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24/06/17

c'è chi accellerà nello studio per emigrare all'estero c'è chi resta e ripopola antici borghi abbandonati

23 giugno 2017 il messagero venento



Sara brucia le tappe: affronta la Maturità dopo aver superato due anni in uno
Udine: mentre frequentava il quarto anno del liceo delle scienze umane all’Isis Percoto ha deciso di sfruttare l’abbreviazione per merito, una possibilità che il ministero riserva a quei ragazzi che hanno la media dell’otto in ciascuna delle materie di studio


Nel riquadro, Giulia Haruni assieme alla sorella Sara, studentessa del liceo Percoto, indirizzo scienze umane. E alcuni ragazzi impegnati nella prova


di Michela Zanutto


UDINE.
Due anni in uno, anche grazie a una memoria di ferro.
Sara Haruni mentre frequentava il quarto anno del liceo delle scienze umane all’Isis Percoto ha deciso di sfruttare l’abbreviazione per merito, una possibilità che il Ministero riserva a quei ragazzi che hanno la media dell’otto in ciascuna delle materie di studio.
Esattamente come, ormai quasi 80 anni fa, fece Pier Paolo Pasolini. Ma Sara ha trovato l’ispirazione in Albert Einstein che è diventato anche il fulcro della sua tesina d’esame.
L’insegnante di filosofia Annalisa Filipponi, quasi per caso, durante l’anno le consegna un libricino di 80 pagine, «Il mondo come lo vedo io» di Albert Einstein: «Non parlava di fisica o la relatività o quanti, ma di come Einstein vedeva la pedagogia, i metodi di studio – racconta Sara – e anche la sua concezione della guerra e della crisi, la reazione allo sgancio dell’atomica.
Mi ha colpita molto soprattutto la visione della crisi ed è nelle sue parole che ho trovato la forza per andare avanti. Einstein credeva che il momento della crisi fosse il più bello perché è quello in cui nascono i progressi. Mi sono ispirata a queste parole per rendere la mia vita migliore».
A dicembre dello scorso anno in classe è stata letta la circolare ministeriale che apriva la possibilità dell’abbreviazione per merito.
«Inizialmente tutti abbiamo creduto fosse una pazzia – ricorda Sara –. Ma ripensandoci mi sono detta, perché non provarci. I requisiti prevedevano la media dell’otto in tutte le materie e io ce l’avevo. Non c’erano esami integrativi, ma tutto il programma di quinta l’avrei dovuto preparare per conto mio».
E così Sara si è buttata. «Nel pomeriggio, più o meno fino all’ora di cena studiavo per la quarta e poi prendevo in mano i libri dell’ultimo anno – dice –. Nessuno ha mai valutato la quinta durante l’anno, ho fatto due simulazioni d’esame ma non potevano fare media nemmeno quelle.
Sinceramente non so nemmeno io come ho fatto, l’unica cosa brutta è che la circolare è uscita tardi, perciò ho dovuto recuperare i mesi da settembre a dicembre. Ho preferito iscrivermi, anche se non avevo la certezza di farcela, ma era meglio provarci piuttosto che rimpiangere».
Quello appena concluso è stato per Sara un semestre interamente dedicato allo studio. Perché, oltre all’impegno per superare brillantemente il quarto e il quinto anno, c’era anche la certificazione d’inglese, «una decisione presa prima del tuffo nell’abbreviazione», sottolinea.
«Se è stata dura? Diciamo che non mi è pesato molto perchè ho una memoria piuttosto forte – rivela –: mi basta leggere una volta e ripetere e poi è tutto fissato. È una fortuna.
Ma ci sono stati periodi terribili. Le vacanze di aprile mi hanno aiutata perché mi hanno consentito non solo di arrivare alla pari con il programma di quinta, ma di superare i miei compagni, che poi mi hanno ripresa».
Ad aiutarla in questo percorso è stata anche la sorella Giulia, che ha 21 anni e studia psicologia all’università: «Abbiamo un rapporto stupendo – riconosce Sara –. Ci siamo aiutate e motivate a vicenda in questo studio.
A un certo punto i miei genitori erano preoccupati perché avevano paura che questo grande impegno stesse facendo male alla mia salute. C’è stato un insieme di cose che li ha spaventati, ma il fatto di vedermi felice e tranquilla poi li ha rasserenati. Io non ho preso quest’avventura come un obbligo, ma la sto vivendo con serenità».
Dopo la fatica dei primi due scritti, «le tracce purtroppo erano molto simili fra loro», lunedì sarà il momento della Terza prova che però non spaventa Sara: «Sono abbastanza tranquilla – ammette –. I primi di luglio ci sarà l’orale e poi per tutto il mese non voglio toccare un libro. Ma già ad agosto mi rimetterò sotto in vista delle prove d’accesso all’università. Non so ancora cosa scegliere, ma di sicuro sarà una bella avventura».
Oggi, guardandosi indietro, Sara vuole ringraziare chi le è stato accanto (mamma Tale e papà Fatmir, oltre alla sorella Giulia e le amiche, i compagni e gli insegnanti sia di quarta sia di quinta «che mi hanno sempre sostenuta»).






Il “sì” di Francesca e Mirko a Portis vecchio, il borgo disabitato dal ’76

Nella frazione di Venzone i volontari hanno rifatto il perimetro della chiesa distrutta dal sisma. Sabato 24 giugno, alle 16.30, le nozze: «I nostri genitori ci hanno trasmesso l’amore per questo luogo»  di Giacomina Pellizzari

legi anche  Portis vecchio "rinasce" grazie a un gruppo di volontari




VENZONE. Un «sì» detto a Portis vecchio tra i ruderi della chiesa di San Rocco riportati alla luce da un gruppo di volontari, sabato 24 giugno, alle 16,30, farà risplendere l’anima del luogo disabitato da 41 anni. A Portis vecchio non vive più nessuno dalla sera del 6 maggio 1976, quando il terremoto distrusse il Friuli.La frazione di Venzone è stata ricostruita altrove, al riparo dalla frana, ma il cuore della gente è rimasto tra queste case il cui destino sembrava irrimediabilmente segnato dalle croci di Sant’Andrea. Le lesioni che decretano le demolizioni.
















