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10/07/17

dal fango nasce l'amore , in bagno con i documenti , ed altre storie





 odio le  smancerie   amorose  o le  diociarazioni    di matrimonio particolari  (  anche se  ne  ho parlato  in certi  post  )  come quella  fatta  al concerto di vasco a modena
  ma  questa   ha  il sapore    de andreiano

https://www.youtube.com/watch?v=EEH7bSeSL84dai diamanti non nasce niente  dal  letame ( nascono i  fiori

http://iltirreno.gelocal.it/montecatini/cronaca/2017/07/08

Dal fango nasce l’amore e Rudy sposa la sua Gabriella

Lui di Montecatini, lei di Albinia, si incontrarono cinque anni fa durante l’alluvione di Orbetello

ORBETELLO.
Un vecchio proverbio recita: «Non tutto il male viene per nuocere». In queste poche parole è racchiusa la storia di due innamorati che nella chiesa del borgo di Polverosa (Orbetello) sono convolati a nozze.


Gabriella Santi (orbetellese) e Rudy Matossi (di Montecatini Terme)



Dopo cinque anni di fidanzamento e convivenza, hanno dunque coronato il loro sogno d’amore. Un amore sbocciato in un momento del tutto particolare per la Maremma: l’alluvione di San Martino che cambiò volto ad Albinia e alle sue campagne. Campagne in cui Gabriella è nata e cresciuta.
La sua casa, per fortuna, si trova lontana dal fiume Albegna e venne risparmiata dalla devastazione, che invece colpì chi abitava a poche centinaia di metri più in basso.Gabriella in quei giorni, come lo è anche il fratello, Massimiliano Santi, era volontaria nella Misericordia di Albinia. E proprio ad Albinia arrivò la Protezione civile regionale.
«Durante l’alluvione – racconta il fratello Massimiliano – Rudy è venuto con il camper della segreteria della Regione Toscana per valutare l’emergenza e per coordinare le squadre di soccorso che venivano mandate da tutto il territorio». In quei giorni terribili, in cui tutto si era tinto di marrone, in cui le lacrime solcavano i visi di chi aveva perso ogni suo avere, sogni e ricordi, gli occhi di due giovani si sono incontrati ed è sbocciato l’amore. Quando l’emergenza è finita, quando tutto è stato un po’ più tranquillo, Gabriella e Rudy si sono fidanzati.
Fra i due innamorati però c’era la distanza a tenerli lontani. Lei a Orbetello e lui a Montecatini. L’amore si sa, quando è vero, è più forte di tutto e non conosce ostacoli. Gabriella ha lasciato la sua famiglia e dopo due mesi dal loro incontro è andata a vivere a Montecatini. Ora vive là e lavora all’Eurospin.
Ieri pomeriggio, in quella chiesa che l’ha vista bambina fare la sua prima comunione, è arrivata una donna pronta e deterinata a pronunciare il suo sì. L’amore di Rudy e Gabriella è l’amore nato quando non te lo aspetti. Quando la disperazione regnava intorno a due giovani che in quel momento erano al servizio di chi si trovava in difficoltà.
In mezzo a tutto quel fango, in mezzo a tutta quella melma però Cupido ha colpito. Agli sposi gli auguri del fratello Massimiliano, degli altri fratelli della sposa, dei genitori e della nostra redazione.


  Mancanza  di bun senso    queste due  storie   la  prima

Mancanza di bun senso queste due storie la prima Inizialmente quando ho letto questa storia presa  da http://www.emiliaromagnamamma.it/2017/07/le-mamma-fanno-chiudere-laltalena-disabili/ (  e che   riporto sotto   )   ho avuto la stessa reazione dell'amica



 “Io e Matteo ringraziamo tutti quei cittadini che hanno fatto chiudere l’altalena così che i propri figli ‘normodotati’ possano rimanere incolumi mentre loro chiacchierano e giocano con il cellulare. O sono tranquilli tranquilli al mare poiché non hanno bisogno di aiuto o accessibilità. Noi, non vi preoccupate, andiamo a rinchiuderci a casa. Grazie. W la civiltà”. Con questo amaro messaggio su Facebook Michela Aloigi,madre di Matteo, ragazzo disabile, e presidentessa dell’associazione La giraffa a rotelle, 



ha annunciato la chiusura di un’altalena speciale installata solo pochi mesi fa (a fine 2016) nel parco urbano di Imperia e da allora criticata dai genitori di bimbi ‘normodotati’ che la ritenevano pericolosa per l’incolumità dei propri figli. Il fatto è che l’altalena per i disabili veniva, appunto, impropriamente utilizzata da tutti gli altri bambini tra il disinteresse dei genitori. Da qui il giudizio di ‘pericolosità’: mamma e papà incapaci di badare ai propri figli e di far rispettare poche e semplici regole, hanno lanciato una crociata contro l’altalena inclusiva
Nelle scorse settimane erano comparsi post su Facebook che denunciavano l’abuso: “Vorremmo segnalare la pericolosità dell’altalena per disabili – spiegava uno degli interventi – benché sia riservata solo a un determinato pubblico, il gioco viene usato abusivamente da tutti i bimbi e persino dagli adulti. Il fatto è che quest’altalena è un ammasso di ferro di notevole peso, un’arma anti bimbo.

 Chiediamo di mettere un lucchetto all’attrezzo in modo da evitare rischi per l’incolumità dei bambini, magari dando la chiave solo ai ragazzi che ne hanno diritto”. Genitori e nonni si erano lamentati anche con i media locali della situazione.
Il post di denuncia di Michela Aloigi in poche ore ha avuto centinaia di condivisioni e questa battagliera mamma ha ringraziato sempre sul social network, in vista di futuri sviluppi: “Quanta solidarietà! Un grazie a tutti e vi terrò aggiornati sperando che tutto questo appoggio faccia riaprire e cosa importantissima, rispettare, giocando tutti insieme, l’Altalena!”.




accolgo  volentieri  l'appello   della mia  utente ( preferisco il termine   utente   perchè  amici     in rete   è  ambiquo )  sempre  attiva   e sensibile

4 h


L’egoismo di alcune mamme ha portato alla chiusura di un’altalena, che rappresentava un momento di svago per Matteo e la sua famiglia.
Chiediamo a tutti di scrivere al sindaco di Imperia affinché l’altalena per i disabili venga ripristinata.
L’indirizzo mail è sindaco@comune.imperia.it
Uniamoci come abbiamo fatto per le dichiarazioni inaccettabili del sindaco di Pimonte e anche questa volta facciamoci sentire la nostra voce.
Per Matteo e per tutti i bimbi che hanno necessità di strutture apposite.
  e  prima di passare  alla  storia  successiva      vi lascio  con questa  tocccantre      poesia  di Annalisa Cardia

L'immagine può contenere: una o più persone, cielo e spazio all'aperto

Immagine del profilo di Annalisa Cardia, L'immagine può contenere: 1 persona, con sorrisoAnnalisa Cardia
28 maggio · 



Altalene

Non ci sono più 
le altalene
su cui volavamo 
spensierati.
Il tempo
ha eroso
le loro corde,
che ora ciondolano
tristemente
sospese,
sullo sfondo dell’innocenza
e il primo piano
della maturità.



