Non ho appreso , a differenza di quella di capaci , in diretta la notizia della strage di via d'amelio . Ma il ricordo del fatto e di cosa stessi facendo quel giorno e di come appresi la notizia è ancora vivo in me dopo 31 anni . Cosi come sono impressi gli eventi successivi .Infatti ricordo che era con mio padre e mio fratello a raccogliere bacche di mirto per farne delle piante . La macchina era lontana e la radio era spenta . Quando tornati a casa dei nonni materni vedi in tv le immagini della edizione straordinaria rai . Rimasi scioccato , sgomentato , e mi misi a piangere Era come se fossi li sul luogo della strage descritto in maniera ottimale nella 6 puntata del podcast del Fatto quotidiano Mattanza. Cosi come ricordo , man mano che ascoltano le puntate del podcat prima citato , i depstaggi , gli occultamenti ed i retroscena dela strage di stato
Guance piene, chioma fulva e aria da ragazzina spensierata: Emanuela Loi aveva in effetti poco meno di venticinque anni quando rimase uccisa nell’attentato di Via D’Amelio in cui perse la vita il giudice Paolo Borsellino.Originaria di Sestu, vicino a Cagliari, Emanuela sognava in realtà di diventare maestra; ma per qualche strana ragione a volte si fanno scelte che condannano il proprio destino, e la giovane, ispirata dalla sorella maggiore, tenta insieme a lei il concorso in polizia, superandolo – a differenza della sorella – a pieni voti.
Nel 1989 Emanuela entra perciò, quasi per caso,nella Polizia di Stato, spostandosi a Trieste per l’addestramento e iniziando la serie di trasferimenti che la porteranno lontana dalla famiglia e dalla sua terra. Due anni dopo, infatti, invece di rientrare in Sardegna, viene trasferita a Palermo, dove le vengono affidati i piantonamenti a casa Mattarella, la scorta alla senatrice Masaino e la guardia al boss Francesco Madonia. E così, oltre al dispiacere della lontananza da casa, si aggiunge la paura, perché la Sicilia tra gli anni Ottanta e Novanta è martoriata di stragi mafiose che uccidono indifferentemente magistrati e agenti di polizia. A Palermo, inoltre, Emanuela deve fronteggiare anche gli sberleffi degli adolescenti, che scherniscono le donne in divisa.È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura. È il luglio 1992. Solo due mesi prima, la strage di Capaci ha ucciso il giudice Giovanni Falcone insieme a quasi tutta la sua scorta. Quel tremendo attentato ha scosso profondamente tutti i poliziotti, anche Emanuela, che come i colleghi non si sente più sicura.Non servono le rassicurazioni alla famiglia e al fidanzato che non le sarebbe successo nulla: Emanuela sa di rischiare la vita per quell’incarico, molto più pericoloso dei precedenti; a darle coraggio, il pensiero di fare scrupolosamente il suo lavoro, e soprattutto di fare ritorno a Sestu, nella sua Sardegna, per un periodo di ferie.Ma Emanuela non ne avrà il tempo.Il secondo giorno di scorta a fianco di Borsellino, alle 16.58 del 19 luglio 1992, in via D’Amelio, dove il giudice si era recato per un saluto alla madre, una Fiat 126 esplode proprio nel momento in cui i due scendono dall’auto, uccidendo insieme a loro anche gli altri membri della scorta Walter Eddie Cosina, Agostino Catalano, Claudio Traina e Vincenzo Li Muli.Emanuela avrà il triste primato di prima donna poliziotto a morire in servizio. In Sardegna la aspettavano a fine mese mamma Alberta e papà Virgilio, la sorella Claudia, il fratello Marcello e il fidanzato, ma a Sestu tornerà solo il suo corpo dilaniato dall’esplosione. Claudia, 26 anni, quella sorella di cui Emanuela voleva seguire le orme e che invece era diventata parrucchiera, oggi tiene vivo il suo ricordo nell’associazione contro le mafie “Libera”.Emanuela era una ragazza solare e sorridente, che amava la vita e il suo lavoro, a cui ha sacrificato anche se stessa.Gli ultimi istanti della sua vita sono raccontati in un bellissimo libro per ragazzi di Annalisa Strada, Io, Emanuela, agente della scorta di Paolo Borsellino, che dipinge il coraggio di questa giovanissima poliziotta, per restituirle almeno sulla carta i sogni che quel giorno di luglio le ha spezzato troppo presto.
