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23/04/17

Hostess muore a 33 anni, Italo e i colleghi le dedicano un treno dell'alta velocità

Se un giorno vi capitasse di viaggiare a bordo di un treno Italo dell'alta velocità e di leggere sulla fiancata, proprio il numero 25 allora ricordatevi della storia di Annalisa Venticinque, che un male incurabile tumore  \  cancro  ha portato via venerdì 14 aprile ma il cui ricordo continuerà a viaggiare 



Hostess muore a 33 anni, Italo e i colleghi le dedicano un treno dell'alta velocità Annalisa Venticinque scomparsa a causa del cancro: una targa nella cabina del train manager del convoglio numero 25
  da repubblica  di   GERARDO ADINOLFI



Una storia triste, ma anche di amicizia e di lavoro. Di una giovane hostess dei treni Italo di 33 anni morta a causa del cancro e dell'affetto dei suoi colleghi che, per non dimenticarla, le hanno voluto dedicare un convoglio. Così se un giorno vi capitasse di viaggiare a bordo di un treno Italo dell'alta velocità fate caso al numero scritto sulla fiancata, proprio sotto la cabina di guida. E se leggete il numero 25 allora ricordatevi della storia di Annalisa Venticinque, che un male incurabile ha portato via venerdì 14 aprile ma il cui ricordo continuerà a viaggiare.
L'"Annalisa 25" da oggi infatti percorrerà i binari italiani con una targa affissa nella cabina del train manager, in ricordo della collega che non c'è più. L'azienda, in accordo con i dipendenti, ha deciso di dedicarle prorpio il treno numero 25 della flotta. Annalisa era di Pignataro Maggiore, in provincia di Caserta. Ha lavorato prima come hostess di volo per la Air One e poi è con Ntv, sui treni dell'alta velocità. Un lavoro che era anche una passione, fatto di amicizie e soddisfazioni.
"Ha lasciato un segno indelebile nella nostra mente - scrive Tiziana, una collega e amica di Annalisa - a bordo si crea un legame speciale, trascorri molto tempo insieme e lavorando capita anche di confidarsi, aiutarsi, fare battute sceme. C'è uno spirito di squadra che in questi giorni ci ha unito di più intorno a lei che non meritava
tutto questo male ma lo ha affrontato con dignità esemplare e con il suo sorriso di sempre". I messaggi così continuano anche sulla sua pagina Facebook: "Sarà triste - dicono alcuni amici - non ritrovarti più sul treno".

22/04/17

La riparazione del dolore la storia di Antonio Butti, chirurgo



anche se di solito concita De gregorio usa troppo il cuore e poco la mente stavolta nell suo ultimo intervento sula sua repubblica di repubblica d'oggi

<< Ho conversato a lungo con Antonio Butti, medico chirurgo, ci siamo scritti, scambiati foto, ho ascoltato la sua storia, ho letto il libro che ha scritto. E’ una bellissima storia d’amore, di cura – anzi di Cura, con la maiuscola – di riparazione del dolore. Anche il suo libro lo è, così come i frutti che ne nascono e la consolazione che genera. E’ una storia personale e politica, mi viene da dire usando un linguaggio di altre epoche. E’ il punto in cui la propria storia individuale genera azioni che riverberano nelle vite degli altri. La Cura della comunità, questo è la politica [ da non confondersi con la politika \ politica dei palazzi ] . Lascio che sia lui a raccontare.>> mi ha commosso perchè . Nel dolore ci si conosce, si cresce e si riesce ad andare oltre se stessi.





infatti
                                               Antonio Butti con la moglie Marcella
Quando lessi su Repubblica la sua recensione del libro "Quando il respiro si fa aria" del collega Paul Kalanithi fui colpito dal dramma, vissuto con sereno coraggio, dall'autore. Consapevole di quello che avrei provato, dopo un’esitazione di qualche tempo, ho letto il libro. Come mi aspettavo ha riaperto in me ferite malamente nascoste perché anche io e mia moglie Marcella ci siamo trovati a convivere con l'incombente, minacciosa compagnia di sorella Morte. Mi chiamo Antonio Butti, ho 78 anni, mi sono laureato in Medicina e Chirurgia all'Università Statale di Roma nel 1964, allora non si chiamava "La Sapienza", sono un chirurgo, ex professore presso l'Università Cattolica Policlinico Gemelli dove si è svolta tutta la mia attività clinica e di insegnamento, dall'ottobre 1965 a luglio 2005, data in cui sono andato in pensionamento anticipato a causa della malattia di mia moglie"."La sua perdita, avvenuta il 13 luglio 2007, mi ha gettato in uno stato di disperazione che mi ha spinto a raccontare ogni giorno a Marcella il dolore della mia sopravvivenza e lo svolgersi della mia vita dimezzata, mi è sempre sembrato un modo per riempire il distacco e sentirla accanto a me. Ne è scaturito un libro che ho concluso nel 2014. E' stato accettato e pubblicato, senza alcun mio onere, nel marzo 2016, nella collana L'Erudita di Giulio Perrone Editore. Nel libro, oltre a narrare il dopo, racconto come io e Marcella abbiamo vissuto da medici: sì, anche Marcella era medico. Poi i giorni della tribolazione, dalla diagnosi alla fine. Il titolo del libro è "Dall'altra parte del vetro".Lo considero un atto di Amore verso Marcella, amore che vorrei gridare al mondo per quanto continuo a esserne innamorato. Tutti i proventi delle vendite, ho deciso, vanno a sostegno del piccolo blocco operatorio che ho organizzato nella missione canossiana Josephine Bakhita, ad Agoenive, in Togo, dove vado ad operare due volte l'anno, ormai dal 2010. Partirò per la prossima missione il 28 di questo mese. In quel piccolo ospedale spicca una bella targa con la dedica a Marcella. Leggere la sua recensione sul libro del dottor Kalanithi e pensare di scriverle è stato tutt'uno. Ho pensato che avrebbe compreso la storia di Marcella e la mia, come da un dolore così grande possa nascere la forza di mettersi al servizio di chi non ha nulla, per questo vivere ancora.Ho esitato molto prima di decidermi a inviarle questa mail, è stata chiusa nel mio computer per molto tempo e non sa quante volte il dito è stato sospeso esitante sul tasto "invio".  Sa cosa mi ha infine dato il coraggio di superare ogni mia reticenza ? La forza del mio amore e lo sguardo e i sorrisi dei "miei" bambini togolesi
La morte fa  come dice  il commento  di

Grazia Orlando
6 ore fa
La morte fa parte della vita come il dolore che Essa ci "concede" di vivere e provare. La mancanza della persona che ci ha lasciato sarà sempre una ferita profonda nel nostro animo, ma quale cosa più bella, pur convivendo e non negando il dolore, avere la capacità di non lasciarsi andare al nostro egoismo, che ci vuole chiusi nella nostra sofferenza, e sviluppare amore, la forma più alta che la vita ci ha donato?







