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22/12/18

Mamma suicida nel Tevere, in quel gesto tutta l’indifferenza della società per le donne e il inismo dei giornali

Mamma suicida nel Tevere, in quel gesto tutta l’indifferenza della società per le donne
A mente fredda e e mettendo da parte il mio intento di giudicare e di fare considerazioni sulle motivazioni del suo gesto insomma   fare  cosi  :
<< ( .... ) Se tu penserai, se giudicherai \ da buon borghese li condannerai a cinquemila anni più le spese \ma se capirai, se li cercherai fino in fondo \se non sono gigli son pur sempre figli \ vittime di questo mondo. ( cit musicale ) >>   se  non  qualcosa  di simile  a  quanti scrive 
 Maddy Gabry  un  mio contatto  facebook : << Siamo diventati troppo egoisti...non abbiamo piu spazio per gli altri !! Capisco la sua disperazione e sono indignata poiche non c e' stato nessuno ad aiutarla nel suo dramna😢>>come riesco a parlare di questa tragedia . Ma come spesso mi accade davani a simili eventi non riesco a trovare parole che non sian le classiche e di circostanza , riporto un belllissim pensiero della nostra utente Daniela Tuscano ch ha perfettamente nel giudicare tale giornalaccio ( metaforicamente parlando ) come una cloaca .







Daniela Tuscano ha condiviso un post nel gruppo: ColorPorpora.

Salvo Di Grazia Mi piace
7 h · 


La prima volta che l'ho visto sono rimasto allibito, pensavo al solito titolo finto, a "humor nero", invece è tutto vero.
Il giornale Libero, a proposito della notizia di una donna neonamma che si è suicidata uccidendo anche i propri figli, pubblica un articolo a firma di Brunella Bolloli che si intitola "Mamma poco affettuosa si uccide con due bimbe".

La giornalista non si crea problemi a giudicare dall'alto della sua perfezione l'affetto di una donna che si uccide e uccide ciò che più ha di caro nella vita: nessuna pietà, quella mamma era "poco affettuosa".
I giornalisti però ogni tanto devono aggiornarsi e qualcuno un giorno dirà alla signora Bolloli che esiste un male terribile, molto difficile da curare. Si chiama "depressione post partum".
Gli inglese tentanto di alleggerire questo problema chiamandolo "post partum blues" ma non cambia il problema di fondo.

Il parto, evento bellissimo, è spesso un cambiamento importante nella vita fisica e psicologica della donna e questo è vissuto da ognuna in maniera diversa. Ci sono poi i contorni. Donne letteralmente abbandonate, altre trascurate, famiglie inesistenti, doveri, obblighi, responsabilità. Poco sonno. Stanchezza.Questo può causare gravissime conseguenze, un male profondo.Ci sono due modi per curare questo male: la medicina e l'affetto di chi ti sta attorno. Spesso funzionano.Quella giornalista, che sicuramente mai ha sofferto e mai soffrirà di depressione post partum, ha condannato la "mamma poco affettuosa", non le ha dato nessuna possibilità, l'ha giudicata e ha deciso la causa della tragedia.
Invece io sono dispiaciuto per quella mamma che ha fatto il gesto più pesante per lei ma anche per la società, una mamma che ha ucciso i propri figli non è "poco affettuosa", probabilmente ha ricevuto "poco affetto". Questo titolo è un po' lo specchio della nostra società, pronta a giudicare il prossimo e pensare solo a se stessi e non agli altri, specie se non ci servono.
Alla signora Bolloli, sicuramente bravissima giornalista e mamma, auguro buone feste, piene di calore, di amore e di affetto.

Niente  di  più  vero .   infatti    come  dice  Manuela Campitelli   Giornalista e ideatrice di www.genitoriprecari.it 
 Su  ilfattoquotidiano del  22\12\2018
Fa male leggere la vicenda della donna che a Roma si è buttata nel Tevere con le due bambine in braccio con la prospettiva del giudizio. È una prospettiva filtrata dal sentenze facili, da verdetti e processi ingiusti. Lei, 38 anni e un vissuto che nessuno può sindacare, deve aver sofferto molto perché nessuno decide di togliersi la vita se è felice. Solo questo possiamo dire di lei.
Non possiamo dire se fosse stata o meno una buona madre (in base a quali parametri?), una madre affettiva o anaffettiva. Non lo possiamo dire perché noi giornalisti non la conoscevamo e perché non è questo il punto da cui partire.Il punto di partenza è raccontare, semmai, della fragilità comune che lega tante mamme, di come sia possibile e necessario aiutarle, di come i nonni non sempre servano e non sempre ci siano, di come l’unica a essere veramente anaffettiva è la società che ci circonda, fatta di solitudini immense, di cadute quotidiane senza paracolpi, di mamme lontane mille miglia dall’idea che si erano costruite di loro stesse, perché oggi se fallisci e non sei invincibile non puoi competere.Nei giudizi dati a quella mamma c’è tutta l’indifferenza che è cucita dietro a quel gesto estremo. C’è tutta la verità di donne che vivono in un sistema che non contempla la persona dopo la gravidanza, la donna dietro la mamma, la fatica dietro ogni gesto. Che non contempla persino la fatica di lavorare fino al nono mese di gravidanza e del ricatto che dovranno scontare per questa decisione le tante mamme precarie. Mamme tirate da ogni parte, da un lato devi allattare, dall’altro devi tornare a lavoro, da un lato devi produrre, dall’altro devi accudire. [ .... ] Una fatica complessa, la nostra: psicologica, lavorativa, fisica, senza identità e senza riconoscimento. Una fatica legata alla spossatezza dopo il parto, all’incertezza, alla città che ci fa sentire sempre un po’ più sole in mezzo a tanta gente. Sole le mamme e soli i papà, che non è detto possano sempre sopperire a tantoCiao Pina, la verità è che non abbiamo saputo ascoltarti.






