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16.12.13

un pezzo di storia che se ne va Le ferrovie hanno deciso di mettere all'asta la locomotiva a vapore simbolo del trenino verde di Sorgonoe patrimonio dell'Unesco

11\12\2013  Massimo melis unione  sarda  
Le ferrovie hanno deciso di mettere all'asta la locomotiva a vapore del trenino verde di Sorgono.

D.H. Lawrence nel suo viaggio in Sardegna la descrisse come il simbolo dell'avanzare del progresso. E in effetti, la macchina a vapore che ha trainato vagoni di merci dalla Barbagia al Campidano del progresso è stato davvero un'icona. Adesso il tempo passa e nonostante sia perfettamente funzionante e dichiarata patrimonio dell'Unesco, sarà messa all'asta con un bando internazionale. Nel centro del Mandrolisai è scoppiata la rivolta per salvare una delle ultime locomotive a vapore rimaste nell'isola.
 

17.11.13

anche i gay e i single posso offrire amore ai bambini in afido o in adozione .la storia di Mario zidda ex sindaco di Nuoro che fu adottato da due single

 Cercando  ,    chi   qualcosa  di Piera serusi  , giornaliusta  che scrive  la  rubrica  storie  per  il  giornale   L'UNIONE SARDA.it   ho trovato (  è  un articolo  di  2  annifa   , ma    è ancora  attuale    )   La storia dell'ex sindaco di Nuoro Zidda 'Io, bimbo felice, adottato da due single'. Essa dimostra  , come    se  l'ambiente  di  chi   ha  il compito dell'affido o dell'adozione   è sereno  poco importa  se   esso sia un single  come in questo caso  o gay   come  sta  avendo in questi giorni con l'afido   di bambini \e  a coppie  gay     

La storia dell'ex sindaco di Nuoro Zidda 'Io, bimbo felice, adottato da due single'




La Corte di Cassazione ha invitato il Parlamento ad aprire, quando vi siano particolari condizioni, alle adozioni dei minori da parte dei single. L'ex sindaco di Nuoro interviene nel dibattito. 
di PIERA SERUSI

«Io sapevo che non ero figlio loro, però sentivo di far parte di una famiglia. Ne ho sempre avuto coscienza,
Mario Zidda
sempre. Ma oggi ancor più posso affermare di aver avuto tutto ciò di cui un bambino ha bisogno: la certezza di un rifugio sicuro, la consolazione di un abbraccio, il sostegno lungo l'impervio cammino che porta ogni piccino a diventare grande. Non ritengo la mia vita una lezione magistrale, ma è la mia storia, e se la racconto per la prima volta dopo sessant'anni è soltanto perché io posso testimoniare che, per un bimbo che sa cos'è l'abbandono, l'amore di una famiglia - anche imperfetta - è sempre meglio dell'abisso della solitudine».
FESTA DEL PAPÀ Non è stato semplice ottenere questa intervista. Chi conosce Mario Demuru Zidda, ex sindaco di Nuoro, sa bene che uno dei tratti del suo carattere è la riservatezza, una discrezione che l'ha sempre portato a distinguere nettamente il piano dell'impegno politico e amministrativo da quello privato. Ha contravvenuto a questa regola giusto due settimane fa, per dare un contributo al dibattito che si è aperto in Italia sull'adottabilità piena dei minori anche da parte dei single dopo la recente sentenza della Corte di Cassazione intervenuta sul caso che riguarda una signora di Genova.
Questa è una storia che va raccontata nei giorni della Festa del Papà, per ribadire che - qualunque sia la nostra idea a riguardo - la famiglia non è solo e soltanto il triangolo affettivo e naturale tra babbo, mamma e figli. Famiglia è la casa che salva un piccino dalla solitudine.
L'ORFANOTROFIO Ogni bambino abbandonato nasce più di una volta, quando è guardato dalle stelle. Mario Demuru, venuto al mondo nel dicembre 1945 a Brunella, Budoni, aveva un anno e otto mesi quando Pasqua e Caterina Zidda, due sorelle di Orune, classe 1906 e 1908, lo presero in casa come un figlio. «È stato abbandonato dalla mamma», disse loro padre Gavino Lai, il direttore dell'orfanotrofio femminile 'San Giuseppe' di Nuoro. «Le mie due nuove mamme mi accolsero così, senza aver ricevuto alcuna garanzia, sia per me che per loro, sul futuro dell'affidamento. È stato il loro atto di generosità senza condizioni a salvarmi la vita».
Erano gli anni del dopoguerra. Pasqua e Caterina Zidda, che a Nuoro erano arrivate negli anni Trenta a servizio dalle famiglie benestanti, avevano un piccolo negozio di generi alimentari e una casetta in piazza Santa Croce. «Era una casa sempre piena di gente. Pasqua e Caterina ospitavano due loro fratelli e più tardi pure una nipote. Accoglienza e amore: era questo, per loro, il senso della famiglia». La memoria corre ai giochi per strada, ai vicini di casa («come i fratelli Rondello, scalpellini e cacciatori di professione»), alla tavola dell'ora di pranzo apparecchiata anche per tre impiegati delle Poste e per il calzolaio, il signor Bastiano Dessena («per arrotondare, le mie due mamme cucinavano per i pendolari»); alle vacanze estive dalla nonna a Orune («lì, coi miei cuginetti, sentivo fortemente il senso della mia appartenenza a tutta la famiglia: ero stato riconosciuto come uno di loro»).
LE RADICI Aveva cinque anni quando Pasqua gli disse: «Vieni con me, andiamo a visitare padre Lai». Le due mamme, modernissime e intelligenti, avevano deciso che il bambino doveva sapere, doveva conoscere le sue origini. «Un bambino abbandonato più che sentire la propria condizione si chiede il perché, ha bisogno di risposte ma allo stesso tempo cerca di esorcizzare il problema. È lì che nasce la sofferenza, il disagio di una personcina non ancora formata che cresce in un istituto. L'istituzione, a prescindere dalla presenza di operatori caritatevoli e attenti, è sempre anaffettiva, assolutamente inadeguata a sostenere il bambino nella ricerca di un senso di sé e della propria vita. Per questo credo che una famiglia, purché sia, è sempre meglio della solitudine, della mancanza di punti di riferimento».
«Certo, finché è possibile l'ideale è una famiglia tradizionale, con padre e madre. Ma è riduttivo porre la questione dal punto di vista di chi può o non può adottare un bambino, perché l'unico bisogno di cui si deve tener conto è quello del minore. Va bene l'adozione da parte di un single, se risolve il problema di un bambino che non ha nessuno al mondo: è un modo per allargare le opportunità di salvezza di tanti piccoli abbandonati. Io sono cresciuto con due mamme single e nessun papà, ma è stata una famiglia a tutti gli effetti».
TRE COGNOMI Mario Demuru Zidda ricorda ancora il senso di desolazione provata quando, preso per mano da Pasqua, varcò il portone dell'orfanotrofio. «Ebbi l'impressione di esserci già stato e, per un attimo, sentii ancora il vuoto della solitudine. Padre Lai era un buon sacerdote dei suoi tempi. Era stato lui ad affidarmi alle sorelle Zidda, con l'intermediazione della signorina Campanelli che per anni si occupò di sciogliere i nodi della parte burocratica della mia affiliazione. Persino il cognome cambiava: nell'arco di poco tempo mutò tre volte: prima Demuru, poi Zidda, poi Demuru Zidda».

