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05/04/20

la spagnola il coronavirus d'oggi L’altra pandemia Perché l’influenza spagnola è un capitolo dimenticato della storia italiana



Di cosa stiamo parlando della spagnola il coronavirus del secolo scorso trovate sotto degli approfondimenti utili per integrare l'articolo di oggi 
https://www.youtube.com/watch?v=-QOzGkybSms interessanti analogie e differenze con il covid19 \ coronavirus 

 da   https://www.linkiesta.it/   aprile  2020
                                  

                                      

Quattro milioni e mezzo di contagi e 600mila morti su una popolazione di 36 milioni di abitanti, economia colpita, tensioni sociali, tutto a cavallo tra la Grande Guerra e il fascismo. Eppure ne abbiamo pochissima memoria


«Qui l’epidemia è in aumento continuo, a Desio infierisce non meno che a Milano; basta vedere le tre colonne dei morti della gente per bene nel Corriere per persuadersi qual è la mortalità nei quartieri popolari. Non si sa più dove mettere i bambini orfani di madri ed i cui padri sono al fronte. È un problema trovare ora dei medici. Tutti sono sopraffatti dal lavoro e in fondo nessuno è curato a dovere. Forse anche la grande mortalità è dovuta alla scarsa assistenza sanitaria».

Lettera di Anna Kuliscioff a Filippo Turati, 12 ottobre 1918.

«Per consolarci dall’influenza verdigera, che imperversa sempre più (A Roma 200 morti – anche a Torino è gravissima – alla Camera abbiamo 12 inservienti ammalati e un segretario della Biblioteca morto l’altro giorno; neppure le trincee di libri salvano da questa peste!), si vuole che tra le cagioni che determinano il mollamento tedesco ci sia il grippe, che avrebbe messo a letto 300 mila soldati, e i casi in Germania si conterebbero (pigliala per quel che vale) a 12 milioni».

Lettera di Filippo Turati ad Anna Kuliscioff 13 ottobre 1918.

Nell’ottobre del 1918 l’Italia è stremata. La Prima Guerra Mondiale è agli sgoccioli: prima della fine del mese ci sarà la battaglia di Vittorio Veneto, che sancirà definitivamente la sconfitta e il disfacimento dell’Impero austro-ungarico, e la vittoria italiana. Ma sono giorni difficili, per chi è al fronte come per chi è rimasto nelle città. Alla fine dell’estate sulla penisola si è abbattuta una seconda ondata di influenza spagnola, che sta facendo più vittime della guerra.