25/07/18

i tempi d'odio meglio l'autoncesura che il cinismo o il politicamente corretto a tutti i costi

come da  titolo  la decisione deriva   da  queto mio post   facebookiano  d'ieri

ho rimosso il post precedente perchè essendo
una satira ambiqua su questo fatto https://trib.al/5QH0vzv (  di cui  trovae  sotto  l'anteprima  pubblicata  da  corriere  )  era di pessimo gusto  sia  per  chi  subisce  un ncidente  e  \o ne  rimane  sotto choc   sia per  i soccoritori  . mi scuso per chi avesse messo mi piace e commentato

CORRIERE.IT|DI SILVIA MOROSI
Una fake news mostra una foto della donna in mare con le unghie colorate. Lo smalto è stato messo a bordo della Open Arms


Lo  so che    cosi  rinuncio  alla mia  libertà  ma  il voler essere libero e scomodo  a tutti i  costi   dfa prendere    degli abbagli  da  non riconoscere , subito  ma  dopo  (  e  con il senno  del poi  sono  piene le  tombe  )   ,  la  differenza  se  pur labile e sottilissima   fra  satira  e cinismo  .  Come  risponde   Roberto Serra su Sinnai & Dintorni  a chi  gli chiedeva  perchè l'aveva  rimossa  . Per  tutti\e  coloro  che mi chiederanno ma  cosa  aveva  quest'immagine  che  ha  rimosso  ?

La riporto qui    sotto  . Ma  sappiate  che

Risultati immagini per ahir is king


 se  la  riporto   non per  incoerenza o per  diffondere  ulteriuormente  il pessimo gusto   ed  il cinismo  ma  'er   evitare     domande  innoportune    del tipo ,  che immagine  era  , ecc  


04/09/16

NON FACCIAMO I FURBI © Daniela Tuscano

..la mia amica ed nostra utente di vecchia data  Daniela   m mi ha  anticipato   su CHarlie  Hedbdo    e le  sue  vignette    sul terremoto    ed  soprattutto  sul   modo  che essi hanno  d'intendere  la satira  .che  sfocia nella maggior  parte dei casi  nel cinismo e  nel  cattivo  gusto .



Quella contro Charlie Hebdo del 2015 fu una strage non solo raccapricciante, ma oscena, impudica. Nessuno, mai, dovrebbe essere trucidato per una vignetta o, comunque, per aver espresso opinioni, ancorché discutibili. E' una delle irrinunciabili conquiste della nostra civiltà. Da difendere con le unghie e coi denti.
Di qui, però, a santificare qualsivoglia scherno e soprattutto ad annoverare sotto il concetto di "satira" ciò che satira non è, ce ne corre.
Per quanto mi riguarda non sono mai stata Charlie proprio perché NON mi è mai piaciuta la loro "satira". E lo denunciai in tempi non sospetti. Quando, ad esempio, uscì la copertina raffigurante un

ebreo (col naso rigorosamente adunco) che portava in carrozzina un islamico riecheggiando la locandina del film "Quasi amici". Quando, per irridere il card. Vingt-Trois che aveva disapprovato la legge sui matrimoni gay, se ne uscirono con una copertina mostruosa (ben peggiore di quelle dedicate agli islamici) in cui mostravano il cardinale con "tre papà": vale a dire il Padre, il Figlio e lo Spiriro Santo intenti a... sodomizzarsi vicendevolmente. La feci vedere ai miei studenti (fra cui una musulmana) per dimostrare che coi cristiani c'erano andati molto più duro. Però nessun* dei libertari/e genialoni si scandalizzò, anzi, tutto benissimo. Tanto, sputare sul cristianesimo fa sempre figo, rende intellettuali! (Niente da eccepire, immagino, neanche di fronte all'altra copertina con due uomini gay, un bambino in braccio e una ragazza di colore incatenata - palese allusione allo sfruttamento delle donne dei paesi poveri per l'utero in affitto -. Eh sì, comparve su CH pure quella, e la disegnò Charbonnier in persona, non Adinolfi. Lo ignoravate, vero? Beh, ora dovete solidarizzare. Sennò cadete in contraddizione.) Infine, dato che di questo anniversario nessuno/a si è ricordato/a, un anno fa moriva annegato il piccolo Alan Kurdi e Charlie cosa fece? Un disegnino simpaticissimo con la seguente didascalia: "Se Alan fosse cresciuto, sarebbe diventato un palpeggiatore" (alludendo ai fatti di Colonia). In quell'occasione s'infuriò pure quell'ipocrita, analfabeta funzionale-sentimentale, incapace di guardare la trave nel proprio occhio del padre del bambino benché naturalmente gli autori precisassero che volevano soltanto ironizzare sui luoghi comuni e protestassero la loro buona fede ecc.
Ma il punto è un altro. Un messaggio, e a maggior ragione una vignetta, deve sì far riflettere, ma deve anche esser chiaro, o almeno non troppo astruso o equivoco, altrimenti sbaglia il bersaglio.


