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27.1.26

i testimoni i geova dei lager nazisti vittime ignorati dalla vulgata ufficiale del 27 gennaio

  canzoni   \  album suggerite
Gam Gam
 Evenu Shalom Aleichem
Auschwitz (Guccini) 
 Anime Salve (De André)
l'assolo   di violino  del  film  omonimo  Schindler's List Main Theme (John Williams)


Con questo  post  concludo   la  carrellata  dei  post  sulla  giornata   \ setimana dela memoria  ,  prima che   diventi sempre  più  retorica   stopposa  e melliflua    oltre  che  ipocrita     come segnalato   nel  precedente  post  : « Moni   ovadia     boccia  il  giorno  della memoria    da qualche anno  è solo  retorica  dimentica  gli altri genocidi   del novecento   ,  è un occasione    di manipolazione » e  succeda     ( ci siamo molto vicino  purtroppo   😢😲 visto che  la settimana del 27  gennaio si parla  solo  di Shoah  e mettono   sullo  stesso  piano\ in unico Genocidio  Olocausto e Shoah   )   come  lo sfogo    del  2023 durante  una  delle  commemorazioni   per  la  giornata    della memoria   Di Liliana  Segre senatrice a vita e sopravvissuta all'Olocausto :« Temo che tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella .La gente, già da anni, dice 'basta con questi ebrei, è una cosa noiosa, la sappiamo, basta parlarne...», sempre  Secondo Segre, « tra qualche anno sulla Shoah ci sarà una riga tra i libri di storia e poi più neanche quella. Le iniziative che possono venire da una vecchia come me a volte sono noiose per gli altri. Questo lo capisco perfettamente »[...  da   Milano, lo sfogo di Liliana Segre: "So bene che la gente è stanca di sentire parlare degli ebrei deportati" di   https://www.milanotoday.it/ 

Un ultima premessa   prima     del post in questione non   sono  testimone di geova   .  Ma quello  che hanno subito nei lager i testimoni di geova ,inieme ai Rom\  zingari di cui ho  parlato nei  post   per la  giornata       della menoria   negli anni  scorsi,  è  uno degli olocausti  nazifascisti  degli argomenti   che   la  vulgata  ufficiale    del  27  gennaio  \  giornata della  menoria (  salvo  ecezioni  per  specialisti  o   siti  a  360 gradi  ) omette e  dimentica  palando solo ed  esclusivamente  degli  Ebrei  .
I testimoni di Geova furono perseguitati dal regime nazista tra il 1933 e il 1945. Nella Germania nazista vivevano circa 25.000[1][2] Studenti Biblici (denominazione che allora avevano i testimoni di Geova). Si stima che circa 10.000 di essi finirono nei campi di concentramento e che di questi circa 2.500 furono uccisi. Centinaia di testimoni di Geova furono uccisi per il loro rifiuto di prestare servizio militare nella Germania nazista e di giurare ad essa fedeltà. La storica Sybil Milton sottolinea il loro coraggio nell'atteggiamento di rifiuto alla Germania nazista[3].[...] .                                      I nazisti, per conoscere il gruppo al quale apparteneva ciascun internato[66], affibbiavano sulla casacca dei detenuti, oltre al numero di matricola, un triangolo rovesciato di colore diverso. I prigionieri erano pertanto generalmente così suddivisi: [...]
un triangolo viola per identificare i testimoni di Geova, i "ricercatori della Bibbia", Bibelforscher[67][68][69][70], perciò detti anche "i viola", die Violetten[71].


Erano anche appellatti dai nazisti con i termini dispregiativi di Kriegsdienstverweigerer, coloro che non prestano il servizio militare, ossia obiettori di coscienza, Bibelwürmer, vermi della Bibbia, derivante da Bibelforscher e Bücherwürmer, topo di biblioteca, Himmelskomiker, comici del cielo, Jordanscheiche, sceicchi giordani, Himmelhunde, cani del cielo, o Bibelbiene, api della Bibbia, che qui assume la connotazione di "pidocchio", che nel linguaggio popolare significa anche "amichetta", "prostituta"[72]. [..]  da  Storia dei testimoni di Geova nella Germania nazista e durante l'Olocausto - Wikipedia

 ma  adesso parlare      lascio la  parola  all'amico   Enrico  Carbini  che  mi  ha  fatto   conoscere  e spinto all'approfondimento di tale  argomento        

     Oggi è il cosiddetto “giorno della memoria” in cui il mondo, solo una volta l’anno, si ricorda di una tragedia immensa. Noi non abbiamo bisogno di una data per ricordare i fratelli che nei campi di concentramento hanno visto e vissuto L’esperienza più atroce. I Testimoni di Geova avrebbero potuto evitarla con una semplice firma. E questo mostra una verità spietata:il male non chiede solo di ucciderti. Chiede che tu gli dia ragione. I Testimoni di Geova furono tra i pochissimi gruppi che non negoziarono.

August Dickmann Campo di Sachsenhausen
Fu il primo obiettore di coscienza giustiziato pubblicamente dal regime nazista.Gli offrirono la libertà in cambio della firma di abiura. Rifiutò.

Franz Reiter Condannato a morte, poi deportatoRicevette il modulo di abiura. Bastava firmarlo.Scrisse al comandante del campo una frase devastante per un regime totalitario:“La mia vita è nelle vostre mani. La mia coscienza no.”

Minna Döhring. Madre, Testimone di GeovaLe portarono via i figli. Le dissero: firma e li riavrai.Non firmò.Lei spiegò più tardi che insegnare ai figli a vivere nella menzogna sarebbe stato peggio che perderli.

La domanda che ci facciamo tutti è: se succedesse a me, riuscirei a fare come loro? Questa è la domanda più onesta che ci possiamo fare. nessuno sa chi sarebbe, prima di esserci dentro.Nemmeno loro lo sapevano.Erano persone normali che avevano fatto, per anni, piccole scelte di coerenza.Ed è qui il punto decisivo.Non si diventa capaci di resistere nel momento estremo.Si diventa capaci prima, nelle cose piccole:La coscienza non è un interruttore.È un muscolo.Chi nei lager non firmò, non lo fece perché improvvisamente eroe.Lo fece perché era già abituato a non cedere.Non dobbiamo sapere se saremmo capaci di morire.Dobbiamo sapere se siamo capaci, oggi, di non mentire a noi stessi.E poi c’è Geova che non abbandona mai. Molti nostri fratelli raccontarono dopo la guerra che, nei momenti di crollo, pregavano sottovoce.Non chiedevano di essere liberati.Chiedevano di non cedere.Lo spirito di Dio, per loro, era proprio questo:una calma, una chiarezza, una pace che permetteva di dire “no” anche tremando. Salmo 34:19 dice: “Molte sono le afflizioni del giusto, ma Geova lo libera da tutte.”Ecco perché i nostri fratelli, diventarono, anche nei campi di concentramento, irriducibilmente liberi.


Concludo    con 

 "Il Silenzio" (1965)  di  Nini Rosso ,  adattamento del Silenzio fuori ordinanza militare.

24.1.26

I bambini nati ad Auschwitz e riflessioni sul 27 gennaio

 Non  si  finisce  ma  d'apprendere  e  di sapere  cose   nuove  su argomenti   che dovrebbero essere  noti e stra noti . infatti    ecco      cosa  ho trovato     fra  i tanti  articoli,  su Auschwitz disponibili nel blog viaggiatoriignoranti.it. Potete scriverli all'indirizzo: info@Viaggiatoriignoranti.it, per proposte, suggerimenti e curiosità.... Buona lettura!