 . Un fatto comprensibile  se  ci mettiamo dalla parte del proprietario \  i dell'esercizio pubblicpo , ma  che dimnostra  come  il buon senso  stia sempre  vedendo meno    


Padova, in bagno al bar solo con i documenti
Succede nel locale del capolinea del tram alla Guizza: polemica sulla decisione del gestore
di Felice Paduano





PADOVA. 
Può un bagno di un locale pubblico essere gestito dal titolare come se fosse un luogo privato? Se una persona ha bisogno di utilizzare la toilette può usare i servizi igienici di un locale pubblico gratis o deve consumare ?

La questione è ampiamente dibattuta e non stupisce più dover chiedere la chiave, consumare, oppure addirittura pagare un obolo per poter usare il bagno. Diverso è dover mostrare i documenti. Sia perché i baristi non sono pubblici ufficiali, sia perché non c’è alcuna ragionevolezza, come se chi ha documenti in tasca usa il bagno senza sporcare o distruggere quello che c’è. Eppure a Padova accade anche questo.
«Per le chiavi del bagno chiedere in bar, muniti di un documento», si legge infatti sulla porta del bagno del locale situato al capolinea sud del tram, alla Guizza. Il cartello scritto dal gestore è posizionato sulla porta della stanza che si trova nel corridoio interno dell’esercizio pubblico a sette metri dall’ingresso del bar.Da circa due anni il titolare è Arturo Scattolin, uno dei più noti baristi della città, che, in via Aspetti 258, praticamente davanti al Bingo, all’Arcella, gestisce anche il locale pubblico Sottovento. Il bar in questione, in questo periodo, è aperto, dal lunedì al sabato, dalle 6.30 alle 19 e vi lavorano due ragazze (una al mattino e l’altra al pomeriggio), sono sempre gentili e garbate con tutti i clienti. Il bar funziona anche come rivendita dei biglietti per il tram e i bus urbani e suburbani di BusItalia ed è di proprietà di Aps Holding spa sin da quando sono stati costruiti, undici anni fa, gli uffici e il deposito dei tram. In pratica il gestore lo ha avuto in concessione dalla società partecipata del Comune di Padova, a cui paga l’affitto ogni mese. Ma è lecito pretendere la carta d’identità, il passaporto o, in alternativa per gli stranieri, il permesso di soggiorno per poter utilizzare la toilette ?
«Secondo me è l’unico locale pubblico del Veneto dove ci vuole la carta d’identità per fare pipì» sottolinea Gabriele, un giovane, originario di Crotone che prende spesso il tram al capolinea sud. «Una cosa del genere è inaudita. Mi meraviglio come mai, sino a oggi, nessuno si sia ribellato». Del tutto diversa la versione fornita dai tanti autisti che vanno a bere il caffè da Scattolin. «Il gestore ha fatto bene» rispondono in coro.
«Ci sono troppi tossicodipendenti che vanno a drogarsi dentro i bagni dei bar e, poi, ci risulta che il barista sia arrivato a tale scelta perché più di un cliente si sia portato la chiave del bagno a casa». Sulla toilette utilizzabile solo con un documento anagrafico in mano si esprime volentieri anche il direttore dell’Appe. «A prima vista mi sembra veramente molto strana la decisione del barista» osserva Filippo Segato, «capisco che se più di un cliente si è tenuto la chiave è giusto correre ai ripari. D’altronde la decisione si inquadra all’interno del dibattito spesso vivace sui bagni nei locali pubblici.
Ci sono diversi gestori che sostengono che le toilette dei bar non sono pubbliche. Altri che per il loro uso fanno pagare 0,50 centesimi o addirittura un euro. Altri lo riservano ai soli clienti con un codice a barra scritto sullo scontrino. Come sempre tuttavia, serve buon senso».



ma  concludiamo in bellezza  con una storia  ,  forse  un po' esagerato come  esempio , ma la libertà è anche questa presa  da  http://iltirreno.gelocal.it/pisa/cronaca/2017/07/08/

Dà l’addio al posto fisso in Comune: «Sarò una blogger a tempo pieno»  

La storia di Silvia Ceriegi e dello straordinario successo del suo sito Trippando. In una lettera ai figli spiega la decisione di licenziarsi. «Mi metto in gioco per potervi insegnare cos’è la vera libertà»

Neanche un posto fisso può fermare un sogno. Soprattutto se in gioco ci sono passioni e una cultura cosmopolita rimasta imprigionata per tanti anni nelle quattro mura di un ufficio del Comune di Vecchiano.


