31/01/09

perchè ricordo e faccio post sulla memoria


"Memoria" deriva da una radice sanscrita, e significa "pensare".
"Georgofili, una via, una strage" è un modo per far conoscere alle nuove generazioni un tragico pezzo della vita di questo Paese, ma anche un modo perché ciò che è stato mai più accada.


Saverio Tommasi


Senza titolo 1212

  VI PIACE LA CANZONE DEI POOH PENSIERO ?  :-)


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Il mio faro


               

Immagine presa in rete


Il mio faro


Ho fatto un giro in barca
sull' oceano "Faceboock"
per circa un mese  mi sono
smarrita  ho sofferto
anche  il mal di mare.
Quanti gabbiani...
quante gabbianelle
ho incontrato lungo la via
come incantati
stregati da mille sirene
in questo grande mare
ammaliati sono approdati.
Ma  il  loro cuore  è triste
il ricordo l'amore resta
per il piccolo mare.
Volteggiano intorno
girano ...girano  a largo
senza fermarsi cercano
cercano  ancora
la grande torre per riposarsi.
Una balena bianca
ha udito il mio pianto
con un filo d'oro
mi ha rimorchiato
trainando la piccola barca
verso la luce del grande faro,
Oh! come è bello il mio mare azzurro
finalmente lontano ...lontano
ecco la luce del grande faro.
Grazie balena bianca
il piccolo porto ho ritrovato.
Qui si respira un'altra aria.
Finalmente sono tornata a casa.


franca bassi



franca


Con questo post circa un mese fà scrivevo e annunciavo:


..."Con questa immagine ci sono anch'io su faceboock, ma sinceramente, ancora non sono tanto convinta. Trovo questo salotto troppo grande, ma sono  curiosa per la novità. Adesso provo per un po', vedo che aria tira, e poi eventualmente mi ritiro nel mio bosco. Vabbè!  sono una vecchia abitudinaria, prima che lo pensate, me lo dico da sola, ma la verità è che  quando mi affeziono, è difficile che lascio i primi amori. Per adesso,  preferisco fare commenti  e post su i blog tradizionali, ci sono meno cose da fare. A me piace leggere e commentare! entrare in sintonia, ma quando si è in molti, è molto difficile affiatarsi. C'è da rispondere a tante  lettere, ci sono tanti inviti che arrivano, amici...amici, allora il vecchio proverbio che diceva: "Chi tova un amico trova un tesoro". Che dite,  stiamo diventando tutti ricchissimi? oppure, che  sia un miraggio per la crisi che stiamo vivendo?. Sapete la mia verità? Io devo lavorare, cucinare, giocare con i nipoti, portare la carrozza e fare le file per pagare le bollette ecc. Comunque per adesso come diceva un  gabbiano amico: "Ci passo a prendere un  caffè".Franca Bassi"...


Oggi posso dedurre ci sono troppi...troppi amici virtuali, a me  prendere troppi caffè  mi fanno anche male!"
Cari amici, sono stata con voi in questo spazio virtuale per poco tempo, ma non mi sono convinta,mi sembra una moda, un po' come il telefonino, che ancora riesco a stare senza. In questo breve tempo mi sono resa conto che non fa per me, io desidero navigare in un piccolo mare, "l'oceano Faceboock" mi spaventa, alla mia età è già molto quello che faccio, nei nostri mari. Ho bisogno di andare nei boschi, ho bisogno di andare sui monti, nello schermo del Pc  i tramonti colorati sono veri solo dopo che li ho rapiti  per voi.Non mi basta il virtuale ho bisogno di vedere un'amico e parlare con lui, e guardarlo negli occhi, ho bisogno di dare una carezza a un  bambino, ho bisogno di tendere la mano a un'anziano. Ci sarà un giorno che mi trasferirò nello spazio, e ci dovrò stare per sempre, ma le ali ancora non mi sono spuntate.Finchè mi sarà donato, mi fermerò alle vecchie case, e passerò il mio tempo all'aria aperta, questo è il mio desiderio. Vi abbraccio forte franca.


 


Senza titolo 1211

  QUESTO E' UN CAMION OM TIGROTTO !  L'AVETE MAI VISTO ?  :-)


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30/01/09

l'ennessima stupidità psicologica e el politicamente scorretto

 ringrazio i  compagnidistrada  www.censurato.splinder.com




LONDRA
«Cenerentola è costretta a lavare e pulire tutto il giorno e Biancaneve offende i suoi amici chiamandoli “nani”». E allora mamma e papà “censurano” le favole. Secondo un sondaggio condotto su 3.000 genitori, un nutrito gruppo di intervistati considera le fiabe politicamente scorrette. «Sono troppo tristi, non le leggiamo più»: così i classici dei fratelli Grimm o di Perrault, finora sempre molto amati, rischiano di sparire dalle camerette dei bambini. “Biancaneve e i sette nani” è una delle storie più contestate. Un genitore su dieci pensa che il titolo della celebre favola, che racconta di una principessa odiata per la sua bellezza dalla malvagia regina e strega Grimilde, non sia politically correct: «Bisogna modificarlo».
Biancaneve e Cenerentola sono comunque in buona compagnia. Anche Raperonzolo è “troppo crudele”. Secondo l’indagine del sito TheBabyWebsite.com, il 66 per cento di mamma e papà crede ancora che la Bella addormentata, Hansel e Gretel, Pinocchio diano ai loro figli dei messaggi di moralità. Ma, purtroppo, molti altri ritengono le fiabe così inappropriate da vietarle prima della buonanotte. Cappuccetto rosso, per esempio, è “spaventosa”. Vedere una dolce bambina alle prese con un lupo cattivo che mangia la nonna, non aiuta i sogni dei più piccoli. Per il 17 per cento bisogna evitare letture di questo tipo per non creare incubi spaventosi.
«Le favole ci portano in un mondo fatato che stimola la nostra fantasia» dice un portavoce del sito TheBabyWebsite.com . «I bambini – aggiunge- amano farsi raccontare storie diverse ed è vergognoso che i genitori di oggi vietino storie che per secoli sono state raccontate ai più piccoli di tutto il mondo». La guerra alle favole è aperta e molti classici vengono rimpiazzati da storielle come Gruffalo o Winnie the Pooh. I genitori in rivolta hanno già pubblicato una lista “che provoca il pianto”. Ai primi posti Hansel e Gretel, Biancaneve, Cenerentola e Cappuccetto rosso.