Sembrava, è proprio il caso di dirlo, perché gli abitanti idealmente non hanno mai smesso di vivere lì e ora che Francesca Gollino e Mirko Fadi, 30 e 33 anni, entrambi di Venzone, si apprestano a giurarsi amore eterno nel paese che conoscono attraverso i racconti dei genitori, Portis vecchio riprende a vivere veramente.
Questa storia racconta come, dopo una catastrofe naturale, la gente cerca le sue radici tra le macerie. Tutto è iniziato nel 2012 quando gli Amis di Sant Roc (38 persone guidate dal sacerdote della parrocchia di San Bartolomeo, monsignor Roberto Bertossi) memori della fanciullezza trascorsa seguendo l’andamento delle piene del Tagliamento, hanno deciso di rimuovere le macerie depositate, dopo il sisma, nella strete dal’âghe, la scalinata che conduce al piccolo porto fluviale in cui fino all’Ottocento il legname tagliato in Carnia e diretto all’arsenale di Venezia veniva scaricato dalle zattere e caricato sui carri.
Da qui il toponimo Portis. Il riecheggiare dei racconti dove il tempo sembrava essersi fermato (nell’edificio riadattato a deposito la pagina del calendario indica maggio 1976), ha spronato i volontari a recuperare il sedime della chiesa quattrocentesca di San Rocco. «Tutti noi ricordiamo – si legge nel libricino redatto dagli Amis di Sant Roc – i racconti dei nostri avi che si riunivano di fronte al clapon a pregare perché le acque si ritirassero e restituissero sani e salvi i naufraghi».
Nell’Ottocento arrivò anche la ferrovia e per far spazio ai binari venne modificata la pianta della chiesa. Seppur rimpicciolita, quella stessa chiesa continuò a vigilare sul promontorio quasi fosse un faro.
Il terremoto non la risparmiò, venne demolita assieme a molte case. La frana costrinse i circa 200 residenti a rifare Portis altrove, ma quasi fosse un’inconsapevole presagio qualcuno riferendosi al trasloco obbligato scrisse: “Portis deve rinascere qui”. Non poteva immaginare che a 41 anni di distanza quella sorta di promessa sarebbe stata mantenuta.
In una mattina di novembre di cinque anni fa, i 38 volontari iniziarono a disboscare le aree dalla vegetazione che a oltre tre decenni dal terremoto aveva invaso l’area della chiesa e la piazza del paese.
A marzo dell’anno successivo vennero rimosse le macerie per liberare la scalinata verso il fiume e recuperate le pietre riutilizzate per rifare i muri di contenimento e il sedime della chiesa di San Rocco. Fu un lavoro duro e minuzioso, frutto della determinazione di chi non poteva sfuggire ai racconti ascoltati chissà quante volte da bambino.
Ogni estate il gruppo dei volontari aggiungeva un tassello: dalla celebrazione della Santa Messa all’inaugurazione della chiesa che la presenza della ferrovia impedisce di ricostruire. Ora qui si celebra la Via Crucis, si commemorano le vittime del terremoto e si organizzano concerti.
I volontari, con la collaborazione della Pro loco, hanno rifatto l’aula della chiesa, installato l’altare sul pavimento in seminato veneziano, recuperato le campane per sistemarle poi su un’intelaiatura in ferro che ricorda il campanile a vela. Tutto questo mentre negli orti le semine proseguono e le rose continuavano a sbocciare.
A Portis vecchio la vita non si è mai lasciata sopraffare dalla morte. Facendo tesoro della storia, la comunità e il sindaco, Fabio Di Bernardo, hanno proiettato Portis vecchio nel futuro trasformandolo in un laboratorio a cielo aperto dove gli studiosi dell’università di Udine e la Protezione civile mettono in sicurezza gli edificio.
Quello che è stato risparmiato dal terremoto non si tocca e la viabilità interna è parte integrante della ciclabile Alpe Adria. Recentemente il Comune ha investito 100 mila euro nell’asfaltatura della strada principale. Non si faceva da 41 anni.
Pure questo è un segno di rinascita che mantiene legati Francesca e Mirko a questo luogo. «I miei genitori sono originari di Portis vecchio, se ne sono andati assieme agli altri abitanti dopo il terremoto. Tutti hanno mantenuto un forte attaccamento con il paese e trasmesso ai figli l’amore per questo luogo», racconta Francesca non senza aggiungere: «Oggi è un paese abbandonato, ma in futuro Portis vecchio potrebbe diventare un museo a cielo aperto».
E in quel museo non mancheranno gli oggetti descritti nei tanti aneddoti sui vissuti nell’osteria gestita dai suoi nonni. Anche Mirko va alla ricerca delle sue radici a Portis vecchio: «Fa parte del mio vissuto – rivela –, non posso dimenticarlo».
E allora che la festa abbia inizio con i 100 invitati, gli Amis di Sant Roc e tutti coloro che hanno un legame con Portis vecchio. L’unico inconveniente potrebbe essere rappresentato da un possibile temporale estivo. Francesca alza gli occhi al cielo e scongiura l’arrivo delle nuvole.

12/06/17

la realtà a volte è una favola la storia Marisa Leonzio, la bambina di Hollywood ed il suo ponte ., Dopo 36 anni riceve le scuse per il furto la storia di Lorenzo Alberton

per chi dice che   :  le favole non esistono ed i sogni non si realizzino,   che    il carcere     non educa  e  chi  esce  dal carcere continuare a delinquere le ecco due storie .

per  chi acvesse  dubbi  trova  qui  sotto    oppure  qui direttamente dall'archivio dell'istituto luce il vido dell'evento

video





Il ponte e la favola bella: Marisa Leonzio, la bambina di Hollywood, oggi fa la nonnaLei aveva solo 9 anni e ogni giorno percorreva chilometri a piedi per andare a scuola. Chiese alla Befana di avere un aiutino. La sua lettera fece il giro del mondo e un produttore americano esaudì il suo sogno. Ma il viaggio tra i divi non l’ha cambiata

Marisa Leonzio attraversa il ponte sul Chioma al taglio del nastro: è il 1958

Una storia che sembra un film: la piccola Marisa da Nibbiaia, frazione di Rosignano Marittimo, catapultata nel magico mondo di Hollywood accanto a star come William Holden (protagonista di “Sabrina” a fianco di Audrey Hepburn e Humphrey Bogart). Diva lei stessa, immortalata su quel ponte da favola. Ma la piccola Marisa non perderà mai di vista la vita vera. Come ci racconta...
Sessantanove anni ma non li dimostra, nata da una famiglia di contadini a Gorgo, località sperduta nelle campagne di Nibbiaia, oggi è residente a Collesalvetti, sposata, due figli e cinque nipoti. Lei si chiama Marisa Leonzio ed è un po’diversa dalle donne della sua età perché ha un passato favoloso, anzi la sua storia è davvero una favola. Tutto cominciò esattamente 60 anni fa quando di anni ne aveva solo 9. Nell’anno scolastico 1957-1958 frequentava la quarta elementare a Nibbiaia e la sua maestra era la signorina Rossana Cecconi diplomatasi da poco.
La "bambina del ponte" è diventata nonnaLa storia di quando Hollywood esaudì un suo desiderio, espresso in un tema a scuola, resta solo un bel ricordo. Aveva 9 anni e fu invitata negli Stati Uniti, alla Casa Bianca, al Quirinale e in televisione. Ora, nonna felice, racconta questa storia alle nipotine come fosse una fiaba
La piccola Marisa in braccio all'attore William Holden
In quel dicembre del 1957 la maestra dette agli alunni il compito di descrivere quali doni desideravano per le feste natalizie. Molti ragazzi scrissero che la loro aspirazione era di ottenere un trenino o un fucile, mentre per le ragazze l’oggetto del desiderio era in genere una bambola. Bisogna dire che Marisa, abitando in campagna a tre chilometri dalla scuola, ogni mattina doveva anche attraversare quasi a guado il torrente Chioma. E allora nella sua letterina alla Befana scrisse che il dono per lei più bello sarebbe stato un ponte su quel torrente in modo che il suo viaggio giornaliero fosse un po’più agevole.
L’allora direttore del Circolo didattico del comune di Rosignano prof. Benincasa, colpito dall’originalità di quel desiderio, pubblicò la lettera alla Befana sul giornalino scolastico “Sei Rose” da lui creato. Subito dopo sulle cronache locali uscirono articoli che riprendevano integralmente ciò che aveva scritto Marisa.
La notizia rimbalzò poi sulle pagine di alcuni quotidiani nazionali e dopo qualche giorno la favola della bambina di Gorgo ebbe inizio. Un grosso dirigente della casa cinematografica americana Columbia, che stava per lanciare nel mondo il film “Il ponte sul fiume Kwai” con Alec Guinness e William Holden, per la regia di David Lean, chiese il permesso al comune di Rosignano di costruire un ponte sul torrente Chioma identico a quello del film per regalarlo a Marisa Leonzio.
In tempo di record il ponte in legno lungo 16 metri e largo 5 fu realizzato e, il 19 gennaio 1958, quel fantastico dono fu ufficialmente “consegnato” all’alunna di Gorgo. Alla cerimonia erano presenti il prof. Demiro Marchi sindaco di Rosignano con la fascia tricolore, il provveditore agli studi della provincia di Livorno, alcuni dirigenti della Columbia, una quantità di giornalisti dei quotidiani nazionali e quasi tutti gli abitanti di Nibbiaia. Ancora oggi Marisa ricorda che mentre attraversava il ponte molti di loro piangevano e lei a quel tempo non riuscì a comprendere perché. «Solo qualche anno dopo – dice – ho capito il significato di quelle lacrime».