 Non c’è stipendio che possa reggere se in gioco c’è la libertà. O meglio, la sensazione di sentirsi libera dalla gabbia della burocrazia. Da quelle quattro mura, una scrivania e un computer che per tanti è l’aspirazione di una vita, ma che per Silvia Ceriegi, classe 1979, un marito e due figli, si sono trasformate in una sorta di prigione in cui il tempo ha fossilizzato le aspirazioni di una donna che ha intrapreso un viaggio intorno al mondo dispensando consigli e recensioni e diventando una delle più seguite e apprezzate travel blogger d’Italia e del mondo.
Impiegata all’ufficio ambiente del Comune di Vecchiano, ha rinunciato al posto fisso statale. Un’utopia per tanti, una speranza per molti, una sorta di oppressione per Ceriegi che a fine giugno ha presentato le dimissioni dall’incarico, diventante effettive ieri, per trasformare le sue passioni, la scrittura e i viaggi, nel suo lavoro. Sei anni fa ha aperto quello che in poco tempo è diventata la Bibbia dei viaggiatori. Trippando.it incassa una media di 130.000 utenti unici al mese. Un carico di passione e visitatori che l’hanno spinta a lasciare dopo otto anni uno stipendio sicuro e la certezza del futuro.
«Sarò considerata una pazza – sottolinea – ma ho preferito la libertà ai soldi “pochi, maledetti e subito”. La verità è che per lavorare in determinati ambienti, dove i giovani sono già vecchi, occorre il giusto carattere».
Laureata in chimica industriale, approda al Comune di Vecchiano vincendo un concorso per il settore ambiente, dove pian piano le sue ambizioni sono state travolte dalla burocrazia e dalla staticità di un lavoro che ha fatto maturare in lei la sfida di abbandonarlo, comunicata ai figli con una lunga lettera pubblicata sul suo blog.
«Questa scelta l’ho fatta per seguire le mie ambizioni e le mie aspirazioni – scrive Ceriegi rivolgendosi ai figli –. Mi sono laureata in chimica industriale e ho iniziato a cercare un lavoro. Erano i tempi degli stage a 500 euro. Ne ho fatti due; sono finita a Milano. Poi ho conosciuto il vostro babbo. Tra un lavoro incerto ed il sogno di un grande amore, non ho avuto dubbi: dopo due mesi di storia a distanza mi sono licenziata per tornare a casa e mi sono rimboccata le maniche. Poi la Piaggio, il lavoro che più ho amato, l’unico anno e mezzo in cui ho messo in pratica quello per cui avevo studiato. Ma non c’era posto per me. E allora altro giro, altra corsa. Nel frattempo ho rifiutato un colloquio alla Ferrari. Sì, a Maranello: per loro la mia esperienza alla Piaggio era motivo di chiamata, ma non sono andata. Se mi avessero preso non avrei potuto dir di no. Non avrei però potuto separarmi di nuovo dal vostro babbo. Allora, meglio non andare nemmeno a fare il colloquio. Dopo è capitato quello che pensavo fosse il colpo della mia vita – prosegue la blogger –: concorso in Comune, il mio Comune. Terza classificata. Non credevo ai miei occhi: assunta a tempo indeterminato. Dopo undici mesi sono convolata a nozze. Se mi fossi accontentata a questo punto sarebbe bastato un “e vissero felici e contenti”. Non credevo però fosse così difficile adeguarsi alla burocrazia. A me non è riuscito– conclude Ceriegi –. Questa mamma vuole mettersi in gioco ogni giorno per meritare il vostro rispetto e per essere degna di potervi insegnare la libertà: la libertà di scegliere la vostra strada, pur sapendo che quella più facile sarebbe stata un’altra».
Infatti  ella  rispèosnde  cosi  sul   su  facebook  a  chi si  meraviglia

Anita Iaconangelo In tanti paesi nel mondo e' normale lasciare un posto fisso per diventare imprenditrice. Perche' questo fa notizia in Italia?
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5
Ieri alle 11:53
Silvia Ceriegi È strana l' Italia. Sembra che se riesci a vincere un concorso pubblico tu debba baciare dove cammini ed accontentarti...
Agnieszka Stokowiecka Perché in Italia gli imprenditori spesso guadagnano meno dei dipendenti.
Mariacristina Serboni E pagano più tasse...
Rispondi6 h





19/06/17

dopo il caso facci mi chiedo a che serve l'ordine dei giornalisti se usa due pesi e due misure vedi il caso facci .






Cominciamo col dire che questa vicenda di Filippo Facci parte da un paradosso: l'Organismo di rappresentanza del GIORNALISMO italiano si è preso la "libertà" di CENSURARE il LIBERO PENSIERO DI UN GIORNALISTA!. Il Sig. Facci che io non conosco personalmente, né tanto meno seguo,ed i cui articoli ed intervernti sono lontani anni luce dal mio pensiero e lo classifico come un seminatore d'odioo rappresenta la prova provata che in Italia la libertà di stampa sia, nella sua piena espressione, pari o quanto meno molto vicina allo ZERO. E sì che una buona fetta di, "ben pensanti", opinionisti di questo disastrato Paese potrebbe, prontamente, ribattere che la sospensione è giusta perché dopo tutto un attacco così esplicito alla corrente religiosa più controversa degli ultimi anni potrebbe rappresentare, specie in questo periodo storico, finanche un pericolo cui si espone la carta stampata italiana e l'Italia tutta !!!.
<< Ma questa "obiezione" >> come dice Franco Rossi in questo post << facilmente può essere, ampiamente, superata nella misura in cui si ricorda, anzitutto, che l'Italia è un Paese che purtroppo come molti è culturalmente esposta all'odio di "seguaci " di altre religioni (e in questo Facci non ha colpa in second'ordine, nel caso in cui la suddetta logica non trovasse concordi molti lettori del mio pensiero, potrebbe aggiungersi che la nostra Costituzione all'art. 21 riconosce uno dei diritti più importanti e vitali della nostra società ... "manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione". E siccome al primo comma, ricordiamolo, questo diritto viene altresì riconosciuto a TUTTI (e Filippo Facci fa parte dei TUTTI), è evidente come i provvedimenti attuati contro il giornalista altro non sono che una censura bella e buona e costituzionalmente al limite della correttezza ... ci sono giornalisti o pseudo tali sia sul web che in cartaceo che scrivevano e scrivono cose peggiori e più pesanti di lui bastava una denuncia alla magistratura al massimo ed un richiamo dell'ormai inutile ordione dei giornalisti [ corsivo mio ] "La stampa non può essere soggetta a limitazioni o censure" recita il summenzionato articolo 21 della Carta fondamentale del nostro Paese e il fatto stesso che questo disposto normativo sia stato "violato" dal Consiglio dell'Ordine dei Giornalisti... beh si commenta da solo! Ci sarebbe da ridere, stante l'autore della censura, se non fosse altrettanto doveroso esternare un senso di profonda tristezza per la qualità (a dire la verità non sempre eccelsa) e i modi in cui il giornalismo viene esercitato in questo Paese... Oggi la censura e la sospensione dalla professione, rispetto a chi LIBERAMENTE ESPRIME UNA PROPRIA OPINIONE, sono diventate le armi "non mortali" rispetto alle quali il lavoro di una persona, che ha scelto di intraprendere la carriera giornalistica, viene non solo messo in dubbio ma finanche stroncato... Non c'è da sorprendersi, pertanto, che nelle classifiche stilate annualmente, aventi ad oggetto l'effettiva qualità della libertà di stampa, l'Italia risulti costantemente fanalino di coda... posizione, questa, non solo meritata ma giustificata da sensazionalistiche prese di posizioni come queste che hanno riguardato il professionista Facci. >>
La mia opinione rispetto alla vicenda è la seguente: Nell'articolo in oggetto quanto espresso dal Dott. Facci può non trovare d'accordo una o più persone che possono pensarla diversamente da lui (e io sono tra questi)... ma il suo pensiero E' SUO e va RISPETTATO ANCHE NELLA CRITICA posto che la libertà di pensiero è un valore che OGNI INDIVIDUO ha il diritto di sviluppare, accrescere durante tutto il corso della sua vita e perdere solo al momento in cui conclude la sua vita terrena... Questa dovrebbe, grosso modo, essere l'impostazione di una nazione qual è la nostra che, dal 1947, si professa LIBERA, DEMOCRATICA e COSTITUZIONALMENTE ORIENTATA! Ciò vuol dire che, solo laddove un libero pensiero possa essere foriero di un pericolo pubblico ovvero possa essere sovversivo di quello che è il nostro sistema costituzionale, questo dovrebbe essere "CENSURATO" e OSTEGGIATO.... (sicché non si comprende il perché Filippo Facci sia stato in tal senso sospeso). Concludo il mio pensiero puntualizzando che la decisione di sospensione è provvedimento di cui si prende atto dal di fuori e che si rispetta sempre posto che è stato attuato da un giudice; ciò nonostante "l'affaire Facci" rappresenta spunto di riflessione, ulteriore, sull'effettivo valore di quella che in Italia chiamiamo ancora "Libertà di stampa", alle volte riempiendo a vuoto la bocca, posto che la stampa, non sempre ma sovente, assume connotati che potrebbero "apparire" quasi precostituiti da coloro i quali decidono, alla fine, cosa sia corretto o meno pubblicare e leggere sui mezzi di informazione. Appare finanche ridondante, pertanto, sottolineare quanto questa vicenda soprattutto perché legata ad un contesto, quello giornalistico, caratterizzato da una liberà quasi SACRALE, assuma i contorni di un grottesco paradosso attuato a spese di un giornalista i cui contenuti possono anche criticarsi (libertà di pensiero e d'insulto 😀😇) ma non dovrebbero, per gli stessi motivi, censurarsi... Concludo questa mia lunga (mi rendo conto) apologia della STAMPA LIBERA (oltre che del CITTADINO FACCI) citando un'aforisma che a chiosa del mio pensiero su questa vicenda rende, al meglio, la mia presa di posizione.... "Non sono d'accordo con quello che dici ma darei la vita perché tu lo possa dire" ( Evelyn Beatrice Hall).

