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06/08/17

Firmare il contratto di assunzione sulla soglia dei 70 anni. Succede a Palermo, dove una docente di scuola primaria è stata convocata dall’ufficio scolastico provinciale per la stipula di un contratto a tempo indeterminato.



Firmare il contratto di assunzione sulla soglia dei 70 anni. Succede a Palermo, dove una docente di scuola primaria è stata convocata dall’ufficio scolastico provinciale per la stipula di un contratto a tempo indeterminato.


da repubblica  6\8\2017 





Bernarda Di Miceli: "Io, assunta a 69 anni, adesso i miei scolari mi chiameranno nonna"
Bernarda Di Miceli 
PALERMO - Quarant'anni di precariato erano già un bel record. Ma a Bernarda Di Miceli, la maestra palermitana che compirà settant'anni l'anno prossimo nel giorno di San Valentino, evidentemente non bastava. E non certo perché ambiva a entrare nel libro del Guinness. No, lei di quella nuova cattedra a un'età ampiamente pensionabile aveva bisogno. In tutto questo tempo, infatti, non è ancora riuscita a mettere insieme i vent'anni di contributi minimi per garantirsi, appunto, una pensione. E così mercoledì prossimo si presenterà all'istituto Pio La Torre di Palermo per firmare il suo contratto a tempo indeterminato di docente di scuola primaria: "Nella mia carriera ho avuto mille o duemila studenti, alcuni mi chiamavano mamma. Vorrà dire che adesso mi chiameranno nonna...".

Maestra Di Miceli, è passato tanto tempo, ma se lo ricorda il suo primo giorno di scuola da insegnante?
"E come potrei dimenticarlo? Erano i primi anni Settanta, mia madre mi comunicò che mi avevano assegnato una supplenza: non avevamo nemmeno il telefono, era venuto direttamente il bidello a casa nostra, a Campofiorito, per consegnarmi la lettera d'incarico. Quel giorno ero felicissima, mi sembrò una conquista. Certo, non avrei mai immaginato che 40 anni dopo sarei stata ancora qui a lottare per una cattedra. Sarò probabilmente la docente più anziana mai assunta. Le dirò, probabilmente mi emozionerò ancora una volta quando conoscerò i miei nuovi alunni. Mi capita sempre".


Palermo: 69 anni e sei mesi, firma il contratto di docente a tempo indeterminato



Come era iniziata la sua carriera scolastica?
"Mi sono diplomata nel lontano 1969-'70 e, dopo quella supplenza ho continuato ancora per qualche anno. Poi, nel 1975, mi sono sposata e sono arrivati i primi figli. Dieci anni dopo, nel 1985, ho vinto il concorso a cattedre alla scuola elementare e non essendo rientrata nei posti ho fatto l'inserimento in graduatoria, che allora si chiamava "del doppio canale". Così è cominciata la mia lunghissima vita da precaria della scuola".

Da una cattedra all'altra, sempre in giro per la provincia ma mai il tanto sospirato posto fisso...
"Proprio così. Sono passata da tantissime scuole. Mi alzavo all'alba, preparavo la colazione per la mia famiglia, mettevo un po' di ordine e poi correvo verso il bus o il treno. Ho anche fatto l'insegnante di sostegno: un'altra esperienza eccezionale". Come sono cambiati i bambini negli ultimi 40 anni? "Sono più diretti, spigliati e hanno un rapporto diverso con le maestre. Qualche tempo fa, un mio ex alunno ormai grande mi ha chiamata e mi ha chiesto di potermi vedere. Ancora, solo al pensiero mi commuovo".

Come mai non è stata assunta prima?
"Sono stata in graduatoria dal 1985 al 2013. Ma gli impegni familiari - ho sei splendidi figli - non mi hanno consentito di accettare tutte le supplenze. Poi, in occasione dell'aggiornamento 2014-2017 il provveditorato agli studi di Palermo mi ha esclusa per raggiunti limiti di età. È stato merito di mia figlia avvocata, Simona Santacolomba, se oggi sto per firmare un contratto per il ruolo. Io non avevo ancora compiuto 66 anni e tre mesi per appena 4 giorni e non potevo essere depennata dalla graduatoria. Così mia figlia ha insistito perché presentassi lo stesso la domanda di inserimento e facessi il ricorso al giudice del lavoro. Nel 2017 è arrivata la sentenza: ho il diritto di restare in graduatoria e per questo mi spetta l'assunzione".

Cosa ha provato quando le è arrivata la convocazione?
"Mi sono emozionata. Tornare a lavorare con i bambini mi fa sempre questo effetto. Resterò poco, probabilmente un anno

ma ho diritto a completare la contribuzione minima per la pensione: 20 anni".

Cosa si sente di dire a chi inizia questo percorso oggi?
"Che questo è un lavoro che va fatto con amore. Nient'altro. È l'unica cosa che conta".







Ecco una discussione , in merito a quresta notizia con un mio amico " trollone "

Io cosa vergognosa che bisogna aspettare un numero di anni prima d'essere assunti
Lui Perchè vergogna?siamo in uno stato di diritto? Le leggi debbono essere rispettate da tutti, in questo caso sono stati rispettati i regolamenti.
IO La vergogna consiste nel creare meccanismi insulsi che fanno si che un precario entri di ruolo a 69 anni. In ambito privato se un datore di lavoro ti assume e ti licenzia a rotazione continua il giudice del lavoro riterrà che trattasi di assunzione a tempo indeterminato camuffata da contatto transitorio, pronunciando i provvedimenti conseguenti. Se il datore di lavoro è invece lo Stato, è normale che si venga assunti (come docenti precari) a ottobre e licenziati a giugno anche per 15 anni consecutivi.
LUI che  fissa   che  avegte  con il posto fisso  ,  l'importante   è lavorare  , no ?
IO -----   cambiamo discorso che è meglio  🙈😧😨
LUI   già  . che  ne  pensi  di  .....