Il ponte sul Chioma in costruzione


Fu comunque una festa meravigliosa che scintillava negli occhi stupefatti e anche un po’increduli della piccola Marisa bersagliata dai flash e dalle domande. Quel ponte era destinato a segnare una svolta radicale nella vita di quella bambina. Lei, cresciuta in modo semplice nella campagna di Gorgo fra le galline che razzolavano nell’aia e i buoi che tiravano l’aratro nei campi, venne catapultata in un mondo che non era il suo. Infatti dopo l’inaugurazione Marisa fu ricevuta al Quirinale da donna Carla, moglie di Giovanni Gronchi a quel tempo presidente della Repubblica. Lei si presentò con due regali: il giornalino scolastico “Sei Rose” dove era pubblica la sua lettera alla Befana e un mazzo di sei rose che sono il simbolo del comune di Rosignano Marittimo.

Marisa ospite a "Lascia o raddoppia" con Mike Bongiorno

Il 2 febbraio del 1958 Marisa conquistò addirittura la pagina della copertina della Domenica del Corriere che in un grande disegno a colori la rappresentava mentre attraversava il ponte seguita dalla banda musicale. Anche i giornali americani pubblicarono foto e articoli della vicenda di “Marisa del ponte” . Una vicenda che a questo punto divenne ancora più favolosa perché l’Associazione Americana Scambi Studenteschi Internazionali con sede a Washington, la cui presidentessa onoraria era Mamy Eisenhower, consorte del presidente degli Stati Uniti, la invitò per una visita di dieci giorni in quel Paese.

La copertina della Domenica del Corriere
(2 febbraio 1958) dedicata alla "bambina del ponte"

Marisa Leonzio con suo padre Alberto il 19 marzo partirono da Roma alla volta di New York. Il viaggio di andata e ritorno fu offerto dall’Alitalia. Con loro era un interprete messo a disposizione dalla Columbia che li avrebbe accompagnati durante tutta l’avventura americana. Su quell’aereo salì anche l’attore William Holden che prese posto accanto a Marisa e che scese a Parigi dove aveva impegni di lavoro. Lei racconta che durante il viaggio lui fu molto gentile e le regalò perfino un mazzolino di violette.
Poi ci fu il gran salto Parigi-New York e Marisa arrivò nella Grande Mela dove rimase 5 giorni. Fu sottoposta a una lunga serie di interviste televisive, filmati, foto... La portarono sull’Empire State Building, a quel tempo il più alto grattacielo della città, e in cima alla Statua della Libertà. Partecipò poi alla prima del film in uno dei più famosi cinema della metropoli. Gli altri cinque giorni di questa straordinaria vacanza li trascorse a Washington dove fu accolta alla Casa Bianca dalla nuora di Eisenhower. Poi fu ospite dell’allora vicepresidente Nixon che aveva due figlie quasi coetanee dell’alunna di Nibbiaia e finalmente ebbe occasione di trascorrere qualche giorno divertendosi molto a giocare con loro.

Ricorda che nel giardino di casa Nixon faceva le pallate di neve con le due nuove amichette. Un giorno la portarono in giro per negozi di giocattoli e le regalarono due bambole. I Leonzio, padre e figlia, rientrarono in Italia il 19 marzo ma la favola di Marisa non era finita. Fu invitata a Milano alla prima nazionale del film e poi fu ospite nella trasmissione di Mike Bongiorno “Lascia o raddoppia” e qualche giorno dopo in quella dello “Zecchino d’oro” condotta dal Mago Zurlì Cino Tortorella.

Marisa Leonzio con il marito in un'immagine recente

La favola si concluse in bellezza perché la Croce Rossa Italiana comunicò ufficialmente che dopo le elementari avrebbe completamente mantenuto agli studi Marisa fino alla maturità. Un anno dopo i Leonzio si trasferirono da Gorgo al Castellaccio vicino a Montenero. Marisa frequentò le medie all’Istituto Santo Spirito di Livorno. Poi scelse le magistrali e allora, sempre a spese della Croce Rossa, entrò in collegio all’Istituto Sacro Cuore di Cecina, dove si diplomò maestra.
Qualche anno dopo si fidanzò e poi sposò Angelo Antonio Olivola che era un dipendente della CMF di Guasticce e si trasferì quindi a Collesalvetti. Nel 1988 Marisa partecipò alla trasmissione televisiva “Trent’anni della nostra storia” condotta da Paolo Fraiese su Raiuno ed ebbe modo di raccontare la sua straordinaria vicenda. Nel 1997 il Comune di Rosignano la festeggiò in una manifestazione al Castello Pasquini di Castiglioncello durante la quale le fu consegnata una targa. I suoi due figli Andrea e Davide le hanno regalato cinque nipoti: Benedetta, Edoardo e Filippo il primo, Alberto e Alice il secondo.
Oggi Marisa Leonzio fa la nonna a tempo pieno ed è felicissima di questo suo ruolo. Dice che quando racconta ai nipoti la sua storia, quasi non le credono e allora lei gliela racconta come se fosse davvero una favola. Il ponte sul torrente Chioma non esiste più. Sono rimasti soltanto i 4 pali piantati in terra che lo sostenevano ma la favola che nacque da quel ponte forse non sarà mai dimenticata.

Dopo 36 anni riceve le scuse per il furto  


Lorenzo Alberton, di Cassola, si è visto recapitare una lettera e un assegno provenienti dal Bellunese: «Vorrei conoscerlo»

BELLUNO.
 Ne è passata di acqua sotto il ponte di Bassano da quando, quel marzo di tanti anni fa, Lorenzo Alberton si trovò il finestrino dell’auto rotto e l’autoradio sparita. Se ne era quasi dimenticato, preso dalla vita che va avanti, dal lavoro, dalla passione per il canto. Qualcuno, però, ha continuato a pensare a quel gesto. E, dopo 36 anni, ha deciso di porvi rimedio con una lettera di scuse e un assegno di 100 euro.
Parte da Belluno la raccomandata con ricevuta di ritorno che lascia a bocca aperta il signor Alberton, residente a Cassola, nel vicentino. Porta la data del 25 maggio di quest’anno ma racconta una storia risalente al 1981. «Scrivo la presente in merito al furto dell’autoradio posta all’interno dell’autovettura di sua proprietà» si legge nella missiva «avvenuto a Bassano del Grappa, episodio per il quale sono stato prima arrestato, poi condannato alla pena di mesi tre di reclusione e al pagamento di lire 30 mila di multa, oltre al pagamento delle spese processuali».
«Quel giorno ero andato a trovare mia moglie, che aveva avuto la mia seconda figlia» ricorda Alberton «e poi ho parcheggiato l’auto sul ponte degli alpini. All’epoca si poteva fare. Dopo un po’ ho sentito dei colpi: qualcuno aveva rotto il vetro dell’auto e aveva portato via l’autoradio». La vittima del furto non poteva immaginare che 36 anni dopo il destino gli avrebbe fatto ricordare quei momenti grazie al postino che gli ha recapitato una lettera firmata con nome e cognome.
«Da anni vivo e lavoro regolarmente nel Bellunese ed ho deciso di intraprendere un percorso di riabilitazione» spiega l’autore della lettera, «vorrei pertanto scusarmi per la condotta posta in essere all’epoca dei fatti e sono pronto, quale piccola azione riparatoria, a corrispondere una somma pari ad euro 100».
«Ricevere questa lettera è stata una grande sorpresa» spiega Alberton «non ho mai incontrato questo signore prima e di certo non mi aspettavo di ricevere una sua comunicazione». Tanto è stato lo stupore, e anche la gioia per essere stati destinatari di un gesto così raro, che ha deciso di raccontare la sua storia in televisione, a Rete Veneta. E grazie al Corriere delle Alpi spera di incontrare di persona l’autore del gesto.
«Per il momento non ho intenzione di spendere quei soldi»  -- aggiunge Alberton  -- «li vorrei usare per brindare, insieme a lui, a questa vicenda. Mi trovo spesso a passare per il Bellunese e mi piacerebbe incontrarlo per farmi raccontare come ha maturato questa idea, qual è la sua storia. Un atto così non è comune ed è da ammirare»

