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25/08/19

amore e libertà

ascoltando casualmente su youtube una  vecchia  canzone  anarchica   :   amore  ribelle  di Pietro  Gori    mi    sono ritornate  alla    mente  queste     storie  lette  le  prime due  su   repubblica .it   di  un periodo ancora   divisivo ed  usato ad  uno  e consumo di chi  vuole  strumentalizzare  ed    negare  tali  fatti o  approfondire   ma  da  una parte  sola   come  ho già    detto nel precedente  post : <<   invasioni barbariche ,   Unità d'Italia, Fascismo,lotta partigiana, foibe   ed  esodo Giuliano  Dalmata  solo colpa    del  pci     ed   di tito  ,   1960\1980   dominio della cultura  comunista  le cazzate sulla storia italiana sono praticamente infinite. >> 


Ecco, guardateli. Guardate gli sposi, quel giovane uomo, quella giovane donna, osservate quanto sono belli, sono belli da far piangere, ad aver voglia di piangere per la bellezza. Del resto, quale sposa non è bella il giorno delle sue nozze, e quale sposo non lo è mentre se la rimira dall'alto del suo radioso orgoglio. Solo che loro sono belli oltre misura, Rossella O'Hara diresti di lei, un principe diresti di lui, sono così belli che riescono persino a imporre unicità alla fotografia più comune tra tutte le immagini di circostanza; quante centinaia di milioni di immagini come questa dormono in vecchie scatole da scarpe e centenari album di famiglia sparsi per tutto il mondo. Non questa, questa è viva, e i due sposi guardano ancora il mondo e dal mondo si fanno guardare lassù in alto nella scansia tra le focacce e i pandolci nel negozio di un fornaio. Continuate a dare un'occhiata ai due sposi per favore, cercate di indagare nei particolari, perché nei particolari vive una storia ancora più grande e più bella di come possa sembrare. Difficile, capisco, l'immagine è rozzamente riprodotta con la fotocamera di un telefono, i dettagli che contano sono materia nascosta e anche se fosse evidente, ignota. Il vestito della sposa è di seta, la seta di un paracadute di un reggimento aerotrasportato inglese, il vestito dello sposo è di pesante stoffa di lana, la stoffa di una divisa del corpo delle SS naziste; e il bouquet di fiori della sposa, quel grande bouquet di così vividi colori, è fatto di fiori di carta, la carta velina della modulistica dell'ufficio amministrativo del campo di concentramento e lavoro forzato di Helmstedt, Bassa Sassonia. Il matrimonio è stato celebrato e certificato il 3 luglio 1945 dal comandante dei paracadutisti inglesi che lo hanno liberato, confermato due giorni dopo con rito religioso amministrato da un prete cattolico.
Il forno si chiama da Gianchettu, Bianchetto, perché questo è il nome del fornaio, e il suo negozio è nel carruggio di un borgo della Riviera di Levante dove vado a fare i bagni da tempo immemore. Mi piace portarmi a mare la mattina presto, mi piace essere il primo piede a scompisciare la spiaggia di ghiaietta che i bagnini hanno appena finito di pettinare, mi piace nuotare fino a non poterne più, asciugarmi in fretta e poi passare da Gianchettu a prendermi una fetta di focaccia lunga un braccio e larga mezzo, mangiarmela su una panca all'ombra scarsa di un oleandro, leccarmi le dita dell'olio che è olio buono e buttarci dietro mezzo bicchiere di un qualche vermentino del bar di fronte. Si fa presto a dire focaccia, ma impastare, lievitare e cuocere una focaccia di Riviera nell'aria madida di salmastro e non farne venir fuori una flaccida, aspra, rugginosa lasagna, ma una sfoglia tenera e croccantina, non è faccenda che ci riescono in tanti. Gianchettu, sì, e quella focaccia è un gran sollievo alle inappetenze della calura, ai gastrici dinieghi della macaia. Chissà se lui lo sa che il suo forno è una cura e un riparo, lui se ne sta là dietro in canottiera e berrettino a rimestare e infornare. Ma ogni tanto viene di qua per sorridere a sua moglie che sta al banco, le sorride per riposarsi un po', e gli deve piacere così tanto che gliene avanza anche per sorridere alla coda che aspetta scontrosa e sudaticcia la sua fetta di focaccia cadauno. Gianchettu è un fornaio sorridente, una rarità in assoluto, un'unicità tra i fornai rivieraschi; lo vedo sorridere a sua moglie da quando passo dal forno, diciamo vent'anni. E fa bene Gianchettu, non foss'altro perché la signora Teresa ha due occhi azzurri bellissimi e distanti, e uno sguardo in quei suoi occhi di quelli che ti viene da pensare che un principe straniero potrebbe da un momento all'altro prendersela e portarla chissà dove. Gli occhi della signora Teresa sono gli occhi della sposa del campo di Helmstedt.
È per via di quegli occhi, e, certo, anche un po' per quella focaccia così buona, per via del fornaio di Riviera singolarmente sorridente, che al termine di un ventennale tirocinio mi son preso la confidenza di chiedere alla Teresa chi fossero mai quei due sposi lassù dietro al suo banco. Quei due sposi sono suo padre Tullio e sua madre Theresa. E questo mi ha raccontato Teresa, la moglie del fornaio, nata Leocadia e detta Lola, che però si chiama Teresa perché ha voluto prendersi il nome di sua madre che non ha mai conosciuto perché è morta mettendola al mondo; tutto quello che sa di lei glielo hanno detto le fotografie e le storie di suo padre.