L'unico commento che mi sento di fare è Che "non e' mai troppo tardi"! e che Il tempo è sempre galantuomo ..... ma se fosse stata chiamata qualche anno fà,sarebbe stato meglio.Ingfatti assegnano un posto cosi' non pagano la pensione...se lo davano ad un giovane età una pensione da pagare...cosi' ne risparmiano una assegnando un posto ad una persona che non puo' maturare anni di servizio. Concludo facendo i Complimenti alla docente che dovrebbe ricevere la medaglia d'oro per la pazienza e la caparbietà dimostrate. Questo fatto dovrebbe far capire, a chi ci legge, quanto si difficile ottenere un posto così importante per il futuro della società, malgrado il misero stipendio. Certamente vi sono insegnanti bravi e insegnanti veramente scarsi. Pure il ministero ha dirigenti scarsissimi. Se non cambia la struttura della scuola resteremo gli ultimi sempre. Il sindaco di Palermo e il Presidente Mattarella dovrebbero presenziare alla nomina in ruolo.Un esempio morale e civile per tutti noi buoni solo a lagnarci e a sognare inutilmente il posto consiglio le suggerisco di non andare in pensione e si goda , salute permettendo altri 10 anni di insegnamento. Quando si fa un lavoro che piace allunga la vita glielo dice un nipote di un ex elettricista dell'Enel ( allora si chiamava cosi ) che nonostante fosse in pensione continuava a lavorare da privato fdin quando la salute gli lo ha permesso cioè fin a 5 anni prima della morte buon lavoro

25/07/17

i rapinatori della sala slot graziano e on rapinano cliente disoccupato

  CANZONI  SUGGERITE
The Gang - Bandito Senza Tempo
Guns N' Roses - Don't Cry


Fonte, i rapinatori della sala slot graziano cliente disoccupato

Onè. «Sono senza lavoro, tutti i miei soldi nel portafogli» e i tre banditi, svuotata la cassa della sala slot, se ne vanno
















FONTE. Pistola puntata e volto coperto, prima rapinano la sala giochi, poi tentano di portare via il portafogli all’unico avventore, salvo poi fare dietrofront quando questo li supplica di lasciarlo stare essendo un disoccupato.
L’assalto è avvenuto domenica alla sala giochi Atlantica di Oné. Erano circa le 23 quando tre individui hanno fatto irruzione nel locale minacciando con una pistola le due uniche persone che al momento erano all’interno: la titolare cinese di 49 anni e un cliente. Immediato e perentorio l’ordine di aprire le casse e farsi consegnare l’incasso, una sola frase pronunciata a quanto pare in un italiano piuttosto incerto, o perché il trio era di origine straniera o per depistare le indagini. Mentre la donna apriva le casse, sperando che l’incubo finisse quanto prima, il cliente è stato fatto stendere faccia a terra. E in quel frangente, secondo quanto raccontato a chi è arrivato nel locale dopo l’assalto, i tre malviventi hanno chiesto all’uomo di consegnare loro il portafoglio. «Sono un disoccupato, quello che c’è nel portafoglio è tutto il denaro che ho», ha supplicato il cliente. I tre hanno rinunciato, anche perché il bottino già li soddisfaceva abbastanza, visto che si tratta di circa diecimila euro in contanti. Preso il denaro i tre sono scappati a bordo di una Fiat Punto.Scampato il pericolo, la titolare ha subito chiamato il 112: immediato l’intervento dei carabinieri della compagnia di Castelfranco per dare la caccia al trio di rapinatori. La banda però si era già garantita la fuga con un cambio d’auto al volo. Quella utilizzata per arrivare a Oné e poi scappare è stata ritrovata poco più tardi a San Zenone. E proprio qui era stata rubata qualche ora prima della rapina a un residente di nazionalità tunisina.
L’impresa dei tre malviventi, durata una manciata di minuti, è stata ripresa dagli impianti di videosorveglianza presenti nella zona e le immagini costituiranno un elemento importante per le indagini.
Purtroppo non è la prima volta che la sala giochi Atlantica viene presa di mira dai malviventi: era successo anche nel giugno 2014, quando
ignoti sono penetrati nella struttura dopo aver abbattuto a colpi di mazza il muro che divideva la sala giochi da un esercizio sfitto all’epoca dei fatti: seimila euro il bottino del saccheggio di videogiochi e macchinette cambia moneta, oltre diecimila euro i danni al locale.

20/07/17

SOLO (In morte di Pino Pelosi) © Daniela Tuscano


Quella pace che non so augurarti. E di cui tu pure hai diritto. Quella pace, parola grande, imprendibile, quella pace oggi forse t'accoglierà. Cerco le tue immagini - non voglio affiancarti al poeta vivo, meglio il monumento - e ti vedo sempre estraneo, mai protagonista.
L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e spazio all'aperto
da  https://www.facebook.com/Pier.Paolo.Pasolini.Eretico.e.Corsaro/

 Non so se incarnassi la mutazione antropologica preconizzata da Pier Paolo. Eri semplicemente capitato lì, come un grande punto interrogativo, vagante e privo di curiosità. Con quelle rughe sbagliate, incapaci di far storia. Ogni tanto perfino sorridi, accanto ai manifesti del poeta. Ed è un sorriso, purtroppo per te, inopportuno e scentrato. Dolente? Semmai, umiliato. Vedo alle tue spalle una notte remota che mi spira ancora addosso, e vorrei tornare a quel novembre del '75, a quel tavolo, alle chiacchiere. Vorrei riavvolgere il nastro e implorare: "Fermatevi!". Oppure no, oppure mi ripeto che non può finire così, che PPP ce la farà comunque, malgrado te, malgrado anche se stesso. Ma è andata diversamente. E bestemmio quei passi, quel tragitto e quelle pietre e le erbe marce e gli avanzi di civiltà industriale vomitati tutti lì, assieme a voi, in quel nero di petrolio, e pretendo mi restituiscano Paolo.
Sono i testimoni di tutte le pesanti disgraziate notti d'Italia. Più eloquenti, nel loro solido silenzio, delle tue mille evocazioni, troppe volte smozzicate e rimangiate.
Eri solo, ostinatamente e forzatamente solo. Anzi, isolato. Anche in questo, cifra del nostro millennio al declino, lo sbriciolarsi degli ideali, degli abbracci, delle relazioni, degli inni e delle bandiere. Dei cori e dei baci. Eri il nostro rischio, la nostra perdizione.
Sì, abbi pace. Hai sepolto con te ogni segreto, ogni verità. L'umana, inesausta domanda s'arresta davanti ai misteri, ma la coscienza individuale può sempre aprirsi al Mistero, supremamente giusto ma immensamente misericordioso.
© Daniela Tuscano

bene e male si mescolano, Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi,vivere in strada , papagallo fa condannare un assasino , lavorare con la fantasia e con la letteratura ,