IL LEGAME DI SANGUE Non era un bambino che faceva domande. «Non ce n'era bisogno. Pasqua e Caterina mi hanno sempre raccontato tutto. Loro andavano alla ricerca dei tasselli sparsi delle mie origini, li ricucivano e me li narravano. Avevano capito il mio bisogno di tornare sui miei passi, di conoscere le mie radici. A cinque anni ho cominciato così a esplorare la via che mi ha portato a sapere di mia madre e, avevo 17 anni, a conoscerne i familiari. Ho poi conosciuto anche mio padre, certo. Avevo 25 anni, è stato un incontro voluto da lui che mi aveva sempre tenuto d'occhio, da lontano. Se ho provato sentimenti ostili? No, mai. La mancanza di un padre forse l'ho sentita durante l'adolescenza, solo perché confrontavo la mia realtà con quella degli altri ragazzi. Ma, onestamente, se penso al prima e al dopo, dico no: non c'è stato un vuoto d'affetto». Pasqua e Caterina non ci sono più. Una è morta nel 1979, l'altra nel 2003. «Sono state le mie due mamme. Dandomi una famiglia mi hanno ridonato la vita».

PIERA SERUSI

16.9.13

A Vigne Surrau fotografie e video con i sindaci dei cinquanta paesi sardi più piccoli Ecco perché un paese ci vuole Dal 19 settembre ad Arzachena una mostra con le immagini di Salvatore Ligios e le video interviste di Vincenzo Ligios

Leggo  sul giornale ( la  nuova sardegna  ) di oggi che  Giovedì 19 settembre alle 10,30 presso Vigne \ cantine Surrau ad Arzachena (  un centro che   unisce  alla  vendita  e degustazione del vino anche la cultura   , vedere  mio  post precedente sulla mostra  fotografica   sul sughero  di Roberto graffi  )  presenta il progetto culturale "Gli atlanti. Tracce di identità", selezione di fotografie di Salvatore Ligios  e video installazione di 50 monitor per 50 interviste a cinquanta primi cittadini di piccoli comuni della Sardegna di Vincenzo Ligios. L'inaugurazione sarà preceduta dal convegno "Dalla cultura alla politica" al quale interverranno: Pietro Soddu (nella foto); il presidente di Vigne Surrau Tino Demuro; il sindaco di Bidonì Silvio Manca; il sindaco di Villa Sant'Antonio Antonello Passiu; Manlio Brigaglia; Salvatore Ligios ; Sonia Borsato. Il lavoro è un omaggio al lavoro silenzioso e quotidiano svolto dagli amministratori dei piccoli comuni della Sardegna che  si stanno spopolando sempre  più   a causa della migrazione nei grossi centri  ( Olbia   - Sassari per il nord  , Cagliari Sud   o  peggio ancora  illa pensiola  e  l'estero )  Il progetto esplora la realtà di comuni molto piccoli dell’isola – con popolazione al di sotto di 600 abitanti – per comporre una galleria di ritratti di sindaci, testimoni oculari di ricchezze culturali e identitarie degne di attenzione. Insieme agli scatti fotografici sono state realizzate interviste video in presa diretta. Diversi i testi di accompagnamento in catalogo, firmati da Tino Demuro, Sonia Borsato, Giulio Angioni , Pietro Soddu . L'esposizione è organizzata da  : Su Palatu-Fotografia & Vigne Surrau, dall'Anci, dall'Isre, dalla Banca di Sassari, dalla Fondazione Banco di Sardegna e da Soter editrice. La mostra rimarrà aperta sino al 6 ottobre tutti i giorni dalle 10.30 alle 21. Ingresso libero. Sito www.atlantesardo.it  oppure la pagina facebook per  ulteriori informazioni  Su Palatu-Fotografia cell. 349 2974 462 - Vigne Surrau tel. 0789 82933

 Tale iniziativa  è confermata  da    da un estratto  dell’intervento di Giulio Angioni, scrittore e antropologo preso  Dal catalogo della mostra    riportato dalla nuova sardegna del  15\9\2013



A Vigne Surrau fotografie e video con i sindaci dei cinquanta paesi sardi più piccoli 
Ecco perché un paese ci vuole
Dal 19 settembre ad Arzachena una mostra con le immagini di Salvatore Ligios e le video interviste di Vincenzo Ligios
Dal catalogo della mostra pubblichiamo un brano dell’intervento di Giulio Angioni, scrittore e antropologo.