Giorgio Fernandez: "Attraversai a piedi l'Italia del '44, tra le barbarie naziste" ed altre storie di chi ha lottato per creare la nostra costituzione




vedi anche




In un periodo  di  rigurgiti di offese  e   del solito refrain  negazionista   di marca  fascista  e neofascista   come quela  di  casa  pound   



CasaPound, pronta la parata nazifascista del 25 aprile: dossier dell'Anpi Milano in questura. "Ora basta"

Da anni il raduno nel Campo 10 del cimitero Maggiore per omaggiare i caduti di Salò nel giorno della Liberazione. Un anno fa erano scattate del denunce per apologia del fascismo, appello al sindaco Sala

di PAOLO BERIZZI  repoubblica  del 07 aprile 2017



Il 25 aprile 2017 potrebbe segnare uno spartiacque nella memoria futura di Milano, città medaglia d'oro della Resistenza. Dopo quattro anni, la scia di cortei e parate nazisfasciste organizzate provocatoriamente proprio nella giornata della Liberazione dai gruppi di estrema destra Lealtà e Azione e CasaPound al Campo 10 del cimitero Maggiore, potrebbero subire uno stop. Lo chiedono, al prefetto e al questore, l'Anpi milanese e una serie di associazioni antifasciste: "Basta con questi vergognosi oltraggi alla storia. È ora di vietare il corteo e mettere fine alle provocazioni". Un esposto, con tanto di dossier fotografico, è stato presentato in questura e prefettura dal presidente dell'Anpi provinciale, Roberto Cenati. "Ogni mattina del 25 Aprile, dal 2013, assistiamo alla provocazione di Lealtà e Azione che organizza una parata nazifascista al campo 10 del Musocco".


Per sottolineare lo "sfregio" è stato ricordato quello che successe l'anno scorso: "In 300 marciarono in formazione militare, con tanto di saluti romani, e furono denunciati dalla Digos per apologia di fascismo". Un appuntamento diventato ormai rituale, per l'estrema destra milanese e lombarda, quello al Campo 10. I cortei dei naziskin coi saluti romani, il tricolore, le aquile della Rsi. Le parate per ricordare i caduti repubblichini e i drappi di Salò issati illegalmente sulle tombe. A nulla sono servite le denunce di questi anni: per questo, in occasione della prossima giornata della Liberazione, il fronte antifascista oltre a chiedere formalmente a questore e prefetto di vietare il corteo dei "neri", ha organizzato una mobilitazione proprio al cimitero Maggiore. "Invitiamo i milanesi a portare un fiore ai partigiani sepolti al campo della Gloria", dice Antonella Barranca, Anpi, Municipio 8. All'iniziativa hanno già aderito, oltre all'Anpi, Cgil, Aned (l'Associazione ex deportati campi nazisti), Arci, Memoria antifascista, Rete della conoscenza Milano, Csoa Lambretta, Zam e Cs Cantiere.

25 aprile a Milano, i garofani dei partigiani contro i saluti fascisti


Un appello è stato rivolto anche al sindaco Giuseppe Sala: Roberto Cenati gli chiede di intervenire "spendendo parole di indignazione contro queste manifestazioni chiaramente provocatorie e di stampo nazifascista". Non soltanto quella del 25 Aprile. "Il 23 marzo - racconta Cenati - c'è stata una manifestazione di reduci di Salò al Monumentale per celebrare l'anniversario della nascita dei fasci, accompagnata da un silenzio assoluto".
Se è vero che da parte delle istituzioni in questi anni non c'è stata proprio una risposta convinta, è anche vero che era stato il sindaco Sala, il primo novembre scorso, a prender ricordare i caduti repubblichini: "L'amministrazione ritiene opportuna una riflessione che porti, a partire dall'anno prossimo, ad un aggiornamento dell'elenco di questi luoghi" scelti per le onorificenze alla memoria. Se e come il pensiero del sindaco orienterà questura e prefettura anche sul 25 aprile dei neofascisti, lo vedremo nei prossimi giorni. Lealtà e Azione, intanto, ha confermato il corteo.

Aggiungi didascalia
in cui  si    mette   ( magari sono quegli stessi ipocriti  che  chiedono rispetto per  i loro  orti o  chiedono  una memoria condivisa   ) nel ricordo  i  morti per la dittatura    con quelli    morti   per  la  libertà .
Ben   vengano   iniziaticve come 'La Battaglia', (  copertina   a sinistra  ) ed è un fumetto inedito che racconta le gesta di Giordano Sangalli, partigiano di Tor Pignattara, ucciso a 17 anni dai nazisti sul Monte Tancia. Il fumetto è stato realizzato - in occasione delle celebrazioni dei 90 anni di Tor Pignattara - da Nikolay Pavlyuchkov, un ragazzo di origine russa del quartiere, che ha partecipato al workshop Nuvole Resistenti curato dal fumettista Alessio Spataro per la Scuola Popolare di Tor Pignattara. Il workshop ha consentito a 5 ragazzi di poter apprendere i segreti e le tecniche del racconto a fumetto e conoscere la storia dei partigiani del proprio territorio. Nikolay è stato selezionato fra i partecipanti e con l’aiuto di Alessio Spataro per la parte artistico narrativa e con la consulenza scientifica della storica Stefania Ficacci ha realizzato un breve racconto sugli eventi a cavallo della cosiddetta Pasqua di sangue del 1944.
'Vite partigiane': domani su Robinson uno speciale sul 25 aprile
Cosi  come      quella  di repubblica  (   trovate  sopra     l'url dello speciale  con tutte le testimonianze  in continuo aggiornamentio )    che  n vista del 25 aprile  ( quest'anno  è  particolare  perchè sono  70  anni    che   è stata scritta la nostra  costituzione    ) Repubblica ha pensato di raccogliere i racconti di chi è stato protagonista della guerra di Liberazione. In città o in montagna, come combattente o come staffetta. Perché la memoria passa anche dalle storie di questi eroi normali