da http://palermo.repubblica.it/cronaca/  20 luglio 2017

giuseppe   lo  porto 

Il commento, due città costrette a convivere tra loro
La storia dei fratelli Lo Porto come metafora delle due facce di una stessa realtà nella quale bene e male si mescolano

 di ENRICO DEL MERCATO


Ci sono due fratelli, in uno dei quartieri più difficili di Palermo: uno fa il cooperante gira per il mondo - anzi per le zone più pericolose del mondo - per aiutare i negletti della Terra e nel suo quartiere, che spesso è più pericoloso delle zone in cui infuria la guerra, non ci torna quasi mai al punto che muore lontanissimo da casa ucciso da un aereo teleguidato a centinaia di chilometri di distanza; l’altro fratello, invece, nel quartiere ci sta e ci fa i suoi affari che- hanno scoperto gli inquirenti- sono quelli della mafia. Ecco, da Brancaccio dove si consuma la storia dei Lo Porto fratelli diversi, arriva l’ultima, inevitabile, metafora di Palermo.
Giovanni Lo Porto Twitter © ANSA
giovanni lo  porto 
Quella che era la città del grigio, dove il bene e il male, il buono e il cattivo si mescolavano risultando spesso indistinguibili, sembra essere diventata la città del bianco o nero. Del bene e del male che pur stando vicinissimi tra loro, riescono a restare distinti. Come nel caso dei fratelli Lo Porto (il “fratello buono” va via da casa e riduce al minimo i contatti con la famiglia e con il quartiere) e come nello stridere di quanto accaduto ieri. Nel giorno in cui si commemorava il venticinquesimo anniversario dell’assassinio di Paolo Borsellino e degli uomini della scorta centinaia di palermitani ripetevano quel rito laico (che in molti giudicano stantio ma sul quale si possono appoggiare le fondamenta di una società civile e migliore) del ricordo e della rievocazione. Centinaia di palermitani stavano in silenzio oppure rilanciavano con slogan o sui social network le parole di Palo Borsellino, ne “professavano” l’esempio. Nelle stesse ore, un’operazione di poliziaquella nella quale è stato arrestato tra gli altri proprio il fratello del cooperante di Brancaccio- svelava che una sostanziosa fetta di città continuava indifferentemente a chinarsi e baciare l’anello della prepotenza mafiosa. Pagando il pizzo e tacendo. Non osando minimamente - come invitava a fare Paolo Borsellino - “respirare quel fersco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale”.
Così come nella stessa famiglia c’erano un fratello pronto a immolare sé stesso per gli altri e uno che agli altri imponeva il tallone della prepotenza criminale, così in questa città coesistono quelli che riconoscono la mafia come sistema che conduce inevitabilmente al sottosviluppo e vi si ribellano e quelli che continuano a ritenere che con la mafia ci si possa o ci si debba convivere o fare affari.
Attenzione, però. Sarebbe facile e ovviamente sbagliato fare coincidere le sempiterne categorie del bene e del male con un mappa geografica della città sulla quale, per esempio, tracciare linee che assegnino alle periferiedove peraltro è molto più difficile darsi il coraggio antimafia senza l’aiuto delle istituzioni- i territori della connivenza e al centro quelli della resistenza. Così come sarebbe sbagliato sovrapporre quelle categorie a ceti o appartenenze politiche definite. Quello che accade all’interno del variegato mondo dell’antimafia deve fungere da segnale: industriali, politici, commercianti, giornalisti che si erano appuntati sul petto i distintivi dei “buoni” si sono poi rivelati più vicini ai “cattivi”.
Se la storia dei due fratelli diversi (e delle due città diverse) può lasciarci in dote qualcosa di utile è proprio questo: consideriamo un passo avanti la possibilità di saper leggere dentro l’indistinto grigio separando il bianco dal nero e facciamolo. Curando, però, di tenere gli occhi bene aperti



da  http://www.rivistastudio.com/




Le 22 mila persone obbligate a pulire bagni dai Termini di servizio di un wifi



Risultati immagini per cessi pubblici



Tim Berners-Lee, mediaticamente ribattezzato “il padre del web”, all’inizio dell’anno ha elencato le sue preoccupazioni principali riguardanti la rete che ha contribuito a creare: tra queste, c’erano i cosiddetti “Termini di servizio”, ossia i contratti legali tra gli utenti fruitori di un determinato servizio digitale (da Google all’app più sconosciuta) e i suoi gestori, che ultimamente sono sempre più densi di interminabili disclaimer e sotto-punti. Per dimostrare la pericolosità insita in questi strumenti a cui di norma prestiamo la nostra adesione senza un battito di ciglia, riporta Gizmodo, una società di comunicazione specializzata in servizi wifi ha inserito le condizioni più assurde, a cui poi migliaia di persone hanno inconsapevolmente detto “sì”.Purple è una compagnia basata a Manchester che gestisce hotspot wifi per diversi brand. La scorsa settimana, la società ha posto fine a un esperimento di due settimane in cui il suo “Service Agreement” aveva visto spuntare una “Community Service Clause” molto sui generis; chi la sottoscriveva era tenuto, a totale discrezione di Purple, a:

1. Pulire da rifiuti animali i parchi locali;
2. Fornire abbracci a cani e gatti randagi;
3. Rimuovere manualmente intasamenti dai sistemi fognari;
4. Pulire i bagni mobili usati a festival ed eventi locali;
5. Colorare i gusci delle lumache per illuminare le loro vite;
6. Grattare via i chewing-gum dai marciapiedi.