Se la prima ondata del virus, nella primavera precedente, era passata quasi sottotraccia, il nuovo picco di settembre non può essere ignorato: la maggior parte dei circa 4 milioni e mezzo di contagi e 600mila morti – su una popolazione di 36 milioni di abitanti – viene colpita proprio in quelle tredici settimane da settembre a dicembre.
La situazione degenera rapidamente. Conseguenza soprattutto delle tardive contromisure del governo e delle amministrazioni locali, che in un primo momento avevano sottostimato l’impatto dell’influenza spagnola e provato a nasconderla per non aggiungere ulteriori preoccupazioni agli italiani.
Nei mesi più duri del conflitto la censura della guerra aveva contribuito a sbiadire l’impatto del virus, mentre sui giornali si creavano contraddizioni tra le numerose colonne di necrologi e i minuscoli trafiletti di cronaca creati ad arte per rassicurare la popolazione con sole informazioni di servizio.
Ora che è tutto finito e la pandemia è esplosa, il presidente del Consiglio e ministro dell’Interno Vittorio Emanuele Orlando si trova costretto a vietare il suono delle campane per i funerali, soprattutto dove il morbo fa più vittime, come a Torino – una situazione «gravissima» nelle parole di Turati – dove nel mese di ottobre si registrano anche 400 morti al giorno.
In pieno autunno il bilancio della spagnola inizia a diventare insostenibile e lo Stato deve reagire. Il 17 ottobre 1918 viene pubblicato il decalogo dettagliato del comune di Milano, con una serie di indicazioni da seguire: «Fare gargarismi con acque disinfettanti (dentifrici a base di acido fenico, acqua ossigenata), non sputare per terra, viaggiare in ferrovia il meno possibile, diffidare dei rimedi cosiddetti preventivi, evitare contatti con persone, non frequentare luoghi dove il pubblico si affolla (osterie, caffè, teatri, chiese, sale di conferenze). Così facendo si mette in pratica l’unico mezzo veramente efficace contro l’influenza, l’isolamento», e così via. 
In tutta Italia le autorità centrali e locali danno il via a una campagna di disinfezione dei luoghi pubblici per assecondare le richieste dell’opinione pubblica. L’inizio della scuola viene posticipato a data imprecisata; viene ridotto l’orario di apertura dei negozi, con le sole farmacie a beneficiare di un allungamento dei turni; cinema e teatri restano chiusi nonostante le proteste dei proprietari che chiedono di essere risarciti.
La classe dirigente vuole fermare solo i servizi non essenziali, facendo lavorare a pieno regime le principali attività economico-produttive: fermare la complessa macchina statale avrebbe incalcolabili ripercussioni sull’operatività dell’esercito in un momento decisivo del conflitto. La conseguenza però è l’aumento di assembramenti all’ingresso dei negozi alimentari; nonostante la consapevolezza del pericolo, lo Stato sceglie di non aggiungere limitazioni per non aggiungere nuove ansie. I ceti popolari temono di rimanere senza viveri e assicurare loro il pane – al netto della carenza di beni di prima necessità – è un tentativo di calmare gli animi.
Il governo sceglie anche di non fermare le fabbriche. Gli spostamenti quotidiani di migliaia di operai, però, moltiplicano le occasioni di contagio: le condizioni igieniche e lavorative non possono garantire la salute dei lavoratori, la distanza non è rispettata, né le precauzioni eseguite alla lettera. Così la malattia avanza inesorabilmente nelle industrie facendo crollare la produttività. 
Gli stabilimenti dipendenti dal Comitato regionale di mobilitazione industriale per l’Italia centrale e la Sardegna (nei centri di Roma, Ancona, Terni e Chieti) registrano dal 10 ottobre al 27 novembre 12.426 casi d’influenza su 40.048 operai, che causano circa 75mila assenze dal lavoro.
«L’Italia scontava un duplice ritardo, sia per le strutture statali, sia per la condizione della popolazione», spiega Paolo Mattera, professore di Storia Contemporanea all’Università Roma Tre. L’impostazione della sanità si dimostra del tutto inadeguata per una pandemia di quella portata. In assenza di un ministero della Sanità – sarebbe stato istituito solo nel 1958 – le malattie infettive, considerate un problema di ordine pubblico, sono in carico al ministero dell’Interno, e l’unico provvedimento certo – conosciuto e condiviso anche nel resto del mondo – è il distanziamento sociale. 
«Si guardava prevalentemente alla sicurezza – spiega il professor Mattera – si puntava a isolare i malati in casa. Questi, privi di cura, morivano in numero maggiore, e contagiavano i familiari nelle case, che morivano di conseguenza». Ma non va poi tanto meglio a chi è ricoverato in ospedali travolti dall’emergenza sanitaria: il personale sanitario è abituato a una routine lenta, compassata, con procedure farraginose, incapace di adeguarsi con la dovuta rapidità. I medici protestano per le estreme condizioni lavorative, con poco personale e mezzi inadeguati: alcuni di loro arrivano ad abbandonare il servizio. E non sono gli unici a protestare. 
Con il passare delle settimane il peso di quella seconda ondata di influenza spagnola presenta il conto a tutta la popolazione italiana, che manifesta la propria preoccupazione, impressionata dalle spaventose scene a cui si assiste nelle città e nelle campagne a causa dell’eccesso di mortalità.
Fino all’estate l’impatto sui cittadini era stato diverso. Durante la prima ondata di influenza, meno letale, era prevalso il desiderio di liberarsi dal peso e dai dolori della guerra: per quanto potesse essere diffusa la spagnola avrebbe impiegato del tempo per scavarsi un posto tra le preoccupazioni degli italiani. La stessa guerra – la più devastante a memoria d’uomo – aveva completamente stravolto la percezione e il valore della morte.
Una buona parte della popolazione vive in piccoli borghi, o nei villaggi, con un orizzonte esistenziale molto ristretto. Per molti italiani nel 1918 lo Stato è ancora una realtà astratta, distante, che si presenta soltanto per le tasse e la leva militare: c’è una certa diffidenza, o comunque distanza, verso le istituzioni. 
«Questi sentimenti – spiega Mattera – si trasformano in ostilità quando ci si rende conto che le contromisure dello Stato non hanno effetto. Lo si nota in alcune lettere inviate dai cittadini alle istituzioni, che nel corso dell’epidemia passano da un tono di supplica a uno di avversione, a volte sfociando perfino in teorie del complotto: si diceva che il malfunzionamento delle istituzioni fosse frutto di chissà quali oscuri interessi di Roma. Alimentando ulteriori paranoie e anche la diffusione di false notizie in piena escalation di influenza».
A novembre l’epidemia sembra aver allentato le maglie. Il 9 novembre la Giunta sanitaria di Milano rileva «il quasi completo ripristino dello stato normale della salute pubblica, ferme quelle disposizioni la cui efficacia è stata dimostrata chiede la revoca di tutti i provvedimenti eccezionali». Ma forse è ancora troppo presto e nelle settimane successive i contagi riprendono a crescere. 
«Finita la guerra, mio padre ritornava grazie a Dio vivo e sano, ma nella nostra casa regnava la miseria, più guaio ancora finita la guerra, vi è stata una malattia infettiva chiamata la spagnola, anche mio padre e quasi tutto il popolo erava infettato e l’agente moriva accatastrofi nel nostro piccolo paese. Al giorno morivano tante volte due o tre in una famiglia, anche mio padre appreso quel male, ed è arrivato impunto di morire fino a portarle il viatico e lestremensione il nostro parroco. […] All’ora eravamo 4 fratellini forse Dio l’avuto pietà e lo à fatto campare», racconterà Tommaso Bordonaro, di Bolognetta, provincia di Palermo, nove anni nel 1918, nel libro di Francesco Cutolo “L’influenza spagnola del 1918-1919”.
Nel Mezzogiorno l’influenza spagnola colpisce ancora più forte, vista l’inadeguatezza delle strutture sanitarie e la scarsa preparazione di una parte della classe dirigente. Anche lì riaprire e tornare alla normalità non porta il sollievo sperato: la pandemia ritorna per una terza ondata. Anche a causa dei reduci del conflitto, che ritornano alle loro case e alimentano nuovi focolai. 
L’11 gennaio il periodico socialista «La Squilla» di Bologna ancora scrive: «Censura / Morti in guerra: 462.740 / Feriti: 987.340 / Invalidi e mutilati: 500.000 / Non c’è la statistica dei morti di spagnuola, perché la “maledetta” continua ad ammazzare! / Dopo il cannone, lei ci voleva! / Ma da che mondo è mondo la peste andò sempre dietro la guerra / È storia; è anche nella Bibbia!».
Nei mesi immediatamente successivi alla Grande Guerra, la voce del partito socialista si fa più insistente, si inserisce nelle pieghe del malcontento e incendia gli animi dei cittadini. Non a caso l’Italia è il secondo paese europeo che la III Internazionale ritiene più prossimo alla rivoluzione, dopo la Germania. Nel 1919 gli scioperi operai e agrari conoscono un aumento considerevole di intensità e visibilità. La masse diventano protagoniste della scena pubblica italiana e il Partito Socialista Italiano cresce fino a diventare il primo partito nazionale: alle elezioni del novembre 1919 il PSI diventerà il partito di maggioranza relativa con il 32% dei voti. 
Quello dei socialisti si rivela, però, un fronte spaccato in profondità, tra massimalisti (la maggioranza, favorevole all’attuazione del programma massimo del partito) e riformisti (minoranza che controlla il gruppo parlamentare, la Confederazione generale del lavoro e le molte amministrazioni comunali “rosse” del centro-nord).
Sul fronte opposto, però, c’è crescente tendenza nazionalista di una frangia di italiani che alimenta il mito della vittoria mutilata. Nel settembre del 1919 un corpo di volontari guidato – tra gli altri – dal poeta Gabriele d’Annunzio occupa la città di Fiume per annetterla, in contrasto con quanto stabilito dalla Conferenza di Versailles. Più del risultato, l’impresa di Fiume conferma la forza crescente di un nuovo protagonista politico, il movimento fascista fondato nel marzo precedente dall’ex socialista Benito Mussolini. 
Nella seconda metà del 1920 il fascismo si organizza in squadre paramilitari, si preoccupa di spezzare la rete delle organizzazioni socialiste e di quelle cattoliche, e attira attorno a sé un nuovo blocco sociale composto in prevalenza da ceti medi ed egemonizzato dal padronato agrario e industriale: in questo modo prosciuga la base di consenso che ancora rimaneva ai liberali.
Nel novembre del 1921 nasce il Partito nazionale fascista, che conta ben 300mila iscritti (il PSI, alla sua massima espansione superava di poco i 200mila). Passerà meno di un anno prima che Mussolini decida di passare all’attacco facendo marciare su Roma decine di migliaia di “camicie nere” (ottobre 1922).
In questo scorcio di storia d’Italia il peso dell’influenza spagnola è quasi del tutto assente. Non è più priorità per il governo, le amministrazioni locali o i cittadini. Le rivoluzioni delle masse iniziate nel ‘19 difficilmente trovano una causa scatenante nella pandemia. Al più, può essere intesa come un amplificatore del malcontento delle fasce più basse della popolazione. 
Come spiega Marco Mondini, professore di Storia dell’Università di Padova: «Sappiamo che l’epidemia ebbe un ruolo nella fine della guerra, contribuendo a decimare ulteriormente gli eserciti. Ma abbiamo meno correlazioni con quel che è arrivato dopo. Potremmo trovare un legame solo indiretto, immaginando come l’ulteriore piaga possa aver esacerbato il popolo, trasformando il desiderio di migliorare la propria condizione nella realizzazione che questo rischiava di diventare impossibile».
Al contrario, si potrebbe ipotizzare che i movimenti delle masse abbiano in un certo senso contribuito alla fine dell’influenza spagnola, almeno a livello di percezione nell’opinione pubblica: hanno fatto sì che questa fosse intesa ancor meno come una preoccupazione. Più in concreto, invece, non è chiaro cosa abbia portato al termine della pandemia. 
La risposta unanimemente condivisa dalla comunità scientifica è che la quarantena ha portato i suoi benefici. Lo ricorda anche Laura Spinney nel suo libro “1918 L’influenza spagnola”, dopo aver collezionato dati di tutto il mondo, e confrontato comunità che se la sono cavata bene grazie al distanziamento sociale con quelle che non l’hanno applicata e hanno avuto risultati molto peggiori. 
È probabile che con il passare dei mesi il virus abbia subito una mutazione verso una forma meno letale. Ma un altro fattore che avrebbe portato alla fine dell’influenza spagnola potrebbe essere la sensibile diminuzione demografica successiva alla seconda ondata, quella dell’autunno del 1918. Come spiega il professor Mondini: «Se guardiamo l’Italia sappiamo che l’epidemia, combinata alla Grande Guerra, uccise circa un milione e 200mila persone per lo più comprese tra i 18 e i 30 anni nel quinquennio ‘15-’20. Il combinato delle due cause devastò la piramide demografica italiana in modo talmente profondo che secondo alcuni demografi ne siamo venuti fuori solo dopo la Seconda Guerra Mondiale». È possibile, quindi, che nell’estate del ‘19 tutti quelli che erano entrati in contatto con il virus siano morti o abbiano sviluppato una forma di immunità.

#coronavirusitalia vivere o sopravvivere

 le  prime due  storie   sono  tratte  da    oggi n.14 9\4\ 2020

Entrambe   collegate  anche  se  sotto   diversi aspetti   alla  mia  elucubrazione  mentale   vivere  o sopravvivere  ?  La  prima    pur  di vivere    si deve   ricorrere  alle piccole  illegalità  .


La  seconda   è  di come    anche  internet  e le nuove tecnologie  tanto demonizzate   possono anche  essere , in casi come questi utili


l'ultima è presa dall'account facebook di


17 h

VIVERE O SOPRAVVIVERE?

