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23/06/19

quando la sconfitta sa di vitoria . il caso della dinamo Sassari basket sconfitta da Umana Reyer Venezia in finale solo a gara7




Inizialmente    , quando  ancora  s'era  in piena  partita  ovvero al  2  quarto  , commentai  a caldo  cosi  :



Mai poi ragionando   meglio  , cioè a freddo  soprattutto   dopo questa intervista  a Pozzesco      a Sardegna Live  del  24 giugno   2019
POZZECCO DA SOGNO: "RIMANGO ALLA DINAMO PERCHÉ AMO LA SARDEGNA". IL COACH RACCONTA LE EMOZIONI DELLA STAGIONE TERMINATA

Intervista all'uomo che ha cambiato la stagione della Dinamo. La Sardegna si è fermata per assistere all'impresa degli uomini del Poz: "Mi fermano per strada e mi ringraziano, ma dovrei ringraziarvi io uno per uno"





Da giocatore lo chiamavano “la mosca atomica”. Un soprannome piuttosto brutto, ammetterà lo stesso Gianmarco Pozzecco qualche anno più tardi, ma ci si era affezionato anche lui con quei capelli tinti di rosso, il cerotto sul naso, il sorriso guascone e la sfrontatezza dei suoi vent’anni vissuti al massimo dell’intensità.
Ribelle e geniale, playmaker straordinariamente moderno, le sue giocate furono una ventata di freschezza nel mondo della pallacanestro italiana. Il 15 maggio 2008, al PalaDelMauro di Avellino, si ritirava uno dei campioni più amati e controversi degli anni d’oro del nostro basket. Ma di stare lontano dalla vita di spogliatoio, il Poz, proprio non voleva saperne e così la decisione di insegnare quello sport ai giovani in giro per lo stivale e non solo. Orlandina, Varese, Cedevita, Fortitudo. Un percorso fatto di alti e bassi e poi, quando anche la carriera da allenatore sembrava essere in procinto di esaurirsi, l’approdo fra i Giganti.
L’ingaggio di Pozzecco a Sassari è arrivato a sorpresa a febbraio 2019 dopo le dimissioni di Vincenzo Esposito che ha lasciato la Dinamo all’ottavo posto in classifica con i playoff scudetto da inseguire, le Final Eight di Coppa Italia e gli ottavi di FIBA Europe Cup da disputare. Il percorso dei biancoblu in coppa si è fermato in semifinale, ma sono riusciti a portare a casa il primo trofeo internazionale nella storia dello sport sardo con la vittoria in Europe Cup contro i tedeschi del Wurzburg. La vicenda scudetto, poi, è storia nota. Dopo aver avuto la meglio su Brindisi e Milano i sardi si sono arresi solo in Gara 7 contro una frizzante Venezia che ha portato a casa il quarto tricolore. Al ritorno della Dinamo a Sassari oltre 5mila persone hanno atteso in piazza d’Italia i beniamini dello sport isolano. Una grande festa di popolo, una sbornia di gioia ed entusiasmo che il Poz non ha ancora smaltito e oggi, intervistato da Sardegna Live, commenta così.
La prima cosa che ci si chiede in queste ore, seppure ci sia l’ufficialità, è questa: il Poz rimane a Sassari anche l’anno prossimo?
Quando sono arrivato ho firmato un contratto fino a giugno, con possibilità di rinnovo per altri due anni. La società aveva però inserito una clausola di uscita che le consentiva di valutare se prolungare la mia permanenza o meno. Io speravo che il presidente si convincesse a togliere la clausola e Sardara l’ha effettivamente tolta dopo un mese vedendo che le cose andavano bene. Quindi se ero contento prima, lo sono ancora di più oggi. Ho allenato in posti dove avevo giocato come Bologna (sponda Fortitudo, ndr) e Varese, lì ho pagato il fatto di avere un coinvolgimento sentimentale forte. Qui a Sassari non ho mai giocato ma oggi ho un coinvolgimento uguale a quello di Capo d’Orlando, Fortitudo e Varese. Poi noi siamo professionisti e ci sono logiche che non puoi prevedere, ma adoro questo posto ed è l’unica cosa vera. Il rapporto che le persone hanno con me, l’affetto che mi dimostrano quotidianamente dopo solo cinque mesi è incredibile.
Ieri la gente in piazza vi ha riservato una accoglienza trionfale. Tanto amore per i ragazzi ma sembrava quasi che la gente più che capitan Devecchi, il celebre Polonara o l’idolo di casa Spissu non vedesse l’ora di salutare Pozzecco, come se fossi tu il grande personaggio della festa.
Mi rende felice, ma voglio che i riflettori siano puntati sui miei ragazzi. Provo più soddisfazione quando vedo la gente attorno a Marco, Achille, Jack e gli altri anche se chiaramente vivo di emozioni. Mi si scioglie il cuore quando faccio le foto coi bambini che fanno i muscoli con me, Achille o Rashawn. Mi rendo conto che la gente è molto affezionata a me, ma i protagonisti sono i ragazzi. La mia fidanzata è arrivata qualche settimana fa e l’avevo avvisata di quanto la gente fosse affettuosa. Abbiamo vissuto insieme altri contesti e sa che la gente mi riconosce, ma l’avevo avvisata del fatto che non avevo mai visto una roba del genere. Una continua dimostrazione di affetto di cui, nonostante l’avessi avvertita, è rimasta stupita anche lei. La cosa che mi sorprende è che non c’è un target, si va dal ragazzino alla signora più anziana. E poi un comune denominatore: la gente mi ferma e mi ringrazia. Anche se sono io che dovrei fermare tutti loro e ringraziarli. Ci sono posti speciali e posti un po’ meno speciali e questo è un posto speciale senza ombra di dubbio.