                                        Matsumoto autore  dei   fumetti di Capitan Harlock.

A meno di non voler insinuare, naturalmente, che basta se ne parli, non importa in quale modo, e il successo è assicurato. E allora sì, CH ha indovinato, infatti adesso in redazione stanno brindando, avevano i conti in rosso, così almeno hanno ottenuto un po' di ribalta.
Ah, un ultimo appunto: la Lorenzin con una campagna sbagliata ha suscitato un vespaio e ne hanno invocato le dimissioni gli stessi che ora difendono strenuamente Charlie. Eppure anche lei si è dichiarata in buona fede: come la mettiamo con la libertà d'espressione? In verità si accusano di ipocrisia gli altri per non guardare dentro di sé. E ci si sente pure scapigliati e lungimiranti.
La vignetta in questione fa schifo. Punto. Bisognava trasmettere un segnale magari forte, ma senza ambiguità. Non è accaduto, senza contare il populismo becero e antitaliano (eh sì perché bisogna pur dirlo: mancavano pizza, lupara e mandolino e il pregiudizio era completo). Tra satira e pessimo gusto c'è una bella differenza. Cercare sul vocabolario, please.

© Daniela Tuscano

07/01/15

Sassari Cacciati dal reparto mentre il padre muore La denuncia dei familiari di un malato terminale: dovevano pulire la camera e lui è rimasto solo quando esalava l’ultimo respiro

ancora  una  volta  , dopo il caso  del paziente  morto da  solo  e senza  amici     perr motivi  di privacy  ,  un altro  caso  di  cinismo   \  mancanza  di sensibilità    , interessa  la sanità  Sassarese  .
Ma   nelle  facoltà universitarie  oltre  ad  insegnare la materia    dovrebbero  insegnare  un po'  di rispetto   e di umiltà  verso   chi soffre  ed i loro familiari
Da  la  nuova sardergna  online  del7\1\2015


Cacciati dal reparto mentre il padre muore                                      
La denuncia dei familiari di un malato terminale: dovevano pulire la camera e lui è rimasto solo quando esalava l’ultimo respiro           

                                          di Nadia Cossu



SASSARI. « Due minuti, abbiamo chiesto che ci lasciassero ancora due minuti. Erano gli ultimi respiri di mio padre, volevamo tenergli la mano io, mia sorella e mia madre. Lui se ne stava andando...». Ma proprio mentre delicatamente accarezzavano il viso di quell’uomo ormai consumato dalla sofferenza, qualcuno ha deciso che dovessero uscire dalla stanza.
«Il motivo? Dovevano pulire il pavimento e ci hanno detto di allontanarci – racconta Giuseppe, il figlio del paziente ricoverato lunedì mattina nel reparto di Medicina d’urgenza del Santissima Annunziata – Ci siamo rifiutati di andar via, abbiamo spiegato che un infermiere e il medico poco prima ci avevano permesso di stare vicino a mio padre perché di lì a pochi minuti sarebbe morto. Come potevamo lasciarlo in quel momento? Non avremmo mai potuto né voluto farlo. Io avevo passato la notte accanto a lui ed erano appena arrivate in ospedale mia sorella e mia madre».
Ma comprendere i sentimenti altrui non è dote che appartiene a tutti. Pochi istanti dopo «si è presentata la caposala del reparto che con un tono decisamente poco amorevole ci ha ripetuto di uscire dalla camera perché gli addetti dovevano lavorare. Anche a lei abbiamo ribadito che non ci saremmo mossi». Risposta che ha suscitato, evidentemente, una reazione accesa che ha richiamato l’attenzione del medico di turno. «Anche lui mi aveva detto di stare vicino a mio padre perché erano gli ultimi istanti di vita, speravo facesse qualcosa e invece è arrivata la medesima richiesta: andare via».
«Non avevamo intenzione di fare storie – tiene a precisare Giuseppe – anche perché non volevamo che mio padre potesse in qualche modo percepire quella tensione. Ma sicuramente non eravamo disposti ad allontanarci da lui».
Finché non è arrivata la decisione finale, quella che Giuseppe non ha timore a definire «il culmine di una prepotenza inaccettabile». «Ci hanno detto che allora lo avrebbero spostato da quella stanza. In quel modo saremmo dovuti uscire per forza. E così hanno fatto». Il letto del paziente è stato messo in movimento mentre si discuteva della impellente necessità di spazzare il pavimento. E quando l’uomo veniva portato in un’altra camera, in quei pochi metri di corridoio che lo separavano dai suoi cari, ha esalato l’ultimo respiro. «È successo proprio ciò che temevamo – racconta il figlio con la voce spezzata dalle lacrime – Due minuti, non avevamo poi chiesto tanto...».
È a quel punto che figli e madre, distrutti dal dolore, si sono guardati negli occhi: «Ci siamo soltanto detti: “non è giusto”. Perché a nessuno dovrebbe essere proibito di tenere la mano del proprio caro nel momento della morte. Mia sorella ha persino detto a quelle persone che avrebbe pulito lei il pavimento. E lo avrebbe fatto senza problemi».
Qualche minuto per la constatazione del decesso e sono ripartiti i ritmi frenetici del reparto. Come è giusto che sia, perché le emergenze sono frequenti, il flusso di pazienti in entrata che spesso purtroppo lottano tra la vita e la morte è continuo e non c’è il tempo di fermarsi. «Ma sono spariti tutti. È stato fatto l’accertamento della morte e nessuno si è fatto vivo almeno per dire un “ci dispiace”. Almeno questo ci saremmo aspettati». 