per risolvere i problemi della violenza sulle donne



Non sarà qualche militare in più a risolvere il problema degli stupri. Piuttosto, iniziare l'educazione ai sentimenti e insegnare le differenze di genere già alle elementari ne ridurrebbe il numero

anche l'italia ha il suo cesare battisti


Un caso “Cesare Battisti” ce lo abbiamo anche in Italia. Non ha sollevato le polemiche. Anzi, è passato sottotraccia, senza creare scalpore, senza alcuna indignazione ministeriale o richieste di annullamento di amichevoli. Il “nostro Cesare Battisti” è uruguayano, anche se da qualche anno ha la nazionalità italiana. Si chiama Jorge Troccoli. Ha 64 anni, la corporatura robusta e un pizzetto bianco. È stato capitano dei Fucilieri Navali dell’Uruguay, ed è accusato di aver fatto sparire un numero imprecisato di persone nel suo paese tra il 1975 e il 1983. Tra questi sei cittadini italiani. Il governo Berlusconi, nel settembre scorso, ha respinto la sua richiesta di estradizione.
Secondo la magistratura Troccoli prese parte a quello che è conosciuto come Piano Condor. Una sorta di internazionale del terrore che, negli anni ’70, coordinò il sequestro, l'interscambio e la sparizione di migliaia di oppositori politici in Cile, Paraguay, Uruguay, Brasile, Bolivia e Argentina. Troccoli ammise la sua partecipazione al trasporto clandestino dei detenuti politici tra Uruguay e Argentina ma non ha mai subito un processo. Troccoli ha lasciato il Sud America da tempo per rifugiarsi proprio in Italia, dove nel 2002, nonostante si conoscesse il suo passato, ha ottenuto la cittadinanza italiana. Secondo la stampa uruguayana per lo stesso reato di cui è accusato Troccoli, «omicidio specialmente aggravato» e «violazione dei diritti umani», lo scorso ottobre la Corte d’Appello di Montevideo ha confermato l’incriminazione dell’ex dittatore Gregorio Alvarez e dell’ufficiale della Marina in pensione Juan Carlos Lacerbeau.

In Italia Troccoli è stato arrestato il 29 dicembre del 2007 a Marina di Camerota in provincia di Salerno nell’ambito dell’inchiesta condotta dal pubblico ministero Giancarlo Capaldo sui deparecidos di origine italiana. Nella quale sono coinvolte circa 147 persone (14 brasiliani, 61 argentini, 32 uruguayani, 22 cileni, 7 boliviani, 7 paraguyani e 4 peruviani) accusate di crimini contro l’umanità. Ma in carcere Troccoli era rimasto poco. La Corte di Appello di Salerno lo aveva rimesso in libertà il 24 aprile scorso non essendo pervenuta nel termine previsto del 23 marzo la richiesta di estradizione dall’Uruguay. Nel paese sudamericano la cosa aveva sollevato un caso nazionale. Dopo due mesi di proteste lo scorso giugno il governo di Montevideo aveva deciso di sollevare l’ambasciatore Carlos Abin e il suo braccio destro Tabare’ Bocalandro. Ma soprattutto di proseguire la causa contro l’ex capitano, riprendendo l’iter di estradizione.
Una richiesta che lo scorso settembre ha subito un brusco stop. Il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha negato alle autorità uruguayane di riprendersi Troccoli. Nella risoluzione si sostiene che l’ex militare accusato di crimini contro l’umanità è nato in Italia ed è rimasto cittadino italiano, per cui per il trattato in vigore tra i due paesi, non è estradabile. Nonostante ciò, si dice sempre nella sentenza, «l’Uruguay potrà sempre chiedere all’Italia che venga sottoposto a processo per reato di sparizione forzata». 



 fonte  l'unita.it

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  VI PIACE LA CANTANTE NELLY FURTADO ?  :-)


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Juan Piras non è Juan Peròn Un’inchiesta mette fine alla leggenda

  rimettendo  in ordine fra le cose portate  dall'ospedale  ho trovato questo   articolo  al mito  ,  già preceente trattato  nel  nostro  blog   che  vedeva  l'origine sarda del leader  politico argentino J. peron 

 dall'unione  sarda (  giornale  molto favorevole   al mito  dele origini sarde fi Peron  )    del 21\1\2008