di    Ros Reali


Vi siete mai chiesti quanti bambini nacquero ad Auschwitz? Vi siete mai chiesti quante donne partorirono il frutto delle violenze subite all’interno dal lager?
Un numero preciso non siamo in grado di fornirlo, perché non fu tenuto conto nell’anagrafe del campo di questo dato proprio perché molti di loro vissero solo pochi minuti.
Grazie alla testimonianza di Stanisława Leszczyńska, furono circa 3000 i nati vivi a cui ella prestò personalmente assistenza.
Di questi circa la metà furono soppressi immediatamente dopo il parto dal personale del campo, annegati in un barile. Un altro migliaio circa morirono di fame freddo e malattie.
Era una pratica diffusa bendare i seni alle puerpere proprio per impedire loro l’allattamento, in questo modo era possibile testare la resistenza dei bambini prima di morire di fame. Un’altra pratica adottata ad Auschwitz, ad esempio da Irma Grese, era quella di legare le gambe alle donne durante il travaglio, per assistere alla loro sofferenza e alla morte lenta di mamma e bambino.
Alcuni più fortunati, grazie alle loro caratteristiche somatiche, furono destinati all’adozione di coppie tedesche aderenti al Progetto Lebensborn.
Di quelli che purtroppo rimasero al campo, solo una trentina riuscirono a sopravvivere, insieme alle madri fino a che non arrivarono le truppe alleate.
La registrazione delle nascite avvenne a partire dalla metà del 1943. Prima non era consentito a nessun neonato di sopravvivere ad Auschwitz. Da quella data in poi, sopravvissero solo i neonati destinati ai campi per le famiglie. In questo caso al nuovo nato veniva assegnato un numero, tatuato sulla pelle.
Una volta iniziata la liquidazione del campo, si cercò di uccidere tutti i bambini nati ad Auschwitz. Solo in rare eccezioni riuscirono a salvarsi. È per questo che possiamo affermare con certezza che la quasi totalità dei bambini che nacquero nel campo, perirono nel campo.
Vorrei riportare qui di seguito la testimonianza di un sopravvissuto ad Auschwitz, Roberto Riccardi, che nel suo libro, Sono stato un numero, racconta cosa veniva fatto ai bambini nati da poco.
La brutalità di queste parole non ci può lasciare indifferenti:
“Un giorno io e un altro prigioniero ci trovavamo vicini ai carretti per il trasporto dei bambini. Dovevamo farne salire a bordo alcuni, fino a completare un carico. Una SS si avvicinò, indicò con il dito un bimbo di un paio di mesi e disse al mio compagno di lanciarlo sul carretto. Per rendere l’ordine più chiaro, mimò il gesto con le braccia, disegnando un volo molto ampio.
Lanciarlo? chiese il mio compagno, sbigottito. Il tedesco insisté. Gli puntò contro il fucile, urlò, e a lui non rimase che eseguire. In un istante che durò un’eternità, la SS sollevò la sua arma, prese la mira e sparò al piccolo mentre era in aria, come fosse al poligono di tiro. Lo centrò in pieno. Un suo collega, che osservava la scena da vicino, imprecò. Meno male, pensai, c’è ancora qualcuno che ha nel cuore un po’ di umanità. Ma presto quello che aveva brontolato si calmò, si mise una mano in tasca e prese dei marchi. Accennò a un sorriso sforzato, strinse la mano all’altro e gli consegnò il denaro. Impiegai un po’ per capire. Su quel tiro avevano scommesso, ecco spiegata la delusione del perdente.
Lo vidi fare più volte. Ogni volta eravamo noi a dover portare i bambini ai loro carnefici. Noi a lanciarli in aria, sotto la minaccia delle armi, con le SS che si esercitavano a colpirli mentre erano in volo.”
Per non dimenticare, M A I !
Un grido che risuona nel tempo
Ogni anno, il 27 gennaio segna una data fondamentale per la memoria collettiva italiana e mondiale. In questa giornata, si ricorda la liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, un luogo simbolo della brutalità e dell’orrore dell’Olocausto. Le parole del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, risuonano forti e chiare: “Mai più!”. Questo grido non è solo un richiamo al passato, ma un invito a riflettere sulle conseguenze delle leggi razziste e della discriminazione, che hanno portato a una delle pagine più buie della storia.
Le radici della memoria
Il Giorno della memoria non è solo un momento di commemorazione, ma anche un’opportunità per educare le nuove generazioni. Le leggi razziste, emanate dal regime fascista italiano, hanno avuto un impatto devastante sulla comunità ebraica e su molte altre minoranze. La celebrazione di questa giornata è un modo per riconoscere le responsabilità storiche e per promuovere una cultura di rispetto e tolleranza. Le scuole, le università e i luoghi di lavoro diventano palcoscenici di riflessione, dove si discute di diritti umani e di giustizia sociale.
Il ruolo della società contemporanea
In un’epoca in cui l’antisemitismo e altre forme di odio sembrano riemergere, il Giorno della memoria assume un significato ancora più rilevante. È fondamentale che la società italiana non dimentichi le lezioni del passato e si impegni attivamente per combattere ogni forma di discriminazione. Le commemorazioni, i dibattiti e le iniziative culturali sono strumenti essenziali per mantenere viva la memoria e per costruire un futuro in cui il rispetto per la diversità sia al centro della nostra convivenza. La memoria storica deve diventare un patrimonio condiviso, un valore da trasmettere alle generazioni future.

23.1.26

Primo Levi inattuale: i sommersi e i salvati di © Mario Domina del blog la botte di Diogene

    Secondo   me   il  mio amico Mario  in queesta  lucida   analisi  ha  sbagliato   il  termine .  Levi non è inattuale  ma  attuale .   qui   la  discussione  completa  

Levi inattuale: i sommersi e i salvati

(traccia dell’incontro del Gruppo di discussione filosofica del 12 gennaio 2026)


Parleremo del Primo Levi “antropologo”: una lettura che è rinvenibile fin dalla sua prima opera, Se questo è un uomo (edita per la prima volta da De Silva nel 1947), un titolo molto preciso, quasi programmatico. Così come non è casuale che l’arco della sua scrittura si chiuda 40 anni dopo con una summa antropologica della sua riflessione sui campi, ovvero I sommersi e i salvati, un libro del 1986, l’anno prima della morte.
Apro e chiudo subito la questione della morte – il quasi certo suicidio – di Primo Levi, con una nota raggelante: un bambino di 10 anni disse una volta, nel corso di una discussione sulla shoah, che la morte per suicidio di Levi rappresentava la vittoria postuma dei nazisti. Preferirei lasciare in una sospensione di pietoso rispetto la questione e dedicarmi piuttosto al “nocciolo” di quel che il pensatore Levi ebbe da dire.

La scrittura di Levi, fin da Se questo è un uomo, catalogato come “romanzo” (oggi si direbbe “memoir”), eccede il genere autobiografico o memoriale, per porsi fin da subito nel territorio dell’antropologia filosofica. Nel chiedersi come sia stato possibile operare una deumanizzazione così radicale nel corso degli anni ‘40 nel cuore dell’Europa (quell’Europa che si vantava di aver creato il più avanzato stato di civiltà umana), Levi si sta anche chiedendo che cosa si debba intendere per “umano”, “natura umana”, e quali sono i pericoli nei quali l’umanesimo incorre ancora oggi.
Già in Se questo è un uomo – che pure ha l’urgenza di raccontare – è evidente questa intenzione, che si realizzerà poi compiutamente ne I sommersi e i salvati (anticipato da un capitolo che porta lo stesso titolo), saggio che possiamo ritenere il suo lascito testamentario più prezioso.
A chi si rivolgono questi testi? Primo Levi lo dice chiaramente nell’esergo:

Voi che vivete sicuri
nelle vostre tiepide case
Voi che trovate tornando a sera
il cibo caldo e visi amici
Considerate se questo è un uomo
…considerate se questa è una donna
senza capelli e senza nome…

Sta parlando a quella che con un’estensione potremmo chiamare la “zona d’interesse” (prendendo l’espressione in prestito dal romanzo di Martin Amis, diventato di recente un film) – quella zona confortevole, ed estendibile in termini spazio-temporali, che ha una vista cieca sulle vittime, che finge che non esistano – ad Auschwitz come a Gaza, nel mar Mediterraneo o in Sudan, come in tutti i luoghi in cui l’umanità di un uomo, di una donna o di un bambino vengono negati. Levi usa parole dure e rigorose, come è nel suo stile, e giunge fino a maledire chi volge lo sguardo:

O vi si sfaccia la casa
la malattia vi impedisca
i vostri nati torcano il viso da voi.