Ora   di fronte a certe situazioni se non si ha un po di umanità non non si ha nemmeno alcun diritto di svolgere un mestiere il quale la dote maggiore dovrebbe essere proprio l'UMANITA' . Infgatti come dice   nel commento sulla pagina di fb del  giornale   Alessio Madeddu [...... ] Fare l'infermiere o il medico deve essere una vocazione non solo guardare il conto al 27, non è bello che una persona per avere un ricovero come si deve personale come si deve debba andare fuori.... Non tutti possono. Vergogna
 Non so  cos'altro aggiungere a quanto  giàdetto     . Mi fermo qui   perchè due parole  sono troppe  ed  una è poco  . 

06/02/14

Napoli, ladro scippa una signora Interviene solo un immigrato . razzismo o indifferenza . secondo me entrambe

IL fatto di Napoli  è  una dimostrazione dell'attualità  dello scritto  (  più volte  qui citato )   odio gli indifferenti  di Antonio Gramsci
  
ecco il fatto.
Per  sicurezza lo ripeto due  volte   non si  sa  mai che il primo video    scompaia  per  chiusura  account   o  censura  di youtube  





Il ladro, caduto a terra dopo il tentativo di furto, snobbato dai passanti. Solo un senzatetto straniero tenta di fermarlo. Il video della scena fa il giro della Rete.


Napoli. In pieno centro un uomo a bordo di uno scooter tenta di scippare un'anziana signora. Lo "strappo" è violentissimo. La donna cade per terra e anche il ladro perde il controllo della moto, rovinando sull'asfalto. La via è trafficatissima, ma solo un nordafricano senza fissa dimora tenta di fare qualcosa. Le altre persone, pur circondando il rapinatore, non sembrano intenzionate a fare alcunché. Solo lo straniero, dopo aver restituito la borsetta alla malcapitata, tenta di bloccare lo scippatore, quando quest'ultimo rimette in piedi la moto e fa per scappare. Il ladro riuscirà comunque a fuggire, ma verrà intercettato successivamente dalle forze dell'ordine.


sempre  da repubblica
Scippo Napoli, parla Benjamin: ''Ho paura, ma lo rifarei''


E' stato l'unico a intervenire quando lo scippatore ha aggredito l'anziana trascinandola sull'asfalto dei vicoli di Napoli. Benjamin, il giovane africano, da 5 anni in Italia, racconta a Conchita Sannino d'aver agito d'istinto ieri, ma non vuole essere chiamato eroe e aggiunge: "La signora scippata diceva di chiamare la polizia, ma nessuno l'ha fatto. Molti di loro erano d'accordo, per questo io ora ho paura"
(video di Anna Laura De Rosa)

25/11/13

[ post notturno numero 2 ] chi è più sciacallo chi ruba i soldi ad un alluvionato o chi licenzia con un sms ulka domestica che s'era assentata per aver aiutato la sorella colpita dall’alluvione.










canzone consigliata chi ruba nei supermercati Francesco de Gregori 


Non riuscendo a prendere sonno , per il mal di denti , avendo finito gli antidolorifici cerco e mi sforzo di come ho scritto nel post come non pensare al dolore fisico in ospedale in attesa della morfina e dell'antidolorifico e non solo  di non pensare e di pensare ad altro . Ma non riuscendoci mi distraggo cazzeggiando \ coglionando in rete ed proprio qui che ho trovato fra le tante storie di solidarietà  che racconterò nei prossimi giorni   per i fatti dell'alluvione del 18\19 di novembre queste due storie la prima  di cinismo








