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20/01/19

Letteratura. La poesia indaga l'abisso della Shoah


Alessandro Zaccuri sabato 19 gennaio 2019


Giovanni Tesio raccoglie un’ottantina di poesie dedicate al dramma dello sterminio ebraico

                        Il campo di concentramento di Birkenau (Ansa)

Una donna ha i capelli d’oro, l’altra ha capelli di cenere: le parole non possono raccontare quello che c’è in mezzo, non riescono a popolare il vuoto che separa Margarete, perduta all’amore per Faust, da Sulamith, la sposa del Cantico dei Cantici. Le parole possono però testimoniare, anche con il silenzio e con la reticenza, specialmente con il pudore. Sono versi famosissimi, questi di Paul Celan in Fuga di morte, e non stupisce ritrovarli nell’antologia di «voci poetiche sulla Shoah» allestita da Giovanni Tesio per Interlinea con il titolo Nell'abisso del lager (pagine 292, euro 18,00).
Un libro che in un certo senso esisteva già, ma in forma invisibile, disperso in altri libri e in altre antologie. Solo adesso viene finalmente in superficie grazie al lavoro attento e appassionato di Tesio, italianista e poeta a sua volta, oltre che narratore con il recente Gli zoccoli nell’erba pesante (Lindau). A parte l’inedito di Gianni D’Elia riprodotto in questa pagina, i testi di Nell’abisso del lager erano già disponibili per il lettore italiano, talvolta in sedi non immediatamente accessibili. Mancava però un inquadramento complessivo che permettesse di ricostruire la storia di questo che non è affatto un genere letterario: semmai un avvenimento che attraversa la letteratura del Novecento e la trasforma per sempre, travolgendo anche chi dall'esperienza storica dei campi nazisti non è stato toccato di persona. È la distinzione, fondamentale nella struttura del volume così come Tesio l’ha concepito, tra le «voci dal lager» e le «voci del lager» (il corsivo è mio), tra quelli che a Buchenwald o a Birkenau ci sono stati veramente e quelli che, pur senza esservi stati imprigionati, hanno ugualmente bevuto il «latte nero dell’alba», per citare ancora una volta Celan. Il punto di partenza è una pietra d’inciampo, e non potrebbe essere altrimenti.
Che dopo Auschwitz fare poesia andasse considerato un atto di barbarie era, com’è noto, la posizione di Theodor Adorno, alla quale Primo Levi contrapponeva la necessità di permettere che la poesia sopravvivesse all’“ora incerta” dello sterminio e dell’orrore. Lui stesso, Levi, era diventato scrittore (e poeta) proprio ad Auschwitz, rispondendo a un’urgenza tutt’altro che letteraria. «Se ne scrivono ancora» è l’incipit di una celebre poesia di Vittorio Sereni, I versi, nella quale si ammette che «No, non è più felice l’esercizio».
Ancora più perentorio è il francese Mathieu Bénézet, nato nel 1946, fuori dai limiti cronologici della Shoah. In Quel che dice Euridice dimostra come la convinzione che la poesia non sia più « possibile » si fonda su un equivoco, dato che «non esiste poesia possibile» (questa volta i corsivi sono dell’autore): «Non dimenticare sempre la poesia / conobbe / l’Inferno», ripete Euridice, che qui diventa figura di ogni vittima e di ogni sopravvissuto. Sono, questi che abbiamo citato, solo alcuni dei poeti presenti in Nell’abisso del lager. Tesio ne accoglie un’ottantina, non senza qualche rinuncia, considerato che l’ombra della Shoah si proietta a lungo e in contesti spesso imprevisti.
Non mancano, anche in ambito italiano, le occasioni per riconsiderare la consistenza di un canone che rimane mobile e contraddittorio, drammatico per definizione. Una sola, per esempio, è l’occorrenza del dialetto ( Donne di Ravensbrück del piemontese Carlo Regis), mentre colpisce il ricorso a soluzione auliche come «Deh taci» da parte di Bruno Lodi, autore di un autobiografico Voce del “Lager” andato in stampa già nel 1946. Da parte sua, Quinto Osano – i cui «ricordi e pensieri di un ex deportato» usciranno solo all’inizio degli anni Novanta – fa tesoro della lezione di Palazzeschi adoperando come ritornello un verso onomatopeico, «Tu tum, tu tum, tu tum, tu tum», che rimanda al rumore del treno diretto a Mauthausen.
Testimoni anche loro, in ogni caso, al pari di poeti più grandi e riconosciuti, da Giorgio Caproni a Pier Paolo Pasolini, da Franco Fortini ad Antonella Anedda, da Mariangela Gualtieri a Mario Luzi, fino all’indimenticabile «preghiera trafitta dall’elevazione» intonata da Elsa Morante: «Per il dolore delle corsie malate / e di tutte le mura carcerarie / e dei campi spinati, dei forzati e dei loro guardiani, / e dei forni e delle Siberie e dei mattatoi / e delle marce e delle solitudini e delle intossicazioni e dei suicidi / e i sussulti della concezione /e il sapore dolciastro del seme e delle morti, /per il corpo innumerevole del dolore /loro e mio...». Non meno vasto e accidentato è il paesaggio che si apre al di fuori dei confini italiani. Nell’abisso del lager dà spazio a Nelly Sachs e a Else Lasker-Schüler, a Jean Cayrol e a Yves Bonnefoy, a Hilde Domin e alla Sylvia Plath di Lady Lazarus,dalla «pelle / splendente come un paralume nazista», ma a fianco di questa costellazione già nota e si avvistano autori non ancora abbastanza apprezzati, come l’israeliano Dan Pagis, al quale si deve il fulminanteScritto a matita in un vagone piombato: «Qui in questo convoglio / Io sono Eva / Con Abele mio figlio / Se vedete il mio figlio maggiore / Caino figlio d’Adamo / Ditegli che io».
La poesia non racconta, appunto. La parola non può dire. Ma dopo Auschwitz è necessaria più che mai, come la «farfalla di Buchenwald» cantata da Zoka Velichova, visione che «si libra spensierata nell’abisso». «I miei ricordi sono solo cenere – aggiunge la poetessa – sull’ali iridescenti della polvere».

Figura del Macello

Come il diretto che risfiora il mare
Ripreme il passo la terra contro sé
Ma non può fare a meno d’inquadrare
Il tufo giallo che insegue chi non è
O chi se c’è di là non riappare
Dai carri piombati nel fosco rullare
Rugginoso a zaffate d’un treno bestiame
Ecco rifrana il Fosso Seiore e traspare
E sa di musi nebbiosi incollati alle rare
Sbarre ai cigolanti cerchi ai rinchiusi
Mugli in vapori d’un macellar secolare
Che già bastò puerili castelli a spazzare
E dunque non è vero che il bello è sempre
Nelle care cose che ci calmano
La cattedrale di foglie di un albero
O le squame di luce del mare largo
Se un lento treno merci a agosto esausto
Basta a evocare il più infame olocausto?
(1991) (2016)

Gianni D’Elia

17/04/17

"Ho salvato il palazzo di Capa dove morì l'ultimo soldato Usa

per chi non capisse l'inglese o non ha voglia di tradurselo sotto trovate l'articolo scarno nella versione web in italiano su repubblica del 15\4\2017


Leipzig flat made famous in Capa war photo becomes poignant memorial
Apartment featured in one of the most memorable images of the second world war restored to its former glory


American soldiers in the Leipzig apartment building now known as the Capa House. Photograph: Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos



Thursday 1 September 2016 13.00 BSTLast modified on Friday 11 November 2016 11.35 GMT


Robert Capa called them his most definitive images of the second world war. Seconds after the photographer had taken a portrait of a fresh-faced sergeant poised with a heavy machine gun on a Leipzig balcony, the soldier slumped to the floor. On 18 April 1945, in the final days of the conflict, he had been hit and killed by the bullets of a German sniper.
Capa climbed through a balcony window into the flat to photograph the dead man, who lay in the open door, a looted Luftwaffe sheepskin helmet on his head. The subsequent series of photographs show the rapid spread of the soldier’s blood across the parquet floor as other GIs attended to him and his fellow gunner took over his post at the machine gun.
“It was a very clean, somehow very beautiful death and I think that’s what I remember most from the war,” Capa recalled two years later in a radio interview.

