unione sarda 23\12026
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23.1.26
La polemica. «Violenza normalizzata, l’Agcom dia sanzioni» Il femminicida parla in tv, è bufera
21.1.26
diario di bordo n 157 anno IV come è dura essere garantisti davanti ad orribili delitti e a morti che si potevano evitare per le cure pseudo scientifiche come il metodo hamer
In questo post Andrea Scanzi riassume quello che più o meno populisticamente pensiamo tutti\e davanti simili barbarie e nefandezze
e
da leggo.it
Francesco Gianello
Respinta dalla Corte d'Assise di Vicenza la richiesta di rito abbreviato per i genitori di Francesco Gianello imputati di omicidio con dolo eventuale dalla Procura berica. Mamma e papà, Martina Binotto e Luigi Gianello sono, infatti, accusati di aver ritardato diagnosi e terapie cercando, secondo il pm, di curare il figlio di 14 anni, malato di tumore, con la “dottrina Hamer”.
Gli imputati
Gli imputati erano per la prima volta presenti in aula nella giornata di oggi, martedì 20 gennaio. Il collegio ha disposto l'acquisizione degli atti d'indagine e l'acquisizione dei documenti della Procura dei Minori di Venezia, che aveva aperto un procedimento per la sospensione della potestà genitoriale dopo che il caso era stato segnalato. Acquisito anche un supplemento d'indagine depositato dalla Procura, che riguarda telefonate intercorse tra chi aveva seguito il 14enne dopo la notizia della chiusura delle indagini. La Corte ha poi deciso di non ascoltare i testimoni; saranno invece sentiti i consulenti tecnici della difesa, dell'accusa e la mamma del giovane.
Il caso
Il caso risale al 2024 e la luce su quanto accaduto è stata accesa solo dopo la morte del 14enne, avvenuta all'ospedale San Bortolo di Vicenza: già una segnalazione, infatti, era arrivata ai servizi sociali del comune quando, però, le condizioni dell'adolescente erano troppo critiche. Mamma e papà, dopo aver scoperto la malattia del figlio - un osteosarcoma al femore - e dopo aver percorso le classiche cure suggerite dai medici che li avevano seguiti, si sarebbero poi rivolti a un medico padovano 'specializzato' nella pseudo-terapia di Hamer. Il 14enne, però, dopo varie visite in diversi ospedali, tra cui quello di Perugia, era arrivato a Vicenza, dove poi è morto all'inizio del 2024. La procura vicentina, con il pubblico ministero Paolo Fietta, nel frattempo aveva già raccolto un dossier sul caso e avviato l'indagine
Metodo Hamer: cos'è
Ma che cos'è il metodo Hamer? La risposta arriva direttamente dall'Airc, l'organizzazione che da decenni sostiene la ricerca oncologica, che ha chiarito: «Il cosiddetto metodo Hamer, anche noto come Nuova medicina germanica, e la sua variante chiamata biologia totale, si basano su un insieme di pseudo-teorie che non sono mai state sottoposte a una sperimentazione scientifica seria». Airc precisa subito che il presupposto sul quale si fonda questo metodo è che «il tumore sia frutto di un conflitto psichico». Presupposto che, come viene dichiarato dall'organizzazione, è totalmente inconsistente. «Oltre a essere infondati, i principi del metodo negano tutto quello che è stato scientificamente dimostrato sul funzionamento dell’organismo sano e di quello malato - precisa Airc -. Nella teoria del metodo Hamer sono presenti idee razziste e antisemite. Il metodo, inoltre, rinnega l’uso dei farmaci, provocando ai pazienti che lo seguono gravi ritardi nell’inizio delle terapie e trasformando così tumori curabili in forme incurabili».