di Carlo Figari


Juan Peron L’emigrato di Mamoiada Giovanni Piras non è il presidente argentino Juan Peròn. Saggi, romanzi e giornali da una decina d’anni hanno alimentato una leggenda nata nel 1951 dopo due articoli pubblicati dall’avvocato Nino Tola su L’Unione Sarda. Ipotizzavano che l’operaio sardo arrivato a Buenos Aires nel 1910 per lavorare alla costruzione della ferrovia avesse cambiato identità diventando nientemeno che il generale e poi presidente Peròn, fondatore del partito populista dei “descamisados”. In tempi recenti alcuni ricercatori sardi (Peppino Canneddu, Raffaele Ballore, Gabriele Casula) e più di recente il giornalista Giomaria Bellu con un romanzo, hanno affrontato l’affascinante mistero sotto i più diversi aspetti, ora portando prove a favore della tesi dello scambio d’indentità, ora negando i possibili legami. Un vero e appassionante giallo storico su cui oggi si può mettere la parola fine grazie all’inchiesta realizzata in Sardegna e soprattutto in Argentina dal mamoiadino Piero Salerno, pronipote di Giovanni Piras, dalla giornalista argentina Faustina Hanglin e dalla regista toscana Chiara Bellini. Il loro reportage è stato ripreso passo passo da una telecamera e, in attesa si essere trasmesso su qualche tv, è disponibile in Dvd con tutti i documenti raccolti durante il viaggio.
A svelare il mistero sono i dati anagrafici, trovati ed esaminati attentamente. Il certificato di morte afferma senza ombra di dubbio che Giovanni, noto Juan, Piras è morto nel 1959 in un paese nella provincia di Santa Fe dove vivono ancora le tre figlie dell’emigrato. Salerno ha scoperto nell’archivio delle Ferrovie il documento di pensionamento e tutta la carriera, tappa per tappa, del mamoiadino che dalla Patagonia è risalito a Rosario e infine a Santa Fe, nel nord del paese. <Mio zio non poteva lavorare dodici ore al giorno nelle ferrovie e nello stesso anno scrivere un trattato militare in perfetto spagnolo con la firma di Peròn>, dice Salerno. Tutti i fantasiosi, quanto verosimili indizi, presentati per supportare la tesi del cambio d’identità vengono dissolti dal documentario-inchiesta girato da Chiara Bellini. <Tutte coincidenze>, sottolinea Salerno.
Sulle origini sarde parlò lo stesso Peròn durante un’intervista negli anni Cinquanta, ricordando uno zio proveniente da Alghero o forse da Cagliari. <Ma in Sardegna non esiste un cognome Peròn, probabilmente originario del Piemonte o della Savoia> sottolina Chiara Bellini. Peròn negli anni Cinquanta, mentre Giovanni Piras lasciava il lavoro nelle ferrovie nel 1955, andò in esilio a Madrid e tornò in Argentina nel 1973 (morendo proprio in quell’anno). <La leggenda ha appassionato soprattutto i nostri emigrati> conclude Piero Salerno: <sicuramente è una bella storia, ma cominciava a diventare pericolosa quando sono spuntati i servizi segreti e gli interessi sull’eredità di Peròn.

  Cercando in rete ulteriori news  con google news  ecco cosa  ho trovato    su questo  sito0 
 da  www.cinemaitaliano.info/

Note di produzione del documentario "La Vera Storia di Juan Piras Perón"


che  smentisce    anzi demolisce  clamorosamente  tale  mito  che durava  dal  quasi 60  anni 

 Confidavo di essermi lasciato definitivamente alle spalle tutto il torbido che gli speculatori d'ordinanza avevano ormai irrimediabilmente sparso su tutta la storia, quando il signor produttore emerse dall'oblio e mi chiese (con un affabile tono di imposizione) di scrivere una sagace e ancorché risolutiva nota tecnica sulla costruzione del film e sulle sue reali prospettive. 

Note di produzione del documentario "La Vera Storia di Juan Piras Perón"