rirtornando   , dopo  questa  divagazione  , l tema del post   , mi  chiedo   come 

Daniele Capezzone9 hIl tema non è se Filippo Facci abbia ragione o no, se le sue opinioni siano condivisibili o condivise (da me, per quel che vale, sì, nel caso specifico). Il tema è che il free speech è l'essenza stessa di una democrazia, di una società che voglia in qualche modo aspirare ad essere libera. Il fatto che un piccolo politburo detto "Ordine dei giornalisti" (non a caso, esiste quasi solo in Italia...) pensi di potersi trasformare in luogo di censura, di vaglio delle opinioni "ammissibili" e di quelle "inammissibili", suggerisce un solo rimedio (einaudiano, peraltro): abolire quel catafalco burocratico.





Mentana e battista e concludo facendo mio questo articolo de il fatto quotidiano 
[----] 
E’ sicuro, invece, che non sarà la penosa sanzione che gli vieta di scrivere sui giornali a rendere più credibile la funzione, la necessità e l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti. Si potrebbe dire anche la convenienza: nel senso che se fa ridere, come in questo caso, la categoria – che già fa di tutto per perdere autorevolezza, tutti i giorni – perde un altro po’ di reputazione. Prima di farla finire in burletta, forse è il caso di farla finita un po’ prima.I fatti per chi non li conoscesse sono che Facci, appunto, su Libero un anno fa ha scritto un pezzo col titolo Perché l’Islam mi sta sul gozzo. Ciascuno può leggerlo – basta una ricerca veloce – e mettere in fila le cose giuste e le cose sbagliate, spegnere il computer a riga 5, incorniciarlo, farci un aeroplanino, stamparlo in ciclostile e venderlo agli angoli delle strade, mandare Facci a spigare o a scalare montagne (che è l’altra dote, dopo la melomania). A quel punto, dopo cioè aver letto il pezzo, in un Paese dove ancora esistono la Costituzione e il codice penale si decide solo se la libertà d’espressione ha leso l’onorabilità di qualcuno oppure no. Invece è andata che una collega ha mandato un esposto all’Ordine dei giornalisti della Lombardia e l’Ordine attraverso il giudice estensore – che poi è un avvocato – ha sospeso Facci dalla professione e dallo stipendio per due mesi, che se dio vuole è il minimo della pena. La sentenza è appellabile, ma se diventasse definitiva Facci non potrà scrivere. Sarà l’unico in Italia a non avere quel diritto perché sui giornali tutti i giorni ci scrivono più o meno cani e porci: giornalisti, politici, professionisti di ogni tipo e anche i cittadini sottoforma di lettori, con le loro lettere.E’ difficile sorprendersi oggi dell’esistenza della sanzione perché in teoria ogni iscritto all’albo dovrebbe sapere a memoria che esiste. Il 98 per cento dei giornalisti* conosce l’Ordine infatti per due cose: il bollettino da pagare da cento e rotti euro (inevitabile come la morte e le tasse) e l’esame per il quale si studiano a memoria risposte che si dimenticano mezz’ora dopo averlo sostenuto. Tra queste, appunto, le sanzioni dell’Ordine (* per la cronaca, il restante due per cento a cui frega dell’Ordine è rappresentato da chi ne fa parte).Ma la sorpresa (che poi è disorientamento) non è in realtà sul tipo di sanzione, che esiste e vabbè, bensì sulla sua ragione. La sospensione avviene, infatti, “nei casi di compromissione della dignitàprofessionale”. Un giornalista si fa corrompere per scrivere certe cose invece di certe altre e in effetti la dignità della professione è lesa. Un giornalista fa le marchette e la dignità è lesa. Un giornalista ruba l’offertorio a San Giuseppe, eccetera.Ma se un giornalista scrive cosa pensa, come fa a essere lesa la professione? Se quello che pensa e che scrive fa schifo, lo decide l’Ordine dei giornalisti? Se un giornalista non può dire cosa pensa, cos’altro deve fare? Deve andare al bar, a pescare, giocare a bridge? Oppure per dire cosa pensa, deve cambiare lavoro? O ancora, per fare questo lavoro deve scrivere solo l’opinione che va bene all’Ordine dei giornalisti?La categoria – che ha una montagna di difetti alta così – vanta già una schiera folta di chi vorrebbe che non si scrivesse questa o quella cosa o che si scrivesse solo ciò che sta bene a questo e a quello, nel modo che sta bene a questo e a quello. Al primo posto ci sono i politici: in passato sotto accusa è stato Berlusconidi recente si sono allineati Renzi e Grillo, che hanno forse aggravato la situazione perché hanno trasformato parte dei loro sostenitori in tifosi che vedono il mondo solo con un colore, il loro. Poi ci sono le religioni e i loro credenti: il Vaticano ha processato due giornalisti italiani perché avevano fatto il loro mestiere. Perfino gli allenatori di calcio arrivano a togliere la possibilità di una domanda ai giornalisti che non gli vanno a genio. Ecco, aggiungere l’Ordine dei giornalisti – quello che dovrebbe difenderli, i giornalisti – potrebbe assumere i contorni del grottesco.In un posto in cui si dovrebbe dare per fatto che la democrazia e la libertà sono ormai solide, non si può avere la fobia di un pezzo così fatto, alla Facci. Un anticorpo – si vuole sperare – esiste di sicuro. Sì, l’Ordine deve far valere le sue Carte dei doveri che dicono che trasmettere messaggi discriminatori non va bene. Tuttavia quel pezzo aveva un linguaggio molto duro, offensivo, irrispettoso, eccessivo ma non aveva niente di razzista: difendeva un concetto di libertà che Facci sente costretto e minacciato da un certo modo di vivere l’Islam, peraltro non sempre smentito.Facci aveva torto o ragione. Ma contro quel pezzo se ne potevano e se ne possono scrivere altri cento in cui si sostiene il contrario e perfino con gli stessi toni. Facci deve essere libero di scrivere cosa vuole perché libero deve sentirsi chi vuole rispondergli e chi in generale – a prescindere dai cento e rotti euro e dall’esame dimenticato un minuto dopo – fa il proprio lavoro.Dice: ma se non fa cose di questo genere, l’Ordine dei giornalisti a cosa serve? Appunto: a cosa serve?