Da oggi 16 luglio inizia il rituale celebrativo per il 20° anniversario di Via d'Amelio . Strage \attentato di stampo terroristico-mafioso messo in atto il pomeriggio del 19 luglio 1992 a Palermo in cui persero la vita il giudice antimafia Paolo Borsellino e la sua scorta. L'agguato segue di due mesi la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia Da quei pochi ricordi diretti , viste che non vidi subito in diretta come quelle per capaci ( vedere miei post del 22 e 23 maggio che potete trovare qui ) ero a raccogliere bacche di mirto per farne talee con mio padre e mio fratello .
foto ansa
Dai quei pochi ricordi dell'epoca, aveva 16 anni,fu unattentatodi stampo terroristico-mafiosomesso in atto il pomeriggio del19 luglio1992aPalermoin cui persero la vita il giudice antimafiaPaolo Borsellinoe la sua scorta : 1) Agostino Catalano il capo scorta ., 2) Emanuela Loi prima donna a far parte di una scorta e a cadere in servizio, Vincenzo Li Muli,Walter Eddie Cosina ed infine Claudio Traina. L'unico sopravvissuto fu Antonino Vullo, risvegliatosi in ospedale dopo l'esplosione, in gravi condizioni. L'attentato segue di due mesi lastrage di Capaci, in cui fu ucciso il giudiceGiovanni Falcone, segnando uno dei momenti più tragici nella lotta alla mafia.
Essi sono ricordi basati su immagini tv ( vedere video sotto ) che vedemmo appena rientrammo a casa di nonna materna
film e documentari sull'eccidio
L'esplosione, avvene in viaMariano D'Ameliodove viveva la madre di Borsellino e dalla quale il giudice quella domenica si era recato in visita, avvenne per mezzo di unaFiat 126contenente circa 100 chilogrammi ditritolo sui dubbi espressi da gli agenti di scorta, via d'Amelio era una strada pericolosa, tanto che era stato chiesto di procedere preventivamente ad una rimozione dei veicoli parcheggiati davanti alla casa, richiesta però non accolta dal comune di Palermo, come rilasciato in una intervista alla RAI da Antonino Caponnetto.
Fin qui i ricordi misti . Questo fino a che s'inizio a parlare della trattiva tra mafia e stato che appresi da trasmessi come Blu notte di Lucarellie siti come http://www.misteriditalia.it . Ora inizialmente c'era lo stesso proposito , per chiarire e chiarirmi meglio alcuni aspetti della trattativa ( verità assoluta ed indiscutibile secondo alcuni , verità con critica come il sottoscritto , presunta secondo alcuni , inesistente o bufala secondo altri ) , dei post su capaci cioè il non parlare del contrastato argomento , e lasciare parlare solo i ricordi diretti o indiretti che fossero . Ma visti i classici fiumi d'inchiostro e di bit e tutta una serie d'articoli trasmissioni ,tv , dvd , libri ,ecc a senso unico cioè pro trattativa , i miei dubbi su quello che gli stessi fautori d'essa definisco basilare cioè il pappello di Vito Ciancimino e le dichiarazioni del figlio Massimo Ciancimino , ed [ SIC ] il svincolare ( come il caso di Adriana stazio delle agende rosse ) o il non rispondere ( motivi di salute o paura d'essere messi in discussione , Salvatore Borsellino spazio facebook e email al sito http://www.19luglio1992.com/.