L’esperienza della Dinamo ha appassionato tutta l’Isola. Quanto avvertite il fatto di non rappresentare semplicemente una città, ma un’intera regione?
Non ho una buona memoria e non ricordo quando abbia parlato per la prima volta in conferenza della Sardegna, ma sono certo che era passato poco tempo. La sensazione che avessimo un’Isola dietro ce l’ho avuta fin da subito. Se non ci ho messo tanto a capirlo significa che è una cosa forte, un sentimento che vivi quotidianamente. Quando giochiamo nella penisola incontriamo sardi di Nuoro, Oristano o Cagliari che ci sostengono con un affetto che è lo stesso dei sassaresi. Un sentimento simile l’ho avvertito solo in Sicilia, è un fatto che va al di là dello sport. Il sardo è sardo, punto. Trovo bello come i sardi, pur sentendosi parte dell’Italia, avvertano una propria identità distinta che si esprime anche nelle tradizioni che avete conservato. Ho visto la Cavalcata Sarda, è qualcosa che nelle altre parti d’Italia non esiste, si è persa, è straordinario.
Dalla sincerità delle tue parole emerge che quando in piazza hai detto che quest’Isola ti ha cambiato la vita non era una frase di circostanza, lo senti davvero.
Prima di venire in Sardegna ero professionalmente quasi finito. La considerazione che aveva di me il mondo della pallacanestro era ai minimi termini per degli errori che avevo commesso da allenatore. Nella mia testa ero in pensione. Sono capitate due cose: la follia di Sardara che mi ha dato questa opportunità e il fatto di essere catapultato da un’Isola bellissima come Formentera a un’Isola altrettanto straordinaria come questa. Ho conosciuto un contesto straordinario dove per me è un po’ più semplice dare il meglio di me stesso e mascherare i miei difetti. Sono una persona un po’ particolare che vive molto di sentimenti e, nel momento in cui mi trovo in un contesto confortevole, riesco a creare attorno a me qualcosa di felice. Quando vivi in un contesto felice anche professionalmente riesci a dare qualcosina in più. Mi è cambiata la vita per questo motivo.
Come è proseguita la festa ieri sera?
Abbiamo cenato insieme al St. Joseph. Sai, stiamo molto bene insieme, però è anche normale che alla fine dell’anno, soprattutto se vivi lontano da casa come capita agli americani, non vedi l’ora di tornare. La nostra è stata una stagione lunga. La maggior parte delle squadre hanno finito chi a fine aprile, chi a inizio maggio. Le uniche due squadre arrivate al 22 giugno siamo noi e Venezia quindi è stato faticoso anche dal punto di vista mentale. Si percepisce che oggi questi ragazzi hanno la necessità di stare un po’ a casa dai loro familiari a ricaricare le batterie. Però stiamo talmente bene che quando siamo insieme siamo felici.
Il Poz dove trascorrerà le vacanze?
Avevo promesso ai ragazzini che si sono iscritti al Camp della Dinamo che avrei partecipato anche io quindi sto andando a Olbia e passerò qualche giorno con loro. Poi andrò una settimana a casa mia a Formentera, il 5 luglio andiamo con Pasquini, Stefano e gli assistenti a Las Vegas a vedere la Summer League e seguire qualche giocatore per il prossimo anno. Poi farò altri dieci giorni di vacanza, mi sposo con Tania, e tornerò per preparare la nuova stagione.
Dopo lo scudetto del 2015 si chiuse un ciclo e il roster venne rifondato. Dopo i successi di quest’anno, invece, quali sono le prospettive per quanto riguarda l’organico?
Il mio primo desiderio è quello di confermare più giocatori possibile. Se durante l’anno affermavamo che questi sono ragazzi straordinari è perché lo abbiamo pensato realmente, quindi abbiamo questa voglia. Poi i giocatori hanno una carriera molto corta quindi se hanno opportunità di lavoro stimolanti come giocare in Nba o in Eurolega vanno capiti. E’ normale che possano valutare scelte diverse da quella di rimanere a Sassari. Ma ho la consapevolezza che tutti siano estremamente affezionati a questo posto e a questi tifosi, quindi dovranno trovarsi di fronte a delle offerte nettamente più vantaggiose rispetto a quello che possiamo offrirgli noi per accettarle.
Nessuna descrizione della foto disponibile.delle  7  gare   ricorderò oltre    fatto che  è  arrivata  senza  aver perso  (  comprese  le  partite    della  coppa  e  i  la  fase  dei play off   )   gli  ultimi  3\4 mesi ,  la tenace  resistenza  a  non arrendersi e  darla  vinta   al  Venezia  , al miracolo   della gara  6 in cui  domino   e  reagi   colpo . Ricorderò  per  sempre ,  almeno spero😎😁😂🤔 , questa fantastica azione . Infatti  non c’è scudetto che mi possa emozionare di più anche se la squadra del giocatore dell'azione ha perso.   E poi   <<   Se vincere è difficile e  ripetersi lo è ancora di più, consolidarsi ad alti livelli non è comunque un traguardo semplice