Fu un frangente penoso e straziante... da un lato non avrei mai voluto ripercorrere con la memoria quella sterminata mole di ricordi traumatici, dall'altro mi trovai in seria difficoltà nel cercare di discernere il ruolo di tutte le parti in commedia: ero assolutamente sicuro di essere io il produttore del film, ma ricordo nitidamente il produttore del film che mi chiese risolutamente di darmi da fare (e in fretta, ché il signor produttore ha una sorta di fretta fisiologica, quasi a prescindere) per portare a compimento quello per cui ero stato investito.
E io mi diedi diligentemente da fare. Provai soltanto a proporre un titolo differente... "Nota del produttore" era troppo asettico e impersonale, mi sembrava più incisivo e più italiano "Incubo del produttore", ma già sulla mia idea di deviare dalla linea ortodossa dell'altissimo iniziai a sentire strani formicolii, tremori e brividi lungo la schiena.
Ecco quindi la sua fedele e rigorosa ricostruzione dei fatti.
Successe davvero tanto tempo fa... sfogliando la carta di giornale con cui avevo avvolto la scarna spesa del supermercato, trovai la classica notizia-bomba: "L'uomo invisibile vive, lavora e si muove abitualmente tra noi...".
Il trafiletto riportava, tra una macchia d'olio e un'incrostazione d'uovo, una squinternata teoria (molto seguita in alcune isole del Mediterraneo) che riguardava proprio l'uomo invisibile e tutti i suoi parenti.
Fu una specie di inavvertibile colpo di fulmine... divorai letteralmente tutto quello riuscii a trovare sull'argomento, e fu in quei giorni di ingovernabile entusiasmo che decisi di prendere seriamente in considerazione l'ipotesi di produrre un film che avesse come protagonista una sorta di uomo invisibile. Anzi, in questo caso addirittura due.
E fu proprio pensando ad altre tesi e teorie in apparenza irrefutabili (l'11 settembre auto-indotto, la Terra cava abitata da persone vuote, Al Qaeda come mandante degli omicidi di Jack lo Squartatore e altre non ancora disponibili sul web), che la scintilla produttiva di "Identità - La vera storia di Juan Piras Perón" si accese.
Ma si accese al contrario, ovvero ragionando, e quindi invitai l'intero staff di ricercatori a costruire la struttura filmica con una metodologia nuova e assolutamente rivoluzionaria: cercare una volta per tutte colui che si riteneva scomparso.
La storia si complicò immediatamente non appena commisi l'ingenuità di cercare di completare il budget del film non attraverso i soliti canali istituzionali, ma contattando direttamente il numero verde (attraverso un'opportuna deviazione di chiamata) dei servizi segreti.
La risposta non si fece attendere... ero a letto, saranno state le cinque di mattina di una fredda e nebbiosa mattina invernale, quando il telefono di casa trillò con un suono tutto particolare, più intenso del solito, quasi più importante.
In un italiano perfetto, un po' aulico, un certo Juan Carlos si presentò con una cortesia quasi antica, stucchevole, ma con una determinazione che non mi lasciò alcuno spazio di replica.
Richiamando alla mente il soggiorno spagnolo dell'ultima moglie di Perón, Isabelita, repentinamente mi inginocchiai in un sorprendente (soprattutto per me stesso) impeto monarchico, e salutai il re con la dovuta deferenza.
Juan Carlos fu molto comprensivo, e mi tranquillizzò... pur condividendo con me la fugace nostalgia del tempo che fu, disse che dovevo stare attento, e che dovevano stare attenti tutti quelli che si stavano imbarcando nell'operazione sacrilega della ricerca di Giovanni Piras.
E che, a scanso di fastidiosi equivoci e ulteriori fraintendimenti, dovevano stare attenti anche quelli che con il nostro film non c'entravano nulla.
Con una timida marcia indietro, tentai di ingraziarmi tutto quel popò di potere che mi degnava della sua attenzione, e cercai con una presunzione fuori luogo di carpire qualche informazione.
Juan Carlos fu molto abile nel riportare la conversazione nei giusti canoni (cioè i suoi), e mi mise a conoscenza del tariffario esatto di tutte le informazioni disponibili su Juan Domingo Perón, sulla sua famiglia, sulle sue mogli, su Licio Gelli e anche su alcuni suoi cani dal nome ambiguo di cui si sussurravano strane tendenze reazionarie e golpiste.
Ricordo che mi rallegrai dellinapplicabilità dell'I.V.A. sul tariffario, ma convenni con Juan Carlos che, per quanto più convenienti rispetto ai prezzi praticati al dettaglio dai servizi segreti italiani, tutte le prestazioni offerte erano ampiamente al di sopra di quello che si poteva permettere un piccolo film indipendente. Per di più documentario, e pure italiano.
Ricordo anche che chiesi il prezzo di informazioni deliberatamente false o magari già usate, confidando in un trattamento economico di favore, ma per le notizie di stampo complottardo (sempre richiestissime, a detta di Juan Carlos) il prezzo poteva salire in modo esponenziale.
Non nascondo lo scoraggiamento di quel momento in cui tutto sembrava a portata di mano, ma sempre drammaticamente irraggiungibile. Ma è a quel punto, però, che Juan Carlos si rivelò fino in fondo l'intimo e fedele amico che è ancora oggi.
Tra una burla e una pinzillacchera, disse che il pagamento doveva essere fatto preferibilmente in dollari (in banconote non segnate, che tanto a segnarle c'è un ufficio apposito dei servizi segreti) e si raccomandò ripetutamente di evitare l'euro a causa del formato, troppo poco rettangolare per i portafogli e le ventiquattrore argentine.
Lo dovetti deludere definitivamente, il film era davvero indipendente. Probabilmente, a ben vedere, indipendente anche dal suo produttore.
Juan Carlos non si perse d'animo, e si lanciò in alcune acute metafore per farmi definitivamente capire la realtà della situazione: ipotizzò la mia presenza in Argentina, e spiegò che l'abitudine del quarto o quinto lavoro in nero non è una peculiarità solo italiana, e che lui, negli eterni ritagli di tempo libero che bene o male componevano tutte le sue giornate, svolgeva altre attività a beneficio della sicurezza nazionale: tra le altre, la guida turistica e il bigliettaio ambulante.
Non scorderò mai quei momenti di munifica immaginazione... accompagnato da un (vero!) agente dei servizi segreti argentini (ma travestito da re di Spagna, forse solo per un'aderenza fonetica), ebbi modo di conoscere una Buenos Aires che forse non è mai esistita e, ormai sulla via del ritorno, non fui neanche costretto a fare quelle odiosissime file al check-in dell'aeroporto di Ezeiza.
L'ultima immagine di Juan Carlos che porto nel cuore è del suo viso rassicurante (ma sul corpo da favola di una hostess viziosa e ninfomane) che mi rimbocca le coperte sulla poltrona extra-lusso della prima classe del volo delle Aerolineas Argentinas e che, dopo lo scalo tecnico a Mamoiada, mi deposita in assoluta sicurezza a Roma.
Arrivato quella stessa mattina in ufficio, mi adoperai con estrema celerità per dare a Juan Carlos quello che era di Juan Carlos: feci quindi stampare migliaia di copie di un santino con la sua effigie e la scritta "Cerca piano, Juan Carlos ti osserva e ti registra" e diedi mandato di distribuirne copie illimitate in Italia, in Argentina, in Svizzera e nell'isola di Pasqua (insomma, in tutti quei posti dove erano documentate le tracce di Giovanni Piras).
Il metodo si rivelò infallibile, e una sorta di schiera celeste di Giovanni Piras iniziò a convergere verso la nostra ricerca, ma con un unico imprevisto: tanto era comune il nome Piras in Sardegna, che nella rete caddero anche moltissimi Mario Rossi italiani, John Smith americani e Hans Müller tedeschi... fummo costretti a sospendere la ricerca orizzontale e tentammo quella stratigrafico-verticale. Ma a tutt'oggi, non abbiamo ancora trovato il relativo libretto di istruzioni per l'uso.
Nel frattempo, le spese incedevano senza sosta. In mezzo ai più astrusi problemi economico-finanziari, anche la famiglia di Giovanni Piras iniziava a dare segni di impazienza: trattandosi di più di cinquemila parenti, li invitai a riunirsi tutti in uno stadio di calcio e provai a spiegare loro il senso della ricerca che avevo tempo prima imparato a memoria dalla diretta voce delle autrici.
Ricordo con pudore il mio imbarazzo, quando al microfono e nel bel mezzo del campo di calcio e davanti a tutta quella gente, fui sonoramente fischiato per il mio sardo appena appena scolastico. Provai in inglese, ma il risultato non cambiò.
Solo rimanendo in silenzio, io come tutti i parenti sugli spalti, trovammo come d'incanto un'intesa perfetta.
La situazione era ormai totalmente fuori controllo. Rimasi senza soldi pochi giorni prima di acquistare i biglietti aerei per l'Argentina, ma tra collette di solidarietà e brevi tratti oceanici in barca-stop riuscii nell'epico (doppio) risultato di portare la buona novella di Giovanni Piras in Argentina e con la novella pure la mini-troupe.
Una volta in Argentina, capii che la ricerca sarebbe potuta durare all'infinito... in cerca di aiuto, tentai affannosamente di rimettermi in contatto con Juan Carlos, ma al suo vecchio recapito (il numero verde era diventato nel frattempo a pagamento) rispose un individuo bislacco che parlava in un vernacolo incomprensibile. In altre occasioni, invece, parlando in un italiano molto stentato, affermò cose, coincidenze e teorie prive di qualsivoglia appiglio reale. Affermava inoltre di non essere solo, si riferiva a se stesso in un triplice plurale majestatis e vaneggiava di essere posseduto in egual misura dalla C.I.A. e da Linda Blair.
La mini-troupe mi abbandonò al mio delirio di produttore ostacolato da tutto lo star-system patagonico (dove, guarda caso, aveva soggiornato la famiglia di Juan Domingo Perón fin dall'epoca dei Conquistadores...) e fu in quel momento, solo e disperato, che Juan Carlos mi apparve in sogno... lo vidi al centro di un enorme tavolo apparecchiato per la cena, attorniato da dodici agenti segreti che si imbrattavano le bianche vesti con l'olio gocciolante di una celestiale carne alla brace.
Mi disse ancora una volta di stare tranquillo, che ormai anche dall'alto era stato autorizzato lo sdoganamento della vera storia di Giovanni Piras (o di Juan Perón, che è uguale).
Chiamai allora, in un misto di eccitazione e di estasi mistica, la regista e i protagonisti del film... dissi loro che il mistero era stato finalmente risolto... è probabile che feci un po' di confusione tra il terzo mistero di Fatima, Giovanni Piras e la fonte dell'eterna giovinezza ma alla fine li convinsi che non c'era bisogno di convertirsi alla doppia identità proprio a Damasco, e che, visto che eravamo in Argentina, ormai tanto valeva convertirsi lì.
Ma l'epilogo, purtroppo, non è stato dei più lieti.
Ancora oggi, nel mio ufficio tutto bianco e dalle pareti imbottite, comunico costantemente con Juan Carlos per via telepatica. Dissentiamo ormai solo un punto: io affermo che i disturbi di comunicazione sono dovuti alla lontananza dei nostri rispettivi continenti, lui ribatte che il problema deve per forza essere di natura diversa... le camere adiacenti non sono oggettivamente così distanti.
In tutto questo, la vita va avanti... ho appena convinto Juan Carlos a co-produrre con me il prossimo film di Chiara Bellini (la storia di un viaggiatore, tipo emigrante, che sparisce nel nulla ma lascia delle molliche di pane che unite secondo lo schema rosacrociano conducono all'esatta individuazione di Atlantide), che sarà interpretato sempre da Faustina Hanglin e Piero Salerno (che al momento si stanno litigando il ruolo del pane da smollicare e di Atlantide).
E Giovanni Piras? Ho saputo che era in lista d'attesa per tornare in Italia (via Mamoiada) con il volo successivo al nostro.
Le certezze sfumano, i contorni diventano vaghi e confusi... di sicuro, oltre la morte, c'è solo che lo ritroveremo nel paradiso delle leggende a lieto fine.
Scusate se mi allontano un momento, ma devo chiedere a Juan Carlos conferma di quest'ultima mia affermazione.