19.1.26
quando non si hanno parole davanti alla violenza efferrrata meglio il silenzio che dire le solite cose retoriche e scontate
opinioni o altri punti di vista di chi come G.Cassitta nel primo caso e di ( trovate qui in : « federica e le altre storia di una sconfitta » il primo intervento da cui ho preso la foto per il post e quello dello scrittore (e prof) Enrico Galiano contro i metal detector proposti da Valditara dopo il caso avvenuto a La Spezia, dove uno studente di 18 anni è stato ucciso a scuola da un coetaneo ) è più esperto me e ha conoscenze più approfondite di tali fenomeni rispetto a me , finisce per annoiare Meglio il silenzio . IL che non significa cinismo ed assueffazione ma tistezza e sconforto .
31.10.25
il patriacarto non vive solo negl uomini vive in chi lo giustifica in chi chiude gli occhi in chi chiama rispetto quello che è paura
giustificazioni, nelle complicità invisibili. Vive in chi chiude gli occhi davanti alla violenza, in chi chiama “rispetto” ciò che è solo paura. Vive persino in chi, pur non esercitando direttamente il potere, lo difende per convenienza, per abitudine, o per ignoranza.
Quindi smontiamo io lo faccio riportando un video so l’indifferenza, la violenza non necessariamente fisica ( vedere video emozionale sopra ) scelto e riportato perchè racconta se pur rielaborati episodi in cui il patriarcato è stato difeso o ignorato da chi non lo subisce direttamente.Ma soprattutto dovrebbe far riflettere su come certe forme di “rispetto” siano in realtà forme di controllo ed invitare a rompere il silenzio, a riconoscere le complicità involontarie e a promuovere una cultura del rispetto autentico l’idea che il patriarcato sia solo maschile, sottolineando che anche donne, istituzioni, o società nel suo complesso possono alimentarlo.denunciamo l’ipocrisia di chi finge di rispettare certe regole sociali, quando in realtà è spinto dalla paura o dalla sottomissione.Invitiamo alla responsabilità collettiva, perché il patriarcato sopravvive anche grazie all’indifferenza e alla complicità silenziosa.Infatti esso è un sistema culturale che si manifesta anche attraververso l'indiifferenza , la violenza psicologica non necessariamente fisica tra donne , e la giustificazione di comportamenti oppressivi.
27.9.25
perchè s'uccide e miei dubbi quando chiamarlo femminicidio o omicidio
Perché si uccide? E perché siamo così assetati di conoscere, di classificare, di incasellare in fretta la vittima e il carnefice? Perché, se l’assassino è extracomunitario, proviamo rabbia e rancore, mentre se è bianco e benestante iniziamo a cercare possibili scenari che – senza giustificarlo – finiscano comunque per annacquare il gesto?Un ricco bianco che commette un delitto era “alterato”: ma che significa? Aveva bevuto? Era drogato? Vittima di un raptus religioso? E se fosse stato povero e straniero? Non aveva forse lo stesso “diritto” a bere o drogarsi?E la vittima? Diventa subito eroina, martire o – peggio – una donna con una vita “travagliata” alle spalle. Salite, inciampi, cadute: etichette già viste, già sentite, che rischiano di strappare un sorriso amaro se non fosse che c’è da piangere.Ieri, durante una trasmissione di Videolina, ho apprezzato l’intervento di Cristina Cabras che, da studiosa esperta di delitti “rapaci”, ha ricordato che è troppo presto per delineare un quadro psicologico e sociale del presunto assassino. Ma nell’era delle quick news non c’è tempo per l’attesa. Servono verdetti in cinque minuti, condanne esemplari, cuoricini, lacrimucce e un bel “R.I.P.”, prima di passare a un’altra storia.Il caso di Cinzia Pinna è esemplare. La ragazza scompare, iniziano le ricerche: le forze dell’ordine capiscono subito che non si tratta di un allontanamento volontario. Le indagini si concentrano su un giovane molto conosciuto ad Arzachena. Dopo