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19/05/17

La triste storia di Jeremy, la lumaca condannata a restare singl







da http://www.repubblica.it/ambiente/2017/05/19/


La triste storia di Jeremy, la lumaca condannata a restare single
La lumaca Jeremy
(foto: Angus Davison, University of Nottingham)  


A causa di una rara malattia genetica, per la lumaca Jeremy era quasi impossibile trovare partner. Gli unici due esemplari al mondo "compatibili" hanno preferito accoppiarsi tra loro

17/05/17

giovani artisti , tipo particolar e di bibliotecha , terrorista islamico pentita

FERRARA Il trionfo di Lucilla: a 16 anni vince il “Kocian Violin” La giovane violinista conquista la Repubblica Ceca. «Ho iniziato a suonare a 5 anni e non mi sono più fermata» di SAMUELE GOVONI
Ferrara, il talento di Lucilla
Lucilla Rose Mariotti, giovane violinista ferrarese, a soli 16 anni ha vinto il prestigioso Kocian Violin, concorso internazionale che si tiene in Repubblica Ceca. Prima italiana a ottenere il prestigioso riconoscimento, si esibisce e si racconta in questo video di Filippo Rubin LEGGI L'ARTICOLO

FERRARA. Lucilla ha sedici anni e da undici suona il violino. Ha iniziato a soli cinque anni, quasi per gioco. Ben presto però ha capito che quello strumento racchiudeva in sé qualcosa di più e lezione dopo lezione quel gioco si è trasformato in passione, una passione che alcuni anni fa l’ha portata a trasferirsi dalla sua Lucca a Ferrara per seguire il suo insegnante di violino e il sogno di diventare violinista solista di fama internazionale.
È sulla buona strada la giovanissima Lucilla che pochi giorni fa in Repubblica Ceca ha trionfato al “Kocian Violin Competition”. «Ciò che vorrei fare nella vita - confessa - è suonare; suonare nei teatri del mondo con il mio violino».


Lucilla, quando e come nasce questa passione?
«Ho iniziato a suonare a cinque anni. Una mia amica si divertiva a prendere lezioni di violino, mi sono incuriosita e così l’ho seguita. È stato amore da subito. Del violino mi piace proprio tutto, anche la meccanica. Ricordo che una volta, avevo circa sei anni, il mio strumento ebbe un problema. Andai dal liutaio per farlo riparare e rimasi affascinata da tutte le sue componenti. Quando potevo andavo nella bottega e osservavo la creazione degli strumenti, mi piaceva il profumo del legno e portavo a casa i trucioli. Così ho capito che non mi sarei più separata dal violino».
Perché? Cosa le trasmette?
«Con il violino riesco a parlare alle persone, a condividere con loro ciò che vedo e sento. Affido agli spartiti, alla musica, i miei pensieri e i miei stati d’animo. Con la musica riesco a emozionarmi e, spero, anche ad emozionare. Penso che il compito dell’arte sia quello di trasmettere qualcosa che non è traducibile a parole. Per me la musica, sa assolvere questo compito magnificamente».
E lo studio?
«Lo studio occupa buona parte della giornata. In media mi esercito sei ore al giorno, non tutte di seguito (sorride, ndr). È importante intervallare le sessioni di studio, anche per un discorso di salute. A 12 anni ho sofferto di tendinite e per due mesi non ho potuto suonare, è stato un calvario. Non sapevo che fare, mi annoiavo e mi mancava moltissimo il violino. Da allora sto ancora più attenta e cerco di alternare studio e riposo in maniera corretta».
Non le pesano tutte queste ore sullo strumento?
«Studiare è faticoso, non posso negarlo ma mi piace tanto (sorride, ndr). Quando ero più piccola il sostegno dei miei genitori e di mia mamma in particolare è stato molto importante poi, col passare del tempo, ho preso il ritmo e ora studiare non mi pesa. Mi piace suonare in pubblico e condividere la musica con esso. Per stare sul palco bisogna essere preparati e quindi si deve studiare».
Lei è la prima italiana in 59 anni a vincere il “Kocian Violin Competition”. Come si sente?
«È stata un’esperienza davvero bellissima perché ho potuto fare amicizia con altri musicisti della mia età provenienti da diversi Paesi. E vincere è stata una bella soddisfazione. L’anno prossimo suonerò alla cerimonia inaugurale della sessantesima edizione, sono molto felice».
Oltre alla classica ascolta anche altri generi?
«Sembrerà strano ma mi piace ascoltare la musica coreana, il K-Pop per la precisione. So che è molto distante da ciò che ascolto e suono normalmente però mi svaga, mi rilassa. Mi piacciono in particolar modo le colonne sonore e i brani un po’ più “romantici”».
È dura coltivare le amicizie con una carriera così intensa?
«C’è la mia migliore amica indiscussa che non è musicista ma capisce i miei ritmi e la mia vita. Le altre amiche fanno un po’ più fatica a comprendere, mi chiedono: “Perché non esci?”. Chi non suona fa fatica a comprendere o a condividere certe scelte, tra musicisti invece ci si capisce meglio perché più o meno tutti viviamo le stesse situazioni».

