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25.4.26

«Con il gruppo tutto al femminile sfatiamo itabù del canto atenore» Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile «Si sta aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi»

siti consultati
Canto a Tenore Femminile fondato da Ilaria Orefice








Come spesso accade nelle migliori scoperte, la curiosità e il desiderio di esplorare nuove possibilità portano a risultati sorprendenti. È proprio da questa spinta che nasce la sperimentazione di Ilaria Orefice, musicista e ricercatrice italiana, mossa non dalla volontà di sovvertire la tradizione, ma dal profondo rispetto per essa e dal desiderio di indagare, con sensibilità e ascolto, le potenzialità sonore delle voci femminili nel canto a tenore.
Appassionata di vocalità tradizionali del mondo, la stessa Ilaria ha voluto scoprire con le sue stesse orecchie quale timbro e quali sfumature potessero emergere da un canto a tenore eseguito esclusivamente da voci femminili, utilizzando le complesse tecniche gutturali che questa pratica richiede. Non per sostituirsi al repertorio maschile, ma per ampliare la comprensione di una forma musicale tanto profonda quanto affascinante.
Il canto a tenore, patrimonio vocale della Sardegna, è tradizionalmente eseguito da voci maschili suddivise in quattro parti, tra cui spicca la “bassu”, la voce gutturale e risonante, che necessita di grande padronanza tecnica.
Con grande rispetto per questa tradizione, e grazie alle numerose risorse online che accademici e studiosi hanno con cura preparato negli ultimi anni, ha intrapreso un percorso di studio e di

sperimentazione che l'ha condotta a fondare il primo coro femminile di canto a tenore. Un progetto nato dall'ascolto, dalla dedizione e dal desiderio di esplorare nuove vie sonore, portato avanti insieme a un gruppo di donne appassionate e determinate.
Attraverso anni di lavoro condiviso, il coro ha sviluppato una vocalità intensa e coinvolgente, capace di evocare emozioni profonde e di offrire una nuova prospettiva sulla ricchezza espressiva del canto a tenore, senza mai perdere il legame con le sue radici.Esso è un esempio di quando a continuare le tradizioni e l'identità sono le donne. Infatti : « Con il gruppo tutto al femminile
sfatiamo iltabù del canto a tenore » .
Il trio di Ilaria Orefice reinterpreta la millenaria tradizione maschile « [... ] aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi »


Ecco quanto riporta la nuova sardegna. 24\4\2026


di Caterina Cossu


Un esperimento che ha incantato Instagram: il canto a tenore, simbolo indennitario della Sardegna e da sempre legato a una tradizione maschile, aperto a una nuova interpretazione tutta al femminile. Il video


 del trio guidato da Ilaria Orefice - insieme a Martina Tiddia e Vanessa Pistis - è brevissimo, ma h a gia
ha acceso il dibattito su questa nuova frontiera, raccogliendo attenzione e reazioni anche tra gli stessi cantori tradizionali.
Cantante, ricercatrice vocale e insegnante, Orefice è tra le figure più atti-ve nello studio e nella divulgazione del canto armonico e gutturale, con esperienze e riconoscimenti anche a livello internazionale.


Da dove nasce il suo percorso nel canto?

«Sono una cantante, ricercatrice vocale e insegnante di canto. Questo progetto nasce da oltre 16 anni di
esperienza nel campo della vocalità.
Nel tempo mi sono specializzata nel canto armonico difonico e nei canti digola della tradizione popolare. Ho tondato la scuola Cantodifonico.eu e lavoro anche come vocal coach, esplorando le potenzialità più nascoste della voce».


Lei insiste molto sul valore del canto sardo: perché?

 «In Sardegna tendiamo a snobbare il nostro canto tradizionale, relegandolo a qualcosa di interno, maschile e folkloristico. È un condizionamento che contrasta con quello che proviamo quando l o ascoltiamo: è u n canto ancestrale, che smuove sensazioni profonde. Siamo cresciuti pensando che sia un espressione solo barbaricina, ma è il momento d i superare questo limite»


Di cosa si occupa concretamente oggi?

«Sono di Mogoro e insegno anche alla scuola civica di musica di Oristano. Porto avanti una scuola di canto armonico e gutturale, lavorando sulle corde vocali e sulle loro possibilita espressive. Sono inoltre l'unica insegnante donna di throat singing in Italia »


Quanta base scientifica e ricerca c'è nel suo lavoro?

«Tantissima. Anche grazie alle risor-se rese disponibili dal lavoro d i MarcoLutzu, Bastiano Pillosu e Gigi Oliva la mia ricerca sul funzionamento anatomico del canto armonico, anche sardo è stata molto più consapevole. E stata pubblicata su PubMed e ripresada riviste americane come The Journal of Voice e Atlas Obscura. Questo mi ha portato a insegnare all'estero,
al conservatorio di Cracovia e in Danimarca per esempio, e ad avere in Sar-degna studenti arrivati dall'università americana d i Berkeley, Lund University Svezia e Valencia».


Che effetto le h a fatto vedere il canto sardo con gli occhi degli stranieri?

