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24.1.26

nonostalgia degli anni 80 il Militare

foto simbolo in quannto  sono del 1976  e  non nel 1968

Più  mi  avvicino ai 50 ( mancano 35    giorni )   mi  viene  la nostaglia  degli anni 80\90  . Soprattutto   in cose    che    per  motivi di salute  all'epoca  i   fabici     cioè  chi   ha  

Il favismo è la carenza o la riduzione della funzione di un enzima (sostanza in grado di accelerare e facilitare le reazioni chimiche dell’organismo) chiamato glucosio-6-fosfato deidrogenasi (G6PD).Il favismo è il più comune difetto enzimatico umano, presente in oltre 500 milioni di persone nel mondo e 400 mila in Italia.La riduzione o il malfunzionamento dell’enzima (enzimopenia G6PD o deficit di G6PD) comporta il rischio, in determinate condizioni, di comparsa di una anemia acuta non immune: ovvero la distruzione improvvisa dei globuli rossi. Il G6PD, infatti, è contenuto per la maggior parte all’interno di queste cellule del sangue.

  erano esclusi dal servizio militare   .  E  quindo l'unico ricordo   che  ho  in merito è  quello  della  visita  di Leva a  Cagliari   . Una  delle prime volte      che  uscivo  oltre  i  40 km  da  solo  e per più giorni  .Ad  alimentare tale  nostalgia   oltre  i  ricordi diretti  ( la visita  di leva  con la golidardiia e il nonnismo temperato dei militari che dovevano assisterci ) indiretti  (  chi l'ha  fatto    e  chi lo ha evitato,  chi  ha  subito il nonnonismo \   il bullismo    duro )   ci  pensano   gli account    e  i  gruppi social  .  In questo     caso quelllo   di  ( da  me  recentemente     intervistato  a prosito di  Paninari   per   il  nostro  blog  ) 

 Dedicato a chi prese quel treno per rientrare dopo la prima "Licenza breve" ⏰ se non ricordo male il cosiddetto "Trentasei" che stava per un giorno e mezzo di libertà C’è un momento per chi ha svolto il servizio militare di leva in cui il tempo sembra fermarsi 😐 non è durante le marce... né sotto il peso dello zaino... ma in quei silenzi improvvisi 🧐 la branda la sera o il rumore lontano dei passi nel
corridoio 💌 piuttosto che una lettera riletta troppe volte 🥺La leva non è stato solo imparare cos'è la disciplina e gli ordini scanditi 🫡 la Leva è stata soprattutto l'attesa... ⏳ quella di tornare a casa e di rivedere un volto familiare  in divisa si impara presto che la forza non è non avere paura 😱 ma andare avanti nonostante quella paura 😰 la paura di non essere all’altezza o di perdersi e di cambiare senza accorgersene...Molti hanno conosciuto un’angoscia silenziosa che è difficile da spiegare a chi non c’era 😉 un nodo allo stomaco al momento dell’alzabandiera seguito da un senso di vuoto la domenica pomeriggio quando il tempo libero non bastava a colmare la distanza da casa 🏠 eppure in mezzo a tutto questo nascevano legami strani e profondi 🤝 amicizie fatte di sguardi e di sigarette condivise 🙆 di risate improvvise che servivano a non crollare 🙇Il servizio di leva ha tolto qualcosa senza dubbio 🤔 mesi di libertà e spensieratezza 😊 ma ha anche lasciato un segno sottile e indelebile perchè ha insegnato che la fragilità non è una colpa e che dentro ogni uniforme batte un cuore che sente soffre e spera 🙄Quando tutto finisce e si torna civili resta una strana malinconia 😢 non per la vita militare in sé  ma per la persona che si è stati in quel tempo sospeso 🕰️ un ragazzo costretto a crescere in fretta e  che ha imparato a resistere 💪 forse è proprio questo il lascito più profondo di quell'anno 🤔 quindi non il ricordo delle armi o degli ordini 😐 bensì la consapevolezza di aver attraversato la paura e di esserne usciti in silenzio un po’ più uomini 🤨Trasmettere queste sensazioni oggi non è semplice... non si può spiegare a chi è nato con le videochiamate e le connessioni 🌎 dove tutto è più sempilce e sembra più vicino... l'attesa del Gettone che cade e la chiamata di quei pochi minuti per ascoltare una voce familiare sono ormai solo un lontano ricordo... dove la realtà era totalmente differente da quella odierna 📞





