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03/01/20

Prima gli italiani; i soldati neri morti per liberarci nella Seconda guerra mondiale

JohnRFox.jpg Il battaglione Buffalo, tutto composto da afroamericani, era impiegato per le azioni disperate. Una scrittrice ricostruisce le loro storie dimenticate. Come quella di John Fox  (  1919-1944   foto a  sinistra  ) che fermò da solo i tedeschi in Garfagnana strano che    a destra    cosi  vanagloriosa ad esaltare  gli alleati come liberatori  non si  parli i loro. Ma    ma   solo delle  marocchinate  .
 P.s
per  chi non lo sa  o  non ricorda  Con il termine marocchinate vengono generalmente definiti tutti gli episodi di violenza sessuale e violenza fisica di massa, ai danni di svariate migliaia di individui di ambo i sessi e di tutte le età (ma soprattutto di donne) effettuati dai goumier francesi inquadrati nel Corpo di spedizione francese in Italia (Corps expéditionnaire français en Italie - CEF) durante la campagna d'Italia della seconda guerra mondiale. Questi episodi di violenza sfociavano a volte anche in esecuzioni coatte degli abitanti delle zone sottoposte a razzia e violenza, e raggiunsero l'apice durante i giorni immediatamente successivi l'operazione Diadem e lo sfondamento della linea Gustav da parte degli Alleati .   ulteriori news  https://it.wikipedia.org/wiki/Marocchinate

Ora   Dopo questo spiegone     veniamo alla  news  in se   trovata    su   repubblica    robinson  1\ I \  2020

Prima gli italiani; i soldati neri morti per noi nella Seconda guerra mondiale

Il battaglione Buffalo, tutto composto da afroamericani, era impiegato per le azioni disperate. Una scrittrice ricostruisce le loro storie dimenticate. Come quella di John Fox che fermò da solo i tedeschi in Garfagnana
                            DI ENRICO DEAGLIO

SOMMOCOLONIA (LUCCA)
Con appena 34 residenti, il paese a 710 metri su un promontorio che domina la valle del Serchio, Sommacolonia può ben definirsi "paese fantasma". 52 case in pietra intorno a una torre medievale diroccata, punto di osservazione che spazia per 180 gradi, tra boschi di castagni. In basso, la storica cittadina di Barga. Qui, negli ultimi giorni di dicembre del 1944 passò la Storia, con l'ultimo disperato attacco di due divisioni tedesche sulla linea Gotica - Operazione Wintergewitter - respinto con un certo affanno dalle truppe alleate; se nei libri di storia militare della Seconda guerra mondiale, la battaglia di Sommocolonia è confinata alle note a fondo pagina, nonostante il fuoco, le bombe, i morti e le conseguenze dello scontro siano stati pesantissimi, è per un certo imbarazzo che da sempre ha circondato tutta la vicenda, ricca di "cose di cui è meglio non parlare".