di Giulio Angioni Questi sindaci non ci parlano di luoghi e di problemi decentrati, di marginalità. E non ci parlano di lontananze. E non è per questo che i due Ligios li hanno scelti. Credo che abbiano piuttosto deciso di fare il giro lungo per tornare a casa senza perdersi per strada. In casa ce l'abbiamo tutti oggi, in Occidente, per esempio, il fenomeno della diminuzione della popolazione e insieme dell'aumento percentuale dei vecchi, della denatalità, del nuovo che avanza e non si riesce a dargli senso. E dunque cercare di capire il difficile e confuso rapporto degli abitanti dei piccoli centri dell'interno sardo con il presente è anche, per chi vive nelle conurbazioni moderne (anche sarde), un “de te fabula narratur”. Non solo loro: ma questi sindaci, specie se giovani, così nuovi e così antichi, sono gli eredi più diretti di un modo di vivere infranto e sostituito. Un modo di vivere che oggi appare, ed è, come spesso capita di considerare, specie ai più vecchi di questi sindaci di paese, di un'infanzia più simile all'infanzia dell'età dei nuraghi che all'infanzia di oggi. Lavorare per vivere e vivere per lavorare sono state per millenni regole senza scampo, in cui la costrizione del vivere per lavorare dava significato alla prima regola universale umana del lavorare per vivere. Per tutti, anche per i ricchi di paese, i proprietari maggiori di terre e di animali. Ma soprattutto per coloro, la maggioranza, che vivevano nella precarietà, spesso estrema, obbligati a inventarsi espedienti per procacciare anche solo il cibo per sé e per la famiglia. (…) Tanti paesi della Sardegna interna sono oggi sull'orlo di un precipizio demografico. Oggi s'impone il fenomeno dello spopolamento, dei piccoli comuni che negli ultimi tempi paiono in via di estinzione nelle cosiddette zone interne, ma anche più in generale in Europa ancora prima che in Sardegna. Tutte le società agropastorali hanno avuto e hanno tassi di natalità elevati, perché questo permette appunto di incrementare agricoltura e allevamento. Nelle nostre società industriali, urbane, i vantaggi dell'allevare meno figli ma più costosi sono superiori ai vantaggi dell'allevarne molti ma meno costosi e presto produttivi. Ci sono altri motivi, ma sono certamente anche, e forse principalmente, i mutamenti negli oneri dell'allevare figli, connessi col mutare dei modi della produzione, che spiegano meglio i mutamenti nei modi della riproduzione anche in Sardegna. Anche nei paesi sardi agropastorali i bambini non sono più "produttivi", e sono più "costosi" di un tempo. La terziarizzazione, in questi paesi, non ancora turistici ma che ci aspirano in modi vari, si aggiunge a produrre spopolamento di centri che per millenni sono stati agropastorali. Più un paese sardo è lontano dalla costa, tanto più pare destinato allo spopolamento, perfino all'estinzione, se il turismo sardo continua a essere soprattutto costiero e balneare. Coste fino a ieri spopolate da secoli si popolano oggi, alla rinfusa e confusamente, di immigranti dai paesi dell'interno. Così come nel caos urbanistico e confusamente si formano le nostre piccole conurbazioni, come quella di Cagliari e di Sassari. Lì i sardi di città hanno invece verso le coste il tipico rapporto da seconda casa. Nella Sardegna interna, però, ha preso piede anche l'idea di agriturismo, in nome del casereccio, del tradizionale, del pane formaggio e cannonau. E dunque vale ancora la pena sposarsi ad Assolo o ad Armungia, se uno si aggiorna riciclando la tradizione locale e il colore e il sapore locali, e farci anche figli. Ma nelle varie Armunge o Villenove sarde continua anche il vecchio non riciclato dal turismo. Il senso comune dei giovani sdegna ancora i mestieri rurali, specie quelli vecchi. Per molti l'istruzione è ancora un modo per lasciare la campagna. Ma anche a ragione, perché da noi l'agricoltura e l'allevamento spesso non sono al passo con i tempi, e i prodotti agropastorali restano di frequente deprezzati o fuori dal normale mercato, a meno di inventarsi nuove nicchie per prodotti locali d'eccellenza, o a meno che non esistano tradizioni industriali e mercantili come quella ormai secolare del pecorino romano fatto in Sardegna e venduto in America quasi all'insaputa dei sardi allevatori di pecore (e di capre) anche in questi paesi, da oltre un secolo produttori del latte che serve a fare quel tipo di formaggio. Ma se intanto parliamo di villaggio globale, e constatiamo che tra città e campagna in Occidente non c'è più vera differenza di modi e di livelli di vita (qualcuno l'ha chiamata rurbanizzazione), sappiamo di non esagerare, tanto più che di questa omologazione tra città e campagna fa parte anche il non fare i molti figli di un tempo, visto che la denatalità in Italia è più o meno la stessa a Milano come a Pompu o ad Allai. Ma dalla campagna la gente continua ad andarsene, mentre dal Terzo Mondo vi si inizia a immigrare, sicché anche ad Aidomaggiore e a Pompu si riproduce in piccolo la diversità del mondo. Però anche chi restava nella proverbiale Pompu per decenni ha continuato a emigrare, distruggendo molto del proprio passato, in nome di una modernità simboleggiabile a lungo in negativo, per esempio, nel blocchetto in calcestruzzo messo in mostra brutalmente dal non finito edile. Che non ci si accorga abbastanza che non c'è più vera differenza, se non a favore della campagna, come genere di vita, magari residuale, ibrido, tra campi e cellulari? È possibile che "l'arretratezza" dei luoghi come i paesi sardi dell'interno consista anche, e principalmente, nel non riuscire ancora a vedere che si è compiuta l'omologazione con la città, nel bene e nel male, e che perciò la si persegue ancora a oltranza in modo distruttivo? Eppure con un residuo di maggiore agio, di una qualche superiorità del genere di vita paesano almeno in quanto possiamo dire che vivere ad Armungia è ancora più sano che vivere a Milano, in tutti i vecchi sensi dati al mito e alla realtà della sana vita di campagna e in tutti i nuovi sensi dell'ecologismo e dell'ambientalismo di oggi, anche se Roma taglia la scuola e l'ospedale decentrati e Bruxelles s'immischia, come un rinoceronte in un negozio di porcellane, nelle fragili cose dell'agricoltura costretta al bricolage. Ormai però anche ai sardi di luoghi come Lodè e Loculi si vende molto di ciò che si produce in Sardegna in nome della continuità, della tradizione, della genuinità locale e di lunga durata, soprattutto in nome dell'origine sarda irrefutabile, magari con marchi di origine controllata. Segno che quella continuità e quella tradizione si sono spezzate, tanto da poter essere trasfigurate nel positivo di un "come eravamo" che il tempo e la memoria leniscono, come spesso leniscono le preoccupazioni diuturne di questi nostri sindaci, che mi rafforzano nella convinzione che oggi proprio loro, i sindaci, in Sardegna come in continente, sono i migliori gestori della cosa pubblica.

23.6.13

Il parigino che divenne Gristolu di Gavoi

conoscevo già in parte questa storia in quanto  la persona  in questione insegna   francese  ala facoltà di lingue  di Sassari   e ne  avevo sentito parlare in una  trasmissione rai  ( non ricordo se meditteraneo  o pass partout  )




dall'unione sarda  del 23\6\2013
Cambiare nome a qualcuno non è una cosa piccola: significa riconoscere un'essenza della sua personalità che non era compresa nel battesimo originario. Per questo mettere a qualcuno un nomignolo affettuoso o un malevolo soprannome è una confidenza che si possono permettere solo gli amici e i nemici, facce contrapposte della stessa intimità. Questo rapporto con i nomi è un retaggio di antiche civiltà convinte che nei nomi risiedesse l'essenza dell'anima delle persone e che il nome vero dovesse essere svelato agli amici e nascosto agli avversari. Avere due nomi, uno segreto e uno pubblico, era una cosa comune.Oggi di questa sacralità rimane poco, ma Christophe Thibaudeau quel poco sa cos'è. Il suo è un nome difficile da pronunciare per chi francese non è, infatti a Gavoi e a Siniscola, dove vive da trentacinque anni, nessuno lo chiama così: nel cuore dell'isola questo parigino dalla risata sismica è conosciuto semplicemente come Gristolu. La sua vicenda infrange il falso storico della costante resistenziale, quella dell'impenetrabilità culturale barbaricina, e ci racconta che siamo una nazione dall'identità aperta, dove un uomo di Parigi può ricevere il dono nobile di un nuovo battesimo e diventare persino assessore alla Cultura.