due settimane, il caso si chiude: il ragazzo confessa, il corpo di Cinzia viene ritrovato, la stampa costruisce la notizia. Ma resta un problema: come presentarla?Forse un tentativo di stupro? Ma cosa c’entra la pistola? Lei era salita in macchina “consenziente”? Su questo presunto consenso si innesta una trama che è ancora tutta da dimostrare, ma che mostra come le storie vengano spesso raccontate più dai narratori che dai giornalisti. E allora bisogna spiegare il gesto del rampollo agiato: era un bravo ragazzo, forse egocentrico, ma buono; gran lavoratore, allegro. Sì, è vero, dopo l’omicidio ha preso l’elicottero per andare al compleanno della madre, ma – si dice – i figli so’ piezz’e core.Il nonno, il padre, lo zio sindaco: tutto finisce nel racconto. Ma cosa c’entra la parentela illustre con l’aver sparato a una donna indifesa? Che nesso c’è tra il femminicidio e l’amicizia del nonno con l’Aga Khan?La vera domanda è un’altra: dov’è Cinzia in questo racconto? Perché non parliamo di lei, del fatto che si è fidata di un “bravo ragazzo” che a un certo punto ha impugnato una pistola – legittimamente detenuta? qualcuno l’ha chiesto? – e ha sparato come se davanti a sé avesse un nemico da abbattere?Queste sono le domande che contano. E, nel tempo, forse troveranno risposta. Ma state certi: poco hanno a che fare con il nonno potente o con il padre imprenditore. Quella è solo cornice. E i giornali, troppo spesso, ci raccontano solo la cornice, dimenticando il quadro. Come se, davanti alla Gioconda, ci limitassimo a descrivere l’intaglio della cornice senza guardare lo sguardo enigmatico del dipinto.Se vogliamo davvero rispettare la memoria di Cinzia Pinna e restituirle la dignità che merita, dobbiamo riavvolgere il nastro e mettere al centro le domande scomode:perché l’ennesimo femminicidio? Dove sbagliamo, e perché continuiamo a sbagliare? Come è possibile che, nonostante campagne pubblicitarie, formazione, sensibilizzazione, ci siano ancora uomini – bianchi, neri, ricchi, poveri, credenti o atei – pronti a puntare una pistola contro una donna? Perché?
Non concordo con lui e con chi definisce tale fatto un femminicidio in quanto perche , almeno allo stato attuale delle indagini , non ci sono gli elementi che lo costituiscono e ne sono alla base cioe : rapporti non consensuali , controllo fisico e psicologico e/o altre dinamiche di potere e di abuso . Con questo non lo sto né difendendo non sono ne amico , parente , il suo legale nè sminuendo il crimine , perche di crimine si tratta , ovvero omicidio . Tant'è che La magistratura ha formalmente contestato l’omicidio volontario aggravato, e il termine “femminicidio” è stato usato da media, attivisti e anche da figure religiose e civili che hanno organizzato fiaccolate e appelli contro la violenza sulle donne. Come ha detto don Pietro Denicu, promotore della fiaccolata a Castelsardo:
“La morte violenta di una giovane donna è l’evento più tragico e doloroso che la vita umana possa conoscere. Non possiamo permettere che l’indifferenza cancelli Cinzia e con lei tutte le altre vittime, mai più”.
In sintesi per loro , chiamarlo “femminicidio” non è solo una questione terminologica, ma un atto di riconoscimento del contesto culturale e sociale in cui è avvenuto. È un modo per dire che la violenza contro le donne non è un fatto isolato, ma parte di un problema sistemico.IL che è giusto ma un termine che va saputo usare a temo e a luogo ed in questo caso non lo è
25.9.25
Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco DAL SETTIMANALE GIALLO ( con mie aggiunte ) + video puntata n L : SE QUALCUNO VI SEGUE, ENTRATE IN UN NEGOZIO puntata n
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Come capire se qualche malintenzinato ti segue per strada? E cosa fare in quel caso? Come riuscire a scampare l pericolo?