Non sarà più tollerabile che un uomo venga annichilito senza che un altro uomo abbia da dire o da eccepire qualcosa. Già in questa indifferenza si annida il seme del male. Così come nello sguardo di Pannwitz, il chimico che lo esamina e che fa dire a Levi: «quello sguardo non corse fra due uomini; e se io sapessi spiegare a fondo la natura di quello sguardo, scambiato come attraverso la parete di vetro di un acquario tra due esseri che abitano mezzi diversi, avrei anche spiegato l’essenza della grande follia della terza Germania».
E di fatti Levi rileva anche come manchino le parole per esprimere tutto questo, parole che vanno faticosamente trovate: «allora per la prima volta ci siamo accorti che la nostra lingua manca di parole per esprimere questa offesa, la demolizione di un uomo».
Levi ha compreso fin da subito quale fosse l’entità di questa demolizione, e lo dice molto chiaramente in una pagina di Se questo è un uomo, nel capitolo dedicato al Ka-be, l’infermeria: «abbiamo imparato che la nostra personalità è fragile, è molto più in pericolo che non la nostra vita; e i savi antichi, invece di ammonirci “ricordati che devi morire”, meglio avrebbero fatto a ricordarci questo maggior pericolo che ci minaccia». Ovvero ciò su cui ha insistito a lungo Giorgio Agamben, con la categoria di nuda vita: nel campo è la parte biologica di sé a voler sopravvivere, sulle spoglie della “personalità”, dei tratti più originali del nostro essere umani.
Muselmanner – quelli che già in Se questo è un uomo Levi definì “i sommersi” – rappresentano con estrema precisione la cifra del male inflitto, coloro «sul cui volto e nei cui occhi non si possa leggere traccia di pensiero».
Una riflessione antropologica che non viene dunque calata dall’alto, ma che si origina dal vissuto – che è sempre un sentito ed un pensato insieme, anche se – come vedremo – il campo finisce per annichilire proprio il sentire ed il pensare, come i tratti più profondi dell’umano.
Levi ha ben chiaro che l’esperienza del campo non è un’eccezione, che lì è sì accaduto qualcosa di unico e di contingente – come sempre nella storia – ma che un certo modo di intendere le relazioni umane (o meglio, un certo modo di negarle, che definirei “irrelatezza”) era all’opera, e può sempre essere all’opera. È questo abisso, che è parte umbratile e forse ineliminabile della natura umana, che occorre portare alla luce e tenere sotto controllo. Il nazismo non è stato un evento diabolico ed inspiegabile: più volte Levi dice che è accaduto, dunque può ancora accadere, perché sa che qualcosa di più profondo, di più generale, direi di più metafisico è all’opera.
Non è un caso che Roberto Esposito, nel suo recente saggio Il fascismo e noi, parli del nazismo e del fascismo come di eventi che non possono essere confinati alla contingenza storica, ma che appaiono piuttosto “macchine metafisiche”. Io credo che tutto questo sia ancora ampiamente all’opera, e che stia per riaccadere oggi. La paura maggiore di Primo Levi rischia di essere una realtà.
In sostanza, quel che a me interessa mettere in luce è l’attualità (o, se si vuole, l’inattualità) di Primo Levi, identificando, soprattutto nel testo scritto più a mente fredda, più meditato, ovvero I sommersi e i salvati, i nodi ancora incandescenti. Che poi scandiscono alcuni dei capitoli che lo compongono; è su tre di questi che vorrei soffermarmi in particolare:

-la zona grigia
-la vergogna
-la violenza inutile

Fin da Se questo è un uomo, Levi parla del lager come di una “gigantesca esperienza biologica e sociale”. È nell’ultima pagina che ci viene suggerito un altro meccanismo di questo laboratorio, ovvero quello della reificazione, del rendere oggetto, cosa, strumento inerte un uomo – che, non a caso, veniva definito nei campi Stück, pezzo: «è non-umana l’esperienza di chi ha vissuto giorni in cui l’uomo è stato una cosa agli occhi dell’uomo».
Attraverso questa riduzione a cosa, a nuda vita, a vita animale, si crea nel campo un inedito mondo sociale e relazionale, si vengono a produrre tipi antropologici imprevedibili, accade una vera e propria metamorfosi del mondo umano.

 segue  su   Levi inattuale: i sommersi e i salvati – La Botte di Diogene – blog filosofico

22.1.25

SHOAH E MEMORIA LA LEZIONE DI LEVI e come spiegarla ai bambini e a quei 14 per cento che dicono che non esiste




Inizialmente non volevo più celebrarlo e smettere di scrivere post in merito visto l'alto tasso di retorica , di strumentalizzazione dei pro israeliani sopratutto dopo il 7 ottobre e la richiesta di silenzio ( vedere post precedente ) ho deciso dopo aver letto l'articolo di Gad Lener  che trovate  sotto   di farlo ancora . Visto il ritorno ( in realtà non sono neppure del tutto scomparsi ne cancellati ) dei nuovi fascismi e dei nuovi nazismi sotto nuove forme più pericolose di quelle originarie classiche. Ma soprattutto perchè in un’Italia che si trova di fronte alla Giornata della Memoria, il 27 gennaio, e a un’inquietante recrudescenza di episodi di antisemitismo, emerge un dato preoccupante: il 14% degli italiani, secondo l’ultimo Rapporto Italia dell’Eurispes, non crede che la Shoah sia mai avvenuta. quello che molti considerano un “vecchio tema”, relativo alla memoria della Shoah, sembra essere riemerso prepotentemente nella coscienza collettiva italiana, e non solo. Secondo il Rapporto Italia, il 15,9% degli italiani minimizza la portata della Shoah, affermando che non avrebbe prodotto così tante vittime, mentre il 14,1% nega totalmente che lo sterminio sia mai avvenuto. Dati inquietanti, che si collegano a una crescente diffusione di teorie complottiste e di discorsi revisionisti, veicolati non solo dai soliti ambienti estremisti, ma anche da frange della politica e dei social media.

Non si tratta di una crisi improvvisa, ma di un processo strisciante che si è acuito negli ultimi decenni. Nel 2004, sempre secondo Eurispes, solo il 2,7% degli italiani metteva in dubbio l’Olocausto. Oggi quella percentuale è quintuplicata, dimostrando come il tempo, anziché consolidare la consapevolezza storica, abbia aperto la strada a narrazioni distorte.
Questo deterioramento del senso storico non è privo di conseguenze. Il negazionismo non è solo una negazione del passato, ma una ferita aperta per le comunità ebraiche e un pericoloso sintomo di una società che fatica a riconoscere i propri errori e le proprie responsabilità. Il rischio è evidente: la Shoah, da tragedia universale, rischia di essere relegata al ruolo di semplice oggetto di dibattito, perdendo il suo valore di monito e insegnamento per le generazioni future.Purtroppo, quanto emerso dall’indagine dell’Eurispes non è un caso isolato. Le credenze distorte sugli ebrei, come il presunto controllo del potere economico o la capacità di determinare le politiche occidentali, continuano a radicarsi tra la popolazione. Se nel 2004 il 2,8% degli italiani negava il diritto all’esistenza di Israele, oggi quella percentuale è salita al 18,8%. La banalizzazione della Shoah, il crescere di opinioni che minimizzano o addirittura negano l’orrore subito dal popolo ebraico, è un fenomeno che può avere effetti devastanti sulla coesione sociale e sul rispetto dei diritti umani.


Il Fatto Quotidiano  21 Jan 2025   GAD LERNER


FOTO ANSA   Tracce di storia Pietre d’inciampo a Napoli
ricordano gli ebrei deportati ad Auschwitz 

EQUIPARARE L’ORRORE Sembra che gli ebrei abbiano esaurito il credito che fu loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima dell’olocausto Anche per questo la ricorrenza del 1945 resta una celebrazione necessaria