Il mio intento era intervistare sia i Trattatisti ( sono sempre a disposizione per repliche ed eventuali richieste di rettifiche che questo post dovesse potare ) sia gli anti o i dubbiosi \ negazionisti . Ora Sono riuscito nel secondo , intervistando via facebook il maggiore dei rappresentati Enrico Tagliaferro , riprendendo le domande ( qui il testo originale ) fatte dall'amica Antonella Serafini ( di www.censurati .it ) al d Antonio Ingroia ovviamente modificandole per renderle più comprensibili a chi non legge i giornali ( se non quelli sportivi ) o vede solo programmi demenziali , insomma agli analfabeti di ritorno
Egli è un blogger noto sul web come “il Segugio”
( indirizzo del blog: http://segugio.daonews.com/ ), autore
nel 2010 di un libro autoprodotto dal titolo “Prego, dottore!”, acquisito agli
atti del processo “Mori-Obinu”, a Palermo, in quanto latore di argomenti
piuttosto convincenti in relazione alla dubbia autenticità di alcune carte
prodotte dal teste Massimo Ciancimino, in un periodo in cui lo stesso
Ciancimino era considerato un’icona dell’antimafia non essendo ancora incappato
nel malaugurato incidente che gli costò l’arresto con un’accusa di calunnia per
la falsificazione di un documento.
Tagliaferro in questi ultimi anni insieme ad altri blogger
giornalisti come Antonella Serafini (censurati.it) o Anna Germoni, ha seguito
le vicende siciliane che hanno visto i Reparti Operativi Speciali dei
carabinieri al centro di accuse molto gravi, studiando scrupolosamente le carte
e le testimonianze, e proponendo quindi un’analisi critica del lavoro della magistratura
che ha sollevato nei suoi lettori, come pare, più di un dubbio in relazione
alle ipotesi accusatorie formulate a carico di uomini come il capitano Ultimo
(Sergio De Caprio) e il generale Mori.
Tagliaferro in particolare, con le sue documentate inchieste, ha
acceso i riflettori su indizi di dubbia autenticità e su testimonianze
incongrue, in relazione a questa triste storia.
Purtroppo il nostro sistema dell’informazione da ben poco spazio
a chi non si accoda alle “verità” ufficiali.
Abbiamo così deciso di proporgli alcune domande.
1) Con riferimento alla perquisizione del
febbraio 2005 della casa all’Addaura di Massimo Ciancimino, tu non vedi forse
un’incongruenza fra quanto riferito dal testimone a proposito della cassaforte “volontariamente
non perquisita” dai carabinieri, ed il fatto che vi sia stata una contestuale
perquisizione, da parte degli stessi carabinieri, di un magazzino, persino
facoltativa in quanto non disposta nel mandato del magistrato, in cui venne
repertato il famoso pizzino strappato, meglio noto come “lettera di Provenzano
a Berlusconi”, oltre che a copiosa documentazione manoscritta di don Vito? E
come si conciliano le due versioni date dal teste, una in cui Ciancimino per
telefono dalla Francia suggerisce al suo impiegato di consegnare ai carabinieri
la chiave della cassaforte, e l’altra in cui dice di aver parlato con il suo
dipendente solo “a perquisizione avvenuta”?
Tu hai già posto l’accento, nella tua domanda, su alcune visibili
incongruenze. Ma ce ne sono molte altre, su quel fatto. Massimo Ciancimino dapprima
racconta che i carabinieri, durante quella perquisizione nel 2005, rinunciarono
ad aprire la sua cassaforte, nonostante questa contenesse il preziosissimo
“papello”, quello poi da lui consegnato in fotocopia e che oggi noi conosciamo.
Successivamente uno dei carabinieri che parteciparono alla perquisizione,
affermò invece in aula che un suo collega ritrovò il papello nascosto in una
controsoffittatura, se lo portò in copisteria per fotocopiarselo (ma senza
porre la fotocopia agli atti del sequestro), e quindi lo ripose nuovamente dove
l’aveva trovato.
