Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
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15.1.25
Se volete solo ergastoli cambiate la Costituzione
premetto che Facci non mi piace per niente ma qui ha fatto un ottima provocazione contro quelli che dicono che l'ergastolo è disumano sia quelli che avendo scarsa o nessuna della sistema legislativo italiano ( qui possiamo colmare le lacune ) non esiste , perchè si è subito liberi .
Questa classe politica e questo Paese dovrebbero decidere, una volta per tutte, se vogliono mantenere l'articolo 27 della Costituzione oppure no. Non c'è retorica nel chiederlo, dovrebbero decidere e basta, e lo si scrive, ora, a margine dell'indignazione bipartisan che ha accompagnato la condanna «solo» a 30 anni e quindi non all'ergastolo per Salvatore Montefusco (nella foto), autore del duplice omicidio di due donne (sua moglie e la figlia di lei) con motivazioni «choc» ritenute «offensive» o addirittura «un vulnus nelle fondamenta che
reggono il nostro ordinamento». Questo, praticamente, a opinione dell'intero arco parlamentare: e ci limitiamo a citare il ministro Eugenia Roccella, Mara Carfagna e Mariastella Gelmini di Noi moderati, Laura Ravetto della Lega, Maria Elena Boschi di Italia viva, Valeria Valente del Partito democratico, Marilena Grassadonia di Alleanza verdi e sinistra e, infine, Carolina Morace dei Cinque Stelle: otto donne, e sia detto che c'è qualcosa di culturalmente stucchevole nel fatto che a parlare siano state solo loro, e non, significativamente, degli uomini: decida il lettore se c'è un errore da qualche parte, se ci sia un troppo il silenzio oppure, dall'altra, una forma di sindacalismo che impone di dover dire qualcosa a tutti i costi.Ricominciamo da capo. In Italia, una condanna a 30 anni oppure a un ergastolo ordinario corrispondono quasi alla stessa cosa, visto che l'ergastolo corrisponde proprio a 30 anni di carcere (e non a «fine pena mai») in virtù dell'articolo 27 della Costituzione secondo il quale la pena «deve tendere alla rieducazione del condannato». Non piace? Basta cambiare l'articolo 27. In entrambi i casi, 30 anni o ergastolo, si prevede che il detenuto lascerà il carcere con anticipo e questo per via delle varie buone condotte, semilibertà, condizionali e permessi premio che a loro volta sono inseriti nel solco dell'articolo 27 della Costituzione, che beninteso, basta cambiarlo. Stiamo dicendo, non fosse chiaro, che prendersi l'ergastolo oppure 30 anni in pratica è la stessa cosa, soprattutto se di anni se ne hanno 72 come il condannato per duplice omicidio: il quale, bene che vada, dovrebbe uscire di galera poco meno che centenne. Non solo: è un assassino che era incensurato, che ha confessato e che ha avuto un certo contegno processuale: e questa, per i codici, è sostanza, non parole, non fanno parte di un giudizio morale come quello emesso in coro sulla sentenza: poi possono non piacerne le motivazioni, o il modo in cui sono state scritte, ma non c'è decisione o condanna che nei tribunali non corrisponda a una regola, a un comma, a un'attenuante o a un'aggravante o a un'esimente; la legge è questa cosa qui, non è qualcosa che debba corrispondere alla «evoluzione culturale necessaria» come ha detto forse la più autorevole delle commentatrici citate, secondo la quale serve una lotta contro «la cultura patriarcale». Le sentenze non devono essere educative: sono le pene che devono esserlo, e se non piace (o non funziona) basta cambiare l'articolo 27 e trasformare la funzione del carcere in «retributiva», com'è negli Stati Uniti, dove non ha senso prevedere indulti e semilibertà e condizionali e permessi vari: ma basta dirlo, e allora ditelo. La nostra legge e la nostra Costituzione (sempre lui, l'articolo 27) dicono che il carcere sarebbe teso a scoraggiare le recidive, cioè a convincere che di delinquere non valga la pena: se non piace, basta trasformare la galera in una punizione o in un impedimento fisico a delinquere (all'americana, appunto) e farla finita con indulti e semilibertà e condizionali e permessi vari, e non si deve andare per il sottile neanche con le perizie psichiatriche. Infine, a proposito di arretramenti o progressi culturali, va fatto sull'espressione «femminicidio»; se andate su un qualsiasi motore di ricerca, scoprirete che un sacco di gente si chiede a quanto ammonti la pena per femminicidio: considerarla una battaglia vinta, beninteso solo «culturale». Perché, nella realtà, l'assassinio di una donna è punito come l'assassinio di un uomo: articolo 575 del Codice. Anche qui: se non piace (come non piacque a una parlamentare di centrodestra, che per il femminicidio propose l'ergastolo) allora da capo: basta cambiare la Costituzione. Ma ditelo. Fatelo. A voi la palla.
e soprattutto per i non iscritti ai partiti organizzatevi una raccolta di firme referendaria .