The images were wired back to New York and featured prominently in Life magazine’s Victory edition on 14 May. The soldier, Raymond J Bowman, 21, of Rochester, New York, was later hailed as The Last Man to Die by Capa and the photographs would become some of the most memorable images of the second world war.
But their origins would have remained obscure had a group of Leipzigers interested in highlighting and preserving the city’s little-known Capa connection not discovered that a derelict 19th-century apartment block was where the photographer, embedded with the US army during the capture of the city, had taken the pictures.
Learning that the building was destined for demolition four years ago, the group set about trying to save it. And save it they have: following a €10.5m (£9m) refurbishment, including shoring up the foundations and replacing the balconies, the Capa Haus has been restored to its former glory.
The Leipzig apartment building after a fire on New Year’s Eve 2011 when it was scheduled for demolition. Photograph: Alamy Stock Photo

The Capa House after restoration in 2016. Photograph: Alamy Stock Photo

Strips of Jahnallee have been renamed Bowman Strasse and Capa Strasse. In the elegant ground floor Cafe Eigler a permanent exhibition is dedicated to The Last Man series and other Capa pictures which tell the story of 18 April.
“There was very little in the city to recall the last days of [the second world war],” said Meigl Hoffmann, “and we were struck by what a poignant and authentic memorial this actually was.”
Hoffman, 48, a Leipzig political cabaret artist and one of the founding members of the Capa Haus initiative, grew up with the many wartime stories of his parents and grandparents. But the US army’s role in liberating Leipzig from nazism had been an unfashionable version of events during the days of communism when the dominant story was of how the Red Army – which arrived in July – had saved his city.
“As a result the Capa connection had been suppressed because his pictures told the unfavourable story of the US troops, and so for years no one here really knew about them, they were considered subversive,” said Hoffmann.
Capa’s picture of the American soldier killed by a German sniper on 18 April 1945. Photograph: Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

He discovered the Last Man to Die images in a banned underground magazine at the age of 19. “I was electrified by the pictures – they appeared 3D to me, and because a lot of the photos we knew in the East German era were in black and white, they struck me as being very contemporary,” Hoffmann explained.
He and a friend set about trying to locate the balcony, aided by Capa’s description of the “big apartment building that overlooked the bridge” on which German soldiers “were putting up considerable resistance”, as well as visual references in the photograph itself. “But the only building that matched the description didn’t seem to fit at all, as it had no balcony,” said Hoffmann.
The place he found – Jahnallee 61 – was on a busy crossroads in the west of the city. He clambered with trepidation through its broken ceilings and floorboards, finding the “nice bourgeois apartment” on the second floor as Capa had described it, a shell of its former self. The renamed Capa Strasse.

But, surprisingly, unlike the rest of the building, it was largely intact – apart from the fact that its balcony, close to collapse, had been removed years before – and it still had the commanding, unobstructed view of the Zeppelin Bridge.
With weeks to go before the wrecking ball was due to knock it down, the initiative contacted US war veterans involved in the battle for Leipzig.Bowman, the fifth of seven children, had been sent to Europe with Company D of the 23rd Infantry Regiment of the 2nd Infantry Division. He was taking it in turns with his fellow gunner, Lehman Riggs, 24, to operate the .30 calibre Browning.
Riggs had just stepped back inside the apartment and was reloading the gun as the fatal bullet struck. The grandfather clock behind which Riggs took shelter showed – in brighter exposures of the photographs – that Bowman died at 3.15pm.
Riggs, now 96 and living in Cookeville, Tennessee, said his memories of the incident had rushed back during a recent return visit to the apartment.
Robert Capa was embedded with US troops. Photograph:
 Time Life Pictures/Getty Image
“The event had so disturbed my mind because of the loss of my buddy, I had tried to block it, and hadn’t talked about it for years,” the retired postal worker said. “But returning to the scene unlocked all the memories.”
He recalled Bowman as a “very kind young man”. “I was 3ft from him when it happened. I could have reached out and touched him, but I knew he was dead. I had to carry on in his place, as I’d been trained to do.”
Events had happened so fast, he said, from the order to “run into an upper floor of the house and offer cover for our troops so they could come across the bridge”, to the death of his partner, that he had been unaware of Capa’s presence.Read more “In combat we often had army photographers with us. I thought he was just another one of those.”
He contacted his wife to buy Life magazine on learning that he featured in it, but described it as “extremely painful” to view the pictures once he returned from the war, “as they made me vividly relive what had happened”.
Robert Capa: 'The best picture I ever took' - transcript

Read more “In combat we often had army photographers with us. I thought he was just another one of those.”
He contacted his wife to buy Life magazine on learning that he featured in it, but described it as “extremely painful” to view the pictures once he returned from the war, “as they made me vividly relive what had happened”.
Robert Petzold, from Leipzig, who was 13 at the time, recalled the phone call he received from his grandmother the previous evening. “She lived a few kilometres further west and had seen that the Americans were arriving in Leipzig,” he said.
“She told us: ‘The enemy is coming, have a hearty breakfast.’”After doing just that, he, his mother and sister took cover in the air raid shelter in the basement and, while they could hear the heavy exchange of fire, they had little inkling of the drama that had unfolded on the balcony where, Petzold recalled, “I used to keep rabbits.”
Once they were given the all-clear, his mother returned to their flat to the horrifying scene of the dead soldier in her living room. “His blood was all over the floor, and soaked into a rug. On a dresser in the hallway she found letters and photographs that had been removed from his pocket, showing a woman and children. She said: ‘They may be our enemies, but they suffer the same fate as us,’” Petzold said.
For years, he said, his mother tried in vain to remove the blood stains from the rug. “But nothing, no chemical process, could get rid of them – they served to us as a permanent reminder of the horror of what had happened.”
The apartment’s current owner, Katrin Stein, said she tried not to think too much about what had happened there. Photograph: Kate Connolly for the Guardian

A dining room table in an adjoining room that was used by other members of the machine gun platoon had dents on its underside from the recoil motion of the gun. “The soldiers had been thoughtful enough to turn the table top upside down to avoid damaging it. My mother was always very impressed by that,” he recalled.
Raymond Bowman’s mother, Florence, at first refused to believe reports her son had died. When her other son contacted Bowman’s army unit for further confirmation, he was told to buy a copy of Life. There the family recognised the pin with the initials RB, which Bowman had made in high school.
The Capa Haus initiative, which was accompanied by personal appeals to city authorities by Riggs, Petzold and members of the Bowman family to save the historic site, led to approaches by a Munich investor, who prides himself on his track record of saving historic buildings that “tell stories”.
“It was an important picture but one that Capa almost didn’t take,” said Christoph Kaufmann, of Leipzig’s Civic History Museum and the main curator of the exhibition, pointing to Capa’s own take on the incident, in the only known recording of the photographer’s strong Hungarian-accented voice.
Lovers and fighters: Robert Capa's best second world war photography

“He’d just moved on to the open balcony and put up that heavy machine gun,” Capa said. “But God, the war was over, who wanted to see one more picture of somebody shooting? … But he looked so clean-cut and he was one of the men who looked like if it would be the first day of the war he still was earnest about it … So I said: ‘All right, this will be my last picture of war.’ And I put my camera and took a portrait shot of him.”
Katrin Stein now lives in the apartment, her balcony painted peach-pink and adorned with geraniums and a wash stand.
“I try not to think too much about what happened here,” she said, standing in the balcony doorway where Bowman fell. “But it certainly adds another dimension to the history I learned in school.”




da repubblica  del 16\4\2017




DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BERLINO.

