mondo magico. Sardo. Forte. Mio. 
Leggere oggi che signori del Qatar, con molti soldi, vogliono rivoluzionare gli stazzi e farne una sorta di “costa stazzialda” mi lascia senza parole. Ho ripercorso con gli occhi, con i pensieri, con i ricordi le mie vecchie passeggiate, il mio attendere li cuccioleddi di meli, il pane di tricu ruju, il mio correre negli orti per aiutare mio nonno ad “abbare”. Ho riascoltato le parole di mia nonna, che parlava solo in gallurese, ho ridipinto quelle lunghe estati e non riesco a comprendere il perché tutto debba diventare mercato, turismo, business, perché dobbiamo vendere la nostra terra allo straniero. Non lo so. Ma non mi sembra una gran bella cosa. Dovremmo forse cominciare a partire da questi piccoli concetti: dallo stazzo, dalle passeggiate quotidiane tra uno stazzo all’altro. E quando si arrivava si trovava sempre il padrone di casa che aspettava e toccava la mano. Lo faceva sempre. Anche se ci si incontrava tutti i giorni. Questo mi manca. Quel parlare di poche e bellissime cose, di un mondo lento. Dolcissimo e immensamente mio. Sono sardo. Lo sono perché ci sono nato, vissuto e respirato. Lo sono per amore. E lo sarò sempre. Ma non tutti i sardi sono sardi come il mio “essere sardo”. Di questo si dovrebbe parlare. Visto che dobbiamo votare, a breve, il nuovo consiglio regionale. Partire dagli stazzi, dai loro silenzi e dai loro caldi abbracci. Da qui dovremmo ripartire.

sia   l'attualità di quanto scrissi tempo fa su queste pagine più precisamente qui

 sia  i ricordi  di quando  ero bambino (  prima   della  morte  dei miei nonni materni e  la  successiva  traformazione  da campagna ad  vivaio  florovivaistico )     : l'allevamento  di bestiame  ( maiali e  galline ) ,  l'orto    e le  api   i loro prodotti , ed  i  loro riti  \  feste  ( uccisione  e lavorazione dei maiali ,  vendemmia  ,  conserve  di pomodori , e degli altri prodotti dell'orto   raccolta  delle uova  e  del miele  .   Ma    per  chi ne  volesse  sapere  di più  oltre  i link   riportati sopra  ecco  la parte  riguardante  gli stazzi  ed   il modulo abitativo   della  Gallura  ,  della mia tesi di laurea

(....)

