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26/06/17

Bari, l'ex agente di commercio cambia vita con l'orto sociale: "Aiuto i deboli e sono felice" e Da bioingegnere a sacerdote, la scelta di don Alessandro


Bari, l'ex agente di commercio cambia vita con l'orto sociale: "Aiuto i deboli e sono felice"




Quartiere Japigia, periferia di Bari. Angelo, 34 anni, tre anni fa ha deciso di cambiare vita. "Facevo l'agente di commercio per una grossa azienda che produce arredamento, percorrevo 80mila chilometri l'anno, avevo uno stipendio cospicuo, ma non ero felice. Così ho deciso di seguire seguire il mio cuore e ho realizzato un orto sociale". Dopo aver avuto le certificazioni per la produzione biologica, nel suo orto metropolitano Angelo ha intrapreso una serie di progetti di inclusione sociale. "Non mi importa di essere ricco, so che un giorno tutto il mio lavoro porterà i suoi frutti - afferma - Ma aiutare ragazzi inviati dai tribunali minorili e persone con handicap di vario tipo mi rende felice" (di Lorenzo Scaraggi)



Da bioingegnere a sacerdote, la scelta di don Alessandro
Da domenica la Chiesa udinese ha un nuovo pastore, ha 29 anni ed è nato in Belgio. Appassionato di orticoltura, parla cinque lingue. Sabato prossimo celebrerà la prima messa
di Monika Pascolo

  da il  messsageroveneneto del 26 giugno 2017




Don Alessandro Fontaine


UDINE. Di origine belga, ma cresciuto tra Bruxelles (dove erano emigrati i suoi nonni) e il Friuli (è stato battezzato a San Daniele), in tasca una laurea in Bioingegneria, da ieri il 29enne Alessandro Fontaine è un nuovo sacerdote della Chiesa udinese.
Attraverso il suo operato sarà uno dei protagonisti di quello che l’arcivescovo, monsignor Andrea Bruno Mazzocato – che ieri ha

24/06/17

l'arte salva la vita e ti fornisce occasione di riscatto

in sottofondo 4 Non Blondes - What's Up

un altra storia  in cui  l'arte  anzi le  arti  fanno  parte  della  vita  e  che anche qualcunoo tenterà d'ingabbiare  ( ditttature  )  e  o mologarle   (   tv spazzatura  )   esse  riemergono e ti  guidano senza neanche  te  ne accorgi
George Anthony Morton non sapeva che Florence fosse il nome inglese di Firenze. Per lui Florence è la cittadina in Colorado dove si trova uno dei quattro carceri di massima sicurezza dove ha passato dieci anni. Impensabile per questo afro-americano trentatrenne cresciuto in un ghetto di Kansas City che per tutto il mese di luglio sarà a Firenze. Un soggiorno finanziato dalla Florence Academy of Fine Arts, accademia d’arte americana con sede anche a Firenze dove vanno gli studenti di maggior talento (L'intervista di Andrew Andrea Visconti anche su Radio Capital domenica 25 giugno 2017 alle ore 11.15)

abbandonata tre volte . una dala madre , una dal tutore una dallo stato Ospedale Cosenza. La storia della neonata abbandonata tre volte Non può essere operata perché è figlia di nessuno

la    conferma  a quanto dicevo sullo stato     nel post precedente   lo  rotroviamo  in questa storia presa  da  http://www.cosenzainforma.it/notizia5668/ Venerdì 23 Giugno 2017 - 12:25



Ospedale Cosenza. La storia della neonata abbandonata tre volte
Non può essere operata perché è figlia di nessuno





Sua madre l’ha abbandonata otto mesi fa all‘ospedale civile di Cosenza poco dopo averla messa al mondo senza mai avere mai rimorsi e forse non l’ha mai nemmeno abbracciata. Vive nel reparto di Neonatologia, affetta da una leggera malformazione congenita e senza stimoli, fatta eccezione per le smorfie e il calore degli infermieri che in questi mesi, tra un malato da curare e l’altro, non hanno fatto mancare alla bimba. Perché la tutrice a cui è stata affidata ha preferito lasciarla, come la madre, nella culla del nosocomio. A darne notizia è il Quotidiano del Sud, che per primo racconta la triste vicenda.
Ora la neonata, venuta al mondo prematuramente, non potrebbe più rimanere al reparto di Neonatologia e la sua piccola malformazione potrebbe essere risolta grazie a un intervento chirurgico in altra struttura, ma non può essere trasferita né nel reparto di pediatria né nella struttura sanitaria specializzata perché per entrambe le prassi è richiesta la presenza di almeno un genitore ma nessuno sa a chi chiedere l’autorizzazione. Si sa solo che ulteriori ritardi potrebbero andare a influire sulla crescita psico-fisica della minore.
In sostanza la tutrice a cui è stata affidata non se n’è mai presa cura e dopo tutti questi mesi nessuno ha pensato di intervenire per cambiare la situazione. Di fatto la piccola è stata abbandonata tre volte: dalla madre, dalla tutrice e dallo Stato.
Come già anticipato dal quotidiano regionale, a questo punto non rimane che affidarsi alle competenze del Garante regionale dell’infanzia, il dottor Antonio Marziale, che ha sin ora dimostrato di avere a cuore le sorti dei bambini meno fortunati.