Olbia, un esposto contro il vigliacco

da SARDINAPOST   il 24 novembre 2013




 Un esposto dei vicini di casa ai carabinieri e al sindaco di Olbia. L’hanno firmato Pietro Mariano e Jolanda Concas, vicini di casa di Francesco Mazzoccu, l’operaio di 35 anni morto Enrico ( foto a destra ) , un bambino di 3 anni, travolti dall’acqua che aveva invaso la strada che unisce Olbia a Telti.assieme al figlio . Per ora ancora senza nome, almeno ufficialmente. Un operaio dell’Anas che – mentre Francesco Mazzoccu chiedeva disperatamente aiuto – rimase rintanato nella sua auto, paralizzato dalla paura. E rispose con un “Ti spacco la faccia” alle insistenze di Pietro Mariano che lo implorava di dare una mano perché c’era la possibilità di salvare quell’uomo e quel bambino.
Le sequenza dell’agonia dei Mazzoccu è una delle storie più tragiche e agghiaccianti dell’alluvione che lunedì scorso ha devastato la Sardegna. Pietro Mariano, titolare di un’officina meccanica, aveva raggiunto la località Putzolu per soccorrere un’amica, Jolanda Concas, che era rimasta bloccata sulla strada assieme alla figlia, una bambina di undici mesi. Compiuta la missione, si stava dirigendo verso Raica, ma si trovò davanti a un muro d’acqua. Mentre faceva marcia indietro, sentì delle urla. Su un muretto, stretto a un palo, c’era un giovane uomo che chiedeva disperatamente aiuto. Sotto la giacca stringeva un bambino piccolo.
Pietro Mariano si avvicinò quanto più potè. Si rese conto che da solo non era in grado di fare nulla. Gridò all’uomo di stare tranquillo perché i soccorsi sarebbero arrivati. Quindi andò a cercarli. E per primo incontrò un signore anziano. Gli chiese di seguirlo perché c’erano un uomo e un bambino in pericolo nel mezzo della piena. Quell’uomo era il padre di Francesco e il nonno di Enrico.
Il livello dell’acqua cresce continuamente. Il tentativo di lanciare delle cime non riesce. E’ allora che Pietro Mariano vede l’auto dell’Anas, la raggiunge e chiede all’operaio seduto al posto di guida di intervenire. Niente da fare. Anzi, alle insistenze, quell’uomo risponde con insulti e minacce. Passa quasi un’ora. Nel frattempo si è trovato un trattore che è pronto a intervenire. Ma di colpo i lamenti di Francesco Mazzoccu e del suo bambino s’interrompono. L’acqua ha distrutto il muretto sul quale si erano rifugiati. Il corpo del padre sarà ritrovato nella tarda serata, denudato dalla violenza della corrente. Quello di Enrico la mattina dopo, a cinquanta metri di distanza, in un aranceto.
Francesco Mazzoccu era andato nel primo pomeriggio a prendere il bambino all’asilo. A bordo della sua Punto era diretto verso casa, in via Monte, a Telti, quando si era trovato improvvisamente nel mezzo del fiume di fango. Allora era sceso dall’auto, stringendo il figlio tra le braccia, ed era saltato su quel muretto che appariva sufficientemente resistente. E, in effetti, ha resistito quasi un’ora. Un tempo infinito. Che, se solo tutte le forze disponibili si fossero unite, molto probabilmente sarebbe stato sufficiente per evitare la tragedia.
Pietro Mariano ne è convinto: “Li potevo salvare – ha dichiarato a La Stampa – ci ero quasi riuscito ma nessuno mi ha aiutato. Anzi, chi poteva fare qualcosa si è rifiutato. Sembra difficile da credere ma è successo davvero in quel momento d’inferno”.



 la seconda di un sopruso 


 Olbia, licenziata con un sms per aver aiutato la sorella colpita dall’alluvione. Il padrone è un costruttore




Licenziata con un Sms. E’ una storia che ha l’effetto di un pugno sullo stomaco Che proprio stona in questo scenario di straordinaria solidarietà che sta abbracciando la popolazione di Olbia da ogni parte dellaSardegna e d’Italia. La storia di Alessandra Dalu, raccontata dall’emittente regionale Cinquestelle Sardegna, sembra inventata tanto pare assurda, ma assolutamente vera. Lei, mamma di una bambina, sposata con un disoccupato, ieri ha perso il lavoro, che era l’unica fonte di sostentamento della famiglia. L’ha perso perché ha deciso di aiutare la sorella. Già, nella corsa solidale c’è qualcuno che sta a guardare e punisce chi sacrifica se stesso per gli altri. La colpa di Alessandra? Martedì mattina anziché pulire l’appartamento del padrone, spalava il fango da una