fncl a chi non vuole i cani in spiaggia . Al Poetto c'è il cane bagnino Maya aiuta la Guardia Costiera MAYA ACCUCCIATA SOTTO L'OMBRELLONE Previsioni meteo Sardegna comune per comune Guarda l'Agenda Tutto su trasporti e appuntamenti Guida Spiagge La guida alle spiagge della Sardegna La Guardia Costiera quest'anno ha un aiuto in più: il cane bagnino Maya. Il pelo bianco-grigio ne favorisce la mimetizzazione. Se scatta l'emergenza Maya, cane bagnino in forza alla Guardia Costiera, è pronta a tuffarsi in acqua. Acquattata sotto l'ombrellone, quasi un tutt'uno con la sabbia del Poetto, è equipaggiata con un giubbetto capace di favorire le operazioni di soccorso. Il proprietario ha adottato Maya da un canile di Olbia e dopo l'addestramento ha fatto riconoscere le sue abilità con un apposito brevetto.

unione sarda
Al Poetto c'è il cane bagnino Maya aiuta la Guardia CostieraMAYA ACCUCCIATA SOTTO L'OMBRELLONE

La Guardia Costiera quest'anno ha un aiuto in più: il cane bagnino Maya.Il pelo bianco-grigio ne favorisce la mimetizzazione. Se scatta l'emergenza Maya, cane bagnino in forza alla Guardia Costiera, è pronta a tuffarsi in acqua. Acquattata sotto l'ombrellone, quasi un tutt'uno con la sabbia del Poetto, è equipaggiata con un giubbetto capace di favorire le operazioni di soccorso. Il proprietario ha adottato Maya da un canile di Olbia e dopo l'addestramento ha fatto riconoscere le sue abilità con un apposito brevetto.

14.6.13

banditi ( o presunti tali ) senza tempo la storia di antonio bossu


dalla nuova sardegna del 27\5\2013


Le memorie in versi dell’ex detenuto

L’orgolese Antonio Bassu scontò un quarto di secolo per la strage di Monte Maore: a 91 anni ha deciso di scrivere un libro


ORGOSOLO Antonio Bassu?  ( foto  a  sinistra   )  Innocente. La vox populi non ha mai avuto dubbi, il paese sapeva e lui Graziato dal presidente della Repubblica Giovanni Leone nel 1974, l'ex carcerato affida ora al ritmo dei versi endecasillabi in ottava rima le sue memorie di miele amaro. Ci pensava da oltre trent'anni, ora non ha più dubbi: è giunta l'ora della narrazione poetica.A novantun anni suonati, la libertà per lui è sempre un cavallo veloce che non teme le discese ripide e salva il suo cavaliere intrepido. Lui, su cadderi (il fantino) di tante vàrdias paesane, è stato derubato di un quarto di secolo della sua esistenza: 25 anni meno 25 giorni. «Mi sarei dovuto presentare prima della strage di Monte Maore, ero latitante, accusato di reati minori – ricorda –. Non l'ho fatto perché il mio avvocato, il senatore orgolese Antonio Monni, in quel periodo era in vacanza in Svizzera». Nella sua casa del rione storico di Caspiri, zona di Monte Isoro, Antonio Bassu risponde volentieri alle domande.aveva le prove: 17 testimoni nuoresi in corte d'assise dissero a una voce che il giorno della strage di Monte Maore – tre carabinieri uccisi e un quarto reso cieco da una pallottola, il 13 agosto 1949, in una tragica rapina alla camionetta che trasportava le buste paga degli operai ogliastrini dell'Erlas – il pastore orgolese era con loro sull'Ortobene. Ma i giudici diedero ascolto soltanto al pm Francesco Coco: ergastolo, confermato in appello (con Coco pm anche nel giudizio di secondo grado) e in cassazione.
Quando è nata l'idea di domandare aiuto alle Muse?
«Nel 1982, quando lo Stato mi chiese il pagamento del vitto e dell'alloggio in carcere e un mio compaesano e coetaneo, Antonio Piras noto Pireddu che viveva a Bolotana, mi scrisse un sonetto consolatorio».
Le poesie parlano solo della vicenda giudiziaria?
«No, quando mai? Trattano della mia vita, dall'infanzia alla vecchiaia, con gli episodi più salienti. Del periodo in cui era ancora vivo mio padre: avevo quindici anni quando lui, reduce della grande guerra, morì prematuramente. Ci sono le stagioni vissute da servo pastore, a Nuoro e Orgosolo, e soltanto dopo le stagioni della mia disavventura nei penitenziari di Ventotene e di Porto Azzurro. Ma c'è anche dell'altro».
Cos'altro?
«Il mio paese, le corse dei cavalli, i murales, la decadenza».
Il degrado del villaggio natale?
«Sì, nell'attenuarsi progressivo della solidarietà e della comparsa di un malattia dello spirito. L'egoismo».
Come si vive il passaggio dalla libertà alla cella del carcere?
«Sei davanti a una scelta: reazione o rassegnazione. Se non reagisci sei perduto. Se a Lanusei stavo male, a Cagliari era molto peggio»
Perché peggio?
«In una cella teoricamente destinata a un solo prigioniero eravamo in tre, 24 ore su 24, tranne un'ora d'aria nei cunicoli, non ti dico in quali condizioni. Si doveva parlare a bassa voce, non mi potevo fare nemmancu una cantadedda, neppure una cantatina».
Cosa si prova a ripensarci?
«Non mi sembra vero di essere riuscito a sopportare tante privazioni».
Maltrattamenti?
«In tutta sincerità debbo dire: nessuno mi ha mai messo un dito addosso. Ma anch'io non ho mai mancato di rispetto a nessuno».
Nelle poesie degli ultimi anni due parole tornano più di altre: resurrezione e risorto...
«Sì, tornano. Istintivamente, è più forte di me. Stare in carcere è come essere morti e sepolti. La galera è una tomba. Venticinque anni là dentro hanno distrutto la mia giovinezza».
Di chi la colpa di questo dramma?
«Del sistema barbaro di una giustizia che riteneva delinquenti tutti gli orgolesi: forze dell'ordine e magistratura davano ascolto solo alle spie prezzolate, di mestiere».
Con qualche eccezione?
«Indubbiamente. Riconosco al famoso maresciallo Loddo un'onestà professionale al di sopra di ogni sospetto. Con me è stato corretto anche nella testimonianza davanti alla corte».
Assiste all'intervista Franco Buesca, un giovane pastore di Orgosolo che ha acquisito il merito di essere una sorta di enciclopedia vivente della storia del suo paese. 