  Stabilirsi al vertice di un campionato    abbastanza “monoteista” come la Serie A di basket – che dal 2000 a oggi ha visto cinque squadre (le uniche a vincere più di una volta) spartirsi diciotto titoli, di cui due revocati, su 20 – richiede un mix di abilità, bravura, continuità, solidità e fortuna. [...] >>  infatti  sempre  secondo questo articolo  del  sito https://www.ultimouomo.com/   << Col trionfo di sabato sera in gara-7, l’Umana Reyer Venezia è diventata una di quelle cinque squadre, bissando idealmente lo Scudetto del 2017 e siglando la terza stagione consecutiva con almeno un trofeo, vista la FIBA Europe Cup 2018 >>  Eco quindi  che   Questa sconfitta nulla toglie all'impresa portata avanti dalla Dinamo, ricordiamoci 22 partite vinte di fila, le grandi emozioni che questi ragazzi hanno saputo regalare a Sassari e alla Sardegna intera, dobbiamo essere orgogliosi perché quello che hanno fatto è veramente immenso, grazie ragazzi grazie Pozzeco grazie presidente Sardara💪💪💪. Una  sconfitta    che  sa  ,  come si può vedere  dal  filmato di sardegna  live  riportato sopra   , visti  gli onori  ricevuti  dai tifosi  e  sostenitori  ,   di vittoria  .
Infatti     alcuni   commenti    presi sui  social     confermano quello che  voglio dire     :  << Onore ai Veneti,hanno vinto meritatamente con un’altra squadra che ha dato veramente tanto...Forza Dinamo e complimenti di ❤️a Venezia 👍👍👍👍👍>> Complimenti a chi ha vinto ma anche a chi ha perso in gara 7.BRAVE TUTTE E DUE LE SQUADRE.L'unico anno in cui ci sono stati 2 vincitori, uno a inizio serie l'altro alla fine.

concludo    con  gli approfondimenti 

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09/08/12

la bellezza della sconfitta CANOA Idem impresa sfiorata, poi l'addio "E' stato bello sognare insieme




da  repubblica speciali  olimpiadi 

Josefa è quinta, a tre decimi dal podio nel K1 500 metri. Prossima ai 48 anni, annuncia il ritiro . "A Rio racconterò storie di altre. Spero di aver ispirato la mia generazione: mai troppo tardi per mettersi in moto". Tedesca, italiana per amore, la Idem strapazza Grillo: "Olimpiadi del nazionalismo? Una patacca". Schwazer? "A 24 anni volevo smettere". Petrucci: "Immensa"