casa popolare di via Campidano.
I datori di lavoro di Alessandra fanno parte di una nota e benestante famiglia di Olbia, titolari di una grande impresa di costruzioni che ha realizzato complessi edilizi in varie zone della città. Alessandra fa le pulizie nella loro villa e nei loro uffici da due anni ma non ha mai ottenuto un regolare contratto . Lavoro nero, senza garanzie. Ieri, quando ha comunicato ai suoi datori di lavoro che sarebbe potuta tornare in servizio solo lunedì prossimo, ha avuto la glaciale risposta prima al telefono e poi via sms . “No, grazie. Non abbiamo più bisogno di te” .
E’ stata punita, Alessandra, per aver dedicato il suo impegno a una persona di famiglia che ha perso tutto. I suoi ricchi datori di lavoro, dalla loro casa confortevole e calda, le hanno detto che non serve piu'

Ora pero  lo stesso giornale  racconta  che  “dopo averla  licenziata, ora minaccia di rovinarla  .Infatti  



Non solo sciacalli. Nella giungla del post alluvione, l’altra faccia della solidarietà è nei lupi che sbranano le coscienze col cinismo.Alessandra Dalu, 38 anni, una figlia di 11, non vive di rendita. Aveva un lavoro come colf, non l’ha più perché ha chiesto al suo datore di lavoro di poter stare un giorno con sua sorella, una delle vittime dell’alluvione. Un solo giorno. Davanti a tanti angeli del fango che aiutano sconosciuti, il ricco imprenditore edile di Olbia ha visto bene di licenziarla. Con un sms: “Non ci servi più”.


Signora Dalu, per caso il suo principale ci ha ripensato? Le ha chiesto scusa?

“Neanche per idea. Ieri ha chiamato mio marito, che fa il muratore, minacciandolo che gli farà perdere il lavoro. A me ha minacciato esplicitamente, dicendo che per l’intervista rilasciata a “Cinquestelle Sardegna” mi rovinerà. Ma io non ho paura”

Ha intenzione di presentare una denuncia?

“Fortunatamente un avvocato si è offerto di darmi assistenza gratuita. Voglio denunciare il mio ex principale all’Ispettorato del Lavoro. Quello che ha fatto non ha giustificazioni. Mia sorella ha perso quasi tutto, lasua casa era sommersa in un metro e mezzo d’acqua. Anche mio padre e mio fratello hanno avuto grossi problemi. Ho chiamato il mio datore di lavoro alle sette di martedì mattina, dopo che erano morte delle persone, quando tutti sapevano di quello che era successo ad Olbia. Mi ha detto che non andava bene. Poi mi ha licenziata con un messaggino sul telefono. E’ una vergogna, l’unica cosa che mi hanno chiesto è stata quella di restituirgli le chiavi di casa”.

Da quanto tempo lavorava per loro?

“Avrei fatto tre anni a dicembre. Pulivo la loro casa dal lunedì al venerdì. Il sabato l’ufficio dell’impresa edile. Non voglio soldi, solo giustizia. I loro soldi sono maledetti e se ricevessi un risarcimento lo darei alle vittime dell’alluvione. Un sms per dire “non c’è bisogno di te” proprio mentre qui a Olbia tutti dicono “diamo una mano” Quello che non capisco è perché davanti a tanta solidarietà ci sia gente che può comportarsi in questo modo”

C’erano già stati segnali da parte di queste persone?

“Il primo anno è andato tutto bene, poi hanno cominciato a dire che c’era crisi e che lo stipendio non sarebbe stato sicuro. Mai un litigio, ma la signora, la padrona di casa, non voleva che mi assentassi. Quando mia figlia aveva la febbre, mi diceva di portarmela dietro pur di non mancare al lavoro. Io ovviamente non la ascoltavo, ma perdevo le giornate di lavoro”.

Un lavoro in nero, senza garanzie.

“Purtroppo sì, era l’unico modo per lavorare. Tanti sacrifici per che cosa? Per essere mandata via per telefono? Se anche adesso tornassero indietro, non li voglio più vedere in faccia. Sono peggio degli sciacalli”.

Giandomenico Mele



tale storie mi fanno considerare meno sciacalli  ,almeno loro è comprensibile vista  la situazione   ma non giustificabile  questi altri due  fatti 

 dall'unione sarda del 24\11\2013
Olbia, anche gli sciacalli tra le macerie  Anziano derubato degli ultimi risparmi

Il volto della solidarietà è quello più bello ed evidente. Nei luoghi dell'alluvione sono però anche entrati in
unione sarda 
azione gli sciacalli e le truffe corrono on line.Aveva poggiato 1500 euro ad asciugare sul letto e qualcuno li ha rubati. Così un anziano malato di Olbia, vittima dell'alluvione, ha denunciato il furto degli unici risparmi rimasti.
I carabinieri hanno anche ricevuto segnalazioni di furti d'auto e di oggetti. Le forze dell'ordine invitano anche a ignorare i gruppi on line non riconoscibili che chiedono soldi. La truffa corre anche sul web.  
 concludo sempre  con un articolo di sardiniapost 

