Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta storia. Mostra tutti i post

17/08/19

woodstock rivoluzione o fine d'un epoca ? secondo me entrambe . secondo voi invece ?







da https://www.huffingtonpost.it/

15/08/2019 14:17 CEST

Joan Baez: "Woodstock? Non ne ho nostalgia. Fu un evento importante, ma non una rivoluzione"
La cantautrice ricorda il festival 50 anni dopo: "Mi sentivo un outsider. C'era chi cantava della guerra, ma in pochi pensavano alle questioni serie. Io non l'accettavo"


                                           By Federica Olivo








Aveva 28 anni ed era incinta di 6 mesi Joan Baez quando salì sul palco di Woodstock. Cantò per un’ora, di notte, ma poi restò lì fino alla fine del festival, portando qualche volta la sua voce e la sua chitarra sul palco più piccolo. E sentendosi una voce fuori dal coro, diversa dagli altri artisti e, forse, anche da una parte del suo pubblico. A un certo punto, mentre cantava il primo brano dal palco più importante, si fermò. Chiese al pubblico - con toni, ammette lei stessa oggi, quasi bruschi - di sedersi. Era un modo per dire ‘ascoltatemi, non pensate ad altro, sentite quello che canto, quello che ho da dire’. A lei, artista e attivista, non bastava suonare. In quell’estate del 1969 voleva parlare di politica e di attualità. Voleva mandare un messaggio e temeva che gli altri - sopra e sotto il palco - presi dal divertimento e dallo svago non lo stessero recependo: “Non avrei sopportato neanche che qualcuno girasse una pagina di un libro! E lo dico sul serio”, racconta a distanza di cinquant’anni da quel concerto che ha fatto la storia.
La celebre interprete del folk oggi ha 78 anni e una voce ancora bellissima. Si appresta a lasciare le scene, dopo aver finito il tour internazionale che l’ha portata anche in Italia a luglio, per dedicarsi a una mostra di ritratti, alla scrittura, e a un documentario sulla sua vita. Forse alcuni se ne stupiranno, ma di Woodstock non ha nostalgia. Non tornerebbe indietro, né a quel concerto né agli anni ’60, di cui è stata tra i protagonisti indiscussi.
In una recente intervista al New York Times, parlando del concerto dal quale nacque, tra l’altro, il nomignolo “l’usignolo di Woodstock” che l’ha accompagnata in questi decenni, dice: ”È stato un evento importante, ma non una rivoluzione”. La cantautrice parla del festival con sentimenti contrastanti: l’allegria quando ricorda episodi divertenti e il distacco quando ne fa un’analisi complessiva. Quella tre giorni di musica e condivisione è qualcosa da cui si sente, ormai, lontana. “C’era chi cantava della guerra - spiega a chi gli chiede perché dice che non fu una rivoluzione - ma in realtà fu un festival allegro. Nessuno, in verità, pensava alle questioni serie e io ero sfrontata a sufficienza da non accettare ciò. Una rivoluzione implica assumersi rischi, come andare in carcere subire ciò che succedeva a chi lottava nei movimenti per i diritti civili o disertava il servizio militare”.
Certamente qualcosa di inusuale in quel festival epocale accadde e Joan Baez non fa finta di dimenticarlo: “Fu rivoluzionario il momento in cui i poliziotti misero da parte le pistole e fumarono erba”, ricorda. Tiene, però, a ribadire che un cambiamento sociale non avviene senza l’assunzione di un rischio “e a Woodstock l’unico pericolo che correvi era non essere invitato”, sostiene parlando con il quotidiano statunitense.
Tornando con la mente a quei giorni, prima di ogni altra cosa ricorda quanto si sentisse diversa dagli altri. A pochi mesi dalla nascita di suo figlio era lì a esibirsi mentre il compagno di allora, David Harris, era in carcere perché si era rifiutato di imbracciare le armi. Cantare non le bastava. Voleva affrontare i temi politici, dibattere delle cose che, dice oggi, “succedevano fuori”. Ma non era solo questo che la faceva sentire in qualche modo un outsider rispetto agli altri protagonisti di Woodstock: “Innanzitutto ero donna e, seconda cosa - racconta ancora al New York Times - non bevevo alcool né assumevo droga. Ricordo di aver incontrato Janis Joplin un paio di volte e di averle detto ‘oh Janis, dobbiamo vederci per un the’. Mi rispose alzando una bottiglia (di alcool) da un sacchetto. Io ero un’attivista politica, e molti di quelli che erano lì con me non lo erano”. E se qualcuno le fa notare che ricordando in questi termini Woodstock dipinge se stessa come una moralista risponde: ”È una bella parola. Ero maledettamente timida. Sono sicura che, in realtà, avevo il terrore del palco”. Esattamente di quel palco che oggi in tanti, in tutto il mondo, ricordano e che lei non rinnega, ma non rimpiange.

secondo me entrambe . fu un eventi unico ed irripetibile  lo dice  anche  la stessa (  mi sta simpatica   come un riccio nelle  mutande  ) Rita pavone   nello speciale rai ( ila solita trasmissione   mista   nostalgia  \  revail  )     ad esso dedicato  andato in onda  a  giugno   . Infatti neppure il concerto celebrativo per il 30 anni e quello successivo per i 40 sono stati in grado ( ma questo è normale niente è uguale al precedente ) sono stati in grado di ricreare quell'atmosfera . Infatti , ed è meglio cosi , non si è riusciti ad organizzare il concerto celebrativo per i 50 anni . Ecco che secondo me secondo me , appartenente ma influenzato per via del revival ( sono delle generazioni intermedia fra gli anni 70 ed 80 entrambe . Rivoluzione rispetto al periodo precedente agli anni 60 fine di un epoca perchè fu il funerale ( era già in declino almeno in america in europa ed in italia si chiude negli anni 80 ) del movimento hippy e " ideologia " libertaria e di ribellione che aveva caratterizzato quel periodo . fu uno spartiacque
fra ribellione e riflusso . Voi che ne pensate ?

16/12/18

Gli uccelli non muoiono mai semplicemente prendono il volo il fotografo franco pampiro racconta il muro di Berlino

una mostra  interessante    quella  di franco  pampiro inaugurata  ieri    e  che  si terrà  al caffè  gabriel di tempio pausania     fino  al 31  dicembre  .  Una  mostra  fotografica    che  anticipa quelle  che  saranno  le  celebrazioni  e  le discussioni  che ci sarano  l'anno prossimo per  il  30  anni della fine della   guerra  fredda  .  

L'immagine può contenere: una o più persone e testo
dalla  nuova  sardegna ed   Olbia-Gallura    del 12\12\2018

 Una mostra alla goodby lennin (   film del 2003 Wolfgang Becker, interpretato da Daniel Brühl e Katrin Sass) .Infatti secondo un commento lasciato sul libro degli ospiti della sua mostra : << nelle tue foto ho ritrovato ciò che io, nel mio modesto andare, ho constatato in quel di Germania e dintorni. La sintesi di tutto ciò che a noi Italiani , viene nascosto e negato . Le tue foto , come gli uccelli; volano e portano lontano, la testimonianza di verità nascoste ma, visibili a chi, li sa guardare con occhio attento e critico. Di nuovo grazie, le tue foto sono testimonianze.  >> Commento che dev'essere piaciuto allo stesso franco visto  che ha replicato su Fb


Sei uno di quelli che ha capito che con le immagini io voglio soprattutto documentare, e tento di farlo col mezzo che mi è più congeniale: giocare con la luce. Quando realizzi che il tuo messaggio è stato percepito dall'osservatore hai raggiunto il tuo scopo e, in questi casi, la fotografia diventa un pretesto, un mezzo per suscitare emozioni.

