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13/05/19

provocazioni ciniche ed idiote , idiozie fiusariane , ed altre riflessioni



io  da provocatore e polemista mi dissocio da questo intervento cinico ed idiota  non è questo   il modo di  provocare    dubbi  o  far  reagire  la gente  . 
IL tipo è  un noto comico provocatore     come  potete  vedere  dal post  sotto 


riportato ha scritto una ... imbecillità . Concordo parzialmente con l'articolo dek https://www.ilmattino.it/napoli/cronaca/ Lunedì 13 Maggio 2019, 06:30 - Ultimo aggiornamento: 13-05-2019 12:49 in QUANTO PREFERISCO IGNORARLI ( MA STAVOLTA NON SONO RIUSCITO A FARLO ) O NEI CASI PIù GRAVI AD INTERVENIRE O A SEGNALARLI
 Purtroppo sulla tragedia vissuta da Noemi, la bimba di 4 anni colpita da una pallottola durante una sparatoria avvenuta a Napoli l’altro venerdì, c’è da registrare un altro post che lascia sconcertati. Ma stavolta abbiamo oscurato nome e volto dell’utente Facebook autore del testo, non certo per proteggerlo, ma per evitare di fargli pubblicità.
Infatti, visitando il profilo di questa persona si nota che le sue uscite sono tutte provocatorie, interventi su argomenti e notizie di attualità pubblicati solo per ottenere reazioni indignate da parte di chi legge. Un giochino che l’ha reso celebre e che lui mette in atto sostenendo che sia un modo per dimostrare come su internet il pubblico sia facilmente manovrabile. Ma in questo caso è lecito chiedersi se non si sia andati oltre la decenza, scrivendo: «Non capisco che ha fatto di male quello che a Napoli ha sparato ad una bambina, mica lo ha fatto apposta, sarebbe potuto succedere a qualsiasi altro napoletano». 
Ovviamente, nella giornata di ieri il post ha ottenuto centinaia di razioni, anche divertite, e commenti, mentre sono decine le condivisioni. E sono tante le persone, soprattutto napoletane, che, ritenendo spregevole scherzare sulla tragedia vissuta da una bambina, sono andate a scrivere insulti di vario genere rivolti all’autore, finendo proprio per fare il suo gioco. Stesso discorso vale per chi quel post l’ha condiviso, invitando gli amici a recarsi su quel profilo per scrivergliene quattro. 
Reazioni sbagliate che aiutano questi personaggi, siano essi haters o celebri provocatori, a perseguire i propri intenti, innescando anche un pericoloso effetto emulazione. In questi casi, invece, bisognerebbe ignorare le istigazioni e, semmai, segnalare il post e il profilo ai gestori del social network, nella speranza che certi comportamenti vengano censurati e i profili oscurati.

Non  intervengo direttamente \ in prima persona   perchè non sarei obbiettivo visto che  considero fusaro  un cazzaro  ( vedere i  miei  precedenti  post  )  e  quindi lascio la  parola    a Nadia  Somma   e  a questo suo intervento    sul  https://www.ilfattoquotidiano.it/2019/05/12/
Un tempo si temeva che la civiltà occidentale si suicidasse con la bomba atomica, ma che ora un pannolino possa diventare una minaccia per un’intera civiltà mi pare un tanticchio esagerato. Sono rimasta a dir poco stupita quando ho letto l’invettiva di Diego Fusaro contro la campagna social #IoCambio lanciata dall’associazione culturale Onalim – Milano al contrario per  promuovere i fasciatoi nei bagni degli uomini e invitare i padri a farsi un selfie mentre cambiano il pannolino al figlio. Fusaro è giovane, ma pare avere un’idea dei ruoli e delle relazioni tra uomini e donne ferma agli anni 50.
Non rinuncia al vizio di svalorizzare la “femminilità”, che è una costruzione culturale così come lo è la virilità, sulla base di  stereotipi e pregiudizi sessisti e fa una filippica filo patriarcal-arcaica contro la cura paterna del bebè perché sarebbe una mansione umiliante per gli uomini. Alla madre spetterebbe la gratificazione di occuparsi della cura del corpo dei figli con la pulizia di merda, moccio e pipì, al padre la cura dello spirito e della mente, mondate dall’oscurità dell’incoscienza con la consegna delle tavole della legge e orazioni sui massimi sistemi: è questa l’idea del ruolo paterno e materno secondo Diego Fusaro? E se la cosiddetta “femminilizzazione” fosse al contrario arricchente e valorizzante per gli uomini? Mai questo dubbio sfiorò il filosofo che ignora l’esperienza del cambio del pannolino. Non è solo la pulizia di un culetto, è un momento fatto di contatto di pelle e sguardi, di tenerezza e di affetto. E santa pace, perché sarebbe un’esperienza che gli uomini non dovrebbero fare?