Io nel post  d'oggi    riporto  proprio dallo speciale di repubblica    tre  testimonianze    che sencondo me   è la sintesi  (  anche  se  ciascuno ha  una storia  diversa     di  come  ha vissuto quell'eperienza  e di come  ci   è arrivato  ,  le sofferenze    fisiche  e psicologiche   quando     , vedere  tutti a casa  film del 1960 diretto 
da Luigi Comencini, sceneggiato dal regista stesso insieme a Marcello Fondato e alla coppia Age & Scarpelli  o  - ne  ho riportato   la storia  tempo di fa  -   di  La storia di Uber Pulga, un 'Partigiano in camicia nera'
  dopo       gli eventi del  24\25 luglio e  del  8 settembre  ha dovuto  rimettersi  indiscussione  e  si  è trovato  " sbandato   "  ed  ha    saputo    e  dovuto  usare  


 [----] 
La facoltà di non sentire
La possibilità di non guardare
Il buon senso la logica i fatti le opinioni
Le raccomandazioni
Occorre essere attenti per essere padroni
Di se stessi occorre essere attenti
La mia piccola patria dietro la Linea Gotica
Sa scegliersi la parte
Occorre essere attenti per essere padroni
Di se stessi occorre essere attenti
Occorre essere attenti occorre essere attenti
e scegliersi la parte dietro la Linea Gotica
Comandante Diavolo Monaco Obbediente
Giovane Staffetta Ribelle Combattente
La mia piccola patria dietro la Linea Gotica
Sa scegliersi la parte... 
 [----] 
Linea  Gotica -   Csi   tratta  dall'omonimo  album del 1996 

  Ed  adesso  i racconti del  post    d'oggi   ho scelto  fra le tante  di repubblica  tre , che  secondo  me  , sono   fras le più significative  e che descrivono    e  sintetizzano meglio  quel periodo   storico  che  ancora  divide  .

la prima
video
E'  il racconto \  testimonianza   un antifascista palermitano che - finito nell'entroterra ligure per le vicessitudini della guerra - decide di tornare a piedi nell'isola. E oggi racconta quel viaggio nei territori occupati dai nazisti e attraverso la linea gotica.
"Il fascismo fu una follia, da ragazzo fui picchiato e malmenato, subii per anni la dittatura". Era Roma il 25 luglio, ma non poté tornare subito in Sicilia occupata dai nazisti   Così si rifugiò in Liguria da una nonna, ma nel 1944 finì nel mirino dei fascisti perché aveva raccontato in una lettera di un eccidio di partigiani. Riuscì a scappare prima di essere interrogato e si incamminò: "Non avevo da mangiare né vestiti, le ferrovie erano bloccate, dovetti camminare". L'incontro con le pattuglie naziste, l'arrivo delle truppe di liberazione e la vista "delle coste siciliane

La  seconda 

Nina Bardelle, 90 anni, ricorda la resistenza a Genova. "Mi trovai nelle sap grazie a un incontro sul tram. Alcuni medici ci insegnarono come curare i partigiani". Conclude: "La storia italiana non dovrebbe mai dimenticare la resistenza"  Infatti



Nina Bardelle, la partigiana Fioretto: "La mia Resistenza curando i feriti e sabotando i tedeschi"
Il racconto di una sappista genovese. Operaia in Ansaldo, figlia di un antifascista, del 25 aprile ricorda le bandiere. "Di tutti i colori"

"Il 25 aprile le bandiere erano di tutti i colori, perché la libertà l'abbiamo voluta tutti" ricorda Nina Bardelle, novant'anni fieri, nella sua casa di Rivarolo, sulle alture della Valpolcevera a Genova.

La sappista Fioretto: "Mio papà rovinato dai fascisti, fui partigiana dentro la fabbrica"

Lei, a 17 anni, con il nome di Fioretto ha iniziato la sua attività nelle Sap, le Squadre di Azione Partigiana: prima imparando a curare i feriti, poi, nella grande fabbrica dove lavorava, l'Ansaldo, ad aiutare gli operai che nascondevano le armi sottratte ai tedeschi, magari. Fino ad osare veri e propri sabotaggi, come far cadere l'acqua sporca della mensa sui proiettili costruiti per l'esercito tedesco, e rischiando anche la vita.
Ma anche accompagnando qualche giovane componente delle bande ribelli ad allontanarsi dal luogo di un'azione, garantendogli la fuga e magari un letto dove dormire, a casa dove il padre, da sempre antifascista e perseguitato, non faceva domande. "Io volevo in qualche maniera ricompensarlo per quello che aveva sofferto lui", racconta Nina. Che ora porta la sua storia tra i bambini, nelle scuole.



 Ultima

video
La resistenza a Bologna raccontata da chi ha combattuto e difeso i compagni. Il ricordo commosso di Irma Bandiera da parte del 'Biondino', che la riconobbe dopo le torture e l'uccisione da parte dei tedeschi. E le operazioni contro i tedeschi in quei 20 mesi fino all'arrivo degli alleati
Gastone Malaguti, partigiano a Porta Lame: "Una guerra, ma noi non abbiamo torturato nessuno"Classe 1926, oggi Gastone Malaguti ha 91 anni. Ma ne aveva 28 nel 1943, quando iniziò a combattere con la settima brigata Gap Garibaldi. Un ricordo lucido di quei mesi, tanti nomi che si affastellano e una consapevolezza a cui aggrapparsi: "Ucciso sì, ma noi non abbiamo mai torturato nessuno"Malaguti c'era. Classe 1926, oggi ha 91 anni. Ma ne aveva 18 quell'anno. Settima brigata Gap Garibaldi. Nomi di battaglia ne ha cambiati molti: prima Gaston ("ma non funzionava molto, troppo simile al mio vero nome", dice divertito), poi Gas, per arrivare a Biondino quando un partigiano che usava quel nome morì, fino a Efistione, riferimento al braccio destro di Alessandro Magno per il suo ruolo da gappista. Efistione, un nome che gli è rimasto dentro e ancora oggi lo usa per il suo indirizzo e-mai



Gastone Malaguti, partigiano a Porta Lame: "Una guerra, ma noi non abbiamo torturato nessuno"
Gastone Malaguti in una foto dei giorni della Liberazione 






