Emozioni  ,  come testimoniano   anche  alcune    foto  da me   scattate  alla mostra  ,  dettate dalla testimonianza attenta e sincera senza nascondimenti di maniera. Orgoglioso di tanto.

  fotoo    che  rappresenta  il titolo    dellla   mostra  vedere    locandina    sotto  



Una  mostra     ,  come  potete  vedere  da  altre  die  foto  da  me riportate  

Un bel tuffo nel passato   e   un po'  anche nella  nostalgia   . Una testimonianza  ( vedere  anche   la  locandina )    di  come   , nonostante  il  muiro  e  la  bruttisma  dittatura  ,  vedere il desiderio di fuga   dopo la perestroika  e   la  glanost   cuminata poi nel  1989  ,  ci fosse     ed  è  durata  per  50  anni una  forte resistenza   culturale  non solo  politico\ideologico al  capitalismo selvaggio  .  

14/06/17

In una mostra l'epopea della Strada delle 52 Gallerie sul Pasubio A Schio si ripercorre il secolo di storia della retrovia del fronte divenuta oggi meta del turismo escursionistic

la prima guerra  mondiale  non  fu  solo battaglie  , morti ma  anche retrovie   

In una mostra l'epopea della Strada delle Gallerie sul Pasubio

A Schio si ripercorre il secolo di storia della retrovia del fronte divenuta oggi meta del turismo escursionistico


SCHIO (Vicenza). La strada delle gallerie sul Pasubio compie quest’anno cento anni. È un’opera della guerra combattuta sulle nostre montagne, le Prealpi Vicentine, è nata con essa, densa della sua storia. Quando la percorriamo ogni passo ne porta le tracce e il ricordo
Inizia a Bocchetta Campiglia, a 1216 metri di altezza, e termina a 1980 metri a Porte del Pasubio, una sella, un passo. Durante la guerra lì eral’immediata retrovia del fronte: uno snodo di mulattiere, sentieri e camminamenti, il punto di arrivo di tutto un sistema di teleferiche, ma anche un affastellamento di case, baracche, ricoveri in caverna a formare una piccola città aggrappata alle rocce, che i soldati chiamavano “el Milanin del Pasube”.
.

                    La 33a compagnia minatori a Bocchetta Campiglia. Archivio famiglia Zappa

A guerra appena finita il CAI di Schio scelse di costruire proprio lì, a Porte, il suo rifugio alpino, sui resti di una di quelle case, un gesto fortemente simbolico, di adozione della montagna da parte di una città e di tutti i paesi delle valli, una casa della guerra mantenuta viva per proteggerne la memoria. Inaugurato nel 1922, si chiamava rifugio Pasubio.Ampliato via via negli anni è oggi quello che conosciamo come il rifugio Papa. La strada delle gallerie vi arriva dopo un percorso di più di sei chilometri scavato interamente nella roccia, di cui due chilometri e trecento metri distribuiti in 52 gallerie.
Tre ore di cammino attraverso luoghi e scenari sempre mutevoli, di incantata bellezza. Fu costruita dalla 33a compagnia minatori del Genio in soli dieci mesi, e iniziando nel pieno di uno degli inverni più freddi e nevosi del secolo, a fine gennaio del 1917, quando il Pasubio era coperto da metri e metri di neve.Serviva a mettere in difesa i crinali della Bella Laita e di Forni Alti, l’unico tratto del fronte della montagna che rimaneva ancora pericolosamente scoperto, ma doveva anche aprire una nuova via di accesso a Porte del Pasubio.
All’uscita della 13a galleria. Archivio famiglia Zappa
uscita della 13a galleria. Archivio famiglia Zappa
Per riuscirci dovette inoltrarsi, o meglio inerpicarsi su un lato della montagna allora del tutto sconosciuto, ancora inesplorato, aspro, selvaggio, un groviglio di torrioni, dirupi, e strettissimi canaloni, un territorio di cui non c’erano perciò rilievi topografici e in cui non esisteva nessuna traccia di sentiero preesistente da seguire, che indicasse o suggerisse la via.«Si decise di innalzarsi man mano – scrisse il tenente Cassina, uno degli ufficiali protagonisti dell’impresa – e di condurre avanti contemporaneamente un sentiero, che permettesse di studiare il tracciato ulteriore della strada. Lo scopo principale che ci proponemmo innanzitutto – continua Cassina – fu quello di raggiungere la cresta della parete rocciosa che s’elevava a picco, di fronte a Bocchetta Campiglia. Poi, avremmo deciso il da farsi. Infatti noi sapevamo di dover raggiungere Forni Alti e il Passo di Fontana d’Oro, ma non avevamo la minima idea del come avremmo potuto arrivarci, perché la Bella Laita, che bisognava attraversare, era inaccessibile».È così che iniziò, cent’anni fa, l’epopea della costruzione della strada. Richiese ai soldati che vi presero parte, ma in particolar modo agli ufficiali, un coinvolgimento profondo. Fu per loro, se ci si può permettere di dire così parlando di un fatto della guerra, al tempo stesso un’impresa e un’avventura, del fare, dell’osare, della giovinezza.
In baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini
Lo si avverte a ogni passo della “memoria” del tenente Cassina, scritta appena finita la guerra e «fatta di ricordi freschissimi», che fa da filo conduttore alla grande mostra che quest’anno il CAI di Schio, con il Comune di Schio e l’Unione Montana dei Comuni del Pasubio e dell’Alto Vicentino dedicano alla strada.Le sue parole ci trasmettono il senso dell’ignoto, dell’esplorazione, dell’interrogare la montagna per cercare il passaggio, la sfida a trovare ogni volta la soluzione per forzarla con una strada. Ma anche la consapevolezza orgogliosa di essere diventati via via una squadra, che ha saputo darsi un metodo di lavoro forte, fondato sulla divisione e al tempo stesso condivisione dei compiti.
In baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini

Oggi, la strada delle gallerie, unica nel suo genere per come in essa sono venuti a unirsi storia, ingegno umano e grandiosità dei luoghi che attraversa, è divenuta una meta per migliaia e migliaia di escursionisti che vengono ogni anno a percorrerla da ogni parte d’Europa.Da opera della guerra è diventata un luogo della pace, una strada speciale, “un cammino”, cioè uno di quei percorsi che non sono più solo delle vie di accesso, degli itinerari per arrivare a dei luoghi, ma sono diventati dei luoghi essi stessi, una di quelle strade che sono allo stesso tempo percorso e meta, esperienze che racchiudono in sé il loro significato