Ieri ho sentito un'intervista (Radio Capital) ad una operatrice di una casa di riposo, che spiegava come molti dei loro ospiti, dopo il blocco delle visite dei parenti, il divieto di andare da un piano all'altro e di uscire in giardino, hanno iniziato a rifiutare il cibo, a lasciarsi andare, a non voler parlare al telefono con i figli ed i parenti, perché mancava loro il rapporto fisico, umano, personale.Lasciarsi morire di depressione per non morire di coronavirus...tragedia nella tragedia.
<< sarà >> come ha  detto  un   commento  sulla sua bacheca << una delle   tante  stragi silenziose che infine resterà fuori dal conteggio finale ufficiale (che già oggi è sottostimato) >>  Una tragedia che non va dimenticata  è per  questo  che     continuo come  ho già detto  in un precedente  post   a parlare  di  corona   virus  anche  se   come  tutti  voi comincio   , anche se  siamo    davanti  ad un  fatto storico  , a  rompermi  i  coglioni   a non poterne più  .Infatti  qui si  tratta  Non solo sanità pubblica e lavoro ma anche condizione degli anziani al centro del dibattito. Ed  fare  elucubranti  seghe mentali   del  tipo  : cosa attende noi tutti. Una vita dove si potrà vivere o solo sopravvivere ?  ma  poi questa  bellissima canzone 



che  sto ascoltando in questo momento  nella mi  stanza    lontano  dal salotto    dove  mia  madre  ascolta in tv     il solito  bla  ... bla...  ( stavolta  è il turno dell'annunziata  su rai tre  ) , mi riporta  a pensieri  più  allegri  



04/04/20

AVVENTURA A MILANO AL TEMPO DEL CORONAVIRUS di Rita Brundu

Non sempre   gli ospedali    come  è  successo   e come sta  succedendo  qui in sardegna  con il  corona  virus  o  covid 19 . La storia  della   tempiese (   che  ringrazio per   avermene permesso la pubblicazione  ) Rita Brundu  lo do,mostra  .
Ma  ora bado alle ciancie  ed  eccovi la  storia   , foto  comprese    concessemi    dalla  protagonista


Antonio, a sorpresa, ha anticipato questo mio scritto. Ovviamente, come da lui ipotizzato, ho intenzione di picchiarlo…anche per l’esagerata apologia fatta nei miei confronti !Tramite un amico di Facebook scopro, a Milano, un Centro d’eccellenza nella riabilitazione motoria. Non ho dubbi, compilo immediatamente la domanda ed…eccomi a Milano.

 L’edificio è mastodontico, ed è situato praticamente di fronte al famoso stadio di San Siro. 


Non ho difficoltà ad ambientarmi e, comunque, non perdo il vizio di scrivere indirizzando una lettera alla Direzione dell’ospedale volta a smussare determinate criticità che rilevo all’interno della struttura. Sono soddisfatta poiché viene accolta con entusiasmo dai medici, dagli infermieri e ovviamente, dagli altri degenti. La vita si svolge tranquillamente, come in un normale centro di questo tipo. Finchè, il 21 Febbraio risuona la preoccupazione di un focolaio a Codrogno. Dov’è Codrogno, mi chiedo?? Ma i tanti milanesi vicino a me fugano subito i miei dubbi: vicinissimo a Milano. Erano le prime avvisaglie dell’espansione, qui in Italia, del coronavirus. Fino a questo momento, aveva preoccupato solo la Cina. Ma i primi focolai, guarda caso, si hanno proprio in Lombardia, tanto che dieci comuni vengono dichiarati zona rossa. Anche qui al Centro comincia ad esserci fibrillazione e cominciano ad essere bandite le persone provenienti da tali paesi. Nei reparti vengono affissi dei cartelli con i nomi dei dieci Comuni  “incriminati”, tutti non molto lontani da Milano. Ma la situazione sembra interessare solo quelle zone, e a Milano si continua a condurre la vita frenetica e attiva di sempre.
Dopo alcuni giorni, però, si denunciano due casi di Coronavirus nell’ospedale Sacco di Milano e la situazione inizia a mettere in allarme. Ma non più di tanto; infatti il Centro continua la propria vita di routine. Dopo pochi giorni la situazione comincia a precipitare e anche in ospedale cominciano le prime restrizioni: se prima le visite erano permesse la domenica dalle 10,30 alle 18,30 e i giorni feriali dalle 16 alle 18…adesso è concesso entrare solo un’ora al mattino e un’ora di sera. Ma è, comunque, ancora una situazione abbastanza tranquilla, anche se fastidiosa, e la città di Milano continua la vita di sempre. Questo si nota anche dall’ospedale, che ha proprio di fronte lo Stadio di San Siro, dove c’è tanta vita e afflusso di persone. Quest’ ultimo , di notte, è bellissimo…illuminato come un presepe e con un video enorme che si vede perfettamente anche a distanza. La notte del derby un elicottero controlla per almeno un’ora l’impeto dei tifosi, mentre passa e ripassa in un giro vorticoso che ha sempre lo stesso tragitto e fa tremare i vetri dell’Ospedale.Ma passa appena qualche giorno e gli infettati del coronavirus aumentano anche in questa città, apparentemente intoccabile. I provvedimenti al Centro continuano ad essere sempre più restrittivi e, a questo punto, al suo interno può entrare solo una persona per paziente in tutto il giorno. San Siro resta sempre illuminato, ma scompaiono gli spettatori e…le sue luci stridono sempre di più con il buio che si prospetta per l’arrivo del misterioso virus.