5.1.26

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Non  sono  diabetico ne  pratico per   motivi  di  salite e  fisici   sport  agonistici  ed  intensi  come  il suo ,  capisco   e reputo  tale  cosa  ingiusta, la   vicenda   di   Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico [ foto  a  destra  ] che  non  può  gareggiare   alle olimpiadi   e   a i modiali   acesso   roiservato   esclussivamente  o  quasi  agli atleti  appartenti  agli ordini  militari   ,  avendo io  il  favismo  : (...) è una condizione genetica che colpisce principalmente i globuli rossi, causata da una carenza di un enzima chiamato G6PD ( glucosio-6-fosfato deidrogenasi ). Questo enzima è fondamentale per proteggere i globuli rossi dal danno ossidativo, e quando manca o è difettoso, i globuli rossi diventano vulnerabili. Di solito, una crisi emolitica (cioè la distruzione dei globuli rossi) si verifica quando una persona con favismo entra in contatto con determinati trigger, come le fave, alcuni farmaci [  tra  cui  l'asprina  ]  o infezioni.Dal punto di vista genetico, il favismo è legato al cromosoma X, il che significa che tende a colpire maggiormente gli uomini, che possiedono un solo cromosoma X. Le donne, avendo due cromosomi X, sono solitamente portatrici sane, anche se in rari casi possono manifestare i sintomi.
( ... ) da https://istitutosalute.com/ : « Favismo: Cos’è, Cause e Cosa non Mangiare » Ora non sono  un medico  ne  tanto  meno  un  specialista  su tali argomenti   ma  posso dire  che   la  sua e   la  mia   posono essere  usate    come  discriminazione  . Infatti   io  non ho potuto   fare  il militare  e quindi  volendo la  carriera  militare   .  Ed  è  proprio   di questo che   tratta la   storia d'oggi 
 
da  https://torino.corriere.it/notizie/cronaca/  4   gennaio  2026 

Non può ancora vivere di sport per una legge scritta durante il fascismo, che esclude le persone con diabete dai gruppi sportivi militari. Una norma mai aggiornata che, di fatto, impedisce anche ad atlete di livello internazionale di avere le stesse opportunità economiche dei colleghi. È uno dei paradossi con cui convive Anna Arnaudo, 25 anni, mezzofondista della nazionale italiana di atletica leggera, specialista delle lunghe distanze, due record di categoria all’attivo (10 mila metri e mezza maratona) e una carriera sportiva costruita a forza di chilometri e risultati.Arnaudo è anche una delle circa 150 inserite nel programma dual career del Politecnico. Nata a Cuneo nel 2000, tesserata per il CUS Torino, corre fino a 170 chilometri a settimana e, allo stesso tempo, fa ricerca: laureata con lode in Ingegneria informatica, oggi è dottoranda in Intelligenza artificiale applicata all’Ingegneria del software. Nel suo palmarès vanta piazzamenti internazionali di rilievo: undicesima agli Europei di corsa in montagna 2018, decima agli Europei dei 3000 metri su pista e nona ai Mondiali di corsa in montagna 2019. Nel 2021 ha vinto quattro titoli italiani e conquistato l’argento europeo nei 10 mila metri.

Anna, partiamo dall’inizio. Come nasce la corsa?
«Ho iniziato quasi per caso nel 2015. Frequentavo un istituto tecnico e avevo bisogno di una via di fuga. Non avevo grandi ambizioni, poi ho capito che correre era il mio mondo».

«Non posso vivere di sport a causa di una legge del fascismo»: la storia di Anna Arnaudo, atleta e dottoranda di 25 anni del Politecnico

Anna Arnaudo, 25 anni, in gara e il giorno della laurea


E lo studio non è mai stato messo da parte.
«No, ho sempre continuato. Mi sono laureata nei tempi, con lode, e ora sto facendo il dottorato».

È stato difficile mettere insieme tutto?
«Il primo semestre me lo ricordo come impegnativo, poi con il Covid ho potuto sfruttare le lezioni registrate e sono entrata nel programma dual career. È stato fondamentale».

Quando è stato d'aiuto?
«In due momenti chiave. Dovevo sostenere l’ultimo esame della triennale ma ero in Algeria per una gara: ho scritto al professore e ho potuto spostare l’appello. Lo stesso è successo prima della laurea magistrale, avevo gli Europei e una consegna importante. Non ho mai abusato delle facilitazioni, ho sempre cercato equilibrio. Sono molto organizzata, cerco di non perdere tempo e di essere essenziale».

Sport e studio si aiutano a vicenda?
«Sì. La pausa dallo studio è l’allenamento e viceversa. Dopo aver corso, il cervello è più libero per studiare. Dopo la soddisfazione di un esame passato corro meglio».

Ci sono stati momenti complicati?
«Tanti. Non è facile. A volte lo sport è stato penalizzato dallo studio e alcune gare sono andate male perché ero stanca. Ma ho imparato a non mollare: fallire fa parte del percorso, nelle gare come all’università».

Oggi potrebbe vivere di atletica?
«Nella mia situazione è complicato. Ho il diabete mellito di tipo 1 e una legge del 1932 esclude le persone diabetiche dai gruppi sportivi militari. Io non posso entrarci e quindi avere uno stipendio come gli altri. È una discriminazione che stiamo cercando di superare, siamo stati anche in Senato».

Che tipo di sostegno economico ha allora?
«Le trasferte con la nazionale sono coperte, c’è il supporto della Federazione e del CUS Torino e della Federazione delle Società Diabetologiche che sostiene gli atleti diabetici».

Viaggia molto: come studia in giro per il mondo?
«Mi porto sempre i libri. Ho imparato a studiare ovunque: in Patagonia, ai raduni a Tirrenia, d’estate a Sestriere».

Come la vedono i colleghi?
«Con molta stima. Avevo paura di essere etichettata come “quella che fa anche altro”. Invece il mio impegno è apprezzato».

E il futuro? Ricerca o atletica?
«Non saprei scegliere. Ora direi entrambe le cose, ho sempre avuto il piacere di farle insieme. Voglio continuare il dottorato, provare una carriera accademica e andare avanti con gli allenamenti per la maratona».