Per questo fa piacere dare notizia del 26 dicembre del 2019 a Sommocolonia, 75 anni dopo la battaglia: una giornata particolare, con la banda a suonare Bella Ciao, il prete a benedire, gli alpini e l'Anpi ultimi testimoni, tutti intorno a una signora americana dai capelli bianchi, che ha portato nel paese un libro di storia davvero struggente. Solace Wales ha ottant'anni, una vita passata ad insegnare l'arte ai bambini nella Bay Area della California, ha vissuto per quasi quarant'anni con il marito Bill, pittore di paesaggi e nature morte, per parte dell'anno proprio a Sommocolonia e ha sentito raccontare le storie della guerra da chi allora era ancora in vita.
Ora è seduta in una saletta dove la sindaca di Barga, Caterina Campana, ha organizzato un incontro e un rinfresco (prosecco, aranciata e crostini toscani), con il mano il libro appena uscito negli Stati Uniti Braided In Fire: Black GIs and Tuscan Villagers on the Gothic Line 1944, che cominciò proprio in queste case, nel 1987, quando Solace ebbe l'idea di registrare i racconti di Annetta Marchetti, allora novantenne: la linea gotica che passava proprio di lì, il chilometro appena che divideva americani e tedeschi, per cui le donne lavavano la biancheria al lavatoio sia per gli uni che per gli altri, i bambini nascosti nei "fondi" che sapevano distinguere il suono delle suole degli stivali (di gomma, americani; chiodati, tedeschi), la povertà assoluta per cui si mangiava solo castagnaccio, i rifugi dove si dormiva sulle foglie su cui però erano stati messi i lenzuoli di canapa ricamati delle doti, i Nardini e i Biondi che avevano i figli partigiani e, naturalmente, i soldati "negri" della 92esima divisione di fanteria "Buffalo", passati per la Toscana tra la leggenda, il mito e l'oblio.
Istituita nel 1942, sciolta nell'aprile del 1945, impiegata nelle missioni più rischiose della guerra italiana, la Buffalo - incredibile da credersi per un paese democratico che ci ha liberato dal nazifascismo - era completamente segregata, ovvero composta da soldati afroamericani specie degli Stati del sud, in pratica i pronipoti degli schiavi, costantemente umiliati e screditati, inviati nelle missioni più difficili e comandati da ufficiali bianchi che non facevano mistero di disprezzarli.
Sentite il generale Edward Almond, eroe di guerra, che li comandava in Toscana: "Nessun bianco vuole essere accusato di fuggire dal fronte, i Negri invece se ne fregano... Li conosciamo, veniamo tutti dal Sud. E non vogliamo metterci a mensa con loro". A Sommocolonia furono mandati in 75, membri del 366esimo fanteria, un battaglione raffazzonato durante le progressive avanzate dalla Sicilia verso nord, una specie di "battaglione di scarto". Nelle quattro ore di battaglia morirono in 45, altroché vigliacchi. Ma l'esercito americano non spese mai una parola per loro. E dunque toccò a questa mite signora americana, vissuta decenni in mezzo alla purezza di quei luoghi, abituata alla scabra rettitudine morale dei suoi abitanti, andare a rintracciare cosa era stato di quei morti e di quei sopravvissuti. Li ha trovati, ha dato loro un nome, una storia e dettagli. Radio Londra trasmetteva di lasciare i frutti nei campi, e i contadini lo facevano. I Buffalo soldiers avevano buone razioni di cibo, ma li dividevano con i contadini, anche se era vietato e nessuno di loro venne mai accusato di stupri o violenze.
In mezzo a tutti, giganteggia la storia del tenente John Fox, 29 anni, bravo ragazzo dell'Ohio, tenente del 336esimo, "osservatore al tiro", sistemato quasi in cima alla torre medievale di Sommocolonia, da cui vede arrivare, ad ondate, i soldati tedeschi. È l'alba, da giorni c'erano segni di movimenti di truppe tedesche (ed austriache, riconoscibili da un cappello con una stella alpina), ma la segnalazione arrivata a quel gentiluomo del generale Almond, era parsa una fregnaccia di negri e partigiani. Fox è l'unico tramite con l'artiglieria stazionata a Barga, comunica via radio le coordinate dei lanci dei mortai. Le truppe tedesche ormai stanno accerchiando la torre, sono sotto di lui. "Correggi l'alto", comunica. "Sei pazzo! Se scendo, arriva giusto addosso a te". "Fire it!", novello Pietro Micca, Sansone, Protesilao. Quando, quattro giorni dopo i Gurkha dell'Ottavo Fanteria Indiano, riconquisteranno Sommocolonia, troveranno pezzi del corpo di John Fox e dei suoi uomini in mezzo a una quantità di cadaveri tedeschi. Che ci facevano i Gurka, a Sommocolonia, me lo racconta Frank Viviano, l'inviato di guerra del quotidiano San Francisco Chronicle che proprio a Barga venne ad abitare vent'anni fa. Oggi sta scrivendo un saggio su quanto fu davvero "mondiale" l'avanzata del 1944. "I Gurka nepalesi, i brasiliani, i famosi marocchini in Ciociaria, gli americani giapponesi che liberarono la Versilia, e che diedero il più alto tributo di morti. Tutto il mondo era qui, 75 anni fa, in favore della piccola Italia...".
La scrittrice Solace Wales può essere orgogliosa del suo lavoro. La sua ricerca ha fatto conoscere la fierezza e l'umanità dei quei soldati segregati, che tutto fecero tranne che scappare. Nel 1997, soprattutto grazie a lei, John Fox fu il primo soldato afroamericano a ricevere (alla memoria) la Presidential Medal of Honor, che venne consegnata alla vedova dal presidente Bill Clinton, alla Casa Bianca, che nell'occasione ricordò il brutti tempi del razzismo nell'esercito americano "Con la signora Fox eravamo diventate amiche - mi dice Solace Wales - e quindi mi invitò alla Casa Bianca. Fu una serata indimenticabile, Bill Clinton fu ammirevole, e molto caldo". "Sai", mi dice scendendo, cauta, dai gradini delle stradine in pietra dell'antica città fantasma, "mi sono portata le scarpe che avevo quella sera a Washington, le ho qui in borsa; ma poi mi sono resa conto che metterle è un po' esagerato. E anche scomodo".