La mostra a Palazzo Fogazzaro
La strada delle gallerie ha cent'anni, una grande mostra dedicata alla strada: aperta sino al 24 settembre. Curata da Claudio Rigon, è promossa dal CAI di Schio, assieme al Comune di Schio e all’Unione Montana dei Comuni del Pasubio e dell’Alto Vicentino.Ricostruisce e ripercorre tutta la storia della strada, la sua costruzione ma anche il dopo, a partire da quando, appena finita la guerra, cominciò a essere percorsa da chi saliva in visita al Pasubio e iniziò a diffondersi e ad affermarsi il suo mito.
Una mostra sulla strada delle Gallerie: parla il curatore Claudio RigonClaudio Rigon: la strada delle gallerie è un luogo amatissimo, non solo a Schio e dintorni. Una mostra a palazzo Fogazzaro ne racconta l'epopea, il curatore la racconta
L’esposizione è costruita soprattutto attraverso fotografie (quasi trecento il totale, integrate da documenti e oggetti), riunite per piccoli nuclei significativi capaci ognuno di raccontare un pezzetto di storia. È divisa in tre sezioni: ognuna ha un suo senso compiuto oltre che un suo specifico allestimento.La costruzione della strada è naturalmente il tema della prima sezione, la sua epopea ripercorsa attraverso le fotografie scattate dal tenente Zappa, che era al comando della 33a compagnia nella fase di avvio dei lavori, ma anche poi dai tenenti Ruffini, Ricci, Ortelli, dal sottotenente Cassina e da altri ufficiali protagonisti dell’impresa, e infine quelle raccolte dal capitano Picone, il nuovo comandante.Sono fotografie molto belle, dense e vere, uniche. Sono molte, più di un centinaio. Per la gran parte non sono mai state viste, o pubblicate. Le abbiamo ritrovate presso le famiglie degli ufficiali di allora, con cui abbiamo stabilito un contatto e anche un’amicizia. Alcune anche in archivi, spesso disperse e separate dalla loro storia: abbiamo esposto solo quelle di cui siamo riusciti a ricostruirne la storia. Una dopo l’altra ci riportano indietro nel tempo, a quei momenti e a quegli uomini, ci restituiscono il senso di quell’epopea.La seconda sezione indaga il primo affermarsi del mito. Lo fa riproponendo le fotografie fatte fra il 1922 e il 1925 da Mario Zuliani, un fotografo di Schio, e che furono pubblicate in un libretto edito dal CAI di Schio. Si intitolava appunto La strada della Prima Armata ed ebbe un ruolo importante nel farla conoscere e nel fondarne il mito.È un libretto, quello di Mario Zuliani, solo apparentemente semplice: le gallerie fotografate una di seguito all’altra, salendo. A volte un’entrata, a volte il tratto che separa due gallerie successive ripreso da un’uscita, altre volte un interno.Di tanto in tanto una visione d’insieme del percorso fatto. Sessantaquattro fotografie in tutto, qualcosa che poteva riuscire monotono e che invece restituisce l’esperienza dell’andare, del guardare, dell’essere lassù. Un’opera concettuale ante litteram. Infine la terza sezione che riguarda gli anni a seguire, fino ai nostri giorni. Le campagne di manutenzione, certi interventi, l’escursionismo di massa. E naturalmente i fotografi: per chiederci come sia cambiato, nel corso di cento anni, il modo di guardare, e di raccontare la strada. E quale significato abbia il fatto che le sue ultime rappresentazioni, quelle con cui si chiude la mostra, le si veda su schermi comandati da computer: da un lato la sua mappatura fatta con lo scanner laser, dall’altro il suo percorso in 3D.
INFORMAZIONI

Informazioni e prenotazioni
tel. 0445 691392 dal lunedì ore 9.00 – 13.00 e negli orari di apertura della mostra
cultura@comune.schio.vi.it

Orari di visita
Da mercoledì a domenica ore 10.00 – 19.00; lunedì e martedì chiuso. Aperture straordinarie 17 aprile, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno

Biglietti
Il biglietto è personale e dà diritto a 2 visite
  • Intero € 5.00
  • Ridotto € 3.00  (giovani 13 – 25 anni, residenti nel comune di Schio, Soci CAI)
  • Scuole € 2.00 (2 accompagnatori gratuiti per ogni classe)
  • Gratuito per bambini e ragazzi fino ai 12 anni
Visite guidate
Tariffa comprensiva di biglietto d’ingresso, per gruppi: a persona € 7.00
Laboratori per bambini a tema: a persona € 6.00
(attivati con un minimo di 10 partecipanti). Durata complessiva 90 minuti

Per le scuole
Visita guidata interattiva per le scuole di ogni ordine e grado, differenziata per età e contenuto.
Durata complessiva di 1 ora.
Per studente € 3.50 (insegnanti e accompagnatori gratuita)
Laboratorio didattico per le scuole: laboratori con reperti e materiali fotografici inediti.
Durata complessiva di 1 ora.
Per classe € 70.00

Informazioni e prenotazioni:
Biosphaera: tel. 0445.1716489  gallerie100anni@biosphaera.it

Accesso e servizi per disabili
La mostra è completamente accessibile.

Visite guidate alla città
Sono previste, su prenotazione, visite turistiche a Schio e al suo patrimonio di archeologia industriale per i gruppi che volessero effettuare oltre alla visita alla mostra anche un percorso guidato alla città.

Come arrivare
In auto: autostrada A4 Milano-Venezia, A31 Valdastico, uscita Thiene-Schio, poi SS122 per Schio.
SS 46 del Pasubio da Vicenza-Costabissara-Motta-Isola Vicentina-Malo.
In treno e bus
Stazione di Schio, sulla linea Vicenza -Schio.

Parcheggio
Parcheggio interrato a pagamento in piazza Falcone e Borsellino, sul retro di Palazzo Fogazzaro
parcheggio adiacente alla Fabbrica Alta, via Pasubio 149, in parte a pagamento
parcheggio gratuito in via Milano, con passaggio pedonale attraverso la Stazione ferroviaria, 5 minuti a piedi (400 m). Palazzo Fogazzaro, Via Fratelli Pasini, 44, 36015 Schio VI
Per ulteriori informazioni: www.stradadellegallerie.it


 ufficiale non identificato, RuffinIn baracca_gara di fotografi. Da sinistra Ricci, Fuselli, un ufficiale non identificato, Ruffini










15/04/17

La storia di Uber Pulga, un 'Partigiano in camicia nera'



Leggi anche  
http://www.ultimavoce.it/partigiano-camicia-nera-uber-pulga/



Risultati immaginichi sa  come avrebbe reagito Davide  Lajolo  autore   de  il  voltagabbana  (  foto al lato  )     sua esperienza  autobiografica   che ha  passato una  cosa simile  a  questa  storia   intensa e drammatica di un travaglio che non è solo umano e personale, è quello di un intero paese. Di una generazione  di giovani   che  conobbe  solo il fascismo   e che   si trovò  in crisi  , quando esso si rivelò traditore  ,  e  soprattutto   quando   la storia  ( il 25 luglio e  l'8 settembre  del  1943  ) lo condanno  e  ne svelo'  gli inganni  . 



Uber, la spia fascista che divenne partigiano eroe della Resistenza
L’esordio letterario di Alessandro Carlini debutta domani «Cambiò idea dopo una stretta di mano con Mussolini»



Negli anni ’50 forse sarebbe finito in prigione, mentre negli anni ’70 sarebbe stato gambizzato Alessandro Carlini se avesse pubblicato un libro del genere: “Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga” (ed. Chiarelettere, 2017), da domani in libreria. Oggi è stato scritto ed è una conquista del pensiero democratico. Nella ricostruzione dei fatti l’autore non perde l’equilibrio. D’altronde, l’opinione sul protagonista cambia nel giro di pochi chilometri, coinvolgendo tre province vicine. A Mantova compare tra i Caduti della Liberazione. A Felonica, sopra l’ingresso del Comune, svetta una lapide in cui il primo inciso è lui. A Reggio Emilia, invece, è rimasto la spia che per anni i partigiani cercarono con la bava alla bocca. L’uomo che fece uccidere due di loro. Infine, a Ferrara, ci sono i suoi discendenti.