Aprile 1945. Sono gli ultimi giorni del Reich, gli americani stanno conquistando Lipsia. Un soldato individua una casa in una posizione strategica, si affaccia dal balcone e punta il mitra verso la città vecchia, dove i nazisti stanno battendo in ritirata. Il proiettile di un cecchino tedesco, nascosto chissà dove, lo centra in mezzo agli occhi. Raymond J. Bowman cade riverso, l'elmetto si storce nell'impatto con la finestra, il sangue riempie il pavimento. Dietro di lui, c'è uno dei più grandi fotografi di guerra del Novecento, Robert Capa, arrivato in Germania con le truppe americane. Il 18 aprile la sua foto del soldato morto viene pubblicata sulla rivista Life.
Passerà alla storia con la didascalia del suo autore: "last man to die", "l'ultimo uomo a morire".
Negli anni del dopoguerra, nella Germania comunista la memoria collettiva cancella Capa e gli americani. Ma il piccolo Meigl Hoffman, un quarto di secolo dopo, trova in soffitta proiettili e un elmetto "yankee", sente sussurrare in famiglia le imprese dei liberatori americani, censurati dai libri di storia del socialismo reale. Alla fine degli anni '80, arriva il momento che gli cambierà la vita. Su una rivista clandestina, Snowbag Magazine, trova cinque foto di Robert Capa di quei fatidici giorni di Lipsia. Sono immagini fotografate di nascosto dall'archivio della biblioteca comunale. Meigl ne rimane stregato.
Poco dopo la caduta del Muro, il cabarettista comincia la sua ricerca della foto perduta. Contatta il consolato americano - adesso può farlo - ma nessuno ne sa niente. Anche nel 2005, durante i festeggiamenti per il 60° anniversario della fine della guerra, chiede informazioni ad alcuni veterani americani venuti in città. Ma nessuno sa fornirgli dettagli di quell'"ultimo morto" della guerra dei nazisti.
Hoffmann, allora, comincia a studiare la foto. L'unico indizio utile è il balcone in stile Jugendstil. Dopo molte ricerche riesce a individuare la strada, persino la casa. Ma la facciata è piatta. E le condizioni dell'edificio disperate. Mezzo tetto crollato, porte e finestre distrutte, calcinacci. «Il fatto è che l'edificio non aveva balconi, ed era in uno stato catastrofico », ha raccontato alla Faz. Ma lui non si scoraggia. L'intuito gli dice di insistere. Con un amico riesce a entrare nella casa, sale lentamente le scale di legno marce. In un appartamento scorge dalla finestra il deposito del tram, il benzinaio, la Zeppelin brücke. È quello che ha visto Capa, è l'appartamento dell'"ultimo soldato". È la foto ritrovata.
Ma l'impresa più difficile deve ancora venire: salvare quella casa. Hoffmann fonda un'associazione e dopo peripezie varie trova un investitore, Horst Langner, disposto a spendere 10 milioni per risanare l'edificio, giusto in tempo per salvarlo dalla demolizione, decisa dal Comune nel 2012. Oggi si chiama "Capa- Haus", ricorda il grande fotografo famoso per aver detto che «se una foto non è buona, non eri abbastanza vicino». Nel bar al pianoterra, una sala è dedicata alla storia della foto. E tra i vari testimoni dell'epoca, Hoffmann ha ritrovato anche un uomo che viveva lì da bambino, Robert Petzold. All'epoca aveva dodici anni. Sua madre vide il corpo del soldato, trovò delle foto della sua famiglia, alcune lettere. Disse ai figli: «Vedete, sarà anche il nemico, ma è un essere umano come noi».

21/01/17

anche se odio le celebrazioni \ ricordo ed ipocrite a date fisse ricordo ecco come ricordare a 360 gradi la giornata del 27 gennaio

Vi potrebbero interessare  per  capire  meglio  il mio post


Eccoci come  ogni   alla  giornata della memoria  ( 27 gennaio  1945 ) , ricorrenza  diventata   ormai  sempre  più un rituale  retorico  e lava  coscienza ed  per  il  90  % dei  casi   celebrata  a senso unico  parlando   solo ed  esclusivamente dello  shoah ( olocausto  del popolo ebraico  )  .  Infatti  riprendendo  il finale di questo  mio precedente post memoria  tra   mistificazione  \ mitizzazione  e realtà   faccio mie  le  osservazioni  \  aggiunte  di   Pino Nicotri  a  questa  bellissima intervista  a Moni Ovadia fatta 3 anni fa

[----]
Giusto e comprensibile che ognuno, ogni gruppo sociale, etnia o popolo pianga i propri morti. Il laidume inizia quando si impone a TUTTI di piangere solo una parte dei morti, quella di un gruppo altrui. Pianga e piangete pure i vostri morti nei kampi nazisti, ma la smetta e la smettiate di voler far credere che siano stati gli unici morti e che quindi sono da ricordare, commemorare e piangere solo quelli, cioè i vostri. La Giornata della Memoria NON fa nessun cenno alle vittime non ebree, e dire che lo sterminio di 400-600 mila morti “zingari” (un milione, secondo Moni Ovadia) è percentualmente molto più grave della Shoà.
Se oggi Israele non servisse come cuneo occidentale nel mondo del petrolio arabo, la Giornata della Memoria NON esisterebbe, sarebbe solo una ricorrenza ebraica così come i “pellerossa” hanno la loro il 1* febbraio, gli armeni la loro il 24 aprile, i palestinesi il 15 maggio hanno la Giornata della Nabka, peraltro porcamente vietata e negata in Israele, ecc. Tutte Giornate della Memoria altrui delle quali ce ne freghiamo allegramente.
Ripeto l’esempio: che ne direbbe se si istituisse la Giornata delle Twin Towers per ricordare solo ed esclusivamente le vittime ispaniche o irlandesi o protestanti e la Giornata del Titanic per ricordare solo ed esclusivamente i passeggeri di prima classe morti, ignorando quelli di seconda classe? Che oltretutto furono fatti crepare chiudendogli in faccia i cancelli d’uscita onde evitare non ci fossero scialuppe sufficienti per i privilegiati di prima classe.
Per essere molto chiari e sintetici: a me non interessa nulla commemorare e/o piangere solo una parte delle vittime dei campi di sterminio, lo trovo un gesto di vile ipocrisia e di interessata bottega. Le vittime o si commemorano tutte o si sputa su quelle che non vengono commemorate. Il tenerle presenti in registri e affini è solo un’elemosina, non il riconoscimento di un loro diritto e di un nostro dovere.
La Giornata della Memoria è diventata un transfer per dimenticare che il nazismo è stato, ed è tuttora, una mostruosità europea e solo europea, del mondo cristiano, in particolare di quello cattolico, e solo del mondo cristiano, in particolare cattolico, e per sostenere che il nazismo è l’islam.
Il problema è semplice: o si ricorda l’intero Olocausto, che comprende anche i rom, ecc., o si commette una amputazione, una censura, cioè un falso. È come voler commemorare il terremoto di Messina o l’affondamento del Titanic o la distruzione delle Twin Towers commemorando solo le vittime cattoliche o circasse o nere o rom o islamiche o ebraiche. Sarebbe un falso. E infatti la Giornata della Memoria è in parte un falso, perchè omette gli “altri”, tant’è che per cattolici e affini è ormai la Giornata del Buonismo Ipocrita. La tragedia è che NON si ricordano più le date dell’entrata in guerra, così la memoria nazionale viene man mano cancellata od ottusa…. Avanti di questo passo i 40 milioni di vittime della seconda guerra mondiale, 20-30 delle quali sovietiche, verranno dimenticate, gettate nella spazzatura, e in parte è già avvenuto, e si sosterrà che la seconda guerra mondiale è stata fatta solo contro gli ebrei. La Giornata della Memoria è diventata, esattamente come volevano i suoi promotori, la Giornata del Giustificazionismo di Israele, cioè dell’Odio Verso i Palestinesi, gli Arabi e gli Iraniani. [---] 