La notizia è che più di 22 mila persone hanno accettato a dedicarsi a un migliaio di ore di lavoro umile o completamente nonsense, e tutto per poter accedere a una linea wifi. Purple aveva anche previsto un premio speciale per chi avesse chiesto spiegazioni dell’insolito documento: l’ha vinto una persona sola. Non è chiaro, dice Gizmodo, se la società ora sarebbe davvero legalmente abilitata a richiedere i servigi di quei ventimila spazzini inconsapevoli, ma i suoi rappresentanti hanno già dichiarato che non impugneranno la loro parte dell’accordo.


da http://www.repubblica.it/esteri/2017/07/20/

Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
La sentenza in Michigan: il pennuto non è comparso in tribunale, ma la ex moglie della vittima ha riferito che ripeteva "Non sparare" con la voce dell'uomo



WHITE CLOUD (Michigan) 
Usa, donna condannata per l'omicidio del marito: la inchioda la testimonianza del pappagallo
Una donna è stata condannata per l'omicidio del marito sulla base della testimonianza del pappagallo della vittima. Dopo otto ore di camera di consiglio, la giuria ha dichiarato Glenna Duram, 49 anni, colpevole di aver assassinato Martin Duram, 46 anni, sparandoli cinque colpi d'arma da fuoco. Il delitto avvenne nel maggio del 2015. Secondo l'accusa, dopo aver ucciso il marito, la donna tentò di togliersi la vita procurandosi una ferita alla testa.
Decisiva per la condanna è stata la testimonianza dell'ex moglie della vittima, Crhistina Keller, secondo la quale dopo l'omicidio il pappagallo Bud, un cenerino africano, ripeteva: "Non (parolaccia) sparare" con la voce di Martin Duram. Il pennuto, che dopo la morte del suo padrone è stato "adottato" da Keller, non è "comparso" in tribunale, anche se inizialmente
la pubblica accusa aveva accarezzato l'idea di chiamarlo a testimoniare. Non è stato necessario, anche perché pure i genitori di Duram hanno avvalorato la tesi secondo cui il pappagallo era presente al momento del delitto e ripeteva le ultime parole di Martin.


Insieme da dieci anni, coppia sceglie di vivere in strada pur di non separarsi
Pordenone: è la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, di 48. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare. Oggi vivono al parco Galvani



PORDENONE. Vivono in strada per amore, da un anno tra le panchine dei parchi cittadini e la stazione ferroviaria. Sempre insieme. È la storia di Alex, 49 anni, e della sua compagna, 48.
Solo lui ci ha voluto parlare. Lei ha voluto rimanere anonima. Chiedono una casa, per cercare un lavoro e riprendere in mano la loro vita.
Insieme da 10 anni, non si sono mai separati. Nemmeno i conti che Alex ha dovuto fare con la giustizia, saldati un anno fa, sono riusciti a dividere un grande amore, un sostegno reciproco.
«Io vivevo una vita splendida – ricorda –. Vivevo a Spilimbergo, lavoravo in posta, facevo l’impiegato». Poi sono subentrati i problemi con la prima moglie, i giudici e i tribunali.
Nel frattempo, una decina d’anni fa, ha conosciuto lei, che gli ha fatto battere il cuore. Italiana, faceva la badante e aveva qualche lavoretto precario.
Esattamente un anno fa è cominciato per la coppia un calvario. «Per una ventina di giorni abbiamo vissuto in albergo, grazie ad alcuni risparmi che avevo da parte – spiega Alex –. Poi questa disponibilità è venuta meno e quindi ci siamo ritrovati per strada».
Le giornate si susseguivano tra i parchi e la stazione. «Per un paio di mesi lo scorso inverno ho vissuto nell’appartamento di un africano che è dovuto tornare nel suo Paese – sostiene Alex –. Avevo pagato la mia quota d’affitto. Peccato che quell’appartamento non fosse suo e il legittimo proprietario ci ha sbattuto fuori».
Oggi vivono al parco Galvani, seconda panchina a sinistra dell’ingresso principale: è quella la loro casa. I frequentatori dell’area verde cittadina li conoscono. Sopravvivono grazie all’aiuto di benefattori e di cittadini che portano loro da mangiare.
Si sono anche informati ai servizi sociali di Pordenone. «Vogliono imporci le loro condizioni e separarci, ma noi non vogliamo allontanarci: io e la mia compagna siamo fatti per stare insieme e per sostenerci», afferma l’uomo.
In realtà, i servizi sociali vorrebbero veramente dare loro una mano, separandoli sì ma per aiutarli a superare alcuni loro problemi e creando solide fondamenta per riprendere in mano la loro vita.
Ma su questo rimangono irremovibili:
giorno dopo giorno trascorrono la giornata al parco, su quella panchina, che è diventata anche il loro giaciglio notturno, con qualche borsa dove conservare i propri abiti e la solidarietà della città per mantenere la loro dignità.

Abbiamo inventato un lavoro



Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni
Ilaria e Daniele raccontano i matrimoni


Grazie a Ilaria Bigonzi e Daniele Massi, raccontatori di matrimoni

“Dicono che non c’è lavoro e bisogna inventarselo, non l’abbiamo inventato”. Comincia così la lettera di Ilaria Bigonzi, che fa fatica perché “anche mandare una semplice mail come questa è tosto, se hai un AMORE di due anni e mezzo che proprio in questo istante vuole che canti con lui "Occidentali's Karma" e suoni la chitarra guardando le stelle immaginarie sul soffitto, mentre dice: "mamma hai finito, mamma hai finito, mamma hai mandato questa lettera???".Un bambino piccolo, il lavoro che non c’è. Un giorno Ilaria e Daniele, entrambi appassionati di scrittura, sono diventati “raccontatori di matrimoni”. Hanno inventato un lavoro. Qui spiegano come è successo, quando, perché. Hanno creato un sito ed una pagina facebook una vetrina del lavoro che offrono. Tutto è iniziato in via Caduti sul lavoro, per ironia della sorte. Ecco Ilaria.“Vi racconto questa storia perché so che in tanti canteranno con me il ritornello. In una città balneare del centro Italia, c’è un bel fabbricato di edilizia moderna. Mattoncini crème caramel e grandi vetrate fumé. Almeno duecento dipendenti. Di che lavoro si tratta? Sul finire dell’era geologica, anni ‘90, ebbe principio il vero Big Bang del www. E là, in via dei Caduti sul lavoro, (nome quanto mai profetico) orecchiarono il business che viaggiava nell’etere. Ora fanno software per studi commerciali; smistano posta altamente sofisticata, firmano carte con un click, seguono donnemadri e pensionati per complicatissimi incartamenti burocratici. Fino ad un certo punto la genesi dell’apprendista era questa: colloquio, assunzione, rodaggio e tempo indeterminato"."Ma quando toccò a me, big bang: contratto co.co.pro. scadenza ogni 3/6 mesi, annunciata ovviamente all'ultimo momento, per un totale di sette scadenze per sette contratti (in quattro anni). Una sensazione perenne di camminare sospesi. Un'incertezza alla quale non si fa mai il callo. Emotivamente e psicologicamente una continua lotta interiore: "Speriamo almeno questa volta...". Anche se era un lavoro diverso da quello che sognavo mi dava il pane e mi permetteva fuori da quell'ufficio di scrivere racconti, poesie Haiku e iniziare romanzi"."La motivazione che con malcelato imbarazzo adoperavano era sempre la stessa: "Ci piace come lavori ma purtroppo la tua mansione verrà automatizzata". Sono passati anni e il posto che non aveva ragione di esistere, esiste eccome. I contratti probabilmente son sempre quelli, ma il volto di chi lo svolge è diverso. Non è quello di una che allo scadere dell'ultimo contratto è diventa madre, ma di un’altra a cui probabilmente capiterà la stessa cosa quando le 'lieviterà il ventre'"."Cadono i lavoratori, ma per fortuna si rialzano, e un giorno al parco arriva l'idea. Col mio compagno stavamo pensando a un regalo originale per due amici che si sarebbe sposati a breve. “Perché non gli regaliamo il racconto del loro matrimonio?”. L'abbiamo scritto davvero, abbiamo trovato un’artista che lo rilegasse e gli sposi l’hanno apprezzato così tanto che il loro entusiasmo ha posto le basi per un'attività. Da allora non siamo più solo compagni di vita, ma anche “Wedding Writers”. Raccontiamo agli sposi il loro matrimonio. E’ stato bello scoprire che dopo tutto, regalare emozioni è un gran bel lavoro”.




