<< Le sparizioni nelle foibe o dopo l'internamento nei campi di prigionia, le uccisioni, le torture commesse contro gli italiani in quelle zone, infatti, colpirono funzionari e militari, sacerdoti, intellettuali, impiegati e semplici cittadini che non avevano nulla da spartire con la dittatura di Mussolini. E persino partigiani e antifascisti, la cui unica colpa era quella di essere italiani, di battersi o anche soltanto di aspirare a un futuro di democrazia e di libertà per loro e per i loro figli, di ostacolare l'annessione di quei territori sotto la dittatura comunista >> ( sempre il presidente Mattarella ) . Il nuovo assetto internazionale, venutosi a creare con la divisione in blocchi ideologici contrapposti, secondo la logica di Yalta, ( guerra fredda ) e il do ut des \ la cosidetta congiura del silenzo tra tito e Italia cioè io rinucio a mandarti i criminali di guerra chje hanno commesso reati contro il tuo popolo e tu fai la stessa cosa con i miei fece sì che passassero in secondo piano le sofferenze degli italiani d'Istria, Dalmazia e Fiume. Furono loro a pagare il prezzo più alto delle conseguenze seguite alla guerra sciaguratamente scatenata con le condizioni del Trattato di pace che ne derivò. Dopo aver patito le violenze subite all'arrivo del regime di Tito, quei nostri concittadini, dopo aver abbandonato tutto, provarono sulla loro sorte la triste condizione di sentirsi esuli nella propria Patria. Fatti oggetto della diffidenza, se non dell'ostilità, di parte dei connazionali (vedere il treno della vergogna) che consideravano gli esuli come fascisti Ha giustamente sottolineato Mattarella. « Le loro sofferenze non furono, per un lungo periodo, riconosciute. Un inaccettabile stravolgimento della verità che spingeva a trasformare tutte le vittime di quelle stragi e i profughi dell'esodo forzato, in colpevoli - accusati indistintamente di complicità e connivenze con la dittatura - e a rimuovere, fin quasi a espellerla, la drammatica vicenda di quegli italiani dal tessuto e dalla storia nazionale successivamente oltre trecentomila vissero il dramma dello sradicamento, della privazione e della necessità di inventare un nuovo altrove lontano dalla propria casa. Tuttavia il silenzio e il mancato riconoscimento degli effetti dell’esodo è il dolore più profondo ancora da rimarginare.il sentimento di abbandono ha segnato il destino degli italiani nella zona al confine orientale dell’Istria, Dalmazia, Venezia Giulia.Dobbiamo studiare la storia prima, ad esempio, di dire: "E le foibe"? . Allora ripeto Non giustifico le #foibe, come non giustifico nessuna guerra perché "Odio genera Odio". Ingiustizia partorisce Ingiustizia. Non ci sarebbero state le foibe se non ci fosse stato questo genocidio di un popolo sarò pure giustificazionista per alcuni ma non trovo parole per spiegare i massacri sia quelli comunisti , amplificati da coloro hanno istituito il giorno del ricordo e lo usano come clava e strumentalizzazione politica , sia quelli occultati e usati dall'altra parte come quello riportato sotto :
La strage dimenticata. Così ottant’anni fa nazisti e fascisti uccisero centinaia di innocenti a Lipa
Lipa è un piccolo borgo istriano poco distante da Fiume. Ora è Croazia, ma dal 1920 al 1947 (è l’anno del Trattato di Parigi, che consegnò buona parte dell’Istria alla Jugoslavia) era una frazione del comune Italiano di Elsane, oggi Slovenia.
Domenica 30 aprile 1944, ottant’anni fa, in questo villaggio si compì uno dei drammi meno avvicinabili e avvicinati della storia criminale dell’ultimo conflitto mondiale: 287 civili inermi, quasi solamente donne, vecchi e bambini, tutti cittadini italiani, furono passati per le armi o arsi vivi in replica terroristica a un attacco partigiano al vicino presidio fascista di Rupa e a un convoglio militare tedesco in transito lungo la strada che da Fiume porta a Trieste (due le vittime).