La situazione precipita, il Centro vieta qualsiasi visita; medici, infermieri, tutte le persone giunte dall’esterno devono dotarsi di mascherina e guanti. Anche a noi degenti è vietato uscire fuori dalla Struttura; la sensazione è di essere in tempo di guerra, anzi peggio, perché dobbiamo tenere la distanza anche tra di noi. Quindi, anche socialmente ci sentiamo soli. Anche Milano comincia a fermarsi poiché il suggerimento del Premier Conte è “Stare a casa”. Il piazzale di fronte all’Ospedale comincia a svuotarsi, mentre prima pullulava di auto e di gente. La mia compagna di camera, milanese, mi dice che il figlio tassista ormai sta a casa per mancanza di clienti. Anche altri suoi concittadini, in contatto con parenti e amici, mi dicono che la città si è svuotata; noto nelle loro parole angoscia e smarrimento nel descrivere una visione del tutto inconsueta della loro città così attiva e laboriosa. Infatti Milano, con la chiusura della maggior parte dei negozi e attività, è sempre più spettrale: un paradosso per la capitale dell’economia italiana.A me, intanto, comunicano le dimissioni, e prenoto il primo volo per la Sardegna. Lo trovo e sono contenta di tornare a casa.  In Ospedale c’è panico: il personale riferisce di persone care decedute; il bar all’interno della struttura chiude; le infermiere passano per il controllo e la temperatura dei pazienti due volte al giorno; gli addetti alle pulizie passano e ripassano per disinfettare…compare un’angoscia palpabile che assorbo anch’io.  Come se non bastasse mi arriva dall’aeroporto il messaggio che…il mio volo è stato annullato! Anzi, sono stati annullati i voli di tutta la settimana. E il mio cellulare, improvvisamente, non dà più segni di vita!! Cosa può capitarmi ancora?!? Erano 40 anni che non facevo visita a Milano, e quand’è che mi viene in mente di tornarci? Ma sì… al tempo del coronavirus!! Devo attingere a tutte le mie nozioni di psicologia per restare calma e, con molta ironia e con un fondo di speranzosa verità, chiedo al Primario del reparto di procurarmi il numero di telefono di Berlusconi perché possa, col suo aereo privato, portarmi in Sardegna…in fondo siamo vicini di casa. Il Primario mi risponde, con altrettanta ironia, che potrei approfittare del Centro Velico della Maddalena per tornare in Sardegna… a barca a vela! Comunque sono nervosa…voglio il mio cellulare!! Ne ordino un altro, ma tarda ad arrivare…allora ne ordino un altro ancora da Amazon. Dato il mio carattere estroverso ed esplosivo, tutto l’ospedale viene a conoscenza della mia situazione e trovo conforto in ognuno dei suoi componenti, che fanno a gara per darmi un aiuto.Intanto, le restrizioni aumentano in modo esponenziale e anche in camera da pranzo veniamo allontanati sempre di più l’uno dall’altro, e qualcuno è costretto a mangiare da solo in camera. Penso che, probabilmente, non saremo contagiati dal coronavirus ma, sicuramente, soffriremo di depressione. Ma anche in questo caso bisogna rilevarne, sarcasticamente, l’aspetto positivo: ci sarà tanto lavoro da fare per psicologi, psicoterapeuti, psichiatri…La mia situazione comincia a diventare incandescente, anche se dall’ospedale fanno di tutto per cercarmi una soluzione per il rientro. Ma invano, e io mi sento prigioniera a Milano. l’Assistente Sociale dell’ospedale si attiva per contattare  la regione Lombardia. Ma io sono dell’avviso che si debbano sfruttare tutte le possibilità e le chiedo di chiamare anche la Farnesina. Voglio tornare a casa! L’ultima possibilità sarebbe attraversare a nuoto il Mar Tirreno…ma la vedo dura!!E’ passato un altro giorno e l’emergenza in Lombardia si fa sempre più pressante. All’ospedale cercano frettolosamente di dimettere i pazienti e di riconvertire i medici in altri ruoli. Una neurologa è furibonda perché la vogliono trasferire anche in cardiologia. In tutti i reparti regna il caos organizzativo, mentre noi pazienti siamo terrorizzati dalle voci che si rincorrono per la presenza di malati di coronavirus all’interno del Centro.Voglio tornare a casa! L’Assistente telefona alla Presidenza della Regione Sardegna ma non ottiene risposta, e prende in considerazione la possibilità di chiamare anche il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti. Nel pieno della disperazione, mi faccio prestare un cellulare per telefonare ad Antonio; è l’ultimo grido d’aiuto, e lui l’accoglie alla grande. Infatti mi fa prendere contatto con un Consigliere Regionale sardo e mi suggerisce la possibilità di una nave in partenza da Livorno. Da allora, tutto diventa più semplice perché il Don Gnocchi entra in sincronia con il Consiglio Regionale Sardo e si attiva per organizzarmi il viaggio da Milano a Livorno . Quasi contemporaneamente, vedo un gruppo d’infermieri esultare ed uno correre verso di me…finalmente è arrivato uno dei cellulari! Tutti mi fanno festa e mi danno un aiuto per supplire alle mie carenze tecnologiche e informatiche, dato che non saprei come fare per farlo funzionare. E’ un venerdi fortunato e l’Assistente mi chiede qualche giorno per poter organizzare il viaggio. Nel frattempo, altri amici vengono dimessi e li saluto con nostalgia…il reparto si svuota sempre di più, forse per accogliere malati di coronavirus. Il terrore s’impossessa di noi. Mi viene in mente lo scenario descritto dal Manzoni nei Promessi sposi riguardo la peste del 1600 (anche perché sto pure a Milano!) e penso a quante persone come Lucia, Renzo, Agnese, Don Abbondio, Don Rodrigo, il Griso, e tanti altri stanno affrontando, con lo stesso sentimento, questo terribile periodo. Io tiro, comunque, un sospiro di sollievo poiché la partenza è stata programmata per martedì.IL VIAGGIO FINALE. L’infermiera, del turno di notte, mi sveglia alla 4,30. Mi sento tramortita, ma quando arriva Nicoletta (l’Assistente Sociale che mi accompagna) sono pronta per la partenza. Il medico, come da prassi, mi misura temperatura e pressione e mi consegna il foglio delle dimissioni. Partiamo. Durante il tragitto osservo Milano, città fantasma completamente spoglia. La saluto con un pizzico di nostalgia, poiché mi ha ospitata per quasi 2 mesi. La lasciamo per immetterci nell’autostrada, dove il traffico è insolito; non si scorgono auto ma file di camion, TIR e furgoncini. Passiamo vicini a Lodi… Parma… Pisa e, finalmente, eccoci a Livorno. Veniamo fermati dalla Polizia e, saputo che dovevo imbarcarmi, chiedono i documenti e mi misurano la temperatura. Ci allontaniamo per un breve tratto e veniamo nuovamente fermati da una pattuglia: ci richiedono i documenti. La nave, bellissima e imponente, sta ormai di fronte a noi ma…veniamo per l’ennesima volta fermati dalla Polizia, stavolta in compagnia di un medico. Quest’ultimo mi misura ancora la temperatura. E allora il mio senso dell’umorismo prevale, condiviso dal medico, nel constatare come nel giro di poche ore il mio “grado di calore” sia stato misurato per ben 3 volte! Finalmente è possibile entrare all’interno della nave Grimaldi; la delegazione del Don Gnocchi mi saluta e mi lascia nelle mani dell’Assistenza. Mi ritrovo in un salotto meraviglioso, ma completamente vuoto, con l’equipaggio che mi chiede notizie di ciò che avviene sulla terra ferma, come se  queste persone fossero in un piccolo pianeta distante e non li riguardasse.
IL personale dell’assistenza non mi perde di vista un attimo e tutti, compreso il Commissario, sono estremamente gentili con me. Provo a telefonare, ma mi avvertono che in mare non c’è connessione. Pazienza, proverò più tardi.
Durante il lungo tragitto osservo il Mar Tirreno, e mi sembra così vasto, anche troppo, perché mi separa dalla mia Sardegna. Manca, ormai, circa mezz’ora per l’attracco e posso finalmente telefonare anche ad Antonio. Mi sgrida perché avrei dovuto farlo prima, dato che avrebbe dovuto avvertire la protezione Civile del mio arrivo. Ma erano secoli che non viaggiavo con la nave, e non sapevo della mancanza di connessione in alto mare. Finalmente attracchiamo, e l’Assistente della Grimaldi mi lascia con la Protezione Civile di Tempio. Non prima che un altro blocco della Polizia m’avesse di nuovo misurato la temperatura!! Con questa sono 4 volte nel giro di una giornata. Arriviamo in città, e i solerti e gentili ragazzi che mi accompagnano mi lasciano (finalmente!) a casa. Sono già le 22 e sono esausta. Con un filo di voce telefono ad Antonio per avvertirlo del mio arrivo.Ma perché volevo picchiare Antonio? Devo invece ringraziarlo, di cuore, perché il suo intervento è stato determinante affinchè io potessi tornare a casa. Quindi grazie ad Antonio; a Nicoletta e tutto il personale del Don Gnocchi; all’Assistenza e l’equipaggio della Grimaldi; ai ragazzi della Protezione Civile. Infine grazie a Roberto, Salvina e, in particolare, ad Adriana che mi ha permesso di ritrovare una casa confortevole e funzionale.

29/03/20

non ne posso più di questo coronavirus , ma è necessario continuare a parlarne per non dimenticare e come antidoto alle polemiche e alle faq news ed disinformazione che circola

molti diranno che 🙄🤬😤quanti bla ... bla .... molti inutili non si parla d'altro che di coronavirus o covid 19 .Ma come non comprenderli , visto che pure io mi sento cosi , ma qui siamo davanti ad evento epocale come , anche se un un contesto diverso e con un livello di vittime almeno🤘😱 per ora minore sia come virulenza sia numero di vittime  , quello della famosa influenza spagnola altrimenti conosciuta come la Spagnola o la grande influenza, fu una pandemia influenzale che sconvolse il pianeta fra il 197\18 ed il 1920\21 e che in italia Si stima che le vittime furono almeno 600 000 .Ecco che  quindi a mio parere  , come  già espresso  nel titolo   di questo  post  , è  giusto parlarne  perchè   sia  ricordato   non solo per    :  le  polemiche ,  lo scarica  barile dei  politici   misure   giuste o ingiuste  , , ed   fake news   o news   da scenari  ucronici e  fantascientifici  \  apocalittici     del tipo  ,  l'hanno messa  gli Americani per  annientare  l'economia  Cinese  loro rivale  oppure  un virus  sfuggito  dai laboratori  o ivi  creato per  guerra  batteriologica  , ecc.  ma    per  storie    come questa  


  peer  chi non si   dovesse  accontentare  del   video    trova nell'articolo   di  https://www.thesocialpost.it/2020/03/28/  da me  riportato  sotto   ulteriori news  

14/03/20

Kamira, la magia del caffè macchina da caffè senza cialde , caffè espresso come al bar

 canzoni   suggerite

Don Raffaé con testo - Fabrizio de André
Alex Britti - 7000 Caffè

     e la scena  di  fantozzi   la sveglia

Leggendo  , in tempi  di quarantena    capita    anche  questo  , su  quello  che  ( eccome non dargli torto  ) i  matusa   definiscono un giornale da massaie  e da  parrucchieri  , il  settimanale Oggi  ,  ho scoperto questo nuovo prodotto  made in italy  .  Una  caffettiera  ,  chiamata  Kamira,  con la  quale  si   può gustare   un espresso cremoso come al bar, realizzato sul fornello di casa con una caffettiera dal design unico; senza l’utilizzo di costose ed inquinanti cialde o capsule e senza alcun vincolo sul tipo di marca di caffè. Ma    soprattutto   come  dice  la  sua  pubblicità








funziona su qualunque tipo di fonte di calore: dal gas all’induzione, dalla vetroceramica alla piastra elettrica.
Proprio perché non è una macchina per l’espresso elettrica, Kamira è adatta per il camping e per la nautica, poiché funziona, anche, sul fornello da campeggio o sulla brace
Ecco come funziona  



da  quel poco  che  capisco  di caffe   mi  sembra   che   essa sia     un innovazione  rispetto  ai tre  balzi in avanti che  ci  sono stati   fin ora


Nessuna descrizione della foto disponibile.


comunque  essa sia   sarà salvo boicottaggio  delle  grosse industrie    di cialde   destinata a  rivoluzionare il mondo del caffè 


12/03/20

A Castelmola città metropolitana di Messina uno dei bar più particolari al mondo

il discendete  dell'attuale proprietario    di questo bar   è  uno  che   ha  sfidato i tabu




Un  Bar storico che si trova in un intero palazzo,si estende su 4 terrazze ed è davvero molto particolare per l'arredamento che definirei" fallico", molto originale e divertente.Un qualcosa  di  diverso dai canoni classico a cui siamo abituati  direttamente   indirettamente  (  carretti siciliani, pupi siciliani e simili cose ) se si ci entra con lo spirito giusto ci si scherza e ci si diverte tanto, anche le ragazze più pudiche riescono a farcisi belle grasse risate.

