Dumas nostro contemporaneo: Il conte di Montecristo va a ruba più di Due cuori in affitto di Felicia Kingsley, ma è solo grazie alla fiction su Rai1 e alla contemporanea disfida di Mediaset con film omonimo. Ormai sono le serie televisive a consacrare la grande (e piccola) letteratura, e a far vendere i libri in un mercato stracco e in forte contrazione: svetta nella recente top ten dei tascabili L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, altrimenti diretta su Sky da Valeria Golino e Nicolangelo Gelormini; il Dantès di Alexandre Dumas si attesta al quinto posto, mentre nella classifica della narrativa nostrana Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – su Netflix con la regia di Tom Shankland – è nono e Una questione di soldi di Gabriella Genisi – l’ultima indagine della Lolita (Lobosco) più amata dagli italiani, i televisori italiani soprattutto – è ventesima.La serialità è diventata insomma marchio di garanzia doc, dop e igp: lo testimoniano le fresche lamentazioni di Hanya Yanagihara che, a dieci anni dall’uscita di Una vita come tante, ancora non ha trovato un produttore per ridurre il suo long-seller in episodi tv, nonostante il romanzo sia amatissimo da critica (una candidatura al Booker Prize) e pubblico (una pletora di Booktoker) e di trama spendibilissima per uno spettacolo, tanto da essere già stata adattata come pièce teatrale.Niet, questa serie non s’ha da fare: eppure si erano interessati al progetto, opzionandone i diritti, Scott Rudin (produttore di The social network) e Joe Mantello (regista di The boys in the band) e, nel 2022, la piattaforma di streaming Hulu ne aveva commissionato dodici episodi, abbandonando tutto dopo aver letto la sceneggiatura dei primi quattro, co-scritti dalla Yanagihara, e calcolato i costi (60 milioni di dollari almeno). “Ho sentito un paio di dirigenti di rete dire che avrebbero voluto che fosse come Sex and the City, il che mi preoccupa molto”, si duole l’autrice sui social. “Ma ci sono altri modi per decifrare questo libro, interpretarlo e portarlo sullo schermo”. Chi vivrà vedrà: un passaggio in tv non si nega più a nessuno.In principio fu Gomorra, ma pure Suburra, Romanzo criminale, Acab e altri Bastardi, compresi quelli di Pizzofalcone, perlopiù passati dalla carta al grande schermo e solo successivamente al piccolo: il salto di specie, però, è pericoloso e l’esito televisivo non sempre memorabile; anzi, la serie finisce spesso per tradire, banalizzare o caricaturizzare i romanzi. Se Le indagini di Lolita Lobosco su Rai1 ha dato lustro alla quasi sconosciuta Genisi, Il Gattopardo coi pur belloni attori è stato sbertucciato, non reggendo al confronto con il libro e ancor più col film di Visconti. Stessa sorte, in discesa, potrebbe capitare a Ha r r y Potter, la saga long-long-seller di J. K. Rowling che, dopo i lungometraggi, diventerà una serie tv prodotta da Warner Bros e sul set in estate con un cast rinnovato, tra cui John Lithgow nei panni di Albus Silente e Cillian Murphy come professor Raptor. I fanatici fremono, ma sono esigentissimi: chiedere a quelli di J. R. R. Tolkien, non proprio entusiasti dei film, figuriamoci della fiction
Schermi ambiti Yanagihara si lamenta che nessuno vuole ridurre il suo bestseller in episodi tv Gli Anelli del Potere). Certo, è più facile tradurre a puntate per gli occhi le grandi epopee romanzesche, tipo il ciclo dell’amica geniale di Elena Ferrante o la trilogia, diventata nel frattempo pentalogia, su M. Mussolini di Antonio Scurati, piuttosto dileggiato nel remake televisivo. Poi ci sono i libri in serie, naturalmente trasposti in serie da decenni quando ancora si chiamavano telefilm o sceneggiati: il menù è ricco e offre quasi tutti i gialli e gialletti della casa o d’importazione, dal Poirot di Christie al Commissario Montalbano di Andrea Camilleri, dal Rocco Schiavone Antonio Manzini allo Stucky Fulvio Ervas, dal Vincenzo Malinconico di Diego De Silva alla Imma Tataranni di Mariolina Venezia...I noir funzionano; gli altri generi, dal romance al classico, un po' meno: come spesso accade per i film, lo schermo – piccolo o grande che sia – azzoppa i romanzi tipo One day di David Nicholls, Conversations with friends di Sally Rooney o il catastrofico – televisivamente parlando – Cent’anni di solitudine di Gabriel García Márquez. Viceversa, pochi ma agguerriti sono i titoli tv che hanno poi decretato il successo del libro originale, come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood o Il problema dei tre corpi di Liu Cixin. Ma chi lo conosce è bravo.