Ora  molti  di voi  mi accuseranno  d'essere  contro il popolo  ebraico  ,  di solito      me en frego e  la lascio scivolare  tali  accuse   perchè   chi mi conosce realmente   sa  che  no è vero  ,  ma  stavolta   rispond0   con  queste  dichiarazioni  di  Robert Rozett, direttore delle biblioteche di Yad Vashem, il museo dell’Olocausto di Gerusalemme



Posso  confermare  e testimoniare  ( vedere i  commenti  ai miei  vari post    su tale giornata pubblicati in  13 anni  di blog  )   che  essa  è   Una    giornata   come   dice giustamente questo articolo   del'anno  scorso    del  sito  glistatigenerali.com    Inizialmente   , volevo rifiutarmi   di celebrare  il  27 gennaio, vedi articolo di Piuno Nicotri  , ma  ricordarlo sempre  .  ma  poi   leggendo   di come esistono

Cari pontilexi, care pontilexe,
visto e considerato che Bruno Volpe ha deciso di non lasciarci partecipare ai  suoi articoli su FB,  bloccando o censurando i nostri  commenti (sapete quanto sia sensibile alle critiche!!), abbiamo pensato di prenderci la libertá di fargli pervenire  la nostra opinione, comodamente da Pontilex.org.Dunque, in occasione della Giornata della Memoria, in cui si commemorano le vittime dell´Olocausto, vi propongo questo scenario devastante che Bruno Volpe offre di se´, non solo sul piano culturale (deve aver preso la laurea coi punti delle figurine Panini!) ma anche  su quello umano:
adp giornata degli ebreiqui la  riposta ( rrrampicata  sugli specchi  direi  )   del sito  sitaccio https://pontilex.org/
 e  http://www.terzobinario.it/le-riflessioni-di-ieri-sulla-giornata-della-memoria/905  in particolare  questi due  commenti  


e  questi   articoli  
http://www.terzobinario.it/le-riflessioni-di-ieri-sulla-giornata-della-memoria/905
http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/01/26/giornata-della-memoria-perche-bisogna-ricordare/480666/
http://www.mosaico-cem.it/articoli/primopiano/ma-sappiamo-gia-tutto-come-insegnare-la-shoah-a-70-anni-da-auschwitza-memoria-il-dibattito
in particolare  il commento  di Francesca Scanu

Per non dimenticare… i sopravvissuti che sono riusciti a valicare il cancello della rinascita…per non dimenticare le vittime di un’ideologia malsana. A 68 anni da questo orrore pochi vogliono ricordare, pochi ne vogliono parlare… Forse perché, come diceva Primo Levi, ritorniamo nelle nostre tiepide case, perché troviamo del cibo caldo, perché non dobbiamo lottare per un pezzo di pane… Anche questo per me è orrore, l’egoismo che cresce in ognuno di noi. Io non voglio dimenticare i 6 milioni di “luci spente”, lo smarrimento nei loro occhi, la sofferenza che ha accompagnato i giorni, i mesi e gli anni della loro prigionia e quel briciolo di speranza di libertà che può aver tenuto compagnia ai loro cuori.
tratto dal 1  url
  come ne  uscirne  allora  ?  semplice
  •   celebrare   sempre  e non solo  a  date fisse  
  •  farlo a  360  gradi (   vedi  miei  interventi dei  giorni  scorsi  )  trovi il  link    sopra   in cima  al post  )  
  • sfatando miti  antistorici    , stupidi e  negazionisti  \ revisionisti estremi  (    quello degli italiani  brava  gente   o  quello    che   la persecuzione  degli ebrei in italia  fu  fatta  all'acqua  di rose  ,   che l'italia  varò   anche  essa  una legislazione anti ebraica  ,  fece  in africa  e  nei  balcani   campi di concentramento  ,  che  ci furono   anche  in italia  campi  di  transito  e lager   ecc  ) , 
  • senza tabù e censure  stupide  bigotte    come  questa avvenuta  nel 2010 

  • Leggono a scuola il Diario di Anna Frank deputato leghista li denuncia: "Pagine hard"
    Interrogazione di Grimoldi al ministro Gelmini: "Vi è un passo nel quale Anna Frank descrive in modo minuzioso le proprie parti intime e la descrizione è talmente dettagliata da suscitare turbamento in bambini delle elementari"
    qui l'articolo completo 
    altri   mezzi per  ricordare  e  far  ricordare  in maniera  non retorica     li trovate    qui  e qui

io continuerò a ricordare  , anche SIC  il 27  gennaio  , perchè

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

ma  soprattutto  a modo ,chi  mi conosce  e  segue dalle  origini   del blog  lo sa  ,   ricordando  anche  gli altri olocausti    perchè 

Nessun testo alternativo automatico disponibile.
  e non  ci  siano  più  solo   olocausti    , stermini  e  genocidi  di serie  A  e  serie  B  



05/01/17

Memoria: tra mistificazione e realta'

Lo so  che spesso viene  da fare  anche  me  , discorsi del genere  :   se  ci fosse  ancora lui , chi sa  come  reagirebbe , ecc  . Ma  poi  leggendo  questo articolo e il relativo intervento di Pippo Pollina  ,  ho rimesso in discussione  tale   mie   elucubrazioni  nostalgiche   e  pessimiste . E   credo  che  mi saranno  utili  per  i  post  sulla  giornata  della memoria  e sul  giorno del ricordo  .


emoria:
tra mistificazione e realtà

DI RADIO AUT · PUBBLICATO 5 GENNAIO 2016 · AGGIORNATO 5 GENNAIO 2016

Oggi Peppino avrebbe 68 anni. Sarebbe facile scrivere di come Peppino avrebbe reagito nell’osservare la realtà del 2015. Disgusto, orrore, ribellione. Sarebbe facile. Ma in cosa differirebbe la reazione di Peppino dalla nostra? Di certo, non solo nel nome. “Pinco Pallino è disgustato dall’attuale situazione politica italiana ” sarebbe molto diverso da “Peppino Impastato è disgustato dall’attuale situazione politica italiana”.