19/07/17

La mafia e il sorriso di Emanuela




25 anni fa, la strage di via D’Amelio: un’altra coltellata al quel corpo straziato italiano, che ci ha portato via Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi." La nostra" Emanuela Loi . Ora , come dice  Daniele Madu( un insegnante, studioso di cose di mafia e pubblicista: scrive su un giornale on line, Tramas de amistade – trame d’amicizia ) Alla vigilia del 19 luglio è andato a trovare la sorella di Emanuela Loi, Claudia. Emanuela è stata uccisa 25 anni fa in via D’Amelio: era nata a Sestu, era agente di polizia, aveva 24 anni. E’ stata la prima poliziotta a morire in servizio, non aveva ancora completato l’addestramentonell'introduzione articolo che trovate sotto , Scrivere di quei fatti non è semplice quanto è doveroso; si avverte il rischio di non aggiungere niente a tutto quanto è stato detto, studiato, ricostruito: eppure, per la giustizia italiana, ancora c’è bisogno di processi per giungere ad una verità, che non sia solo giudiziaria. Personalmente, poi, parlare di Emanuela è doloroso, coinvolgente: ricordo ancora, troppo, bene il giorno in cui sentii la notizia, e da quel momento in poi sono cresciuto col suo ricordo. [....] .



da http://tramasdeamistade.org/
Dopo Capaci, via D’Amelio: a ripensarci, 25 anni dopo, cosa proviamo? Dolore, smarrimento, incredulità, desiderio di unirsi, prendersi per mano e sconfiggere insieme, come Italia, quella “misteriosa e onnipotente mafia” – come la definì Paolo Borsellino – una volta per tutte, per poi festeggiare per le strade, coi canti e balli, come dopo la caduta del nazifascismo. Già, però, mentre il nazifascismo è davvero svanito, facendo sbocciare sulle sue ceneri la speranza, a 25 anni di distanza dalle stragi di mafia, non abbiamo ancora la sensazione che tutto sia passato: ci guardiamo ancora feriti, traballanti, come parti di una nazione ferita e traballante, che ancora protegge il mistero, che istituisce processi in cui lo Stato è accusatore e accusato, vittima e carnefice.
“Ma chi è lo Stato? Lo Stato siamo noi”; e su questo siamo d’accordo con Claudia e il marito Enrico. Lo Stato siamo noi, nonostante tutto: nonostante Borsellino sia morto con la sensazione che ad ucciderlo non sia stato solo la mafia, nonostante Emanuela facesse da scorta a obiettivi sensibilissimi – ma sì, diciamolo pure brutalmente, con le parole di Borsellino stesso – a morti che camminano – senza aver potuto svolgere il periodo di addestramento.
Quel periodo di addestramento avrebbe dovuto svolgerlo in Sardegna, ed è per questo che Emanuela, nella sua voglia di Sardegna e di casa, lo scelse: ma non ne ebbe il tempo.
Tutte le domande che porgo a Claudia riguardano la vita e il carattere della sorella, così che si delineano i tratti di un destino cieco e testardo che l’ha portata, come una eroina martire, a via D’Amelio con la forza.
Nel salone della loro casa d’infanzia, abbellito dalle foto di Emanuela, Claudia ripercorre quegli anni pur sempre giovanili e perciò spensierati. Non è semplice per nessuno incominciare a parlare, ma dopo qualche minuto riusciamo a concentrarci soprattutto su quella giovinezza e quella gioia, quella voglia di ridere che Claudia ancora conserva. Dopo la maturità, lei sarebbe voluta entrare in Polizia ed Emanuela diventare maestra. Fecero assieme i concorsi e i viaggi, assaporando la bellezza della forza fraterna –indistruttibile - e dello stare insieme. A Roma capita, però, che il destino scelga Emanuela in Polizia e che questo lavoro le piaccia, tanto da non farle cambiare idea neanche dopo la notizia di aver conseguito l’abilitazione all’insegnamento elementare. Cosa può esserci di più distante: la dolce tranquillità di una classe colorata di bambini e le vie di Palermo insozzate e insanguinate dai mafiosi.
Eppure ora la vita di Emanuela, a scuola, è conosciuta da tantissimi studenti che Claudia incontra spesso: sempre interessati - fin quasi all’impertinenza in certe domande – e perciò consapevoli.
Quando le diedero come destinazione Palermo, disse Emanuela: «Ma dove c’è la mafia?», non con cognizione, però, quasi con ingenuità e una perplessità sorridente, come a parlare di qualcosa di lontano.
Non ebbe paura e non si voltò indietro, in una città dalla quale invece Claudia, come confessa, sarebbe fuggita: ma la sorella era coraggiosa, e il coraggio è ciò che mi indica come aspetto del carattere che ricorda di più.
I giorni immediatamente prima dell’attentato Emanuela era a Sestu e non stava bene ma si preparava a ripartire. La madre avrebbe voluto che restasse ancora un po’, che si riprendesse ma, con naturalezza, lei rispose che anche gli altri avevano diritto ad andare in ferie e ripartì.
Chiamava a casa con regolarità, saltando solo raramente qualche giorno: rassicurava tutti, pur non potendo esporsi, e scherzava con Claudia.
Il sabato 18 non chiamò, e a casa non si preoccuparono. Domenica 19 però tardava e i genitori erano un po’ in ansia. Emanuela era a disposizione in caserma e quel giorno c’era bisogno di un agente nella scorta di Paolo Borsellino. Del seguito, poi, sappiamo tutto: il destino si è compiuto.
Non ho voluto chiedere nulla del padre e della madre: sappiamo che sono morti di dolore e ho scelto un silenzio di rispetto e vicinanza.
Non abbiamo parlato neanche dei mafiosi, dei processi, dei misteri: non mi interessavano in quel momento e, del resto, Claudia mi rivela che lei non ci vuole pensare a quelle cose. Si è sempre sentita accompagnata dallo Stato, da quella parte di esso che la circonda di attenzioni e non si dimentica mai di Emanuela.
Anche il fratello Marcello ora è sereno: è diventato poliziotto dopo sette anni di disoccupazione e dopo aver perso la sorella, i genitori, la moglie e un figlio.
Eppure anche parlando della sua vita e dei suoi dolori, sorridiamo pensando che ha un’altra figlia, di nome Emanuela e nata nel ’92.
Ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più: sicuramente per quel suo essere la prima e unica donna, ragazza, morta nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per quei mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa.
Vado via e ora scrivo col cuore allo stesso tempo inquieto ma calmo, forte ma commosso, pensando che la mafia non ha vinto, perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere.