4.9.25
Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco puntata XXXVIIIIX : - ARMI NON NON VIOLENTE \ ANCHE IL FISCHIETTO PUÒ FAR DESISTERE UN AGGRESSORE! -
Per i non praticanti ed conoscitori di arti marziali o tecniche di autodifesa ci sono anche delle armi non violente cioè
Le armi non violente si possono definire in due modi: da un lato, come oggetti per la difesa personale che non causano danni letali, come lo spray al peperoncino o le pistole a proiettili di gomma; dall'altro, come principi filosofici e politici che rifiutano l'uso della violenza per raggiungere obiettivi di trasformazione sociale, come il movimento nonviolento.
Non importa con quale marca o modello di borsa voi usciate.Quello che conta è quello che scegliete di portare con voi, anche e soprattutto per sentirvi al sicuro quando siete fuori casa. Non basta quindi controllare di avere preso le chiavi, il portafoglio, i documenti e il cellulare. Perché per le donne la borsa può e deve trasformarsi in una sorta di “cassetta degli attrezzi”, al cui interno inserire tutto quello che può farvi sentire più libere e più sicure di voi stesse. Il primo oggetto che non può mancare è il cellulare. Verificate che sia sempre carico, in modo che lo possiate usare in caso di emergenza, e portate con voi un powerbank, in modo da scongiurare il pericolo di rimanere senza bateria. Ancora, portate con voi un fischietto oppure un allarme personale acustico, che potrebbero bastare a scoraggiare le ca!ive intenzioni di un potenziale aggressore. È consigliabile inserire in borsa anche uno spray al peperoncino, purché conforme alla normativa, prezioso come deterrente, ma anche come strumento di difesa. Per chi preferisce non impiegare lo spray, non mancate di portare con voi torce tascabili ad alta intensità, che sono in grado di accecare soltanto temporaneamente un possibile malintenzionato dandovi la possibilità di guadagnare del tempo prezioso per mettervi al riparo. Ci sono poi oggetti che di per sé non sono considerati degli strumenti di difesa, ma che potrebbero fare la di$erenza. Pensiamo per esempio a qualche moneta o a qualche banconota di piccolo taglio, che potrebbero essere utili a chiamare un taxi, nel momento del bisogno. Infine, non dimenticate di portare con voi la prudenza e la consapevolezza. La prudenza sta nel camminare in posti bene illuminati e nell’informare una persona a voi cara del tragitto che vi accingete a compiere una volta usciti di casa. La consapevolezza, altre!anto preziosa, sta invece nell’avere programmi chiari e ben de#niti, con un margine di imprevisto minimo e facile da arginare, e nel conoscere i propri limiti.
21.8.25
Manuale di autodifesa I consigli dell’esperto anti aggressione Antonio Bianco . - puntata n puntata XXXVII ANCHE LA RESPIRAZIONE PUÒ ESSERE UN’ARMA DI DIFESA
Quando ci si trova in situazioni di pericolo, come per esempio un’aggressione, il corpo umano reagisceavviando quello che viene chiamato “sistema di attacco o fuga”. Questo comporta che in pochi secondi il cuore acceleri, i muscoli si tendano e la mente si focalizzi sull’unica cosa che conta, vale a dire sopravvivere. In tutto quessto, spicca un elemento cruciale, che può fare la differenza tra il panico e il controllo, ed è la respirazione. Respirare in modo controllato e soprattutto consapevole è il primo passo per avere il comando della propria mente e del proprio corpo. Quando si è vittima di un’aggressione, si tende a trattenere il respiro o a respirare in modo rapido, quindi superciale. Questo tipo di respirazione peggiora la tensione dei muscoli, alimenta lo stato di confusione mentale e fa lievitare il senso di paura. Rallentare la frequenza del respiro, invece, è utile per ridurre l’ansia, mantenere un maggiore livello di lucidità e reagire in maniera più efficace. Per riuscirci, una delle tecniche più effiaci è quella della respirazione con il diaframma,che prevede di inspirare lentamente con il naso contando fino a 4, tra"enere il $ato per un paio di secondi, e poi espirare lentamente attraverso la bocca. Questo tipo di respirazione è in grado di stimolare il nervo vago e di abbassare la frequenza cardiaca, andando a inviare al cervello un senso di sicurezza. Ci aiuta a pensare con una maggiore chiarezza, anche quando ci si trova nel caos.Senza contare che respirare bene non signifca soltanto ossigenare il corpo in maniera adeguata, ma anche prepararsi mentalmente a scegliere la strategia più efficace e più sicura per la nostra incolumità. Ecco che in qualche modo la respirazione diventa un’arma di difesa, perché, pur non bloccando la paura, la rende in qualche modo più gestibile e quindi meglio affrontabile. Per non trovarsi impreparati nel malaugurato caso in cui si sia vittime di un’aggressione, è fondamentale allenarsi a respirare nel modo corretto anche in condizioni di stress. Del resto, chi controlla il respiro controlla anche se stesso.
