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04/02/18

Kossi Komla-Ebri, 64 anni, medico e intellettuale togolese, è in Italia da 44 anni.:<< dffidenza ? ai miei pazienti parlo in Brianzolo >>

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«Quello fra medico e paziente è un rapporto di fiducia. È giusto che un paziente possa scegliere il medico che preferisce e gli dà sicurezza. Se però un paziente dice: “Non voglio quel medico perché è negro”, allora ci troviamo di fronte al razzismo. E il razzismo non è un’opinione, ma un reato». Kossi Komla-Ebri, 64 anni, medico e intellettuale togolese, è in Italia da 44 anni. Qui ha studiato, qui lavora e qui ha scritto brani che con ironia hanno dissacrato l’intolleranza.
Il suo giudizio sul paziente che nell’ambulatorio della guardia medica di Cantù (Co) ha rifiutato le cure del medico camerunese Andi Nganso chiamandolo «negro», è chiaro.
Secondo il dottor Komla-Ebri il razzismo va punito: «Se mi fossi trovato al posto del collega, mi sarei fatto dare il nome del paziente e lo avrei denunciato. Casi come questi non vanno assolutamente lasciati cadere nel nulla. Lavoro a Erba (Co), nel “profondo Nord”, conosco bene le persone che mi vivono intorno. E so che questi razzisti sono solitamente molto attaccati al portafoglio. Quindi una bella richiesta di risarcimento dei danni morali fa loro più effetto che un bel discorso».Ferma la condanna per il razzismo, il dottor Komla-Ebri sa che un medico africano può comunque suscitare diffidenza, soprattutto nelle persone anziane. «In questo caso la razza non c’entra nulla – osserva – qui c’è la paura di non essere capiti, di non poter comunicare. Ma io ho trovato un rimedio efficace. Quando entra un anziano in ambulatorio attacco sempre il discorso in dialetto: “setas giò, sa ghe…”. Un africano che parla brianzolo? I pazienti strabuzzano gli occhi e si siedono con un sorriso. Si rompe la barriera comunicativa e tutto diventa più facile».Il dottor Komla-Ebri non ha mai dovuto far fronte alle episodi di vero razzismo: «Razzismo? No, mai. Anzi, il contrario. Ho pazienti che vengono in ambulatorio e, se non mi trovano, se ne vanno. Un paziente, mi telefonava addirittura a casa per sapere quando ero in ospedale e poteva farsi visitare da me. Gli ho risposto: “Va bene l’attaccamento, ma dopo l’orario di lavoro vorrei riposarmi. Anch’io mi stanco…”».Un po’ di diffidenza l’ha avvertita solo quando era ancora studente. Ma lo racconta sorridendo: «Avevo deciso di specializzarmi in ginecologia. Quando mi sono presentato al primo corso, il primario mi ha squadrato e mi ha detto: “Ti consiglieri di lasciare stare. Temo che le donne si possano spaventare”. Lo guardai tra l’incredulo e il divertito. Poi decisi di cambiare branca. È così sono diventato chirurgo».

01/10/17

dopo questa storia non posso non dirmi femminista : Colorado, la donna afroamericana che ha cambiato la vita a un neonazista: "Via svastiche e tatuaggi, sono un altro uomo"

 le  donne   saranno difficili  da  capire   ,  ma  una volta  capite  ti stregano e ti rapiscono   come dimostra  sia   quiesta  storia  presa  da  http://www.repubblica.it/esteri/2017/09/30/news la mia    colonna  sonora    che    trovate  in fondo  a questo   post   
L'amicizia fra il suprematista Michael Kent e Tiffany Whittier, l'ufficiale di vigilanza alla quale è stato affidato all'uscita dal carcere. Ora l'uomo ha rinunciato alla militanza, lavora in una fattoria e al posto dei simboli xenofobi usa gli smile


Colorado, la donna afroamericana che ha cambiato la vita a un neonazista: "Via svastiche e tatuaggi, sono un altro uomo"
Foto di ABC News 





Colorado, la donna afroamericana che ha cambiato la vita a un neonazista: "Via svastiche e tatuaggi, sono un altro uomo"

E il compito è riuscito. Michael ha eliminato le bandiere con le svastiche e le ha sostituite con immagini di faccine sorridenti. Ed è stato accompagnato da Tiffany a rimuovere i suoi tatuaggi. Per farlo, i due si sono rivolti a Redemption Ink, un'associazione no profit in Colorado che si occupa di modificare tatuaggi con soggetti xenofobi o simboli di bande criminali. I fondatori, Beth e Dave Cutlip, offrono il servizio gratuitamente con lo slogan "C'è abbastanza odio in questo mondo". Per trasformare i tatuaggi di Michael sono servite ben 15 ore. Le svastiche ora sono "normali" disegni. "Non sono mai stato in uno studio di tatuatori, i miei li avevfo fatti tutti in carcere", ha raccontato Michael. Nessuno avrebbe mai scommesso su un cambiamento del genere. "Non voglio che i miei figli vivano la vita di odio che ho vissuto io - ha detto l'uomo - voglio che mi conoscano per chi sono adesso, un buon padre e un lavoratore". Ora Michael lavora in una fattoria dove si allevano polli e galline. I suoi colleghi sono tutti ispanici e mai l'ex neonazista avrebbe pensato di collaborare con persone di colore. "Ora partecipo alle feste aziendali e anche alle quinceañere, e io sono l'unico ragazzo bianco", spiega sorridendo. Una storia a lieto fine grazie all'amicizia. Michael dice che 
ringrazierà per sempre Tiffany: "Ora sono un uomo diverso e lei è una parte della mia famiglia".