«E' stato illuminante. Mi ha fatto capire quanto sia prezioso i l nostro pa-trimonio. Da lì è nato il mio impegno come divulgatrice: ho il privilegio di fare da ponte, di creare connessioni efar conoscere questa tecnica».


Come è nato i l vostro progetto a lfemminile sul canto a tenore?
«Mi sono avvicinata con grande umiltà. Non sono un cantore tradizionale e non vengo da quel mondo. Il trio è composto d a me, che eseguo il bassu, da Martina Tiddia che esegue la voce di contraeda Vanessa Pistis alla mesu oghe. Ora cerchiamo la quarta boghe solista. Abbiamo iniziato a sperimentare insieme però in due, con Martina. E già al primo tentativo abbiamo sentito qualcosa d i potentissimo: ci siamo guardate e ci siamo messe a piangere. Tra noi tre poi si è crea-ta una sintonia fortissima che oggi ci permette di lavorare in maniera molto affiatata»

Qual è stata l a reazione dei cantori tradizionali ?

«Inaspettatamente positiva. Abbiamo fatto ascoltare le nostre prime prove agliesperti, per rispetto e correttezza, e sono rimasti colpiti, offrendoci supporto. Il loro parere per noi è fon-damentale. Un riconoscimento recente è quello di Daniele Cossellu, sa oghe dei Tenores di Bitti Remunnu, preziosissimo».


E il pubblico?

«Abbiamo trovato più resistenze tra alcune persone, anche con critiche poco simpatiche. Ma per noi contano le "autorità", cioè i cantori e gliesperti. Il video è stato analizzato daloro prima della pubblicazione ».


Sentite di aver rotto un tabù?

«Inevitabilmente, sì. Qualcuno aveva già provato con ensemble femminili, ma sempre a voce pulita. Noi siamo le prime a utilizzare la tecnica completa. E stato un passo importante e non
ce lo aspettavamo».


Che risposta avete ricevuto dalle donne?

«Un entusiasmo fortissimo. Tantesono orgogliose e vogliono avvicinar-s i a questa pratica. Si sta aprendo unospazio nuovo: i tempi sono maturiper un cambio di prospettiva».


C'è anche chiteme che questo possa alterare la tradizione. E davvero possibile?

«No. Una breve esibizione non può intaccare una tradizione millenaria.
Al contrario, apre nuove possibilità di esplorazione e divulgazione. Il rischio vero è che queste pratiche si perdano ».


Qual è il futuro del progetto?

«La nostra è una scuola itinerante:la Sardegna resta il punto di partenzae di arrivo, ma vogliamo aprirci al mondo. Chi viene qui va poi imparadirettamente dai cantori, vive i luoghi,i suoni,i profumi. È un tutt'uno».

21.4.26

aprile. 1986. non. solo il. disastro di Chernobyl ma anche il primo collegamento internet in Italia



È passato. piano che  il 30. aprile. fu. creato (vedere   fotosotto al centro )il. primo nodo  di quella. che. sarà. la prima. rete. internet. in Italia. Infatti  all'epoca,  che oggi. che. sono passati  anni ,  tutti   o. quasi
ci concentriamo  su quello che è. successo a Chernobyl  e  che  ancora , secondo  le. ultime news  visti i danni. che i bombardamenti  Russi hanno fatto  nella. zona del reattore , potrebbe succedere (  tocchiamo. ferro 🤘) . 

 
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Era il 30 aprile 1986, e il Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico (CNUCE) del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) di Pisa stabiliva il primo “ping” con la Pennsylvania, consentendo una connessione permanente con ARPANET, il predecessore dell’attuale Internet. L’Italia fu il quarto Paese, dopo l’Inghilterra, la Norvegia e la Germania, a realizzare tale collegamento.
Da allora sono cambiate molte cose: la rete è diventata uno strumento indispensabile sia nel lavoro che nel nostro tempo libero. Ci ha offerto innumerevoli opportunità e richiesto attenzione per mitigarne i rischi. Oggi, un mondo senza Internet è inconcepibile, e il futuro, con le sue nuove applicazioni, promette di offrire ancora più possibilità a tutti.
Ma la storia della rete non si ferma qui. Le sfide di oggi, dalla cybersicurezza all’intelligenza artificiale, dall’inclusione digitale alla sostenibilità delle infrastrutture, ci chiedono visione, investimenti e competenze. Il futuro di Internet sarà sempre più intrecciato con quello delle nostre comunità, delle nostre istituzioni, del nostro pianeta.  [....]
  

IL segnale partì dal Centro universitario per il calcolo elettronico del Cnr di Pisa e arrivò alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania. L'evento segnò l'inizio di una nuova era per le telecomunicazioni nel nostro Paese ma fu oscurato dal disastro di Chernobyl, avvenuto pochi giorni prima
Era il 30 aprile del 1986 quando l'Italia, per la prima volta, si collegà a internet. Trentacinque anni fa, il nostro fu tra i primi Paesi in Europa ad abbracciare la nuova era delle telecomunicazioni : il segnale partì dal Centro universitario per il calcolo elettronico del Cnr di Pisa (Cnuce) e arrivò alla stazione di Roaring Creek, in Pennsylvania. Una notizia di per sé straordinaria che però fu oscurata dal disastro di Chernobyl avvenuto pochi giorni prima.          I pionieri italiani di internet                                                                                                             Protagonisti di quell'evento furono Stefano Trumpy, al tempo direttore del Cnuce; Luciano Lenzini, appassionato scienziato e 'architetto' del progetto, ma anche Antonio Blasco Bonito e Marco Sommani, cuore tecnico di quell'avventura. Il progetto fu realizzato in sinergia tra Cnr-Cnuce, Italcable e Telespazio; per il collegamento fu usata la rete satellitare atlantica Satnet.