E allora quelle domande di senso, persistenti, forse nella forza della vita hanno una risposta: ha avuto un senso la morte di tutte queste persone belle, perché semplici? Non c’era un altro modo perché l’Italia si ridestasse dalla sua narcotizzata anestesia?
I ragazzi hanno bisogno di figure di eroi martiri per essere consapevoli di dover combattere la mafia?
Che loro possano in futuro festeggiare, coi canti e i balli, la nuova Liberazione.


e  come   suggerisce  concita   nel suo  articolo  http://invececoncita.blogautore.repubblica.it/articoli/2017/07/19/strage-via-damelio-la-poliziotta-emanuela-loi/



Con Claudia e Enrico [ il fratello e  la sorella  di EManuela Loi ] ci chiediamo come mai Emanuela non solo sia ancora, naturalmente, amata ma lo sia sempre di più. La prima e unica donna, ancora una ragazza, morta quel giorno nell’adempimento del suo dovere da poliziotta. Come una beffa per i mafiosi così patriarcali, così falsamente e vilmente virili. In questo periodo così duro per i diritti delle donne, la sua figura è ancora più preziosa. Ci salutiamo dicendoci, pensando, che la mafia non ha vinto perché non ci ha tolto il sorriso e la possibilità di ricordare Emanuela nella sua gioia di vivere”.




















































13/07/17

La parata di spazzacamini a Giavera per le nozze di Jessica e Ivan, L’abbraccio tra ladro e derubato 36 anni dopo il furto

Non sono tanto melenso  , ma    certe  cose  mi commuovono  . E poi   questo  è un evento "  storico " particolare  ,  infdatti , si  tratta di un evento che non si ripeteva da quattro secoli: le nozze tra due colleghi spazzacamini


TREVISO. Volendolo raccontare come un romantico sogno di mezza estate, si potrebbe dire che mancavano solo Bert e Mary Poppins. Giavera, sabato scorso, si è fatta cornice di una riunione di spazzacamini degna di un film di Walt Disney. Cosa li ha fatti scendere dai tetti di tutta Italia per raggiungere la chiesa del piccolo Comune della Marca? Non è stata la tata più famosa del cinema a chiamarli a raccolta, ma un evento che non si ripeteva da quattro secoli: le nozze tra due colleghi spazzacamini. Chi sono? La sposa è Jessica Zanusso, una delle pochissime donne in Italia ad aver scelto questo antico mestiere, lui è il collega Ivan Paruzzolo. L’8 luglio, dopo 12 anni di fidanzamento e 4 di convivenza hanno detto il «sì» che ti lega per la vita. Accanto a loro una ciurma di invitati rigorosamente in abito nero. Uno sgarbo alla sposa? Macché, erano tutti in divisa d’ordinanza, da spazzacamino ovviamente





Un evento storico per la categoria: «L’ultimo matrimonio tra una coppia di spazzacamini è stato celebrato nel Settecento», spiega entusiasta Paolo Zanusso, papà della sposa oltre che presidente nazionale dell’associazione di categoria, l’assocosma. Ecco spiegata la riunione in divisa di gala e l’omaggio agli sposi con tanto di tube alzate. Anche Jessica, reinterpretando il bianco nuziale, ha sfoggiato un cappellino bianco che strizzava l’occhio al suo amato mestiere così antico, ereditato dal padre.






Per trovar notizia di un’unione tra spazzacamini bisogna riavvolgere la storia di quattro secoli, come testimoniano i documenti custoditi al museo di Santa Maria Maggiore, nella piemontese Val Vigezzo. «A settembre faremo una festa proprio al museo con tutti i colleghi per ufficializzare e tramandare l’evento», spiega papà Paolo. Le tube, il rombo delle motociclette (con tanto di giro degli sposi), gli scherzi e le risate sono stati i protagonisti di una giornata indimenticabile. E il viaggio di nozze? Niente balzi tra i camini londinesi, gli sposi hanno scelto una meta tradizionale. Si preparano a partire per qualche giorno in montagna, la luna di miele è rimandata a gennaio: Jessica e Ivan voleranno in Giamaica.




Treviso: ecco Jessica, la ragazza che spazza i camini Una volta tornati continueranno il loro lavoro, che ha reso famosa Jessica. Innamorata del lavoro del padre, otto anni fa si è iscritta ai corsi professionali per spazzacamino, che si tengono a Udine. Questo lavoro con la modernità si è fatto quasi scientifico, ma non ha certo perso la sua patina, pur nera, di romanticismo. Sui tetti di Londra infatti, insieme a Bert e Mary, per decenni hanno sognato, e continuano a sognare, milioni di bambini.