(....  continua  qui 
<<  Partigiano e fascista: oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale. Nato nel 1919 a Felonica, in provincia di Mantova, Pulga sceglie il fascismo, si arruola, è addestrato al controspionaggio in Germania e inviato a Reggio Emilia come infiltrato in un gruppo di partigiani. Sarà promosso sul campo dallo stesso Mussolini che vorrà incontrarlo di persona. Spia e disertore, pluridecorato di Salò ed eroe della Resistenza, Uber Pulga è un uomo senza bandiere se non quella della propria coscienza. 
coscienza tormentata, mai pacificata, che lo porterà a vivere la delusione e il distacco dal fascismo ma non, come molti, cambiando casacca a guerra ormai persa
Libro Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga Alessandro Carlini
 I documenti che l’autore di questo libro ha raccolto in anni di ricerche sul campo restituiscono l’immagine di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza smettere la camicia nera. Un partigiano in camicia nera, giustiziato per tradimento dai suoi stessi camerati repubblichini all’alba del 24 febbraio 1945. >> ( da  https://www.ibs.it/
) . La sua è la storia intensa e drammatica di un travaglio umano narrata con impeto e l’ardore di un coinvolgimento personale da Alessandro Carlini, giornalista dell’Ansa e scrittore, il cui nonno, Franco Pulga, era cugino di Uber.
 << (.... ) E proprio dal nonno  >>  come afferma TITTI FERRANTE in   questa recensione   di  http://www.glistatigenerali.com <<Carlini trae la volontà di fare memoria della complessa vicenda di Uber, raccogliendo documenti, testimonianze, atti e tutto ciò che poteva servire per ricostruire il profilo di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza togliersi la camicia nera. >>
Partigiano e fascista. Oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale

concludo  riportando quest'ultimo articolo  della  http://gazzettadimantova.gelocal.it/


(.....) «Questo testo racconta la storia di un uomo che non c’è più e che ha pagato le sue scelte con la vita - ha detto Carlini -: il libro è nato per dare voce a questa persona». La storia racconta la vicenda umana di Uber Pulga, originario di Felonica, fascista convinto, arruolato prima nel regio esercito e poi in quello della Repubblica sociale; infiltrato tra i partigiani negli ultimi mesi di guerra, decide di aiutare la Resistenza.Carlini ha ripercorso la trama del suo libro soffermandosi su alcuni punti, in particolare ha posto l’accento sul travaglio interiore di Uber e sul percorso che lo ha portato a fare una scelta di campo che gli costò la vita. Uber, infatti, fu addestrato dal reparto dei servizi segreti delle Ss in Germania e poi usato come infiltrato tra i partigiani in provincia di Reggio Emilia. «Uber passa tre mesi con i partigiani - spiega Carlini - loro sono diffidenti e parlano in dialetto, ma essendo lui di Felonica, lo capisce perfettamente. Li spia, ma nel frattempo ascolta i loro discorsi: li assorbe. Qualcosa cambia in lui, comincia a porsi domande e sorgono in lui dubbi sulla Germania e sulla Repubblica sociale, fino al punto di passare dall’altra parte».Durante la presentazione, Carlini ha parlato anche delle ricerche e dei documenti che ha recuperato per scrivere il suo libro. Poi ha lasciato spazio al pubblico che si è dimostrato molto curioso e interessato al tema, con diverse domande. La presentazione è stata ospitata nel Museo della seconda guerra mondiale e assieme a Carlini c’erano il direttore Simone Guidorzi e il sindaco di Felonica Annalisa Bazzi.Il libro è nato dai racconti di Franco Pulga, abitante di Felonica, nonno dell’autore e cugino di Uber. Carlini, sulla base delle memorie del nonno ha fatto un’attenta ricerca documentale, recuperato atti inediti e testimonianze e ha ricostruito l’avventura di quest’uomo che si è trovato, come tanti altri in quel periodo a dover fare una scelta di campo.(..... continua qui )




























12/06/15

Bruxelles voleva celebrare l'anniversario della battaglia di Waterloo con una moneta con corso legale da 2 euro, ma Parigi ha posto il veto che è stato poi aggirato con un sotterfugio

da  http://www.repubblica.it/economia/  del  11\6\22015/


Bruxelles voleva celebrare l'anniversario della battaglia con una moneta con corso legale da 2 euro, ma Parigi ha posto il veto che è stato poi aggirato con un sotterfugio Invia per email Stampa 11 giugno 2015 Articoli Correlati Il Belgio celebra la vittoria di Waterloo con l'euro, la Francia protesta Il Belgio celebra la vittoria di Waterloo con l'euro, 2 LinkedIn 0 Pinterest MILANO - La Francia ha vinto una battaglia, ma la guerra, alla fine l'ha vinta il Belgio che nonostante le resistenze di Parigi ha presentato la moneta celebrativa della vittoria di Waterloo da 2,5 euro.


 Insomma a 200 anni di distanza la sconfitta di Napoleone fatica ancora a essere digerita oltralpe. E così per difendere l'orgoglio nazionale la Francia ha posto il veto alla richiesta di Bruxelles di coniare una moneta con corso legale da 2 euro. I belgi, però, non si sono persi di animo e con un sotterfugio sono riusciti ad aggirare il veto. La moneta, che vede raffigurata la celebre collina sormontata dal Leone d'Orange e gli schieramenti militari, ha valore nominale di 2,5 euro ma sarà venduta al prezzo di 6 euro. Inoltre, è stata poi coniata un'altra moneta commemorativa da 10 euro, venduta al prezzo di 42 euro, dove è raffigurato il profilo di Bonaparte e due scene della battaglia, con il Duca di Wellington che riceve la notizia dell'arrivo dell'esercito prussiano in aiuto e Guglielmo d'Orange ferito alla spalla. Il Belgio celebra la vittoria di Waterloo con l'euro, la Francia protesta 1 di 10 Immagine Precedente Immagine Successiva Slideshow {} Condividi Un colpo basso per i francesi che, in una lettera inviata dal governo all'Ecofin, avevano sottolineato l'inopportunità di una moneta da due euro di uso corrente in quanto la battaglia Waterloo, in cui morirono 55mila persone, resta un "simbolo negativo", rischiando di suscitare "reazioni avverse" tra i transalpini, per altro in un momento in cui i governi europei stanno facendo sforzi per "rafforzare l'unità" dell'Eurozona. "Abbiamo avuto un piccolo problema con i nostri vicini francesi, per cui la battaglia sembra ancora essere un tema molto delicato oggi", ha ironizzato il ministro delle finanze belga Johan Van Overtveldt nel presentare ufficialmente il pezzo da 2,5 euro, "e abbiamo ritenuto non valesse la pena avere un incidente diplomatico". Dal 18 giugno, a Waterloo, sono previsti quattro giorni di manifestazioni e commemorazioni ufficiali per l'evento storico. Saranno presenti le famiglie reali di Belgio, Olanda, Gran Bretagna e Lussemburgo, mentre la Francia ha fatto sapere che invierà un "alto rappresentante".