la mia play list

Modena City Ramblers-Il fabbricante dei Sogni
Modena city ramblers - Il violino di Luigi


A Formigine nasce la biblioteca degli oggetti



FORMIGINE. Nasce la biblioteca degli oggetti. Domani, giovedì 18 maggio, la sala archivi di via Unita d'Italia ospiterà la prima assemblea per la realizzazione di una nuova forma di biblioteca: la “Oggettoteca” dove non saranno presenti libri e documenti multimediali, ma oggetti veri e propri, non sempre indispensabili.
Un esempio? Un trapano, uno strumento che ogni famiglia possiede ma non usa frequentemente, sarà uno degli oggetti di cui si parlerà domani, aggiungendo anche attrezzature da bricolage o accessori per la prima infanzia. Relatori dell'assemblea l'assessore all'innovazione Giorgia Bartoli, ideatrice del progetto, affiancata da Antonio Beraldi, fondatore di “Leila”, la prima biblioteca italiana degli oggetti, avviata a Bologna nel 2015.
«Parleremo di come realizzare la futura “oggettoteca” di Formigine - commenta Bartoli - innovazione, condivisione e collaborazione, saranno i 3 addendi su cui baseremo questo progetto, basato sulla sharing economy, dove la condivisione del materiale e lo scambio d'idee tra cittadini saranno il motore portante, per avviare, anche a Formigine, questo genere di biblioteca». Un luogo aperto a tutti, che permetterà ai partecipanti di risparmiare costose spese, rispettando certi criteri. «L'assemblea di domani sarà aperta a tutti. Poche sono le regole da rispettare come la sottoscrizione gratuita della tessera e la messa a disposizione di un proprio oggetto, sugli scaffali del centro di Educazione Ambientale di Villa Gandini, luogo dove verrà realizzata tale opera. Dalle 17,30, sia io che Antonio, saremo a disposizione di tutti per condividere, tramite lavori di gruppo, quelle che saranno le basi per dare inizio a questo programma».
Un programma, a cui hanno preso parte, mediante sondaggio online, un gran numero di persone: oltre 180 sono state le risposte ricevute in meno di un mese, da parte di un pubblico con un'età compresa tra i 18 e i 45 anni. I principali oggetti richiesti? Tigelliere, trapani e seggioloni... Ma è solo l’inizio.



14/05/17

i gregari dei campioni di ieri: "Così aiutavamo i nostri capitani"




Furono gregari di fuoriclasse come Eddy Merckx, Felice Gimondi, Franco Bitossi e per venire a tempi più recenti di Moser e Cipollini. Intervistati da Gianni Mura e Marco Pastonesi all'ultima edizione dell'Eroica di Montalcino, cinque storici gregari del ciclismo italiano raccontano aneddoti di gara, rivalità di gruppo e segreti della vita a seguito dei grandi campioni. Dalle "grandi pretese" di Gimondi, alle poche - ma spettacolari - giornate di gloria, i cinque intervistati ci riportano ai bei tempi di un ciclismo che fu, ma che ancora oggi continua a vivere ed emozionare.



video di ANDREA LATTANZI

non sempre i figli somno come i padri . il, caso di Mario Dumini deto anche L'Eremita figlio di figlio di Amerigo Dùmini, il capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.




A tu per tu con Dùmini, l’eremita
Pubblicato da Enrico Tiozzo
Data:2 maggio, 2016
in: Le Firme di Libertates, News



Incontro con il figlio di Amerigo Dùmini, il capo della squadra fascista che sequestrò e uccise Giacomo Matteotti.