I tempi cambiano ed evolvono, caro Fusaro. La rigida suddivisione di ruoli tra uomini e donne è destinata a tramontare in barba a tutte le resistenze anacronistiche di inizio millennio. Ci sono i terrapiattisti e quelli che gridano allo scandalo se un uomo si avvicina ad un fasciatoio. Ma anche la Spagna, dopo la Svezia e la Francia, ha varato una legge sui congedi per paternità e maternità di pari durata (otto settimane) non trasferibili. Una recente direttiva del Consiglio dell’Unione europea prevede un accordo per cui i papà potranno chiedere di usufruire di almeno dieci giorni di congedo di paternità dopo la nascita (o l’adozione) di un figlio. Troppo pochi per garantire un’equa divisione del lavoro di cura tra genitori e per sollevare le donne dall’essere penalizzate rispetto al lavoro: ma è il segnale che si sta andando nella direzione – finalmente – di creare simmetria e condivisione del lavoro di cura.
In Italia i giorni per il congedo per paternità sono pochissimi: cinque. Si tratta di un periodo di tempo insignificante se si fa il paragone con gli altri stati europei, dove il congedo parentale e di paternità si conta in settimane e mesi, durante i quali padri e madri possono occuparsi dei figli senza diminuizioni di stipendio. Piuttosto che sfrantumare l’anima sulla cosidetta bigenitorialità come un’astrazione da inseguire solo a separazione avvenuta, si faccia anche in Italia una legge sui congedi per paternità e maternità di pari durata e non trasferibili con l’obiettivo di creare  un’equa suddivisione del lavoro di cura fin dalla nascita dei figli. I tempi sono maturi ma con la Lega al governo e i filosofi con la faccia rivolta al passato la vedo dura. Per fortuna ci sono uomini che non si sentono umiliati perché cambiano pannolini. Dalle parti de Il Fatto Quotidiano segnalo la risposta del direttore Peter Gomez:
e quella deliziosa di Mario Alberto Marchi, giornalista e caro amico, che su Facebook ha commentato: “Una delle esperienze più divertenti delle mie due paternità è stata la cacca. Saper riconoscere il tipo di pupù dal ‘profumo’, nell’incertezza ricorrere alla ‘prova dito’. A seguire il rito allegro del cambio di pannolino, le battute da cartone animato, e le pernacchie sul sedere ripulito con le risate fragorose dei miei figli. Ancora oggi ce lo raccontiamo e ridiamo come matti. Mi sento femminilizzato? Magari! Io i miei figli li avrei pure allattati!”.

Nonostante i Peter Gomez, i Mario Alberto Marchi e a tutti quelli come loro, la civiltà occidentale è ancora in piedi. Sarà meglio preoccuparsi del surriscaldamento climatico, fermare le guerre e l’inquinamento e nel frattempo pulire il culo ai figli con lo sguardo rivolto al futuro.
Gianluca Carmosino a Spazio aperto promosso da Maschile Plurale
LA LIBERTÀ NON È UNA T-SHIRT
"Ognuno è libero di vestirsi e atteggiarsi come vuole. Ma i bambini non sono liberi, perché a comprare i vestiti ci vanno con i genitori e quello che vogliono lo vedono in Tv. Questa non è libertà ma condizionamento sociale prima e familiare poi... Alle ragazzine si insegna che la seduzione è un gioco: in Tv, nella pubblicità, nei video musicali, nei libri erotici per teenager - sostiene Manuela Salvi Scrittrice, - Ma in quelle immagini statiche e costruite a tavolino non c’è mai l’ombra delle conseguenze possibili, dalla gravidanza precoce alla violenza sessuale. Come nelle favole, il sipario cala prima... La libertà può esistere solo quando c’è piena consapevolezza sia del contesto in cui la si esercita, sia delle possibili conseguenze e di come si dovranno affrontare... Forse, più di tutto, si dovrebbe insegnar loro a lottare per quella libertà che al momento, lasciatemelo dire, non hanno affatto..." http://comune-info.net/2016/05/insegnare-la-liberta/

09/05/19

FINALMENTE MODELLE NON ANORESSICHE... Peccato che i giornali scrivano "ADDIO PERFEZIONE"!

di cosa  stiamo parlando
  anoressia
https://ulisse-compagnidistrada.blogspot.com/2019/05/sara-dossena-risponde-ai-leoni-da.html