Dunque mi ha raccontato che sua madre Theresa è nata nella città polacca di Pabianitz da una cattolicissima famiglia di commercianti. Pabianitz è una città colpevole, ha inutilmente e sanguinosamente resistito alle truppe germaniche d'occupazione, e dunque è severamente punita con la deportazione in massa dei civili; Theresa è prelevata dalle SS all'uscita da scuola, ha appena finito il corso di dattilografia, ha ancora da compiere quattordici anni, è destinata al campo di Helmstedt. Il campo è su una miniera di salgemma, ben in fondo nella miniera ci sono i laboratori per la fabbricazione di componenti del prototipo di un'arma segreta della Luftwaffe; il lavoro nella miniera è per i deportati politici più pericolosi, quello nel laboratorio per i più specializzati, gli uffici sono destinati alle ragazze come Theresa.
E mi ha raccontato che Tullio è nato nel '17 a Monterosso, in Riviera di Levante, da una famiglia di sarti e barbieri dove i maschi sapevano fare l'uno e l'altro mestiere assieme e anche dipingere e scrivere poesie e anelare alla rivoluzione socialista. Tullio è partito alla guerra da marinaio e dopo l'8 Settembre se n'è tornato a casa; quando i fascisti sono andati a prenderlo per arruolarlo nella Repubblica Sociale, lui si è fatto trovare in casa, era una testa calda. Lo hanno deportato a Fossoli; di quel campo non ha mai voluto parlarne, solo, morendo, ha lasciato sul comodino dell'ospedale un biglietto in cui diceva di un orrore che non poteva dimenticare, per il resto ha solo raccontato che a salvarlo dalla morte è stato il suo mestiere, un sarto è sempre di grande utilità in un posto dove ci sono tanti uomini in divisa, specialmente poi se è anche un barbiere.
Il campo di Helmstedt non è un campo di sterminio anche se c'è l'edificio per le eliminazioni, il vitto è uguale per tutti, un filone di pane da dividere tra i sedici componenti della baracca e una patata con l'acqua di bollitura a testa al giorno; nel campo tutto era proibito tranne eseguire gli ordini, Tullio ha portato per tutta la vita le cicatrici delle percosse che ha ricevuto disobbedendo alla regola, il suo nome era un numero, o altrimenti "tu, merda". Tullio ha raccontato che il primo ricordo che aveva del campo era il canto di un gruppo di polacchi, cantavano inni sacri polacchi mentre le guardie lì picchiavano, prendevano le bastonate e continuavano a cantare, cantare era proibito, era proibito anche pregare a voce alta. Era proibito festeggiare anche il Natale, e per questa ragione Tullio ha conosciuto Theresa; quella polacchetta era una testa calda e nel Natale del '44 era diventata famosa in tutto il campo perché s'era risaputo che, rischiando la morte, aveva rubato un rametto da un albero e con la carta colorata rubata negli uffici aveva allestito un alberello natalizio nella sua baracca, era furbissima e riusciva a nasconderlo alle ispezioni giornaliere. Così Tullio si è intestardito di conoscerla la testa calda polacca, e ci è riuscito trovando il modo di arrivare all'ufficio dove dattilografava. L'ha vista, era bellissima e piena di fascino ribaldo, e si è innamorato; e siccome era anche lui un uomo molto bello e molto affascinante, anche Theresa si è innamorata, così, in un lampo. Tullio ha raccontato che la cosa strana in quel campo dove nessuno pensava a altro che a sopravvivere, dove essere buoni d'animo era come suicidarsi, fu la gran complicità generale per quegli innamorati, così che riuscirono a scambiarsi persino dei biglietti, e a promettersi, e a sopravvivere fino alla liberazione.
Naturalmente il vestito della sposa e il suo lì ha tagliati e cuciti Tullio. Che ha preso la sua sposa e se l'è portata in Riviera, e alla stazione c'era tutto il paese ad aspettarli, in testa la cara, vecchia mamma, che per prima cosa si è schiantata sul figlio con uno schiaffone tremendo, perché, con tutto quello che gli era successo, Tullio si era dimenticato di aver lasciato al paese una promessa sposa, nientemeno che la nipote del parroco, e queste cose non si fanno. E poi sono vissuti felici e contenti, tanto da fare una figlia e poi un'altra, e l'altra è la signora Teresa che non ha mai conosciuto sua madre e quello che sa di lei sono le fotografie e i racconti. Che è quello che so io e che ora sapete voi. E tutti quanti sappiamo da quelle fotografie un'altra cosa, sappiamo che persino nella più vigilata fortezza dell'inumanità, nel più schifoso tabernacolo del sadismo, nel tempo dove niente di buono è ammissibile e plausibile, ecco che anche lì non tutto è perfettamente e eternamente predisposto e stabilito. Questo nel caso che al tempo presente dovessimo sentirci deprimevolmente impotenti.   