www.francescalagatta.it

  fonte   http://mattinopadova.gelocal.it/padova/cronaca/2017/06/24/

Paura in Clinica ostetrica, bimbo salvato in extremis
Il professor Erich Cosmi era fuori servizio ed è stato richiamato in ospedale «Ho dovuto buttare via il vestito nuovo, ma è bello aver salvato una vita»

di Enrico Ferro

PADOVA. Miracolo in sala parto della Clinica ostetrica. Un bambino del peso di 4 chili e mezzo, giunto ormai alla quarantunesima settimana, è stato salvato in extremis da una delle più gravi emergenze in ambito ostetrico: la distocia di spalla. Il travaglio della madre, una profuga di origini nigeriane, era terminato. La testa era uscita ma il resto del corpo era rimasto incastrato a causa delle spalle troppo larghe. Erich Cosmi, professore associato, (  foto  sotto al centro  )
presente in clinica ma non inserito nel turno di sala parto, è accorso e con una manovra è riuscito a salvare il bambino. «Ho dovuto buttare un vestito appena comprato ma ho salvato una vita. Questa è la nostra missione», conferma il medico.
È successo giovedì tra le 11.30 e mezzogiorno e l’iter seguito prima di arrivare all’emergenza sarà esaminato attentamente per capire se è stato compiuto qualche errore.
La donna in gravidanza era ormai giunta alla quarantunesima settimana e già da tempo nella sua cartella clinica si faceva riferimento alle dimensioni importanti del feto. Un professore della Clinica ha indotto il travaglio, allontanandosi però subito dopo per la fine del turno di lavoro. Sono subentrati poi altri due colleghi ma la situazione è rapidamente precipitata nel momento in cui il feto è rimasto incastrato.
La distocia di spalla è un’emergenza ostetrica in cui la fuoriuscita delle spalle necessita di particolari manovre di assistenza dopo che sono stati effettuati delicati tentativi di trazione della testa verso il basso.
Cosmi è stato chiamato anche se non di turno in sala parto proprio per la sua competenza di fronte a simili urgenze. Intorno a lui c’erano colleghi e infermieri con il fiato sospeso. Fortunatamente la situazione si è risolta nel giro di pochi minuti.Il bambino ora è ricoverato in Patologia neonatale, è intubato ma sta bene.

e.ferro@mattinopadova.it


Ora  da profano  ,  anche  se  pro nipote e  cugino di medici  ,  mi   chiedo Ma non potevano fare un cesareo visto che sapevano quanto pesava ? Infatti , sempre  da  profano  Perché arrivare a quel punto di possibile non ritorno... magari un cesareo programmato sarebbe stato auspicabile !! Comunque Bravissimo il giovane medico ! propongo    come  
Doriano Canella
Complimenti al medico Cosmi; spero che la direzione dell'AOP lo promova Dirigente e il "professore" che se ne è andato per "fine turno" a fargli da assistente. O forse no; potrebbe fare anche danni!





23/06/17

Karitina, 77 anni, era stata la duemilionesima visitatrice della riproduzione della cappella. "È il mio primo viaggio"


La contadina messicana e la Sistina come premio: "Ho pianto, si respira Dio"
Karitina, 77 anni, era stata la duemilionesima visitatrice della riproduzione della cappella. "È il mio primo viaggio"