La strage di Lipa è tra le più crudeli compiute dai nazifascisti nell’Italia di allora, senza dubbio equiparabile ai massacri di Monte Sole in Emilia, di Sant’Anna di Stazzema in Toscana, o delle romane Fosse Ardeatine; eppure mai un’autorità pubblica italiana ha inteso ricordarla. Cancellata. Polvere tra le pieghe della storia.
Le ceneri rimosse


Sono territori che fino a vent’anni prima appartenevano all’impero austriaco; ora vengono sottratti all’amministrazione della Repubblica sociale e affidati all’ex Gauleiter di Klagenfurt, l’austriaco Friedrich Rainer (i Gau erano i distretti amministrativi del Terzo Reich) di stanza a Trieste e si prospettava, a fine guerra, se vinta dai tedeschi, un qualche accomodamento del Triveneto e dell’Alto Adige nella futuribile Grande Germania. Lo stesso Rainer, in una lettera del 15 novembre 1943 a Martin Bormann (era il segretario personale di Hitler), ha modo di ribadire che «per nessun motivo il governo italiano potrà esercitare in queste zone la sua sovranità». Con buona pace dei fascisti repubblichini, sodali dei tedeschi.
Temendo uno sbarco anglo-americano in Istria o in Friuli, da subito i nazisti si riaffacciarono aggressivi lungo la Pontebbana in Friuli e sul litorale adriatico. L’11 settembre 1943 una colonna motorizzata venne affrontata dagli insorti e da alcuni reparti di soldati italiani in una sanguinosa battaglia al bivio di Tizzano a sud del fiume Quieto, e di nuovo al canale di Leme e presso la zona carbonifera dell’Arsia. E sin qui la possiamo ritenere guerra fra combattenti.
Ma il 2 ottobre, guidati da “ascari” fascisti del posto, colonne tedesche partite da Trieste, Fiume e Pola sciamarono impietose nei villaggi dell’interno massacrando e bruciando (è la cosiddetta operazione Istrien o Wolkenbruch, Nubifragio, guidata dal generale delle SS Paul Hausser).
Villanova del Quieto, Grisignana, Pisino, Salambati, Albona, Gimino, Cresini... a Cresini (una frazione di Gimino) il 7 ottobre questi criminali in divisa rinchiusero in una casa tre madri con cinque bambini, poi gettarono una bomba dalla finestra e appiccarono il fuoco. Davanti al villaggio, due sorelle furono uccise e i loro corpi gettati su una pila di paglia e bruciati.
A Lipa come a Sant’Anna e a Monte Sole: in Toscana e in Emilia i nazisti prima ammazzarono con bombe e mitraglia e poi bruciarono i cadaveri con i lanciafiamme; a Lipa i terroristi del battaglione Karstwehr (una unità antiguerriglia delle Waffen SS) hanno stipato gli abitanti in una casa del paese e poi le hanno dato fuoco.
Gli unici due sopravvissuti (Ivan Ivancich – un anziano che, pur ferito, si era finto morto – e Maria Africh, che si salverà grazie all’aiuto di uno sconosciuto carabiniere) dissero che i soldati parlavano in tedesco e in italiano. Infatti, all’eccidio di Lipa parteciparono attivamente le camicie nere italiane della caserma di Rupa: italiani come il ventiseienne tenente Aurelio Piesz del terzo reggimento della Milizia difesa territoriale (le camicie nere fasciste), comandante del presidio di Rupa a cui, in quel pomeriggio di fine aprile, un bambino che lo conosceva – raccontano i sopravvissuti – corse incontro per cercare aiuto e protezione e lui invece lo sospinse nel rogo, assieme ad altri 95 coetanei.Come ci ricorda Claudia Cernigoi, «Piesz fu arrestato a Trieste nel maggio 1945; fu processato e condannato a morte, impiccato il 31 maggio al bivio di Rupa», ma in Italia questo delinquente passerà per infoibato dagli jugoslavi (Simona Sardi sul Giornale del 10 febbraio 2021) oppure meritevole di un riconoscimento alla memoria «nel nome dell’italianità, della civiltà e della libertà», come di Piesz ha scritto il deputato triestino di Alleanza nazionale Antonio Menia. Insomma, un altro italiano ucciso perché «colpevole solo di essere italiano».