Peppino rosso


Il punto è che Peppino è morto a 30 anni. Nel 1978. In un epoca dove ancora c’era spazio per una politica animata da ideali genuini e davvero rivoluzionari. Per questo Peppino ha un valore. La forza delle sue azioni politiche in un paese, Cinisi, intriso di mafia e omertà, lo rendono “un eroe dell’antimafia”, come molti lo definiscono. E dall’eroe tragicamente ucciso nasce non solo il mito, ma anche la mistificazione.
Di quale antimafia stiamo parlando? Di quell’antimafia che si affanna a sgominare l’economia fiorente del sommerso mafioso per farla dilaniare dalle fauci di nuovi potenti che le sbranano nel giro di pochi anni, talvolta mesi? Di quell’antimafia di facciata di chi poco dopo averne fatto vocazione viene arrestato per associazione a delinquere o corruzione? Di un’antimafia moralmente pezzente, che si adatta a tutte le stagioni e a tutte le bandiere. E che cosa è poi la mafia se non la prevaricazione e l’intimidazione delle persone finalizzate alla concentrazione di potere nelle mani di pochi.
In nulla allora la mafia differisce da un neocapitalismo che costringe intere generazioni a precariato e sofferenza mentre banche e multinazionali si spartiscono i beni dello stato (ultima arrivata Trenitalia, prossima fermata poste italiane). Perché se parliamo di mafia e antimafia in questi termini, allora Peppino era davvero contro la mafia.
Essere contro la mafia non vuol dire solo parlare alla radio e denunciare malaffare, corruzione, intimidazioni. Dietro c’è molto altro.
C’è un Peppino antimilitarista che protesta contro la guerra in Vietnam. C’è un Peppino anticapitalista. C’è un Peppino femminista, uno contro il nucleare, uno ambientalista. E tutti questi possono essere definiti antimafia.
Anche per questo ci ritroviamo a fare dei distinguo fra un Peppino arcinoto, che è quello de “I cento passi” e quello reale. Il film di Marco Tullio Giordana ha l’encomiabile merito di aver fatto conoscere Peppino ad un gran numero di persone. Persone che difficilmente sarebbero venute a conoscenza delle vicende di Peppino e dei suoi compagni. Ma proprio per la trasposizione cinematografica molte cose sono state alterate o soprattutto omesse. Come lo spirito lunatico di Peppino. Il quale scriveva di se stesso in questi termini:
“Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso. Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire.”
Peppino scrive queste frasi come autoanalisi, riferendosi al periodo dei suoi vent’anni. Un periodo certamente turbolento, ma di certo enormemente formativo per la sua personalità e il suo agire politico.
Di sicuro non sono frasi che mettereste in bocca al Peppino cinematografico, all'”eroe” che, grazie all’abile penna degli sceneggiatori, parla di bellezza osservando dall’alto la costruzione dell’autostrada. Dialogo mai avvenuto ma strombazzato ai quattro venti, osannato e mercificato come verbo proferito dall’ “eroe”.
Peppino era benaltro. Non era un giornalista e neanche uno speaker radiofonico né tanto meno un giullare. Insieme ai suoi compagni non si limitava ad usare la radio per burlarsi dei mafiosi, ma agiva con un poderoso lavoro di inchiesta e controinformazione. Lavoro che sfociò, poco prima della sua morte, in un dossier dettagliato sugli scempi ambientali effettuati nella zona di Cinisi e Terrasini.
Le acque si intorbidiscono attorno alla figura di Peppino. Molti vedono solo il riflesso che la luce rimanda di Peppino dal fondale della memoria. Ma basta guardare attentamente, informandosi, leggendo i suoi scritti e i libri che su di lui hanno scritto le persone a lui più vicine, per fare emergere la vera natura di Peppino Impastato. Non certo quella di un “ribelle”, bensì quella di un uomo che in un periodo e in un luogo difficile come Cinisi negli anni 70, ha scelto la sua parte: quella di rivoluzionario comunista.



Potrà non piacere a molti di coloro che hanno conosciuto la storia di peppino impastato attraverso il bel film CENTOPASSI ma non posso che sottolineare la correttezza di quanto scritto sopra.Perchè diciamolo pure chiaramente : La lotta alla mafia in quegli anni era prerogativa di un gruppo abbastanza ristretto di soggetti politicamente impegnati, era cioè un segmento di quell’impegno civile e soprattutto politico che poi andava in altre direzioni e si esprimeva con l’antimilitarismo, con il femminismo e quant’altro.Peppino,in questo senso è stato esemplare.Cio’ che poi è diventato patrimonio di tanti altri, ovvero la sensibilità ai temi della cosidetta legalità e quindi dell’antimafia, era ( almeno fino alla metà degli anni ottanta ) una cosa che soltanto chi si occupava di politica poteva capire e interpretare.Il legame tra poteri paralleli , quello delle istituzioni e quello della criminalità organizzata , il loro tacito patto di scambio.La connivenza fra partiti tradizionalmente al governo ( soprattutto la DC ma anche altri ) e cosa nostra era un fenomeno che poteva essere osservato nitidamente solo da chi era preparato a comprendere certi movimenti.La lotta alla mafia insomma era lotta politica.E non poteva che essere cosi’.Ma erano altri tempi.Saluti a tutti e vi seguo sempre con stima.Pippo.

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15/05/16

Ha fatto tappa a ‪#‎Bari‬ la "Quarto Savona Quindici", l'auto di scorta di Giovanni Falcone sulla quale lavoravano gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, che persero la vita nella strage di Capaci 23.5.1992


"E la memoria ritorna alla stagione delle stragi, 23 maggio cinque lacrime rigano il mio volto...";
 Colpo su Colpo  - 400colpi


per  saperne di più


La carcassa accartocciata è all'interno di una teca. Di intatto è rimasta soltanto una ruota. Ha fatto tappa a Bari la 'Quarto Savona Quindici', l'auto di scorta di Giovanni Falcone *(sulla quale lavoravano gli agenti Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo e Vito Schifani, che persero la vita nella strage di Capaci. A inaugurare la giornata nell'oratorio del Redentore, al quartiere Libertà di Bari, è stato il sindaco Antonio Decaro.
Sono passati 24 anni da quell'attentato, quelli della mia generazione  sono cresciuti con le immagini viste  più o meno in diretta  (  come  nel mio caso   )  tv o  ai  telegiornali  nei giorni successivi   di quel cratere sull'asfalto e di quell'auto accartocciata.
E' passato tanto tempo, ma quello che è accaduto è ancora attualità - commenta il primo cittadino  di Bari , Antonio Decaro , a   la Repubblica - Bari     più precisamente   http://bit.ly/2501e2d - questo Paese e questa città non hanno bisogno di supereroi, ma di persone coraggiose che facciano ogni giorno il proprio dovere e loro l'hanno fatto. Credo che anche in questo quartiere ci persone come Montinaro, Di Cillo e Schifani".
 << L'iniziativa >>--- sempre  secondo  repubblica  ---  << con i ragazzi del Redentore rientra nell'ambito del progetto 'Sulla scorta degli uomini coraggiosi' promosso dalla sezione Sicurezza del cittadino, politiche per le migrazioni e antimafia sociale della Regione Puglia in collaborazione con l'Associazione Nomeni per Antonio Montinaro  >>

* I resti dell'auto sono esposti a Roma, presso la scuola di formazione degli agenti di polizia penitenziaria 