LONDRA - Josefa Idem si è fermata a tre decimi di secondo dal suo ultimo miracolo. Il tempo che l'ha separata dalla medaglia di bronzo nel K1 500 metri. Ma nessuno considera il suo quinto posto una sconfitta. E', semmai, la vittoria della passione, l'unico doping legale nello sport. Incarnato perfettamente da questa donna  apparentemente d'acciaio, che una volta scesa dalla canoa annuncia con calma il ritiro e poi scoppia in lacrime, ormai prossima ai 48 anni, lasciandosi alle spalle otto partecipazioni alle Olimpiadi e una casa disseminata di medaglie a cinque cerchi: bronzo a Los Angeles 1984 nel K2 500 per la Germania, poi con la casacca azzurra bronzo ad Atlanta 1996, oro a Sydney 2000, argento ad Atene 2004 e Pechino 2008.

VIDEO REPTV: "GRILLO? UN PATACCA"

LE FOTO


L'ULTIMA FINALE
 - In avvio di gara, Josefa sembra riproporre lo stesso approccio tattico con cui ha fatto sua una splendida semifinale: inizio morbido, cercando di non perdere terreno dalle prime, poi l'irresistibile progressione. In realtà, le avversarie di oggi sono le più 
forti al mondo e, pur cercando di controllare nei primi 250 metri, Josefa deve comunque alzare il ritmo per non lasciarsi staccare troppo.
Puntuale, ai 250 metri, Josefa inizia la sua scalata verso il podio, mulinando la pagaia con fluidità pari solo alla ben nota carica agonistica. Ha davanti l'ungherese Danuta Kozak, che appare fuori della sua portata, discorso invece aperto con l'ucraina Inna Osypenko, la sudafricana Bridgitte Hartley e la svedese Sofia Paldanius.
Agli ultimi 100 metri Josefa è in piena lotta per il terzo posto e sembra averne persino di più della sudafricana e della svedese. Ma, proprio nel rush finale, la partenza sopra ritmo si fa sentire e Josefa accusa il lieve cedimento che la respinge giù dal podio. Chiude in 1'53"223, terzo posto sfumato per tre decimi di secondo. Oro alla  Kozak (1'51"456), argento alla Osypenko (1'52"685), bronzo alla Hartley (1'52"923), quarta la Paldanius (1'53"197).
L'ADDIO - Piedi tornati per terra, a caldo Josefa non fa giri di parole e annuncia il ritiro. "E' stata l'ultima gara, ora basta così. Peccato, solo 3 decimi dal podio: adesso basta, smetto. A Rio racconterò le storie delle altre. Ho iniziato oltre 30 anni fa: da juniores in Germania. E' stata una bella carriera. Ed è stato bello sognare insieme".
La Idem non è particolarmente delusa e spiega il perché. "In questa stagione ho visto il podio con il binocolo, aver lottato qui per il bronzo è stato un grande risultato. Sono arrivata qui in condizioni eccellenti, è mancato solo quel pochino in più, 'dio bono', come si dice in Romagna". Pochi rimpianti anche sulla strategia di gara. "Se si parte bene, si paga al traguardo, fine. Se si parte piano, magari diventa impossibile recuperare. E' sempre difficile azzeccare la strategia al 110%. Se rifacciamo la gara domani, magari le cose vanno in modo diverso. Chi ha vinto il bronzo, evidentemente, ha curato i dettagli meglio di me".
Josefa e il senso di una carriera infinita, 35 anni di sport. "Spero di aver ispirato i giovani, ma spero soprattutto di essere stata fonte di ispirazione per la mia generazione: non è mai troppo tardi per sognare, non è mai troppo tardi per mettersi in moto. Questo è il messaggio che mando a chi ha la mia età".
A questo punto, assieme alla tensione, anche Josefa si scioglie. "Non siate tristi per me - dice in lacrime -. Ora voglio scrivere storie di sport, storie di perdenti. Questo è il momento di smettere, era diventata troppo dura". Un ultimo ringraziamento ai "tanti che hanno tifato per me, voglio ringraziare tutti per il loro sostegno. Anche quando non ho ottenuto risultati, ho sempre trovato persone che mi hanno supportato".
"SCHWAZER? A 24 ANNI VOLEVO SMETTERE" - Le persone che, forse, non ha avuto al suo fianco Alex Schwazer. "Lo vedo come un figlio che ha sbagliato - dice Josefa -. E' giusto che paghi per quello che ha fatto ma allo stesso tempo deve avere la possibilità di rifarsi una vita. Ho sentito le sue parole e ho capito quanto fosse pressato dalle aspettative e quanto noi crediamo solo nei risultati assoluti. Le storie dei perdenti non le ascoltiamo neanche, invece anche questo sono le pagine che dobbiamo scrivere".
Quanto alla 'nausea' di Alex per la marcia, la Idem rivela: "A 24 anni volevo smettere. Avevo un allenatore autoritario e non mi piaceva neanche troppo la canoa, ma non volevo buttare via il dono che avevo. Diciamo che all'inizio è stato un matrimonio combinato, l'amore è venuto dopo".
"PATACCA" GRILLO - Prima di uscire di scena, Josefa, tedesca diventata italiana per amore, getta in acqua un ultimo sassolino dalla canoa. "Grillo dice Olimpiadi trionfo del nazionalismo? E' un patacca. Mi dispiace, siamo un Paese che si emozione e tifa, ma questo non vuol dire che andiamo a invadere o fare delle guerre. Inoltre, questa è una nazionale con un alto tasso di atleti nati altrove. Lui coglie i momenti più visibili per dei messaggi che fanno scalpore e avere attenzione".
"MONTI, ITALIA FACCIA AUTOCRITICA"
 - Inevitabile chiedere a Josefa di timori confessati dal premier Mario Monti allo Spiegel per un "crescente sentimento antitedesco in Italia". "Non voglio entrare troppo in questioni politiche - frena Josefa -, ma quando si arriva al dunque bisogna mettersi in gioco e saper fare autocritica". "Quando le critiche le fanno altri con cui si è pensato di condividere un progetto bisogna accettarle - osserva ancora la Idem -. Non prendiamocela con chi ci dice: 'questa potrebbe essere una strada'. Cerchiamo di trarne un'opportunità per diventare più efficaci. Bisogna illuminare le belle cose dell'Italia di cui noi ci dimentichiamo".
"Sono molto felice di essere stata così bene accolta in Italia. Io che vengo da un Paese che viene preso da esempio ho scelto un altro Paese che troppo spesso si butta giù. Non siamo nemmeno in grado di organizzare le Olimpiadi senza che questo diventi un motivo per vergognarsi. Basterebbero poche regole da rispettare e degli obiettivi e avremmo già fatto grandi cose. Alla faccia dello spread, facciamo vedere quello che sappiamo fare".
PETRUCCI: "IMMENSA" - L'ultima parola spetta a Gianni Petrucci, presidente del Coni. "Josefa Idem è stata immensa, è la nostra medaglia d'oro. Ha vinto per sé, per la famiglia e per l'immagine del Paese. Il suo è un risultato straordinario. Lei è la vera novità di questa Olimpiade. Per tutto il mondo". 