Francesco Massarenti, 45 anni “Io impiegato in un’azienda, a 40 anni mi sono iscritto a Filosofia per non incattivirmi come Achab”

La Filosofia non ti allarga solo l'orizzonte, ma ti insegna il rigore delle parole e del ragionamento.Se avesse studiato Ingegneria elettrotecnica avrebbe solo sommato nel campo in cui lavora. Studiando Filosofia moltiplica, sempre nel campo in cui lavora.

repubblica  14 APRILE 2026 ALLE 15:12 1




Francesco Massarenti, 45 anni, si è convinto dopo la lettura di Moby Dick e l’incontro con uno dei protagonisti del libro: “Prendo le ferie per seguire le lezioni”








A convincerlo è stato Achab. «Un giorno mi sono imbattuto in “Moby Dick” e leggendo le pagine di Melville sul capitano ho pensato che non volevo diventare così incattivito. E mi sono iscritto a Filosofia». Francesco Massarenti, 45 anni, impiegato in un’azienda di multiservizi, diploma da perito elettrotecnico, ha deciso per questo di tornare a studiare.

Come mai non si è laureato da ragazzo?

«Una vita complicata, compresa una figlia da crescere da solo. Oggi ha 12 anni e sono orgoglioso dell’università anche per lei».


Come mai filosofia? Si è iscritto a 40 anni, non ha pensato a un percorso più utile alla carriera?

«A me interessava allargare lo sguardo non la carriera, e così è stato. L’università mi ha offerto i ramponi per andare a caccia della balena bianca».

Come concilia studio e lavoro?

«Non è facile, studio la sera, uso le ferie per andare a lezione. Sono quasi in pari. Sto pensando a una tesi sul consumo idrico da una prospettiva filosofica. Così unisco i miei due mondi».

20.4.26

Maryna Korshun La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio


Dopo  aver letto lo speciale  dell'inserto LA LETTURA del  corriere della sera    della scorsa settimana  (  trovate qui   sul  nostro blog le pagine riguardanti ) , cercando  storie che ampliassero il primo  dei  miei ricordi d'infanzia ( avevo 10 anni )       di cui. hi. ricordi. diretti e. non solo mediati da media e da  ricordi degli altri sul disastro di chernobyl ho trovato  : quest'articolo  di https://wisesociety.it/ambiente-e-scienza/chernobyl-conseguenze-in-italia/
e  questa storia sul sito dell'unione  sarda, di Maryna Korshun psicologa e istruttrice, con un prezioso bagaglio di esperienze tra Bielorussia e Italia che all'epoca era una dei tanti bambini di quelle zone che furono ospitati in italia . Prima  di lasciarvi all'articolo in questione posso dire  che  fu  da questo ricordo   che  hi preso posizione  contraria  al nucleare  come  energia. alternativa  almeno  fin quando  non si troverà il modo  d'usarlo  senza. conseguenze  pericolose e nefaste  per la  salute e per l'ambiente 


  fonte l'unione sarda online 23 settembre 2025 alle 10:02

La ex bambina di Chernobyl che vive a Lanusei per amore di un figlio La storia di Maryna, donna bielorussa che da 38 anni ha scelto l’Ogliastra come seconda patria

                  Tonio Pillonca


Aveva otto anni la bambina di Chernobyl quando, in fuga dal disastro nucleare, mise piede in Sardegna per la prima volta. Da allora, trent’anni a oggi, Maryna Korshun è tornata qui ogni estate (salvo quelle dell’epoca Covid) che Dio mandava in terra. E adesso Lanusei è la sua seconda patria.
«Sono passati trentotto anni». Aldo Masia, imprenditore, e la moglie Lisa Fadda, insegnante, sono i genitori italiani di quella bambina che oggi è diventata donna. E ora è ogliastrina di adozione per amore del figlio Daniil

Maryna Korshun con il figlio Daniil Yermakou (foto concessa)


 Vuole garantirgli un futuro migliore di quello che avrebbe in Bielorussia. E allora lo ha portato con sé in Sardegna. Facendogli percorrere lo stesso itinerario che lei aveva intrapreso trent’anni fa. «Qui allora avevo trovato un altro mondo», racconta la donna, arrivata da Gomel, cento chilometri da Chernobyl. «Lo devo al coraggio di mia madre – racconta – nel farmi andare in un paese straniero mettendo in conto di non sentirmi a lungo. I miei hanno capito che qui in Italia potevo vedere un altro mondo». Diverso rispetto ai luoghi del cuore, quelli che si amano ma talvolta ti stanno stretti. E non ti permettono di spiegare le ali, prendere il volo. «In Bielorussia abitavamo nel bosco, in una caserma. Avevamo pochi soldi, mangiavamo cavoli. Soltanto se mia
 nonna 