Le sue parole sono lo specchio esatto del sentire comunitario: «L'ischimus totus, l'ischit sa vidda: tziu Antoni est innossente (lo sa il paese intero: lo “zio” Antonio è innocente)».Uno dei testi più emozionanti tra le poesie di Antonio Bassu riguarda la liberazione, dopo la grazia firmata dal presidente della Repubblica: 26 ottave, 208 versi. Eccone una parafrasi italiana compatibile.«Era il 28 agosto 1974. Alle otto del mattino mi avviai verso il camerone dove cucivo palloni per tornei di calcio: il mio lavoro, a Porto Azzurro. Ero triste, da innocente condannato alla segregazione perpetua».Poche ore prima Antonio aveva fatto un sogno: «Sul fare dell'alba sentii una voce che mi chiamava e subito dopo vidi una figura candida come neve, simpatica e sorridente. Mi disse due parole: buona libertà. Mi sedetti e iniziai a lavorare. Non era facile, i punti dovevano essere lineari. D'un tratto sentii alcuni che dicevano: è arrivato un foglio di scarcerazione. Si erano fatte le nove e continuai a lavorare».Ed ecco la sorpresa: «Venne da me un guardiano e mi disse di andare con lui dal direttore».Il responsabile del penitenziario attendeva il prigioniero con il capo delle guardie. «Mi salutarono contenti e mi annunciarono la grazia. Non riuscivo a parlare per l'emozione. Feci un cenno di ringraziamento e andai a prepararmi: mi tolsi la divisa interna e indossai un abito da libero cittadino».L'addio alla reclusione è uno dei punti più intensi: «E pro s'ùrtima 'orta torro in cella/ cun sa divisa de su galeoto:/ in presse mi preparo su fagoto,/ mi retiro sa cosa pius bella./ Dae su muru ch'ispico una foto/ chi fit lughente coment'e istella/ sa chi m'at fatu sempre cumpagnia,/ sa figura fit sa 'e mama mia» (Per l'ultima volta rientro nella mia cella e mi preparo in fretta il fagotto. Ritiro la cosa più bella: da una parete stacco una foto luminosa come una stella che mi aveva sempre fatto compagnia: il ritratto di mia madre».Arrivò l'ora di salutare i compagni di pena.«Erano gli uomini con i quali avevo diviso il dolore e l'angoscia in quel luogo oscuro dove non esiste l'allegria: chi sconta una pena è come un cane legato a catena. Mi avviai verso il portone che si spalancava alla libertà. Superato l'uscio, mi voltai e feci il segno della croce con la mano sinistra».Con Bassu c'era un guardiano che lo doveva accompagnare fino al porto, dov'era pronta un'imbarcazione. Il prigioniero iniziava a respirare l'aria inebriante della libertà.Ricorda ancora Antonio Bassu: «La traversata da un porto all'altro durò due ore. Mi sentivo come un risuscitato, dopo 25 anni in una cella buia di appena quattro metri quadrati. In quel tempo il carcere era duro, ancora esistevano i mezzi di tortura: letti di forza e fruste di tutti i tipi permessi dal codice Rocco che alla prigionia aggiungeva isolamento e segregazione».Sbarcato a Piombino, Antonio andò dritto alla stazione. Sul treno trovò posto accanto a un finestrino: «Avevo un desiderio insopprimibile di vedere le bellezze della natura, per dimenticare il passato: mi sembrava di essere entrato in una vita nuova, come un uccello che esce dall'uovo».Poi l'imbarco, l'arrivo in Sardegna, l'incontro con la figlia Mara. Ma la scena più commovente è l'abbraccio con la madre, a Orgosolo.«La ritrovai vecchia e sfinita ma sempre amorosa e sorridente. Mi disse: adesso che sei tornato tu, in casa è ritornata l'allegria. E poi, come in un sussurro: quando morirò andrò via contenta».



31.3.13

BOLOTANA. Il software Sicurpas conquista la fiducia degli utenti I cacciatori di hacker Mariano e Pierluigi Ortu maghi del web

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da  l'unione sarda  Edizione di domenica 31 marzo 2013 - Nuoro e Marghine 

Un'avventura iniziata due anni fa in un garage. Il software inventato nel Marghine è un autentico scudo contro la pirateria informatica.



Un successo planetario per i maghi del web di Bolotana che, nel giro di due anni, con i loro programmi hanno conquistato centinaia di migliaia di utenti in tutto il mondo. Con la cassaforte inattaccabile Sicurpas hanno raggiunto il mercato di 78 nazioni, con ben 20 premi Award conferiti al programma progettato e realizzato a Bolotana dai migliori siti che si occupano della sicurezza su internet. Il software Sicurpas, messo a punto da Mariano e Pierluigi Ortu, rispettivamente 53 e 29 anni,(  foto sotto  presa  dal loro  sito . vedi l'url sopra  ) 

va oltre le più rosee previsioni. Dopo soli cinque mesi dall'esordio in rete della versione professional, Sicurpas ha totalizzato 7 mila download nel sito ufficiale, oltre 15 mila nei vari siti accreditati e complessivamente 200 mila sparsi in tutto il mondo. Tutti i numeri di un programma in difesa dei dati personali, contro i furti di identità e le truffe su Internet.
PASSIONE E ORGOGLIO Un successo certificato, appunto, da ben 20 premi Award. «Un successo che ci riempie di orgoglio - dice Mariano Ortu - che porta il nostro paese sul tetto del mondo». Un'avventura iniziata due anni fa, in un garage alla periferia del paese, con Mariano Ortu e il nipote Pierluigi che hanno studiato un sistema per rendere inattaccabili le password, creando così uno dei software tra i più sicuri al mondo.
LE RECENSIONI Il software sviluppato a Bolotana è stato recensito sui siti cinesi, giapponesi, canadesi, bulgari, spagnoli, tedeschi e australiani, tutti concordi nel certificare che Sicurpas Freeware è uno dei software tra i più sicuri al mondo. È unanime il plauso della critica specializzata che ha conferito a Sicurpas Freeware lo status di cassaforte inattaccabile e programma sicuro contro ogni intrusione e attacco degli hacker. «Il nostro prodotto è recensito nei migliori siti italiani e stranieri che si occupano di sicurezza dei dati - aggiunge Mariano Ortu -. Il programma realizzato a Bolotana è diventato una splendida realtà dell'universo freeware, dimostrando di poter offuscare gli attacchi di tutti i programmi spia attualmente conosciuti e ridurre all'impotenza i più pericolosi keylogger».
IL SINDACO Per spiegare meglio, un keylogger è in grado di captare tutto ciò che un utente digita sulla tastiera del computer. È quindi in grado di rubare informazioni personali come password e numero di carta di credito. «Si conferma ancora una volta che - dice il sindaco Francesco Manconi - ci sono professionalità che vanno valorizzate e che spesso non trovano sbocchi per via della grave crisi che colpisce l'industria».