L’abbraccio tra ladro e derubato 36 anni dopo il furto

Il bassanese: «All’epoca gli avrei tirato un cazzotto, ora sono commosso dalle sue scuse. Il perdono è una cosa meravigliosa»

11/07/17

Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo

ma in che 💀💣💥💥💩 di paese viviamo ?Questo  è l'unico commento che mi sento da fare leggendo storie come questa che riporto sotto . Va bene che dal punto di vista giudiziario : << Sulla vicenda il sindaco di Napoli Luigi de Magistris ha detto: “Bisogna accertare eventuali responsabilità sulla morte del 24enne ivoriano >> ma  dal punto  di vista etico  morale    tale  persone  e tali atteggiamenti     vanno condannati  .  Prima  di lasciarvi  alla storia   , anticipo   a chi mi dirà , tu che  avresti fatto ?   io  l'avrei porto  anche  a piedi   o  avrei ( non avendo patente  )  dato l'auto   dei  miei  per  poterlo all'ospedale  o  soccorso  se  fossi stato medico   . perché   una persona che   sta male      va soccorsa indipendentetemente  dala nazionalità  . 



Ibrahim, 24 anni, morto di appendicite e di razzismo





Marco si è sentito male domenica, mentre era con suo fratello e gli amici. Un ragazzo gentile di 24 anni che parlava cinque lingue, impegnato come volontario per tradurre le informazioni ai richiedenti asilo. Si lamentava per i forti dolori all’addome. I crampi che provoca l’appendicite quando si infiamma. È corso in ospedale, dove lo hanno subito dimesso. «Ma io sto malissimo, mi fa male la pancia!», ripeteva. Non gli hanno creduto.
Nelle ore successive i dolori aumentano. La sera, Marco non riesce più a stare in piedi. Suo fratello e i suoi amici lo portano alla farmacia di turno, quella di Piazza Garibaldi, a un passo dalla stazione centrale di Napoli. Il farmacista si rifiuta di aprire la porta. Vede il ragazzo contorcersi per il dolore. Lo pregano di chiamareun’ambulanza. Attendono per più di un’ora, mentre Marco è riverso a terra, ma l’ambulanza non arriva. I ragazzi corrono alla fermata dei taxi più vicina, quella di Piazza Mancini. Per accompagnare Marco in ospedale servono dieci euro per la corsa. «Eccoli!», dicono, ma il tassista si rifiuta di caricarli. «Per piacere, sta malissimo!». Niente da fare. I ragazzi sollevano Marco e lo scortano a un’altra farmacia. Il farmacista osserva il ragazzo e gli suggerisce di acquistare farmaci per quindici euro. Marco inghiotte i farmaci, torna a casa, vomita.
Suo fratello e i suoi amici tentano di nuovo di chiamare un’ambulanza, invano. Si rivolgono a Mauro, che è medico. Telefona anche lui: «Non possiamo mandare un’ambulanza per un ragazzo che vomita». «Ma sta male – li supplica Mauro – è urgente!». Ricostruisce i fatti parlando al telefono con i colleghi, spiega i sintomi. Marco rantola, ha quasi perso conoscenza. «Niente ambulanza, dovete portarlo a farsi visitare alla guardia medica. Nel caso, poi, l’ambulanza la chiamano loro». Suo fratello e gli amici lo prendono in spalla, corrono disperati verso Piazza Nazionale. Fermano una volante dei Carabinieri ma nemmeno quelli vogliono caricare Marco in macchina. Si rimettono a correre.
Quando arrivano a destinazione Marco non risponde più. I medici capiscono che bisogna chiamare un’ambulanza e operarlo al più presto, ma il più presto era prima.
Poco dopo l’arrivo in ospedale, Marco è morto.
È morto perché non si chiamava Marco ma Ibrahim Manneh e veniva dalla Costa D’Avorio, come l’abbiamo ribattezzata noi europei nel 1500, quando abbiamo razziato tutti gli elefanti della zona portandoli all’estinzione.

Ora   ad  alcuni di voi   potrà sembrare  un caso   ma  ciò  sta  succedendo    sempre  più spesso  ma per   questo    forse perchè  storie  lontane  dai media e dal clamore mediatico , si hanno scarse notizie .


Infatti -  sempre secondo il fatto quotidiano -La denuncia è partita dai suoi amici: gli attivisti dello sportello medico e legale gratuito dell’Ex Opg Occupato. Stamattina hanno convocato una conferenza stampa per denunciare questa incredibilestoria di razzismo, ingiustizia e malasanità. Non è la prima che denunciano: in un anno di attività ne hanno seguite tante.
Quella della ragazza shrilankese alla quale, dopo il parto, non consentivano di riconoscere sua figlia perché non aveva i documenti. «Se entro dieci giorni non riconosci il bambino che hai partorito, vieni denunciato per abbandono di minore». I documenti li aveva persi nell’incendio che aveva distrutto la casa. I Carabinieri non avevano accettato la denuncia di smarrimento perché la ragazza non aveva i documenti. «Ora la bimba ha otto mesi, si chiama Violetta».
Quelle delle decine di ragazzi bisognosi di cure mediche urgenti e intrappolati anche loro in un Comma 22: per ricevere cure urgenti servivano i documenti che arrivavano dopo mesi. «Abbiamo aperto un tavolo con la prefettura e abbiamo ottenuto una circolare ministeriale che chiarisce che non c’è bisogno dei documenti per essere curati».
Quella delle decine di minorenni soli che arrivano dalla Libia con i segni della tortura addosso: «Li legano, li gettano a terra, li percuotono sotto i piedi e sulle gambe con i bastoni chiodati fino a spaccargli le ossa. Un ragazzo che abbiamo appena visitato ha perso un occhio per una manganellata». Siccome sono ferite cicatrizzate, all’ospedale non vengono refertate, quando invece sarebbe necessario per ottenere asilo politico.
Quella di Chek, che rischiava di finire come Ibrahim. «Per mesi lo hanno ricoverato e dimesso senza fargli analisi. Solo grazie al nostro intervento e dopo molte insistenze hanno acconsentito a fargli un emocromo e una elettroforesi dell’emoglobina che ha confermato il nostro sospetto: Chek ha un’anemia falciforme omozigote. Adesso sarà seguito da un centro specialistico e curato in modo adeguato ma se fosse morto, chi avrebbe spiegato perché ai suoi genitori? Chi spiega il perché per i tanti figli che muoiono attraversando deserti e mari?».