09/06/17

"Sembri un maschio": la squalifica di Mili, piccolo talento del calcio In Nebraska, un taglio troppo corto e un piccolo errore di battitura sono costati l'espulsione dal torneo dell'intera squadra di calcio femminile in cui gioca la bambina di 8 anni



http://www.repubblica.it/esteri/2017/06/09/



"Sembri un maschio": la squalifica di Mili, piccolo talento del calcio In Nebraska, un taglio troppo corto e un piccolo errore di battitura sono costati l'espulsione dal torneo dell'intera squadra di calcio femminile in cui gioca la bambina di 8 anni. Negli Usa, l'episodio ha suscitato ondate di indignazione e la solidarietà di alcune stelle dello sport

 di VALENTINA BARRESI





Uno sguardo vivace condito da un taglio un po’ troppo sbarazzino: tanto basta a mettere alla porta una giovane calciatrice, squalificata da un torneo calcistico in Nebraska. Otto anni appena, Mili Hernandez, sognava invece di centrare quella porta avversaria, nel torneo dello Springfield Soccer Club, cui doveva prendere parte domenica scorsa. Ma le sue sembianze “troppo da maschio” e un errore di battitura nell’elenco delle partecipanti non le hanno consentito di essere protagonista di quell’appuntamento tanto importante, insieme alle compagne di squadra dell’Omaha Azzurri Chachorros.
A nulla sono valse le proteste dei genitori, che di fronte alla decisione degli organizzatori del torneo, hanno presentato i documenti che provavano il sesso di Mili. A fianco al nome, nella lista incriminata compariva una ‘M’, anziché una ‘F’: il risultato è stato l’eliminazione dalla gara dell’intero team.
I capelli corti di Milli? La normalità per lei, assicura il padre Gerardo, che fece la scelta per questioni di praticità quando la bambina era piccola. Un taglio che lei stessa ha voluto mantenere anche quando è cresciuta. "Solo perché sembro un maschio, non significa che lo sia. Non hanno motivo di squalificare l’intera squadra”, è stato il commento della piccola giocatrice.
Accade così che nell’America del politically correct il caso susciti un’ondata di indignazione sui social, catturando anche l’attenzione di due stelle del calcio statunitense. Abby Wambach, due volte medaglia d’oro olimpica, detentrice del record di gol a partita con la maglia della nazionale, ha affidato a Instagram un video-messaggio rivolto alla giovane calciatrice: “Mili, non lasciare mai che nessuno ti dica che non sei perfetta così come sei. Con i miei capelli corti ho vinto dei campionati”. Da Mia Hamm, invece, due volte vincitrice del FIFA World Player of the Year e una delle sole due donne incluse nella FIFA 100, la lista dei migliori calciatori di tutti i tempi, è arrivata un’offerta per la piccola Mili: quella di giocare nella Team First Soccer Academy da lei fondata.
I Cachorros, intanto, hanno presentato una denuncia alla Nebraska State Soccer Association, sostenenendo che la squalifica sia da ricondurre a una discriminazione di genere. Il mondo dello sport, anche tra gli adulti del resto, non è nuovo a episodi che hanno messo in ombra o compromesso il percorso di diversi campioni, ma che nulla hanno a che vedere con la loro professionalità o con le loro gesta in campo. Celebre il caso dell’atleta sudafricana Caster Semenya, la cui carriera subì un’importante battuta d’arresto a causa dei dubbi sul suo genere e sulle sue prestazioni "abnormi": nel 2009, mentre vinceva il suo primo oro ai Mondiali di atletica leggera di Berlino, venne sottoposta a una serie di test di verifica. All’epoca diciottenne, fu costretta a ritirarsi per un anno: i suoi tratti mascolini, venne poi provato, erano da “imputare” alla sua natura di ermafrodita, che però non è incompatibile con la sua eleggibilità come atleta nella categoria femminile. Più recente, invece, il caso riguardante la pallavolista Tifanny Pereira de Abreu, che lo scorso febbraio ha esordito nel campionato femminile italiano di serie A2 con il Golem Palmi, in un polverone di polemiche legato alla sua identità precedente: fino al 2016, infatti, era


Rodrigo, giocatore di una squadra maschile in Belgio. La 32enne, però, non ci sta a essere etichettata per un passato con il quale non vuole più essere identificata. Storie diverse, accomunate da pregiudizi legati a tratti distintivi che non dovrebbero fare la differenza.
 

07/06/17

Staranzano, l'unione civile tra Marco e Luca che ha fatto arrabbiare il prete non è un atto esibizionistico


 vedendo il  video  dell'unione civile tra Marco e Luca che ha fatto arrabbiare il prete  e


 che   mostra la felicità dei congiunti dopo il rito civile -- NON RELIGIOSO  ATTENZIONE--    officiato dal sindaco Marchesan e seguito da 300 persone. Protagonisti, con abito perfettamente abbinato, il consigliere comunale Luca Bortolotto e il capo scout Marco Di Just, al culmine della gioia. Mi   chiedo dove  sta  l'ìostentazione  di cui    ha  parlato   nei giorni successivi, don Francesco Fragiacomo della parrocchia di Staranzano  ( vedere  il precedente post    trovate  l'url sopra  )  il quale  si   è pronunciato sull'incompatibilità tra il ruolo educativo di Di Just in un'associazione scoutistica cristiana, Agesci, e la sua scelta di vita, facendo  diventare  una  semplioce  bega omofobica  ,  in un   caso è diventato subito nazionale. In quanto  ilparroco ha definito il rito "un atto molto ostentato e gonfiato" durante un'intervista a Radio Capital.

25/05/17

Metrò di © Daniela Tuscano

IL post   d'oggi  della  cara  amica  e compagna  di strada   Daniela  mi  ha riportato alla mente  e  fatto  ricantare  questa    


canzone ambientata negli anni d’oro della mia trascorsa giovane età, fa riferimento anche ai juke box che iniziarono a scomparire dai bar  dalla  metà degli anni  '80  negli anni ’. Anche l’abbigliamento che si intravede dal filmato è tipico degli anni passati. I ricordi affiorano alla mente con concretezza e senza pregiudiziali ideologiche. L'ideologia e le idee con finalità che costituivano la ragione d'essere in quegli anni erano presenti   in majiera  indiretta   dalla mia mente e posso assicurare che vivevo in maniera sublime, al contrario di oggi dove la meschinità e spregevolezza hanno la meglio sulla mia perduta personalità.Ed   per  quiestro che  nel riascortala  mi   emoziona  sempre .
Ma  ora  bado alle ciancie   ed  eccovi  il  post    di Daniela


E se ne vanno,
O incrociano gli sguardi
E non sai se pensano,
Se sono tristi o lieti;
O si lasciano passare
Barattando perle d'ore
In quei giorni in declivio
Fra intrepidi binari...