Ride spesso e racconta. Volti e nomi che non ci sono più, a volte da più di 70 anni. Una vita ricca dopo la resistenza, nel sindacato, in giro per l'Italia e non solo.
Si rabbuia solo due volte, nel corso della nostra conversazione. La prima quando pensa alle vittime, anche sull'altro fronte. "Certo che di persone ne abbiamo uccise, ma eravamo in guerra". Ma quello che più si vede che l'ha segnato è la sorte delle donne, le staffette partigiane, che finivano nelle mani dei nazifascisti. "Le torturavano, poverine. Non posso
raccontare come le riducevano, quello che facevano. Non posso. Noi abbiamo ucciso, certo ma non abbiamo mai torturato nessuno, mai". Ecco, questa è la cosa a cui tiene di più. "Non abbiamo mai torturato nessuno". E quello sguardo che fino a poco prima guardava ai ricordi di 70 anni prima si rivolge all'Italia di oggi. Ai casi di cronaca, alla legge ferma in parlamento. "È assurdo che ancora oggi non abbiamo in Italia una legge sulla tortura"

20/04/17

Mosul, il violinista che sfida l'Isis: torna a suonare nella città in guerra

"La musica è una cosa bellissima". E' il messaggio che Ameen Mokdad, musicista iracheno vuole lanciare al mondo. "Contro ogni terrorismo o ideologia che limita le libertà". Quando nel 2014 l'Isis prese il controllo della città di Mosul, la musica venne immediatamente vietata perché considerata peccaminosa. I miliziani irruppero nella casa del giovane e confiscarono tutti i suoi strumenti. Ora che l'esercito iracheno ha ripreso il controllo dell'area Ameen ha deciso di tornare nella sua città natale organizzando un piccolo concerto con il suo violino tra le rovine della moschea di Giona, sito caro tanto ai musulmani che ai cristiani. L'evento, pubblicizzato attraverso i social network, ha attirato alcuni curiosi. "La gente ama la musica", afferma il ragazzo. Nel breve video di tanto in tanto il rumore degli spari si mescola alle note del violino Ameed, ricordando che la lotta in città non è ancora terminata e che i combattimenti tra esercito regolare e miliziani continuano

17/04/17

"Ho salvato il palazzo di Capa dove morì l'ultimo soldato Usa

per chi non capisse l'inglese o non ha voglia di tradurselo sotto trovate l'articolo scarno nella versione web in italiano su repubblica del 15\4\2017


Leipzig flat made famous in Capa war photo becomes poignant memorial
Apartment featured in one of the most memorable images of the second world war restored to its former glory


American soldiers in the Leipzig apartment building now known as the Capa House. Photograph: Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos



Thursday 1 September 2016 13.00 BSTLast modified on Friday 11 November 2016 11.35 GMT


Robert Capa called them his most definitive images of the second world war. Seconds after the photographer had taken a portrait of a fresh-faced sergeant poised with a heavy machine gun on a Leipzig balcony, the soldier slumped to the floor. On 18 April 1945, in the final days of the conflict, he had been hit and killed by the bullets of a German sniper.
Capa climbed through a balcony window into the flat to photograph the dead man, who lay in the open door, a looted Luftwaffe sheepskin helmet on his head. The subsequent series of photographs show the rapid spread of the soldier’s blood across the parquet floor as other GIs attended to him and his fellow gunner took over his post at the machine gun.
“It was a very clean, somehow very beautiful death and I think that’s what I remember most from the war,” Capa recalled two years later in a radio interview.

The images were wired back to New York and featured prominently in Life magazine’s Victory edition on 14 May. The soldier, Raymond J Bowman, 21, of Rochester, New York, was later hailed as The Last Man to Die by Capa and the photographs would become some of the most memorable images of the second world war.
But their origins would have remained obscure had a group of Leipzigers interested in highlighting and preserving the city’s little-known Capa connection not discovered that a derelict 19th-century apartment block was where the photographer, embedded with the US army during the capture of the city, had taken the pictures.
Learning that the building was destined for demolition four years ago, the group set about trying to save it. And save it they have: following a €10.5m (£9m) refurbishment, including shoring up the foundations and replacing the balconies, the Capa Haus has been restored to its former glory.
The Leipzig apartment building after a fire on New Year’s Eve 2011 when it was scheduled for demolition. Photograph: Alamy Stock Photo

The Capa House after restoration in 2016. Photograph: Alamy Stock Photo

Strips of Jahnallee have been renamed Bowman Strasse and Capa Strasse. In the elegant ground floor Cafe Eigler a permanent exhibition is dedicated to The Last Man series and other Capa pictures which tell the story of 18 April.
“There was very little in the city to recall the last days of [the second world war],” said Meigl Hoffmann, “and we were struck by what a poignant and authentic memorial this actually was.”
Hoffman, 48, a Leipzig political cabaret artist and one of the founding members of the Capa Haus initiative, grew up with the many wartime stories of his parents and grandparents. But the US army’s role in liberating Leipzig from nazism had been an unfashionable version of events during the days of communism when the dominant story was of how the Red Army – which arrived in July – had saved his city.
“As a result the Capa connection had been suppressed because his pictures told the unfavourable story of the US troops, and so for years no one here really knew about them, they were considered subversive,” said Hoffmann.
Capa’s picture of the American soldier killed by a German sniper on 18 April 1945. Photograph: Robert Capa © International Center of Photography / Magnum Photos

He discovered the Last Man to Die images in a banned underground magazine at the age of 19. “I was electrified by the pictures – they appeared 3D to me, and because a lot of the photos we knew in the East German era were in black and white, they struck me as being very contemporary,” Hoffmann explained.
He and a friend set about trying to locate the balcony, aided by Capa’s description of the “big apartment building that overlooked the bridge” on which German soldiers “were putting up considerable resistance”, as well as visual references in the photograph itself. “But the only building that matched the description didn’t seem to fit at all, as it had no balcony,” said Hoffmann.
The place he found – Jahnallee 61 – was on a busy crossroads in the west of the city. He clambered with trepidation through its broken ceilings and floorboards, finding the “nice bourgeois apartment” on the second floor as Capa had described it, a shell of its former self. The renamed Capa Strasse.