17.12.13
se questo è un uomo
Se questo è un uomo
di Mario Spada*
Qualche bambino potrebbe scrivere a Babbo Natale : “per Natale vorrei
vedere mio nonno ma sta chiuso in una gabbia . Perché non vai a prenderlo con la
slitta e lo porti da me?” Ma non credo che questa lettera sarà mai scritta
perché è consuetudine nascondere ai bambini le colpe dei grandi, perché il nonno
non uscirà mai dalla gabbia, perché Babbo Natale non si occupa dei cattivi.
Il nonno è “cattivo per
sempre”, un mafioso, o un
camorrista, o un sequestratore sardo, arrestato 30 anni fa e chiuso in un
carcere senza alcuna speranza di uscirne perché sottoposto al regime del
cosiddetto carcere ostativo, non
può fruire dei benefici di cui qualunque
ergastolano può godere . La
colpa è di non essere un
collaboratore di giustizia e la condanna è quella di “essere murato
vivo”.
Può capitare a chiunque, come è successo per caso a me, di imbattersi in
alcune vicende che fanno pensare,
che ti costringono ad immaginare
quella storia, quella
persona , e ti domandi se tu c'entri qualcosa, se sei in qualche modo complice
di un' ingiustizia. Non mi occupo per professione o come volontario della
condizione carceraria, mi occupo di città, di spazi pubblici e di beni comuni e
solo per caso ho avuto modo di conoscere la storia personale di Carmelo
Musumeci, di Pasquale de Feo, di Mario Trudu. Come loro ci sono circa mille
ergastolani ostativi che hanno perso la normale nozione del tempo, che nella
cella non hanno alcun calendario dove segnare il giorno in cui potrebbero uscire
dal carcere perché non usciranno mai.
Negli ultimi anni mi hanno infastidito i numerosi appelli alla riforma della Giustizia proposti da quel ceto
politico-imprenditoriale che ritiene per censo di avere diritto all'impunità ,
di poter stare al di sopra della legge uguale per tutti. Poi mi è capitato di apprendere che c'è
qualcuno che non ha alcuna speranza di uscire, che invoca per sé la pena di
morte. Non entro nel merito dell'efficacia giudiziaria dei collaboratori di
giustizia , ritengo che la criminalità organizzata sia un male pervasivo,
difficile da estirpare, colpevole in massima misura delle difficoltà in cui versa il nostro
paese. Mi limito ad una
riflessione sugli aspetti
umani: se fossi stato io il colpevole,
avrei messo a rischio la
vita di figli, nipoti, fratelli che sarebbero stati vittime della vendetta
mafiosa? Avrei preferito pagare di persona. E ancora: dopo 30 anni di carcere è
assai probabile chel'organizzazione camorrista alla quale avevo aderito sia
stata scalzata da altra organizzazione, che quello che sapevo allora non sia più
utile alla Giustizia. Ho buone ragioni
per ritenere che dei circa 1000 condannati al carcere ostativo solo una
esigua minoranza, quella dei capi bastone, tesse ancora le fila, ha ancora
rapporti con gli affiliati, comanda e
minaccia. Ho buone ragioni per ritenere che la stragrande maggioranza di
coloro che non hanno collaborato 30
anni fa possono dar poco alla
giustizia o peggio inquinare le acque dell'accertamento dei fatti come ha fatto
in passato qualche sedicente “pentito”. L'impressione è che la criminalità
organizzata di oggi abbia ancora solide connivenze , che stia prosperando ed
estendendo la sua influenza, e che una
parte della criminalità di ieri, sinceramente pentita, paghi per
pareggiare il conto.
La Corte Europea dei diritti dell'uomo ha già condannato l'Italia per
questo trattamento carcerario equiparato alla tortura (ti torturo finché non
parli).
Associazioni di sostegno ai detenuti come “Antigone”ed esponenti del
mondo politico sono impegnati in questi giorni per l 'approvazione
dell'amnistia, un atto doveroso nei confronti di chi vive una condizione
carceraria intollerabile. Forse il Papa , forse anche il Presidente della
Repubblica andranno in un carcere nel giorno di Natale, forse verrà approvata
l'amnistia, ma per quelli condannati al carcere ostativo non cambierà nulla.