di PAOLO RODARI

  repubblica  del  23 giugno 2017


Karitina e la figlia nella Sistina
CITTÀ DEL VATICANO - "Non so cosa dire se non grazie". Piange Karitina, 77 anni, mentre in dialetto nahuatl, l'antica lingua uto-atzeca, l'unica che parla e che comprende, comunica al responsabile dei Musei Vaticani, monsignor Paolo Nicolini, grazie alla figlia che traduce le sue parole in spagnolo, ciò che ha provato. Per la prima volta nella sua vita, infatti, ha lasciato il Messico, lo Stato centrale del Querétaro dove vive e dove ha sempre vissuto, per un viaggio premio fino a Roma. Ha lasciato il suo piccolo orto dove coltiva il necessario per vivere, le montagne da sempre conosciute, la sua casa a oltre duecento chilometri da Città del Messico, per un viaggio in aereo mai compiuto prima. Nella Città del Vaticano, l'altro ieri, ha incontrato Francesco mentre ieri è entrata per la prima volta nella sua vita, accompagnata soltanto dalla figlia e da due nipoti, nella Cappella Sisitina le cui porte le sono state aperte in esclusiva per lei alle sette del mattino. Entrata ha guardato in alto, verso il Giudizio universale, ed è scoppiata a piangere: "Dio mio - ha detto rivolgendosi alla figlia - non è possibile!".
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Il viaggio le è stato regalato dopo che per pura casualità era stata la duemilionesima persona a entrare all'interno di una riproduzione "uno a uno" dell'imponente capolavoro di Michelangelo che il regista e produttore Gabriel Barumen sta facendo girare per tutto il Messico a beneficio della popolazione. Si tratta di una replica "multisensoriale" in cui anche gli aromi, i suoni e l'illuminazione sono simili a quelli provati dai visitatori dei Musei vaticani quando fanno il loro ingresso nella Cappella. Per riprodurre gli affreschi sono stati necessari due anni e mezzo, due milioni di fotografie scattate in 170 notti (quando la Sistina era chiusa al pubblico) e la partecipazione di 80 artisti e 70 operai tra ebanisti, fabbri e carpentieri, dal momento che sono stati replicati anche la transenna di marmo e il tappeto usato durante la celebrazione del conclave capitolino.
L'accordo fra Barumen e i Musei vaticani era che il duemilionesimo visitatore avrebbe vinto un viaggio a Roma. Uscita qualche mese fa dal suo tour nella Sistina virtuale, Karitina è stata invitata a fermarsi un momento per una comunicazione importante: nel giro di poche settimane avrebbe avuto la possibilità di partire per l'Italia. Appresa la notizia è rimasta in silenzio, quasi spaventata dall'idea di dover lasciare casa. "Non ho soldi, non ho nemmeno il passaporto, non ho nulla", disse. Tanto che tramite l'Ambasciata messicana presso la Santa Sede è dovuto intervenire il ministero della Cultura del Paese per sbrigare ogni pratica necessaria per avere il passaporto e poter decollare verso Roma.
"L'idea della riproduzione della Sistina e successivamente del premio - racconta Berumen - è venuta al cardinale Giuseppe Bertello, presidente del governatorato vaticano, dopo che due anni fa un artigiano messicano che crea nel suo Paese oggetti che si rifanno a quelli contenuti nei Musei, è entrato per la prima volta in vita sua nella Sistina. Scoppiò a piangere tanta fu l'emozione. E così si pensò di riprodurre la Sistina in modo che tanta gente anche povera di mezzi potesse gratuitamente entrarvi e rivivere l'emozione che vivono i visitatori che giungono a Roma. Insomma, portare la Sistina nel mondo affinché anche chi non può permettersi di viaggiare possa godere delle meraviglie di Michelangelo, possa vivere un'esperienza di bellezza universale".
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Del resto, questo fu anche la pittura italiana nel corso dei secoli: una vera e propria Bibbia dei poveri. Chiunque vedendo le opere dei grandi artisti del nostro Paese poteva conoscere aneddoti evangelici, fatti narrati nel Nuovo e nell'Antico Testamento. Racconta oggi Karitina: "È stato davvero emozionate lasciare il Messico, venire qui e soprattutto incontrare papa Francesco. Entrare nella vera Sistina è un'emozione incredibile. Non so come dire: si respira Dio"

dal razzismo si può guarire ? si con l'amore e con la cultura


 a  chi mi dice   che  è la  solita  storia  buonista     riportata    da repubblica      riporto sotto  l'articolo  della  BBc   media inglese  conservatore