Il figlio di Amerigo Dùmini, l’uomo che diresse l’operazione del sequestro di Matteotti il 10 giugno 1924, vive da qualche decennio a una trentina di chilometri da Roma, a San Vittorino, una località situata su un costone tufaceo. E l’uomo infatti, a 70 anni compiuti, abita proprio in una grotta di tufo, senza elettricità, senza riscaldamento, senza alcuna comodità, quasi senza mobilio, tranne lo stretto necessario. Si autodefinisce giustamente “Mario Dùmini l’eremita”. Dà in beneficenza la sua pensione sociale di circa 500 euro mensili e vive con il pochissimo che ricava dal suo saltuario lavoro come badante. Nel tempo libero studia, scrive, discute e s’impegna, con tutte le energie, in una strenua battaglia affinché i detenuti vengano sottratti alle condizioni disumane in cui spesso si trovano e siano rieducati anziché puniti. Il tema di base, in fondo, è lo stesso che sviluppò, da tutt’altra angolazione, il padre nel suo significativo e ormai introvabile libro autobiografico Galera…SOS, pubblicato nel 1956.
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dalla  sua pagina di fb 

I punti di contatto – a parte una straordinaria somiglianza nei lineamenti del viso – finiscono qui. Amerigo amava il denaro e il lusso, vestiva elegantemente, aveva acquistato uno splendido villino a Firenze. Mario vive soltanto per la sua crociata, disprezza il denaro, non immagina nemmeno di potersi trasferire in un appartamento, apprezza il contatto con la natura, affronta l’acqua che inonda la grotta nei periodi di pioggia e l’assalto delle zanzare durante l’estate con lo stesso sereno spirito di sopportazione, dedicando le sue forze e le sue giornate al bene del prossimo. Nei libri che ha pubblicato, Lettera ai secondini carcerari cristiani e Lettera a Sua Santità, non mancano le note polemiche contro una Chiesa ed un clero che dovrebbero impegnarsi di piú per il bene di chi soffre,

che dovrebbero liberarsi davvero, e non soltanto a parole, di ogni orpello e di ogni ricchezza per destinarla ai poveri.
Come, nel suo piccolo, ha fatto e sta facendo lui. È una maniera per riequilibrare l’immagine demoniaca che una storiografia spesso di parte ci ha tramandato del padre? Forse sì, anche se l’eremita non lo ammette. Del padre ha pochi ricordi ma quelli che ha sono sereni. Era un uomo d’ordine, non alzava mai la voce, educava i figli con fermezza ma anche con amore. Su Amerigo Dùmini a tutt’oggi manca una vera biografia critica che ne metta a fuoco la figura sine ira et studio. Il libro di Giuseppe Mayda del 2004, Il pugnale di Mussolini. Storia di Amerigo Dùmini, sicario di Matteotti, è zeppo di sviste e di forzature madornali, che circolano indisturbate senza che nessuno si sia preso la briga di esercitare un controllo sull’acribia del volume. Certamente Amerigo era un personaggio ricco di ombre. Ma sulla vita e sull’azione di Mario Dùmini brilla soltanto la luce della campagna di san Vittorino.

13/05/17

ottimo modo per sapere se una donna ti ama è quello di farle portare nascosto a sua insaputa dentro un pendaglio orribile l'anello di fidanzamento come ha dfatto una coppia australiana

tqale storia che vi apprestate a leggere mi ricorda questa scena di questo bellissimo e famoso film






da  http://www.huffingtonpost.it/

Per un anno questa donna ha indossato l'anello di fidanzamento senza saperlo
L'anello era nascosto proprio sotto il suo naso
11/05/2017 11:30 CEST | Aggiornato 11/05/2017 14:12 CESTEleonora Giovinazzo

Senza esserne a conoscenza, Anna ha indossato per oltre un anno il suo anello di fidanzamento. Era racchiuso, a sua insaputa, all'interno di un ciondolo realizzato con il legno del pino di Huon, un albero raro e spettacolare della Tasmania.
A regalarle la collana, e a nascondere al suo interno l'anello di fidanzamento, è stato il compagno Terry, in occasione del loro primo anniversario nel 2015. Per oltre un anno e mezzo, Anna ha indossato la collana quasi ogni giorno.