Una squadra della 36° Brigata Garibaldi (1944 - 1945). Credit: Fototeca Gilardi

I ragazzi che fecero la Rivoluzione

L’ordinamento repubblicano affonda le radici nei principi dei tanti giovani che scelsero la Resistenza e la libertà. Una storia che non si può dimenticare

01/04/17

ricordare il passato non è solo anticaglia o nostalgia ma serve per capire chi siano e dove siamo ed dove andremo


Nessun testo alternativo automatico disponibile. Lo   so che  ,  solo i  link sopra     dovrebbero  costituire la  risposta   ,   a  chi   mi  dice  : <<  perchè perdi tempo  con  queste  cose  nostalgiche  e  con  queste  "  anticaglie  " , ecc >> , ma voglio rispondere  lo stesso  . 
Quelle storie   nel bene e nel male  (  cosi  come le  arti  ) non sono solo polverose   anticaglie   o resti di un passato   inutile . Ma vita Esse ci parlano    di  : sogni  , speranze   passioni ,  sentimenti  .  Per    questo   dobbiamo  evitare  che  cadano   nell'oblio  ,  che  siano offese  e  strumentalizzate  ideologicamente  perchè , , ora    per  via   diretta , ma  poi quando i protagonisti non ci saranno più   per  via  indiretta    continuano    se  coltivate   e  ricordate   tenute  vive  a parlarci  e    a guidarci ed  a  (  come  ho detto nel  titolo) capire  chi siano  e  dove  siamo ed    dove  andremo .
 Infatti storie come queste Al di la' di tanti revisionismi e di tanti appelli a denigrare la Resistenza (  era una guerra guidata dai comunisti , ecc   )  in quegli anni disgraziati nei quali i Savoia fuggivano, Mussolini diventava il fantoccio di Hitler e la RSI si distingueva non per gesta militari, ma per la ferocia inumana contro la lotta partigiana, vedi banda Koch, gli alleati ( vantati come veri liberatori ) bombardavano e commettevano anche nefandezze ( vedi le marocchinate ) occorre sottolineare che la lotta partigiana rossa o bianca o monarchica che fosse, rappresenta l'unica testimonianza di un popolo che non voleva perdere del tutto la dignità. Dall'armistizio dell'8 settembre 1943 fino alla liberazione, il 25 aprile 1945: 