 L'altra caratteristica  della  Gallura  è quella del popolamento dell'interno e l'abbandono delle coste. Infatti : « [...] Le condizioni storiche che causarono lo spopolamento sono da ricercare nello stato di abbandono generale nel quale si trovava tutta la Sardegna, dopo alcuni secoli di dominazione spagnola [o anche prima secondo altri studi] a questa si aggiungevano le frequenti incursioni saracene lungo le coste e si capisce il motivo per cui nella Gallura marittima esisteva il solo villaggio di Olbia. Gli altri erano raggruppati alle falde del Limbara (Aggius, Bortigiadas, Tempio, Luras, Calangianus e Nuchis)».[1]
La colonizzazione delle zone abbandonate fu la conseguenza di una notevole immigrazione dalla vicina Corsica; in seguito ulteriormente rafforzata, nei primi anni del Settecento, anche dal movimento della gente dell’interno, per lo più pastori, che dai villaggi, nelle loro transumanze, si spingevano fino alle zone disabitate. Si trattava in genere di migrazioni temporanee. Erano soliti abbandonare il villaggio nel tardo autunno per poi rientrare al villaggio d’origine, all’inizio dell’estate, quando era terminata l’annata agricola. Durante questo periodo, all’inizio, soggiornavano in strutture di fortuna utilizzando come abitazione qualche nuraghe o, più spesso le spelonche scavate nella roccia dagli agenti atmosferici. In seguito furono costruiti i “cuponi”, capanne circolari di pietre a secco con il tetto ricoperto di frascame, in pratica gli antenati della casa dello stazzo.
La prima fase della colonizzazione, caratterizzata dalla presenza di insediamenti temporanei presenta quindi in prevalenza un’economia di tipo pastorale allo stato brado. In seguito con il formarsi dei primi insediamenti fissi si intraprendono anche attività agricole e di allevamento più intensivo Tale insediamento rurale fu tipico  del nord Sardegna e della Corsica principalmente della Gallura.
IL  termine "stazzo"(in gallurese lu stazzu) deriva dal latino "statio", stazione, luogo di sosta Esso Indica contemporaneamente l'azienda contadina e la costruzione in cui abita il proprietario ed è costituito da un'abitazione di forma grossomodo rettangolare costituita da blocchi di granito e all'interno suddivisa in massimo due ambienti ,ma più spesso da un monolocale. All'esterno era spesso annesso il forno (lu furru) ed un piccolo magazzino (lu pinnenti). Raramente un edificio nato come stazzo si eleva oltre il piano terreno, ed in questo caso viene definito palazzo (lu palazzu) ,. Si può quindi parlare organismi \ strutture a funzione complementare agricola e pastorale, organizzati in modo da essere autosufficienti, disponendo di coltivi, pascoli, seminativi, nonché di una o più dimore.
Un insieme di stazzi formavano la cussorgia (la cussogghja), un'entità geografica e sociale unita da vincoli, particolari ed insoliti, di forti di amicizia e collaborazione soprattutto di ordine prevalentemente morale, specie durante il ciclo agricolo o in occasioni particolari come la trebbiatura, la vendemmia o la costruzione di un recinto, tutti i vicini di un proprietario formano una squadra di lavoro che presta gratuitamente la propria opera.
Un altro esempio di vincolo esistente tra i "cussoghjali" è quello della punitura. Questa norma di comportamento prevede che chiunque abbia perduto il gregge, per sorte avversa o per furto o per ritorsione, riceva in dono dai vicini un capo bovino o ovino.
Le case erano, prima d'essere abbandonate o “modernizzate”, piccoli capolavori di quella che può essere definita un'architettura molto semplice e spontanea. Difficilmente si notano le poche che non hanno subito radicali trasformazioni, spesso pacchiane: il loro impatto ambientale è pari a quello, di quelle poche che vengono curate, dei muretti a secco, ulteriore e fondamentale elemento della geografia gallurese, segni dell'uomo integrati nel tessuto agrario. Infatti essi hanno rappresentato in Gallura il fulcro della vita rurale di migliaia di pastori-agricoltori per centinaia di anni cioè fino alla fine XIX e inizi del XX secolo, quando la sua caratteristica viene messa discussione negli anni ‘50 con il fenomeno di migrazione dalle campagne verso i nuovi centri abitati (il cosiddetto boom economico e l’avvento del turismo) con l’affermarsi di nuovi sistemi economici e nuovi
la  nuova sardegna del  24\8\2013
modelli di vita, e poi dagli anni '60\80 quando si sono diffusi i fenomeni dell'inurbamento delle coste e poi la sub-urbanizzazione delle campagne portano in pratica alla fine della civiltà dello stazzo. Ma ancora persiste soprattutto nelle località marittime snaturato nella sua funzione originaria dal fenomeno delle seconde e terze case e secondo alcuni dalla trasformazione \ riadattamento in agriturismi e B;B dotati dei migliori comfort , talvolta inutili e  fuorvianti   come la piscina  
I motivi della scomparsa del modo di vita, della civiltà dello stazzo, sono da ricondurre all'evoluzione del sistema economico.
 L'economia basata sull'autoconsumo, sull'impiego intensivo della forza lavoro non può reggere di fronte alla concorrenza delle grandi aziende basate su una spinta meccanizzazione, elevata standardizzazione del prodotto. Il supermercato decreta la fine della produzione artigianale,parcellizzata. La politica agraria e sociale della regione sarda non ha saputo cogliere l'importanza dello Stazzo, insieme ad esso sono scomparse, l'insediamento sparso, la cura del territorio e dell'ambiente rurale, la civiltà ad esso legate, una parte  pezzo importante irriproducibile della nostra Isola.



[1] P.SUELZU Lo stazzo Gallurese,in  Atti del Convegno. "Coment'era” ,Viddalba 9 giugno 2007.pp.69-76 ,Alghero 2008 