  se repubblica      dovesse   secondo alcuni poco attendibile  come  sembra    evidenziarsi da questi commenti  al post


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Gianluca Romeo Bello perché repubblica piuttosto che non parlare di un azione che coinvolse decine di migliaia di italiani parla di un mitragliere americano. Fate ridere!
Manfredi Girolamo Sparti Gianluca Romeo , nessuno tace l'eroismo della lotta partigiana, in questo servizio si tratta del sacrificio di un soldato statunitense, sacrificio che ha un significato particolare se si pensa che è stata l' Italia a dichiarare guerra agli Stati Uniti d'America, e che, per di più, ha avuto come protagonista un nero, una cosiddetta " minoranza" disprezzata e messa ai margini della società nella propria Patria.
Gianluca Romeo
Manfredi Girolamo Sparti guardi che non parlavo dei partigiani ma dei 6 mila regolari della Monterosa e della San Marco che attaccarono la 92ma buffalo. L'attacco non era frutto di due divisioni tedesche che attaccarono disperate, ma di due divisioni ITALIANE e di un kampf gruppe tedesco, che volevano alleggerire la pressione prendendo posizioni favorevoli sulla valle del Serchio in attesa dell'atteso attacco di primavera.
Cristian Salvaterra Tanto di qualsiasi cosa avesse parlato l'articolo ci sarebbe stato qualcuno a lamentarsi che non si sta parlando di altro...

                           [....  qui  il resto della  discussione   ]


  ecco  un articolo   dell'avvenire    giornale   della Cei   del  9 \  IX \ 2014
  Da  https://www.avvenire.it/agora/pagine/