ma darei la vita perché tu lo possa dire" ( Evelyn Beatrice Hall).

05/05/17

radici , solidarietà, sacrificio , libertà , autostop , crisi econimica , compro oro , degrado sociale, sacrifici

leggi  anche  


Due sorelle e un dono alla città in nome dell’amore dei genitori 
Brunella e Fiorenza sono tornate dal Texas a Empoli per aiutare il comitato di Santa Maria a restaurare la colonna leopoldina dove si conobbero i loro genitori nel 1945

di Marco Sabia


Da sinistra Fiorenza e Brunella Bruni con Piero Bartalucci, Franco Arrighi, Alberto Michelucci e Piero Meacci del comitato

EMPOLI. La colonna dell’amore. Quella dove si erano conosciuti i loro genitori – lei giovane ragazza di Santa Maria, lui soldato americano – il 13 luglio 1945. Anna Maria Tafi ed Edward Raymond Bruni si sposarono, volarono in America e dalla loro unione nacquero due bambine: Fiorenza e Brunella. Bambine che oggi sono diventate donne e che – sabato scorso – sono tornate a Santa Maria, dove hanno donato 500 euro a testa al locale comitato che sta lavorando per reperire i fondi che servono al restauro della colonna leopoldina, che a Santa Maria è un’istituzione, attorno alla quale ha ruotato la vita sociale di intere generazioni.
Una storia incredibile, perché Fiorenza e Brunella Bruni (il padre era italoamericano, figlio di emigrati) vivono a San Antonio, Texas. Empoli, una città di 48.000 abitanti e San Antonio, una metropoli texana di un milione e trecentomila persone, distanti 9.000 chilometri. Servono sedici ore di volo per arrivare dal Texas alla Toscana, c’è da sorvolare un oceano. Eppure Fiorenza e Brunella, che sabato erano in Italia per un viaggio, lasciano il proprio gruppo e da Padova partono alla volta di Empoli in taxi, per incontrare gli amici di Santa Maria. Ad accoglierne una cinquantina di persone: familiari, lontani parenti ma anche semplici curiosi.
Le due donne hanno donato 500 euro a testa, per un totale di 1000 euro. Soldi che si vanno ad aggiungere a quelli già raccolti per il restauro della colonna. Alle due sorelle è stato regalato un attestato riproducente la colonna leopoldina in un acquarello del pittore Andrea Meini. Ma questo è soltanto il lieto fine di una storia che non ha precedenti. Fiorenza, che ha studiato lingua e letteratura italiana in America e all’università di Firenze, navigando su Facebook scopre l’esistenza del gruppo virtuale creato dal comitato per il restauro della colonna. Così richiede di iscriversi: quando alla controparte empolese – tra cui Piero Bartalucci della casa del popolo – arriva questa richiesta dal Texas, cominciano i primi interrogativi, perché sinceramente Empoli con San Antonio ha poco da spartire.
La voce si diffonde nel quartiere e qualche anziano tira fuori la storia di Anna Maria Tafi, che ai tempi della guerra si era innamorata di un soldato yankee e l’aveva sposato, andando a vivere al di là dell’oceano. Così gli empolesi fanno entrare Fiorenza nel gruppo ed inizia un lungo scambio “epistolare” con le chat dei social network. Perché le sorelle Bruni vogliono ritornare in Italia, anche in virtù del fatto che nelle foto messe su Facebook dal comitato hanno praticamente riconosciuto la casa della madre, dettagli compresi. «Ad un certo punto – racconta Piero Bartalucci del comitato – Fiorenza ci disse che volevano tornare in Italia e dare un contributo per la colonna. Perché la loro madre era proprio vicino a quella colonna quando passarono i soldati americani di pattuglia. E poi c’era da onorare la memoria dello zio Umberto, personaggio molto noto a Santa Maria, nonché frequentatore del circolo. Così ci siamo organizzati, abbiamo preparato un comitato di accoglienza per dare loro il giusto benvenuto e dopo siamo andati a mangiare tutti assieme. Siamo molto felici e contenti di quello che è successo, oltre che del contributo, che è uno dei più cospicui che abbiamo ricevuto».
Bartalucci ha poi spiegato che il comitato è sulla buona strada per raggiungere la somma che serve per l’opera di restauro, pari a circa 18. 000 euro: «Abbiamo già raccolto circa 4.000 euro, poi ne arriveranno altri di realtà importanti, senza contare quelli che ricaveremo dagli eventi che stiamo continuando ad organizzare. Penso che a giugno – con la cena santamariese – potremo raggiungere il traguardo». Un obiettivo raggiunto grazie alla collaborazione fra Peppone (la casa del popolo) e don Camillo (il consiglio parrocchiale), per ridare l’antico splendore alla colonna leopoldina, una delle 16 tuttora presenti in Toscana. Si tratta di costruzioni volute da Leopoldo II di Lorena, realizzate nella prima metà dell'Ottocento con funzione di orientamento stradale.