Francesco Scura

Senza titolo 1209

  QUESTO E' IL FUMETTO PICCOLO RE !  L'AVETE MAI VISTO ?  :-)


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Orchi

Turisti di sesso, soprattutto italiani. Ci sono uomini crudeli che approfittano, della miseria e fanno con la massima indifferenza violenza a degli innocenti.Immagine in rete



                                    bambini

Un uomo

Un uomo buono
la prese per mano
e la portò a spasso.
Un uomo buono
le carezzò i capelli.
Un uomo buono le regalò
ciocccolate e caramelle.
Un uomo buono
le comprò un tutù rosa.
Un uomo che credeva buono
le fece tanto tanto male.
Non era un uomo buono
ma era solo uno sporco orco
tanto tanto tanto  cattivo.

Franca Bassi


letture ospedaliere e ritono a casa

dopo  una settimana   ( sui tre  giorni  previsti  per  un operazione  d'ernia inquinale bilaterale  )   causa  un emorragia    forse tessuti  deboli  o , ernia profonda  o movimenti  bruschi  mi  hanno dovuto ricoverare  e rioperare  di nuovo  all'ernia  desra d'una  .  si rientra   a casa  .

Sonbo riuscito a vincere la malinconia   e la lontananza  da voi  e  dalle mie cose  grazie  alla cionfra che avevo in camera  e  i concerti notturni da  sotto io  e  da  sopra   loro  operati ai calcoli al fegato  e  al pancras  .