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28/05/12

primavera in sardegna stazzi aperti \ stazzi e cussòggji


per i continentali  e  o sardi  d'oltre mare *  e non   che  vogliono vedere  la  Sardegna  in questo caso la mia Gallura fuori dal turismo di massa e dallo spocchiosi luoghi dei vip (stintino , porto bello ,  Porto Cervo  e  Porto Rotondo )  o  dei villaggi turistici    la primavera  insieme  all'autunno e  le  sue  cortes  apertas   in barbagia  questa  è l'occasione  .Nel mese  di maggio  ,ormai al termine  ,   si sono e   e si  stanno   organizzando   con iniziative  che  variano da  comune e comune  ad  esempio  a tempio si  sono tenute iniziative  simili alle cortes apertas barbaricine  che si  tengono d'autunno  (  locandina   Generale  al lato  e   sotto  quella del mio comune   più alcune notizie sulla vita  e la società degli stazzi  )   tratte   dal sito  http://www.prolocotempio.it/
Luoghi ormai  scomparsi  e deturpati  dalla globalizzazione imperante  e  dal turismo  di  Massa   che  vuole   a tutti i costi anche  dove  non c'è una piscina  e  tutte le comodità  ( anche le più frivole ) ed  incapace  o non vuole   almeno per  una settimana   fare  vita spartana  

 
          




                                                           cliccate  sopra   per  ingrandimenti




Essi erano Luoghi  dove  anche  le   controversie venivano risolte   o  almeno ci   si provava  ( perchè  a volte  finivano  in rissa  verbale  come questa  canzone    \ poesia  di   un grandissimo cantate  \poeta    Genovese    Gallurese  d'adozione  citato più volte  qui nel blog e le sue  canzoni  usate come  colonna sonora o punti di riferimento   )   ne  trovate  sotto    testo

Di chissu che babbu ci ha lacátu la meddu palti ti sei presa,
lu muntiggiu rúiu cu lu súaru li àcchi sulcini lu trau mannu
e mhai laccatu monti múccju e zirichèlti
Ma tu ti sei tentu lu riu e la casa tuttu chissu che vera ndentru
li piri bbutirro e loltu cultiato e dapói di sei mesi che mi nera ndatu parìa un campusantu bumbaldatu
Ti ni sei andatu a campà cun li signori fènditi comandà da to muddèri e li soldi di babbu lhai spesi tutti in cosi boni, midicini e giornali
che to fiddòlu a cattranni aja jà lucchjali
Ma me muddèri campa da signora a me fiddòlu cunnosci più di milli paráuli
la òja è mugnedi di la manzàna a la sera
e li toi fiddòli so brutti di tarra e di lozzu
e andaràni a cuicàssi a calche ziràccu
Candu tu sei paltutu suldatu piagnii come unu stèddu
e da li babbi di li toi amanti tha salvatu tu fratèddu
e si lu curàggiu che tè filmatu è sempre chìddu
chillèmu a vidi in piazza ca lha più tostu lu murro
e pa lu stantu ponimi la faccia in culu  

 fino al secondo dopo  guerra  massimo anni  60   in modo  pratico   e senza  ricorrere  a tribunali   con il dialogo   e il confronto  fra le parte   tramite  il sistema  della rasgioni   qui  (  copertina    a destra   )  nello studio  socio antropologico   con il cd  della registrazione   orale   di simone sassu  (  Armando Editore 2009 pp. 320 ISBN 978-88-6081-526-2 )    trovate  una delle  ultime, se  non addirittura  l'ultima   rasgioni  in Gallura  .
per la storia degli stazzi riporto un mio video girato il 13\5\2012 alla giornata degli stazzi organizzata dal Fai Gallura ( non ho fatto  foto perchè per 'sto cazzo di legge sulla privacy che punisce i piccoli e per " fesserie " mentre elogia e protegge i grandi e se ti denunciano la denuncia non si può ritirare perchè procede d'ufficio non si posso mettere se non si coprono volti di persone e devi chiedergli autorizzazione come avrei dovuto fare per questo video ma cavillando ho scoperto che era un evento culturale , cosa che non era presente per il resto della giornata visto altri impegni del relatore ) in cui





                                                  quintinio mossa illustra l'origine e degli stazzi nello stazzo della pittrice Anna Gala