Piaccia o non piaccia, come e più dell’anno scorso, il Giorno della Memoria esercita una funzione scomoda.
Nel reclamare la dovuta attenzione sui milioni di ebrei sterminati in Europa fra il 1941 e il 1945, sospinge l’opinione pubblica a un confronto con la malasorte dei milioni di palestinesi che l’“ebreo nuovo”, scampato all’estinzione, si è ritrovato per vicini di casa. Dentro e fuori i confini dello Stato d’israele sorto nel 1948.
È una forzatura logica, alimentata dal risorgere di antichi pregiudizi? Un paragone che vilipende chi in famiglia reca ancora i segni delle sofferenze patite ottant’anni fa? Siamo sinceri. Fatichiamo a disgiungere nella nostra sensibilità queste due tragedie in apparenza così lontane, benché la loro incommensurabilità numerica dovrebbe risultare evidente: milioni di innocenti persero la vita nell’industria dello sterminio pianificato nei lager; decine di migliaia sono le persone uccise a Gaza dai soldati israeliani in una sorta di punizione collettiva ininterrotta di 15 mesi.
Se non bastassero le reciproche accuse di “nazismo” che i due nemici inferociti si scagliano addosso, perduto “ogni senso di affinità umana”, per dirla con Primo Levi, a rendere ancor più difficile eludere tale connessione mentale è sopraggiunta una circostanza che ha del clamoroso: lunedì 27 gennaio, ottantesimo anniversario della liberazione del campo di Auschwitz a opera dell’armata Rossa sovietica, è improbabile che alla cerimonia ufficiale convocata in quel luogo possa presenziare il primo ministro israeliano, soggetto com’è a un mandato di cattura internazionale, perché fortemente indiziato di crimini di guerra. Ci sarà re Carlo d’inghilterra mentre non sono invitati i russi. Parleranno solo gli ultimi sopravvissuti perché la politica mondiale oggi non è in grado di ritrovarsi unita neppure nella promessa infranta troppe volte del “Mai più Auschwitz”.
Inutile girarci intorno. L’insistenza con cui molte persone (che si offenderebbero a essere tacciate di antisemitismo) pretendono, in particolare da noi ebrei e ancor più dai sopravvissuti alla Shoah, l’uso della parola “genocidio” riferita a Israele, quasi che fosse lo strumento con cui misurare la sincerità o meno dell’indignazione nostra nei confronti dei crimini di guerra perpetrati in risposta al 7 ottobre, segnala il punto di non ritorno a cui siamo arrivati.
Orribile a dirsi, ma sembrerebbe che gli ebrei abbiano esaurito il credito loro concesso a suo tempo in quanto popolo vittima della Shoah. Basta, credito esaurito. Con sollievo autoassolutorio di chi manteneva il vecchio sospetto che gli ebrei fossero dei privilegiati. Una svolta che elettrizza perfino gli ammiratori della brutalità d’israele interpretata come se fosse una virtù connaturata agli ebrei da assumere come modello. Naturalmente l’esaurirsi del credito concesso alle vittime della Shoah si porta dietro la seconda domanda scomoda sempre più in voga man mano che il conflitto si estendeva e inferociva: un mondo senza Israele non sarebbe forse un mondo migliore? Interrogativo mendace ma insidioso che non riguarda solo il futuro di sette milioni di ebrei nati laggiù, ma la possibilità stessa che prosperino in pace società multietniche e multiculturali.
Mi sono sentito dire di recente da persona bene addentro nell’establis h m en t di Netanyahu: “Con questa g u e r r a Israele si è messo al sicuro. Decapitato Hamas, in malaparata gli Hezbollah, l’iran costretto sulla difensiva, caduto il regime siriano di Assad, uomini affidabili al vertice dello Stato libanese... i palestinesi continueremo a tenerli a bada e Trump ci coprirà le spalle. I problemi ce li avrete voialtri ebrei della diaspora perché ricadrà sulle vostre spalle l’odio sempre più diffuso per Israele e la nuova ondata di antisemitismo che ne deriva”.
In apparenza sembra un ragionamento cinico di realpolitik che non fa una grinza. Affaracci vostri, ebrei che vi ostinate a non capire che in futuro solo in Israele potrete star sicuri. La pensa così chi è convinto che – tregua o non tregua – questa guerra debba continuare perché fa parte di una guerra mondiale più grande. E insiste nell’illusione che bastino i rapporti di forza militari e tecnologici per garantirsi la sicurezza. Come se il 7 ottobre non gli avesse insegnato nulla. E come se bastasse una scrollata di spalle per levarsi di dosso il discredito caduto su Israele.
Se questo è il clima, ben si capisce perché il Giorno della Memoria (istituito in Italia su proposta del nostro caro Furio Colombo) accumuli un gran numero di detrattori: da chi lo liquida come inutile esercizio di retorica, ignorando l’ottimo lavoro preparatorio che tante scuole gli dedicano; a quelli che non ne possono più di “rendere omaggio” agli ebrei per riceverne in cambio nuove accuse; a non pochi esponenti delle stesse Comunità ebraiche che ormai lo vivono come un boomerang, pretenderebbero che la celebrazione venisse depurata da qualsivoglia riferimento all’attualità di Gaza e Cisgiordania o meglio ancora che venisse polemicamente abolita.
Dopo avere riletto i due testi fondamentali del principale testimone della Shoah in Italia (e non solo), cioè Se questo è un uomo e I sommersi e i salvati di Primo Levi, mi sono convinto del contrario. Non solo il Giorno della Memoria va celebrato, ma deve servire proprio ad affrontare le domande più scomode che per tutta la sua vita Primo Levi ripropose martellanti nei suoi testi circa la ripetibilità e la comparabilità dell’orrore di cui era stato testimone ad Auschwitz.
Il riconoscimento del sistema concentrazionario nazista come unicum non solo non gli impedì, ma lo spronò a studiare il riproporsi successivo di forme di crudeltà di massa basate su meccanismi analoghi. Levi non adopera mai la parola “genocidio”, neanche riguardo allo sterminio degli ebrei, ma quando deve descrivere “i diligenti esecutori di ordini disumani” ci tiene a precisare che “non erano aguzzini nati, non erano (salvo poche eccezioni) dei mostri: erano uomini qualunque”... “fatti della nostra stessa stoffa”... “non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male”.
Educati male. Nell’appendice a Se questo è un uomo pubblicata nel 1976, paragona i nazisti ai “militari francesi di vent’anni dopo, massacratori in Algeria” e ai “militari americani di trent’anni dopo, massacratori in Vietnam”. Altrove elenca gli “imitatori” dei nazisti “in Unione Sovietica, in Cile, in Argentina, in Cambogia, in Sudafrica”. E potrei continuare. Ignoriamo, certo, se avrebbe inserito in un simile elenco Israele con cui manteneva un rapporto “affettuoso e polemico” fondato su “un nostro appoggio sempre condizionato”.
Di certo, Primo Levi non ha fatto che scriverlo e ripeterlo: “È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire. Può accadere, e dappertutto”. Se poi qualcuno pensasse che Levi escludesse a priori gli ebrei dal novero dei potenziali “educati male”, lui stesso replica: “Non è facile né gradevole scandagliare questo abisso di malvagità, eppure io penso che lo si debba fare, perché ciò che è stato possibile perpetrare ieri potrà essere nuovamente tentato domani, potrà coinvolgere noi stessi o i nostri figli”.
Infatti Il 27 gennaio, Giornata della Memoria, ( ma  non solo   )  è un momento di riflessione collettiva per ricordare le vittime dell’Olocausto e tramandare i valori fondamentali della pace, del rispetto e dell’inclusione. Spiegare questa ricorrenza ai più piccoli non è semplice, ma è essenziale per educarli alla consapevolezza storica e ai principi che ci aiutano a costruire un futuro migliore
La Giornata della Memoria spiegata ai bambini rappresenta un’opportunità per introdurre temi importanti con delicatezza e sensibilità, un compito cruciale che spetta a genitori e insegnanti.
Parlare della Shoah ed olocausto ai più piccoli significa non solo raccontare una pagina oscura della nostra storia, ma anche insegnare il valore della memoria come guida per evitare che errori simili si ripetano. Ecco perché è importante affrontare questo tema e farlo in modo accessibile.
Perché è importante parlarne ai bambini  ?  
Educare alla memoria: un dovere verso le nuove generazioni  La memoria storica non è solo un dovere nei confronti delle vittime della Shoah e dell'olocausto , ma anche uno strumento per educare le nuove generazioni alla consapevolezza e alla responsabilità. Parlare della Shoah ai bambini permette loro di comprendere il valore della giustizia, dell’empatia e del rispetto per il prossimo, pilastri fondamentali per una società inclusiva.

Come raccontare la Shoah e l'olocausto ai bambini allora ?

È fondamentale adattare il linguaggio in base all’età:
  • Per i più piccoli (6-8 anni): si possono introdurre concetti come la giustizia e il rispetto attraverso storie semplici che trasmettono messaggi positivi.
  • Per i bambini più grandi (9-12 anni): si può invece iniziare a fornire un contesto storico, parlando della Shoah in modo comprensibile, ma senza entrare in dettagli  non  troppo  traumatici.

Infatti, raccontare la Shoah ai bambini significa affrontare argomenti difficili con un approccio elementare, utilizzando storie e linguaggi che rispettino la loro sensibilità.

Un libro speciale per spiegare la Shoah ai bambini: un aiuto prezioso per raccontare la memoria con delicatezza

libri possono essere uno strumento particolarmente efficace per affrontare il tema della Shoah con i bambini. Tra i libri sulla Giornata della Memoria per bambini, La giostra si distingue per la sua capacità di trasmettere messaggi importanti in modo delicato e coinvolgente
La storia segue la curiosa amicizia tra Sara, una bambina ebrea, e Teo, il cavallino di una giostra. Un’amicizia ostacolata dall’arrivo della guerra e dall’allontanamento di Sara, prima confinata nel ghetto ebraico e poi portata via in un campo di concentramento. 

 Tra i libri sulla Shoah per bambini, La giostra

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è un esempio di come la narrazione possa avvicinare i più piccoli a una realtà complessa senza spaventarli, ma anzi incoraggiandoli a riflettere. Questo libro, infatti, non solo rende la Shoah comprensibile ai bambini, ma li aiuta anche a sviluppare empatia verso le persone colpite dalle discriminazioni.


Come utilizzare un libro sulla Shoah a scuola o a casa: idee pratiche per leggere e discutere con i bambini

Leggere insieme ai bambini un libro sulla Shoah è un’opportunità per parlare di valori universali, come il rispetto per gli altri e il rifiuto dell’intolleranza. In questo modo, il libro diventa un ponte tra passato e presente, capace di stimolare conversazioni profonde in un ambiente sicuro.