Maryna Korshun (foto concessa)
uccideva il maiale si mangiava carne. Anche in conseguenza del disastro nucleare, era tutto contaminato. Allora papà e mamma decisero che ogni anno mi avrebbero mandato qui, a Lanusei. E Aldo Masia, il primo che mi ha accolto, si è assunto una grande responsabilità. “Una volta che ho preso questo impegno io non mollo”, ha sempre detto lui».
La laurea in psicologia e il dottorato nella stessa disciplina conseguiti in Bielorussia hanno aiutato Maryna nella sua esperienza italiana. «Lavoravo come psicologa. Con i bambini, con quelli malati di tumore. Facevo volontariato nell’associazione Funny nose, che si occupava dell’aiuto psicologico ai bambini oncologici e affetti da altre disabilità. Portavamo i fisioterapisti nei villaggi sperduti della Bielorussia, in particolare nella zona di Chernobyl. L’obiettivo era garantire un futuro ai bambini, a quelli che potevano essere curati ma non ne avevano la possibilità, perché i genitori erano o malati, o alcolisti, o senza soldi».
Nel corso della sua attività professionale ecco i primi legami di lavoro con l’Italia, sempre sull’onda dei viaggi fatti fin da bambina. «Ho collaborato con diverse organizzazioni italiane, ad esempio “Una mano per un sorriso-for Children” con la quale abbiamo realizzato il progetto Milesxsmiles nel villaggi della zona di Chernobyl e in una baraccopoli in Kenya. Dalla Bielorussia all’Africa con fatica, impegno, dedizione.
Esperienze che la hanno formata. Maryna adeesso è una madre felice anche per quel figlio che ora è un italiano vero, frequenta la scuola a Lanusei, è perfettamente inserito. Come la mamma, che lavora sodo, da assistente scolastica, da educatrice, da mediatrice culturale, ma non può ancora sfruttare appieno il patrimonio di conoscenza che le deriva dagli studi in Bielorussia. «Sto frequentando di nuovo l’università perché – spiega amaramente – non mi è stato convalidato alcun esame».
La sua vicenda personale ha fatto breccia nel cuore degli ogliastrini e non solo, auspice un video social nel quale lei stessa ripercorre la storia, il coraggio della scelta di lasciare il paese d’origine e scegliere l’Isola che l’aveva adottata fin da bambina per farvi crescere il figlio. Lei, sopravvissuta all’esplosione nucleare di Chernobyl. «Il trasferimento in Italia – racconta la donna – non è stato facile, dal punto di vista logistico, burocratico, economico, ma soprattutto psicologico. In tutte queste difficoltà sono stata fortunata ad aver supporto dalla mia famiglia italiana. Il legame creato nel corso degli anni mi ha permesso di avere un punto di riferimento importante per affrontare tutte queste difficoltà, ma anche di avere il tempo necessario per trovare una sistemazione, per non perdere la mia identità e per trovare un lavoro adeguato alle mie capacità».
Maryna Korshun sa di dover combattere ancora perché vivere lontani dalla propria terra non è mai semplice. Impone sfide da affrontare ogni giorno: la aiutano legami di amicizia con sue connazionali, con donne ucraine che vivono in Ogliastra, ma soprattutto l’affetto della comunità di Lanusei, per la quale Maryna è ormai una concittadina vera, «Questa lotta non è più soltanto per me e mio figlio – conclude – ma per la mia giusta collocazione nella società dove mi trovo. Vorrei che questa lotta diventasse un supporto e un esempio per tante altre donne che affrontano difficoltà legate alla migrazione, alla perdita della loro identità e dignità».



16.4.26

La storia di Daniela Mazzanti, pensionata e amante dell’arte“Tutta la vita al nido come educatrice, oggi a 68 anni mi laureo al Dams: volevo mettermi in gioco

   fonti  rpeubblica     ed   bologna   14\4\2026

Daniela Mazzanti ha lavorato tutta la vita come educatrice al nido, poi nel 2018, alla pensione, si è iscritta al Dams e a luglio si laurea con una tesi sul rapporto tra arte ed educazione. «Ho 68 anni, ma sto già pensando a come proseguire gli studi. Magari mi prendo un anno, poi ricomincio. È bellissimo».



«Ho sempre amato l’arte, mi sono diplomata alle Sirani, professionale, e dopo ho sempre lavorato. Ho iniziato con l’Università per gli anziani Primo Levi, ma avevo voglia di mettermi in gioco».

E come è andata?

«Al test di accesso presi 27,5. Mezzo punto sopra il minimo. Un miracolo, avevo qualche dubbio».

Invece.