Le “foto ricordo”
Sul massacro di Lipa i tedeschi non stilarono rapporti ufficiali. Ma se ne conserva una clamorosa documentazione visiva nelle foto-ricordo di un soldato che vi prende parte. Una copia di queste immagini venne infatti segretamente stampata dal fotografo a cui quel militare aveva affidato il rullino: si vedono i carnefici sorridere a chi li riprende quasi fossero turisti in visita di piacere, come se ammazzare donne vecchi e bambini inermi fosse una cosa normale. Nella loro vita civile questi soldati erano forse contadini, artigiani, bottegai, con una famiglia da mantenere; ma ora sono lì a fare quello che fanno, a eseguire puntualmente gli ordini dei superiori.A Lipa come in Slovenia come ad Auschwitz Birkenau come in Africa: le più crude testimonianze visive degli orrori delle guerre di Hitler e Mussolini si rivelano le “foto-ricordo” degli stessi soldati di Hitler e Mussolini.
«L’orrore ha un volto», scrive Giuseppe Vergara in epigrafe a Primavera di sangue (Conti, 2017), un romanzo che trae spunto da questa orrenda strage e dalle fotografie scattate a Lipa e altrove da uno sconosciuto soldato tedesco che, nella finzione letteraria, prende il nome di Martin Halder.
Ma una delle figure centrali di questo romanzo è reale, come reale è il contesto storico: si tratta di Mehdi Hüseynzade, il partigiano azero Mikhailo, un ex soldato dell’Armata rossa reduce dalla battaglia di Stalingrado che, dopo la cattura da parte dei tedeschi e l’arruolamento, diciamo fittizio, nella 162ª divisione turkmena della Wehrmacht, arrivato sul fronte italo-jugoslavo decise di unirsi ai partigiani sloveni della Terza brigata Ivan Gradnik del IX Korpus, divenendo il vice comandante del battaglione russo.
Assieme al connazionale Mirdaməd Seyidov (aliasIvan Ruskj) Mikhailo farà strage di soldati tedeschi in due attentati al cinema di Opicina e alla mensa ufficiali di palazzo Rittmeyer a Trieste. Questo coraggioso partigiano cadrà a Vittuglia (ora Vitovlje in Slovenia) il 2 novembre 1944, vittima di una imboscata, e l’Azerbaigian lo ha tra i suoi eroi nazionali.
Le sue intrepide gesta sono narrate in saggi come Dal Caucaso agli Appennini di Mikhail Talalay (Teti, 2013); in romanzi come Uzaq Sähillärdä (1954, Sulle rive lontane) degli azeri Imran Gasimov e Hasan Seyidbeyli; nell’omonimo film di Tofiq Tağızadənin del 1958; in documentari come Era soprannominato Mikhajlo di Tahir Aliyev del 2008. Nonché, in Italia, dal bel romanzo e in altri scritti di Vergara.
Anche dell’eccidio di Sant’Anna in Toscana si era tornati un poco a parlare, dopo decenni di oblio, grazie a un romanzo, Le ceneri rimosse di Francesco Belluomini, uscito da Newton nel 1989. E di nuovo a partire dal 1994, dopo il ritrovamento di un corposo dossier volutamente dimenticato in un armadio chiuso e con le ante rivolte verso la parete. È il cosiddetto “armadio della vergogna” di palazzo Cesi-Gaddi, contenente 2.274 dossier sulle stragi impunite compiute in Italia dai nazisti assieme ai loro sodali fascisti. Documenti che, per ragioni di opportunità, si era deciso di occultare.