Francesco Oggianu

24.3.13

promessi sposi nel mondo animale Capoterra Una "cigna" per il re di Poggio dei Pini Ma tra i due "promessi" c'è un'oca gelosa

dall'unione sarda del 23\3\2013


Il cigno di Poggio dei Pini
Il grande e maestoso cigno maschio rimasto vedovo dopo l'alluvione del 22 ottobre 2008, unico superstite di quattro splendidi volatili della stessa specie, ha una nuova compagna.
Il re non è più solo. A fargli compagnia, nel lago di Poggio dei Pini - centro residenziale a pochi chilometri da Cagliari - è arrivata ieri mattina una cigna, direttamente dall'Emilia Romagna dove è nata e cresciuta. Cinque anni fa il lago era popolato da quattro esemplari, tre sono morti in occasione dell'alluvione del 22 ottobre 2008. Da allora il grande cigno maschio è rimasto solo. O quasi. Ieri l'unica a non gradire l'arrivo della cigna era un'oca, gelosissima e urlatrice: tra lei e il maschio si è instaurata una bella amicizia, disturbata dall'arrivo della nuova primadonna. "Credo - ha detto l'amministratore della coop di Poggio e responsabile dell'associazione ambientalista "Amici del verde", Italo Cicalò - che la soluzione sia quella di allontanare, almeno per un periodo, l'oca gelosa, così da permettere ai due cigni di avvicinarsi, conoscersi e magari di accoppiarsi".



CAPOTERRA. Nel lago di Poggio la nuova compagna del maestoso maschio Il cigno non è più solo
Ma la gelosia di un'oca disturba l'inserimentoIl grande e maestoso cigno maschio rimasto vedovo dopo l'alluvione del 22 ottobre 2008, unico superstite di quattro splendidi volatili della stessa specie, ha una nuova compagna.
Bellissima, candida come una nuvola. Nata e cresciuta in Emilia Romagna e da ieri mattina, dopo un volo in aereo fino a Elmas come fosse una vera diva, nuova regina di Poggio dei Pini. Il re non è dunque più solo. Il grande e maestoso cigno maschio rimasto vedovo dopo la terribile alluvione del 22 ottobre 2008, unico superstite di quattro splendidi volatili della stessa specie, diventati col tempo simbolo del centro residenziale, adesso ha una nuova compagna. Anzi, dovrebbe, visto che tra i due si è messa di mezzo un'oca, gelosissima e urlatrice, che non sembra proprio voler rinunciare al ruolo di primadonna . Tra lei e il cigno, infatti, si è instaurata una stretta amicizia intraspecifica disturbata ieri mattina con l'arrivo della rivale.
L'INCONTRO DEGLI SPOSI Al maschio, la futura sposa gliel'hanno fatta conoscere gli “Amici del verde”, un manipolo di inguaribili amanti del borgo montano che dopo aver messo mano al portafogli (300 euro, trasferta compresa, raccolti in queste settimane) hanno acquistato la cigna. Un progetto, il primo di una lunga serie che gli Amici del Verde metteranno in campo a Poggio come il reinserimento delle api con la sistemazione di alveari e la realizzazione delle “bat box” per riportare i pipistrelli.
Ieri mattina l'arrivo della cigna non è filato liscio come si sperava. «In effetti - racconta Italo Cicalò, amministratore della coop di Poggio e responsabile dell'associazione ambientalista - avevamo ipotizzato una reazione dell'oca, non pensavamo però che sarebbe stata così dirompente». Una vera dichiarazione di guerra fatta di starnazzi, inseguimenti, planate minacciose. Tutto questo davanti allo sguardo attento del grande maschio. «La nostra cigna è volata via lontano nel laghetto e poi in un canale, costantemente guardata a vista dal volatile più piccolo che più volte l'ha raggiunta», racconta Cicalò.

MEGLIO SEPARARLI Un atteggiamento, un comportamento che non lascia dubbi. Materia di studio per etologi. «Credo che la soluzione sia quella di allontanare, almeno per un periodo, l'oca gelosa, così da permettere ai due cigni di avvicinarsi, conoscersi». E chissà, magari addirittura piacersi e accoppiarsi per poi dare alla luce altri “anatroccoli” destinati a diventare magnifici cigni. Perché al maschio la presenza della femmina arrivata improvvisamente e inaspettatamente nel lago del Poggio - almeno a detta dei presenti - non è passata certo inosservata. Seppur da qualche metro di distanza ha continuato a spiarla, guardarla. Ammirarla. Ed è forse questo che ha scatenato l'ira dell'oca, del povero volatile che aveva conquistato il cigno e adesso rischia di lasciarselo sfuggire per colpa di un'intrusa. Insomma, quella di Poggio dei Pini è davvero una storia tutta da scrivere. Ma per farlo sarà necessario attendere.

Andrea Piras

23.12.12

Il talassemico salvato da una terapia non autorizzataL'altro Natale e il farmaco che non c'era

Sulle note della canzone  vivere la vita  di Mannarino dall'unione sarda ( eccetto la foto visto che l'edizione free online non ha più le foto e avaxhome è stato chiuso ci si arrangia come si può ) del 23\12\2012  e   http://www.surfers.it/sardegna/buggerru/atleta/intervista_emanuele_billai.html  da    cui  ho preso la foto   sotto riportata



Come fa con onde, cadute e batoste, così fa raccontandoti le storie di chi lo ha nel cuore: l'insegnamnto è sottile e palese a chi è pronto per coglierlo; non ha bisogno di passare attraverso interpretazioni e spiegazioni...
Lele si sente arrivare da lontano: la sua voce squillante e allegra è inconfondibile. Non disdegna alcuna mareggiata, dalle più attive e grosse alle scadute dove quasi devi spingere la tavola per partire. Quando non ci sono onde, lo trovi a fare pesca sub nel sotto costa intorno a Buggerru ... o lo vedi sfrecciare dietro alla sua barchetta, con la tavola sotto i piedi, nello sport che ha ribattezzato "manettone".

Lele vuoi raccontarci cosa è successo nel 2002?

Dalla nascita sono affetto da una malattia ereditaria: la talassemia. I miei globuli rossi sono diversi, e non compiono il proprio dovere: devo sottopormi periodicamente a trasfusioni, che hanno come conseguenza un accumulo di ferro negli organi. Esistono dei farmaci che ci aiutano a smaltire il ferro, ma arriva un certo punto in cui questi diventano inefficaci...a me è capitato nel 2002... ho avuto un gravissimo scompenso cardiaco, per il quale ho dovuto passare mesi in ospedale. L'unica speranza per me era ricevere un cuore nuovo...ci sono stati dei momenti di grande sconforto, in cui continuavo a sfogliare riviste di surf nella convinzione che cavalcare un' onda sarebbe stato solo un ricordo. Poi la medicina ha compiuto un piccolo miracolo: hanno deciso di sperimentare con me un nuovo cocktail di farmaci che in 3 (lunghissimi) anni è riuscito a normalizzare il mio cuore.