Il ministro belga delle Finanze, Johan Van Overtveldt, presenta la moneta commemorativa da 2,5 euro per celebrare la vittoria di Waterloo nel 1815. Bruxelles voleva una moneta con corso legale da 2 euro, ma ha incassato il veto francese (afp)




  ma se  l'orgoglio nazionale lo usassero per  cose  più serie   Anziché per  minchiate
 Allora    noi italiani  non dovremmo ascoltare  i concerti di capodanno  principalmente  questo



perchè  ci ricorda il generale     

Josef Radetzky, il cui nome completo è Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf
Radetzky von Radetz in tedesco Jan Josef Václav hrabě Radecký z Radče in ceco.     Sedlčany2 novembre 1766 – Milano5 gennaio 1858), è stato un feldmaresciallo austriaco. Nobile boemo, fu a lungo governatore del Lombardo-Veneto. Con un servizio nell'esercito austriaco durato oltre settant'anni, per le sue vittorie militari contro Napoleone e, soprattutto, contro Carlo Alberto e i patrioti italiani, è ricordato in Austria come eroe nazionale, in Italia come il simbolo stesso dell'occupazione austriaca.(....)  da   https://it.wikipedia.org/wiki/Josef_Radetzky

e quindi  la  dominazione  austriaca   .
Quando tali ridicoli , mica tanto , residui  di nazionalismo  esasperato  finiranno  il  secolo scorso  e le sue  brutture  (  dittature , olocausti\  genocidi  guerra fredda  ) potranno dirsi superati  e potremmo  guardare  oltre  e  riuscire  a realizzare  la  cosiddetta   utopia   della memoria  collettiva  oltre  a  ricordare  la  propria  storia   nella  sua interezza    senza   obli  e  strumentalizzazioni  o  ricordi a piacimento .

04/05/14

l'ombra della vendetta \ five minutes of heaven e l'arbitro

Per il primo film oltre alla colonna sonora in particolare  :    holy pictures e  biry di david  holmes     io ci aggiungerei    Bloody Sunday  - U2

Per  il  secondo
La leva calcistica del'68 - Francesco de Gregori
e  infine   una  che  le riassume  anche  quello che   è  avvenuto  durante  Napoli -  fiorentina 




Nel mio consueto fine settimana   ho visto   due film profondi  , soprattutto il primo  almeno per la situazione che sto passando  . Cercando di  Non di non Pensare al passato,,,.ma assaporare il.presente.... per sentire   Il.profumo del futuro.... .

ecco i film

l'ombra della vendetta \   five minutes of  heaven Gran Bretagna 2009
Regia di Oliver Hirschbiegel
Con Liam Neeson, James Nesbitt, Anamaria Marinca, Juliet Crawford, Niamh Cusack, Mark David, Gerry Doherty, Richard Dormer, Paul Garret

Buono


Un film   che  dalla  traduzione italiana    sembra  scontato  per  come  debba  finire  \  concludersi   invece ..   alt    altrimenti   vi guasto   tutto  .
Un film lento , ma intenso  e  tormentato   per  entrambi  i protagonisti  ( familiare  vittima  )    che per  l'assassino . Un film  che mette i brividi talmente   è ricco di colpi di scena  ( un po' prevedibili   certo  nell'ultimo mezz'ora  ) . <<  un  dramma  politico e psicologico , tesissimo  , ricco di suspence con un ritmo incalzante  >> .(  dal bugiardino  del dvd  )



scelto dopo   la  lettura    dei  nuovi  fatti di cronaca   che  giuingono   dal nord irlanda    , che  rischiano  di minare il faticso  processo di pace  ,:  1) l'arresto  di  jerry adams  .,2)  l'immunità   scoperta    solo  ora   ai terroristi  .
Un film che    tutti i protagonisti  e   i familiari  (  vittime  e carnefici ) degli anni '70\80  anno di piombo e  di strategia della tensione ,  dovrebbero   vedere in modo  da  chiudere definitamente  e lasciarsi ale spalle   quel periodo  che  ancora  come una ferita  aperta  ritorna a  tormentarci  .

per  chi volesse approfondire

http://it.wikipedia.org/wiki/Ulster_Volunteer_Force
http://it.wikipedia.org/wiki/The_Troubles


L'arbitro 

                                    

  -  medio   buono 

un film discreto , un po' prevedibile  , specialmente   la  punizione di  stefano accorsi  e  il suo trasferimento in sardegna  ,  ma  non scontato  . Divertente . Un film  in cui il regista  usa   delle tecniche particolari  :  «. Una delle strade percorse nella mia ricerca estetica è quella della commistione dei toni e dei generi cinematografici. Il tono prevalente è quello comico e leggero, ma ho scelto di contrappuntarlo con dei momenti dalle tinte più cupe, per esempio in alcune delle tappe del percorso che porterà l'arbitro internazionale Cruciani alla "dannazione" professionale, oppure in un'esile sotto trama legata ai codici ancestrali del mondo pastorale della Sardegna. Allo stesso modo, il registro epico e quello grottesco, i toni alti e quelli bassi coesistono e talvolta si alternano in maniera imprevedibile. Da un lato la musica evocativa di Andrea Guerra, la retorica del ralenti e la fotografia elegante e ricercata in bianco e nero, dall'altro i corpi tutt'altro che statuari dei calciatori di infimo livello, il burlesco, il grottesco e una comicità spesso semplice e molto diretta. Ho scelto di usare il bianco e nero anche per ottenere il grado massimo di astrazione dalla realtà e dal tempo, per evitare che il film venga percepito come una rappresentazione oggettiva del mondo del calcio o di un particolare contesto geografico.» (  da http://www.retedeglispettatori.it/ )  .  Un film  che dopo gli scandali  della corruzione  e   i fatti di Fiorentina - Napoli ,  solo per  citarne  gli ultimi  è proprio in tema  .Il regista  è  riuscito  a   fondere   le  due   opere  calcistiche di   stefano  Benni : 1  ) La compagnia dei Celestini; Autore., 2)   bar  dello sport



01/04/14

gite di primavera 23.3.014 giornata Fai a Perfugas

Con il post   d'oggi  , cercando ulteriormente    di   : ridurre  e  d  incanalare  in qualcosa  di costruttivo la mia logorrea e  prolissità  ,  di  provare  ad essere più sintetico  . Riassumo  almen con  le foto  fatte  con il cellulare  , in quanto come mio solito  , mi lascio   nel pc la scheda della macchina digitale  . 

le news  sono tratte  da  
Mentre le  foto  sono del sottoscritto

Visto  l'incertezza  del tempo  , la fissazione (  ma   bisogna   capirlo   sono  vecchi  70 mamma 73 babbo  )  non volevano   andare  in greffa  o  lo cose  organizzate  , siamo andati di  sera  quindi abbiamo visto  le visite  guidate   a  :



CHIESA DI SANTA MARIA DEGLI ANGELI – RETABLO DI SAN GIORGIO




Il Retablo di San Giorgio è il più grande della Sardegna ben cinquantadue tavole. E’ stato dipinto da un anonimo nel XVI secolo, costituisce la quinta di sfondo delle opere esposte nel Museo Diocesano di Arte Sacra, allestito nella cappella del Retablo di San Giorgio, nella Chiesa Parrocchiale di Santa Maria degli Angeli a Perfugas.