È stato durante un viaggio nella Grotta di Smoo, in Scozia, nel novembre del 2016 che Terry si è deciso a rivelare alla compagna il suo segreto. "Avevamo parlato di visitare quel posto fin da quando ci siamo incontrati - ha raccontato Terry ad HuffPost - La parola Smoo deriva da un antico termine norvegese che indica un "posto nascosto".
E' in quel posto nascosto che Terry ha chiesto alla compagna di porgergli la sua collana per scattare una foto, appoggiando la collana alle rocce. Più tardi, con un coltello, ha estratto l'anello e fingendo di aver dimenticato di restituirle la collana, si è inginocchiato, l'ha aperto e ha chiesto la sua mano.






Dopo lo stupore iniziale ed il sì, Anna è passata alle sue considerazioni. "Ci è voluto qualche momento perché capisse che l'anello era sempre stato al suo collo - ha raccontato Terry - 'Avrei potuto perderlo! Sei un idiota!', mi ha detto a metà strada tra gioia e rimprovero".
La coppia australiana sta mettendo da parte i soldi per comprare una casa, possibilmente con un giardino per sposarsi lì. "Il matrimonio a cui pensiamo non è gigantesco e glamour, vorremmo stare a casa con la nostra famiglia e i nostri amici, è qualcosa che ci corrisponde di più".




 una  storia  strampalata  visot che   come dicono alcuni comdenti
Erika Zanarone · 
Lavora presso Self-Employed
Era una prova d'amore? Solo una innamorata se ne poteva andare in giro con quella ghianda appesa al collo per un anno
Itala Pardo · 
ahahahahahah l'ho pensato anche io
Mi piaceRispondi23 h
Ezio Lusi · 
Così sembra che l'anello sia stato cesellato da un fabbro. Ah, la crisi...;-))
Ramta Rama · 
uomo decisamente complicato!

Quelli della prima Repubblica. Pillitteri, sindaco della 'Milano da bere': "Mio cognato Craxi e gli anni 80" ed altre storie

Premetto che quando crollo la prima repubblica ( termine che abborro visto è un termine politicamente improprio coem dice lo stesso aldo giannuli http://www.aldogiannuli.it/e-corretto-dire-che-siamo-nella-seconda-repubblica/ e poi la corruzione ancora continupo più di prima . https://it.businessinsider.com/il-magna-magna-italiano-raccontato-da-un-manager-pubblico-dalle-alghe-ai-vestiti-usati-dalla-sabbia-ai-rifiuti/ corruzione ) avevo 16 anni e quind non ho esperienze dirette . L'unica cosa che posso dire e che non fu solo corruzione , mafia , strategia dela tensione , ecc e continuità il fascismo .Ma fu anche una repubblica di ideali e di uomini colti e Infatti vedendo trasmissioni e leggendo oltre a sentire i mie genitori e parenti oltre chi ha vissuto quel periodo , posso che condividere questa testimonianza riportata in un commento al video in questione 

Sgombriamo il campo da ogni equivoco: erano dei farabutti, punto e basta. Persone che per anni ed anni hanno utilizzato il proprio potere politico, ottenuto spesso carpendo la buona fede dell'elettorato, al fine di riempirsi le tasche. E Tangentopoli (pur con tutti i suoi limiti) lo ha ampiamente dimostrato.
E' però altrettanto vero -e parlo da vecchio milanese- che quegli Anni Ottanta sono stati scintillanti. Sono di centro-destra, non ho mai votato PSI e non sono mai stato un craxiano, non ho ricordi positivi delle giunte Tognoli e Pillitteri. Ma l'ottimismo che pervadeva la società, il benessere economico, quella sensazione di serenità per il presente e per l'avvenire li rimpiango molto. Si trovava lavoro senza problemi, gli stipendi consentivano un buon tenore di vita... Più in generale, si sorrideva di più. Oggi, tra i mille problemi di questa società, vedo solo malinconia
ecco due storie la prima 