Come è cambiato il tuo rapporto con il mare durante gli anni di convalescenza?

Non riuscivo proprio a guardare le onde...e quando sapevo che si poteva surfare cercavo di stare a casa. In fondo però speravo, ed ero convinto, di poter tornare in acqua...credo sia questo pensiero la molla ad avermi spinto a curarmi sempre nel miglior modo possibile, anche seguendo una dieta rigorosa (il mangiare dopo il surf è una delle mie più grandi passioni).
[.... ]  continua   nel sito  sopra  riportato

  Adesso  l'articolo dell'unione
di pisano@unionesarda.it

L'altro Natale di Lele Billai, 36 anni, ex pescatore di Buggerru, cade alla fine di primavera. Ed è esattamente quel giorno di dieci anni fa che è riuscito «a uscire dall'ospedale Brotzu di Cagliari passando dall'ingresso principale anziché, come previsto, dall'obitorio ». Talassemico*,il cuore soffocato dal ferro, era stato inserito disperatamente in lista-trapianto.
Gli restavano pochi giorni di vita quando ha accettato di prendere un farmaco sperimentale, non autorizzato e (soprattutto) non completamente testato. Com'è finita? Depennato dalla lista-trapianto, oggi va a caccia grossa e fa surf da onda.La casa dove si festeggiano due Natali anziché uno soltanto è un nido d'aquila sospeso sul mare di Buggerru. Sta in cima al paese, proprio davanti a uno scenario da cartolina. Lele Billai (Emanuele solo per l'anagrafe), 36 anni, ha una lunga coda di cavallo che scioglie esclusivamente quando fa surf. Surf da onda: difficilissimo e travolgente. La sua sarebbe una storia qualunque non fosse per un piccolo dettaglio: Lele è talassemico. Vista l'età, sarebbe dovuto comparire da un pezzo sui necrologi del giornale. Invece no, è andato oltre. Ha superato la morte, come dice lui, grazie a un miracoloso dono di Natale arrivato inaspettatamente a giugno.Anno 2002. Accompagnato dal padre, arriva in ospedale a Cagliari: sta male, non ha neanche la forza di fare qualche passo. L'anemia mediterranea gli ha riempito il cuore di ferro trasformandolo in una sorta di palla che riesce molto debolmente a pulsare. Ha il diametro del ventricolo sinistro, che è la principale pompa del cuore, di circa settanta millimetri (anziché 55), l'indice di contrattilità al 25 per cento (anziché al 65). Le condizioni generali sono disperate e ripetono un destino scritto migliaia di volte: Lele sta per morire, ha abbondantemente superato quella che il vocabolario medico chiamaaspettativa di vita .Ricoverato nel reparto di Cardiologia del Brotzu (diretto da Maurizio Porcu), viene inserito in fretta e furia nella lista dei pazienti che hanno bisogno di un trapianto di cuore. Il tempo intanto stringe e la situazione precipita: al padre spiegano che sarà difficile farlo sopravvivere più di qualche giorno. Quando tutto sembra perduto, uno dei medici propone di giocare una carta disperata: e se si provasse a somministrare il deferiprone? C'è un ma: il deferiprone è un farmaco in fase di sperimentazione, non ha completato i test clinici, soprattutto non è ancora autorizzato ad andare in commercio. Segue un giro concitato di telefonate per ottenere un benestare, sia pure informale. D'altra parte c'è ben poco da perdere: il malato è agli sgoccioli, potrebbe andarsene da un momento all'altro. Esattamente come è accaduto a tanti talassemici come lui.Com'è finita vuol essere lui a raccontarlo. Quel che si può dire è che sei mesi più tardi la Risonanza magnetica rivela che nel suo cuore il ferro è in evidente diminuzione. Sa di essersi salvato grazie a una decisione, come dire?, illegale. Il deferiprone era, come spiegano in gergo, off label: insomma, non ancora benedetto dal Comitato ministeriale per i farmaci. E dunque inutilizzabile. In teoria.Licenza media, Lele parla un italiano ricco ed elegante conquistato con una passione per la lettura che non rilascia diplomi. Per ben due volte, si fa tradire dall'emozione, la voce gli si spezza in gola. «Chiedo scusa, ogni volta che penso alla mia storia mi sento travolgere». Ha campato facendo il pescatore fino a quando la talassemia e una trasfusione tossica non gli hanno imposto di fermarsi. Nel vaevieni infinito da un ospedale all'altro, avrebbe dovuto aspettare la morte nel silenzio e nell'anonimato simile a quello di tanti suoi compagni di calvario. Scompenso cardiaco, avrebbero scritto come mille altre volte nel certificato di avvenuto decesso. Quest'estate, per dire com'è passato dall'inferno al paradiso, ha salvato un turista francese che rischiava di annegare. Lotta dura, nel maestrale in tempesta, ma alla fine ce l'ha fatta. «Sono diventato un'altra persona».
Cosa vuol dire nascere talassemici?
«Significa che appena vieni al mondo ti devi abituare all'idea dell'ospedale, anzi degli ospedali. Devi sottoporti, colpa dei globuli rossi malati, a continue trasfusioni di sangue: è l'unico modo per rigenerarli».
Pendolare casa-ospedale-casa già da bambino.
«Ti abitui rapidamente a questa condizione. Conosci altri talassemici, gente come te, e quindi diciamo che la vivi come una cosa quasi normale. Il difficile arriva quando cresci, soprattutto nell'adolescenza».
Perché, che succede?
«Si comincia ad avere i primi approcci con le ragazze e il mondo diventa improvvisamente più complicato».
Facile cadere nella depressione.
«A me non è successo. La mia fortuna è avere una famiglia, un padre soprattutto e sopra tutti, che mi ha sempre incitato a vivere la vita più normalmente possibile: leggere, guardarsi intorno, lavorare, insomma fare quello che fanno tutti gli altri senza sentirmi mai un disabile».
Perfidie.
«Tante ma se hai la famiglia giusta alle spalle, riesci a neutralizzarle. È capitato con qualche ragazza».
Più difficile innamorarsi?
«No, questo no. Succedeva invece che, frequentando con una certa insistenza una coetanea, i genitori facessero presente - col garbo che l'ipocrisia sociale impone - che in ogni caso non poteva esserci futuro».
Non era cosa, insomma.
«Esatto. Ma non me l'hanno mai sbattuto in faccia in modo così brutale. Ho sempre incassato senza soffrirne eccessivamente e lasciando lo sconforto per qualcosa che valesse davvero la pena. Avevo altro da pensare».
Per esempio?