E'  d'anni che   all'estero le modelle normopeso sono già impiegate in moltissime campagne pubblicitarie, in Italia, invece, le modelle magre erano ancora il punto fermo della moda, ma finalmente H&M ha sradicato questo paradigma e ha scelto come modelle donne dalle forme più generose !
Un piccolo passo verso quello che spero sia l'abolizione di modelli estetici imposti. 
Mi auguro che, quanto prima, qualsiasi forma fisica (purché sia sana – no quindi agli obesi e agli anoressici – per motivi di salute, non estetici, sia ben chiaro) venga accettata e valorizzata come unicità di ogni singola persona.No all'omologazione per assomigliare ai modelli estetici imposti.Di questa notizia se ne è parlato in diversi quotidiani e, devo dire, che nella maggioranza dei titoli si leggeva: “Addio alla PERFEZIONE”. << Ora Questo titolo >> come fa notare questo interessante articolo dell'ottima pagina Facebook https://www.facebook.com/I.have.a.voice1 << è estremamente inopportuno perché ribadisce il concetto che “magro = bello” e “non magro = sbagliato”.Bisogna iniziare a parlare di normopeso e di corpo sano e forse il concetto estetico finalmente verrà debellato.Non solo, numerosi commenti a questa notizia, soprattutto da parte di donne, erano insulti ed aspre critiche nei confronti delle modelle . >>  In Italia, purtroppo, l'ossessione alla magrezza è talmente radicata che moltissime donne, che si sacrificano ogni giorno con diete ed esercitazioni fisiche estenuanti per essere sempre magrissime, sono convinte di farlo perché sia salutare, quando in realtà spesso sono già sottopeso. È proprio vero, le donne sono le prime a criticare le donne. Credo in parte sia dovuto alla schiacciante sensazione di inadeguatezza che ci viene incultata dai modelli estetici... Chissà se mai ce la toglieremo di dosso! Infatti manca e c'è la sottovalutazione della percezione reale di come sia un fisico sano e soprattutto non si riconosce l'anoressia o la si vede , come il caso di Sara Dossena ( vedi url inizio post oppure qui ) << Lo si è ripetuto moltissime volte e continueremo a ripeterlo: se avete dubbi, chiedete al vostro medico se il vostro peso va bene o no. E se siete normopeso, non mettetevi a dieta per emulare certi dettami estetici.>>






08/02/19

se in puglia organizzano un corso per diventare fashion blogger a quando un corso su come leccare culi o essere pezzi di merda ?

Leggendo  l'articolo sotto  riportato   mi  chiedo  perchè  non organizziamo    allora  corsi per  essere  stronzi  o  pezzi  di merda   visto  che  ormai  questo  è  l'andazzo   anzi perchè





 . Ma  poi il mio    grillo parlante  \    armadillo    mi  ha  detto  :  <<  ma  questi  discorsi populisti \  qualunquisti .  che  fine  ha  fatto la  tua  cultura     e  voglia di creare  una  guerriglia  contro  culturale   >>  mi   domando  perchè    mettere    dei corsi di recitazione  per  capire  far  capire   : << Ma che cos'è che ci fa fare del cinema ? >>(  citazione  Guccininiana   )

  da  https://bari.repubblica.it/cronaca/2019/01/31/

Bari, a scuola un corso per diventare fashion blogger: "Tutti vogliono essere Chiara Ferragni"




Bari, a scuola un corso per diventare fashion blogger: "Tutti vogliono essere Chiara Ferragni"
                                          Chiara Ferragni (fotogramma)

Un ente di formazione ha promosso insieme all'Istituto professionale Santarella un corso della durata di 210 ore per diventare influencer sui social: "E' il mestiere del futuro"


"Tutti vogliono essere Chiara Ferragni". Così l'ente di formazione barese Omniapro ha promosso insieme all'Istituto professionale statale per l'industria e l'artigianato Santarella di Bari, un corso per diventare fashion blogger. Il primo modulo insegna i passaggi fondamentali per aprire un blog di successo. Il terzo svela i segreti per farsi invitare alle sfilate, il migliore outfit da adottare, le tecniche per "spopolare sui social". Nel quarto fotografia e videomaking diventano meccanismi da padroneggiare, insieme alle tecniche di scrittura e di storytelling. Perché dietro una fashion blogger strappa click con cifre da capogiro, c'è sempre studio, dedizione, padronanza delle tecnologie e una fitta rete di relazione indovinate e produttive. 
"Sono questi i mestieri del futuro, anzi ormai del presente", spiegano dall'ente di formazione barese Omniapro, che da settembre ha promosso insieme all'Istituto professionale statale per l'industria e l'artigianato Santarella di Bari, un corso per diventare fashion blogger. L'occasione l'ha fornita il bando "Mi formo e lavoro" della Regione Puglia, grazie al quale sono stati messi a disposizione 24 milioni di euro di fondi Por Puglia Fesr - Fse 2014/2020 per interventi a sostegno dei disoccupati. Il tesoretto è importante e ha registrato in poche ore più di 40mila accessi sulla piattaforma regionale dell'avviso pubblico. 
Varia e a tutto tondo l'offerta di corsi promossi dai diversi enti di formazione professionale, pronti a sfornare addetti alle vendite e ai magazzini, segretarie, operatori per l'infanzia, mediatori culturali, fotomodelli, operatori luci, addetti alla manutenzione elettrica, assistente alla poltrona. "Al Santarella abbiamo attivato una ventina di corsi, visto che siamo ente di formazione - conferma la professoressa Roberta Leonetti, indicata come referente di alcuni percorsi sul sito internet della scuola - Già 700 persone hanno avviato la procedura di preiscrizione, che dovrà perfezionarsi dal 25 febbraio prossimo, perché i corsi partono a inizio marzo".