Ma  soprattutto alla lettura  di questi libri  stupendi  è formativi    che  mi hanno arricchito il mio bagaglio culturale  e la mia identità


il primo è  "Quelli dalle labbra bianche" e "II parroco di Arasolè"   ( stupendo ii primo  r tanto che il regista  del  film da  esso tratto  no ìn ha modificato  o ha modificato pochissimo  dell racconto originale . Bello  profondo il secondo ma  troppo emozionale  e caotico )  dal al titolo  due romanzi brevi strettamente correlati per tema e spirito - rappresentano un capitolo fondamentale nella rappresentazione letteraria di una Sardegna senza autocompiacimenti etnici e folklorici. Un giorno, nel villaggio-universo di Arasolè, il campanaro Daniele Mele, suonando a doppio, chiama a raccolta i compaesani per rendere omaggio, dopo vent'anni, ai caduti in guerra. Daniele Mele, unico superstite fra i compaesani spediti nella disastrosa avventura, è la voce recitante della memoria di una sotto storia che riporta alla trincea, al caposaldo tre della linea K sul fronte russo. Gli orrori del fronte, il ritorno al villaggio e alle sue storie si mescolano in una poesia della solidarietà contro la retorica e la logica dell'eroismo. Dal villaggio-universo di Arasolè proviene anche Don Adamo, protagonista e voce recitante del secondo romanzo. Un'eclisse solare è occasione per le sue riflessioni, per gli sfoghi di sradicato dalla originaria comunità contadina, spedito per superiore volere ad amministrare la chiesa del paese-dormitorio di un polo industriale, petrolchimico  di Sarroch (  zona ddi cagliari  ) 

Poi  ...

la  triologia   di  Agnes Browne (   Agnes Browne Mamma , I marmocchi  di Agnes Browne Nonna   di O'carroll Brendan  a  destra la    copertina    del  primo .  Tali libri sono 
Un capolavoro della comicità, uno strepitoso ritratto di donna, un inno alla Dublino proletaria, tra pinte di birra, battute, affetti e tenerezze e  comicità 
nel più puro stile dei narratori irlandesi. Infatti come dice la  recensione di   Ibs  sul secondo libro   << Seguire le loro vicende significa avere un assaggio del senso di appartenenza che caratterizzava, e forse caratterizza ancora, una parte della società dublinese. Quella che noi chiameremmo solidarietà di classe, in particolare della working-class vissuta durante i difficili anni Settanta, viene descritta in queste pagine con una leggerezza e un’ironia tanto amara da commuovere. Un romanzo ricco di sfumature come un grande affresco neorealista in cui al racconto corale si affianca una sapiente regia d’autore  >> .
Un valore che pervade le pagine di questa meravigliosa trilogia e che illumina come un marchio tutti i membri del clan Browne. Una famiglia che, così come l’Irlanda, affronta la sua storia con il coraggio della passione e l’incoscienza dell’ingenuità. Si lancia in imprese impensabili, affidandosi alla benevolenza del caso e rischiando di perdersi ai quattro angoli del mondo, ma in nessun momento dimentica le sue radici.
L’ennesima prova di abilità di Brendan O’Carroll, un autore che ha riversato nella trilogia dedicata alla famiglia Browne (Agnes Browne mamma, I marmocchi di Agnes e Agnes Brown nonna) tutto l’amore per la sua terra e la sua gente. Una scrittura ironica e brillante, un libro che conserva tra le sue pagine la leggerezza di chi, come Agnes, è pronto a perdere tutto quello che ha, ma è sicuro di non perdersi mai  , tanto  che   la  triiologia potrebbe (almeno per me   è cosi  )  tutto un unico  romanzo .

  due  Grafic Novel 


Il primo è  lo stupendo . "Il gatto del rabbino" di Joann Sfar  è un ciclo di racconti (di cui questo volume raccoglie i primi tre) che ha il sapore di una favola moderna - ambientata nell'Algeria di inizio Novecento, una terra magica, affascinante e piena di contraddizioni  Intriso dell'umorismo tipico del la tradizione ebraica. Un vero peccato . Mi piace   perchè  il personagio  del gatto ( Moujroum )  e per  alcuni versi anche del rabbino   descrivono la mia personalità  . Infatti  Moujroum ) è
Agnes Browne  Nonna  )   di  Spoller   furbo, indipendente, curioso e talvolta crudele come ogni gatto. Ma ha qualcosa di diverso da tutti gli altri felini: dopo aver mangiato l'insopportabile pappagallo di casa ha acquistato miracolosamente il dono della parola e ha cominciato immediatamente a farne uso in modo impertinente e sfrontato. Per questo il suo padrone, il rabbino Abraham, lo prende con sé, sottraendolo alla compagnia della bella figlia Zlabya, con l'intento di istruirlo e farlo diventare un buon ebreo. Non ha fatto però i conti con l'insolenza e lo spirito critico del gatto, insofferente a dogmi e precetti e capace di tener testa a qualunque maestro. In realtà, più di ogni altra cosa Moujroum desidera tornare tra le braccia dell'amata padrona, e per farlo è disposto a tutto. Mentre la sua educazione procede, il gatto non rinuncia a esplorare i vicoli della sua Algeri, e si trova perfino ad attraversare il mare per raggiungere Parigi con i suoi padroni: con lo stesso sguardo penetrante scruta umani e animali, ebrei e arabi, studenti di teologia e miscredenti irremovibili, colonizzatori europei e colonizzati africani. Spoller

Il secondo 

è il fumetto per   questo mi chiamo  giovanni   di  STASSI CLAUDIO tratto dal romanzo    di  Luigi Garlando edito dalla Fabbri e uscito nel 2004. Dalla sua pubblicazione, è stato adottato da molte scuole come libro di narrativa.
Entrambi  sono antidoti  sia al bullismo   ormai  trasformato in delinquenza  giovanile   e alla  mafia che  ha origine  dall bullismo  e dall'illegalità  . Un  modo   , divertente  e  non retorico e\o  barboso per  chi (  e lo caomprendo  avendo  dei cugini   e  degli amici   defilippi  dipendenti  ) odia  i programmi giornalistici o impegnati  perchè  imparino che  la legalità  e  va  costruita  e coltivata  giorno per  giorno  ad  incominciare  dalle piccole  cose  . E  che  uomini come Falcone  e Borsellino e un  Peppino  impastato 





 sono morti per  questo  e  che  gli difende  o porta  avanti la loro lezione  e  il loro esempio non  è  un matto , un illuso  o  un sovversivo   come  vogliono farci credere  con  i  mezzi  d'informazione   il potere   e  suoi servi .

e altri libri lasciatio a metà  per il  dolore  delle post  le  due  anestesie   o perchè  avevo trovato  da chiaccherare  e scherzare  con la  cionfra  della  camera  o dele camere  affianco



 






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  VE LO RICORDATE IL FILM TOLGO IL DISTURBO ?  :-)


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29/01/09

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  L'AVETE LETTO IL LIBRO LA DONNA CHE NON POTEVA ESSERE QUI ?  :-)


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nonno 012


 "Le cose che contano sono poche soprattutto quelle che ci riportano la memoria del vissuto".