A scuola:

  • Organizza una lettura condivisa in classe di La giostra, seguita da un laboratorio creativo. I bambini potranno disegnare o scrivere un breve pensiero ispirato al libro, e questo li aiuterà a interpretare i messaggi in modo personale.
  • Collega la lettura di La giostra alla Giornata della Memoria. Avvia un momento di riflessione guidata dove gli alunni possano esprimere le loro emozioni e discutere su temi come il rispetto e la diversità. Questo approccio è particolarmente efficace nella scuola primaria, dove è possibile spiegare la Shoah ai bambini attraverso queste attività partecipative.

A casa:

  • I genitori  almeno quelli che  non limitano  a scaricare  \  delegare   agli insegnanti   e    alla  scuola tale  compito  ,  possono leggere con i bimbi La giostra usandolo come spunto di riflessione. Utilizzare un libro sulla Shoah come punto di partenza per dialoghi aperti può essere un’opportunità per trasmettere ai più piccoli i valori promossi dalla Giornata della Memoria.

Parlare di tali  eventi   ai bambini, quindi, è un atto di responsabilità che genitori e insegnanti devono abbracciare con sensibilità e consapevolezza. Spiegare la Giornata della Memoria ai bambini è l’occasione per trasmettere valori fondamentali attraverso strumenti come libri e attività creative.Incoraggiamo tutti a condividere questo articolo e a lasciare un commento con le proprie esperienze su come affrontare questo tema delicato con i più piccoli

 La memoria è il ponte che ci collega a un futuro migliore: camminiamoci insieme.

20.1.25

Giorno della memoria 2025: nuovi e vecchi libri da leggere, per riflettere e ricordare

 









di Redazione Il Libraio 15.01.2025


Mentre il nostro presente è segnato dalla guerra, diventa ancora più importante ricordare il passato e imparare da esso: ecco un’ampia selezione di nuovi libri per il Giorno della Memoria 2025, tra romanzi, testi biografici, saggi e libri per ragazzi e ragazze. Un’occasione per non dimenticare le vittime della Shoah e le altre vittime del nazismo, riflettendo sulle conseguenze dell’odio e dell’indifferenza, ancora oggi…
Non dimenticare il passato per vivere con più consapevolezza il presente: il Giorno della Memoria, istituito nel 2005 dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è da anni una ricorrenza di grande importanza per commemorare gli ebrei vittime della Shoah e le altre persone perseguitate dal Terzo Reich per motivi politici o razziali (tra cui disabili, omosessuali, rom, testimoni di Geova, oppositori politici…).
Ottant’anni fa, il 27 gennaio 1945, i soldati dell’Armata Rossa facevano il loro ingresso nel campo di concentramento di Auschwitz, liberando i superstiti ed entrando in contatto per la prima volta con gli orrori dello sterminio nazista.
A vent’anni di distanza dalla sua istituzione, il Giorno della Memoria 2025 si colloca, ancora una volta, in un clima di guerra, violenza e profonda divisione (basti pensare alla situazione a Gaza), contesto che rende ancora più urgente ricordare le terribili conseguenze dell’odio e dell’indifferenza    onde  evitare   che sia anche    strumentalizzato 

Come ogni anno, sono molti i libri che parlando della Memoria, attraverso storie individuali o collettive, testi di saggistica o romanzi per ragazzi e ragazze. In questo articolo proponiamo un percorso di lettura tra alcuni libri pubblicati di recente sul tema dell’Olocausto, con l’intento di fermarsi a riflettere in un mondo sempre più caotico e divisivo.


Ecco altre letture passate che indagano a fondo il tema del Giorno della Memoria:
Giorno della Memoria 2024: libri per non dimenticare
Giorno della Memoria 2023: saggi, romanzi e biografie da leggere
Giorno della Memoria 2022: i nuovi libri consigliati
Giorno della Memoria 2021: libri sull’Olocausto
Giorno della Memoria 2020: libri sulla Shoah, tra romanzi, saggi e biografie

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Elena Asquini09.01.2023
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Risplendo non brucio



Tra i romanzi che trattano della Shoah troviamo Risplendo non brucio (Longanesi) di Ilaria Tuti, libro con cui l’autrice torna a unire storia e thriller, recuperando il tema della guerra (già affrontato in Come vento cucito alla terra, Longanesi), questa volta attraverso la storia di un padre e di una figlia. Un tempo Johann Maria Adami era un professore rinomato: ora, però, la sua vita passata è soltanto un lontano ricordo, schiacciato dalla sofferenza quotidiana del campo di Dachau. Il professore viene convocato al Castello di Kransberg, rifugio del Führer, per scoprire la verità dietro alla morte di un soldato nazista. Mentre Johann è costretto a risolvere il mistero, anche sua figlia Ada, a Trieste, si trova da sola ad affrontare un omicidio, lontana dal padre e dal compagno, scomparso tra le file dei partigiani. Una storia di resistenza e di coraggio che si estende dalla storia famigliare a quella collettiva.
Il mantello di Rut



Paolo Rodari, giornalista e vaticanista, firma per Feltrinelli Il mantello di Rut, in libreria dal 14 gennaio. Il romanzo è ispirato alla vera storia di un gruppo di bambine ebree salvate da un prete e da alcune suore, che le nascosero in una stanza segreta sotto la Madonna dei Monti. Il protagonista della storia è Remo, abbandonato dalla madre a dodici anni e diventato poi parroco nel quartiere Monti, il primo rione della capitale. Un giorno il giovane sacerdote incontra Rachele, rimasta vedova, la quale gli chiede di prendersi cura di sua figlia Aida fino al suo ritorno. Ormai anziano, Remo decide di scrivere ad Aida, ora cresciuta, per raccontarle quei difficili mesi del 1943.
La donna dal cappotto verde



Edith Bruck, scrittrice, regista e testimone della Shoah attraverso numerose pubblicazioni (autobiografiche e non) è autrice per La nave di Teseo del romanzo La donna dal cappotto verde (in uscita il 21 gennaio). Un libro in cui si indaga il tema della memoria e della pietà attraverso i personaggi di due donne, divise dal tempo e riunite dal perdono. Mentre sta comprando il pane, la scrittrice e traduttrice Lea Linder viene avvicinata da una donna anziana avvolta in un cappotto verde, che la riconosce come la “piccola Lea di Auschwitz” per poi scomparire nel nulla. Chi era quella donna misteriosa? Come ha fatto a riconoscerla dopo così tanti anni? E se fosse stata un’aguzzina di Auschwitz? Lea inizia così la sua ricerca, che presto diventa più simile a un’ossessione…
Terra di neve e cenere



Tra i libri per il Giorno della Memoria usciti nel 2025 abbiamo quello dell’autrice finlandese Petra Rautiainen, all’esordio con Terra di neve e cenere (Marsilio, traduzione di Sarina Reina, in uscita il 24 gennaio). Il romanzo è ambientato tra gli ultimi anni del conflitto mondiale e il 1947, quando la giornalista Inkeri giunge in una piccola città della Lapponia seguendo le tracce di suo marito Kaarlo, scomparso da anni senza dare sue notizie. La sua pista principale è costituita dal diario di un soldato finlandese, chiamato come interprete all’interno di un campo di prigionia allestito dai tedeschi. Nel corso della sua ricerca la donna entra in contatto con la brutalità e la ferocia della guerra, ma anche con una comunità chiusa e ricca di segreti…
Una volta aperti gli occhi non si può più dormire



Robert Bober, scrittore e sceneggiatore, scrive un romanzo che unisce realtà e cinema: Una volta aperti gli occhi non si può più dormire, uscito in Francia nel 2010 e portato ora in Italia da Elliot (traduzione di Chetro De Carolis, in uscita il 17 gennaio). Ci troviamo nella Parigi del 1960, durante le riprese di un film del famoso regista François Truffaut. Bernard, ingaggiato come comparsa, alla fine non potrà vedere la sua scena, che viene tagliata – eppure il film si rivela comunque essenziale nella sua vita. La pellicola, infatti, è molto simile alla storia di sua madre, divisa tra due spasimanti, oltre che tra la Polonia, la Francia e il campo di Auschwitz. È così che gli eventi presenti e le relazioni del protagonista si intrecciano ai fili della memoria, misteriosi e fragili.
Il falsario di Auschwitz



Tra i libri sulla Shoah troviamo anche Il falsario di Auschwitz di Paul Schiernecker (Newton Compton, traduzione di Micol Cerato e Giulia Zappaterra, in uscita il 14 gennaio). Il romanzo comincia in un Praga sottomessa all’occupazione nazista, dove seguiamo l’amore tra l’affascinante comunista Rose e il tipografo ebreo Georg, il quale comincia a falsificare documenti ufficiali per aiutarla. Entrambi sono deportati ad Auschwitz, ma il loro amore rimane forte anche nell’orrore. Con le sue capacità di falsario Georg riesce infatti a ottenere favori e informazioni su Rose, che nel frattempo è stata spostata a Birkenau. Falsificando il suo stesso tatuaggio riesce a ricongiungersi a lei: è così che il talento di Georg attira l’attenzione dei nazisti, che decidono di servirsene per un’operazione segreta.
Daniel Stein, traduttore