Controllare la respirazione
Quando ero bambina si faceva un gioco “stupido” e pauroso … ma spesso i bambini vanno alla ricerca delle sensazioni di paura: metterle in atto rappresenta un modo per inscenarle, quasi per esorcizzarle. E così i bambini più grandi si nascondevano in vari punti delle cantine del mio condominio, che erano un una specie di labirinto, ed il malcapitato, solitamente i bambini più piccoli, dovevano attraversarle e subire gli agguati dei “mostri” nascosti. Solitamente accadeva che i bimbi attraversassero la cantina di corsa, col cuore in gola, in preda ad una vera e propria sensazione di panico.
Io prendevo per mano mio fratellino più piccolo e gli dicevo di respirare piano e di non correre, ma di attraversare la cantina camminando, respirando piano e con calma … il semplice calmare il respiro e controllare il tono muscolare, l’interrompere la reazione di fuga, trasformava quel gioco in qualcosa di divertente, quantomeno di più gestibile, e non più in qualcosa di terribilmente spaventoso (c’erano bambini che si facevano pipì addosso ed io non volevo che succedesse anche a mio fratellino). Ora, indubbiamente io lo facevo in maniera inconsapevole, il mio cervello si era “ingegnato” in maniera istintiva.
-Aggiungo qui una piccola curiosità: sapete perché il mio cervello si era così ingegnato? Perché dovevo “proteggere” il mio fratellino. Lo sapete che il cervello delle madri -o comunque di chi si deve prendere cura di un individuo che percepisce come più debole- cambia? Ci sono esperimenti (vedi Ammaniti) che dimostrano come i neuroni del cervello delle madre diventino più grandi e che se alcune topoline-cavie vengono messe in un labirinto, le prime a trovare la soluzione per uscire sono priprio le topoline gravide, le quali hanno come un cervello “amplificato”, che deve pensare al benessere di due persone e non più solo di una.
In questo caso cosa si osserva? Che il cercare di controllare delle reazioni fisiologiche, che nella fattispecie erano quelle relative alla risposta di fuga, riuscivano a fare mantenere una certa capacità di controllo sulla situazione.
Respirazione accelerata o affannosa: l’organismo mette in atto la risposta di attacco/fuga, quindi il cuore batte più forte, il sangue viene spinto nei muscoli degli arti per sostenere la reazione “attiva” ed i polmoni accelerano per sopperire all’aumentato fabbisogno di ossigeno. Una reazione di questo tipo può portare a conseguenze quali iperventilazione e, in casi estremi, allo svenimento.