da                        http://iltirreno.gelocal.it/piombino/cronaca/2017/05/02/news/

54-chili-in-meno-in-10-mesi-ecco-anna-l-ex-cicciona-1.15281205
Perde 54 chili in dieci mesi. La storia di Anna: "Ora sono una donna realizzata"
San Vincenzo: Dalla taglia 60 alla 44. La vita di Anna Bellinoha combattuto fin da piccola con il suo aspetto fisico e le cattiverie dei bambini. Poi l’operazione: «Piansi quando comprai il primo vestito "normale"»

di Maria Antonietta Schiavina



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SAN VINCENZO è sempre stata una questione di chili. E oggi, grazie a un intervento di riduzione dello stomaco a cui si è sottoposta con ottimi risultati un anno fa, confessa di sentirsi finalmente una donna realizzata. In grado di poter indossare un abito, senza l’obbligo della confezione su misura e di mangiare una fetta di pizza senza sentirsi in colpa perché quella fetta che per chiunque è una semplice golosità, per lei si trasforma in un acerrimo nemico.Trentanove anni, nata a Campiglia, Anna è felicemente sposata ma non ha figli perché, pur desiderandoli moltissimo, da obesa non ha potuto permettersi una gravidanza, «ma neanche un bambino piccolo a cui badare». Da qualche anno abita a San Vincenzo, dove insieme al marito, cuoco in un ristorante sul mare, gestisce un’edicola. Ma instancabile e versatile, alla faccia del sovrappeso, che la vorrebbe apatica e immobile, nei periodi di maggior flusso turistico, lavora anche alla reception di due strutture alberghiere (Poggio Rosso e La Bandita), «dove il mio aspetto non è mai stato un limite, così come non lo è mai stato nella vita sociale».



Miss Islanda lascia concorso bellezza: "Mi hanno chiesto di dimagrire, me ne vado"
Arna dice basta. Per "l'orgoglio dell'Islanda e di tutte le donne del mondo" abbandona il Miss Grand International, uno dei più prestigiosi concorsi di bellezza al mondo, dopo aver ricevuto pressioni per dimagrire. La bella Miss Islanda 2015 Arna Ýr Jónsdóttir, 20 anni, sostiene infatti di essere stata invitata dagli organizzatori della gara a perdere peso prima del concorso, "a smettere di fare colazione, mangiare solo insalata per pranzo e bere acqua tutte le sere fino a quando ci sarà la gara". Per lei, che ora ha deciso di dire addio ai concorsi di bellezza, è un insulto e per questo "me ne vado con orgoglio". Gli organizzatori sostengono si sia trattato di un equivoco, una incomprensione dovuta alla lingua, ma la splendida Miss nega: "Nessun incomprensione, anche se si sono scusati. Me ne vado da vincitrice"(a cura di Giacomo Talignani)


I chili in più dinque non le hanno impedito di vivere, muoversi, fare progetti. «Ma rappresentavano ugualmente un mio cruccio e liberarmene è stato un regalo che mi volevo fare. Una vittoria di cui vado fiera e che devo soprattutto a me stessa. La prima volta che ho potuto indossare un abito acquistato in un negozio, senza dover ricorrere al solito capo confezionato su misura, mi sono messa a piangere», ricorda raccontando il suo passato di obesa, un’infanzia che ha avuto come filo conduttore tante diete, la consapevolezza di essere diversa, anche se, un forte carattere, l’ha sempre aiutata a superare gli ostacoli.

Quando è incominciata la vita di Anna in lotta con i chili in più? 
«Prestissimo, perché a tre anni ero già la cosiddetta bambina cicciottella».
Mangiava molto o ingrassava pur restando a dieta?
«Sono sempre stata una buona forchetta. Ma non era quello il problema. Siamo in tre fratelli e io sono la più piccola. Mamma ha sempre cucinato bene, i miei fratelli mangiavano come me e io ingrassavo. Continuavano a mettermi a dieta, non mi opponevo e riuscivo a ottenere buoni risultati. Ma non appena raggiungevo un obiettivo mi davano il mantenimento dieta, un chilo alla settimana riprendevo peso.
Nella sua famiglia c'erano persone in sovrappeso?
«Qualcuno in sovrappeso sì, ma obesi mai. Mamma è ingrassata ora che non è più giovane e ho due cugine robuste, ma in famiglia ci sono anche persone magre. La mia poi è una malattia autoimmune. L’hanno scoperto ora, dopo anni di analisi, tentativi, battaglie: il metabolismo è bloccato, il pancreas produce insulina e appena mangio un po’di più ingrasso».
Ha consultato molti specialisti per tentare di dimagrire? 
«Dietologi, endocrinologi, nutrizionisti, mi sono sottoposta anche alla dieta del sondino: cinque cicli, senza alcun risultato. A Montefiascone. C’è un centro adatto a questo genere di trattamento. Mi mettevano un sondino naso gastrico attraverso il quale mi nutrivo e per dieci giorni non toccavo cibo. L’ho fatto per cinque volte in 4 mesi. L’ultima stavo andando fuori di testa: il sondino era collegato a una macchinetta che faceva un rumore bestiale. Bii bii biiii, 24 ore su 24».
Risultati?
«Buoni, ma non definitivi. Ho perso 30 chili, ripresi poi tutti in un anno e mezzo. Così sono andata a Milano da un chirurgo che, appena ha saputo la mia storia ha deciso di operarmi».