Nell'elenco delle nuove figure da formare, non sfugge all'occhio curioso il profilo del "fashion blogger". Sei moduli, 210 ore: 120 dedicate alla teoria, 90 alla sperimentazione tecnico - pratica, tra esercitazioni in aula, analisi dei casi e progetti da elaborare. Si comincia dalla base.
"Come aprire un blog: passi importanti ed errori da evitare", è l'argomento della prima lezione.

Per gli aspiranti fashion blogger è previsto anche un interessante rimborso: 6 euro all'ora per i disoccupati, poco più di un terzo (2 euro 50 centesimi) per chi percepisce l'indennità mensile Naspi. I requisiti per accedere al corso non sono stringenti, anzi. Basta essere residenti o domiciliati in Puglia, maggiorenni e disoccupati, privi o anche già beneficiari di misure di sostegno al reddito.


20/01/19

il tatuaggio oggi ? intervista mancata al il primo tutuare italiano G.Fercioni

Ho sempre  avuto una passione   per  i tatuaggi   perchè   i corpi parlano da sé perché un corpo tatuato racconta  (  o almeno  dovrebbe   ) raccontare  la sua storia di qual  crppo  e  di quella   persona  non il
 Agnata di de  Andre  time in jazz 2017 
suo essere e apparire come  avviene  oggi  . inoltre essi  fanno parte  d'una identità   di un popolo   come dimostra  il lavoro .

  di   Adam Koziol è un fotografo polacco di 26 anni .


Ed  il percorso     di  Svicolo".un pioniere del Tatuaggio Undergound romano: Fonda la Aothr tattoo Studio



Sia quello , vedere sotto , quello di G.Fercioni
Ma per  paura  ed  allergie  alla pellle  ho paura  a farmelo . Purtroppo   esso    da  segno di ribellione  ed  identitario, il tatuaggio è diventato fenomeno di massa  snaturandosi  . Una moda promossa da calciatori e showgirl  ed  altri   pseudo vip  subito raccolta dal resto del mondo. Con tutti gli effetti collaterali della situazione come fa  notare  questo  intreressanbte  articolo  di linkiesta.it  .
Ma meno male che c'è ancora chi lo pratica con una certa etica e con passione come Gian Maurizio Fercioni ed per questo che viene mal visto : << Va in pensione sei vecchio non usi le nuove tecniche molto più sicure e precise cosi finalmente lasci posto ai giovani che già con tutte ste regole e nei capoluoghi non è come una volta che tatuatorre  do cazzo te capitava e come capitava e nessuno ti diceva nulla oggi diventare tatuatore costa attorno ai 6 mila euro. senza contare lo studio che, se non sei amico di qualcuno tipo te, ti dovrai aprire da solo. >> ( commento al primo video video riportato sotto )



Gian Maurizio Fercioni classe 1946 è il Maestro del tatuaggio tradizionale in Italia ma definirlo
semplicemente tatuatore è riduttivo... Infatti Nella sua vita Mr. Fercioni è stato marinaio, pugile, avventuriero e oggi si divide tra il suo studio tattoo in Brera e le collaborazioni, come scenografo, con diversi teatri milanesi e non solo,è   il primo    anzi  il  prionere  del tutuaggio in Italia .
 estratto dal secondi video 
 Infatti egli è  ,  secondo  questo articolo    di Nicolai Lilin pubblicato per Riders  Aprile 2011 ,un tatuatore vero nel senso più profondo del termine, ha contribuito alla trasformazione del tatuaggio da una dimensione quasi esoterica, destinata a pochi, alla sua dimensione attuale, moderna e aperta a tutti. Ma nel passaggio al carattere più consumistico della società moderna, non ha dimenticato i vecchi valori dei tatuatori di una volta, restando un realizzatore dei sogni, dei desideri che le persone esprimono sulla propria pelle attraverso lui.Ecco quindo  che    ed incuriosito  da    questa  intervista     rilascita  a www.vice.com/it   già  proposta  in un mio precedente   post    Ed   e  volendo approfondire  alcune  cose ivi espresse ho  provato  a mandarli  una email  ,    senza  ottenere risposta ,   per poterlo intervistare   