But, surprisingly, unlike the rest of the building, it was largely intact – apart from the fact that its balcony, close to collapse, had been removed years before – and it still had the commanding, unobstructed view of the Zeppelin Bridge.
With weeks to go before the wrecking ball was due to knock it down, the initiative contacted US war veterans involved in the battle for Leipzig.Bowman, the fifth of seven children, had been sent to Europe with Company D of the 23rd Infantry Regiment of the 2nd Infantry Division. He was taking it in turns with his fellow gunner, Lehman Riggs, 24, to operate the .30 calibre Browning.
Riggs had just stepped back inside the apartment and was reloading the gun as the fatal bullet struck. The grandfather clock behind which Riggs took shelter showed – in brighter exposures of the photographs – that Bowman died at 3.15pm.
Riggs, now 96 and living in Cookeville, Tennessee, said his memories of the incident had rushed back during a recent return visit to the apartment.
Robert Capa was embedded with US troops. Photograph:
 Time Life Pictures/Getty Image
“The event had so disturbed my mind because of the loss of my buddy, I had tried to block it, and hadn’t talked about it for years,” the retired postal worker said. “But returning to the scene unlocked all the memories.”
He recalled Bowman as a “very kind young man”. “I was 3ft from him when it happened. I could have reached out and touched him, but I knew he was dead. I had to carry on in his place, as I’d been trained to do.”
Events had happened so fast, he said, from the order to “run into an upper floor of the house and offer cover for our troops so they could come across the bridge”, to the death of his partner, that he had been unaware of Capa’s presence.Read more “In combat we often had army photographers with us. I thought he was just another one of those.”
He contacted his wife to buy Life magazine on learning that he featured in it, but described it as “extremely painful” to view the pictures once he returned from the war, “as they made me vividly relive what had happened”.
Robert Capa: 'The best picture I ever took' - transcript

Read more “In combat we often had army photographers with us. I thought he was just another one of those.”
He contacted his wife to buy Life magazine on learning that he featured in it, but described it as “extremely painful” to view the pictures once he returned from the war, “as they made me vividly relive what had happened”.
Robert Petzold, from Leipzig, who was 13 at the time, recalled the phone call he received from his grandmother the previous evening. “She lived a few kilometres further west and had seen that the Americans were arriving in Leipzig,” he said.
“She told us: ‘The enemy is coming, have a hearty breakfast.’”After doing just that, he, his mother and sister took cover in the air raid shelter in the basement and, while they could hear the heavy exchange of fire, they had little inkling of the drama that had unfolded on the balcony where, Petzold recalled, “I used to keep rabbits.”
Once they were given the all-clear, his mother returned to their flat to the horrifying scene of the dead soldier in her living room. “His blood was all over the floor, and soaked into a rug. On a dresser in the hallway she found letters and photographs that had been removed from his pocket, showing a woman and children. She said: ‘They may be our enemies, but they suffer the same fate as us,’” Petzold said.
For years, he said, his mother tried in vain to remove the blood stains from the rug. “But nothing, no chemical process, could get rid of them – they served to us as a permanent reminder of the horror of what had happened.”
The apartment’s current owner, Katrin Stein, said she tried not to think too much about what had happened there. Photograph: Kate Connolly for the Guardian

A dining room table in an adjoining room that was used by other members of the machine gun platoon had dents on its underside from the recoil motion of the gun. “The soldiers had been thoughtful enough to turn the table top upside down to avoid damaging it. My mother was always very impressed by that,” he recalled.
Raymond Bowman’s mother, Florence, at first refused to believe reports her son had died. When her other son contacted Bowman’s army unit for further confirmation, he was told to buy a copy of Life. There the family recognised the pin with the initials RB, which Bowman had made in high school.
The Capa Haus initiative, which was accompanied by personal appeals to city authorities by Riggs, Petzold and members of the Bowman family to save the historic site, led to approaches by a Munich investor, who prides himself on his track record of saving historic buildings that “tell stories”.
“It was an important picture but one that Capa almost didn’t take,” said Christoph Kaufmann, of Leipzig’s Civic History Museum and the main curator of the exhibition, pointing to Capa’s own take on the incident, in the only known recording of the photographer’s strong Hungarian-accented voice.
Lovers and fighters: Robert Capa's best second world war photography

“He’d just moved on to the open balcony and put up that heavy machine gun,” Capa said. “But God, the war was over, who wanted to see one more picture of somebody shooting? … But he looked so clean-cut and he was one of the men who looked like if it would be the first day of the war he still was earnest about it … So I said: ‘All right, this will be my last picture of war.’ And I put my camera and took a portrait shot of him.”
Katrin Stein now lives in the apartment, her balcony painted peach-pink and adorned with geraniums and a wash stand.
“I try not to think too much about what happened here,” she said, standing in the balcony doorway where Bowman fell. “But it certainly adds another dimension to the history I learned in school.”




da repubblica  del 16\4\2017




DALLA NOSTRA CORRISPONDENTE
BERLINO.