Daniel Stein, traduttore (La nave di Teseo, traduzione di Emanuele Guercett, che torna in una nuova edizione il 21 gennaio) si concentra sulla figura di Daniel Stein, un ragazzo ebreo che riuscì a far scappare trecento ebrei lavorando come traduttore per la Gestapo. La scrittrice russa Ludmila Ulitskaya si serve di testimonianze dirette e indirette, documentazioni e lettere per ripercorrere questa storia vera, tracciando un percorso che si muove dall’Europa orientale all’Israele del dopoguerra, a metà tra biografia, documentario e riflessione sul rapporto tra ebraismo e cattolicesimo.
Il fazzoletto della figlia di Pipino



Rosmarie Waldrop è un’importante poetessa tedesca, autrice de Il fazzoletto della figlia di Pipino (Safarà, traduzione di Cristina Pascotto, prefazione di Ben Lerner), il suo unico romanzo. Protagonisti del libro sono Frederika e Josef Seifert, marito e moglie tra loro molto diversi, costretti a scontrarsi con il terribile piano orchestrato dal Nazionalsocialismo. Riprendendo la leggenda della figlia di Pipino il Breve – che facendo cadere un fazzoletto da un castello fondò la città di Kitzingen, in cui la vicenda si svolge – il libro di Waldrop si interroga sulla possibilità di sfuggire al proprio passato.
A Roma non ci sono le montagne



Ritanna Armeni, giornalista e autrice, ripercorre la storia della Resistenza Romana attraverso l’attentato di via Rasella, avvenuto il 23 marzo 1944 per mano dei Gruppi di azione patriottica. A Roma non ci sono le montagne (Ponte alle Grazie, in libreria dal 14 gennaio) rievoca quei pochi secondi che segnarono la Storia, portando alla morte di 33 soldati tedeschi e all’uccisione di 335 italiani come rappresaglia. L’intento è quello di comprendere e ricordare uno degli episodi più importanti e discussi della Resistenza italiana.


La promessa



Proseguiamo questa selezione di libri sul Giorno della Memoria con La promessa – Una storia di Shoah (traduzione di Sara Arena, in uscita dal 22 gennaio) di Marie de Lattre, posto contestualmente al progetto di rinnovamento della collana di letteratura francese di Edizioni Clichy. Il padre di Marie, Jacques, è un medico diviso tra l’allegria e l’angoscia, abituato a chiudersi nel silenzio quando si parla della sua infanzia. Solo dopo la morte del padre, Marie riceve una busta che spiega il suo passato. Dentro la busta, Marie trova una serie di lettere d’amore e una supplica: “Non dimenticare il bambino”. È così che l’autrice ripercorre la propria storia famigliare fuori dagli schemi, quella che riguarda Jacques e i suoi quattro “genitori”, quattro persone che si sono amate e che con la stessa forza hanno amato quel bambino, lasciandosi con una promessa, poco prima di entrare nel campo di Auschwitz: vegliare su di lui.
La dedica



Anche Miriam Rebhun, autrice di La dedica (Giuntina), racconta la storia personale dell’autrice, alle prese con il passato della sua stessa famiglia: a partire da un messaggio lasciato sulla pagina web dedicata alla memoria di suo zio, Kurt Emanuel Rebhun, Miriam scopre dell’esistenza di una cugina acquisita di settantasei anni, Daphna, che si dichiara figlia di quello zio, morto durante la guerra d’Indipendenza di Israele nel 1948. Alla ricerca di maggiori informazioni su Daphna e sul suo legame con la famiglia, Miriam Rebhun si imbarca quindi per una ricerca appassionante che la conduce da Berlino a Haifa, dalle leggi razziali nell’Europa della Seconda guerra mondiale alla nascita d’Israele.
Il figlio ebreo



Si colloca in questo filone di letture anche l’opera di Daniel Guebel, in libreria con un’opera a metà strada tra autobiografia, narrativa e critica letteraria. Il protagonista di Il figlio ebreo (La nave di Teseo, traduzione di Carlo Alberto Montalto, in uscita il 21 gennaio), infatti, è l’autore stesso, il “figlio” a cui il titolo fa riferimento, diviso tra la rabbia e il dolore causati da un padre violento e l’obbligo a prendersi cura di quel genitore che si sta spegnendo lentamente. In questo libro, Guebel esplora le luci e le ombre della memoria attraverso l’ambiguità del rapporto padre-figlio.
Il numero sul tuo braccio è blu come i tuoi occhi



Passiamo ora a uno dei molti libri sulla Shoah di stampo (auto)biografico: Il numero sul tuo braccio è blu come i tuoi occhi (Newton Compton, traduzione di Marianna Zilio, in uscita il 14 gennaio), scritto dall’autrice tedesca Stefanie Oswalt in dialogo con Eva Umlauf, che in questo libro racconta la sua vera esperienza. Eva è solo una bambina di due anni quando, il 3 novembre 1944, giunge ad Auschwitz, venendo marchiata con il numero A-26959. Al momento della liberazione sua madre è incinta della seconda figlia ed Eva è molto debole a causa della malnutrizione e di altre malattie. Nonostante le difficoltà, però, Eva sopravvive assieme alla madre, trascorrendo gli anni successivi tra flash di memorie e incubi terribili. Solo l’incontro con altri sopravvissuti alla Shoah, tra cui il suo futuro marito, la aiuterà a ricostruire la sua identità perduta.

Quando imparammo la paura



Tra i libri per la Giornata della memoria c’è anche Quando imparammo la paura – Vita di Laura Geiringer sopravvissuta ad Auschwitz (Marsilio, in uscita il 17 gennaio), una biografia redatta da uno dei maggiori esperti della Shoah in Italia, lo scrittore e saggista Frediano Sessi. Partendo dal diario della giovane Laura Geiringer, Sessi racconta il percorso che accomuna molti sopravvissuti all’Olocausto: il timore di non essere creduti, il vano tentativo di ritornare alla normalità, il tormento dei ricordi. In particolare, quelli relativi ai terribili esperimenti che venivano condotti sulle donne ad Auschwitz. Il tentativo è quello di ridare voce alle vite spezzate di Laura e dei suoi famigliari, accanto alle storie perdute di molti altri e di molte altre.
La ballerina di Auschwitz



La dottoressa Edith Eva Eger, sopravvissuta alla Shoah e psicologa, oggi novantasettenne, torna a raccontare la sua dolorosa storia in La ballerina di Auschwitz (Corbaccio, traduzione di Maria Olivia Crosio, pubblicato il 10 gennaio). Già autrice di La scelta di Edith (opera in cui intreccia la sua storia autobiografica alle competenze da psicologa su come superare i traumi e ritornare alla luce), in questo nuovo libro Eger ripercorre nuovamente il suo passato.

Edith ha solo sedici anni quando scopre per la prima volta l’amore e sogna di andare alle Olimpiadi: ha un talento per la danza e un’abilità nella ginnastica, ma niente di tutto ciò la può proteggere dal corso della Storia. Nel 1944 viene deportata ad Auschwitz assieme a tutta la sua famiglia: solo la sorella Magda uscirà assieme a lei da quell’incubo. In queste pagine leggiamo quindi il grido di una ragazza travolta da un Male inimmaginabile, ma capace di rinascere e di continuare a vivere, rimanendo ancora sulle punte…
Crematorio freddo



Tra i libri per il Giorno della Memoria 2025 c’è anche Crematorio freddo – Cronache dalla terra di Auschwitz di József Debreczeni (Bompiani, traduzione di Dóra Várnai, in uscita il 15 gennaio). Scrittore e giornalista ungherese, Debreczeni è sopravvissuto ad Auschwitz, dove è giunto nel 1944, venendo destinato a mesi di lavoro forzato in condizioni disumane. Il “Crematorio freddo” a cui il titolo fa riferimento è il cosiddetto ospedale di Dörnhau, smantellato di forni e camere a gas, dove i nazisti mandavano a morire i prigionieri troppo malati o deboli. Salvato dalle armate russe, nel dopoguerra Debreczeni ha testimoniato la sua esperienza nei campi di lavoro con lucidità e crudezza. Le sue memorie, pubblicate nel 1950 in ungherese, sono ora riscoperte e tradotte.
Mi chiamo Oleg – Sono sopravvissuto ad Auschwitz