«Invece vedere che quella fatica rilevante e quella grande voglia di farcela sono serviti, dimostrare a sé stessi di farcela è stato entusiasmante. Oltre allo studio e alle lezioni, accompagno gli amici per mostre e luoghi d’arte, anche grazie al tesserino universitario. Mi basta alzare lo sguardo per Bolog

na per rendermi conto di sapere cose che non conoscevo».


e  corrriere  bologna  del  31\10\2024 quando la. sua  sfida era iniziata 

La studentessa universitaria a 67 anni al Dams: «Non credo di aver meritato tutti quei 30 e lode ma sono tornata a studiare su libri di 800 pagine»

di Micaela Romagnoli

Daniela Mazzanti, 67 anni, sposata con due figlie e quattro nipoti: «Sono tornata sui libri a 62 anni dopo la pensione, prima facevo l'educatrice nei nidi comunali di Bologna. Dopo la laurea triennale punto alla specialistica»

laureata

Daniela Mazzanti alla proclamazione della prima laurea dove ha preso 110

«Chissà se i professori con me siano stati un po’ più comprensivi, se mi siano venuti incontro per la mia età. Forse, hanno anche premiato la passione di una signora tornata a studiare, perché non credo di aver meritato davvero tutti quei 30 e lode». Se lo chiede ancora, Daniela Mazzanti, classe 1957, sposata, due figlie e quattro nipotini, mentre frequenta il secondo anno del corso di laurea magistrale in Arti Visive all’Università di Bologna, dopo essersi laureata nel 2023 alla triennale del Dams con 110 e una tesi su Rembrandt, uomo libero del ‘600. Prima, una vita da educatrice nei nidi comunali di Bologna: «Mestiere che ho adorato», confida.

L’idea d’iscriversi all’Università è arrivata solo dopo la pensione?
«Da giovane non ne sono stata capace, non abbastanza determinata forse, non riuscivo a lavorare e studiare contemporaneamente. Il desiderio, però, è sempre rimasto. Mi sono diplomata alle Sirani come educatrice di comunità infantili, poi ho trascorso 42 anni e 10 mesi tra i miei bambini degli asili nido, fino alla pensione nel 2018. Così l’anno successivo, a 62 anni, ho tentato il test per il Dams e ce l’ho fatta».

Perché ha scelto il Dams?
«L’interesse per l’arte l’ho sempre avuto. Il Dams propone questa bella apertura, già dal primo anno, con la possibilità di seguire corsi su tutte le discipline, teatro, cinema, musica. Prima, avevo anche cominciato a seguire corsi sulla storia dell’arte alla Primo Levi e mi sono proprio appassionata: l’arte è di tutti, quindi anche mia, e volevo saperne di più».

Che esperienza è stata?
«I primi anni di innamoramento feroce. Avevo l’entusiasmo di portare a casa quello che imparavo, i miei familiari erano travolti. Ho trovato docenti meravigliosi e compagni di studi altrettanto. C’è il pregiudizio sugli studenti del Dams, che non abbiano tanta voglia di fare, invece ho conosciuto ragazzi e ragazze molto capaci, preparati, curiosi, impegnati, seri. Il Dams per me è una Scuola con maestri eccellenti e un luogo in cui si richiede una serietà notevole».

Quanto è stato impegnativo riprendere gli studi dopo più di 40 anni?
«Molto. Mi sono trovata a preparare storia dell’arte, la mia disciplina preferita, su manuali di 800 pagine. Due, tre mesi per ogni esame; non è nella mia età dire “io tento, ci provo”, a me non interessa fare così. Quando c’è la passione, la fatica che fai, la vuoi fare».

La sua famiglia cosa ne pensa?

«Sono contenti. Mio marito è molto orgoglioso. Ho anche quattro nipotini, sono ancora piccoli, ma sanno che la nonna va a scuola come loro».

Come dimostrano i dati dell’Alma Mater, gli over 65 studenti universitari sono in aumento. Come mai?
«Viviamo in una società più longeva. Ci si nutre di tante cose, ci si può voler nutrire di nuove conoscenze. Il tempo che rimane davanti è un tempo per crescere e non per guardare solo gli altri che crescono, per imparare quello che non si sa».

Dopo la laurea magistrale, cosa vuole fare?

«Intanto spero di ottenerla, non è scontato. La cosa bella, che già mi succede, è di accompagnare amici a vedere alcune opere d’arte. Mi piacerebbe anche che i laureati “più maturi” che escono dall’Alma Mater potessero essere utili all’interno di progetti con associazioni di volontariato. Per esempio, nel mio caso, raccontare ai bambini nelle scuole, non in modo accademico, chi erano i grandi pittori».



15.4.26

Felice Maniero, ex boss ora. solitario e triste «Non rifarei il bandito» L’ex boss, le rapine, la malattia: il tesoro di 30 miliardi non c’è più



da il. Corriere della Sera. 15 apr 2026
                   Di Andrea Pasqualetto




Adesso vive in una casa di riposo. Ha 71 anni e un passato di rapine e clamorose evasioni. Trascorre le giornate dipingendo. Felice Maniero, il boss della Mala del Brenta, si racconta: «Sono stato lasciato solo anche dai figli». Confessa che non rifarebbe il bandito. E rivela che il tesoro di trenta miliardi oramai

In un angolo della sala, seduto come un soldatino, c’è un signore che fissa l’unico quadro. È magro, pallido, silenzioso. Lo chiamano con un nome da bambino e fino a qualche tempo fa pochi qui sapevano che quest’uomo dall’aria mite, in realtà, è lui: il superboss Felice Maniero.