«L'ospedale. È diventata, esente Imu, la mia seconda casa. Nella migliore delle ipotesi ci andavo, e ci vado, quattro volte al mese: due per i prelievi di sangue e altre due per le trasfusioni. Te le raccomando, le trasfusioni».
Non servono?
«Servono eccome. Ma quando il sangue che ti trasfondono è infetto ti becchi, come il sottoscritto, pure l'epatite C».
A tu per tu con la morte.
«Un talassemico se la porta dentro. Sapevo che raramente si riesce ad andare oltre i trent'anni, dunque ho messo in conto tutto».
Tutto, cosa?
«Che avrei vissuto poco, che pian piano l'eccesso di ferro mi avrebbe ucciso, che i miei amici talassemici (a forza di incontrarci abbiamo imparato a volerci bene) avrebbero fatto la mia stessa fine. Era un destino segnato, il nostro. Io, poi, potevo vantare un'esperienza come pochi».
Da che punto di vista?
«Della morte. Non è della morte che stavamo parlando? La mia famiglia è stata sterminata dall'anemia mediterranea: cinque zii uccisi dalla talassemia. Con un precedente così, non potevo certo mettermi grilli per la testa. Peggio, illudermi, sperare. Ho scelto una strategia diversa: reagire».
Reagire come?
«Sembrerà ridicolo ma mi sono fatto l'idea che la talassemia era un guerriero da sconfiggere. Tutto qui. Il problema era solo quello di trovare il coraggio per farlo. Sono convinto che la forza di volontà abbia un peso enorme in una guarigione. Sennò, quando il trapianto di cuore m'ha preso in contropiede, mi sarei sentito finito con troppo anticipo».
Invece?
«Quando mio padre mi ha portato in Cardiologia all'ospedale Brotzu di Cagliari stavo bruciando gli ultimi minuti: troppo ferro nel cuore, impossibile sopravvivere. Faticavo per andare dal letto al bagno, non avevo la forza di muovermi».
Però niente resa.
«Certo che no. Mio padre si è ben guardato dal riferirmi quello che gli avevano detto i medici. Vedrai, qualcosa succederà, mi incoraggiava. Non immaginava che ero in grado di leggergli lo sguardo. Mi rendo conto che non è semplice stare a guardare un figlio che muore a nemmeno 26 anni. Poco importa sapere da prima, da molto prima, che era tutto prevedibile».
Al trapianto non c'era alternativa?
«Purtroppo no. Anzi: si pensava proprio di no. Fino a quando non hanno sperimentato sulla mia pelle un farmaco non ancora autorizzato».
Vi hanno informato?
«Certo. Ma c'era poco da scegliere: mi restava pochissimo da vivere. Roba di giorni, anche se a me non avevano detto nulla».
Quando ha intuito che quel farmaco funzionava?
«Non saprei dire con precisione, ho vissuto giorni piuttosto confusi. Ricordo tuttavia d'essermi accorto che a un tratto il respiro era un po' più lungo, più consistente del solito. Sul momento non ero in grado di valutare l'importanza di questo segnale. Posso dire soltanto che mi sentivo leggermente meglio, stavo uscendo pian piano dal ruolo del quasi-morto. Ma di questo, in fondo, ero sicuro».
Sicuro di che?
«Sapevo di non voler morire. Sapevo d'essere un cadavere in lista d'attesa ma sono sempre stato convinto che in qualche modo da quella lista sarei uscito. Non avevo proprio voglia di andarmene all'altro mondo. È bellissima, la vita».
Quando ha capito d'essere salvo?
«La faccia di mio padre, che teneva i contatti con i medici, era una specie di inconsapevole bollettino-meteo. Passano le settimane e io mi accorgo di respirare sempre meglio. Dopo qualche mese, il cardiologo mi informa che ero stato depennato dall'elenco dei pazienti in attesa di trapianto».
E lei?
«Giuro, non ho afferrato fino in fondo tutto quello che mi ha detto. Ero troppo felice per concentrarmi. Dopo la talassemia, dopo l'epatite C mi stavano comunicando che avevo finalmente vinto una battaglia. Battaglia che, per quanto mi constava, doveva invece essere l'ultima. Un film che avevo visto troppe volte».
Dove?
«Nel passaparola tra di noi, noi talassemici voglio dire. Capitava che non vedevi una delle solite facce agli appuntamenti per le trasfusioni e allora capivi. Inutile fare domande: era una sorte che ci riguardava tutti, sapevamo non solo il quando ma anche il come. Uccisi da troppo ferro: che bestialità».
Tutto questo è passato. Oggi?
«Che dire? Sono un uomo normalissimo. Vado a caccia grossa e magari, durante le poste, ingurgito un po' di medicine: beh, poca cosa se penso a quello che ho passato».
E il surf da onda?
«Pure. Essere invalido civile non preclude lo svolgimento di attività fisiche, ovviamente a livello non intensivo, non agonistico. Buggerru, che è il luogo dove mi piace vivere, ha l'habitat ideale per questo sport».
D'accordo ma ci vuole fiato.
«E io ne ho. Il cuore è tornato ad essere perfetto o quasi. Mi controllo, ovviamente; amministro i miei sforzi quando sono sul surf e mi guardo bene dal fare le maratone di tanti miei amici».
Senza stancarsi.
«Soprattutto senza esagerare. Ma è una sensazione impagabile quella che ti regala il mare, questo mare. Gli devo molto. Mi piacerebbe saper spiegare cosa si prova a stare in cima a un'onda, super-impegnato a conservare un equilibrio ballerino che è poi il segreto della felicità».
Per questo festeggia due volte Natale?
«Ho un doppio Natale, perché negarlo? A parte quello istituzionale, ne ho personalmente un altro che cade a primavera, coincide con le dimissioni dall'ospedale. Non è Natale poter raccontare d'essere uscito dall'ingresso principale del Brotzu anziché dall'obitorio?»
Feste a parte, com'è cambiato?
«Da allora nulla è più come prima. Neppure io sono più quello di una volta. Avevo una disperata voglia di vivere e neppure un attimo di rassegnazione: questo mi ha salvato, ne sono certo. Non volevo infoltire il cimitero di famiglia».
Che futuro ha programmato?
«Ne ho uno bellissimo. Convivo da quindici anni con una ragazza meravigliosa, Stefania. Vorrei un lavoro per sposarmi. La mia fidanzata comincia ad essere stanca d'essere soltanto compagna. Vuol diventare moglie e ha sicuramente ragione. Questo per quanto riguarda il futuro programmato: vuol sapere se ho anche un sogno nel cassetto?»
Sentiamo.
«Mi piacerebbe diventare padre e nel frattempo vedere la talassemia completamente debellata o almeno curata meglio di quanto non accada oggi. Che dice, sogno troppo in  
grande?»

* http://it.wikipedia.org/wiki/Talassemia

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