The National Front member who fell in love with Calais Jungle migrant

  • 5 June 2017
  •  
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Beatrice HuretImage copyrightSTEVE FINN
Béatrice Huret stood on a beach on the northern French coast before dawn, watching as her lover headed off across the English Channel in a rickety boat. Would she ever see him again? Had she been taken for a ride, used by a man she met just a few weeks earlier to help him fulfil his dream of a new life in England? Would he drown on the way?
As the boat disappeared over the dark horizon, Béatrice returned to her car, her head full of hope but also full of doubt.
The 45-year-old had just a couple years previously been a card-carrying member of the far-right National Front (FN), and she was the widow of a policeman who she says was racist.
Now here she was helping her migrant lover, Mokhtar, whom she had met in the so-called Jungle migrant camp in Calais, to sneak into Britain.
She recounts the story of how her life changed the day she offered a lift to a teenage migrant in a new book titled Calais Mon Amour.
Béatrice says that before his death from cancer in 2010 her husband had been one of the huge number of police officers deployed in Calais to keep migrants from breaking into the Channel Tunnel terminal or the ferry port, in their bid to get to the UK.
As a policeman he was not legally allowed to join a political party, so he got his wife to sign up instead to Marine Le Pen's FN, which paid her to distribute pamphlets.
She says that, unlike her husband, she was not really racist. But she admits she was worried about "all these foreigners, who seemed so different, and who were getting into France".
Béatrice lived with her teenage son and her mother about 20km (12 miles) from the Jungle, but she had never seen the giant shantytown built of tents and shacks on waste ground on the outskirts of Calais.
On her way home from work one very cold day in 2015, she took pity on a Sudanese boy and agreed to drop him off at the camp, which at its peak last year was home to 10,000 people, most of whom had fled war or poverty in Africa, the Middle East, or Afghanistan.
Then, for the first time, she saw for herself what conditions there were like.
"I felt as though I was in a war zone, it was like a war camp, a refugee camp, and something went 'click' and I said to myself that I just had to help," she says.
Suddenly migrants were no longer just a word, no longer an abstraction.
Béatrice, who works at a centre where young people are trained to become carers, started to bring food and clothing to people in the Jungle, roping in friends and family members to help. Slowly she got to know the camp and its people, ranging "from shepherds to lawyers to surgeons".
Then, in February last year, she laid eyes on Mokhtar, a 34-year-old former teacher who had had to flee his native Iran, where he faced persecution, and was ostracised by his own family for having converted to Christianity.
Iranian protester at Calais migrant camp (March 2016)Image copyrightGETTY IMAGES
She met him just at the moment when photos of him, and of several of his compatriots, were being published in newspapers around the world, because they had sewn their lips together in protest at the appalling living conditions in the Jungle.
"I sat down and then he came over and very gently he asked me if I would like a cup of tea, and then he went and made me tea, and it was a bit of a shock. It was love at first sight," she says.
"It was just his look, it was so soft. There they were with their lips sewn up and they ask me, do I want some tea?"
Iranian protester at Calais migrant camp (March 2016)Image copyrightGETTY IMAGES
But communication was an obstacle, as Mokhtar spoke no French and she, unlike him, had little English. Their solution was to use Google Translate.
A romance blossomed and Béatrice offered to put up Mokhtar and some of his friends in her house, ignoring advice from her friends that she was making a big mistake.
She was under no illusions about her new lover's goal. Mokhtar had already tried to get to England by hiding in the back of lorries and now he was about to try a change of tack. He and two friends gave Béatrice about 1,000 euros (£980; $1,130) and got her to buy a small boat for them.
On 11 June last year, Béatrice towed it to a beach near Dunkirk, and the trio of migrants, none of whom had been in charge of a boat before, set off at about 04:00 on a perilous journey across the world's busiest shipping channel.
"We dressed them up so they would look like men out on a fishing trip, with fishing rods," she says with a smile.
That was the moment when the whole thing might have ended, when Béatrice hoped for the best but worried that she might have been had, and worried that Mokhtar and his friends might even drown.
That very nearly came to pass, when the boat started taking water around 06:30, as it approached the English coast.
It was terrifying, but with hindsight there was something comic about it.
"The youngest was vomiting from fear, the toughest one was smoking cigarettes and saying 'Well, if you have to die, you have to die, that's life,' and there was Mokhtar scooping out the water and phoning the emergency services at the same time," she says.
The British coastguard sent out a helicopter which eventually spotted them and sent a boat out to the rescue.
The three migrants were later questioned by immigration officers, and after a couple of days Mokhtar was sent to an asylum centre from where he could finally contact his beloved, who had been waiting anxiously on the other side of the Channel.
"He gave his address in Wakefield. I went to see him the next weekend," Béatrice says.
And ever since then she has taken a ferry every second week and driven up to see her lover, who is now in a refugee hostel in Sheffield and who has successfully applied for asylum in the UK. They keep in touch via webcam nearly every night.
Beatrice on Skype with Mokhtar
So what of the future? The couple have no plans, Béatrice says, noting that "it hurts when you make plans that don't work out".
"If our relationship ends, then so be it [but] I owe Mokhtar a beautiful love story, the most beautiful one of my life."