Aprile 1945. Sono gli ultimi giorni del Reich, gli americani stanno conquistando Lipsia. Un soldato individua una casa in una posizione strategica, si affaccia dal balcone e punta il mitra verso la città vecchia, dove i nazisti stanno battendo in ritirata. Il proiettile di un cecchino tedesco, nascosto chissà dove, lo centra in mezzo agli occhi. Raymond J. Bowman cade riverso, l'elmetto si storce nell'impatto con la finestra, il sangue riempie il pavimento. Dietro di lui, c'è uno dei più grandi fotografi di guerra del Novecento, Robert Capa, arrivato in Germania con le truppe americane. Il 18 aprile la sua foto del soldato morto viene pubblicata sulla rivista Life.
Passerà alla storia con la didascalia del suo autore: "last man to die", "l'ultimo uomo a morire".
Negli anni del dopoguerra, nella Germania comunista la memoria collettiva cancella Capa e gli americani. Ma il piccolo Meigl Hoffman, un quarto di secolo dopo, trova in soffitta proiettili e un elmetto "yankee", sente sussurrare in famiglia le imprese dei liberatori americani, censurati dai libri di storia del socialismo reale. Alla fine degli anni '80, arriva il momento che gli cambierà la vita. Su una rivista clandestina, Snowbag Magazine, trova cinque foto di Robert Capa di quei fatidici giorni di Lipsia. Sono immagini fotografate di nascosto dall'archivio della biblioteca comunale. Meigl ne rimane stregato.
Poco dopo la caduta del Muro, il cabarettista comincia la sua ricerca della foto perduta. Contatta il consolato americano - adesso può farlo - ma nessuno ne sa niente. Anche nel 2005, durante i festeggiamenti per il 60° anniversario della fine della guerra, chiede informazioni ad alcuni veterani americani venuti in città. Ma nessuno sa fornirgli dettagli di quell'"ultimo morto" della guerra dei nazisti.
Hoffmann, allora, comincia a studiare la foto. L'unico indizio utile è il balcone in stile Jugendstil. Dopo molte ricerche riesce a individuare la strada, persino la casa. Ma la facciata è piatta. E le condizioni dell'edificio disperate. Mezzo tetto crollato, porte e finestre distrutte, calcinacci. «Il fatto è che l'edificio non aveva balconi, ed era in uno stato catastrofico », ha raccontato alla Faz. Ma lui non si scoraggia. L'intuito gli dice di insistere. Con un amico riesce a entrare nella casa, sale lentamente le scale di legno marce. In un appartamento scorge dalla finestra il deposito del tram, il benzinaio, la Zeppelin brücke. È quello che ha visto Capa, è l'appartamento dell'"ultimo soldato". È la foto ritrovata.
Ma l'impresa più difficile deve ancora venire: salvare quella casa. Hoffmann fonda un'associazione e dopo peripezie varie trova un investitore, Horst Langner, disposto a spendere 10 milioni per risanare l'edificio, giusto in tempo per salvarlo dalla demolizione, decisa dal Comune nel 2012. Oggi si chiama "Capa- Haus", ricorda il grande fotografo famoso per aver detto che «se una foto non è buona, non eri abbastanza vicino». Nel bar al pianoterra, una sala è dedicata alla storia della foto. E tra i vari testimoni dell'epoca, Hoffmann ha ritrovato anche un uomo che viveva lì da bambino, Robert Petzold. All'epoca aveva dodici anni. Sua madre vide il corpo del soldato, trovò delle foto della sua famiglia, alcune lettere. Disse ai figli: «Vedete, sarà anche il nemico, ma è un essere umano come noi».

eroi , alternative agli smartphone e alla tecnologia , la morte fa parte della vita dichiarazioni di un ragazzo prima di morire di leucemia ed altre storie

come il proverbio \ dettpo : << ti devo dare due notizie , inizio da prima da quella bella o da quella cattiva ' >> ho scelto d'iniziare , a prescindere dal titolo da quella buona

N.B
Ora  sia  della prima   che della seconda   storia      Le  avrei   riportate  tutte  ma  bisogna  sapere  scegliere    ed  io ho fatto  . comunque  ecco  gli url     delle   gallerie fotografiche in questione

http://napoli.repubblica.it/cronaca/2017/04/14/foto/ischia_la_romantica_sfida_della_libraia_bimbi_giocate_con_gli_aerei_di_carta_-162996317/


Ischia, la romantica sfida della libraia: “Bimbi, giocate con gli aerei di carta”

Poesia e voli, rigorosamente di carta. Nel grazioso angolo di via Marina, a Forio, sull’isola d’Ischia, va in scena una gara di aerei di carta. La poesia di un gioco senza tempo, che qui si rinnova grazie all’iniziativa di una libraia, Barbara Pierini, che con la sua “Libereria” chiama a raccolta i bimbi dell’isola. La locandina fa il giro dei social, i genitori ci credono: contro la tirannia degli smartphone, abbracciando la primavera di Ischia. La libraia, che è anche arbitro, precisa sorridendo: “Chi non soffia sulla punta ha poche speranze di vittoria”. Iscrizione rigorosamente gratuita, per partecipare bisogna essere bambini. Qualche adulto ci prova, la libraia annuisce. I fogli si piegano, la fantasia corre. Poi è una questione di tecnica. E di fantasia. Tre i parametri valutati: la distanza percorsa, la permanenza in volo dell’areo di carta e la qualità delle piroette. Qualche aereo finisce sulle aiuole fiorite, la parabola di qualchedun' altro termina sui balconi colorati che affacciano sul vicolo. Sorrisi, applausi, la carta che si scopre rediviva nell’era degli smartphone e della tecnologia. “Qui non c’è spazio per i videogame”, sorride la libraia. Alle premiazioni, foto di rito e appuntamento alla prossima. Vincono tutti, naturalmente. (testo pasquale raicaldo - foto licia punzo)


http://www.repubblica.it/esteri/2017/04/16/foto/autobomba_ad_aleppo_la_disperazione_del_fotografo_eroe_in_ginocchio_dopo_l_attacco_suicida-163150676/1/?ref=fbpr#1

  Autobomba ad Aleppo, la disperazione del fotografo eroe: in ginocchio dopo l'attacco suicida

E' a terra, in lacrime, con la macchina fotografica in mano. Una fotocamera che doveva documentare l'arrivo ad Aleppo di civili in fuga da Foua e Kefraya, due villaggi siriani controllati da ribelli islamisti e gruppi terroristi. Abd Alkader Habak, nel giorno dell'attacco suicida che ha causato la morte di almeno 126 persone, si è ritrovato invece a salvare vite. Poco dopo l'esplosione, con altri colleghi presenti sul posto, ha messo da parte la fotocamera e ha provato a trascinare via dalle fiamme bambini e adulti. Il suo coraggio e il suo dolore, testimoniati dagli scatti di altre persone presenti sul posto, sono diventati immediatamente un simbolo della strage di Rashideen del 14 aprile, condivisi migliaia di volte su Twitter e Facebook. Nello scatto originale, accanto ad Abd Alkader Habak, c'è il corpo di un bambino ucciso dalla bomba (che abbiamo deciso di non mostrare, ndr). Sul suo profilo Twitter il fotografo, dopo l'attentato, ha scritto: "Quello che io e i miei colleghi abbiamo fatto dovrebbe ispirare l'umanità e tutti coloro che hanno contribuito a uccidere i bambini di Khan Sheikhan".

concludo  due    storie  la prima  triste   ma   piena di vita  e  di speranza  \   accettazione della  morte    la  seconda  allegra e spensierata     una  vita  on the road

  
Prima di morire pubblica il suo ultimo saluto su Instagram. Le parole di questo ragazzo vi commuoveranno