30/05/15

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza



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LA STORIA DI EDI BUENO: IL VIDEO INTEGRALE

  e questa  puntata  de  il   tempo e la storia  sulle leggi razziali





da http://iltirreno.gelocal.it/regione/    del  28 maggio 2015

La cacciarono da scuola bambina perché ebrea. Ora lo Stato le dà ragione: Edi Bueno, livornese, ha diritto a riscuotere il vitalizio di benemerenza. Così ha deciso la Corte dei conti. In questa lunga intervista alla nostra giornalista Ilaria Bonuccelli, Edi racconti alcuni toccanti momenti della sua infanzia, come la deportazione evitata per miracolo e quella bici riconsegnata da un soldato tedesco





                                     Edi Bueno ospite al Tirreno in compagnia del niporte Renzo

Sanguinano i piedi. Edi avverte caldo e dolore, ma non si ferma. Scappa per i campi di Marlia. Via dai fascisti. Non ci crede che la vogliano mandare in Germania a lavorare, come dice sua madre. Sirio, il fratellino più piccolo, la segue. Anche il padre cerca un nascondiglio. La mamma e il fratello grande no. Restano nella casa dove si nascondono. Lontani da Livorno, nelle campagne della Lucchesia.

Edi Bueno ha rimosso il cognome della famiglia che li ha ospitati. La fuga dalla casa ce l’ha sempre impressa in mente, invece. È stata l’ultima volta che ha visto sua madre e suo fratello, morti ad Auschwitz. Quest’anno, a gennaio, ha accarezzato due piccole pietre “anti-inciampo” con i loro nomi incisi, Dina Attal e Dino Bueno: sono cementate davanti allo stabile che sorge al posto della loro vecchia abitazione di Livorno, in via della Coroncina, distrutta dai bombardamenti. L’unico segno tangibile del loro passaggio su questa terra. Fino a un paio di giorni fa. Ora ce n’è un altro. Edi Bueno l’ha inseguito per una decina di anni. Sconfitta dopo sconfitta. Ogni volta che si accarezzava le cicatrici sotto i piedi, trovava un motivo per non lasciarsi abbattere. E alla fine la Corte dei Conti di Firenze le ha dato ragione: Edi Bueno di Livorno è perseguitata per ragioni razziali. E ha diritto a riscuotere il “vitalizio di benemerenza”.


La famiglia di Edi Bueno. Da sinistra la tata, il fratello Sirio, il fratello Dino, Edi e la mamma morta ad Auschwitz




A quasi 80 anni dalla pubblicazioni dalle leggi razziali, lo Stato riconosce di averle usato violenza. Non l’ha picchiata, né messa in prigione o mandata al confino come gli oppositori del Fascismo. Ma - secondo la giurisprudenza attuale - gli atti di violenza verso gli Ebrei «sono anche di natura morale». Vanno oltre la «terribile» deportazione di familiari. Nel caso di Edi la violenza ha assunto le forme della quotidianità negata: «Sono andata a scuola fino a 7 anni. Quando sono passata in terza, non mi hanno più voluta». Secondo la magistratura contabile il «provvedimento di espulsione da una scuola pubblica può essere considerato un atto persecutorio» in quanto «limitativo del diritto fondamentale della persona». Proprio come il diritto a vivere nel proprio domicilio, ad avere una propria attività. «Il mio nonno - racconta Renzo Bueno, nipote di Edi e figlio di Sirio, detto Luciano - era benestante. Prima delle legge razziali aveva una merceria a Livorno, in via della Madonna. Ma con il fascismo e quelle leggi la vita cambiò». Lo sa bene Edi: «Le amiche con cui giocavo fino a poco tempo prima si rifiutavano di stare con me perché ero ebrea. Un giorno andai con il mio fratellino andai al bar Lateri, a Livorno, e la commessa non mi dette il gelato perché ero ebrea. Allora protestai con il direttore. E lui mi rispose: “Bimba sai leggere? Guarda cosa c’è scritto dietro di te: non si dà il gelato agli Ebrei”. Non me lo sono più dimenticato». Anche per questo dallo Stato Edi preteso il risarcimento.In denaro, il suo assegno corrisponde al trattamento minimo di pensione  erogato ai lavoratori dipendenti. Non una grande cifra, tutto sommato. Soprattutto se paragonato alla fuga precipitosa del 1944 da Livorno «per una spiata dei fascisti». Ma Edi Bueno non si è mai battuta per i soldi. Piuttosto per la sofferenza: «Dopo 15-20 giorni che eravamo a Santa Caterina, a Marlia, abbiamo visto arrivare i fascisti. Ci hanno messo tutti in un salone. Mio padre mi ha fatto un cenno. Stava cercando di aprire una porta: io e il mio fratellino ci siamo avvicinati e infilati nella stanzetta. Era un bagno. Lì siamo rimasti nascosti, fino a quando non sono andati tutti via. Mia madre e mio fratello si sono lasciati portare via, convinti che sarebbe arrivato presto l’armistizio e che non avrebbero subito nulla di grave. Mio padre non era convinto e aveva ragione».


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Sono state messe in via della Coroncina, dove abitavano Dina Bona Attal e Dino Bueno che furono uccisi nei campi di sterminio



Per questo nasconde i figli e si nasconde. Quando tutto è silenzo, Edi dice al fratellino: «Togliti le scarpe perché dobbiamo correre». E si buttano scalzi nei campi. Il grano è stato appena mietuto. I piedi si tagliano, ma non si fermano fino a quando non trovano un ponticello. «Ci nascondiamo, ma vediamo spuntare due teste. Iniziamo a dire: “Non siamo ebrei, non siamo ebrei”. Le voci - ricorda Edi - ci rassicurano: “Siamo partigiani”. Ci hanno presi e tenuti con sé due notti. Poi ci hanno riportati a Livorno. Davanti a casa abbiamo ritrovato nostro padre. Ma abbiamo avuto tanta paura».

Anche di questa paura, Edi chiede conto allo Stato. Ma ancora una volta la strada è in salita, conferma l’avvocato Jacopo Bandinelli di Firenze.La prima richiesta, infatti, viene inoltrata nell’aprile 2006 alla Commissione per le provvidenze ai perseguitati politici antifascisti o razziali costituita presso la Presidenza del Consiglio. Dopo quattro anni e un’istruttoria suppletiva, l’istanza è respinta: non viene precisato il nome della famiglia presso la quale la famiglia Attal-Bueno si è rifugiata nel periodo trascorso a Marlia, in località Santa Caterina. Gli atti sono considerati «troppo generici».
Edi Bueno non si dà per vinta. Neppure quando il ricorso viene rigettato. «Un sostegno consistente - conferma l’avvocato Bandinelli - arriva dal Comune di Capannori che ci ha aiutato a ricostruire il periodo nel quale la famiglia è rimasta nascosta a Marlia». Inoltre, da ricerche svolte sul sito www.nomidellashoah.it risulta che Dina Attal, il nonno (materno) David Attal e Dino Bueno vengono catturati a Marlia e deportati ad Auschwitz dove muoiono. Di fronte a queste indicazioni, perfino il ministero delle Finanze si è dovuto arrendere: per ordine della Corte dei Conti dovrà pagare il vitalizio a Edi, oggi 85enne. A partire dal 1° maggio 2006. la dovrà risarcire perché le leggi razziali le hanno impedito di frequentare la scuola. Di mantenere il proprio nome e, di fatto, la propria identità. Rinunce quotidiane che oggi sono archiviate, ma non dimenticate.Ci sono le cicatrici sotto i piedi a ricordarle. Ogni giorno, quando bada ai bisnipoti, va al «circolino a lavare i piatti e dare una mano», partecipa alle attività della comunità ebraica di Livorno. E perfino il sabato sera. L’unico giorno in cui i piedi non le dolgono. Perché lì al circolo Pirelli, a Livorno, Edi torna ragazza, prima della guerra. E balla. La samba, la bachata, perfino il rock. Come se le cicatrici non ci fossero. Come se.....