1)  il  tatuaggio oggi è solo  moda  opure  esiste  , a parte voi  , qualcun 'altro\a  che   lo faccia   con una certa  etica  ovvero  raccontare  la sua storia di qual  crppo  e  di quella   persona  non il suo essere e apparire come  avviene  oggi  ?
2)    tatuaggi  che  pratica   volentieri  e  che  pratica  malvolentieri ?
3)    gli  è  ma  capitato   che   gli venisse richiesto  , e come  ha reagito     di  tatuare i genitali  
4)   visto  che  lei   è una persona di cultura    ed  ha  imparato ed  approfondito  il  tatuaggio sul campo  rispetto ad altri   che lo fanno solo  in rete  o  in modo  standard  ed  accademico    definisce  da cretini tatuarsi mani  e  collo    tanto  da  non tatuarli  
 5)    come  mai  , assi per  minorenni  , ubriachi , tossici  ,  ecc  che non sanno   sopratutto  i minori ,  ciò  che  fanno  ,   come mai   ha scelto di non tatuare   simboli politici  ?
6) tatuaggio  con  macchinetta elettrica ad aghi o tatuaggio a mano   ?
7 ) hai  mai fatto dei  tatuaggi   medici  cioè 
Il tatuaggio (o dermopigmentazione) con finalità medica ha lo scopo di ripristinare l'aspetto di una cute sana in caso di condizioni patologiche della cute oppure viene utilizzato come complemento agli interventi di chirurgia ricostruttiva..
8)  ha  mia  fatto ricorso al   cover up  tattoo  ?
9) tatuaggio temporaneo \ henna tattoo  o definitivo
10 ) nero o  colori  ?  

10/05/15

Cagliari: «Per paura dei tatuaggi non mi hanno dato lavoro» Tattoo e pregiudizi: il caso della modella “alternative” Alessandra Marini

  da la  nuova  sardegna del  10\5\2015 
LA STORIA
Cagliari: «Per paura dei tatuaggi non mi hanno dato lavoro».
Tattoo e pregiudizi: il caso della modella “alternative” Alessandra Marinidi Alessandro Marongiu
.



                               La modella        cagliaritana Alessandra Marini

Tutto si sarebbe aspettata meno che un giorno i lavori tra cui si divide da oltre un lustro, quello di estetista e quello di fotomodella, sarebbero entrati in conflitto e le avrebbero tolto la possibilità di ottenere un impiego per il quale era una candidata più che referenziata. Il perché è presto detto: Alessandra Marini, venticinque anni, originaria di Pula attualmente di stanza a Cagliari, con il nome d’arte di L’Ale Sailor è una modella “alternative” (ha fatto parte della community “Sickgirl”, ha posato per affermati fotografi di tutta Italia e con i suoi scatti è già apparsa su dei magazine stranieri), e a qualcuno i suoi numerosi tatuaggi, specie quelli sulle mani, non sono andati a genio. Il lavoro in un resort dell’isola come estetista per la stagione estiva, che dopo un colloquio sembrava già esserle stato assegnato, è ormai andato a qualcun’altra: meno tatuata.
«È stato il miglior colloquio che abbia mai fatto. Hanno da subito trovato interessanti le mie precedenti esperienze lavorative, facendomi sentire davvero apprezzata. E mi hanno detto che non mi dovevo preoccupare di nulla: avevano già dei dipendenti tatuati, e in più avrei indossato una divisa; i piercing e i dilatatori nei lobi delle orecchie li avrei semplicemente tolti durante il turno di lavoro. Sono uscita dalla stanza felice e soddisfatta: si trattava a quel punto solo di aspettare una chiamata per la conferma delle date dei corsi di aggiornamento. Fino a quando, due giorni dopo, non ho ricevuto una telefonata in cui mi dicevano che il colloquio non era andato a buon fine: la spiegazione si è rivelata un lungo giro di parole a vuoto, dal quale si intuiva che il problema, contrariamente a quanto mi avevano detto di persona, erano i proprio tatuaggi»
Se prova a mettersi nei panni del datore di lavoro, trova che in nessun modo si possa capire la sua decisione o che gli si possa concedere qualche attenuante?
«Io sono una persona che non fa distinzioni né giudica dalle apparenze. Ogni cliente sceglie l'estetista in base a diversi criteri, ma il principale resta sempre la bravura professionale: di conseguenza, per me è davvero ridicolo, nel 2015, andare ancora incontro a queste situazioni».
Considera quest’episodio come un “incidente di percorso”, o trova che i tatuaggi siano ancora lontani dall’essere completamente accettati?
«Fino a quindici anni fa, chi aveva anche un solo tatuaggio veniva etichettato come un poco di buono; al giorno d'oggi c'è sempre più gente che si tatua, o almeno che rimane incuriosita e affascinata da questo mondo, quindi guardo al futuro con positività anche se, ogni tanto, mi sento ancora giudicata. Permane insomma sempre quel pizzico di pregiudizio che, soprattutto nella mia professione, non dovrebbe invece più esistere».
Quando e perché ha iniziato a tatuarsi? Segue uno stile specifico?
«Fin da piccola ho sempre avuto dei gusti particolari riguardanti la musica, il cinema, la moda, la vita stessa, e tatuarmi tutto il corpo è sempre stato uno dei miei sogni, il perché forse non lo so bene neanche io. Quando mia sorella fece il suo primo tatuaggio, avevo otto o nove anni, ero gelosissima, ne volevo uno anche io a tutti i costi; finalmente, cinque anni dopo toccò a me, e mi tatuai una piccola stella in mezzo alla schiena. Ricordo ancora tutto quello che ho dovuto fare per convince mia madre, che a tutt’oggi non approva. Attualmente ho addosso svariati pezzi di tatuatori differenti come Enrico Garau di Electric Storm Tattoo, Fema di Elegant Ink, Uomo Tigre, Pietro Sedda, Francesco Liori, Diamante Murru e di altri ancora. La maggior parte sono di stile traditional e neo-traditional, un genere di cui sono sempre stata appassionata per la storia che racconta. Il genere tradizionale o American Style è legato al patriottismo e alla cultura americani, che aveva nel marinaio Sailor Jerry il suo più famoso rappresentante. Le linee sono grosse, dalle forti sfumature e dai pochi colori contrastanti: si tratta dei tatuaggi dei marinai, in poche parole. Mio padre, che era appunto un marinaio negli anni Sessanta, mi raccontava che alcuni suoi colleghi si facevano tatuare in porto, addirittura, e chi commetteva dei crimini direttamente in galera. In precedenza i pescatori si facevano tatuare àncora e timone nelle dita come simboli di fortuna, per propiziare una buona pesca o per far ritorno a casa sani e salvi dalla navigata. Ma questi sono solo alcuni esempi. In realtà non mi sento legata al traditional per il mio cognome o per il fatto che mio padre fosse un marinaio o un pescatore (anche perché lui non ha mai apprezzato i tatuaggi proprio perché ai suoi tempi erano per la maggior parte i carcerati a farseli): è semplicemente il genere che mi piace di più»
Dopo aver saputo che non ha avuto il lavoro s’è pentita, almeno per un attimo, dei suoi tatuaggi?
«Nella maniera più assoluta. Anzi, credo che tra un po' farò proprio un nuovo tatuaggio, e lo farò proprio nelle mani».