Una mia massima. Io sono quello con la barba.


Gli altri sono: Rinaldo Marsoni...Aldo Aniasi...l'ultimo era il mio dottore...Ugo Airoldi. Tutti e tre socialisti, mentre io ero in rappresentanza della locale sezione del PCI del quartiere Comasina in Milano, nella metà degli anni settanta.

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WHY WE CAN'T?
:°(

Petizione contro il vescovo che nega l'Olocausto

Con preghiera di massima diffusione, pubblicatelo nei vostri siti/blog/forum ed inoltratelo alle vostre mailing-lists

Traduzione di In Difesa di Israele - indifesadisraele@gmail.com

N.B. Quando firmate la petizione, ricordatevi di selezionare la casella "Simon Wiesenthal Center Updates" sotto "Newsletter Subscriptions", per rimanere aggiornati in merito ai risultati di questa petizione ed alle iniziative future del Simon Wiesenthal Center e poter fare la differenza nel mondo.

Petizione del Simon Wiesenthal Center: Agisci adesso contro il Vescovo Britannico che nega l'Olocausto

Agisci adesso: Invita Benedetto XVI a rimettere la scomunica del Vescovo negazionista dell'Olocausto: http://www.wiesenthal.com/site/lookup.asp?c=lsKWLbPJLnF&b=4923641

Caro Davide,

Mentre tutto il mondo domani commemorerà la Giornata della Memoria, Papa Benedetto XVI ha accolto un Vescovo cattolico che è un negazionista dell'Olocausto nazista nella Chiesa.

Il Vescovo britannico Richard Williamson, che è indagato per negazionismo dell'Olocausto in Germania, ha negato la morte di 6 milioni di Ebrei durante un'intervista alla televisione svedese della settimana scorsa "Credo che siano morti tra i 200000 ed i 300000 Ebrei nei campi di concentramento nazisti, ma nessuno nelle camere a gas".

Abbiamo bisogno di agire subito. Aderisci alla protesta del Centro Simon Wiesenthal per invitare Papa Benedetto XVI a ripristinare la scomunica nei confronti del Vescovo negazionista Williamson ( http://www.wiesenthal.com/site/lookup.asp?c=lsKWLbPJLnF&b=4923641 ). Dopo aver fatto sentire la vostra voce di protesta firmando la petizione, fate click sul link per guardare l'intervista del Vescovo alla televisione(in inglese).
https://www.kintera.com/accounttempfiles/account10635/images/bishop_williamson_2.jpg ( Foto del Vescovo Williamson )

"La prova storica è contro il fatto che 6 milioni di Ebrei siano stati uccisi nelle camere a gas in maniera deliberata da Adolf Hitler. Credo che non c'erano camere a gas". ( Vescovo Richard Williamson )

Per favore, fate una donazione ( https://www.kintera.org/site/apps/ka/sd/donor.asp?
c=lsKWLbPJLnF&b=4860911&en=asJRI1OCJiLNJUOHIhJKLUPKImLYJfNNKcKLK0PLLlITK7MIKiJ7G ) per aiutarci a continuare nella lotta mondiale contro l'antisemitismo ed il negazionismo dell'Olocausto.

Il Papa deve dimostrare chiaramente che in un momento in cui l'antisemitismo ed il negazionismo dell'Olocausto hanno raggiunto i livelli più alti degli ultimi due decenni, e nelle manifestazioni anti-israeliane viene usato come coro "gli Ebrei al forno", la sua decisione di accogliere un negazionista dell'Olocausto nella Chiesa servirà solo a convalidare le tesi dei negazionisti ed è in contraddizione con gli insegnamenti del Concilio Vaticano II.

I Vescovi che predicano l'antisemitismo o il negazionismo dell'Olocausto non dovrebbero essere accettati dal Vaticano.

Il Vescovo Williamson è uno dei quattro Vescovi cattolici appartenenti alla famosa organizzazione antisemita "La società di San Pio", un gruppo separatista che si oppone ai cambiamenti nella dottrina cattolica. Secondo alcune notizie, Williamson ha approvato i "Protocolli dei Savi Anziani di Sion", un noto falso antisemita e ha sostenuto che gli Ebrei puntano alla dominazione del mondo.

Proprio la scorsa settimana, Papa Benedetto XVI ha revocato la scomunica al Vescovo Williamson ed agli altri tre Vescovi appartenenti a questo gruppo.



Traduzione di In Difesa di Israele - indifesadisraele@gmail.com - Facebook: http://it-it.facebook.com/people/Difendere-Israele/1132177495 ; Myspace: http://www.myspace.com/indifesadisraele

Papa, vescovo lefebvriano: "Le camere a gas? Disinfettavano"

Pubblico qui l'intervista al prete Abrahamowicz (tratta da ApCom). Cliccando sul suo nome si può trovare il video di una sua "Messa": tra i fedeli, il neonazista Paolo Karatossidis (Forza Nuova) e altri seguaci. Abrahamowicz è anche il celebrante di Umberto Bossi. Grassetti miei.