L'unica  foto  che  sono riuscito a fare  in un momento di  "calma " ,   infatti  sono stato fra  gli ultimi ad andare  via  è questo monolite  granitico ( ora adibito a cantina  e ripostiglio  per  fare il vino  , ma  un tempo  fino agli anni  50\60 era  abitazione  )  derivato dal disfacimento  della roccia per idrolisi  . che  si trova  andando  a Pulchiana  (   il monolite granitico più grande della Sardegna, situato su un altopiano della Gallura settentrionale, a 550-673 sul livello del mare. località che si trova fra  tempio  e palau   (  vedere  sotto  cartina    e qui ulteriori news  )
Per  chi volesse  maggiori informazioni    e  su  come oggi   sia  stata trasformata   trovate news  qui  ( con una buona bibliografia  da  cui attinsi  anch'io per  la tesi )  ed   in un vecchio mio post di splinder  (  che sono riuscito a salvare  qui  su blogger  )   e  in   un estratto  della mia tesi di laurea  e  parte della bibliografia   utilizzata
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L'altra caratteristica è quella del popolamento dell'interno e l'abbandono delle coste. Infatti : « [...] Le condizioni storiche che causarono lo spopolamento sono da ricercare nello stato di abbandono generale nel quale si trovava tutta la Sardegna, dopo alcuni secoli di dominazione spagnola [o anche prima secondo altri studi] a questa si aggiungevano le frequenti incursioni saracene lungo le coste e si capisce il motivo per cui nella Gallura marittima esisteva il solo villaggio di Olbia. Gli altri erano raggruppati alle falde del Limbara (Aggius, Bortigiadas, Tempio, Luras, Calangianus e Nuchis)».[1]


La colonizzazione delle zone abbandonate fu la conseguenza di una notevole immigrazione dalla vicina Corsica; in seguito ulteriormente rafforzata, nei primi anni del Settecento, anche dal movimento della gente dell’interno, per lo più pastori, che dai villaggi, nelle loro transumanze, si spingevano fino alle zone disabitate. Si trattava

06/02/12

Opere d’Arte da salvare dipinti stazione tempio pausania di Giuseppe Biasi

Cercando , in un cd  di backup, delle  foto  delle nostre  piante  , ho   trovato  anzi ritrovato   questo  intervento  (  non  ricordo   se  un associazione culturale  o  qualche intwervento   sui quotidiani locali  o sul  giornale  della  diocesi  ) .  Lo reputo anche se di qualche anno fa   ancora  più attuale  che mai  .  Non riuscendo  a rintracciare  gli autori  per   avere l'autorizzazione ( 'sto  c...  di legge  sulla privacy  )   lo riporto   qui  , ma  sono pronto  a rimuoverlo se  essi me lo chiederanno 



Siamo due artisti  e insegnanti, di “Arte e immagine” Galluresi, della scuola secondaria di primo grado; i quali si stanno chiedendo da qualche tempo a questa parte per quale motivo i cittadini di Tempio Pausania, sono o no! consapevoli, di avere nella propria città, un preziosissimo scrigno ( La Stazione Ferroviaria ), contenente  cinque preziosi gioielli (cinque tele di grandi dimensioni di Giuseppe Biasi ) .
Se non salvaguardate, protette, difese, restaurate; questi preziosi “gioielli” potrebbero essere “trafugati” o nella migliore o peggiore delle ipotesi ( dipende dal punto di vista ) portati  in altri luoghi, della Sardegna o del Continente; perdendo così una opportunità di richiamo culturale e turistico, da non trascurare o minimizzare, come del resto l’atteggiamento degli organi preposti alla salvaguardia e alla tutela del patrimonio artistico locale, hanno sino ad oggi “scandalosamente” fatto.
La stupenda stazione ferroviaria, costruita in  stile Liberty, al centro del paese, si presterebbe ora più che mai, (se non vi sarà subito un intervento di restauro e degli interventi mirati per far si che queste opere siano acquisite dal Comune) ad essere adibita a centro culturale per dibattiti, per riunioni, o a Pinacoteca – Museo. 
Questi bellissimi capolavori (l’architettura e le opere pittoriche) saranno inesorabilmente destinati ad essere persi, se l’opinione pubblica non si mobiliterà per far schiodare dalle loro poltrone chi di dovere, a prendere delle sagge decisioni.
Già da decine d’anni nell’ingresso della Stazione ferroviaria, si trovano cinque tele di grandi dimensioni di Giuseppe Biasi, letteralmente abbandonate alla polvere, alle correnti d’aria, ai gas di scarico dei pulman ed automobili e dei   ormai rari  treni di passaggio, ai vandali (tempo fa hanno cercato di rubarle), una è stata portata a Sassari con la scusa che doveva essere restaurata, se ne sono perse le tracce.
Il critico d’arte Vittorio Sgarbi, quando venne a Tempio, vedendo queste opere  disse che qualsiasi museo avrebbe fatto carte false per poterle avere.
Non a caso nel 2001 a Roma, nel Complesso del Vittoriano, Via San Pietro in Carcere (Fori Imperiali) dal 2 ottobre al 4 novembre. La casa editrice: “Ilisso” ( 1 ) organizzava la mostra antologica dell’artista Sardo ottenendo un enorme successo sia di critica che di pubblico.
I sottoscritti, già nell’ottobre del 1998, sulla rivista “Beta”(2)  denunciavano questo scempio, all’opinione pubblica locale, senza però ottenere  alcun risultato. E pensare che i Comuni interni della Sardegna si stanno inventando qualunque cosa  per attirare   i turisti dalle coste vacanziere. Tempio ha un patrimonio culturale invidiabile da chiunque  e non lo sa sfruttare? Perché?