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The story for her does not end on a purely happy note. Last August she was arrested and charged with people smuggling. She laughs when she speaks of the charge, as for her the idea that she was in it for the money is nothing short of ridiculous.
She was taken into custody at the same police station where her late husband used to work. Released on bail, she was placed under judicial supervision, and has to report to police once a week, as she waits for her trial to begin later this month.
If found guilty, she could in theory be sentenced to 10 years in prison and fined 750,000 euros, though in her case the penalty would probably be less severe.
Béatrice has also been put on the government watchlist of people who are deemed a potential threat to the security of the state. Most people on this list are radical Islamists. This too makes her laugh.
Was it all worth it?
"Yes," she replied without hesitation. "I did it for him. You do anything for love."
Béatrice Huret's book, Calais Mon Amour, is ghost-written by Catherine Siguret
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22/06/17


Buja: Non può comprare la Lamborghini: la costruisce con il compensato . dopo cinque anni di lavoro William Covasso ha realizzato a casa la propria auto di lusso. Dalla passione per la falegnameria alla realizzazione di un prototipo con pannelli di legno . Realizzando

da  http://messaggeroveneto.gelocal.it/udine/cronaca/2017/06/22/
Il sogno di William si avvera: chiamato dalla Lamborghini .
Il 43enne invitato nella sede della casa automobilistica. Aveva realizzato una riproduzione dell’auto in compensato
                                            di Piero Cargnelutti




BUJA. Dalla Lamborghini realizzata in compensato con le proprie mani, alla possibilità di visitare la sede centrale della nota casa produttrice dell’auto di lusso. Un sogno si avvera per William Covasso, 43 anni di Buja, che negli ultimi cinque anni ha realizzato nel casolare della sua casa in località di Tomba una Lamborghini in formato originale.

"Vi racconto come ho costruito la Lamborghini con il legno"C’è chi può permettersi la Lamborghini, e chi invece se la costruisce da solo. La storia è quella di William Covasso, 43 anni, residente a Buja, che, seguendo la sua passione, tanto per le automobili di lusso che per la lavorazione del legno, è riuscito a realizzare con le sue mani (in cinque anni di lavoro) una Lamborghini, utilizzando pannelli di compensato. (Foto Petrussi - Videoproduzioni, intervista di Piero Cargnelutti)
La sua storia, raccontata sulle pagine del Messaggero Veneto del 08 giugno 2017, è giunta alle orecchie della casa madre a Sant’Agata Bolognese che ha preso contatti con William, e lo ha invitato a visitare lo stabilimento a settembre, oltre che a condividere un pranzo con i lavoratori dell’azienda. E, ovviamente, per fare un giro su una Lamborghini vera: «È un’emozione grande per me – dice William Covasso – e ancora ora non me ne capacito facilmente anche perché io ho fatto tutto quello per semplice passione. Poi, finire sulle pagine dei giornali ed entrare in contatto con la ditta che realizza la mia auto preferita, è qualcosa che non mi sarei mai aspettato. Sono state notti di entusiasmo per me nelle ultime settimane». La Lamborghini ha contattato l’assessore comunale Silvia Pezzetta a cui William avevo voluto far vedere la sua opera: «Ho sentito personalmente – spiega l’assessore Pezzetta – Mario Vecchi, rappresentante dei rapporti istituzionali della Lamborghini, che ha fatto l’invito a William. Credo sia una bella soddisfazione per lui, che è anche un buon esempio dell’ingegno e delle capacità che ci sono sul nostro territorio». Nei contatti che ci sono stati nelle ultime settimane, pare che la Lamborghini abbia richiesto anche le foto laterali del modello realizzato da William e sia intenzionata a far visita a Tomba per vederla con i propri occhi. Non è dunque detto che anche l’opera di William Covasso entri in futuro a far parte del celebre museo che la Lamborghini ha avviato sempre a Sant’Agata Bolognese: «A quello non ci ho pensato ancora – dice William – anche perché ci sono voluti cinque anni a realizzarla. Ma ci penserò: se verranno dalla Lamborghini sono pronto a fargli vedere quello che ho fatto». Certamente, per la nota casa madre bolognese quell’opera testimonia la passione che il bujese William Covasso ha per la celebre Lamborghini, ma i suoi referenti saranno ancora più sorpresi quando verranno a Buja e scopriranno che quel modello è stato realizzato con pochi mezzi tecnici da un autodidatta del legno.

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