Se non avesse incontrato Bettino Craxi probabilmente Paolo Pillitteri



non si sarebbe dedicato alla politica ma alla sua vera passione: il cinema. E anche oggi nel suo studio milanese, a dominare la scena tra libri e ricordi, c'è un enorme quadro dell'ex leader del Psi che così tanto ha influenzato la sua vita. Pillitteri è stato il sindaco della "Milano da bere", parlamentare ed esponente politico socialista di rilievo. Ma, per molti, è stato soprattutto il cognato di Craxi: "Finché ero nel partito socialdemocratico, a nessuno interessava il fatto che fossi sposato con la sorella di Bettino, Rosilde. Ma quando tornai nel Psi, tutti cominciarono a chiamarmi in questo modo. Io la presi sul ridere e iniziai addirittura a firmare alcune mie dichiarazioni come CDC: cognato di Craxi". Dalla celebrazione delle nozze tra Silvio Berlusconi e Veronica Lario come primo cittadino, al lancio delle monetine a Craxi davanti all'Hotel Raphael nel 1993, dopo lo scoppio di Tangentopoli. "Uno dei più grandi rimpianti che mi porto dietro, è stato quello di non poter essere stato presente ai funerali di Bettino ad Hammamet: avevo un processo in corso e il giudice mi proibì l'espatrio"




la seconda tratta da http://www.secoloditalia.it/2017/03/
che dimostra la cultura e la moralità ( si dimettevano e non arrivavano a farsi leggi ad personam o tana liberi tutti )

Don Olindo, il cappellano della Rsi che preferì “la notte fascista” alla Dc…
di ANTONIO PANNULLOlunedì 13 marzo 2017 - 13:27



Niente da fare, il Movimento Sociale Italiano è stato davvero un “partito differente”, in tutti i suoi aspetti: nelle sue file abbiamo avuto anche un sacerdote-onorevole, don Olindo Del Donno, e non era un prete qualunque: classe 1912, sannita, quattro lauree, medaglia d’argento al valor militare, croce di guerra, cappellano della Repubblica Sociale, scrittore, saggista, deputato della fiamma dal 1976 al 1992. Ma non è finita: uomo ironico, di grandissima cultura e di eloquio raffinato e trascinante, alternava citazioni in latino con motti di Dante, San Giacomo, intercalato da frasi delle Scritture e dalle lettere di San Paolo. Così, come se nulla fosse. Lo scoprì a apprezzò per primo Pinuccio Tatarella, che nella campagna elettorale del 1976 se lo portò in Puglia in tutti i comizi elettorali, dove conquistò tutti con la sua oratoria colta ed erudita. Fu tanto apprezzato che quell’anno don Olindo fu eletto con 36mila voti di preferenza, cosa che bloccò l’elezione di Pinuccio relegandolo tra il primo dei non eletti. Come scrisse qualcuno, fu un vero scherzo da prete, però Pinuccio se lo doveva aspettare: quell’uomo trascinava le folle, con il suo semplice ma efficace programma elettorale: Dio, Patria e Famiglia. E poi aveva fatto la Repubblica ed era stato tra i primi aderenti del Msi in Puglia. Come scrisse, «scelgo le tenebre anziché la luce; alla stella che guida la Dc verso Betlemme preferisco la notte fascista». Oggi ricorre l’anniversario della sua morte, il 13 marzo del 2009, quandò morì all’età di 97 anni. Olindo Del Donno fu, se non erriamo, il terzo sacerdote-onorevole della storia parlamentare italiana: il primo, don Romolo Murri, è addirittura prefascista, perché fondò la Lega democratica nel 1905, rompendo però con la Chiesa e venendo scomunicato; l’altro fu don Luigi Sturzo, padre della Democrazia Cristiana. Poi ci fu Baget Bozzo, che però fu europarlamentare prima con i socialisti poi con Forza Italia. Del Donno non aderì mai alla Dc, sostenendo di preferire la “notte fascista”, e poi perché riteneva che un forte Msi avrebbe convinto lo scudocrociato a spostarsi a destra.