 sempre  da  repubblica 


 Delle mille cose memorabili dette da Josefa Idem per congedarsi, condensando in una decina di minuti ciò che da decenni l'Italia non riesce a capire sulla cultura sportiva, ce n'è una che scava ancora di più sotto la crosta delle emozioni. "Ora voglio scrivere storie di perdenti", ha detto con gli occhi umidi e quel sorriso enorme, una malinconia felice, un contrasto di dolcezza assoluta. Storie di perdenti, non di vincenti. E' quando si perde che si affonda nel cuore di chi condivide l'avventura di un atleta: un marito, un papà, un figlio, uno spettatore. Josefa ne ha viste tante di sconfitte, in 35 anni di sport, non soltanto il suo. Sa quanta vita scorre dentro una gara andata male, un oro perso per un centesimo di secondo o un bronzo che se ne va per un voto malvagio. 
Sa quanto possano tremare le mani a uno schermitore, un tiratore, un ginnasta quando sulla pedana o sul bersaglio ci sono quei cinque cerchi magnifici e maledetti. Sa quanto fa male a un lottatore, un judoka, un pugile bruciare tutto nei tre minuti di un match. Sa quanto sia forte la scossa che provoca un fotofinish che ti mette dietro, senza rimedio. Sa cosa attraversa la mente di Liu mentre bacia l'ostacolo che non ha potuto saltare, l'immagine forse più struggente di questi Giochi, un solenne gesto di addio alla sua vita di atleta con i tendini spezzati. 
Ecco, Josefa che tanto ha vinto e tanto ha perso, ora vuole raccontarci perché è bello. Vincere e perdere. Lo sport.