Smartphone, le app che aiutano a perdere peso
Per dimagrire ci vuole una alimentazione sana e bisogna fare sport. Lo sappiamo tutti fin troppo bene, ma ora per avere successo nella dieta si possono usare tante app che aiutano a non sgarrare, a seguire un regime alimentare controllato e consumare calorie. Uno studio americano del Georgia Technology Institute ha dimostrato infatti una maggiore percentuale di perdita di peso nelle persone che si aiutano con gli smartphone per rimanere in forma. Il successo nel dimagrimento per chi usa la tecnologia come personal trainer è fino a quattro volte superiore: dalle community per sostenersi e incoraggiarsi a vicenda alle che aiutano con il conteggio delle calorie, fino a quelle per cucinare light senza rinunciare al gusto e tabelle per il calcolo della massa grassa

Quanto le ha condizionato la vita il sovrappeso? 
«Abbastanza. Fortunatamente, ho sempre avuto un buon carattere, tanti amici e nessun problema di relazione. Sono arrivata fino a 158 chili per un metro e 64 di altezza, ma nonostante questo andavo a scuola di ballo, esibendomi davanti al pubblico, grazie a un insegnante che mi spronava perché credeva in me, ma anche alla mia voglia di essere come gli altri».
La consapevolezza di avere un corpo ingombrante a che punto della sua vita si è manifestata? 
«Fin da bambina perché i bambini sono cattivi, non tanto perché lo fanno di proposito, ma perché dicono ciò che pensano. Inoltre capivo benissimo di essere diversa dagli altri: tutti andavano a comprarsi il vestitino alla moda, mentre a me lo cuciva la sarta».
Ha avuto più problemi con le compagne o con i compagni? 
«Con le donne, da bambina e da adulta. Gli uomini mi hanno sempre protetto e sono stati i miei migliori amici. Forse perché, nonostante tutto, mi vedono forte».
A chi deve la sua forza?
«Ai miei genitori che non mi hanno mai contrastato: se volevo fare la dieta mi aiutavano, in caso contrario mi lasciavano libera di decidere, senza farmi pesare la mia obesità o farmela sentire come una cosa di cui avrei dovuto vergognarmi».
Nel lavoro ha trovato ostacoli per i chili in più? 
«Per niente. Dopo il diploma in ragioneria mi hanno assunto alla “Tirrenia carni”di San Vincenzo, un’azienda di soli uomini, che mi hanno sempre rispettato e trattato come una principessa. E tuttora dai colleghi, con cui sono stata undici anni, vengo accolta con grande affetto».
Che rapporto ha avuto fino a oggi con lo specchio?
«Sincero, spesso spietato. Ero carina ma grassa. Inutile girarci intorno».
Lei è felicemente sposata con un uomo normopeso. Prova che i suoi chili non le hanno impedito di trovare l’amore. 
«La persona che ho accanto – con cui prima di fidanzarmi e sposarmi ero solo amica – mi ha sempre sostenuto, non mi ha mai chiesto di dimagrire e per l’operazione mi ha dato tutto il suo appoggio. Così come me lo ha dato la sua famiglia».




Sei consigli per dimagrire usando il cervello
Il libro "Il cervello affamato", di Stephan J. Guyenet, spiega a chi vuole correggere la propria alimentazione come riconoscere i falsi stimoli del cervello e imparare a controllare la fame nervosa. Ecco sei semplici consigli per dimagrire pensando concentrandosi sul nostro cervello e non sulla bilancia.

Quando ha deciso di sottoporsi all’intervento?
«Nel momento in cui ho visto che dopo tutti i sacrifici non riuscivo a mantenermi su un peso normale e che in altri modi non avrei risolto il mio problema».
Come hanno reagito i suoi genitori? 
«Mi hanno lasciato libera come sempre di decidere, standomi accanto in ogni momento, anche nei giorni di ospedale».
Perché è andata fino a Milano e non si è operata a Pisa, dove c’è un centro super specializzato in fatto di obesità? 
«Per una questione di tempi. A Pisa c’era una lunga lista di attesa e io volevo essere pronta prima della stagione turistica, per tornare a lavorare da magra. In ogni caso l’equipe che mi ha operato, quella del dottor Giuseppe Faillace, è collegata a quella di Pisa e gli interventi praticati sono gli stessi».
Non ha avuto paura?
«No. Ero tranquilla ed è andato tutto bene. Gli stessi medici non pensavano di raggiungere certi risultati e mi hanno detto che a obiettivi del genere vorrebbero arrivarci con tutti i pazienti. Avrei dovuto perdere un media del 40 % di peso (38 chili) in un anno e mezzo e invece ne ho persi 54 in dieci mesi. In più non ho avuto nessuna reazione negativa, forse perché, obesità a parte, la mia salute era buona e le mie analisi perfette o forse solo perché sono stata semplicemente molto fortunata».
Oggi tiene ancora le foto della Anna cicciona o le ha buttate? 
«Di foto ne ho una sola, non ho mai amato farmi riprendere. Ogni tanto la guardo e mi vedo ancora così, mi immagino sempre grassa. Forse perché non ho ancora preso consapevolezza con il mio corpo. Ma piano piano ci riuscirò, così come riuscirò a volermi più bene e a pensare finalmente un po’a me stessa. Anche se resterò la Anna di sempre, quella che in tanti amavano nonostante i chili di troppo».


Party in spiaggia per i ragazzi arrivati in autostop  

Dopo la gara d’autostop lunga oltre 1500 chilometri dalla Polonia sud-occidentale sino a Comacchio, i mille partecipanti alla singolare sfida partita da Poznan hanno vita ad una festa scatenata sulla spiaggia del Florenz



Dopo l'autostop, la festa in spiaggia a Lido ScacchiNonostante la temperatura non propriamente estiva i ragazzi polacchi protagonisti della gara di autostop da Poznan a Lido Scacchi hanno dato vita a un party sulla spiagga del Florenz LEGGI L'ARTICOLO

LIDO SCACCHI. Una gara d’autostop lunga oltre 1500 chilometri dalla Polonia sud-occidentale sino a Comacchio. I mille partecipanti alla singolare sfida partita da Poznan con traguardo l’Holiday Village Florenz del Lido degli Scacchi, sono ormai quasi tutti arrivati.