POZZO SACRO DI PREDIO CANOPOLI

 databile alla fine del Bronzo medio, Bronzo recente, Bronzo finale, età del Ferro; è ubicato nel centro storico di Perfugas, nell’area antistante la chiesa di Santa Maria degli Angeli. Il pozzo sacro deve il nome al proprietario dell'orto nel quale nel 1924 venne ritrovato: tale a Domenico Canopoli.


al Il museo, realizzato grazie all’attività di censimento e scavo di siti archeologici del territorio di Perfugas, si compone di una sezione paleobotanica e una archeologica.Ma Abbiamo perso l'evento collegato la Mostra di arte grafica “la Sardegna di Giuseppe Biasi”; mostre su cultura e tradizioni locali


per conto nostro , abbiano visto l'antica parrocchiale di S. Maria de Foras,con relativo porta  santa   \  portale delle    indulgenze   chiesa romanica originariamente mono navata restaurata di recente. La sua costruzione è attestata da un'epigrafe del 1160. Di particolare pregio è il monumentale portale dicromo, costruito con blocchi bianchi e rossi disposti a scacchiera, che è il più antico dell'isola. Da questa chiesa proviene l'altare ligneo del 1750 attualmente collocato nel presbiterio della chiesa parrocchiale. ma abbiamo trovato una guida della Società “Sa Rundine” mentre le altre due Visite guidate a cura degli Apprendisti Ciceroni®: Scuola Media statale “Sebastiano Satta”










Il bellissimo museo archeologico .Il museo, realizzato grazie all'attività di censimento e scavo di siti archeologici del territorio di Perfugas, si compone di una sezione paleobotanica e una archeologica. E quato  èsolo una parte  dei reperti  viosto che  ci sono ancora  quasi  5 mila casse in magazzino non esposte  per mancanza  di spazio e di fondi per  allargare il museo  .  Poiché avevo poca  batteria nel cellulare e le teche da fotograre erano molte preferisco riassumerlo cosi : Affinché il tempo non cancelli il lavoro degli uomini e che i grandi risultati raggiunti non cadano nell'oblo ( erodoto )

12/02/14

magazino18 di Cristicchi un primo passo di memoria condivisa sulle foibe e sull'esodo ?

Prima d'iniziare  la mia recensione   dell'opera  teatrale   contesta   ( vedi a destra  una delle  foto  con insulti  a  cristicchi    riportate  dalla  stesso    sula  sua  pagina   ufficiale  di  Facebook
) riporto  qui  questo  editoriale  di Michele Serra   dedicandolo a   chi contesta  un opera  senza  prima averla vista  . 

<<“Grazie mamma Rai, più che seconda serata è un notturno per chi soffre d’insonnia!!!>>   ho visto su rai replay  lo spettaclomagazino18 di Cristicchi  . Come  dice il http://www.secoloditalia.it/

 Va beh…”. “Simone non c’impediranno di vederti nemmeno se mandano Magazzino 18 alle 3 di notte! Rai ha cercato di calmare le “acque”, ma l’orario è improponibile…ci vediamo a Udine!!”. È la voce del web all’indomani della Giornata del ricordo dell’esodo giuliano-dalmata e del dramma delle foibe,  troppo ingombrante persino per il servizio pubblico. Dopo una giostra di stop and go, annunci e ripensamenti, per la Giornata istituita dieci anni fa dopo mezzo secolo di silenzio e occultamenti, la rete ammiraglia Rai ha scelto una soluzione a metà, un compromesso all’italiana: relegare in seconda serata  dopo Porta a Porta (per fortuna dedicata alle foibe) lo spettacolo Magazzino 18 di Simone Cristicchi. Il monologo, registrato a ottobre al Politeama Rossetti di Trieste, è apparso sul piccolo schermo pochi minuti prima della mezzanotte, orario in cui gli sbadigli sono in agguato. Chi ha resistito al richiamo del letto ha potuto apprezzare il musical recitato da Cristicchi. accompagnato dall’Orchestra Sinfonica e dal Coro dei bambini del Friuli  Venezia Giulia. per “ricordare” i 350.000 italiani di Fiume, Istria e Dalmazia che nel 1947 furono costretti ad abbandonare tutto per sfuggire all’occupazione titina e al disegno ella Grande Jugoslavia comunista. Nessun intento revisionista, nessuna apologia di fascismo nell’opera di Cristicchi che vuole recuperare una pagina di storia strappata, ignorata dai libri di storia, messa a tacere dal Partito comunista italiano, trascurata dai governi democristiani, insabbiata dall’Italia ufficiale e dagli alleati che non mossero un dito per impedire l’esodo disperato di quelli italiani (tra i quali preti, bambini, partigiani e comunisti, non solo fascisti).«Contro ogni negazionismo – ha spiegato Jan Bernas coautore di Magazzino 18 – la storia non appartiene a nessuno ma la verità è di tutti. E deve diventare coscienza e conoscenza nazionale». Questo il senso dello spettacolo, messo all’indice dalla sinistra militante, dai nostalgici della guerra civile, contestato a teatro da patetiche incursioni dei centri sociali a suon di slogan pro Tito in un crescendo di veleno fino alle minacce di ieri  (Cristicchi boia!) durante la rappresentazione a Roma dello spettacolo [....]  continua  qui 


 la storia è sempre fatta di fatti che si concatenano c'è un PRIMA e un DOPO . Ma il DOPO non è mai giustificato dal DOPO ma spiegato dal PRIMA .
Ecco perchè la rai visto che cristicchi parla di tale fenomeno a 360 gradi senza nessun sconto a nessuno. Ecco perchè l'opera magazino18  non è  andato in onda  in prima  serata  ma  a notte fonda. 
È una narrazione forte e schietta, che ti entra dentro, che non scade mai nella retorica commemorativa, un piccolo capolavoro che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato  “Musical Civile”. Un’opera coraggiosa che ha stregato il pubblico triestino riscuotendo un successo crescente in tutte le tappe della tournée.Un 'opera bella bello e triste .Originale  e toccante    il modo  di raccontare  tali eventi
. Infatti Magazzino 18 si apre con la visione dell’impressionante mole di oggetti personali (che gli italiani di Istria, Fiume e Dalmazia costretti a evacuare lasciarono al Servizio Esodo) ancora ammassati dopo sessant’anni al Porto di Trieste all’interno, appunto, del Magazzino 18 abitato da fantasmi e da topi. L’escamotage dell’archivista inviato dal ministero per inventariare “quella roba” permette di riportare alla luce le vite che si nascondono dietro una sedia, una chitarra, una lettera, una panca.
Spalancando le porte del magazzino vengono riesumati brandelli di un’immensa tragedia di cui quasi nessuno sa nulla. Le foibe, le esecuzioni sommarie che non risparmiarono donne, bambini e sacerdoti, la vita nei campi profughi, il dolore straziante degli italiani imbarcati sulla nave Toscana nel vedere via via all'orizzonte allontanarsi la loro terra. I “fantasmi delle masserizie” evocano Norma, figlia di un fascista, violentata e poi scaraventata in una foiba con i seni pugnalati; Mafalda, caricata con centinaia di prigionieri su una nave lanciata verso mine galleggianti; Marinella, la bambina di appena un anno morta di freddo in un campo profughi vicino Trieste; Geppino Micheletti, il medico che prestò soccorso ai sopravvissuti della strage di Vergarolla nella quale aveva appena perso i suoi due figli. È una narrazione forte e schietta, che ti entra dentro, che non scade mai nella retorica commemorativa, un piccolo capolavoro che gli addetti ai lavori hanno ribattezzato “Musical Civile”.Essa  rende  benissimo  il monologo  un genere  teatrale   se  fatto  tanto per  fare   pesante  e noioso .
Nonostante  alcuni limiti storici  vedere  qui, e la  dimenticanza  (  scritta  in fretta  o errore ? )  dei campi di concentramento  italiani  o  quelli  nazisti  a  fossoli   e  risiera  di  san saba  , la  sua  opera  è un qualcosa  di scomodo e  d'indigesto  per tutti  perchè non fa  favori nè a destra  nè a  sinistra  .
Perchè racconta  la situazione storica  del   confine  orientale  (  Croazia ) a  360  gradi e senza   strumentalizzazioni  o melglio uso politico  ( vedere i miei post  su tali eventi )  di queste  vicende  .Una ferita  ancora  aperta. Vicende  che non vanno dimenticate  ne strumentalizzate   come  ho detto  ( e  continuerò a dire ) in tutti i miei post   fatti in  questi  10 anni  di blog  . 
Grazie   Cristicchi  pernon aver fatto a nessuno .Ed  aver attaccato  : 1) i  giustificazionisti  , gli scaricabarile ,2)  gli indifferenti  e  i silenti  che hanno permesso  l'oblio di queste vicende .3 ) a certa  sinistra  quella   del partito  comunista    che dissero  e fecero  (   ed alcuni vedi i contestatori aprioristici  dell'opera teatrale in questione , continuano )  a definire  gli italiani fuggiti  da tali  zone  come  fascisti 