17/03/14

c.. di massa Perù: tutti nudi a Machu Picchu Dilaga moda, ma scattano arresti

unione sarda  Domenica 16 marzo 2014 21:47


                                                                Nudi a Machu Picchu

Fino a un po' di tempo fa erano episodi isolati. Poi hanno attirato l'attenzione dei media, e ora rischiano di diventare una tendenza tra gli stranieri che visitano il principale sito turistico del Perù. Non si sa bene quando è iniziato il gioco, ma come sempre è su Internet che si è diffusa la nuova tendenza. Prima c'è stato l'arresto di due ragazzi, uno australiano e uno neozelandese, che si fotografavano senza nulla addosso fra le rovine. Poi le immagini pubblicate da un giovane israeliano sul suo blog per arrivare inevitabilmente al video su YouTube, in cui si vede una coppia correre senza vestiti nella cittadella inca. Ieri altri quattro arresti. Ricardo Ruiz Caro Villagarcia, responsabile della Cultura di Cusco, la regione dove si trovano le rovine, ha promesso che garantirà che "cessino questi episodi, che pongono a rischio il nostro patrimonio". Anzi, le autorita locali hanno già fatto sapere che se ci saranno nuovi stranieri con il "vizietto", avvertiranno immediatamente le rispettive ambasciate. Chi ha provato a fare un'analisi rigoroso di quello che potrebbe diventare un nuovo fenomeno del turismo è El Comercio, principale quotidiano di Lima. "Perchè tutti nudi su Machu Picchu?", si domanda il quotidiano, dandosi due risposte: "La prima ragione è quella di voler lasciare un'impronta nella propria vita. Si può cioè scrivere un libro, piantare un albero... oppure farsi scattare una foto nudo tra le nostre rovine". "Il secondo motivo é strettamente legato a Internet - prosegue il giornale -: la rete "massifica" ed è quindi necessario fare cose eccentriche per poter distinguersi e fare in modo che la società ti guardi".




06/01/14

Non pellicce ma tatuaggi" Modella cinese posa nuda



musica in sottofondo  \  consigliata
  Bandoneòn - Giacomo Spano ( http://giacomospano.com/ )
Nostra signora dell'ipocrisia - Francesco Guccini  

cazzeggiando sul sito de  l'unionesarda 
leggo questa news .