Tema del ritorno a scuola: servi e padroni a Olbia

Articolo pubblicato il 24 novembre 2013

Gli insegnanti delle scuole che finalmente riaprono a Olbia hanno una montagna di cose da discutere con gli studenti. La loro città ha vissuto un’enorme tragedia e, da una settimana, è al centro delle cronache nazionali. Non se ne parla, al contrario di tante volte del passato anche recente, come di una sorta di popolosa frazione della Costa Smeralda. No, Olbia per l’Italia e per il Mondo, è una città “vera”, fierezza e sull‘orgoglio dei sardi che accompagna purtroppo molte delle cronache – è un vezzo nazionale quello di esaltare i luoghi comuni regionali dopo la catastrofi – Olbia è diventata un “argine di realtà”. I fatti si snodano uno dopo l’altro – spietati e crudi – senza lasciare scampo. Quelli collettivi, come le diciassette sanatorie di insediamenti abusivi, e quelli individuali: le vicende dei singoli uomini.Questo è l’ambito che più si presta a una riflessione da sottoporre ai ragazzi. Un’ insperata opportunità educativa. Perché non è frequente, nell’Occidente del benessere, assistere in prima persona a tragedie che chiamano in causa i valori fondamentali svelando, come solo le situazioni estreme possono, la complessità della natura umana. Queste situazioni estreme, infatti, riguardano sempre “gli altri”. Altri Paesi, altri popoli, gente lontanissima da noi. E ci appaiono così lontane che facciamo fatica a vederle anche quando quella gente, per esempio sbarcando sulle nostre coste, ci porta il suo dolore a domicilio.Sono le situazioni dove l’alternativa è tra la vita e la morte, il cibo e la fame, un riparo per la notte e il gelo. Quando gli uomini si trovano a verificare la solidità di quanto hanno imparato dalla scuola, dalla famiglia, dall’insegnante di filosofia o di catechismo: il rispetto per il prossimo, il dovere di aiutarlo se è in difficoltà. Quando, in definitiva, siamo costretti dalle circostanze ad affacciarci nell’abisso della nostra fragile natura. E dobbiamo rapidamente decidere se aprire la casa e il portafoglio, o chiuderli entrambi, chiudendo contemporaneamente anche gli occhi, perché non sopportiamo più la vista del dolore. Perché il dolore degli altri turba i nostri sonni e i nostri pranzi. Perché siamo cresciuti nell’idea folle che il benessere e il progresso non possano avere fine.A Olbia c’è stato un imprenditore – uomo facoltoso e rispettato –che ha licenziato con un sms la sua colf perché era andata a spalare il fango dalla casa della sorella anziché recarsi nella casa del medesimo imprenditore, dove lavorava in nero da anni, per levare la polvere dai mobili e dai soprammobili.
Che immaginiamo opulenti e inutilmente costosi, piccole cose di pessimo gusto messe là per certificare uno status. Senza grazia e senza amore.Ecco, fuori dalla retorica delle fierezza e dell’orgoglio, un bel tema su cui ragionare con i giovani: il rispetto verso il prossimo non è innato. Si impara con lo studio, non basta l’esempio degli adulti. E se esistono adulti così, c’è un motivo in più per studiare. Come insegnava don Lorenzo Milani, studiare serve ad acquisire le parole che consentono di chiamare le cose col loro nome vero. Non con quello edulcorato dal politicamente corretto. L’alluvione, così come trasforma l’acqua in fango, può trasformare certi datori di lavoro in padroni. Ma ancora non riesce a trasformare i loro dipendenti in servi.con i suoi problemi, i suoi eroismi, le sue meschinità.Nelle stucchevole retorica sulla 

21/11/13

Tragedia Sardegna. Inammissibile dichiarazione di Lara Comi, Pdl: “I sardi sono morti perchè ignoranti”

speravo di tornare  alla normalità   è di parlare  d'altro  , senza  per  questo dimenticare :  i morti   tempiesi  ( e non  )
  sia  che  li conoscessi  o  meno  ,il fango  nelle pareti di casa  di  mio  zio  e  il   garage  allagato  .Maa   certe  cose   mi fanno incazzare  ed arrabbiare  non bastavano  i post   imbelli    di certi , una minoranza  per  fortuna  , continentali



adesso ci si  mettono  anche  i nostri politicanti  .  Non ho parole  lascio  che a parlare  sia    questo articolo  di http://www.zappadu.com/


Tragedia Sardegna. Inammissibile dichiarazione di Lara Comi, Pdl: “I sardi sono morti perchè ignoranti”