Chi ha conosciuto Pablo Ráez di Marbella, sa che era una persona speciale, piena di vita e di sogni. Il ragazzo, spagnolo, il 26 marzo del 2015, ad appena 18 anni, ha scoperto di avere una malattia terribile: la leucemia. Era un giovane atleta e questa scoperta gli ha sconvolto letteralmente la vita. Per evitare il peggio, ha dovuto sottoporsi a cicli di chemioterapia e a un paio di trapianti di midollo osseo.Ormai passava più tempo in ospedale che a casa o a scuola. Per lui la speranza si riaccese quando l’ultimo trapianto di midollo osseo si rivelò di successo: il cancro era in remissione. Forse avrebbe potuto riprendere in mano la sua vita e progettare un futuro con la sua ragazza, Andrea. Ma anche questa speranza, nei mesi si è rivelata vana.
Solo dieci mesi dopo, la leucemia è tornata. Il midollo osseo del suo papà non aveva funzionato. Trovare un donatore era molto difficile. Pablo non voleva arrendersi, così con la poca forza che gli rimaneva, lanciò una campagna sui social media – #retounmillón – con lo scopo di raccogliere in tutta la Spagna un milione di donatori. Il suo obiettivo era quello di informare la gente sull’importanza di donare. Ecco quali sono state le sue parole: “Sarebbe triste morire solo perché non ho trovato il midollo compatibile. Chiunque potrebbe aumentare le mie possibilità di sopravvivere”.
Ha condiviso ogni giorno la sua quotidianità con la rete, per sensibilizzare il maggior numero di persone a quest’atto di solidarietà. Grazie a questa campagna, il numero dei donatori di midollo osseo in Spagna è cresciuto del 1.000%. Ormai era stato soprannominato, il “gladiatore”. I suoi follower su Instagram, più di mezzo milione, lo sostenevano tutti i giorni. Nell’ottobre del 2016, erano arrivate delle buone notizie: c’era un donatore compatibile.
 Solo dieci mesi dopo, la leucemia è tornata. Il midollo osseo del suo papà non aveva funzionato. Trovare un donatore era molto difficile. Pablo non voleva arrendersi, così con la poca forza che gli rimaneva, lanciò una campagna sui social media – #retounmillón – con lo scopo di raccogliere in tutta la Spagna un milione di donatori. Il suo obiettivo era quello di informare la gente sull’importanza di donare. Ecco quali sono state le sue parole: “Sarebbe triste morire solo perché non ho trovato il midollo compatibile. Chiunque potrebbe aumentare le mie possibilità di sopravvivere”.xHa condiviso ogni giorno la sua quotidianità con la rete, per sensibilizzare il maggior numero di persone a quest’atto di solidarietà. Grazie a questa campagna, il numero dei donatori di midollo osseo in Spagna è cresciuto del 1.000%. Ormai era stato soprannominato, il “gladiatore”. I suoi follower su Instagram, più di mezzo milione, lo sostenevano tutti i giorni. Nell’ottobre del 2016, erano arrivate delle buone notizie: c’era un donatore compati
Ecco cosa scrive sui social in questo momento assai positivo della sua vita: “Mi hanno chiesto dove trovassi la forza, la voglia di vivere e come riuscissi comunque a sorridere nonostante la situazione tragica. Ma io non ho paura della morte, mi sento libero. Quando smetti di aver paura sei libero, ed è allora che trovi la forza”.

Purtroppo, non è andato come sperava. Il destino aveva in serbo altro per lui. Dopo il secondo trapianto inutile, le speranze erano ridotte al minimo. Ma ha, fino all’ultimo giorno, trovato il coraggio per affrontare le sfide e non buttarsi giù. Lo scorso 25 febbraio 2017, a soli 20 anni, Pablo si è spento. Ecco cosa ha scritto su Instagram qualche giorno prima di morire:
“Ho pensato a qualcosa che vorrei condividere con voi. Viviamo in una società dove si lavora, si guadagna denaro e tutto è regolato dal tempo. Quindi viviamo per il tempo. Viviamo schiavi di un sistema basato sulla burocrazia. Il pianeta si sta deteriorando poco a poco e siamo noi che lo stiamo distruggendo: i poli si stanno sciogliendo, continuiamo a costruire con noncuranza, causiamo le guerre, uccidiamo altra gente e facciamo di tutto per portare questo mondo verso la fine. Lo facciamo per i soldi.
Non siamo felici di quello che abbiamo, vorremmo sempre di più. Dovremmo vivere più semplicemente, e in un sistema che si prenda cura delle persone e del nostro pianeta meraviglioso. Dovremmo essere più felici e accorgerci di quello che stiamo facendo per questo mondo. Dovremmo capire cosa è veramente importante. C’è bisogno di più amore, più sorrisi, abbracci e pace. Proviamo ad essere la migliore versione di noi stessi. Proviamo ad essere riconoscenti alla vita perché ci dona ogni giorno il lusso di svegliarci. Siamole riconoscenti”.
Il 28 febbraio, Pablo avrebbe dovuto ricevere una medaglia al valore dalla città di Marbella. Purtroppo, non è riuscito in tempo a riceverla. Ecco come concludeva il commovente post: “La morte fa parte della vita, ecco perché non dovrebbe essere temuta ma abbracciata”.

Andrea, la fidanzata, della quale Pablo aveva chiesto la mano qualche mese fa, ha ripubblicato questo scatto che i due avevano fatto qualche mese prima. Lei è rimasta sempre al suo fianco, durante questo travagliato cammino. Pablo aveva dedicato alla sua amata ragazza delle parole molto belle:
“Ti amo Andrea e non amo solo te, ma anche la vita e vivere al massimo. Non importa quello che mi succederà, sarà comunque un dono della vita. Grazie alla vita e a te, Andrea”.
Anche se è stata molto breve la sua vita, nessuno si dimenticherà di lui e di quello che ha lasciato al mondo intero.