12/10/14

la storia e' anche la gente non solo gli eventi [ perchè racconto storie ]

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Come  ho già detto  nel titolo  la  storia  è fatta  non solo di : date , eventi  , ideologie  \ pensieri  , ma  anche  dalla  gente  . Infatti :


 [--- ] La storia siamo noi, siamo noi che scriviamo le lettere, siamo noi che abbiamo tutto da vincere, tutto da perdere. E poi la gente, (perchè è la gente che fa la storia) quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti, che sanno benissimo cosa fare. Quelli che hanno letto milioni di libri e quelli che non sanno nemmeno parlare, ed è per questo che la storia dà i brividi,
perchè nessuno la può fermare.[---] 
Ora  almeno all'inizio  credevo  bastasse  solo   questa  canzone  per spiegare\  rispondere alle  domande  che  mi vengono  , nonostante  le faq  ed i rispettivi aggiornamenti  (  a cui vi rimando  ) , continuamente  rivolte  . Ma  poi mi sono reso conto  che  è   da un bel  po'  a che non aggiorno  , dettagliatamente le  Faq . Ecco   che approfittando di questa  discussone    avvenuta nei commenti a  questo precedente  post  in cui riprendo la storia di un ragsazzo che entra ed esce dal carcere da 30 anni consecutivi o quasi  


 Alessio Meloni ha detto...
Che intervista inutile, chi ha scritto questo articolo il giorno dopo ha intervistato un missionario???!!!! Questo tizio arrestato 70 volte con quasi 30 anni di galera viene intervistato e gli dedicano una pagina nell'unione sarda. complimenti!!!!
05 ottobre 2014 01:40  

 Giuseppe Scano ha detto...
Caro Alessio Meloni perchè inutile ? ciascuno di noi nel bene e nel male ha una sua storia , bella o brutta che sia . Ed è giusto raccontarla . Ovviamente a 360 gradi , come mi sembra che sia stato fatto nell'articolo dell'unione . 
05 ottobre 2014 12:59  

di cui non ha  avuto repliche   . Evidentemente  o  non sa  cosa rispondere  o  gli va bene  la  mia risposta  .  

Ora   riporto   indirettamente  ( prendendole  dalla rete  )  o  direttamente  (  intervistando e facendo parlare  i protagonisti  come nel  caso  da  me  riportato precedentemente  di valentina loche  e  del suo blog http://millimetroemezzo.blogspot.it/ )    

PERCHÉ ORMAI SIAMO CIRCONDATI DA TUTTI I RACCONTIdi Giorgio Vasta 7 maggio 2013   da  www.minimaetmoralia.it/wp/recensione-immersi-nelle-storie-frank-rose/
[...] Immersi nelle storie. Il mestiere di raccontare nell’era di internet di Frank Rose (Codice Edizioni, traduzione di Antonello Guerrera) riflette su questo naturalissimo paradosso: com’è possibile che le storie – quelle che leggiamo, che guardiamo al cinema e in tv o che seguiamo (e contribuiamo a costruire) in rete – siano in grado di girare intorno alla nostra poltrona e collocarsi non solo alle nostre spalle ma tutt’intorno a noi?In effetti le storie non se ne stanno più al loro posto. Non le troviamo solo nei libri, sullo schermo, in un dvd o in un teatro. Non sono più oggetti che, consumati, riponiamo su uno scaffale, così come non sono più luoghi dai quali, conclusa la narrazione, possiamo andare via. In sostanza le storie non fanno più parte di un’esperienza separabile e perimetrabile. Come se dallo stato solido fossero passate prima a quello liquido, dilagando in ogni direzione, per divenire poi gassose, sostanze che un semplice respiro trasloca all’interno dei nostri corpi.Attraverso INCONTRI con registi (da James Cameron a David Lynch), creatori di serie tv (Damon Lindelof di Lost), ideatori e sviluppatori di videogame, Rose chiarisce un punto: se le storie sono ciò che ci nutre questo dipende dal fatto che tendiamo a leggere il mondo in relazione a un senso. Come in Cosmo di Gombrowicz, dove ogni fenomeno è percepito quale indizio di qualcos’altro, nel nostro quotidiano cerchiamo di non abbandonare nulla né al caso né al vuoto pretendendo invece che tutto ciò che c’è sia in grado di significare.[....]  È meglio spalancarsi all’ibridazione: scoprire che da sempre il legame tra realtà e finzione ha una natura meticcia. Ed è indispensabile ricordarsi che la ricostruzione del significato (o meglio la sua invenzione) procede per vie tortuose. Come il protagonista di Reality di Matteo Garrone anche noi penetriamo a forza nello spazio della finzione per contemplare sorridenti la stellata notturna del senso.


Ho fatto  mie  le tesi   di  Jack Zipes in  perchè abbiamo bisogno di storie. Ma  soprattutto perchè  << Miti, leggende, favole, filastrocche, ninnenanne, canzoni: sono tanti i modi di raccontare e di raccontarci. Il racconto accomuna tutti, piccoli e grandi, in ogni latitudine; si racconta sempre, a partire da quella che è stata la nostra giornata, riportando cosa ci è successo o qualcosa che si è visto o ascoltato.>>. Infatti i  ricordi  più beli che  ho di mio nonno  paterno  morto  che avevo appena  10 anni   sono  i suoi racconti   e e  sue  storie    alcuenvere  altre rimmaneggiate  come    quella  dello sceriffo di Bortigiadas. Ora  << Raccontare storie non è solo questione di parole, ma è anche mettere insieme immagini, musica, gesti, emozioni in una trama da cui viene fuori un tessuto che connette le persone tra loro e in cui ciascuno entra e trova il suo filo.>> sempre  secondo   www.multiversoweb.it/incontri/qui-capossela-2210/ <<  L’esperienza del racconto inizia da bambini, quando si entra in relazione con i tanti mondi della fantasia e dell’immaginazione. Spesso, gli artisti, alcuni più di altri, riescono a creare un contatto con il nostro immaginario attraverso le atmosfere e le vicende delle storie che raccontano. >>Tra questi artisti rientrano oltre A  Guccini  (   sia  dischi  che libri )  e  a  Luciano Ligabue  anche  <<  Vinicio Capossela che con il suo stile visionario e fiabesco, le sue ambientazioni ora malinconiche ora circensi, i suoi riferimenti alle più disparate storie popolari e intime è sicuramente uno dei più originali narratori del nostro tempo..  In un incontro con gli studenti universitari, Capossela ha ‘raccontato’ cosa sia per lui il racconto, come lui racconta e come si racconta in musica. >>  (  vedere  l'url  per  i  video  )  
 Come scelgo le  storie  ?  Semplice  non  ho  un criterio fisso o standard  , ma mi baso  sui sentimenti  e le  emozioni  che  esso mi danno  e  mi trasmettono  ,. Infatti posso essere  o  ai margini   dei media    e cioè usati come riempimento  televisivo o  cartaceo oppure  escluse  dai media  . Ed  a volte  e  il caso   recente  del blog  di valentina   ne  ho parlato precedentemente  qui  in questo post , quando  la storia  è incompleta(   leggi    articolo a pagamento  o tropo  breve  )  allora   faccio qualche intervista  . 
Ed  per  questo che mi sto appassionando   alla nuova collana della Bonelli intitolata  appunto le  storie  