«Il mondo — sussurra indicando il quadro — il vulcano, la lava, l’inferno…». Chi è l’omino rosso sotto il vulcano? «Io». Un’anima dannata? «Sì».Lo sta dipingendo lui da qualche mese, un colpo di pennello al giorno, senza fretta. Maniero parla con un filo di voce, ogni tanto si alza e cammina lentamente e sembra possa cadere da un momento all’altro. Gli occhi sono carichi di malinconia, assorti in chissà quali pensieri. Di tanto in tanto accenna un sorriso guardando dalla finestra: «Bello qui». Ci sono degli alberi mossi dal vento.

Insomma, niente a che fare con il Felice Maniero che trent’anni fa era stato sorpreso veloce e pimpante all’hotel Principe di Savoia, 5 stelle lusso di Milano, dove soggiornava per qualche giorno in barba alle prescrizioni di legge. «Felice Maniero?». «Chi sei tu?». «Giornalista». «Vieni con me», disse in un baleno conoscendo bene il rischio che stava correndo se la notizia fosse circolata. Quello era il Maniero dall’inconfondibile frangetta, l’espressione furba e il pensiero veloce che lo portò a decidere in pochi giorni di scrivere un libro autobiografico, «Una storia criminale», la storia cioè di un bandito diventato il capo indiscusso della Mala del Brenta, la più potente, feroce e sanguinaria organizzazione malavitosa mai esistita al Nord. Basti un numero: 400 uomini fra ladri, rapinatori, biscazzieri, sequestratori, spacciatori, trafficanti e anche assassini. Erano gli anni Ottanta e Novanta e i crimini di Faccia d’angelo riempivano le pagine della cronaca nera, soprattutto quando metteva a segno il grande colpo, specialità della casa. Qualche esempio? La rapina al Casinò di Venezia, bottino due miliardi lire, quella all’aeroporto Marco Polo, 170 chili d’oro, e quella all’hotel Des Bains del Lido, 53 cassette di sicurezza ripulite di gioielli e denaro. «No me interessava i schei, giuro, quelli entravano e uscivano e se qualcuno ne aveva bisogno glieli davo, anche perché non erano miei — racconta fra un silenzio e l’altro — No, mi piaceva la sfida, se vincevo. Il resto era noia»E poi le clamorose fughe dal carcere: da Fossombrone facendo scavare dall’esterno un tunnel nelle fogne lungo 600 metri che arrivava sotto il penitenziario in un punto concordato; e da Padova simulando un trasferimento da parte di quattro uomini vestiti da agenti e carabinieri, amici suoi.Del superboss è rimasto quest’uomo fragile, invecchiato ben oltre i suoi 71 anni, che ritroviamo in una casa di riposo di cui non possiamo dire alcunché per ragioni di sicurezza. È solo. «Non vedo più neppure i miei figli e questa è la cosa che più mi fa male, mi mancano tanto, li sento quando chiamo io e loro rispondono per forza». Non vede i figli, non vede l’ex compagna Marta ed è comprensibile visto che l’aveva denunciato per maltrattamenti. E non vede neppure la sorella Noretta, anche lei vittima delle sue intemperanze. C’era una donna, Monica, una sua ex, che si appalesava di tanto in tanto ma ora ha smesso pure lei. Il solo che passa a trovarlo è un giornalista, Maurizio Dianese, grande esperto di Mala del Brenta, che ha pubblicato di recente «Come me nessuno mai», libro nel quale parla anche quest’ultimo Maniero che sta lottando contro la depressione e una forma di demenza senile. Qui Faccia d’angelo gioca a carte, passeggia, tira frecce di plastica con un arco. E dipinge. «Nell’arte vedo uno sfogo», dice e mentre lo dice suona il braccialetto elettronico che porta al polso.E pensare che un tempo lo sfogo erano le rapine, le Ferrari, la bella vita. «Se tornassi indietro però non rifarei il bandito... forse». Perché? «Non conviene, non ti resta niente». Nessuna questione morale: il bottino finisce, la vita costa e non conviene. «Ai ragazzi lo sconsiglio vivamente». Mentre consiglia l’arte che è sempre stata una sua passione. «Ecco, magari farei il mercante di quadri, in certi capolavori c’è una grandiosità… il Demoiselles d’avignon del Moma di Picasso è grandissimo, le emarginate, i poveri». Si è sempre vantato di essere comunista spacciandosi per novello Robin Hood, di certo se avesse le energie dei trent’anni tenterebbe il colpaccio al Moma. Il curriculum c’è tutto: un Velasquez, un Correggio, un El Greco e due Guardi trafugati dalla pinacoteca di Modena. «Li ho restituiti in cambio di una liberazione». Nella sua personalissima galleria sono entrati anche un De Chirico e due autoritratti di Picasso e di Van Gogh. «Li prendevo e li mettevo da mia zia a Campolongo. Mi piaceva accarezzarli, anche se poi li usavo come merce di scambio. Uno l’ho restituito per la liberazione di mio cugino Giulio». E gli altri? «Non ho più niente». Cioè? «Sono all’estero, per i figli», aveva detto a Dianese. Boh. Pare che il Van Gogh l’avesse comprato all’asta per 650 milioni di lire quarant’anni fa. Ora varrà milioni di euro. «L’ho venduto». Non aggiunge altro, anche perché sa bene che tutto ciò che dichiara di possedere gli verrebbe sequestrato. Quindi, non si sa, e bisogna fare i conti con il fatto che la prodigiosa memoria di un tempo ora è quel che è, tanto che gli stanno nominando un amministratore di sostegno.