L’ambulatorio popolare dell’Ex Opg va avanti grazie a una rete di medici volontari. «Molti di loro non hanno alcuna appartenenza politica», spiega Mauro Romualdo, che voleva partire come medico volontario per l’Africa ma poi l’Africa l’ha trovata a Napoli. Ci sono specialisti di medicina generale, il ginecologo Enrico che lavora in una struttura convenzionata, l’ortopedico Francesco detto Ciccio, un primario in pensione, una pneumologa, una psichiatra del Policlinico, specializzandi in Infettologia, medicina interna legale, infermieri e psichiatri allo sportello di ascolto e sostegno psicologico. L’ambulatorio si è costituito grazie alle donazioni, come i due ecografi arrivati da un ginecologo in pensione. «Sono tante le gravidanze che abbiamo seguito. Da poco è nato Denis, il figlio di una ragazza cinese. «Non parlava italiano, ci capivamo traducendo sul telefono». Per questo, all’Ex Opg ci sono anche i corsi gratuiti di italiano. «Vengono a farsi visitare anche tanti abitanti del quartiere e delle altre zone di Napoli. Un napoletano che non sapeva leggere e scrivere sta imparando qui». Il controllo popolare della salute, lo chiamano.
Garantire le cure mediche ma anche l’istruzione, l’assistenza legale contro lo sfruttamento e il lavoro nero, il doposcuola, l’asilo, perché le cure non sono solo le medicine, cura è prendersi cura, capire i bisogni, ascoltare. Per salvare Ibrahim sarebbe bastato ascoltarlo e invece è morto di razzismo: un male incurabile, sebbene la ricerca stia facendo passi avanti e passi indietro. Passi indietro a Chioggia, passi avanti a Napoli, all’Ex Opg, dove si aiutano gli immigrati a casa loro, cioè qui.


Strano  che il minisro  la ministra  della  sanità  e  della salute    non  manda  ,  forse  per  evitare  di perdere lettori  malpancisti   e    filo salvinisti  che stanno avendo sempre  più 😈😕😌 seguaci    fra  la  gente  ,  gli ispettori ne   nelle  farmacie  nè  nel primo ospedale  . Però scometto   che   come tutti   i geniali dilettaqti  in selvaggia parata    saranno presenti  al  funerali  . 





03/07/17

un ricordo di paolo villaggio ( ragionier fantozzi ) oltre fracchia e fantozzi

Sia sui social che in rete molti ricordranno e celebrerano paolo villaggio solo ricordando fantozzi e fracchia ovvero  le  sue maschere  più note  ed i suoi ruoli principali .




IO invece preferisco ricordarlo cosi con questo ruolo da non " sfigato " ma allo stesso tempo fustigatore delle nostre misetrie e dei nostri vizi . in cui egli non subisce ma è attivo fortunato 


Ovvero con il finale del film a tu pert tu del 1984 di Sergio Corbucci, interpretato da Johnny Dorelli e Paolo Villaggio uno dei pochi film con paolo volaggio dal finale eccellente 
Ma  come   ami  fantozzi  , lo  hi citato più volte    in  questo blog  . ?  Certo   fa  parte dela mia infanzia  e certe  situazioni  sono  ancora  attuali  e  descrivono   l'italiano medfio  . Ma  allo  stesso tempo  ,  ed   qui  sta  il mio il mio rapporto d'amore  ed  odio  Nel libro di Paul Ginsborg, "Storia d'Italia dal dopoguerra ad oggi", il Fantozzi di Paolo Villaggio entra nella storia di questa nazione, riconoscendogli una valenza sociale enorme.L'italiano, invece di affrancarsi da una condizione poco edificante rappresentata magnificamente per vizi e pochissime virtù, si è talmente piaciuto in Fantozzi da elevarlo a modello di riferimento, piuttosto che cercare un riscatto di sé, si è crogiolato e glorificato in esso, come un trionfo della mediocrità.
non ho  altro   da  dire  il resto  è  fuffa e  bla ... blla  ....    se  non che i  film di    paolo vilaggio  in  particolare   le  figure  di fraccjoa e  fantozzi    hanno  attraversato nel bene (  risate  , ecc )   e   nel male   (  vedi   polemiche e  provocazioni    con battute  fatte  a .....   male    che  generano fraintendimenti  sotto    fatte per avere  un po'  d'attenzione     da  parte  dei  mediae)





  da  http://www.ilgiornale.it    del  31/08/2012 di    Nico Di Giuseppe
Paolo Villaggio sulle paraolimpiadi di Londra: "Una esaltazione delle disgrazie"
Fantozzi non usa mezzi termini: "Le Paralimpiadi di Londra sembrano una specie di riconoscenza o esaltazione della disgrazia, fanno tristezza"


"Le Paralimpiadi di Londra fanno molta tristezza, non sono entusiasmanti, sono la rappresentazione di alcune disgrazie e non si dovrebbero fare perché sembra una specie di riconoscenza o di esaltazione della disgrazia".




Non usa mezzi termini Paolo Villaggio per definire la manifestazione sportiva di Londra. Nel corso del programma La Zanzara su Radio24, Fantozzi rincara la dose: "Non fa ridere una partita di pallacanestro di gente seduta in sedia a rotelle, io non le guardo, fa tristezza vedere gente che si trascina sulla sedia con arti artificiali. Mi sembra un po' fastidioso, non è divertente".
Secondo l'attore italiano, "ce n’è una, cieca, che fa i 200 metri in pista. Dicevano che si allena con due persone a fianco che le dicono dove andare. Tanto vale allora correre con il bastone. La mia non è crudeltà ma è crudele esaltare una finta pietà. Questo è ipocrita. Sembrano Olimpiadi organizzate da De Amicis con dei "personaggini"".
Le parole di Villaggio hanno scatenato la reazione di Luca Pancalli, presidente del Comitato italiano paralimpico. "Le parole di Villaggio si commentano da sole. Prima di parlare in questi termini dovrebbe farsi un giro a Londra, stringere le mani di questi atleti che con le loro storie hanno molto più da insegnare di quanto non faccia lui", ha commentato Pancalli.
Che poi ha aggiunto: "A me fa tristezza ascoltare le sue parole. Lui non guarda le Paralimpiadi? Ce ne faremo una ragione. Siamo in un Paese libero e lui può dire quello che vuole, ma le sue parole sono offensive nei confronti delle persone che fanno e vivono lo sport".


  un trentennio dela mia  vita    



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