02/06/14

fa rivivere gli antichi giochi di strada per liberare i ragazzi delle dipendenze della playstation e perchè non crescano solo cellulari dipendenti


vi potrebbero essere  utili   queste due  libri  




Abò  -giochi di strada  in un villaggio della  Gallura   Quintinio Mossa ( editrice  Taphiros luglio2004 )
















Bruno Vargiu, Via Mannu e dintorni   rievocazione di ricordi che l’autore fa della via dove è nato e ha vissuto in adolescenza. Attraverso la descrizione di una copiosa galleria di personaggi, aneddoti e giochi di carrèra, emerge uno spaccato, non solo di via Mannu, ma della Tempio degli anni dell’ultimo dopo guerra.











e questo mio precedente  post   su uno dei giochi  più usati


il 28\5\2014 L'associazione  culturale  (  di   cui sono fiero  di far parte  )  la sardegna  vista   da  vicino   per  cercare  materiale  per  


la  nuova  sardegna  de l20\4\2014

La terza edizione di Primavera in Gallura, la manifestazione etnica, ideata ed organizzata dall’associazione culturale di Aggius,“ Stazzi e Cussogghjj”, verrà presentata ufficialmente martedì mattina, alle 11,30, a Tempio nel palazzo dell’ex provincia Olbia-Tempio, in Piazza Brigata Sassari,
una  passata  edizione 
nei pressi dell’antica chiesa di Sant’Antonio. Saranno presenti, l’assessore al Turismo della Regione Sardegna, Francesco Morandi i rappresentanti delle amministrazioni locali coinvolte nella manifestazione e ovviamente gli organizzatori dell’Associazione Stazzi e Cussogghij, cui va dato merito di perseguire con grande caparbietà gli scopi promozionali del territorio gallurese che stanno alla base della sua attività. L’evento, partendo da sabato e domenica prossimi, da Oschiri, interesserà, settimanalmente, sino alla fine di giugno, undici comuni, le rispettive Proloco, lì dove esistono ed altre associazioni culturali. Nell’ordine, dopo Oschiri, settimana dopo settimana, saranno in vetrina i comuni di Berchidda (11 maggio, Aglientu (24/25 maggio), La Maddalena (31 maggio), Santa Teresa di Gallura e Trinità D’Agultu (1° giugno), Aggius(7/8 giugno), Luogosanto (14/15 giugno), Palau(14 giugno), Tempio( 21/22 giugno) e infine Olbia (28/29 giugno).La manifestazione darà ad ogni comunità l’occasione di far rivivere, per un giorno, gli antichi mestieri, le usanze e le tradizioni legate soprattutto al sistema agropastorale, e far gustare i sapori di cibi, rimasti solo nella mente dei più anziani e difficilmente reperibili sul mercato. L’iniziativa, che verrà presentata martedì, ha il patrocinio e la collaborazione della Regione, della Camera di Commercio di Sassari, della Fondazione Banco di Sardegna, dei Comuni e delle Proloco. (a.m.)
 ha  tenuto  grazie  anche  ai nipoti e  figli degli iscritti  , ma anche    ai figli dei loro amici\che  che si sono offerti volontari  , una  giornata  di riscoperta  d'antichi  giochi  .


N.b
non riporto tutte  le  mie foto  mie perchè   : 1)   non ho ottenuto    il permesso dei genitori  di riportare  le  foto dei loro  figli ., 2)  i soggetti sono troppo  vicini e  per la legge italiana , le  foto dei minori in primo piano  non posso essere  pubblicate
Quindi  le  foto  che   ivi riporto sono  o dell'iscritta  Natalina Casu o  prese  dalla  rete oppure  alcune mie  dove   non sono ritratti i protagonisti in primo piano  .


I  principali   vista  l'improvvisazione  sono stati  :
le  gubbine \biglie  
lu carruleddu 
pampana 
corda
 i  giochi con le  figurine 
la  carniola \  il cerchio  

ecco  le  foto   d'alcuni d'essi 


  •   le  gubbine  \  le  biglie  
Con la  "  variante  "  \  modalità  a  Pola   .  Si  scava  una buca  premendo e  roteando  con forza il tacco   sul terreno in modo  da  creare una buca  . IL Pola  appunto . verso cui   ad una  distanza  concordata  i giocatori  lanciano  le proprie biglie . ( da  Abò  -giochi di strada  in un villaggio della  Gallura   Quintinio
Mossa editrice  Taphiros luglio2004 - vedi sopra  la copertina   ) . Ogni giocatore ha a disposizione un numero definito di biglie. Il totale viene distribuito nelle buche, in quantità calcolate e memorizzate. A turno, ciascuno tira verso le buche una biglia, stando sulla linea di partenza che viene tracciata a una certa distanza dalle buche. Se il giocatore riesce a far entrare la biglia in buca, prende le biglie che stanno in essa, e riprende la sua. Se ciò non accade si perde la biglia che verrà posta nella buca in cui si è fermata più vicina. Vince chi accumula un numero maggiore di biglie.  (  da http://www.regoledelgioco.com/giochi-di-abilita/biglie/  )



  di   natalina  casu 

  •  pampana \  campana  


.

da http://www.regoledelgioco.com/category/giochi-di-abilita/page/2/
  • Lu  carruleddu  
rinvio  al mio post  di  cui trovate  sopra  l'url 

  • la  carniola  \  cerchio 
che può essere  o di  copertone  o una vecchia  ruota   oppure  in legno e  lo si  può  far  muovere  o  le mani  o  con un bastoncino  o  un  ferro  

di natalinma  casu 

                                                     di natalina  casu 

ma  qui  è stato  anche usato  a  mo'  di Hula hoop  come  alcune foto  scattate  da me 



E' stata una  bellissima  giornata  , una  dimostrazione  che  si  può anche  divertirsi e  giocare   senza   giochi elettronici  .  E  pensare  che all'inizio  , si ha  avuto  un po'  di  difficoltà visto  che le  nuove  generazioni sono ormai  disabituati  a  giocare  con qualcosa  di diverso  che  sia  : il pallone  , la bicicletta , e  la  play station infatti




Ma  poi  .......    ( vedere righe  precedenti  )   si  sono scatenati   ed alcuni non volevano  andarsene    , i genitori   gli hanno  portati via  quasi a forza  . Ci hanno  addirittura ringrazio  per  averli  fatto scoprire  giochi     che  neppure  conoscevano  o  ignoravano  come nel caso  del  carroleddu  o del  cerchio  l'esistenza   se  non nelle  foto dei nonni\e.
 Sono  ritornato bambino anch'io  , nel  vedere   giocare questi bambini\ e  . i  è venuta  un po' di  nostalgia   della mia infanzia  (  generazione di mezzo cioè   fine anni  70  prima anni 80 )  fatta  di questi    giochi   ma anche  di imitazioni  di eroi  del  kolossal cinematografici    e  serie  tv  degli anni  70\90  o   miti  sportivi  . Un epoca in  cui i  video  e  sale  giochi   stavano iniziando a prendere piede