Milano, mollo tutto e vado a vivere in camper: Pier e Amelia da 5 anni nomadi felici


Pierluigi Galliano e Amelia Barbotti sono marito e moglie. Cinque anni fa hanno deciso di licenziarsi, di vendere casa, mobili, auto per girare il mondo in camper. Hanno lasciato Milano e l'Italia per andare all'avventura. Lui lavorava come cameraman a Mediaset, lei come impiegata in un'azienda di rubinetteria. "Non mettiamo mai piede in un ristorante, gestiamo con oculatezza i risparmi di 50 anni di lavoro in due, non frequentiamo le aree di sosta a pagamento". Pentiti? "Nemmeno per sogno: siamo nomadi felici"

Video di Francesco Gilioli




15/04/17

La storia di Uber Pulga, un 'Partigiano in camicia nera'



Leggi anche  
http://www.ultimavoce.it/partigiano-camicia-nera-uber-pulga/



Risultati immaginichi sa  come avrebbe reagito Davide  Lajolo  autore   de  il  voltagabbana  (  foto al lato  )     sua esperienza  autobiografica   che ha  passato una  cosa simile  a  questa  storia   intensa e drammatica di un travaglio che non è solo umano e personale, è quello di un intero paese. Di una generazione  di giovani   che  conobbe  solo il fascismo   e che   si trovò  in crisi  , quando esso si rivelò traditore  ,  e  soprattutto   quando   la storia  ( il 25 luglio e  l'8 settembre  del  1943  ) lo condanno  e  ne svelo'  gli inganni  . 



Uber, la spia fascista che divenne partigiano eroe della Resistenza
L’esordio letterario di Alessandro Carlini debutta domani «Cambiò idea dopo una stretta di mano con Mussolini»



Negli anni ’50 forse sarebbe finito in prigione, mentre negli anni ’70 sarebbe stato gambizzato Alessandro Carlini se avesse pubblicato un libro del genere: “Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga” (ed. Chiarelettere, 2017), da domani in libreria. Oggi è stato scritto ed è una conquista del pensiero democratico. Nella ricostruzione dei fatti l’autore non perde l’equilibrio. D’altronde, l’opinione sul protagonista cambia nel giro di pochi chilometri, coinvolgendo tre province vicine. A Mantova compare tra i Caduti della Liberazione. A Felonica, sopra l’ingresso del Comune, svetta una lapide in cui il primo inciso è lui. A Reggio Emilia, invece, è rimasto la spia che per anni i partigiani cercarono con la bava alla bocca. L’uomo che fece uccidere due di loro. Infine, a Ferrara, ci sono i suoi discendenti.

(....  continua  qui 
<<  Partigiano e fascista: oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale. Nato nel 1919 a Felonica, in provincia di Mantova, Pulga sceglie il fascismo, si arruola, è addestrato al controspionaggio in Germania e inviato a Reggio Emilia come infiltrato in un gruppo di partigiani. Sarà promosso sul campo dallo stesso Mussolini che vorrà incontrarlo di persona. Spia e disertore, pluridecorato di Salò ed eroe della Resistenza, Uber Pulga è un uomo senza bandiere se non quella della propria coscienza. 
coscienza tormentata, mai pacificata, che lo porterà a vivere la delusione e il distacco dal fascismo ma non, come molti, cambiando casacca a guerra ormai persa
Libro Partigiano in camicia nera. La storia vera di Uber Pulga Alessandro Carlini
 I documenti che l’autore di questo libro ha raccolto in anni di ricerche sul campo restituiscono l’immagine di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza smettere la camicia nera. Un partigiano in camicia nera, giustiziato per tradimento dai suoi stessi camerati repubblichini all’alba del 24 febbraio 1945. >> ( da  https://www.ibs.it/
) . La sua è la storia intensa e drammatica di un travaglio umano narrata con impeto e l’ardore di un coinvolgimento personale da Alessandro Carlini, giornalista dell’Ansa e scrittore, il cui nonno, Franco Pulga, era cugino di Uber.
 << (.... ) E proprio dal nonno  >>  come afferma TITTI FERRANTE in   questa recensione   di  http://www.glistatigenerali.com <<Carlini trae la volontà di fare memoria della complessa vicenda di Uber, raccogliendo documenti, testimonianze, atti e tutto ciò che poteva servire per ricostruire il profilo di un fuggiasco che aiuterà la causa partigiana senza togliersi la camicia nera. >>
Partigiano e fascista. Oggi Uber Pulga è ricordato così. Com’è possibile? La storia di quest’uomo straordinario, raccontata da Alessandro Carlini con grande trasporto e la forza di un coinvolgimento personale e familiare, rappresenta un’occasione unica per tuffarsi e rivivere i conflitti e le contraddizioni di anni funesti come quelli della Seconda guerra mondiale

concludo  riportando quest'ultimo articolo  della  http://gazzettadimantova.gelocal.it/


(.....) «Questo testo racconta la storia di un uomo che non c’è più e che ha pagato le sue scelte con la vita - ha detto Carlini -: il libro è nato per dare voce a questa persona». La storia racconta la vicenda umana di Uber Pulga, originario di Felonica, fascista convinto, arruolato prima nel regio esercito e poi in quello della Repubblica sociale; infiltrato tra i partigiani negli ultimi mesi di guerra, decide di aiutare la Resistenza.Carlini ha ripercorso la trama del suo libro soffermandosi su alcuni punti, in particolare ha posto l’accento sul travaglio interiore di Uber e sul percorso che lo ha portato a fare una scelta di campo che gli costò la vita. Uber, infatti, fu addestrato dal reparto dei servizi segreti delle Ss in Germania e poi usato come infiltrato tra i partigiani in provincia di Reggio Emilia. «Uber passa tre mesi con i partigiani - spiega Carlini - loro sono diffidenti e parlano in dialetto, ma essendo lui di Felonica, lo capisce perfettamente. Li spia, ma nel frattempo ascolta i loro discorsi: li assorbe. Qualcosa cambia in lui, comincia a porsi domande e sorgono in lui dubbi sulla Germania e sulla Repubblica sociale, fino al punto di passare dall’altra parte».Durante la presentazione, Carlini ha parlato anche delle ricerche e dei documenti che ha recuperato per scrivere il suo libro. Poi ha lasciato spazio al pubblico che si è dimostrato molto curioso e interessato al tema, con diverse domande. La presentazione è stata ospitata nel Museo della seconda guerra mondiale e assieme a Carlini c’erano il direttore Simone Guidorzi e il sindaco di Felonica Annalisa Bazzi.Il libro è nato dai racconti di Franco Pulga, abitante di Felonica, nonno dell’autore e cugino di Uber. Carlini, sulla base delle memorie del nonno ha fatto un’attenta ricerca documentale, recuperato atti inediti e testimonianze e ha ricostruito l’avventura di quest’uomo che si è trovato, come tanti altri in quel periodo a dover fare una scelta di campo.(..... continua qui )




























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