Chi era Giuseppe Biasi?

Personaggio di spicco nel panorama artistico sardo della prima metà del XX secolo, Giuseppe Biasi riuscì a inserire la Sardegna nel quadro culturale della modernità europea, emancipandosi dalle tendenze nazionali dominanti in quegli anni. La grandezza dell’artista, scoperta peraltro non molti anni fa, risiede nella capacità di rinnovare gli eleganti impulsi stilistici centroeuropei (soprattutto l’arte secessionista di Klimt), piegandoli alla realtà arcaica della sua terra natia. Biasi proviene da una famiglia della borghesia intellettuale.
Nasce nel 1885 a Sassari e non frequenta scuole artistiche perché in Sardegna non ci sono e, pertanto, si forma da solo, guardando all’illustrazione e alla cartellonistica. Nel 1905 esordisce sull’Avanti della Domenica, settimanale romano. Dal 1907 al 1910 lavora e si afferma come illustratore nella raffinata rivista fiorentina Il giornalino della Domenica, dedicata ai bambini e diretta da Wamba. Le copertine e le tavole, pubblicate sul settimanale, hanno come tema principale la vita popolare sarda e si connotano per un originale stile geometrizzante, asciutto e sintetico, influenzato dalla Secessione Viennese.Queste sue illustrazioni – scriveva Grazia Deledda nel 1909 – mi fanno una grande impressione: più di ammirarle io le sento, e mi sembrano perfette, per l’animo, per il colore locale che le rende vive e palpitanti”. Il rapporto professionale con il Premio Nobel – testimoniato dalle illustrazioni realizzate per i suoi racconti e per i romanzi, dal 1909 al 1917 “ si allaccia a quello che l’artista di Sassari intrattenne con lo scultore Francesco Ciusa o con il pittore Filippo Figari, ovvero i protagonisti di quella stagione dell’arte sarda nella prima metà del ‘900, che hanno mostrato come sia possibile aderire al moderno scendendo nel profondo della (propria) cultura popolare.
Le strette collaborazioni con gli intellettuali del tempo aprono al giovane Biasi le porte dei periodici a grande diffusione, come La lettura e L’illustrazione italiana. Nel 1907 cominciano i primi viaggi dell’artista alla scoperta della sua terra: la Sardegna. Il mondo rurale sardo viene visto da Biasi come un miraggio primitivo. Nel 1916, congedato dopo una ferita riporta al fronte, si trasferisce a Milano. Un anno più tardi organizza la Mostra Sarda, presso il Palazzo Cova, che suscita grande attenzione da parte della critica. Alla fine degli anni Dieci, Biasi appare influenzato da Velazquez e Goya: in quadri come Processioni del Cristo e Teresita, la tavolozza si fa infatti più calda e la stesura del colore è più densa. I temi (matrimoni e feste campestri) rimangono gli stessi. La vita contadina continua ad essere rappresentata, ma in maniera evocativa: Biasi, lontano dalla sua Sardegna, la dipinge basandosi sulle immagini scaturite dai suoi ricordi. Il periodo milanese di Biasi si conclude, nel 1919, con la decorazione del bar nell’Hotel Villa Serbelloni a Bellagio: si tratta di quattro tele incentrate sul tema “L’amore in Sardegna”.
Dopo la commissione del ciclo pittorico, la fortuna di Biasi comincia a declinare. Influenzato dal pittore Aroldo Bonzaghi, l’artista affronta nuovi temi: dipinge suonatori ambulanti, serenate notturne.
Nell’olio Quartetto, ad esempio, si nota l’abbandono delle tinte smaglianti e la ricchezza decorativa; la tavolozza abbandona le tinte calde e diventa cupa, quasi monocroma. Dal 1923 al 1927 Biasi vive nel Nord Africa, dividendosi tra la Tripolitania, la Cirenaica e l’Egitto. La realtà africana, rappresentata attraverso piccole tempere, disegni, studi dal vero, è per Biasi specchio di desideri e fantasie. Realizza diversi nudi, in prevalenza femminili. Se la donna sarda era “diversa” sul piano sessuale e sociale, la donna africana lo è anche su quello di razza. La prima, simbolo dell’identità sarda, quasi sempre raffigurata da Biasi adolescente e chiusa nel severo abito tradizionale, trasmette sensualità attraverso i gesti e gli sguardi. La seconda, lontana dai preconcetti, esprime maggiore erotismo.