© APCOM
Roma, 29 gen. (Apcom) - Le camere a gas? "L'unica cosa certa è che sono state usate per disinfettare". Lo afferma in un'intervista alla 'Tribuna' di Treviso il prete lefebvriano don Floriano Abrahamowicz.

Dopo la clamorosa intervista del vescovo Richard Williamson, che minimizza la Shoah, altre affermazioni negazioniste. Don Abrahamowicz (che il 15 settembre 2007 celebrò messa in latino a Lanzago di Silea per il leader della Lega Nord Umberto Bossi) rilancia la teoria per cui i numeri della Shoah sono un "problema secondario", accreditati dagli stessi capi delle comunità israeliane subito dopo la liberazione "sull'onda dell'emotività".

"E' veramente impossibile per un cristiano cattolico essere antisemita. Io stesso ho, da parte paterna, origini ebraiche", afferma il sacerdote. "Sicuramente è stata un'imprudenza di Williamson addentrarsi nelle questioni tecniche. Nella famosa intervista si vede che il giornalista è andato a parare su quell'aspetto specifico. Ma bisogna capire che tutto il tema dell'Olocausto si colloca a un livello di molto superiore rispetto alla questione di sapere se le vittime sono morte a causa del gas o per altri motivi" [probabilmente Abrahamowicz allude alla vecchia credenza antigiudaica, molto diffusa negli ambienti cattolici preconciliari, secondo cui la persecuzione degli ebrei era un segno dell'ira divina per non aver essi accettato il cristianesimo, nota mia].

E lei cosa ne pensa delle camere a gas?. "Non lo so davvero. Io so che le camere a gas sono esistite almeno per disinfettare, ma non so dirle se abbiano fatto morti oppure no, perché non ho approfondito la questione. So che, accanto a una versione ufficiale, esiste un'altra versione basata sulle osservazioni dei primi tecnici alleati che sono entrati nei campi".

Lei mette in dubbio il numero delle vittime dell'Olocausto? "No, non metto in dubbio i numeri. Le vittime potevano essere anche più di 6 milioni. Anche nel mondo ebraico le cifre hanno un valore simbolico. Papa Ratzinger dice che anche una sola persona uccisa ingiustamente è troppo, è come dire che uno è uguale a 6 milioni. Andare a parlare di cifre non cambia niente rispetto all'essenza del genocidio, che è sempre un'esagerazione".

Un'esagerazione? In che senso? "I numeri derivano da quello che il capo della comunità ebraica tedesca disse agli angloamericani subito dopo la liberazione. Nella foga ha sparato un cifra. Ma come poteva sapere? Per lui la questione importante era che queste vittime sono state uccise ingiustamente per motivi religiosi. La critica che si può fare al modo in cui in cui viene gestita la tragedia dell'Olocausto sta nel dare ad essa una supremazia in confronto ad altri genocidi".

Ska

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  QUESTA E' UNA VECCHIA MOTOCICLETTA SUZUKI GT 750 DEGLI ANNI 70 !  VELA RICORDATE ?  :-)


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Senza titolo 1203

  L'AVETE LETTA LA FIABA IL RACCONTO DI PAROLA ?  :-)


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28/01/09

Reitano, amico discreto

Non ero una sua fan. Non posso nemmeno dire di conoscere tante sue canzoni. Giusto le più famose: Avevo un cuore che ti amava tanto, Una chitarra cento illusioni, Era il tempo delle more, Gente di Fiumara e, naturalmente, Italia. Ma senza dubbio non rientrava nel mio genere.



Il perché lo ha descritto molto bene Gino Castaldo nel suo necrologio, oggi, su "Repubblica": icona della canzone tradizionale, o forse tradizionalista, voce e testi pregni di eccessivi patetismi. Eppure la morte di Mino Reitano mi rattrista profondamente. Sapevo della sua malattia, sapevo che non avrebbe resistito a lungo. Ma questo calabrese povero trapiantato in Brianza mi aveva sempre suscitato simpatia. Forse lo associavo a mio nonno, anch'egli calabrese, anch'egli emigrato, o piuttosto fuggito, a Varese (e da molte altre parti), il suono della terra da parte d'un senzaterra, un paesaggio solatio. Mio padre aveva incontrato Mino nel 1969, all'apice della sua gloria, al parco di Monza. E lui subito gli aveva regalato una foto con dedica. A me.


Mino mi piaceva. Mi rassicurava. Non ne ero innamorata assolutamente, lo vedevo come un fratellone slungagnato, con quelle improbabili camicie a coda di rondine, strizzato in giacche nere (o scure, ma la Tv di allora non trasmetteva i colori) che rimpicciolivano le spalle. Il classico migrante vestito a festa per le grandi occasioni, come usava tanti anni fa.


Eppure lui si sentiva, e sicuramente era, artista. Affermava di aver cominciato con un repertorio tutt'affatto diverso. "Le mie prime canzoni erano dei rock'n'roll", affermava. "Ho vissuto in Germania e in Inghilterra con turchi, svedesi, italiani, americani e ho colto il bello di tutte quelle culture. Poi mi scoprì un impresario, che costruì il personaggio. Mi disse: proviamoci. Ma tu la pianti di fare il rock. Sei un cantante strappalacrime". Fosse o no vero, Mino era il classico artigiano musicale che aveva firmato, fra l'altro, un pezzo sanamente beat come Perché l'hai fatto e il brano di cui andava giustamente fiero: Una ragione di più, portato al successo da Ornella Vanoni. In fondo, si sopravvive (e si ha significato) con una sola opera. Una ragione di più aveva anche Reitano, passionale, semplice e generoso coi suoi tanti fans. Una vena di malinconia. Magari non sempre capito. Con lui, se n'è andato anche un pezzo della mia gioventù.


Daniela Tuscano