"Ink, not mink" significa "tatuaggi, non pellicce". E' lo slogan scelto per sensibilizzare le persone rispetto ai capi d'abbigliamento fatti con pellicce di animali.                                    
La modella e artista cinese Wang Ke ha posato nuda mettendo in mostra solo i suoi tatuaggi. Obiettivo: ricordare il messaggio della Peta, associazione animalista internazionale, che da anni diffonde per sensibilizzare la gente a non acquistare capi di abbigliamento fatto con la pelliccia di animali

Essa  non contiene  niente  di nuovo  perchè  ormai  usare  il proprio corpo come protesta   non costituisce nessuna   novità  degna  di nota . Infatti   se  i media ne parlano  è  perchè  siamo in una società  mediatica  dove  l'esposizione del  corpo e il suo  uso massiccio    serve ( vedere   spot  pubblicitari  ,  trasmissioni tv come striscia la notizia  , ecc )  come arma  di distrazione di massa  ed  attirare   i media   come mosche  sul miele  , ecco quindi che da quasi ex pornodipendente    ritengo valida la frase  ( non ricordo   la fonte  )   tira più un pelo di  ....   o di ( aggiunta mia  per  par condicio )  ....   che  un bambino che muore  , come  si può notare   anche dal fatto che  tra i miei post più popolari  c'è quello  su  porno ( senza  vocazione  al limite della ninfomania  ) di sara tommasi . 

La  vera news  \  novità sta nel  fatto   che a  farlo  è  una  modella cinese   un paese  dove  anche  il  più semplice nudo  è  represso  ed censurato  .  

03/05/13

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche e cacciatori di ladri d'opere d'arte

 all'origine  del post  d'oggi   c'è  una  interessante  discussione avuta  tempo  fa  , scaturita  dalla lettura   di questo suo  articolo  , poi ripreso  sul blog  ,   con il mio vecchio  compagnodistrada    di splinder    recuperato  poi su facebook   Fiore leveque

  • Fiore Leveque

    perché trovi interessante l'aver postato il dialogo?
  • Giuseppe Scano

    perchè nonostante abbia studiato glottolofgia e filologia romanza dimenticavo l'origine di tale parola e l'uso proprio ( il tuo articolo ) e improprio che si fa nei media . vedi il libro manomissione dele parole di g.Carofiglio
  • Fiore Leveque

    ah capisco
    son molti anni che mi dedico alla rivalutazione e alla rivalorizazione delle parole
    a poche persone interessa
    perché stiamo tutti inglobati in una banalizzazione della parola
  • Giuseppe Scano

     e fai bene perchèp come dice moretti le parole sono impotanti http://www.youtube.com/watch?v=qtP3FWRo6Ow
    esatto
  • Fiore Leveque

    ogni parola ha dietro un discorso e una etica
  • Fiore Leveque

    cui oggi non si da importanza
    e per qusto le parole son come gioie falsifificate
Giuseppe Scano

purtroppo

  (....)  





è da questa discussione che riporto due articoli interessanti sul molteplice uso della parola caccia

IL Primo  è tratto da  repubblica  online del 30\4\2013  

Sciacalli della moda a caccia di anoressiche





QUANDO una modella muore di anoressia ne parlano tutti. Si scandalizzano, si indignano, protestano. Si decide che non è più possibile continuare con questa storia della magrezza a tutti i costi, e che il mondo della moda deve essere il primo a reagire in modo drastico. E talvolta si prendono anche decisioni importanti, come in Spagna o in Israele dove, dopo la morte nel 2006 della top model brasiliana Ana Carolina, si è deciso di non far più sfilare le ragazze troppo magre. 
Ma dopo l’emozione del momento, tutti (o quasi) ricominciano a vivere tranquillamente dimenticandosi dell’accaduto. Anzi, ci sono anche coloro che continuano a sguazzare nel mare di dolore di molte ragazze che soffrono di disturbi del comportamento alimentare e che ne approfittano. Al punto da non esitare a “reclutare” modelle tra le pazienti di una clinica svedese specializzata proprio nella cura dell’anoressia. 
È quello che si apprende in questi giorni, dopo la denuncia fatta dai medici del Centrum för Ätstörningar di Stoccolma, che hanno deciso di non permettere più alle proprie pazienti di uscire ed entrare liberamente dalla clinica. «Alcuni agenti che lavorano nel mondo della moda abbordavano queste ragazzine di 14-15 anni proponendo loro di lavorare come modelle», denuncia una dottoressa del Centrum. «Come si fa a far prendere loro coscienza della propria malattia, quando c’è chi le corteggia proponendo loro di diventare famose?» 
Uno dei problemi più grandi, per chi soffre di anoressia, è quello di capire e accettare che il proprio rapporto con il cibo è problematico e pericoloso. Molte ragazze sono convinte che il fatto di non mangiare le renda più forti e più sicure. Dietro il sintomo dell’anoressia, c’è sempre il bisogno di controllare il cibo per controllarsi, di negare la fame per sentirsi più forti e indipendenti. Anche se poi si dipende talmente tanto dal giudizio degli altri, che si preferisce morire piuttosto che smetterla di cercare di fare di tutto per corrispondere alle aspettative altrui. 
Come fa allora una ragazzina che ha una frattura narcisistica di questo tipo a capire che sta per distruggere la propria vita quando qualcuno le si avvicina e le dice che è “talmente bella che può diventare una modella”? 
I medici del centro di Stoccolma denunciano questi sciacalli della moda e chiudono le porte della propria clinica. Ma non è giunto il momento di smetterla una volta per tutte con queste pratiche immorali e con questo mito falso e bugiardo del “corpo-moda”? Quante altre vittime innocenti devono ancora esserci prima che la società si renda conto che la vita di una ragazza vale molto di più di qualche foto patinata in prima pagina di una rivista femminile? 