11/03/20

storie dal coronavirus fra coscienza , sacrificio , ed incoscienza



Parla Elena Pagliarini, 40 anni, infermiera a Cremona, ritratta stremata e addormentata in una foto che è diventata un’icona


                         DI PAOLO GRISERI

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MILANO - Poi ha spinto la tastiera verso il computer e ha piegato un lenzuolo sulla scrivania, per appoggiarci la testa. "Non era ancora finito il turno ma ero stremata". Elena Pagliarini quasi si giustifica. A 40 anni, da 15 in ospedale, si stupisce ancora: "Dopo quella foto mi chiamano in tanti. Mi ringraziano. In un periodo normale mi avrebbero criticato".



per  non perdere  la memoria  di questi giorni    e  lasciare  testimonianza  a chi   sopravviverà ecco alcune storie     su tale  fenomeno
La prima  triste ed  emblematica    che  dovrebbe  far  riflettere  a  coloro    che ancora   lo sottovalutano e credono alle  bufale  ed  ai ciarlatani  ed  non vogliono fare  sacrifici  . In cina   ed  a  codogno  ( primo focolaio italiano  ) lo  hanno fatto e stanno rincominciando a vivere  , sperando  che   il loro sacrificio non sia   stato inutile a causa  d'incoscienti 

da repubblica  online de  11\3\2020

Coronavirus, bloccata in casa con cadavere marito forse contagiato
E' accaduto a  Borghetto Santo Spirito, nel Savonese. Per rimuovere salma è necessario aspettare l'esito del tampone. In quarantena fiduciaria i sanitari intervenuti per i soccorsi


fotogramma 
Costretta a rimanere in casa, in autoisolamento, con il cadavere del marito. E' quanto accade a una donna di Borghetto Santo Spirito, in provincia di Savona. L'uomo 76 anni, che da tempo mostrava sintomi riconducibili al coronavirus è deceduto nella notte, stroncato probabilmente da un malore. La moglie, anche lei potenzialmente infetta, ha chiamato subito i soccorsi: i militi di una pubblica assistenza sono entrati nell'abitazione per tentare di salvarlo con un massaggio cardiaco ma non c'è stato nulla da fare e sono ora in quarantena fiduciaria.
La salma si trova ancora adesso per terra, a faccia in giù in una stanza della casa: trattandosi di un potenziale contagio, il protocollo sanitario prevede che prima di rimuovere il cadavere si attenda l'esito del tampone, effettuato nel pomeriggio. Una situazione da incubo: "Non so nemmeno definirla a parole - ha detto il sindaco Giancarlo Canepa, giunto sul posto - Sono vicino al dolore della donna e dei parenti che stanno vivendo questa situazione surreale".
La donna fortunatamente non mostra sintomi, ma visto il potenziale contagio non può uscire di casa e per questo ha passato parte della giornata sul balcone: per tranquillizzarla le ha telefonato anche il presidente della Regione Liguria, Giovanni Toti. "E' disperata, non sa cosa fare e come comportarsi - hanno spiegato i parenti - non c'è nessuno con lei ad aiutarla e consolarla. Forse si potevano prevedere casi del genere e evitarle questo calvario".
Secondo quanto ricostruito l'uomo sarebbe morto per un arresto cardiaco, ma è necessario capire se avesse o meno contratto il Covid-19 e se questo possa aver influito sulle sue patologie. L'uomo avrebbe iniziato ad accusare i sintomi alcuni giorni fa e, su consiglio del medico, avrebbe anche svolto degli esami radiologici al torace dopo i quali, però, sarebbe stato dimesso. Se i tamponi dovessero rivelarsi positivi per la moglie e le altre persone venute a contatto con la vittima scatterà la quarantena.
"In riferimento al caso della donna di Borghetto Santo Spirito che si trova nella propria casa con la salma del marito, deceduto la scorsa notte, Asl2 precisa quanto segue: L’azienda esprime vicinanza alla famiglia e in particolare alla vedova. Questa sera si recherà nell’abitazione personale incaricato, non di ASL 2, per l’adeguata sistemazione del defunto, in attesa del referto del tampone faringeo. Domani mattina, secondo le procedure di legge, si provvederà al trasferimento della salma e agli accertamenti del caso".




La  seconda    da  rep.repubblica   del 11\3\2020 


Io, in quarantena tra i monti. Dove la solitudine è la norma: solo l'orso non sa degli appelli a stare in casa
Nei masi sopra Montès stare a distanza è un appello incomprensibile: dai tempi della Spagnola non ci si stringe più la mano per salutarsi. E la zona rossa del Lodigiano sembra lontanissima