Quando Carmelo Musumeci che sta in
carcere da 25 anni racconta che accompagnando un detenuto in infermeria ha
potuto vedere un prato e si è commosso, ho ripensato ad una riflessione estrema,
paradossale che mi venne guardando
un tramonto sul mare : se proprio volete essere sicuri che non scappino
mettetegli le catene ai piedi, come i condannati ai lavori forzati di un tempo,
ma fategli vedere il mare. Come si può costringere un uomo a vedere solo uno
spicchio di cielo? E per tutta la vita?
Musumeci ed altri hanno chiesto al Presidente della Repubblica di
applicare a loro la pena di morte, tanto la loro detenzione somiglia ad una
lunga tortura che è come una morte lenta. Michel Foucalt descrive bene
l'evoluzione della pena da una primitiva applicazione delle punizioni corporali e torture fisiche alla tortura psicologica
dell'isolamento e annientamento della personalità. La Costituzione e le leggi affermano il
valore rieducativo e non punitivo della pena ma sono solo belle parole. Se si
prova ad immaginare quella condizione carceraria non può non venire in mente la
poesia di Primo Levi che introduce il suo romanzo autobiografico “Se questo è un
uomo”:
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide
case
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi
amici:
Considerate se questo è un uomo,
Che lavora nel fango
Che non
conosce pace
Che lotta per mezzo pane
Che muore per un sì o per un
no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza
più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana
d'inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste
parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per
via,
Coricandovi alzandovi:
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia
la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da
voi.
Certo, Primo Levi si riferisce ad
innocenti chiusi nel lager nazisti mentre noi stiamo parlando di
colpevoli di gravi reati. Ma, fatti gli opportuni distinguo, il monito può
essere ripetuto: voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case avete idea di cos'è un carcere? Provate
ad immaginare che i reclusi siate voi, che la cella
è molto piccola e fredda e passate
lì la maggior parte della vostra giornata, che un rumore di ferro vi accompagna di giorno e di notte , che
sentite le urla di chi non ce la fa o è in crisi di astinenza, che accompagnate in infermeria compagni
di sventura morenti e vi domandate perché devono morire lì dentro. E poi, con
uno sforzo di immaginazione maggiore, provate ad immaginare di doverci stare
tutta la vita. Non vi viene naturale pensare al monito di Primo Levi: “se questo
è un uomo”?
La riflessione è strettamente personale, attiene alla visione del mondo che ognuno di noi. Quando accenno
a questi fatti resto sorpreso dalla reazione di tante persone di sinistra che
affermano risolute : “con questi bisogna gettare la chiave”. Ho assistito due
anni fa nel Cilento a Torre Velia ad una rappresentazione teatrale di
“Antigone”, la tragedia greca di Sofocle riproposta in forma di processo. La
storia, per chi non la ricorda, è quella di Antigone che trasgredisce l'editto
del Re Creonte seppellendo suo fratello Euridice che aveva tramato contro lo
Stato . La giuria popolare era
rappresentata dal pubblico e la giuria istituzionale era formata da tre giuristi
tra i quali il Presidente della Cassazione e il prof. Tesauro che si sono
prestati generosamente a far parte dello spettacolo. La corte istituzionale
assolve Antigone con varie
motivazioni sui diritti umani, la
giuria popolare anche, ma con un esito che mi lasciò sorpreso: ben 100 dei 300 spettatori la
condannarono. Diritto di Stato contrapposto a Diritti umani, Legalità
contrapposta a Giustizia.
Credo che la maggior parte di coloro che hanno condannato Antigone
fossero di cultura laica. Il credente ha pietà, condivide la sofferenza, è
compassionevole mentre il laico è combattuto tra la fede nell'uomo e la fede nello Stato. Ma le battaglie della laicità non nascono
dalle ingiustizie e dalla privazione
della libertà? “ Giustizia e libertà” fu il nome che si diedero quei
combattenti laici della Resistenza che non avevano in simpatia la passione
hegeliana di tanti dittatori, di destra e di sinistra, per lo Stato come entità
superiore.
Ad affrontare in termini di reale giustizia la condizione dei detenuti
ostativi non sarà la destra, quella che vorrebbe armare i cittadini contro la
microcriminalità nascondendo lo stretto legame tra la microcriminalità e quella macrocriminalità di cui spesso
è connivente. Tocca alla sinistra in primo luogo e a tutti i sinceri
democratici. Ma cosa pensa la “gente di sinistra”? E' una domanda sulla quale
sarebbe interessante aprire un dibattito.
Intanto chi è convinto di fare qualcosa subito può aderire alla
sottoscrizione di una proposta di legge di iniziativa popolare per l'abolizione
della pena dell'ergastolo andando su questo link: http://www.carmelomusumeci.com/ che vede tra i primi firmatari la compianta
Margherita Hack.
Mario Spada, Dicembre 2013
* Mario Spada, architetto e urbanista, attualmente è direttore della
Biennale dello spazio pubblico di Roma
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