Tutte queste narrazioni possono lasciare, in chi le recepisce, perplessità,
e come un senso di sconcerto, di mistero. Io invece credo che tutto diventi più
chiaro e meno misterioso, se si guarda sotto un’altra luce, vale a dire tenendo
in considerazione in primis che il “papello” di Ciancimino, già rinviato a
giudizio per aver falsificato, reo confesso, un altro documento, contiene un evidente
anacronismo, tale da indurre a dubitare anche di quella fotocopia, e che il
secondo testimone è un carabiniere non proprio dei primi della classe, già
condannato in primo grado per falso materiale, avendo falsificato la firma del
suo comandante in calce ad una dichiarazione scritta, ed essendo quindi fisiologicamente
ostile verso i propri comandi dell’epoca.
Ci troviamo quindi di fronte ad incongruenze o fatti
sconcertanti scaturiti dalle testimonianze di due probabili falsari. Tenendo in
conto questo, forse tutto quadra meglio, e si spiegano le incongruenze.
2 ) Parliamo della trattativa fra lo stato e
la mafia. Secondo la teoria dei magistrati, questa avrebbe avuto origine da un
contatto, realizzato a questo scopo, fra i carabinieri del ROS e don Vito
Ciancimino. Ti pare forse un’iniziativa logica, quella di impiegare due
ufficiali dei carabinieri, già distintisi per un’attività senza tregua contro
la criminalità e per aver arrestato molti pericolosi latitanti, come ad esempio
Ciccio Madonìa, e proprio in quel momento concentrati in un’inchiesta sulla
mafia e sugli appalti in Sicilia, come emissari della “trattativa”, quando era
disponibile, ad esempio, il famoso “signor Franco” il quale, a sentire le testimonianze,
era un rappresentante delle istituzioni che nel contempo aveva contatti molto
più diretti dei carabinieri con Cosa Nostra?
Le istituzioni con cui Cosa Nostra avrebbe dovuto trattare, erano forse
rappresentate dai due carabinieri, Mori e De Donno, e da loro soltanto?
L’idea di un’iniziativa del “signor Franco” intesa come migliore
e più logica opportunità, per intavolare una trattativa fra lo stato e la
mafia, rispetto a quella assunta da due nemici giurati (non solo
metaforicamente) dell’organizzazione criminale, quali erano Mori e De Donno, è logicamente
sostenibile di per se stessa, ma
irrealistica e non ipotizzabile, in quanto non solo il sottoscritto, ma anche,
ad esempio, i magistrati di Caltanissetta dubitano che questo sig. Franco possa
configurarsi veramente come un’entità appartenente al mondo reale. Comunque,
pur prescindendo da ogni termine di
paragone,anche in senso assoluto mi pare evidente che se veramente qualcuno
nello Stato, volendo piegarsi ad una trattativa di natura “concessoria” con
Cosa Nostra, avesse deciso di affidare, anziché a qualcuno dei molti “contatti”
possibili con la mafia (magari selezionato nell’ambito delle molte contiguità e
collusioni che certamente esistevano), l’incarico a due segugi da caccia grossa,
capaci di mille trucchi pur di catturare la preda, quali erano Mori e De Donno,
e conosciuti dai mafiosi come tali, beh… non mi pare che potrebbe considerarsi
una brillante idea, se questa fosse riferita ad un fatto vero. Infatti io sono
convinto che le cose non stiano a quel modo. Cosa Nostra sapeva benissimo che
il Generale Dalla Chiesa era stato come un padre ed un fratello, per il
colonnello Mori, così come lo stesso Mori lo era stato per il maresciallo Giuliano
Guazzelli, ucciso pochi mesi prima (aprile 92) dagli assassini di Cosa Nostra.
Avete mai visto un assassino che, per intavolare una trattativa finalizzata ad
ottenere qualche vantaggio, accetta fiducioso, quale interlocutore, il fratello
oppure il padre, o comunque un compagno d’armi delle proprie vittime? E’ chiaro
che non esiste al mondo un interlocutore più inopportuno ed inadatto di quello,
potendo egli come obbiettivo primario, anche per ragioni personali, sempre e
soltanto la cattura degli assassini.
Ma questa è soltanto una, fra le tante incongruenze di questa
fantastica ricostruzione storica, quella della trattativa.