Dicono che abbia finito i soldi: «Non li ho finiti, ne ho meno», insorge con l’orgoglio del boss che non vuole riconoscere di essere finito sul lastrico. C’è ancora il tesoro di Maniero? «No, quello non c’è più». Erano una cinquantina di miliardi? «Nooo, meno, una trentina, ma non li contavo». Il più bel periodo della vita? «Quando facevo l’hippie in Inghilterra a 15 anni, zero schei, autostop, dormivo per strada e andavo a caccia dei Jethro Tull, dei Genesis, dei Black Sabbath. Paranoid, meraviglia. Per un annetto e mezzo sono sparito lì».

E il più bel ricordo da boss?

”La studentessa morta Nell’assalto a un treno morì una studentessa, ho pagato troppo poco per la sua fine. I delitti? Non mi pento, con i traditori era la nostra regola

«La rapina al Casinò di Venezia, che colpo, che felicità, quel giorno li avevamo sbancati noi». Il più brutto? «La morte di mia mamma in novembre… e quella di Elena (sua figlia, morta suicida nel febbraio 2006, ndr), non saprei quale è peggio...». Silenzio, gli occhi si inumidiscono, scuote la testa. Si sente solo il rumore del vento.

Cambiamo discorso, con Marta com’è andata? «Sono tre anni che non la vedo… Finiti i lussi finito l’amore, ma con lei non è mai stato vero amore. L’unica donna di cui sono stato innamorato è un’altra. Si chiamava Barbara, morta in un incidente sul ponte della Libertà». Pentito di qualcosa? «Di qualche errore». Tipo? «Il furto del mento di Sant’antonio, le reliquie non si toccano... e dell’assalto al treno dove morì la studentessa. Ho pagato troppo poco per la sua morte». Nessun pentimento invece per i sette omicidi che ha confessato: «Chi tradiva la banda pagava con la vita, era la nostra regola». Ora ha in piedi ancora due procedimenti, uno a Pisa per i maltrattamenti della sorella, la sola peraltro ad aiutarlo in questo periodo. E uno a Brescia per il fallimento della sua azienda di depurazione dell’acqua. Processi ai quali non è nelle condizioni di partecipare. «Non mi interessa». Chi è oggi Felice Maniero? «Quest’uomo che vedi, niente di speciale». Si alza aiutandosi con le mani, muove qualche passo, barcolla e se ne va.

13.4.26

Quarant'anni fa l'esplosione di Chernobyl ed. ancora si usa il nucleare come. fonte. di energia.


chernobyl
Un giocattolo abbandonato a Prypjat (oggi Ucraina), città dove abitavano i lavoratori della centrale nucleare di Chernobyl (foto di Marta Serafini)

All’1.23 del 26 aprile 1986, durante un test di sicurezza, l’esplosione del reattore numero 4 della centrale nucleare di Chernobyl, in Ucraina, allora parte dell’Unione Sovietica, ne provoca lo scoperchiamento e scatena un vasto incendio. Si sprigiona una grande nube radioattiva che contamina l’area circostante; viene ordinata l’evacuazione di 336 mila persone, a partire, il 28 aprile, dai quasi 50 mila abitanti di Prypjat, la città più vicina. La nube ha contaminato intere aree dell’Unione Sovietica (Ucraina, Bielorussia, Russia) e si è estesa all’Europa occidentale.  Oggi  brucia. ancora.  infatti.    da LA LETTURA.  del corriere della sera  del 12\4\2026
















 


11.4.26

«Mi chiamano il mago degli yacht, a 38 anni disegno barche per miliardari». Chi è l'architetto romano e quanto guadagna

da  IL Messaggero 

«Mi chiamano il mago degli yacht, a 38 anni disegno barche per miliardari». Chi è l'architetto romano e quanto guadagna
                                    Alessandro Rosi


Lo chiamano il "mago degli yacht". Lui è Stefano Vafiadis, 38enne romano con madre italiana e padre greco. A soli 25 anni la rivista leader mondiale nel settore della nautica, Boat International, lo ha nominato "Giovane Designer dell'Anno". Chi usa le sue creazioni? «Nel mondo dello sport ci sono atleti che affittano le barche che disegniamo per altri».







Nato a Roma?

«Sì, sono romano doc. Ho studiato al liceo Massimo all'EUR (ndr, lo stesso di Mario Draghi) e poi ho scelto Roma Tre come Università».

Lavora assieme a suo padre?