 Incredibile commento della deputata europea del PDL Lara Comi (  foto  a destra  )   sulla tragedia che ha colpito la Sardegna.
Le sue parole sono state riportate su Facebook dalla giornalista Selvaggia Lucarelli. Ecco il messaggio: “Io di fronte a certe tragedie mi chiedo come certa gente non abbia il pudore di tacere. Lara Comi stamattina ad Agorà è stata capace di scagliarsi contro il condono edilizio come se il suo partito ne fosse stato sempre il più fermo oppositore e vabbè. Ma la parte migliore è arrivata quando è arrivata a sostenere che la gente in Sardegna è morta perchè c’è anche una diffusa ignoranza sulle norme di sicurezza basilari in caso di alluvioni. “Ma come si fa a rifugiarsi in uno scantinato, è l’abc!”.
“Qualcuno spieghi alla Comi che la gente è mediamente più sveglia di lei, per cui no, non s’è rifugiata in uno scantinato. L’ha capito che era pioggia e non un bombardamento aereo. Il problema è che la famiglia di Arzachena (madre, padre e due figli) è morta nello scantinato perchè lo scantinato era la sua casa. Il problema è che un’anziana è morta nello scantinato perchè è scivolata e ha battuto la testa. Altre due anziane erano invalide e sono morte come topi, con l’acqua che saliva. Gli altri sono morti chi nei campi, chi in macchina, chi in strada travolto dalla piena come il padre e il suo bimbo.Prima di andare in tv a sparare minchiate, abbiate almeno l’umanità e la decenza di andare a informarvi per capire cosa è successo, come è morta la gente, perchè. Sono sedici persone, sedici storie, sedici vite, non sedici sprovveduti che non avevano il manuale di sopravvivenza sul comodino. Un po’ di rispetto, cazzo”.

  Quindi


Gentile Signora Comi, la prego di scusarmi se mi permetto di scriverle questa lettera, io che sono sarda e dunque ignorante.Vorrei farle sapere alcune cose, se lei che ha studiato alla Bocconi e dunque è colta, avrà la condiscendenza di leggermi fino in fondo.Vorrei dirle che la famiglia di brasiliani perduta tutta intera, madre padre e due figli, non si erano rifugiati nello scantinato per resistere alla pioggia assassina: loro in quel mini appartamento ci abitavano, ci vivevano. Io non so dove lei viva, signora Comi, certo non in un seminterrato visto che sta al Parlamento Europeo e dunque non ha bisogno di adattare una cantina ad abitazione. Vorrei farle sapere anche che il poliziotto morto ammazzato da un ponte che è crollato proprio mentre lui era in servizio e apriva la strada ad un’ambulanza che soccorreva dei feriti, nemmeno lui era un ignorante e non si era rifugiato da nessuna parte: era proprio in servizio, mi creda. Ma il ponte ha ceduto, signora Comi, e quel ponte doveva essere proprio malconcio, come quello su cui sono morti altri due “ignoranti” nel loro fuoristrada; malconcio come tanti altri che da anni attendono di essere risanati dopo le alluvioni passate, e di cui la Regione si è già dimenticata. La “nostra” Regione, signora, quella amministrata da un suo compagno di partito che ha ritenuto poco importante stanziare fondi ai Comuni sardi per opere di mitigazione del rischio da dissesto idrogeologico (che per le persone ignoranti come noi sardi significa “prevenzione”).Vorrei farle sapere che mamma e bimba morte in auto mentre tornavano a casa non si erano rifugiate in alcuno scantinato, e neppure quel padre che ha tentato inutilmente di sottrarre almeno il figlio dalla furia del fango, prima di cedere alla violenza che glielo ha strappato dal suo disperato abbraccio. E potrei continuare, signora Comi, magari potremmo sperare che chi ancora non è tornato perché l’acqua lo ha sorpreso mentre cercava di riportare a casa il bestiame (ma lei cosa ne sa, mi perdoni, di campagna di mucche di fango, di puzza di letame?) che possa ancora essere vivo, che possa tornare…Ma non voglio tediarla, a quest’ora lei già si starà domandando cosa vuole questa ignorantissima sarda che non sa che bisogna chiamarla onorevole, e continua a rivolgersi a lei col “signora”.Ma sa, signora: ciò che ha detto l’altra sera in tv non è proprio per nulla onorevole, e volevo farglielo sapere.E a dirla tutta, non è nemmeno molto da signora, deputata europea Lara Comi.
 da  la  bacheca  di facebook  dell'olbiese  Silvia  cera


 una tragedia  per  buona  parte imprevedibile nella  quantità  d'acqua    vedere   questo video    girato all'inizio del temporale , ma  non nelle  conseguenze vedere  url  sotto






infatti è vergognoso    che  la  città d'Olbia   escluso il centro storico come  dice  la  stessa Silvia Cera in questa  intervista  a servizio pubblico  del  21\11\2013
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si  sia allagata  ed  sorto quel  disastro che noi tutti  sappiamo in 10 \15 minuti

Ora  vado a nanna notte


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