12/09/13

11 settembre 1973-11settembre 2013 e 11 settembre 2001-11 settembre 2013

  da  repubblica  online del (11 settembre 2013)

 

Il console parmigiano che salvò i cileni dal golpeRoberto Toscano ricorda i drammatici giorni del colpo di Stato dell'11 settembre 1973. Appena 30enne, secondo segretario dell'ambasciata italiana, accolse 600 rifugiati in fuga dalla dittatura militare. "Ci volle coraggio ma ci prendemmo la responsabilità di agire"

di RAFFAELE CASTAGNO





VEDI ANCHE



Quando Roberto Toscano arrivò in Cile, nel 1971, non aveva neppure 30 anni. Il suo trentesimo compleanno lo festeggiò due settimane dopo il golpe dell'11 settembre 1973 che segnò la drammatica fine dell'esperienza del governo, democraticamente eletto, di Salvador Allende.
All'epoca era agli inizi di una brillante carriera diplomatica. Secondo segretario dell'ambasciata italiana di Santiago, insieme all'incaricato di affari Piero De Masi, salvò 600 cileni dalla dittatura militare.
Toscano, ex ambasciatore, con incarichi diplomatici anche in India e India, oggi è presidente della Fondazione Intercultura. Collabora con il quotidiano La Stampa e prestigiose riviste internazionali.
A Parma per alcuni giorni, il diplomatico (classe 1943), racconta al nostro giornale la sua esperienza. "Il Cile è stato il mio primo incarico. Era un Paese relativamente tranquillo rispetto agli altri del Sud America. C'era molta violenza verbale tra le forze politiche ma non si pensava potesse andare così. Aveva una tradizione democratica, per questo il golpe fu uno shock, un trauma, un vero tsunami, un evento del tutto imprevedibile".
Le immagini dell'11 settembre cileno sconvolsero il mondo. Il palazzo presidenziale bombardato, il presidente Allende, poi morto molto probabilmente suicida, con il mitra in mano. "Fu in senso etimologico una catastrofe, cambiò tutto. Prima ogni forza politica aveva una radio, dopo il golpe smisero di trasmettere, per poi riprendere a reti unificate con i bollettini dei militari. I colpi di Stato, ieri come oggi, si assomigliano sempre".
Toscano, secondo segretario dell'ambasciata, insieme all'incaricato d'affari Piero De Masi, si trovò a reggere le redini della nostra rappresentanza diplomatica. L'ambasciatore si trovava in Italia e Roma, non avendo riconosciuto la Giunta militare, decise di non rimandarlo in Cile.
"Subito dopo il golpe corsi in ambasciata, le comunicazioni erano impossibili. Il telex era stato spento, restammo isolati per giorni. Poi mi ricordai di un amico parmigiano che studiava a Santiago e che aveva la famiglia a Mendoza, in Argentina, vicina al confine, la cui rete telefonica era collegata direttamente con quella cilena. Chiamai sua madre chiedendole di contattare il ministero degli Esteri in Italia per rassicurare che stavamo bene".
Fu solo l'inizio di quello che sarebbe stato un anno carico di avvenimenti, con l'ambasciata italiana che si trasformò in un luogo di asilo e accoglienza per centinaia di rifugiati. "All'inizio fornimmo aiuto ai nostri connazionali. Ricordo in particolare un ragazzo di Lotta continua. Si presentò da me per ricevere assistenza, poi per alcuni giorni non ne ebbi più notizia. Andai al ministero degli Esteri, che occupava un ala del palazzo presidenziale sopravvissuta ai bombardamenti. Trovai il suo nome in un lungo elenco di arrestati, tutti in custodia allo Stadio nazionale, dove mi recai per andarlo a prendere. Fu un'esperienza forte. Vidi persone con le facce premute contro il muro. Alle fine venne rilasciato. In seguito fornimmo assistenza anche ad alcuni italo-cileni".
Poi arrivarono i primi cileni. Ogni giorno decine di persone scavalcavano i muri che circondavano la sede diplomatica, una villa in un grande parco. Toscano ricorda che il diritto internazionale non riconosce l'asilo diplomatico, ma in America latina, a causa dei numerosi colpi di Stato, si trattava al contrario di una prassi abituale.
"Una parssi completamente sconosciuta per noi italiani. Devo dire che il ministero degli Esteri andò un po' nel pallone. Il mio collega - De Masi, autore del libro "Santiago 1 febbraio 1973-27 gennaio 1974" (Bonanni editore) - si è dovuto prendere la responsabilità di decidere, c'è voluto un po' di coraggio".
In un anno, ben 600 cileni trovarono accoglienza nell'ambasciata. "Gli adulti entravano scavalcando il muro, i bambini venivano aiutati. Alla fine, con uno strappo al protocollo, risolvemmo di andare a prenderli con la macchina diplomatica. I problemi erano tantissimi, dalle cucine, alla pulizia. Non avevamo il personale per assistere tutta quella gente. Così, d'accordo con i rappresentati politici, attuammo forme di autogestione. Non era una situazione semplice, specie con la seconda ondata di arrivi, spesso composta da persone torturate, arrestate, minacciate, individui segnati fisicamente e psicologicamente".
Tanti, tantissimi gli episodi racchiusi in quell'isolato di speranza e libertà rappresentato dalla nostra sede diplomatica, che si trovò anche sotto la minaccia di essere attaccata dall'esercito cileno. "Una sera mi chiamò l'ambasciatore indiano, in buoni rapporti con la Giunta militare. Mi disse che era in atto un piano per arrivare a svuotare l'ambasciata. Furono giorni di grossa tensione. Alla fine prevalse un'altra linea: per il governo dei militari era importante essere riconosciuto".
Toscano lasciò il Cile nel 1974. Un addio determinato dagli eventi. "Mi trovai a reggere la sede diplomatica per alcuni giorni, in assenza dell'incaricato. Una sera mi arrivò una chiamata. Mi riferirono che era stato buttato un cadavere all'interno dell'ambasciata. Si trattava di una giovane donna, la moglie di uno dei capi del Mir - il Movimento di sinistra rivoluzionaria - che era stata catturata ed era poi morta sotto tortura. Fui costretto a fare entrare la polizia criminale, furono momenti di incredibile tensione, avevamo paura per la presenza di infiltrati dei servizi segreti, ma per fortuna non accadde nulla. Il giorno dopo venne a trovarmi un giovane giornalista. Mi riferì la versione ufficiale: la donna era stata uccisa dai suoi compagni, addirittura nel corso di un'orgia. Io gli raccontai tutto, facendo presente che era stata gettata nel cortile durante il coprifuoco, quando potevano circolare solo i militari. Coraggiosamente riportò integralmente le mie parole e così tutti i giornali mi accusarono di essere un calunniatore dei militari. Chiamai subito Roma, spiegando che qui avevo chiuso, in queste condizioni non potevo più essere utile. Probabilmente sarei stato espulso, più saggiamente andai via".
L'11 settembre cileno coincide, per un singolare ricorso storico, con il tragico attacco delle Torri gemelle a New York, nel 2001. Dodici anni dopo in Medio Oriente le primavere arabe si sono progressivamente trasformate in sanguinose lotte civili.
Eventi, secondo Toscano, solo apparentemente diversi: "Si cambia discorso, ma non di molto. In Cile il ritorno alla democrazia è avvenuto attravarso un processo lento, una lunga transizione, ma dopo il trauma del golpe non vi è stata più violenza. Lo stesso è avvenuto in Iran a seguito della rivoluzione del '79. Nel 2009 non vi furono violenze, se non da parte del regime. Nel Medio Oriente deve nascere un tessuto democratico. Prendiamo la Libia, oggi è in mano alle milizie. Rovesciare un dittatore non risolve nulla, se non c'è un rispetto minimo. E così oggi assistiamo a odi tribali. I cileni prima del golpe si erano illusi di esserne immuni, ma avevano ragione nel credere che quella cultura democratica sarebbe tornata a influenzare il sistema politico".
Uno scenario difficile per l'Occidente che ha commesso molti errori. "Sì, c'è un'incertezza di fondo. Prima, nel corso della guerra fredda e poi nella lotta al terrorismo, sono state appoggiate le dittature. La foto di Kerry - segretario di Stato Usa - con Assad sta facendo il giro della rete e risale solo al 2009. I rapporti tra i due Paesi non erano cattivi. Poi la gente è esplosa, perché non ne poteva più. E' come se fossero dei super indignados, stanchi di sistemi politici che favorivano solo i clan e poche famiglie. Una indignazione per le umiliazioni che subiscono i popoli senza diritti. Nelle rivolte c'è una dimensione sociale prima che politica".
Un contesto molto frammentario che rende complessa l'azione politica democratica. "In Medio Oriente democrazia vuol dire che chi ha la maggioranza governa, escludendo, se non perseguitando, la minoranza. I democratici non sono liberali. E dall'altra parte i laici liberali non sono democratici. In Egitto sono tutti a sostegno del colpo di Stato. Diventa difficile scegliere, è un dilemma insolubile".
Un po' come in Sira, dove Obama è pronto a usare la forza. "Capisco l'incertezza del presidente americano, che non vede l'ora di liberarsi di uno come Assad. Eppure il dopo può essere peggio. I migliori combattenti, almeno una parte, non sono seguaci di Thomas Jefferson ma come ha raccontato Quirico - l'inviato rapito e poi liberato de La Stampa - sono banditi, gente di Al Qaeda, è un po' come l'Afghanistan".
Lasciamo l'ambasciatore con un ultimo pensiero per la sua Parma dove ha studiato - scuola e università - prima di intraprendere la carriera diplomatica. Toscano non commenta la situazione politica della città - ora vive stabilmente a Madrid - e si limita a un suggerimento. "La cosa che più colpisce è che sia diventata multietnica. Parma dovrebbe puntare sull'intercultura per favorire i rapporti tra le comunità. E' un progetto difficile, ma solo così si può evitare la nascita di ghetti".