Don Olindo fece anche la Campagna di Russia

Notizie della sua biografia le prendiamo da Realtà sannita; Del Donno infatti era originario di Santa Croce del Sannio. Fu chiamato “il prete nero”, “il nostalgico di Dio”, secondo una felice definizione di Luciano Cirri. Nel paesino natale trascorse un’infanzia felice, rimanendo colpito dalla figura di don Bosco, cosa che lo spinse ad entrare nel Seminario Salesiano di Genzano, alle porte di Roma, dove si distinse per la sua intelligenza e per l’impegno negli studi. Si laureò in teologia all’Università Gregoriana di Roma e fu ordinato sacerdote nel 1937. Subito dopo conseguì anche la laurea in Lettere all’Università La Sapienza di Roma e iniziò la carriera di insegnante. Ma lo scoppio della guerra modificò i suoi piani: chiese e ottenne di partire volontario e fu arruolato in un reggimento di artiglieria a cavallo prendendo parte alla Campagna di Grecia, dove ottenne la Croce di guerra al valor militare. Partecipò poi alla Campagna di Russia dove ottenne la medaglia di argento per il suo coraggioso comportamento nella battaglia di Natale che infuriò nel settore Mikailowski-Ivanowski: “Mentre trovavasi presso un gruppo di batterie impegnate in aspri combattimenti, si prodigava oltre ogni limite per dare ai soldati la sua assistenza spirituale, spingendosi fin sulle prime linee incurante di ogni rischio. Due giorni dopo si recava in una località da poco riconquistata per dare sepoltura ad alcuni artiglieri ivi caduti. Gravemente ferito mentre adempiva tale atto pietoso, sopportava stoicamente il dolore rivolgendo a chi lo soccorreva e al comandante del gruppo, parole ispirate ad un alto senso di patriottismo e mentre veniva trasportato nella barella, ripeteva più volte il grido: Viva l’Italia. Esempio a tutti delle più alte virtù di sacerdote e di soldato”. Ebbe pure tre encomi.

Don Olindo scelse la Rsi: lo imponeva la coscienza

Dopo l’8 settembre compì senza esitare la sua scelta per la Repubblica Sociale, passando la linea Gotica di notte in modo avventuroso per raggiungere Mussolini al Nord. “La mia fu una testimonianza di fede religiosa e di fedeltà alla bandiera. Un impegno per la patria, che era stata bistrattata, ma anche un’esigenza per la nostra coscienza”. Tornato dal fronte, dopo la guerra prese altre due lauree, in Filosofia e Pedagogia, diventando prima Preside e poi Ispettore del ministero della Pubblica Istruzione. Nel 1976, l’elezione alla Camera nel collegio Bari-Foggia, dove rimase per quattro legislature. Apprezzato dai colleghi parlamentari per il suo impegno e la sua rettitudine, svolse un’attività molto intensa, tra interventi, proposte di legge, interrogazioni. L’unica disavventura la ebbe nel 1989 quando, a sorpresa e senza aver avvisato nessuno, votò, unico missino, la fiducia al governo Andreotti VI, tanto che il presidente della Camera pensò di non aver capito bene, tanto che lui sillabò: “Sì, fa-vo-re-vo-le!”. Per questo l’allora segretario Gianfranco Fini lo sospese. In realtà Fini non lo amava molto politicamente, a causa delle sue mai interrotte amicizie con esponenti della Dc e con quelli di Democrazia Nazionale. Ma don Olindo se ne fregò (lui, che era stato già sospeso a divinis dopo l’elezione) e rimase iscritto al gruppo sino al 1992, quando lasciò la Camera. Ha scritto molti libri fra cui Tre peccati e un deputato, Il Vangelo di San Giovanni-Letture filosofiche, L’uomo e la Parola-Manuale di stilistica e metrica, Un alpino fra gli alpini. A Bari don Olindo abitava in una strada del centro, via Sagarriga Visconti 151, non lontano dall’università, e la sua casa era piena di libri e di cimeli: il diploma di laurea incorniciato con il fascio littorio. Nel suo volantino elettorale del 1976 aveva scritto: “Fó giuramento di rinunzia allo stipendio di deputato, destinando ogni mese l’intero emolumento alle sezioni che, con i voti di preferenza, avranno apprezzato questo primo gesto. Confermo. Regalerò il mio stipendio. E questo non perché sia ricco. Per la campagna elettorale ho dovuto fare debiti. Tre milioni di debiti. Lo faccio per dare l’esempio. Perché altri imitino il mio gesto, in modo che si arrivi a un’equa distribuzione dei beni. Sarei felice se mi imitassero i padroni d’industria e rendessero partecipi gli operai”. Concludiamo con una curiosità: “Aldo Moro – raccontò Del Donno nel libro Nel segno della fiamma di Michele Salomone – mi disse: perché non vieni nella Dc? Diventi il don Sturzo secondo. E io gli risposi: guardi che io sono nato così”. E concluse: “Vir oboediens loquetur victorias, recita la scrittura. Per avere la vittoria, l’esercito deve essere ubbediente, disciplinato; altrimenti le vittorie non si ottengono mai.”








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