Tra i libri autobiografici sulla Shoah troviamo anche Mi chiamo Oleg – Sono sopravvissuto ad Auschwitz (Newton Compton, in uscita il 14 gennaio 2025), scritto da Filippo Boni, studioso del Novecento, autore e giornalista, e Oleg Mandić, nato a Sušac, nell’odierna Croazia, giunto ad Auschwitz a soli undici anni come prigioniero politico, dato che suo padre e suo nonno si erano uniti alla resistenza. Divenuto avvocato e giornalista, Oleg Mandić si è battuto a lungo per la conservazione della memoria: è con questo intento che ha realizzato il suo libro, in cui ripercorre gli episodi più duri e difficili della sua prigionia, fino alla liberazione e al ritorno ad Auschwitz a molti anni di distanza…
Le ragazze della scienza



Le ragazze della scienza di Olivia Campbell (ABOCA, traduzione di Simone Aglan-Buttazzi e Valeria Lucia Gili, in uscita il 24 gennaio) ha come sottotitolo: Come quattro donne sono fuggite dalla Germania nazista e hanno fatto la storia della fisica. La scrittrice e giornalista – già autrice di Le ragazze in camice bianco (Aboca, traduzione di Miriam Falconetti) sulle prime donne medico – riporta alla luce la storia di quattro donne pioniere della fisica, in fuga dalla Germania nazista per via della loro discendenza ebraica: Lise Meitner, Hedwig Kohn, Hertha Sponer e Hildegard Stücklen. La prima fuggì in Svezia, dove scoprì la fissione nucleare, le altre negli Stati Uniti, dove fecero progredire la fisica avanzata nelle università. In ogni caso, attraverso difficoltà e ostacoli, il loro esempio rimane fondamentale per le giovani donne di oggi.
Fotografare la Shoah



Passando invece ai saggi legati al Giorno della Memoria, questo libro indaga la Shoah da una prospettiva diversa, cioè servendosi delle fotografie. Laura Fontana, storica della Shoah ed esperta di didattica, tenta di identificare le immagini più potenti e illuminanti sugli eventi dell’Olocausto, spesso concepito come un evento irrappresentabile e inconcepibile. Fotografare la Shoah. Comprendere le immagini della distruzione degli ebrei (Einaudi, in uscita il 21 gennaio) vuole quindi fare luce sull’oscurità attraverso una serie di fotografie – non direttamente collegate allo sterminio di massa ma capaci di inquadrare avvenimenti preliminari o collaterali al crimine – fondamentali per preservare la memoria e per insegnarci come interpretare le immagini storiche.

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Noi siamo memoria



Noi siamo memoria di Matteo Corradini (Erickson) è una guida per insegnanti, educatori e genitori, un volume che si prefigge di spiegare il senso del ricordare, proponendo anche attività per la didattica indirizzate a ragazzi e ragazze delle scuole superiori, per renderli più partecipi e consapevoli di quella Storia che loro sentono sempre più lontana.
Un mosaico di silenzi



Giovanni Coco, studioso e archivista all’Archivio Apostolico Vaticano, fa luce su una delle questioni più controverse e dibattute del pontificato di Pio XII: la sua posizione sulla Shoah e il suo silenzio verso nazismo e fascismo. Il saggio Un mosaico di silenzi – Pio XII e la questione ebraica (Mondadori, in uscita a marzo) evidenzia quindi le contraddizioni che hanno segnato l’operato di Papa Eugenio Pacelli durante (e dopo) la Seconda guerra mondiale.
1940



La fuga di un gruppo di artisti e scrittori dalla Germania nazista è al centro di 1940. Il grande esodo della letteratura in fuga da Hitler (Marsilio, traduzione di Francesco Peri, in libreria il 24 gennaio). Il critico e saggista Uwe Wittstock – già autore di Febbraio 1933. L’inverno della letteratura (Marsilio, traduzione di Isabella Amico di Meane e Giovanna Targia) – ricostruisce la fuga per la libertà di un gruppo di intellettuali come Hannah Arendt, Walter Benjamin, Heinrich Mann e tanti altri, rifugiati a Parigi e costretti a scappare nuovamente dopo l’occupazione tedesca. Wittstock riporta così alla luce la figura di Varian Fry, giornalista statunitense che ha messo a repentaglio la sua vita per aiutare la loro fuga clandestina.
Individuo e destino



Individuo e destino – La Germania e i suoi filosofi tra due guerre (Il Mulino, in uscita il 10 gennaio), saggio di Stefano Poggi, non tratta strettamente della Shoah, ma permette di identificare il contesto culturale, e soprattutto filosofico, della Germania del primo dopoguerra. Tra i temi fondamentali di quegli anni c’è soprattutto quello del destino, segnato dall’oscurità e dall’incertezza verso il futuro. Si delinea così il fato della Germania, destinato a sconvolgere l’intera civiltà occidentale.
Storia di Tova – La bambina di Auschwitz



Arriviamo quindi ai libri sulla Shoah dedicati a bambini e ragazzi: Storia di Tova – La bambina di Auschwitz (Newton Compton, traduzione di Paola Vitale, in uscita il 21 gennaio) è la storia dell’attivista e testimone dell’Olocausto Tova Friedman, internata ad Auschwitz a soli cinque anni. Arricchito dalle illustrazioni di Manuel Sumberac, in questo libro Friedman ripercorre la sua vita, dai giorni del ghetto ebraico alla sua partenza per gli Stati Uniti, alla ricerca di un nuovo inizio.
Mouschi, il gatto di Anna Frank



In uscita il 14 gennaio, Mouschi, il gatto di Anna Frank – Una bambina, un nascondiglio, un amico a sorpresa (De Agostini, traduzione di Sara Cavarero, illustrazioni di Danuta Wojciechowska, prefazione di Frediano Sessi) di José Jorge Letria racconta la storia della famiglia Frank attraverso gli occhi di un gatto randagio, Mouschi, giunto nel loro nascondiglio segreto. Uno spazio silenzioso in cui però c’è grande spazio per l’amore e per i sogni, soprattutto nelle pagine del diario della giovane Anna, una semplice ragazza che spera un giorno di trovare il suo posto nel mondo.
Casa libera tutti



Tra i libri sulla Giornata della Memoria 2025 c’è anche Casa libera tutti – I bambini di Sciesopoli sopravvissuti alla Shoah (Salani, in uscita il 14 gennaio) di Lorenza Cingoli, scrittrice, sceneggiatrice e autrice televisiva scomparsa nel 2023. Il romanzo si sofferma sulla casa-comunità di Sciesopoli, sulle prealpi bergamasche, in cui nel dopoguerra trovarono rifugio i bambini orfani scampati alla persecuzione nazista. La protagonista è Nina, alla ricerca, come gli altri bambini e bambine, di solidarietà, amicizia e speranza.
Così siamo diventati fratelli



Un libro che celebra l’amicizia tra due ragazzi, accomunati dallo stesso difficile destino: Così siamo diventati fratelli. L’amicizia che salvò Sami e Piero (Mondadori, illustrazioni di Eleonora De Pieri). Quando nel 1944 Sami Modiano e Piero Terracina si incontrano nel campo di Birkenau, hanno perso tutte le persone a loro care: possono contare solo sulla loro amicizia. A raccontare la loro storia è lo stesso Sami Mondiano, assieme a Marco Caviglia, ripercorrendo anche il loro incontro a cinquant’anni di distanza dalla Liberazione e il loro percorso di testimonianza.
Il treno della memoria



Nel gennaio 2005, Paolo, un diciottenne del Sud Italia, arriva ad Auschwitz per la prima volta, rimanendo segnato per sempre. Da quel momento sarà lui a guidare molti gruppi di giovani sul Treno della Memoria, da Berlino a Cracovia e fino al campo di di Auschwitz-Birkenau. Il treno della memoria – Un viaggio per diventare i testimoni di domani (De Agostini, in uscita il 14 gennaio) ripercorre le emozioni dei ragazzi e delle ragazze davanti alle ferite del Novecento, in un percorso che dal passato risuona anche nel loro presente, cambiando profondamente ognuno dei protagonisti, tra dubbi, lacrime e amicizie.