I recenti fatti del Missouri ci hanno riportato a una triste realtà: l’illusione che, negli Stati Uniti, le tensioni tra afro-americani e bianchi fossero finite con le lotte degli anni Sessanta. Così non è. Settant’anni fa, però, i loro avi fecero non poca fatica per riuscire a dare il loro contributo alla guerra contro il nazismo.All’epoca, infatti, i «neri» erano ritenuti troppo «ottusi e lenti» per combattere al fianco dei bianchi. Qualcuno si era dimenticato forse (o faceva finta di non ricordare) che proprio un reggimento di soldati di colore aveva avuto una notevole importanza sul fronte francese, durante la Grande Guerra, tanto da ricevere la prestigiosa Croix de Guerre. Ma tra la fine degli anni Trenta e l’inizio dei Quaranta la partecipazione dei discendenti degli schiavi africani nelle file dell’esercito non era lontanamente presa in considerazione.Lentamente, però, iniziarono a farsi largo alcune importanti voci contro l’imperante razzismo. Il Pittsburg Courier, in una lettera aperta al presidente Franklin Delano Roosevelt, chiese di creare una nuova divisione militare composta interamente da uomini di colore, al grido di «date ai nostri uomini la possibilità di combattere». E così, a causa anche dell’andamento della guerra, si decise di organizzare una divisione di «neri»: la 92ª denominata «Buffalo» (simbolo anche dell’unità militare), un vecchio appellativo dato dai pellerossa agli uomini di colore che combatterono nel 10° Reggimento di Cavalleria: sia per la loro capigliatura riccia che ricordava il manto del bisonte, sia per la loro forza e tenacia simile a quella dell’animale che per i nativi era il più sacro, nobile e degno di rispetto.Addestrati tra Texas e Alabama, i Buffalo furono comandati da ufficiali degli Stati del sud, razzisti di prim’ordine, ritenuti più adatti al comando di quella singolare unità per le loro esperienza di schiavisti. «I soldati non ricevettero un addestramento adeguato – spiega Vittorio Lino Biondi, ufficiale dell’Esercito Italiano, esperto di storia militare locale –. Inizialmente i Buffalo Soldiers furono destinati alla guardia agli aeroporti alleati nel Mediterraneo. Infatti, gli Usa avevano puntato molto sulla superiorità della forza aerea seguendo le indicazione di un generale italiano, Giulio Douhet, che aveva pronosticato: "Vincerà chi avrà il dominio dell’aria". In seguito i soldati di colore furono inviati su un fronte terziario a sorvegliare obbiettivi sensibili che si trovavano nel sud Italia; non era previsto un loro impiego al fronte».Ma dopo la conferenza di Teheran venne deciso di spostare forze della V Armata dal teatro italiano per attaccare il sud della Francia, rimpiazzandole con gli uomini della 92ª che – appena sbarcati a Napoli – si trovarono così di colpo in prima linea. Entrati in combattimento giusto settant’anni fa a Pisa, gli afroamericani sostituirono la Força Expedicionária Brasileira nel settore apuano, della Versilia e della Valle del Serchio. I soldati costituirono con le popolazioni locali un ottimo rapporto combattendo invece una «doppia guerra». Ha spiegato infatti Ivan J. Houston, reduce della Buffalo: «Non combattevano solo contro il nemico nazista, ma anche contro un nemico interno: il razzismo degli alti ufficiali bianchi».Il generale comandante della divisione, Edward Almond, li accolse così: «Noi non vi abbiamo chiamato. I vostri giornali e politici neri assieme ai vostri amici bianchi hanno insistito per vedervi combattere e io mi impegnerò perché voi combattiate e offriate la vostra parte di vittime». I caduti furono più di mille; 3500 invece i feriti e i dispersi. Almond spesso accusò i neri di scarso coraggio, ma non fu così. Ad esempio a Sommocolonia, un piccolo borgo montano del comune di Barga, durante uno degli ultimi colpi di coda dei tedeschi, l’«Operazione Wintergewitter» attuata di sorpresa il giorno di Santo Stefano 1944, il tenente John Fox compì un atto di straordinario eroismo: chiamò il tiro dell’artiglieria americana sulla sua posizione, sacrificandosi per la riuscita della battaglia.
Ben prima che gli Stati Uniti negli anni Novanta, con l’amministrazione Clinton, concedessero ai Buffalo la prestigiosa Medal of Honor, il professore di storia contemporanea all’università di Udine Umberto Sereni promosse l’intitolazione di un cippo alla divisione nera, individuando nel periodo bellico italiano l’inizio del riscatto del popolo afroamericano. Un particolare messo in evidenza anche dal documentario Inside Buffalo, premiato al Festival del Cinema di Berlino e realizzato dal regista italo-ghanese Fred Kuwornu, che ha conosciuto la storia dei black warriors sul set del film di Spike Lee Miracolo a Sant’Anna; quest’ultimo racconta proprio della partecipazione di un gruppo di militari della 92ª alla Campagna d’Italia.«I buffalo soldiers – spiega Kuwornu – parteciparono agli scontri sulla Linea Gotica e al Cinquale, liberando con le altre forze alleate e i partigiani le città di Lucca, Viareggio, La Spezia, Genova. Ma al loro rientro non ricevettero alcun riconoscimento se non solo dopo vari decenni, come nel caso di Vernon Backer che ebbe un ruolo fondamentale nell’assalto al Castello Aghinolfi di Montignoso».Il filmato, proiettato tra l’altro alla Library of Congress di Washington e alla New York University, ha ricevuto i complimenti da parte del presidente Barack Obama, che in una lettera al regista ha scritto: «Nonostante i tanti ostacoli i Buffalo Soldiers servirono la Patria con coraggio, preparando la strada alle future generazioni. Nella Seconda Guerra Mondiale esemplificarono il loro eroismo collaborando alla liberazione di un continente dalla tirannia, cambiando il corso di un intero secolo».