L'immagine può contenere: spazio all'apertoMilano non è sempre frenetica. Sa ascoltarsi, specialmente la domenica mattina, quando la primavera lambisce i suoi marciapiedi, le sue vie e sotterranei. Qui l'umanità, libera dagli oneri lavorativi, si lascia vivere, e non pensa; ne avverti il cuore. C'è una giovane madre dalla lunga figura, con un ventre che sembra uscito dal pennello di Van Eyck. Ma non è Eva, non deve riscattare nulla: su quelle forme fiamminghe fiorisce un capo biondo, ceruleo, estatico. Non più Van Eyck, ma Beato Angelico. È il miracolo d'un'innocenza ritrovata, o, forse, solo fiducia. C'è una fanciulla dai tratti indocinesi, persa e discreta, che armeggia il suo smartphone - inseparabile, ormai - ma presente a se stessa, e si piace perché donna, nella sua veste cresimale, a quadri bianchi e neri
L'immagine può contenere: una o più persone, persone in piedi e spazio al chiuso. Dove vedesti quella lindura? Nelle cose che fanno la domenica, cioè gli oggi santificati, quieti. C'è un indio senza pace, stramazzato. Non si siede, scarica un peso. Lui fuor di lui. Non ha rincasato la sera, gli abiti sono scialli, inutilmente chiassosi. Il sonno lo vince d'improvviso, tutto assieme, e lo abbandona inerme, regalandogli una strana, infantile solitudine. Famiglie sciamano all'aperto, d'ogni colore ed etnia, come a Milano è sempre stato, perché accoglie e non lo sa. Anzi, ne ha pudore. Milano accomuna tutti, sotto un sole di maggio già ardente. Ma c'è sempre una casa, un viale, una pensilina. Aspettano, vuote, il tuo silenzio.


 Daniela Tuscano

17/05/17

"Mio nipote gay vuole un figlio? A 80 anni capirò anche questo".

"Mio nipote gay vuole un figlio? A 80 anni capirò anche questo".


video
 Nel 1974 l'omosessualità viene cancellata dai disturbi psichiatrici negli Stati Uniti. Il 17 maggio del 1990 l'OMS stralcia definitivamente l'omosessualità dall'elenco delle malattie riconosciute. Nel 2007 viene istituita le Giornata mondiale contro l'omofobia dal Parlamento europeo

07/05/17

la storia dela sardegna ( cosi pure quella dì'italia ) è fatta anche dalle donne .....

leggi   anche   se  t'interessa  la  sardegna  e  le  sue  donne  e non   solo




eccone  alcuni esempi  .

N.b  le  storie  integrali  e  complete  le  trovate    nel volume "Sardegna al femminile" disponibile nello store online  del quotidiani    lunione  sarda   a questo link

Edina Altara, la Coco Chanel dell'Isola

Mercoledì 12 Aprile alle 16:44 - ultimo aggiornamento alle 18:06

Edina Altara
Edina Altara, illustratrice, decoratrice, pittrice e creatrice, rientra fra quelle donne poco conosciute ma del tutto speciali, capaci di segnare con il proprio ingegno e la propria femminilità il loro tempo, e di conseguenza il nostro. Fu artista appassionata e apprezzata, collaborò con le più prestigiose riviste di moda contribuendo a creare nell'opinione pubblica l'immagine di una donna indipendente ed emancipata.
L'INFANZIA - Edina Altara nasce a Sassari il 9 luglio del 1898, in una famiglia colta e raffinata. Sin da piccina porta con sè quelle scintille di furore creativo che solo l’arte è capace di far emergere. Gioca con la carta, i nastri e la stoffa, e si diverte a fare collage. Non vuole che i genitori le comprino bambole, preferisce crearle da sé. "Sentivo proprio il bisogno di far nascere qualcosa dalle mie mani", rivelerà poi in suo scritto.
I giocattoli di carta
I giocattoli di carta
LE PRIME MOSTRE - Autodidatta, preferisce alla scuola il silenzio della sua camera, ambiente per lei ideale e magico laboratorio dove poter creare. Nel 1916, a soli diciotto anni, espone per la prima volta i suoi lavori alla Mostra della Mobilitazione civile a Sassari, ed è subito un grande successo. Il re Vittorio Emanuele III compra la sua opera "Nella terra degli intrepidi", ancora oggi conservata nelle sale del Quirinale.
IL PLAUSO DEI CRITICI - Il suo nome valica i confini dell’Isola e le sue opere vengono recensite dai più qualificati critici d’arte dell’epoca come Vittorio Pica e Margherita Sarfatti. In un periodo storico in cui l’artista donna viene considerata primitiva, infantile e priva di raziocinio, le sue opere vengono giudicate ragionate e studiate, prova di creativo ingegno.
LA TECNIC- Per creare i suoi quadri Edina non usa né pennello né colori, ma dipinge e disegna ritagliando, con la tecnica del collage. A questa produzione affianca quella dei giocattoli di carta colorata, piccoli personaggi tridimensionali vestiti in costume, come la ragazza con la capretta o quella che lava i panni in un catino, esposti alla Mostra del giocattolo di Milano del 1916.
Una delle celebri illustrazioni dell'artista sarda
Una delle celebri illustrazioni dell'artista sarda
GLI ANNI A CASALE - Nel 1918 Edina lascia la Sardegna per trasferirsi a Casale Monferrato. Si concentra sull’illustrazione che le consente di sostenersi economicamente e di inserirsi, quale autrice di celebri copertine per riviste di moda, nel panorama nazionale. Nel 1922 sposa Vittorio Accornero de Testa, illustratore, pittore e scenografo e creatore dell’iconico foulard Flora di Gucci: con lui avvierà un lavoro di simbiosi stilistica totale, che la porterà a a realizzare pubblicità per note case cosmetiche e per Borsalino. Le donne che disegna Edina sono indipendenti e anticonformiste, vestite solo per piacere a se stesse. Nel 1935 vive una traumatica separazione dal marito, da cui si riprende tuttavia rapidamente: dopo pochi mesi apre un atelier di moda e nel 1936 espone le sue tovaglie dipinte alla Triennale di Milano.
COLLABORAZIONI IMPORTANTI - Dal 1942 collabora con Vogue e Harper Bazar, conosce l’architetto e designer Giò Ponti, diventando per lui la pittrice cantastorie che rielabora la mitologia greca.
L'artista posa con le sue opere
L'artista posa con le sue opere
GLI ULTIMI ANNI - Si spegne nel 1983 dopo molti anni dedicati a lavori più e meno gratificanti, ma sempre nella realistica consapevolezza di quanto i tempi non fossero ancora maturi per la creatività pura di stampo femminile. "Non mi illudo – avrebbe raccontato in un’intervista a L’Unione Sarda – il mio successo è stato determinato dalla curiosità; noi donne siamo così fatte che l’arte vera non la possiamo raggiungere tanto facilmente".



Sardegna al femminile: Elisa Nivola, sa tessidora de paghe

Mercoledì 19 Aprile alle 11:22 - ultimo aggiornamento Giovedì 27 Aprile alle 09:35