                                         DI GIAMPAOLO VISETTI

Montès (Trento) - Sulle gemme già gonfie degli alberi più coraggiosi, all'alba è tornata la neve. I larici stavano preparando i primi fiori rossi, ma si sono fermati. Di giorno l'erba sgela e diventa morbida. La notte il freddo indurisce gli steli come bastoni. Ignaro di tutto si è invece svegliato l'orso. Non è stato avvisato che prolungare il letargo questa volta poteva essere un gesto educato. Il virus, da Milano e dalla pianura Padana, risale invisibile anche le montagne. Adesso lo sanno tutti che è meglio rintanarsi e diventare un po' orsi. Tutti a parte lui. Non segue, ormai è chiaro, i bollettini della Protezione civile. Il sole scalda e dopo mesi si ferma, una bestia sa solo che lentamente deve far ripartire lo stomaco. Così è uscito dalla tana, sui crinali sopra Bolentina, e di buon passo ha raggiunto un apiario a Claiano. Da qui vede la Presanella e il passo del Tonale che scende verso Ponte di Legno. Controlla con il naso alzato gli ultimi sciatori che lasciano le piste chiuse e gli alberghi deserti per rientrare nelle città spazzate dalla febbre. A fine inverno non c'è miele nei telaini. Ha mangiato api e larve perché anche l'orso, come tutti in questi giorni sospesi, ha il problema di sopravvivere in qualche modo. 
La quarantena in un maso isolato d'alta quota, per chi è reduce dalla zona rossa del Basso Lodigiano e dal centro mentalmente svuotato di Milano, riserva piccoli privilegi. Migliaia di persone, rifugiate nei luoghi del mondo più lontani anche da un tampone, lo sanno. Mezzo metro di neve fresca distesa su tre chilometri di pista forestale, calano un muro insuperabile tra un uomo e gli altri. Il medico, allertato per obbedienza allo Stato, è solo una voce remota nascosta nel telefono. Dice però che ha chiamato i carabinieri. Tocca a loro controllare che qui, tra Mangiasa e Montès, il letargo umano anti Covid-19 non venga interrotto. Sarà la disperazione, ma in caserma sono di buon umore. Osservano che marciare nella neve per vedere da lontano un tipo che spacca la legna per la stufa, con i tempi che corrono li lascia perplessi. Chiedono cosa sta piuttosto succedendo a Milano e questa parola viene scandita con il riguardo che si riconosce al fronte di un'estrema resistenza: a un eroe immaginato invincibile. Il patto è che, quando il letargo a termine dell'umano a rischio sarà scaduto, gentilmente si avvisi chi di dovere. Quel giorno, fatti i conti, sarà anche l'inizio della primavera. Tra le città di pianura e i villaggi di montagna, la quarantena non fa differenza: si fonda sulla fiducia ed è questa, da sempre, a permettere alle persone di vivere insieme.
Qui poi, cambiando discorso, il coronavirus nel vocabolario è già superato. A quota 1.400 metri i paesani lo chiamano "chel laòr". Ad essere pedanti, in italiano, può essere tradotto in "quel lavoro". Sulle Alpi, tra Piemonte, Lombardia, Veneto e Friuli, non è bello quando con sottili sfumature fonetiche si definisce qualcuno "chel laòr". Il marchio, a quel punto, resta indelebile per generazioni perché lavorare, per chi ancora lo fa con le mani, non è come bere un rosso con gli amici all'osteria. Bene, per gli ignorati delle montagne italiane che in questi giorni, dopo tanto tempo, tornano a pensare al nostro Paese malato senza più disprezzo e con una serietà che ricorda l'amore, il virus cinese è nella sostanza "chel laòr". Un "lavoro" ed è ovvio che i vecchi, i contadini e tutti quelli che ancora vivono seguendo prima di tutto la natura, vogliono dire che sono vicini a chi tra Milano, Bergamo e Venezia, oggi combatte contro questo brutto mestiere di andare avanti un giorno alla volta. 
Una differenza, tra Milano e i masi sopra Montès, ad essere onesti c'è. Sui pascoli che salgono alle malghe del Brenta, chi è isolato non si sente solo. Stare a distanza è un appello incomprensibile. Restare in casa, mentre fiocca sul coperto di larice, è un invito puerile. È dai tempi della spagnola che qui si stringe la mano del vicino solo quando alla fiera si compra la sua vacca, o un amico accompagna un parente al cimitero. Situazioni memorabili: per il resto, per salutarsi, si alza il cappello e in mancanza di questo è sufficiente sollevare il mento a bocca chiusa. Nessuno, tra chi resta sulle montagne italiane, ha finito tutte le scuole e le università. Istintivamente sentono però, non per colpa del virus, che toccarsi e parlarsi nei denti non si fa mai a cuor leggero. Le mani sono sempre state nella terra e nella stalla. Quando qualcuno dopo attente riflessioni "apre bocca", lo si ascolta con preoccupazione e restando alla giusta distanza: quella che si deve a una parola obbligatoria.
  La solitudine, quando in paese si è rimasti in quindici, non è trascorrere i giorni da soli. È sentirsi abbandonati. A Milano e nelle città chiuse, tutto questo adesso può succedere. La scomparsa della folla risulta un cimento spaventoso e insopportabile. Sulle Alpi e nelle cascine sparse di pianura, dove quietamente si accetta quello che viene, la quarantena invece non esiste perché ci si entra quando si nasce e non se ne esce più. Nessuno si sente solo, o abbandonato, perché mai qualcuno ha concepito l'idea di arrivare un passo più in là delle proprie forze. "Chel laòr" è un maestro che ha insegnato il segreto di arrivare soli in fondo al proprio destino. In alta quota si vive fino a quando si riesce ad aspettare ancora. È questo il coraggio che permette al gruppo di essere una comunità, unita davanti alla vita e alla morte che nella natura ogni giorno si danno affettuosamente la mano.
Nei luoghi anonimi, ignorati e lontani, il virus così non è ancora arrivato. Gli abbandonati dell'Italia percepiscono il ritardo come un piccolo, inconfessabile risarcimento. Del resto se tarda ad arrivare il 5G - dicono - è sacrosanto tardi a venire anche il Covid-19. Sognano sempre di trasferirsi a Milano, questo sì. Adesso però c'è meno fretta di scappare subito perché anche una metropoli, se le togli le persone e le loro idee, sembra un grande paese impreparato a resistere. Piuttosto: come se nulla fosse qui l'orso si è svegliato puntuale dal letargo. Non è un dettaglio. È il prodigio della vita, più forte anche di noi: il regalo che la montagna fa a chi, in questi giorni, costretto in città o isolato su un prato, sente che più di tutto a fargli male è la nostalgia di respirare vicino agli altri, senza pensarci e a bocca aperta.

   La  terza  
è  parziale  ma  : 1)  è tratta  dalla versione   di rep.repubblica.it  ovvero la sezione  a  €  di repubblica  ., 2)    non ne  ho voglia  , come  faccio di  solito ,  ed  ho fatto anche  prima   , di  trasformare  il testo    cioè  fare  i passaggio da  stile pagina  base  a  nessuno  stile   o  di  modificare la  sorgente  della  pagina    come  faccio spesso  .  Ma  trovate    nel video sotto la sua storia  




repubblica  10.3.2020

Coronavirus, l’infermiera della foto simbolo: “Scusate se sono crollata prima della fine del turno”

Risultato immagini per Elena Pagliarini
MILANO - Poi ha spinto la tastiera verso il computer e ha piegato un lenzuolo sulla scrivania, per appoggiarci la testa. "Non era ancora finito il turno ma ero stremata". Elena Pagliarini quasi si giustifica. A 40 anni, da 15 in ospedale, si stupisce ancora: "Dopo quella foto mi chiamano in tanti. Mi ringraziano. In un periodo normale mi avrebbero criticato". [...] 









P.s
mentre stavo scrivendo la chiusa del post d'oggi , butto l'occhio su quanto ha detto Il viceministro allo Sviluppo economico Buffagni  che  non si  può  chiudere  tutto vero . Ma  è  a causa  (  e storie    ce ne sarebbero   ma  ne  sono piene i media nazionali e  locali  o la nostra pagina  fb  ed  il mio account   fb  , ne  abbiamo  a anche   qui in sardegna    dove è a  causa  di gente  incosciente  venuta    dalle  zone in quarantena    che non sopportando la  quarantena ed  l'isolamento  è fuggita  nelle   case al mare  anticipando le  vacanze  )   di    gente, ma  non slo loro  anche  i gestori  degli aereporti ,   che   ancora   non ha  capito   le istruzioni   e le raccomandazioni    del ministero  o del Oms  e  creano  problemi al paese    .



11 marzo 2020



ROMA - “Dovrebbero essere controlli per difenderci dal virus, qui invece siamo da due ore in coda ammassati come bestie. Altro che prevenzione, questo e il perfetto incubatore per il corona virus” dice una signora esasperata. Sono le 5 e 30 di mattina all’aeroporto di Fiumicino e al controllo passaporti degli arrivi internazionali i varchi aperti per gli europei sono tre su 40 postazioni. La coda di viaggiatori si snoda per decine e decine di metri tra volti stanchi, abbronzati, mascherine di tutti i tipi, da quelle più tecnologiche al fai da te del fazzoletto. Hanno tutti passato lo scanner che controlla la febbre ma questo ormai non rassicura nessuno vista la quantità di casi senza sintomi. In mano tengono tutti il foglio che da quando l’Italia e stLa maggior parte sta rientrando dalle vacanze. Partiti quando il virus sembrava faccenda solo della Cina e al massino del nord del Paese, hanno visto da lontano lo scenario cambiare completamente, avanzare le zone rosse, arrivare divieti, imposizioni. Fino al timore non rientrare in patria mentre le compagnie straniere cancellavano i voli e ripetizione e gli italiani venivano banditi dai luoghi di sogno della vacanza.
“Io torno a casa e starò attenta a non uscire troppo, ho una nipotina di due anni, una nuora incinta, bisogna stare accorti, lo faccio più per loro che per me, bisogna pensare anche agli altri”, sbotta Cinzia Innocenti, toscana verace che non la manda a dire quando critica la disorganizzazione all’indomani del decreto zona rossa.