Respirazione irregolare o interrotta: alcune persone, di fronte al pericolo, tendono a trattenere il respiro, e questo è ancora una volta in linea con il percorso evolutivo: il cervello arcaico mette in moto il meccanismo di difesa primitivo per cui trattenere il respiro è funzionale al fingersi morto/mimetizzarsi/nascondersi/stare immobili. Questo tipo di reazione è chiaramente disfunzionale, ci fa restare in apnea, riduce l’apporto di ossigeno ed in casi estremi porta allo svenimento, alla perdita dei senso o ad eccessiva rigidità muscolare.Queste modalità di respirazione entrano in gioco in maniera involontaria, sollecitate dall’adrenalina, impattano negativamente sulla capacità di autocontrollo, di coordinazione e sul Sistema Nervoso in generale (la respirazione infatti è correlata ed in grado di REGOLARE il nostro SN), MA POSSONO ESSERE CONTROLLATE.
Quindi, se è vero che il nostro Sistema Nervoso può influenzare la nostra respirazione, è altrettanto vero che esercitare un controllo cosciente sulla nostra respirazione può influenzare il nostro SN e quindi il rendimento psicofisico.
Entrambi i tipi di respirazione disfunzionali sono caratterizzati dell’essere centrati nel petto (l’apnea trattiene il respiro ingrandendo il petto, l’affanno è caratterizzato da evidenti e frequenti movimenti di questa zona del torace). L’esercizio da fare è quello fatto nella prima parte del nostro incontro: portare il respiro nella pancia.
Il respiro nella pancia è in grado di calmarci psicologicamente, di diminuire notevolmente la frequenza cardiaca, di diminuire la sudorazione. Il respiro nella pancia è tipico del meccanismo n° 3, del sistema vagale mielinizzato, attivo durante gli stati di quiete e di interazione sociale, quindi portare il respiro nella pancia permette di disattivare i meccanismi di difesa arcaici e disadattivi promuovendo l’intervento del sistema più evoluto, che ha a che fare con l’autocontrollo e la consapevolezza.
È importante quindi respirare con la pancia evitando i grandi respiri di petto tipici di coloro che hanno paura/terrore o di chi ha fatto un grande sforzo; inspirare profondamente cercando quasi di spingere lo stomaco verso il basso, fare una piccola pausa, e poi espirare lentamente (solitamente l’espirazione dovrebbe durare più dell’inspirazione). Tenendo una mano sul petto ed una sulla pancia, quella sul petto dovrebbe rimanere piuttosto ferma e quella sulla pancia invece muorsi.
È possibile esercitare questa pratica, magari inizialmente a casa in tranquillità, facendo 12 respiri profondi di pancia prima di dormire. E poi anche in tutte quelle situazioni di panico o paura che affrontiamo nella vita quotidiana.
Anche qui aggiungo un piccolo aneddoto: ho provato ad esempio questo metodo durante l’arrampicata. Situazione tipo: ho paura dell’altezza, entro in panico, la respirazione diventa più veloce ed affannosa. Riconosco i sintomi, agisco un controllo sul pensiero, mi calmo grazie alla respirazione, mi riapproprio dell’autocontrollo.
Si tratta di un metodo antistress e antipanico rapido ed efficace: non avevo molto tempo per pensare, dovevo agire in fretta per muovermi e procedere.
Riconoscere i "sintomi della paura"
Come spiegato nel precedente articolo, saper riconoscere i segnali dell'adrenalina (occhi sbarrati, movimenti rapidi degli occhi, respirazione alterata, ecc), che colpiscono non solo aggredito, ma anche l'aggreossore, aumenta la sensazione di padronanza di noi stessi e permette di riconoscere in tempo l’imminenza di un attacco, per poter predisporre una reazione efficace.
26.6.25
lotta della famiglia di Michela Murgia per la verità
di solito quando riporto , e chi mi segue lo sa , fatti di cronaca di nera e femminicidi , non commento se non in maniera critica o riporto articoli che lo fano per me . Ma in questo caso merita sia d'essere commentato oltre che raccontato perchè la storia dela povera Manuela Murgia , un omicidio a sfondo sessuale avvenuto 30anni fa , è anche la lotta dei familiari sia le sorelle con cui è cresciuta , sia ( vedere post sotto ) che il fratello nato qualche anno dopo il brutale evento hanno e stanno lottando come fecero i. familiari di peppino impastato . per evitare che sia visto come suicidio ed avere giustizia .