Elisa Nivola con alcuni alunni
Elisa Nivola è stata la “tessitrice” di un nuovo modello educativo, inclusivo e di grande attenzione ai giovani e alla Sardegna, che la fanno meritoriamente inserire fra le figure femminili più autentiche e rappresentative del patrimonio culturale dell’Isola. Allieva del grande filosofo Aldo Capitini, vivrà la pedagogia come valorizzazione del fantastico e dell’invenzione, stimolo incessante all’agire creativo, atto d’amore per la sua terra, strumento senza pari per apprendere insieme ai propri alunni, crescendo e interrogandosi insieme.
Fili di parole, trama di ascolto, ordito di pratica e confronto. La vita di Elisa Nivola, teorica della non violenza e da molti considerata una delle più grandi pensatrici italiane del ‘900, scorre sul telaio del pensiero e dell’educazione culturale della sua terra, la Sardegna.
I PRIMI STUDI - Nata a Orani nel 1926, dedica l’intera vita all’insegnamento. Dapprima come maestra elementare a Sassari e a Cagliari, dove comincia a mettere in pratica quella passione per l’educazione e per il mettersi a disposizione degli altri che la seguirà per l’intera vita.
Negli anni ’50 la sua istruzione si arricchisce di un’esperienza fondamentale: frequenta un corso di formazione educativa e assistenziale al Bureau de l’Éducation Nationale di Ginevra, confrontandosi con teorici e studiosi di tutto il mondo.
Tornata in Sardegna, decide di iscriversi alla facoltà del magistero di Cagliari: Cecilia Motzo D’Accadi, prima donna in Italia a insegnare filosofia, sarà per lei oltre che docente un autentico esempio di consapevolezza, modello di vita dedicata al pensiero.
Il filosofo Aldo Capitini
Il filosofo Aldo Capitini
L'INCONTRO CON IL FILOSOFO - Nel 1958 “l’incontro indimenticabile” con Aldo Capitini, pensatore ascetico e quasi mistico soprannominato il Gandhi italiano. Elisa prepara con lui la tesi di laurea sulla Riforma Gentile, diventando poi sua assistente e professoressa associata, nonché discepola ed erede culturale. Fino al 2001 insegnerà Storia della Pedagogia a Cagliari, al Magistero. All’Università sarà promotrice di un Seminario di Educazione Permanente aperto a tutti gli studenti di ogni Facoltà, che durerà dieci anni e formerà moltissimi giovani. Ma il suo impegno maggiore sarà nella promozione di progetti con le scuole del territorio per contrastare la dispersione scolastica, promuovere le biblioteche, mettere a fattor comune la conoscenza, diffondere il bilinguismo. Convinta dell’importanza della diffusione e valorizzazione della lingua sarda, sarà attiva a Cagliari in quartieri difficili, ad esempio nella scuola di via Podgora, dove porterà la sua idea di scuola oltre la scuola, inclusiva e partecipativa, dipingendo ad esempio insieme agli alunni porte e pareti in un processo educativo che valica il rigido insegnamento.
GRANDE VISIONARIA - La pedagogia diviene così volontà di donare, stimolo incessante all’agire creativo, a conoscere se stessi attraverso gli altri. È importante per lei tornare alla valorizzazione del fantastico e dell’invenzione, a liberare la creatività dei ragazzi, ad assecondarli nelle passioni e aspirazioni in percorsi di comunicazione vera, autentica: una sorta di nuova umanizzazione. Ottimista, consapevole dei problemi della sua terra, non perderà mai la speranza di un futuro migliore. "È stata una grande visionaria – racconterà la sua allieva Wanda Piras – cinquant’anni fa già predicava la lotta, oggi attualissima, alle servitù militari. Dove passava seminava bontà ed equilibrio, sollecitando sempre il confronto e la collaborazione".
Elisa Nivola in un'immagine recente
Elisa Nivola in un'immagine recente
UNA LEZIONE DA NON DIMENTICARE - Elisa Nivola è stata portatrice di pace e di non violenza, intesa come capacità di mediare i conflitti che non necessariamente sono negativi, ma insegnano a crescere e andare avanti. Ha lottato per le sue idee, educando però anzitutto se stessa al rispetto e all’ascolto senza pregiudizi. Per lei il pensiero è stato anzitutto bisogno, ma poi impegno, passione, atto d’amore per la sua terra, umiltà estrema nell’apprendere insieme ai suoi alunni, crescendo e interrogandosi insieme.Una lezione preziosa, da non dimenticare.

Questa  è   l'imporessione   che mi fece  , conoscendola  indirettamente   in quanto   mia  zia  che  fece la  laurea   don  aldo capitini (  allora  insegnava  all'università di Cagliari  )    dovette  averla   avuta    come  docent e in   quanto assistente  di  capitini  stesso  . Ee  poi direttamente      due  \tre  anni  prima della morte    durante  una conferenza  organizzata  dala bottega  del commercio equo  e  solidale     \  associazione  nbord  sud di tempio pausania  



 Ines Berlinguer, protagonista della Resistenza

Lunedì 06 Marzo alle 08:10 - ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Aprile alle 17:37

Un ritratto di Ines Berlinguer
Nata a Sassari in una famiglia colta e di origini nobiliari, Ines Berlinguer spese gli anni della giovinezza e dell’età adulta in un impegno civico e politico senza pari. Fu madre putativa del prediletto nipote Enrico, che incoraggiato dalla zia nelle idee e nelle scelte ideologiche e politiche diventò lo storico segretario del partito comunista italiano.
IL RITRATTO - Ines Berlinguer fu dentro la storia, e la scrisse. Partigiana antifascista e zia di Enrico Berlinguer, Ines fu presenza determinante nella vita del segretario del PCI che, rimasto ancora giovane orfano di mamma, proprio con lei nella casa di Grottaferrata, partorì molte delle idee più lungimiranti. Legata dall’amore di una vita al marito Stefano Siglienti, l’adorato “Fanuccio”, fu con lui motore di azioni di resistenza portate avanti con grande intelligenza e coraggio.
Ironica, colta e appassionata, Ines nasce a Sassari il 13 maggio 1899 da una delle famiglie più in vista della città. Cresciuta a pane e politica, come gli altri sette figli, ha in famiglia un esempio femminile molto forte di impegno civico e politico a cui ispirarsi: la zia paterna Edoarda, unica seguace al femminile del partito repubblicano sardo e fondatrice del periodico “La Donna Mazziniana”.
A 16 anni Ines rifiuta di iscriversi alla sezione femminile del partito socialista, perché “profondamente repubblicana”, come scriverà in una lettera indirizzata al futuro marito Fanuccio. Nel 1914 scoppia la Prima guerra mondiale. Il 22 novembre il padre muore stroncato da un cuore ormai stanco e, appena qualche anno più tardi, il fratello Sergio si toglie la vita gettando la famiglia nella disperazione. Ines, studentessa magistrale alla Normale di Sassari, è crocerossina e presidente della Giovane Italia, associazione studentesca creata per aiutare le famiglie che hanno i loro cari dispersi. Fanuccio è, invece, al fronte e Ines la notte prega inginocchiata ai piedi del letto perché torni sano e salvo.
Ines in compagnia del marito Stefano Siglienti
Ines in compagnia del marito Stefano Siglienti
CONTRO IL REGIME - Dopo la guerra arriva il fascismo e nessuno dei Berlinguer si iscrive al partito. Iniziano i pedinamenti e le persecuzioni continue, ma non c’è paura. «Sul davanzale delle finestre teniamo rifornimenti di ciottoli e pietre: spesso dei ragazzacci cercano di rompere i vetri, ma noi diamo battaglia», scrive Ines nel suo diario dove annota ogni cosa come un’instancabile cronista.
Il 4 settembre del 1923 Ines e Fanuccio, rientrato a casa sano e salvo, si sposano. Il nipotino Enrico è lo speciale paggetto. Nel 1926 la coppia lascia la Sardegna per Roma: Siglienti, che lavora in banca, è stato infatti trasferito nella Capitale. Ines aspetta il primo figlio e sa già di essere schedata: il marito non ha infatti mai nascosto le sue idee, fa parte di Giustizia e Libertà e diventerà presto uno degli elementi di spicco del Partito d’Azione. Nonostante l’alacre attività antifascista i due vivono sereni. Ines accompagna ovunque il marito e spesso è la promotrice di azioni di resistenza.
Nel 1931 un folto gruppo di Giustizia e Libertà viene arrestato. Fanuccio è miracolato forse per il suo ruolo nel direttivo del Credito Fondiario Sardo. La casa dei coniugi Siglienti in via Poma 2 continua a essere baluardo contro il regime e diventa luogo di scuola politica per il giovane Enrico. Ines si rifiuta di dare la fede alla patria e mai alza il braccio per eseguire il saluto fascista, anche quando per caso si trova nel bel mezzo di una manifestazione.
LA CLANDESTINITÀ - Con la firma dell’armistizio l’8 settembre la situazione si aggrava ulteriormente. Il 19 novembre 1943 Fanuccio viene arrestato nel suo ufficio, denunciato da un ex sottoposto da lui licenziato. Ines è sconvolta, ma non si perde d’animo: sfida i gendarmi tedeschi e continua a tessere una trama preziosa di relazioni anche se il marito è in carcere, aiutandolo poi a fuggire all’indomani della strage delle Fosse Ardeatine, dove trovano la morte 54 militanti del Partito d’Azione.
Inizia così la vera e propria clandestinità. Scriverà Ines nel suo diario: «Si viveva senza fissa dimora cambiando casa ogni volta che ci sentivamo scoperti. Carte false, vestiti strani, baffi o no per gli uomini, insomma si cercava di cambiare la nostra figura che alle volte ne veniva fuori così buffa che, incontrandoci, era impossibile frenare la nostra ilarità, rumorosa e pericolosa!».
La carta d'identità falsa che Ines usa durante il periodo di clandestinità
La carta d'identità falsa che Ines usa durante il periodo di clandestinità
LA FINE DELLA GUERRA - Il 4 giugno Roma viene liberata dagli americani. La guerra è finita e Fanuccio diventa ministro delle Finanze nel primo governo Bonomi. Ines viene nominata, insieme a Joyce Lussu, ispettrice per l’assistenza bellica della Sardegna, incarico che lascerà qualche mese dopo per ricongiungersi alla famiglia.
A Roma è impegnata a soccorrere le famiglie dei fucilati delle Fosse Ardeatine e la sua casa è sempre aperta per il nipote prediletto Enrico, che tanto ama perché «ha tante responsabilità, e non è compreso».
Protagonista della resistenza italiana e della ricostruzione, Ines Berlinguer ha scritto la storia con la sua straordinaria irriducibilità nel grande teatro della guerra di liberazione dell’Italia che sognava la democrazia e, con essa, la Repubblica.
La famiglia Siglienti in trasferta a Roma, 1934
La famiglia Siglienti in trasferta a Roma, 1934