24.4.23

Don Pozzi, il partigiano di Dio che mise in salvo gli ebrei

 stavo cercando storie    da   raccontare  anziché  riportare  i  soliti pipponi   non  basta  quando    ce ne  saranno    nella  settimana  della memoria  ed ho trovato  questa  

https://www.avvenire.it/agora/pagine/ del   11 febbraio 2023 

Il parroco di Clivio, insieme al maresciallo della Finanza Cortile e alla signora Molinari organizzarono una rete clandestina per far espatriare i perseguitati. Un libro ricorda la vicenda di eroismo
La rete da cui passavano gli ebrei a Clivio

La rete da cui passavano gli ebrei a Clivio - Archivio Comune di Clivio

Don Gilberto Pozzi

Don Gilberto Pozzi - Archivio Comune di Clivio

«Questa è una storia di finanzieri, di sacerdoti, di gente comune e di fuggiaschi. Una storia di perseguitati, di spie, di delatori, ma anche un racconto di grande solidarietà. Quell’autunno del 1943, a Clivio, accaddero molte cose: pedinamenti, rapporti segreti, arresti e scelte determinanti nell’Italia divisa in due dopo l’8 settembre ». Già l’incipit del volume di Gerardo Severino e Vincenzo GrientiIl partigiano di Dio. Don Gilberto Pozzi, lo Schindler di Clivio (San Paolo, pagine 187, euro18, 00), mette sul piatto tutti i protagonisti, i luoghi, i tempi e i pericoli della vicenda che vide una rete di benefattori (nel senso letterale del termine) mettere in salvo chi era in pericolo: migliaia di perseguitati dal nazifascismo, tra i quali moltissimi ebrei. I sacerdoti protagonisti sono tanti. Oltre alla figura eroica del parroco di Clivio, alla quale il volume è dedicato, sono ricordati anche gli altri “prevosti” della Valceresio, al confine tra Italia e Svizzera, che si spesero per il bene in tempi di male assoluto: don Gioacchino Brambilla di Viggiù e don Giovanni Bolgeri di Saltrio. «Il prete in un paese è come una scintilla, può accendere un paese. Se il prete se ne fa promotore, i buoni propositi diventano un’opera», ricorda nella prefazione l’arcivescovo di Milano Mario Delpini.

Il libro sottolinea a più riprese il contributo dei cattolici nella lotta al nazifascismo, con laici e sacerdoti, alla don Pozzi , i quali «svolsero diversi ruoli nella Resistenza. Furono fonte d’ispirazione per i giovani saliti in montagna fino a diventare essi stessi comandanti di formazioni partigiane», scrivono gli autori ricordando i casi di don Antonio Milesi nella Bergamasca, don Vittorio Bonomelli nel Bresciano, Arndt Paul Richard Lauritzen, frate di origine nordica che prese il nome di battaglia di “Paolo il Danese”, e don Domenico Orlandini, fondatore delle Fiamme Verdi reggiane. A far nascere l’Italia democratica essenziale fu poi il contributo, spesso trascurato dalla storiografia, degli Internati militari in Germania (Imi) e della cosiddetta “resistenza con le stellette” nei vari corpi armati. Don Pozzi, nato a Busto Arsizio nel 1878, era divenuto parroco della località del Varesotto nei primi del Novecento e vi restò fino alla morte, avvenuta nel 1963. Da subito si era messo a fianco della gente, soprattutto dei più poveri e delle famiglie colpite dai lutti nella Grande Guerra. Si era anche adoperato per le madri svizzere che, per colpa di politiche economiche restrittive della Confederazione, furono costrette ad abbandonare i figli minori appena al di là della frontiera, in territorio italiano. Aveva anche organizzato opere sociali ed educative, venendo così in contrasto con i socialisti e gli anarchici del luogo, molto radicati, che lo vedevano come un pericoloso concorrente nella conquista della gioventù. Dopo il 1938 don Pozzi si era apertamente schierato contro le leggi razziali, finendo nel mirino dei fascisti. E agì per seguire la sua coscienza e il Vangelo. Nel 1943 il sacerdote fu, dunque, tra i promotori della cellula di Clivio dell’organizzazione Oscar, acronimo che stava per “Opera scoutistica (aggettivo poi sostituito per prudenza con soccorso) cattolica aiuto ai rifugiati”. La rete clandestina era strettamente legata al celebre gruppo scout delle Aquile Randagie, del quale fecero parte personalità come don Giovanni Barbareschi e numerosi altri sacerdoti, nonché il “ribelle per amore” Teresio Olivelli. Il sodalizio ebbe il sostegno dell’arcivescovo di Milano Ildefonso Schuster e del vescovo di Lugano Angelo Giuseppe Jelmini. Grazie ad esso si realizzarono oltre 2mila espatri clandestini. Don Pozzi, sempre nel mirino, fini nel carcere milanese di San Vittore, dopo essere stato catturato dalla Guardia nazionale repubblicana e la sua casa perquisita dalla famigerata legione armata “Ettore Muti”. Sarebbe finito in un lager, se non fosse stato scarcerato per intercessione di Schuster.

Il maresciallo della Finanza Luigi Cortile

Il maresciallo della Finanza Luigi Cortile - Archivio Comune di Clivio

Sorte che invece non fu risparmiata al maresciallo delle Fiamme Gialle Luigi Cortile morto nel 1945 nel campo di concentramento austriaco di Mauthausen-Melk a soli 47 anni. A questa figura, che si prodigò con don Pozzi nell’aiuto agli ebrei, il colonnello Severino, direttore del Museo storico della Guardia di Finanza, ha già dedicato il libro Il buon doganiere di Clivio. Nell’opera di resistenza, infatti, si impegnarono molti dei finanzieri operanti vicino alla frontiera elvetica, terra di traffici, spesso non puliti, e “spalloni”. Protagonista degli atti di quotidiano eroismo fu anche la gente comune, rappresentata da Nellina Molinari e Giuseppina Panzica. Quest’ultima aveva messo a disposizione dei fuggitivi la sua casa di Ponte Chiasso e per questo è finita Ravensbrück, campo al quale è fortunatamente sopravvissuta. Vicenda che sempre Severino ha ricostruito in un altro volume insieme a Grienti, che è un giornalista di Tv2000 esperto di storia e collaboratore di “Avvenire”. Cortile e Mo-linari, che è morta nel 1987, lasciando una silenziosa quanto preziosa memoria, sono stati riconosciuti lo scorso anno dallo Yad Vashem come Giusti tra le nazioni. A testimoniare per loro due famiglie ebree che hanno aiutato: i Colonna e i Ghedali. Ma sono molti altri i nuclei familiari e i singoli ebrei ricordati nel volume. A scampare in Svizzera grazie a questa cellula fu anche Giorgio Sacerdoti, allora bambino, oggi presidente della Fondazione Centro di documentazione ebraica contemporanea e autore della presentazione al volume.

La signora Nellina Molinari

La signora Nellina Molinari - Archivio Comune di Clivio

Che, dopo l’8 settembre, il tempo per passare il confine fosse poco, i “contrabbandieri del bene”, come li definiscono gli autori, lo avevano capito subito. Già dal 12 settembre i tedeschi erano arrivati a Varese, avevano intensificato i presidi territoriali e imposto la legge marziale. Allora in quel fatidico giorno si creò la fila per raggiungere il territorio elvetico. Passarono 15 ufficiali, 642 tra sottufficiali e soldati, armi, cavalli e muli del 3° Reggimento Savoia Cavalleria. Passarono politici invisi al fascismo come Edoardo Clerici, del partito popolare, e Pietro Malvestiti del Movimento guelfo d’azione, ricercati in quanto firmatari del manifesto antifascista del 26 luglio. E passarono ebrei, come l’imprenditore tedesco Luigi Wolff che si era rifugiato a Varese per sfuggire alle persecuzioni hitleriane. Purtroppo, invece, poco tempo dopo, l’8 dicembre del 1943, a causa dei respingimenti attuati in Svizzera e ai controlli più intensi al confine, nei pressi di Arzo venne respinta da finanzieri “zelanti”, altra faccia di quelli eroici, la famiglia Segre. Proprio quella dell’attuale senatrice a vita Liliana, allora tredicenne, poi scampata al lager e infaticabile testimone della memoria dello sterminio. «Senza di lei – ricordano gli autori – molti giovani non avrebbero iniziato a interessarsi della Shoah e del mondo dei campi di concentramento, verso cui uomini come don Gilberto Pozzi e il maresciallo Cortile cercavano di evitare la destinazione, spesso senza ritorno, di poveri innocenti ». Testimonianze coraggiose di attenzione all’altro in quanto essere umano, al di là di ogni inutile specificazione, che libri come questo aiutano a tenere vive. © RIPRODUZIONE RISERVATA Il parroco Pozzi, il finanziere Cortile, la signora Molinari e molti altri nel 1943 si spesero, tra mille pericoli, per gli espatri clandestini in Svizzera. Un libro ricostruisce questa vicenda di umanità e resistenza al male La chiesa parrocchiale di Clivio / WikiCommons Nella foto grande: il tratto del reticolato di confine da cui passavano gli ebrei in fuga verso la Svizzera In basso, da sinistra a destra: don Gilberto Pozzi, Nellina Molinari e il maresciallo Luigi Cortile / Archivio Comune di Clivio