Sempre  da  repubblica

11 settembre, l'attacco a New York Sussulto al cuore mai dimenticato  I bambini nati nel 2001 troveranno perfettamente normale che la skyline dell'isola sia quella che vedono, a loro è riservata giustamente la benedizione del non sapere

di VITTORIO ZUCCONI

Quando imbocco la lunga rampa che dalla autostrada 95 precipita verso il Lincon Tunnel e Manhattan, anche dopo 12 anni il cuore ha un sussulto. Le future generazioni, i bambini nati nel 2001, troveranno perfettamente normale che la skyline dell'isola sia quella che vedono, a loro è riservata giustamente la benedizione del non sapere. Ma chi, per decenni, ha percorso quella strada infinite volte, chi ha visto ingigantirsi nel parabrezza quei due immensi fumaioli che segnalavano la navigazione del transatlantico immobile chiamato Manhattan l'assenza, il vuoto, non saranno mai più colmati da nessuna altra torre.







Può sembrare cinico dire che si sente la mancanza di due grattacieli e quel vuoto, non riempito neppure della nuova e retoricamente battezzata Freedom Tower ormasi quasi completata, fa più male del pensiero dei due mila e 900 disgraziati che furono carbonizzati, polverizzati o triturati l'11 settembre. Ma è alle cose, ai simboli, alle immagini che ci portiamo dentro che restiamo aggrappati negli anni, se non abbiamo perduto una persona cara nelle macerie. Per milioni di immigrati un secolo fa, New York furono Miss Liberty, la Statua della Libertà e il Ponte di Brooklyn. Per una generazione successiva fu l'Empire State Building, con la guglia arrogantemente puntata a fare il solletico al cielo eretta a sfidare l'angoscia degli anni '30 e della Grande Depressione. Per i figli e i viaggiatori del dopoguerra, erano state le Twin Towers, le torri gemelle, l'inno a New York.
Manhattan, dicono le statistiche dell'occupazione, del mercato immobiliare, della criminalità in declino, è risorta. New York non fu inghiottita dalla voragine del Word Trade Center, come non fu travolta neppure dall'abisso, quello sì autoinflitto, aperto dal collasso finanziario di cinque anni or sono. Ma non sarà mai più la stessa, come una Chiesa Cattolica senza San Pietro, una Parigi senza la Tour Eiffel, una Mosca senza la Piazza Rossa e la chiesa del Beato Basilio, per chi la conobbe da giovane. E confesso che, mentre scendo dalle colline fluviali dello Hudson e si spalanca la vista dell'isola a portata di mano, ancora, irrazionalmente, spero di vederli, anzi, li vedo, e per me sono ancora lì, per sempre. Quei due fumaioli che annunciavano l'arrivo del più grande bastimento del mondo carico di tutta l'umanità e delle sue speranza, Manhattan.

  a presto  perchè come credo  , quando parlo di queste cose  , creo sempre  polemiche