 Carmen Melis, l’usignolo della lirica amica di Puccini

Domenica 05 Marzo alle 08:10 - ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Aprile alle 17:36

La giovane Carmen Melis
Nata a Cagliari in una famiglia di melomani, Carmen Melis porterà la voce e l’anima della Sardegna nei teatri di tutto il mondo. Bella e talentuosa, amica di Giacomo Puccinistregò anche l’inventore Thomas Edison.
IL RITRATTO - Carmen Melis nasce il 16 agosto 1885 a Cagliari in una famiglia di melomani. Il suo nome originava proprio dalla passione di famiglia per le colorate arie del capolavoro francese di Bizet, che stregavano allora i palchi di tutta Europa.
Nella casa borghese di via Argentari, oggi via Mazzini, risuonavano ogni giorno le note delle opere più famose, intonate dal padre baritono e dalla mamma soprano. A spiccare era però la voce acerba e celestiale della piccola Carmen. «Io sono nata cantante – racconterà - incominciando giovanissima e senza una grande esperienza, ma supportata da infinita passione e fermezza di spirito». A Milano, dove il padre era stato trasferito per motivi di lavoro, Carmen incomincia a muovere i primi passi nel mondo della lirica guidata da Teresina Singer, celebre soprano viennese, e da Carlo Carignani, compositore, direttore d’orchestra, maestro di canto e – soprattutto – amico fraterno di Giacomo Puccini.
Un ritratto della bella e talentuosa cantante lirica
Un ritratto della bella e talentuosa cantante lirica
IL DEBUTTO - La voce di Carmen viene paragonata a quella di un usignolo: leggiadra e intensa insieme, così cristallina che rapisce l’anima a chi l’ascolta. L’impresario Luigi Cesari ne rimane incantato e la scrittura subito per l’Iris di Mascagni a Novara, opera che inaugura la stagione 1905-1906 al Teatro Coccia. Carmen ha talento, incoscienza, coraggio e un’avvenenza dannunziana che non passa inosservata. «La prima donna è una stupenda ragazza sarda con una gran voce», la descrive il maestro Gino Marinuzzi che la dirige. Per la fascinosa fanciulla è solo l’inizio.
A soli tredici mesi dall’esordio, l’occasione propizia. Viene chiamata a sostituire la star della lirica del vecchio Continente, il soprano francese Charlotte Wyns. Carmen accetta imparando la parte di Thais di Massenet in otto giorni. È il successo, con repliche su e giù per l’Italia, da Venezia a Palermo. In poco tempo la giovane Melis calca le scene in Egitto, Russia, Canada, Perù e Cile. Viene scritturata alla Manahattan Opera House di New York dove esordisce in Tosca. Un’autentica consacrazione. Attrice e cantante impareggiabile, è così bella che spesso distrae anche l’orchestra, prontamente redarguita dal direttore di turno.
Inizia a cantare da bambina: "Sono nata cantante", dirà
Inizia a cantare da bambina: "Sono nata cantante", dirà
L'AMICIZIA CON PUCCINI - Durante il soggiorno newyorkese la Melis conosce anche l’inventore Thomas Edison, che si innamora della sua voce e la fa incidere nei cilindri a cera del primo fonografo.
Il 10 dicembre 1910 è la prima mondiale de La Fanciulla del West di Giacomo Puccini al Metropolitan di New York, opera che il grande maestro e amico cuce addosso a Carmen. Il ruolo di Minnie, la padrona del saloon che si innamora del fuorilegge e vince con spregiudicatezza la partita a poker con la vita, interpretato 123 volte, è perfetto per Carmen, anche lei nata “laggiù nel soledad” non della California, ma dell’Isola baciata dal sole, la Sardegna, che terrà sempre stretta nel suo cuore di eterna gitana.
Nel 1913 la soprano approderà in un altro tempio mondiale della lirica: il Covent Garden di Londra che inaugura con I Pagliacci di Mascagni insieme a Caruso.
L'AMORE PER L'ISOLA - Dopo viaggi e soggiorni in tutto il mondo il richiamo della Sardegna si fa così forte che nella primavera del 1915 la Melis decide di costituire un’impresa con Ricciardi per rappresentare La Fanciulla del West prima a Cagliari e poi a Sassari. «Sono stata sempre orgogliosa e fiera di essere sarda e quello che oggi avviene non è che il compimento di un voto, d’un desiderio fino a oggi reso impossibile da esaudire», dice in un’intervista. Undici serate in un’apoteosi travolgente. Travolta dai fiori che piovevano dai palchi si procura una piccola cicatrice sul braccio, che conserverà orgogliosamente come indelebile ricordo dell’affetto che i suoi corregionali le avevano reso con un degno omaggio. Durante la commemorazione di Puccini, nel 1925 al Regio di Torino, Carmen impersona Manon Lescaut. Tra gli spettatori anche Re Umberto di Savoia, che la invita a corte dove si esibirà in romanze e brani di opere liriche da camera.
Sono in tanti a riconoscerla e a chiederle un autografo
Sono in tanti a riconoscerla e a chiederle un autografo
IL RITIRO DALLE SCENE - Nel 1933 e dopo 28 anni di attività sceglie di abbandonare le scene, ma non il canto lirico e la musica, che continuerà a insegnare al Conservatorio di Pesaro. Dal suo ultimo ritiro comasco le parole che chiudono la carriera di una grande stella, che scelse con coraggio e intelligenza di evitare il precipizio a tratti penoso a cui si affidano a volte gli artisti: «Desidero andarmene in silenzio, alla sarda, portando con me gelosamente il ricordo delle cose belle vissute e delle persone che hanno dimostrato bontà. Questa è la mia biografia: breve ma che dice tante cose».