Il secondo  sempre  da repubblica  del 28\4\2013


La crociata dei Rosenberg a caccia di opere d' arte saccheggiate dai nazisti


NEW YORK - Era una delle (tante) ossessioni dei gerarchi nazisti: rubare opere d' arte. Secondo un calcolo approssimato per difetto, ne saccheggiarono oltre centomila nei paesi occupati per un valore attorno ai 10 miliardi di dollari. Avevano creato una divisione apposta che aveva il compito di setacciare musei, case d' aste e collezioni private. Come quella della famiglia Rosenberg, che da allora, da oltre settant' anni, da tre generazioni, insegue il suo tesoro perduto con pazienza, tenacia e incredibile capacità, tanto da aver recuperato quasi il 90 per cento dei quattrocento pezzi originali. La loro avventura sembra un film, e in effetti - benché solo come spunto - lo è già: "Il treno". Una pellicola di guerra con Burt Lancaster dove si racconta il tentativo di un colonnello delle SS di mettere in salvo, in Germania, il suo bottino di tele pregiate (e rubate). Ed è anche un libro, 21 rue La Boetie, della giornalista francese, nonché ex moglie di Dominique Strauss-Kahn, Anne Sinclair che è la nipote del capostipite, Paul Rosenberg.(  foto  a  sinistra presa  da http://intranews.sns.it/intranews/20130429/SIL1048.PDF  )
La storia, raccontata dal New York Times, inizia a Parigi negli anni Trenta, dove il giovane Paul fonda una galleria d' arte che diventa presto una delle più importanti. Amicissimo e confidente di Picasso, il quale cerca una casa a due passi da lui: "Ciao Rosi", "Ciao Pic", è il saluto dei due ogni mattina, il mercante crea una rete di rapporti con i migliori pittori e, di conseguenza, una collezione prestigiosa: Matisse, Braque, Cézanne e poi ancora Renoir, Van Gogh. La notte scende quando arriva la guerra e con i nazisti alle porte Paul Rosenberg decide, per sfuggire ai campi di concentramento, di andare negli Stati Uniti, destinazione New York, dove apre subito un' altra galleria nell' Upper East Side. Prova a spostare anche le sue opere d' arte ma è impossibile, non c' è più tempo. Prima di scappare, le nasconde inutilmente in una banca e in una casa di Bordeaux, ma soprattutto, cosa che si rileverà molto più efficace, mette per iscritto con amore maniacale un inventario completo. Nei giorni confusi della Liberazione, nell' agosto del 1944, Alexandre, il figlio maggiore, entra nella capitale al comando dell' esercito francese e dopo un breve scontro a fuoco fa irruzione nel treno numero 40044 (quello del film) diretto verso la Germania e nei vagoni trova decine di sculture, oggetti preziosi e quadri, molti di quelli che lui aveva imparato a conoscere sulle pareti della casa paterna. La caccia parte da qui.


 La piccola lista è ora un archivio monumentale con oltre 250mila documenti che occupa un intero piano della casa di famiglia a Manhattan. E a portare avanti "la crociata dei Rosenberg", c' è Marianne la figlia di Alexandre che fa l' avvocato: «Non lasceremo mai perdere, non dimenticheremo: è la nostra missione». Per anni, leiei suoi parenti hanno spulciato i cataloghi dei musei, le pubblicazioni delle case d' aste, gli archivi dell' Interpol e quelli delle associazioni - come quella del Getty di Los Angeles o dell' Holocaust Memorial Museum- che hanno messo online l' elenco delle opere rubate dai nazisti. Un dipinto di Braque viene trovato nel negozio di Josée de Chambrun, guarda caso la figlia di Pierre Laval uno dei leader del governo di Vichy. Un Matisse viene individuato durante un' esposizione temporanea al Centre Pompidou, un altro viene scovato, proprio in questi giorni, in Norvegia. E via così, quadro dopo quadro, scoperta dopo scoperta. Ogni volta è una battaglia legale, ogni volta è una sfida contro le leggi dei paesi, che nonostante ripetuti accordi internazionali spesso intralciano il recupero. Difficoltà che non fermano i Rosenberg: «Paul sarebbe andato sino alla fine del mondo per ritrovare e portare a casa i suoi adorati quadri», dice un amico. E gli eredi hanno lo stesso sangue: «Adesso toccherà alla quarta generazione finire la caccia», giura Marianne. Tanto, manca ancora poco prima dei titoli di coda con il lieto fine e la scritta missione compiuta