«Lui è stato il grande maestro, mi ha formato tantissimo. È stata (ed è ancora) una figura fondamentale. Ha iniziato negli Stati Uniti disegnando delle ville per personaggi importanti. Poi uno di questi gli propose di fare una barca di 50 m, che all'epoca era come se oggi fosse di 80, quindi un'imbarcazione per l'epoca molto grande che si chiamava Gran Mother. Questa barca ebbe molto successo e da lì è diventato uno yacht designer. Il suo studio è diventato un punto di riferimento soprattutto negli anni Novanta e Duemila quando il mercato è esploso».







Quando ha iniziato a lavorare con lui?

«Io sono entrato nel 2012, appena mi sono laureato. Dopo una breve esperienza londinese ho deciso di tornare».

Quando è arrivato il successo?

«Nel 2013 ho vinto lo Young Designer of the Year, che ha catapultato la mia carriera in avanti, anche perché non ho partecipato con il nome di famiglia ma con il cognome di mia madre».

E perché?

«Per non essere associato allo studio e avere un giudizio totalmente imparziale».

Dopo quel premio è arrivato il soprannome "mago degli yacht".

«Faccio del mio meglio, a me piace tantissimo disegnare, proprio nel vero senso della parola. Ancora faccio molte cose a mano e ho tutti i miei curvilinei, le righe e sicuramente quello è un valore aggiunto, perché pochi altri lo fanno oggi. Peraltro molte barche le facciamo su misura, e quindi c'è uno stretto contatto con il cliente».







Chi sono i vostri clienti?

«Tutte persone di grandissimo spessore, che hanno delle storie importanti di vita ma anche economiche. E quindi si crea questo legame molto bello e spesso questi clienti sono anche molto creativi, quindi si va a potenziare tutto un processo che poi porta alla realizzazione di questi oggetti unici che rispecchiano la loro personalità».

Prendete le misure agli armatori e poi disegnate l'imbarcazione, come dei "sarti" degli yacht.

«Ci occupiamo anche di dove dormono, arriviamo a un livello di personalizzazione molto elevato. Curiamo qualsiasi loro gesto quotidiano».

E le richieste più strane quali sono state?

«Una molto particolare, sicuramente, è stata quella di avere un simulatore di assenza di gravità. Dentro lo yatch da 150 m abbiamo dovuto inserire quindi un cilindro di quasi 10 m di altezza. È uno strumento che adopera la NASA, che simula qui sulla Terra l'assenza di gravità per avere questa esperienza su una barca».

Voleva stupire gli ospiti, immagino, con un'esperienza particolare.

«Sì, perché lui è un amante degli sport estremi, di tutte queste attività. Fa parte un po' delle sue passioni».

Lavorate per privati o anche per istituzioni?

«I nostri clienti sono gli armatori privati, ma ci chiamano anche i cantieri. E qui in Italia lavoriamo molto con Baglietto, che è uno dei più antichi cantieri d'Italia e si trova a La Spezia. Con loro abbiamo un rapporto molto proficuo».

Che tipo di lavori ha realizzato?

«Ho disegnato per loro un'imbarcazione di 40 m che ha avuto uno straordinario successo, sopra ogni aspettativa onestamente. E di questa imbarcazione ne sono state costruite 14, che per una barca così grande, così speciale, è un traguardo straordinario».

Come si chiama?

«Si chiama Baglietto 133 Dom. E Dom sta appunto per Domus, si ha l'impressione di essere all'interno di una residenza. Ma il progetto è quello di avere una barca con delle linee esterne molto automotive, molto scultorea. Una bella autovettura del mare. Un'imbarcazione contemporanea, molto voluminosa, di 40 m. Ha poi anche una piscina a poppa che è a scomparsa: premendo un bottone compare una piscina».




















Quanto ci vuole per disegnare una nave del genere?

«Quando si ha una piattaforma ingegneristica già sviluppata, in due anni e mezzo si riesce ad avere una barca. Altrimenti si va verso circa tre anni e mezzo. Mentre nei progetti full custom, quindi totalmente su misura, che spesso si fanno per barche più grandi di 80-90 m, i tempi sono di 3 anni, perché bisogna anche sviluppare lo scafo, le compartimentazioni e tutto il resto».

Ma quanto costa farsi disegnare una barca?

«Il costo si valuta in base al volume e poi anche quello che si vuole a bordo, che è fondamentale. Noi siamo uno studio di architettura e non di ingegneria, quindi ci occupiamo dello stile del layout, del rapporto con gli armatori e con i cantieri. Siamo un po' come dei direttori d'orchestra che gestiscono un po' tutte le parti coinvolte».







Per una vostra nostra consulenza, quindi, è lecito immaginare che ci vogliano centinaia di migliaia di euro per grandi imbarcazioni (ad esempio una da 40 m).

«Dipende un po' dagli accordi che si prendono. Comunque sì, il prezzo lo stabiliamo con il cliente di volta in volta a seconda delle richieste».










Addio Wendy Duffy, ha voluto il suicidio assistito dopo aver perso il figlio chi siamo noi per giudicare la sua scelta

  Mi ha colpito e straziato la storia, riportata da Lorenzo Tosa , di Wendy Duffy, la donna inglese di 56 anni che ha scelto di togliers...