Maria Piera Mossa, femminista non convenzionale

Martedì 07 Marzo alle 08:35 - ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Aprile alle 17:38

Maria Piera Mossa
Maria Piera Mossa sarà la prima donna a raccontare, attraverso le immagini, la storia, le tradizioni e le bellezze così come le difficoltà della Sardegna. Sposa e mamma a soli 18 anni, fu portatrice di un nuovo ed emancipato concetto di femminismo.
IL RITRATTO - Maria Piera Mossa, cagliaritana, è l’artefice di un autentico miracolo culturale: è riuscita, con ottima risposta di pubblico, a narrare la Sardegna attraverso le immagini, prima donna regista dell’Isola.
Nata nel 1950, mostra sin dai primi anni dell’infanzia una singolare precocità: «A un anno e mezzo – racconterà il marito Peppetto - parlava fluentemente e, in tutto, mostrava i segni di una vivacità di intelletto fin troppo matura per la sua età, tanto da destare l’apprensione della nonna di Laerru che la portò da un esorcista perché la bimba le pareva fuori dal comune».
Dopo aver frequentato lo storico liceo Dettori di Cagliari, Maria Piera si laurea in Filosofia discutendo una tesi su “Il concetto di vita in Hegel”.
Il celebre illuminista Giovanni Solinas, relatore del lavoro, le chiede espressamente di riflettere su un percorso di carriera accademica, ma Maria Piera, pur amando nel profondo la Filosofia, compie una scelta di concretezza economica per il futuro, attendendo il concorso che le consentirà l’ingresso alla Rai.
IL DOCUMENTARIO SU BITTI - Nonostante le inquietudini di una mente filosofica e la relativa esigenza di dare un nome preciso a ogni realtà, Maria Piera nei suoi lavori di regista non si esporrà mai alla tentazione di un giudizio morale sugli accadimenti del popolo sardo: il potere politico-sociale dell’immagine sarà sempre impiegato con purezza di prospettiva e svincolato da qualsiasi segno partitico, senza per questo sminuirne il valore civico, come nel capolavoro Una fabbrica inventata su un paese reale, Bitti, documentario girato negli anni ’70. A Bitti numerose operaie tessili avevano infatti perso il proprio posto di lavoro a seguito alla chiusura della fabbrica tessile Bétatex: il documentario ebbe il merito di rendere nota la vicenda e, non potendo essere visto in tv dalla comunità bittese dove non arrivava ancora la diffusione di Rai 3, venne proiettato e discusso nel salone parrocchiale in videoregistrazione.
Il cinema di Maria Piera Mossa
Il cinema di Maria Piera Mossa
IL LAVORO IN RAI - Stesso nitore di sguardo conserverà nei lavori successivi, come Visti da fuori, 18 puntate trasmesse in Rai nel 1986, in cui mette a fuoco alcuni temi della cultura che si raccolgono intorno alla “sardità”, dai sequestri allo sport, e Grazia quasi Cosima, serie televisiva di sei puntate dedicata a Grazia Deledda, con ricostruzioni, interviste, testimonianze e giudizi critico-letterari sulla vita, la personalità, le opere della scrittrice. Imponente l’opera di intento didattico e divulgativo, realizzata con il medievalista Francesco Cesare Casula, La Sardegna nella Storia. E indimenticabile il film documentario Il 43 con Sant’Efisio, vero e proprio “capolavoro etnografico”, come lo descrisse la critica dell’epoca: Maria Piera, agnostica, restituisce l’angoscia di quell’incubo kafkiano di chi svegliandosi scopre che Cagliari non esiste più, divorata dal fuoco delle bombe anglo-americane. «Volevo raccontare la storia minuta, non ufficiale – spiegherà in un’intervista – fatta di ricordi che possono anche essere sbagliati, di emozioni, di sentimenti. Non è stato semplice entrare nella vita di queste persone nel modo giusto, farle emergere come sono ora, tirare fuori tutto in poche battute. Tutte queste persone parlano perché c’è un’intensità di rapporto, una fiducia, una consuetudine che sono riuscita a costruire».
IL RUOLO DELLA DONNA - Maria Piera Mossa non è stata una femminista nel senso classico del termine, sebbene seguisse i gruppi femministi in cineteca, condividendone le rivendicazioni ma senza sposarne gli stilemi della lotta estrema. Fu portatrice di un moderno e coraggioso femminismo fin dalla più tenera età, e dalle scelte di vita che la condussero a soli 18 anni fuori di casa come lavoratrice, sposa e giovane mamma. Colpita da un male incurabile, se n’è andata prematuramente nel 2002. Il suo ricordo rimarrà tuttavia imperituro nel popolo sardo, che a Cagliari, nel 2013, le ha intitolato in omaggio anche una via.
La regista in compagnia della figlia Martina
La regista in compagnia della figlia Martina

Myriam Riccio, la pioniera del giornalismo sardo durante il Regime fascista

Venerdì 31 Marzo alle 13:40 - ultimo aggiornamento Mercoledì 12 Aprile alle 17:50

Myriam Riccio
Myriam Riccio ambiziosa, elegante e snella emanava fascino e femminilità. Così la descrivono, tra tutti anche il poeta pioniere del movimento futurista, Filippo Marinetti.
***
IL RITRATTO - Tra le prime giornaliste in Sardegna, la Riccio scombina i cliché sulle donne letterate che come lei scrivono. Amica di donne intraprendenti come Ines e Iole, figlie di Enrico Berlinguer.
È anche crocerossina durante la prima guerra mondiale. Viaggia tantissimo, guida e fuma. Curiosa, ha un’opinione su tutto e va oltre le apparenze.
Myriam Riccio crocerossina
Myriam Riccio crocerossina
È una donna di grande personalità. Infatti, come racconta il pronipote, "nel 1942 all’epoca del Regime Fascista, Benito Mussolini va a Sassari, invita la Riccio a ballare ma lei rifiuta sdegnata".
UNA VITA DI CARTA E INCHIOSTRO - Nata a Sassari da una delle famiglie più in vista. La mamma è la nobile Evelina Satta, una figura fredda e distaccata che Myram è solita chiamare "la mia genitrice". Ma la sua passione per il giornalismo la eredita dal padre, uomo brillante di cultura, Medardo Riccio, primo direttore de "La Nuova Sardegna" e autore dell’opera "Il valore dei sardi in guerra", che racconta le vicende eroiche dei soldati isolani.
E così, tra le aule della "Gazzetta di Via Giardini", (La Nuova Sardegna), Myria coltiva la sua passione e vive tra carta e inchiostro.
Unica donna in redazione, spalleggiata dal padre ma biasimata dalla sua "genitrice" che non approva la sua scelta.
All’epoca le donne che scrivono non sono ben viste. Ma la Riccio non si cura dei pregiudizi e va avanti per la sua strada. Riesce ad emergere e spiccare grazie alla sua tenacia.
Presenti sulla scena solo alcune scrittrici. E Myriam si distingue da esse grazie al suo talento da cronista.
LA SVOLTA E IL DEBUTTO CON L’UNIONE SARDA - Il18 gennaio 1923 muore il padre. Per Myriam è un grande dolore e lei cerca di soffocarlo attraverso il lavoro.
È in quello stesso anno che L’Unione Sarda pubblica il suo articolo "Nuovo Paese". Dove la Riccio ripercorre i ricordi di infanzia.
Diventa anche corrispondente per "La Tribuna di Roma".Scrive per l’"Isola del 1926" quando "La Nuova" viene censurata dal Fascismo, e anche per "Il Secolo illustrato" e "Illustrazione italiana".
È l'unica giornalista sarda presente nel libro "Donne e giornali nel fascismo", una sorta di "Ordine dei Giornalisti".
IL MATRIMONIO E LA FINE - Myriam si sposa nel 1938 con Giuseppe Oggiano e dopo le nozze smette di scrivere. Sceglie di occuparsi della famiglia e diventa casalinga. Non ha mai avuto figli ma si prende cura dei nipoti.
Nel 1964 un cancro ai polmoni la uccide. La notizia della sua morte paralizza il mondo del giornalismo isolano.
Myriam con il marito e il nipote


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