Quei venti mesi che cambiarono l'Italia: la Resistenza e la spinta verso la libertà
Partigiane sfilano in piazza Maggiore a Bologna (foto: Istituto Parri)
giovani renitenti alla leva, antifascisti, militari, molte donne, combatterono fianco al fianco. In città e in montagna. Con il sostegno di molti. Per un evento storico che ha portato alla nascita della Repubblica italiana


Quei venti mesi che cambiarono l'Italia: la Resistenza e la spinta verso la libertà
                        Una banda di partigiani in montagna (foto: Istituto Parri)


La  prima  


il 30 aprile è morto a Ruino (Pavia), 30 marzo 2017 - Ieri è morto all'età di 104 anni il conte Luchino Dal Verme, noto come comandante Maino. Di seguito   riporto  l'amaca  di Michele  serra  del 31\3\2017  
Un recente ritratto di Luchino Dal Verme, il Conte Partigiano

Stemma dei Dal Verme
ERA partigiano, conte e contadino. È morto a centrotre anni nella sua casa e nella sua terra, sui crinali impervi della montagna pavese, tra gli alberi e le nuvole. Si chiamava Luchino Dal Verme, il suo antico casato ebbe origine dai capitani di ventura. Ufficiale di artiglieria, reduce da quello scempio di esseri umani che fu la campagna di Russia, visse il "tutti a casa" dell'otto settembre '43 e la fuga dei Savoia a Brindisi con lo sgomento dell'italiano tradito. "L'otto settembre - disse in una delle sue rare interviste - muore la parola dovere e nasce la parola coscienza". Già ultranovantenne, ma ancora animoso e severo (alla Sandro Pertini, per intenderci), ancora definiva i Savoia "bastardi traditori".
Monarchico e cattolico, nel '44 si ritrovò al comando, con il nome di battaglia Maino, di un piccolo esercito di comunisti: la Divisione Garibaldi dell'Oltrepò. Combatté in una delle zone cruciali della guerra di Liberazione diventando una leggenda vivente, "il conte partigiano". Finita la guerra diversi partiti gli offrirono un seggio in Parlamento. Rispose no grazie, disse che si sentiva tra gli "uomini d'azione, uomini di lavoro, uomini di mani" e rimase nel palazzo di famiglia ad allevare galline. Il 25 aprile gli porterò un fiore.

Infatti  : << (  .... )   Finita la guerra, al “conte partigiano” un po’ tutti i partiti offrono candidature e una carriera politica. Discende da una famiglia che ha governato a lungo l’Oltrepò, sia pure in anni medioevali, è stato un eroe di guerra e della Resistenza, ha rischiato la vita più volte. Ma lui dice semplicemente no a tutti: «Noi siamo uomini di azione, uomini di lavoro, uomini di mani, non siamo uomini di parole, per questo facciamo così fatica a comunicare ciò che abbiamo vissuto. Ma ci proviamo comunque». Torna nel suo castello a Torre degli Alberi, avvia un allevamento di polli, e si rimette al lavoro per guadagnarsi da vivere. Sua moglie, invece, apre una scuola di tessitura per le ragazze del paesino dell’Oltrepò, da cui non si sono mai più mossi.   da il giorno   del 30\3\2017  dl   qui l'articolo integrale

la seconda  




Sergio Leti, classe 1925, racconta la sua Resistenza in Liguria. E ricorda la madre Clelia Corradini, come lui medaglia d'oro, giustiziata da un tenente delle brigate nere. "Volevo vendetta, ricordo l'affetto dei miei compagni. E poi il 25 aprile, quando tutti festeggiavano, per me fu un giorno di lutto. Tornai a casa e i miei nonni piangevano"