In mille dalla Polonia a Comacchio in autostopIl racconto di alcuni dei mille ragazzi arrivati sulla costa da Poznan: chi ha avuto qualche problema, anche con le forze dell'ordine, ma anche chi ha trovato un passaggio direttamente qui da chi non doveva nemmeno passare per Lido Scacchi LEGGI L'ARTICOLO

Olga e la sorella Maria, entrambe studentesse poco più che ventenni, con tre soli autostop e circa dieci ore di viaggio hanno sbaragliato sabato tutti gli avversari, aggiudicandosi la nona edizione dell’evento. «Mission Completed!», hanno esultato le due giovanissime autostoppiste.




Intanto martedì i giovani polacchi, tutti di età compresa tra i 20 e i 30 anni, si sono concessi un maxi party in riva al mare, nella struttura ricettiva della famiglia Vitali.«Ogni giorno organizziamo iniziative per i ragazzi, tipo una caccia al tesoro, giochi sportivi, concerti, party in spiaggia - spiega l'organizzatrice - Anna Kaczmarek- ma la gran parte dei nostri autostoppisti ha voglia di visitare la città da soli o in piccoli gruppi organizzati. Ogni anno la gara permette a chi partecipa di scoprire un territorio e quest'anno abbiamo scelto Comacchio. Ognuno tornerà a casa e parlerà della magia e della bellezza che ha trovato qui».

Cuorgnè. Loculi e tombe in vendita dai cittadini al Comune 

Acquistati a suo tempo da privati che ora intendono rinunciarvi Potrebbero esserci dei motivi economici. Verranno pagati in base all’utilizzo


CUORGNÈ. Con il mercato dell’edilizia praticamente immobile a causa della recessione e la drastica riduzione degli oneri di urbanizzazione, le concessioni cimiteriali costituiscono una delle voci più rappresentative di entrata per le casse comunali.Che sia o meno da leggere come un’inversione di tendenza riconducibile al critico momento di congiuntura economica che stiamo attraversando, un segnale che va nella direzione opposta arriva, però, da Cuorgnè dove alcuni cittadini (4, i casi al momento registrati) hanno manifestato all’amministrazione comunale l’intenzione di restituire siti, loculi o tombe di famiglia di loro proprietà non essendo più interessati a tali beni, acquistati in passato, che in questo modo verrebbero rivenduti al Comune stesso.
Che sotto possa esserci un problema di natura economica non è chiaro, e nel consiglio di venerdì scorso il sindaco, Beppe Pezzetto, non si è espresso in questo senso, sta di fatto che ai proprietari, come si legge nella delibera di modifica al regolamento comunale di Polizia mortuaria approvata dal parlamentino, «spetterà un rimborso il cui importo è fissato dalla giunta comunale, distinguendo tra bene mai utilizzato e bene retrocesso dopo l’utilizzo».
L’ex sindaco, Giancarlo Vacca Cavalot, dal canto suo, ha sottolineato come vi siano degli anziani che, piuttosto, che lasciare il corrispettivo ai propri eredi da destinare a tale finalità, non fidandosi, in sostanza, che una volta che l’interessato sia passato a miglior vita gli eredi ne eseguano fedelmente le ultime volontà, «chiedono se sia possibile fare un lascito al Comune per il rinnovo del proprio loculo». «Il Comune, in questo modo, può fare cassa e, al contempo, si può dare una sicurezza a questi anziani» ha puntualizzato il capogruppo della minoranza dei Moderati per Cuorgnè.
«È un ragionamento che ha una logica, e se è possibile dal punto di vista tecnico e giuridico perché non prenderlo in considerazione» ha risposto il vicesindaco ed assessore al Bilancio, Laura Febbraro.Chiara Cortese




naro ottenuto dalla distruzione di altre famiglie?
E poi, come si fa a comprare oggetti che sai benissimo che sono appartenuti ad altri e la cui provenienza è dubbia?
Si puo credere o no, ma anche le cose hanno un'energia e indossare una collana bagnata di lacrime di sofferenza, non fa bene.
Chi sceglie di farlo, si trascina addoso dolore.
Tra i codici sardi che qualche saggio nonno mi ha passato, c'è anche quello che dice che impossessarsi di beni sofferti "no est cosa de omine", dove per omine si intende il genere umano.
In Sardegna alle aste fallimentari fino a poco tempo fa c'era solo qualche sciacallo "del continuente", e l'ho visto con i miei occhi.
Purtroppo stiamo perdendo anche questa buona abitudine... infatti siamo sempre più individualisti, egoisti... e infatti: infelici. Ho visto troppe persone letteralmente devastate durate lo sciopero della fame contro Equitalia di qualche anno fa, ho sentito storie che mi sono entrate nella pelle, ma come fai a comprare una casa sottratta a una famiglia?
Per me resta inspiegabile.
Io dico solo questo, una società armoniosa è una società che si abbraccia, che si aiuta, che ha principi solidi, non si può, per risparmiare due lire, alimentare sofferenza.
Poita, a sa fini, totu torrat.
Vedo "compro oro" proliferare come funghi ovunque... ora che la crisi è forte.
Chissà perché.
È tutto molto triste.
infatti    hanno ragiomne  alcuni commenti   a questo post  qui  l'intera  discussione
[...]

Enrico Migliavacca
Enrico Migliavacca Cara Claudia, tocchi un argomento per me molto doloroso. Tre anni fa, dopo la morte di nostro padre, io e mia sorella abbiamo passato momenti molto difficili. Siamo stati costretti a cedere parte dei ricordi di famiglia ad un compro oro. In pratica, abbiamo dovuto rinunciare, per sopravvivenza, a parte della nostra storia e ad un pezzo di cuore 

Giuseppe Melis
Giuseppe Melis Compro oro , sala scommesse , gratta e vinci , slot machine sono i segni inequivocabili di disagio e abbandono sociale , Portogallo prima , Spagna , Italia e Grecia a seguire !!! I Popoli indebitati e senza lavoro o diritti sono più facili da "Illudere" con "spiccioli" guadagnati facilmente .........lo chiamo Degrado Sociale........Ma tanti ci sguazzano !!
:(

Silvia Nieddu Ma sopratutto, chiediamoci fino a che punto ci ha fatto arrivare lo Stato . Costretti a vendere i ricordi , come nella seconda guerra mondiale😢












































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