“Lo sapevano da ieri che dobbiamo consegnare queste autocertificazioni, a Fiumicino non potevano riorganizzare i turni, aumentare gli addetti? Il risultato di questa inefficienza è che da due ore e mezza stiamo qui stretti come sardine e non è sano se tutti ripetono che bisogna stare anche a tre metri...” E’ stanca ma combattiva dopo un viaggio in crociera in cui ha visto soprattutto navi nei porti e mare aperto ma poche città perché nessuno dei Paesi orientali tra Malesia, Tailandia voleva le navi con italiani. “Qualcuno ha detto che vi erano dei positivi a bordo, cosa non vera, e ci trattavano come appestati anche l’unica volta che siamo scesi a Singapore. Meno male che Costa ci ha ripagato tutto”.
“Se ne dovrebbe ricordare il signor Salvini cosa significa sentirsi discriminati, noi in Italia abbiamo fatto ben di peggio, alcuni cinesi visti come untori sono stati malmenati” ricorda Vincenzo Calabrese, 37 anni, avvocato societario di ritorno da una lunga vacanza nelle Filippine. “Quando sono partito tutti mi dicevano: ma sei matto, il pericolo e lì. Ora negli ultimi giorni è l’opposto: ma sei proprio sicuro che vuoi tornare?”
La coda va a passo di lumaca, le mascherine si alzano, si abbassano, perdendo la loro funzione ma la stanchezza e tanta quanto l’arrabbiatura. Perché se all’inizio erano tutti convinti che il virus riguardasse gli altri, ora la realtà e più tangibile.
“Da lontano, all’inizio, ci sembravano notizie un po’ montate. Ora invece di andare in palestra andrò a correre a parco o al mare”, dice Giuseppe, pensionato che trova assurdo usare la polizia per “queste faccende burocratiche di autocertificazioni. Siamo in emergenza, polizia e medici hanno già troppo e troppe cose serie da fare, usino qualche d un altro`”.
Anche Giuseppe, che se ne torna a Grosseto, “dove c’erano pochi casi prima che i Lombardi venissero a piazzarsi li nelle seconde case” cambierà stile di vita. Fa il pasticcere, lavorerà solo di notte producendo prelibatezze da vendere al mattino. In beata, sicura solitudine. Sempre che questa coda finisca. Alle 7 arriva qualche rinforzo in divisa, ma anche gli aerei atterrati sono aumentati e la coda non accenna a diminuire.





non oso pensare  cosa  sarà  con la stagione estiva  quando tutti  vorremo andare  al mare











08/03/20

anche i libri poso curare la storia di Elena Molini che ha aperto la prima farmacia letteraria




Ecco     come  ho accennato negli  articoli precedenti  (  vedere  sopra al post    gli url  ) ecco  per  questo  8  marzo  2020 (  ma  non solo      e  chi mi segue    qui o sui   social  lo sa  benissimo  )   una    delle storie  speciali  per  gente  normale   \   storie  normali  per  gente  speciali  ( parafrasi di una famosa  canzone - poesia ) ovvero   una  di quelle storie  , in questo  caso    femminile  ,  che viene tenuta  ai margini   o come riempitivo   da media   tradizionali   o relegate  in giornali  da parrucchiere    e  da  super  mercato   come  quello      da  cui  lì'ho presa    



da https://www.ioacquaesapone.it/ Ven 28 Feb 2020 | di Susanna Bagnoli | Attualità

La Piccola Farmacia Letteraria è una libreria di quartiere aperta a Firenze  alla fine del 2018 da Elena Molini. 



Nata in Liguria, arrivata in Toscana per fare l’università, Elena ha 36 anni e prima di questa esperienza professionale da imprenditrice ha lavorato in una libreria di una grande catena, imparando i trucchi del mestiere. Da poco è anche scrittrice con il libro “La Piccola Farmacia Letteraria” (Mondadori), romanzo liberamente ispirato alla sua storia e che invita ad inseguire i propri sogni anche quando sembrano impossibili da realizzare.


Nata a Firenze grazie ad Elena Molini (  foto a  sinistra )  , la Piccola Farmacia Letteraria, dopo un anno, diventa format vincente e aprirà in altre città italiane
L’idea di partenza è stata semplice. Non si trattava solo di aprire una libreria, ma anche di offrire un servizio originale per far incontrare lettori e libri in un modo nuovo. È andata che Elena Molini ha deciso di dar vita alla Piccola Farmacia Letteraria, piccola libreria di quartiere a Firenze, facendo una mossa in più: accompagnare ogni libro con un bugiardino, un piccolo libretto delle istruzioni che indirizza il lettore, presenta in breve il contenuto, ma soprattutto quale ‘male’, ansia, delusione della vita quel libro è in grado di ‘curare’. Proprio come una medicina che fa bene. Idea vincente da subito. 
La libreria, aperta da poco più di un anno, si popola ogni giorno di lettori appassionati e anche di aspiranti tali. Per la libraia, un sogno professionale che si è avverato. 
Cosa è oggi la Piccola Farmacia Letteraria?
«È un progetto in continua evoluzione. Sulla scia del successo di pubblico, sto lavorando a un format per aprire o far aprire ad altri tante Piccole Farmacie Letterarie in giro per l’Italia».
All’inizio è stata una scommessa, oggi è una formula consolidata. Qual è il segreto del tuo successo?
«Ho lavorato alcuni anni nella libreria di una grande catena, capendo che la cosa più importante è saper ascoltare le persone. Se riesci a cogliere e soddisfare il bisogno che c’è dietro alla richiesta di un consiglio di lettura, sei a cavallo. Il bugiardino ha proprio questo obiettivo». 
Come si svolge il tuo lavoro?
«Ho un piccolo team che mi aiuta. Io e un’altra persona leggiamo i libri. Due psicologhe, che collaborano con me sin dall’inizio, mi aiutano a individuare le categorie dell’anima per classificarli. Mi occupo in prima persona di scrivere i bugiardini, che devono essere accattivanti, poetici e con uno stile in sintonia con il libro. Se il libro è ironico e divertente, deve esserlo anche il bugiardino». 
Le persone che entrano in libreria quali stati d’animo vogliono curare?
«Un grande tema che non conosce crisi è l’amore, in tutte le sue dimensioni compresa la delusione. Ma negli ultimi mesi ho molte richieste per libri che affrontano la bassa autostima, la paura del futuro, l’incertezza del lavoro. A entrare in Piccola Farmacia sono soprattutto le donne, ma stanno arrivano sempre più anche gli uomini. Sono molto contenta del fatto che entrino anche persone che dicono di non essere lettori. Hanno sentito o letto del servizio che diamo e vogliono provare a trovare un libro adatto a loro». 
Attrarre persone che non leggono è un grande traguardo, cosa bisogna fare in generale per promuovere seriamente la lettura? 
«Bisogna partire dai bambini, avvicinandoli alla lettura prima possibile. Devono prendere confidenza con il libro, come con altri oggetti. Anche se crescendo li metteranno da parte per far posto allo smartphone, resterà la familiarità e prima o poi torneranno a prenderli in mano. Per gli adulti, invece, bisogna rendere accattivante la lettura e vedersela con tutte le distrazioni che occupano il nostro tempo libero. Io non credo tanto nella concorrenza di Amazon, temo di più la concorrenza che le serie tv fanno al libro. Dobbiamo far capire alle persone che leggere è più bello e interessante, dà più soddisfazione che dedicarsi ad altro nel tempo libero». 
Oggi sei anche scrittrice, con un libro per Mondadori uscito da poco e ispirato alla tua storia professionale...
«Un anno fa mi hanno cercata dalla casa editrice: avevano letto della mia libreria speciale e mi hanno chiesto di farla diventare una storia. È un romanzo che parla di amicizia e di cooperazione tra donne. Soprattutto è una storia dedicata a tutte le persone che da anni hanno un sogno professionale nel cassetto e non sanno da dove partire per realizzarlo. Perché non trovano il coraggio, non hanno soldi, pensano di non potercela fare. La mia storia personale dimostra che, se l’idea è buona, devi provarci. Il libro è indicato proprio per le persone che, sfiduciate, stanno pensando di arrendersi. Non lo fate! Chi lo ha già acquistato può venire in libreria e avrà in regalo il bugiardino scritto da me!».

07/03/20

Alba Donati la poetessa e la libreria rinata dopo l'incendio nel paesino di montagna; "Grazie a donazioni e crowfunding" ed La figlia di Borsellino : “Perché sto aiutando un assassino di papà”




  Continuando  come   ho accennato     nel  post  precedente       riguardante  l'8 marzo   ecco per  tale      data   altre due storie  due    che  possono sembrare  agli antipodi ma  che  in realtà  non lo sono se  leggete    se  rileggete  il precedente post     : 1)  una poetessa  che  fa nascere  e  poi  ricrea dopo la  distruzione     per  un incendio  una  libreria  in u paese di montagna di  200  anime  in somma un pese dimenticato da  dio e  dagli uomini   :, 2)  la  solidarietà   dela  figlia  di Paolo Borsellino    verso la  famiglia   di uno   del gruppo che uccise il padre  .