Lascio la parola alla storia di Gioele raccontata dalla pagina facebook di ww.storiedeglialtri.it
18.6.25
non sempre l'uccisione di una donna non sempre è femminicidio
thereads. Certo cìè un uso improprio del termine femminicidio ma sempre su www.threads.com
C'è anche qualche persona "intelligente" che colpevolizza la madre per aver cresciuto un figlio così, oppure afferma che evidentemente la donna era una rompiscatole, e il figlio non sopportandola più la ha ammazzata. Siamo a questi livelli di disagio. Non ci meravigliamo se ci si indigna più per un'etichetta che per il gesto in sé.Ovviamente "intelligente" era ironico
Quindi semplicemente non è un femminicidio. Non è stata uccisa in quanto donna ma per motivi strettamente dovuti a dissidi familiari si chiama matricidio se proprio dobbiamo dirla tutta ed è molto peggio di un femminicidio
9.6.25
incredibile ma vero . Uccide la moglie e si spara, i parenti scelgono un unico funerale. Il parroco: «Nonostante il dolore celebriamo l’amore» .
Lo ha annunciato il parroco, don Primo Moioli: «Ringrazio le famiglie - ha detto don Primo - che con
questa scelta hanno dato il più grande segno di fede. Quel funerale è amore: nonostante le fatiche e il dolore che abbiamo nel cuore, celebreremo l'amore. Che Dio gliene renda merito». È una comunità smarrita e attonita quella di Cene, ma, come è stato più volte ricordato nella Messa pregando in particolare per i due figli, «questo è il tempo del silenzio e della preghiera». E il parroco ha chiesto «allo Spirito Santo, nella solennità della Pentecoste, di illuminare e scaldare con il suo soffio queste ore tragiche».
Il delitto giovedì scorso nel tardo pomeriggio a Cene, comune di poco più di 4 mila abitanti della valle Seriana, in provincia di Bergamo. A trovare i corpi di Elena Belloli e Rubens Bertocchi, di 51 e 55 anni, sono stati i vigili del fuoco, allertati dal figlio ventenne della coppia che non riusciva ad entrare in casa. Impiegata lei, guardia giurata lui, la coppia viveva coi due figli in un appartamento di un edificio a tre piani. Sul posto sono intervenuti i carabinieri della Compagnia di Clusone e del Nucleo investigativo di Bergamo, a cui sono state delegate le indagini coordinate dal sostituto procuratore Giampiero Golluccio. I militari hanno perquisito l'abitazione, messa sotto sequestro, alla ricerca di eventuali scritti che possano spiegare la tragedia, per ora senza un apparente motivo. Bertocchi, poco prima di togliersi la vita e dopo aver sparato alla moglie sei colpi, di cui due l’hanno raggiunta al petto, ha inviato un messaggio al cellulare di un amico comune della coppia, il cui senso era: «L'ho uccisa e ora mi sparo». Nel messaggio l'uomo avrebbe fatto riferimenti alla scoperta di un rapporto extraconiugale della moglie, anche se al momento gli inquirenti non avrebbero trovato conferma a questo aspetto e non è escluso che si sia trattato di una convinzione sbagliata del marito.
L'uomo, ex commerciante di generi alimentari e che ora lavorava come portinaio di un palazzo a Bergamo, aveva regolarmente detenuta la pistola calibro 22 per uso sportivo.
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Come già accenbato dal titolo , inizialmente volevo dire Basta e smettere di parlare di Shoah!, e d'aderire \ c...
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iniziamo dall'ultima news che è quella più allarmante visti i crescenti casi di pedopornografia pornografia...
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Ascoltando questo video messom da un mio utente \ compagno di viaggio di sulla mia bacheca di facebook . ho decso di ...