 La donna occupa una posizione preminente nell’arte di Biasi. L’uomo, al contrario, riveste un ruolo secondario, e spesso appare di spalle. I ritratti maschili sono rari e per lo più realizzati su commissione. Nel 1927 Biasi si stabilisce in Sardegna, ma ormai lontano dai ritmi decorativi del liberty e tutto immerso in una nuova interpretazione della sua gente, tra un nuovo naturalismo e un accentuato realismo espressionista. In netto contrasto col classicismo novecentista, espone due nudi alla Biennale di Venezia del 1928, accolti freddamente dalla maggior parte: la critica ne condanna il folklorismo e il decorativismo. Nel 1935, contro l’arte del regime, pubblica violenti pamphlet contro la gestione delle Quadriennali romane. L’attività artistica di Giuseppe Biasi si conclude con la sua morte ad Adorno Micca nel 1945. Le sue tele, al di là dei soggetti affrontati, dimostrano che si può stare al centro dell’arte pur non rientrando nei grandi circuiti culturali o delle avanguardie.

cliccare  sopra  per  ingrandirla  non potevo  metterla  più grande  mi si sballava il template

Primo pittore moderno in una Sardegna che all’inizio del Novecento lottava per liberarsi da una lunga storia di soggezione coloniale o semicoloniale, Giuseppe Biasi (Sassari 1885-Andorno Micca 1945) ha dedicato i tre quarti della sua opera a rappresentare la propria terra. Questo non fa però di lui uno dei tanti pittori regionalisti di cui abbonda l’arte italiana a cavallo di secolo.
Biasi non è uno sfruttatore del folklore a buon mercato, ma l’inventore di una tradizione: se una scrittrice come Grazia Deledda aveva raccontato la Sardegna, Biasi per la prima volta ne ha costruito l’immagine. Quella che era agli occhi dell’Italia un’isola arretrata e miserabile, infestata dalla malaria e dai banditi,  diventa un Eden primitivo, immune dai guasti della civiltà e del progresso. Attraverso un vero e proprio rovesciamento di valori, Biasi trova nella cultura popolare le radici di un’identità sarda che gli intellettuali della sua generazione si sforzavano affannosamente di definire.
Populista e aristocratico, avvezzo alla mondanità più elegante e però perfettamente a suo agio tra i pastori, nella solitudine degli stazzi; nutrito di aggiornata cultura internazionale ma incrollabilmente fiero delle proprie radici; ironico, disincantato, e insieme profondamente intriso di romanticismo; fortemente individualista, ma pronto ad assumere con coraggio il peso di situazioni collettive; scettico e disilluso, ma ugualmente impegnato a cercare nell'arte "la buona volontà dell'illusione"; persuaso di non poter "abbracciare alcun partito né arruolarsi in alcun esercito", insofferente del clima della dittatura fascista, eppure capace di schierarsi - quando niente lo richiedeva, e per motivi esclusivamente ideali - con il fascismo nella sua ora estrema, quella della Repubblica Sociale: questo è Biasi, pittore e uomo.
Irrazionalismo, pessimismo, nichilismo, pensiero antiborghese, ma anche antidemocratico – elementi su cui si fonda la sua cultura – ne fanno un singolare fascio di contraddizioni e una personalità eccentrica e originale nel quadro dell’arte italiana del primo Novecento.
In Sardegna esistono così poche opere d’arte e quelle che ci sono vengono maltrattate, abbandonate snobbate .
Salviamo queste opere. Ci rivolgiamo a tutti gli intellettuali, agli animi sensibili, a tutti coloro che credono nelle belle cose, fermiamo con una firma questo ennesimo oltraggio alla Nostra cultura.

                                   Nuccio Leoni e Giorgina Fenu

Note
1)  casa  editrice  sarda  che  organizza  anche manifestazioni culturali ed artistiche http://www.ilisso.it/  ( portale  generale  )  e qui per  i libri  http://www.ilisso.it/series/
2) vecchia  , ormai  chiusa    RIVISTA TRIMESTRALE del DISTRETTO SCOLASTICO N.3   di  Tempio Pausania