Iniziamo  .  La  prima  parla  di  una libreria  trovate   la storia   per esteso   in questi due  articoli   del sito https://libreriamo.it/libri :


Si chiama "Sopra la penna", la mini libreria che la poetessa toscana Alba Donati ha aperto nel borgo toscano di Lucignana
 

Aprire una libreria in un piccolo borgo toscano. “Fare come Juliette Binoche con la cioccolata al peperoncino”, così aveva scritto Alba Donati nel post che ha poi dato vita a una vera e propria campagna crowdfunding. Protagonisti questa volta non sono il cioccolato né antichi intrugli Maya, bensì i libri. La nostra Juliette Binoche si chiama Alba Donati, è una poetessa raffinata e ha appena realizzato un sogno: aprire una libreria nel suo villaggio natale, Lucignana.
Il sogno della poetessa di Lucignana è diventato realtà. Si chiama “Sopra la penna” ed è un mini cottage letterario. Piccolo, caldo e accogliente, un luogo magico immerso nella natura impervia dell’Appennino Toscano, da cui si apre una vista che toglie il fiato. Silenzio, libri e un piccolo giardino segreto. Sono questi gli ingredienti che rendono questo luogo un angolo di rara bellezza e suggestione. Qui non troverete l’ultimo libro di Fabio Volo, ma soltanto quelle opere letterarie in grado di cambiarti un po’ la vita. 
Poi  poi  andata     distrutta  da  un incendio


  Ed  ora    essa  è  rinata 


da  repubblica  del  5\3\2020  


Toscana, la poetessa e la libreria rinata dopo l'incendio nel paesino di montagna; "Grazie a donazioni e crowfunding"
Alba Donati racconta il grande abbraccio: gli aiuti della gente, le case editrici e una signora speciale che un giorno le regala i libri della mamma scrittrice e un bonifico


                                   DI LAURA MONTANARI

Certe ripartenze hanno bisogno di simboli e di coraggio. La libreria Sopra la Penna di Lucignana è una di queste. Riaprirà il 21 marzo, primo giorno di primavera, nell’aria leggera dei monti della Garfagnana e rimettendo in vetrina un libro che la rappresenta: Alice nel paese delle meraviglie.

 «Sì, ma un pezzo unico, con la copertina annerita dal fuoco» dice Alba Donati. Perché le ferite mica si dimenticano. È cominciata, questa piccola libreria, come un desiderio della poetessa e scrittrice, presidente del Gabinetto Vieusseux, ma è diventata, attraverso un paio di crowdfunding, un sogno collettivo di tutti quelli innamorati delle sfide impossibili: la libreria nel paese con meno di duecento abitanti, un niente sulla carta geografica, nemmeno un puntino. Una libreria che pareva morta tra le fiamme di un incendio scoppiato pochi mesi dopo la sua nascita, adesso grazie alla solidarietà rinasce e raddoppia: «Stiamo per comperare una casa abbandonata che è proprio accanto a Sopra la Penna: lì io e Pierpaolo Orlando, presidente della scuola di scrittura Fenysia, pensiamo di ampliare gli spazi, aprire una caffetteria e, all’ultimo piano, un albergo diffuso, residenze per traduttori o stanze per chi vuole fermarsi una notte dopo un corso di scrittura, di poesia o soltanto per stare in un bel posto a leggere».
Rimettiamo indietro le lancette, ricominciamo dal fuoco di quella mattina.
«Ero paralizzata. Non riuscivo nemmeno a piangere. Ero lì a casa a Lucignana, a due passi dalla libreria. Ero a letto, stavo leggendo Motel life di Willy Walutin, era così cupo... Ho sentito la voce di una mia amica, Alessandra, che dalla strada mi gridava: “Alba, brucia la libreria”».
Era il 30 gennaio, avevate aperto sì e no da due mesi. Fiamme accidentali o dolose?
«Ho sempre detto accidentali perché in effetti chi se ne intende mi dice che sono partite dall’interno e all’interno non c’era nessuno. Però poi qualche dubbio mi è venuto: una mattina ho trovato fuori una vanga che di solito era nello sgabuzzino degli attrezzi e una zolla di terra buttata all’aria. Pareva un dispetto. E poi c’era stato il precedente...»
I vasi di fiori fatti rotolare per il pendio. Ma chi può avercela con lei o con la libreria?
«Voglio pensare che sia stato un incendio accidentale. In paese mi vogliono bene, ci sono tante persone che mi aiutano a portare avanti questo progetto».

Va bene, l’incendio è passato. E adesso?

«Adesso siamo pronti a ripartire, sono successe tante cose bellissime».

Dica la prima.

«Non mi sono mai sentita sola in tutta questa storia, le sembra poco?».

Chi l’ha aiutata?

«Le persone di Lucignana a spegnere l’incendio e a ripulire i locali. Nessuno ha mai pensato nemmeno per un momento che fosse finita. Abbiamo offerto i libri bruciati in cambio di piccole donazioni, in tanti mi hanno chiesto di riaprire un crowfunding e così ho fatto. Ma voglio raccontare una cosa speciale. La mattina dopo le fiamme si è presentata una signora, con l’aria da ragazza, con una macchina piena di libri: mi ha raccontato che li stava portando a Lucca a un mercatino, ma poi aveva letto della libreria bruciata e ha deviato il percorso e me li ha regalati. Erano i libri della sua mamma, scrittrice americana, morta pochi giorni prima. Mi ha chiesto: e adesso come fai? Quanto ti ci vuole per ripartire, 10 mila euro? Ho detto sì, probabilmente sì. E lei: “Te li do io”. Non ci credi? La sera avevo già su whatsapp i codici del versamento».

Sembra una favola.

«Invece è accaduto davvero. Con la sottoscrizione in rete ho raccolto altri 8mila euro, poi ci sono state donazioni di aziende della Lucchesia. Un aiuto importante destinato alla ricostruzione è arrivato dalla Giunti e dall’ad Martino Montanarini. Molte case editrici (Giunti, La Nave di Teseo, Adelphi, Einaudi, Neri Pozza, Guanda, Mondadori, Garzanti, Bompiani, Pacini Fazzi) mi hanno regalato dei libri per ripartire. All’interno ne avevo 600 e la maggior parte sono stati distrutti... Poi Davide Bonini, un artigiano di Chifenti mi ha regalato un cancello in ferro battuto fatto a mano che non mi sarei mai potuta permettere, è meraviglioso, sembra la porta per entrare in un altro tempo».

Su Facebook lei ha lanciato un post: ditemi che libro vi piacerebbe trovare ...

«Sì perché tutto questo è nato insieme a chi legge, a chi scrive, c’è stata una partecipazione così ampia che andremo avanti assieme. Non posso dimenticare Barbara, Rosita, Tiziana e Donatella che nei giorni dopo l’incendio mi hanno aiutato tanto. E le associazioni che si sono mobilitate per raccogliere fondi: da Colibrì di Ghivizzano, all’Inter Club di Capannori, alla Fondazione Ricci».

Il ministro Franceschini le ha promesso di venire a Lucignana?

«Sì, dopo l’emergenza sanitaria ovviamente. Non so ancora di preciso quando faremo la festa di inaugurazione, il 21 riapriamo poi si vedrà».
Perché le librerie chiudono e lei ne apre una in un paese piccolissimo?
«Per dare un servizio, un’occasione a chi vive nei paesi che lentamente si spopolano. Faremo corsi per i bambini e terremo le porte aperte a chi arriva».

da https://rep.repubblica.it/pwa/generale/2020/03/06/news



La figlia di Borsellino : “Perché sto aiutando un assassino di papà”
Fabio Tranchina e la sua compagna hanno gravi difficoltà economiche Lui è l’ex autista del boss Graviano e oggi collabora con la giustizia


                                         DI SALVO PALAZZOLO

PALERMO 
Durante una pausa dell’ultimo processo per le bombe del 1992, sono rimasti a parlare per quasi un’ora. Da una parte Fabio Tranchina, l’ex autista del boss Giuseppe Graviano che ha curato i preparativi della strage di via d’Amelio e oggi collabora con la giustizia, dall’altro la figlia del procuratore aggiunto Paolo Borsellino, che il 19 luglio fu ucciso con cinque poliziotti della scorta. «Tranchina mi ha parlato del suo dolore – spiega oggi Fiammetta – mi ha raccontato la sua gioventù difficile a Brancaccio, mi ha giurato in lacrime che non sapeva cosa doveva accadere in via d’Amelio. Mi ha raccontato soprattutto della sua voglia di cambiare vita, e delle difficoltà enormi che sta incontrando». In quel momento – era quasi un anno fa, nell’aula bunker di Firenze - Fiammetta Borsellino decise che avrebbe aiutato quell’uomo in lacrime.
Questa è la storia di una figlia che non smette di cercare la verità sulla morte del padre: «Le liturgie di certa antimafia nei giorni delle commemorazioni stanno diventando insopportabili – dice – io voglio capire cosa è accaduto veramente». Questa