Nostra patria è il mondo intero e nostra legge è la libertà
20.3.25
Dalla carta alla serie televisiva: è il “salto di specie” dei romanzi Amiche , M, Gattopardo, la saga dei Florio , Lolite e Conti di Montecristo , ecc : ormai sono le fiction a consacrare la grande letteratura
14.3.25
Il gattopardo di netflix parodia o telenovela ?
per chi ha fretta e non vuole leggersi tutto l'articolo ecco una sintesi della recensione dell'opera
Il Gattopardo
le foto sono tratte da
- Il Gattopardo è un adattamento Netflix che delude - Wonder Channel
- "Il Gattopardo" cambiato il finale della serie tv. Le differenze col romanzo di Tomasi di Lampedusa e col film di Visconti - MilleUnaDONNA
6.7.24
L’amore per il latino e per la vita Così Marco Remedia,ha vinto la malattia
Un brutto male diagnosticato alla nascita l’ha costretto a lottare fin da subito. E lui ne è uscito più forte e intenzionato a mettere a disposizione degli altri le proprie qualità. «Sogno di diventare insegnante»L’amore per il latino e per la vita Così Marco ha vinto la malattia
ROBERTO MAZZOLI
5.5.24
nona sinfonia \ inno alla gioia di Bethoveen 200 anni e non sentirli un pezzo immortale della musica
![]() |
Pagina del manoscritto originale della sinfonia |
9.3.24
Vincenzo Mancina, l’artista che ha riprodotto le tavole del Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore – di Emiliano Morrone
ne ha dipinto 13, acrilico su tela e con la traduzione in italiano dei testi latini
Pubblicato il: 08/03/2024 – 6:40
di Emiliano Morrone


Le Tavole di Gioacchino tradotte in italiano dall’IA
Dall’interpretazione ai fatti, Mancina ha quindi riprodotto le tavole del Liber Figurarum di Gioacchino da Fiore. Come amanuense mosso da forza irrefrenabile, d’impulso ne ha dipinto 13, acrilico su tela e con la traduzione in italiano dei testi latini; tranne la spirale di “Mistero della chiesa”, che per intero riporta all’esterno il XII canto del Paradiso, «quale mio omaggio – chiarisce l’artista – a Dante Alighieri». «Per le traduzioni mi sono in parte servito – racconta il nostro interlocutore, cordiale e ospitale come pochi – dell’Intelligenza artificiale, che ho messo a confronto con alcuni libri. Ora Gioacchino è intelligibile dalle persone comuni, perché in ciascuna tavola è presente in lingua italiana la spiegazione che lo stesso abate diede in latino dei propri disegni. Il mio obiettivo è tradurre in altre lingue e portare ovunque la bellezza, la significanza e l’attualità delle opere figurative di questo monaco straordinario, capace di farsi ascoltare dall’imperatrice Costanza d’Altavilla e dai Papi del suo tempo; di costruire nel concreto una comunità di persone sulla base di un modello teologico, assieme urbanistico e politico, riprodotto anche nelle Americhe; di profetizzare uno stato terreno di pace, armonia e giustizia derivato dalla propria esegesi biblica».
L’abate florense e il territorio silano
«Il punto di partenza – sottolinea Mancina – è che Gioacchino concepì qui le sue opere, e noi spesso lo dimentichiamo, presi dalla monotonia quotidiana, dall’ansia del presente, dalla cattiveria che il nuovo capitalismo invisibile trasfonde dentro le coscienze. L’abate lavorò qui, agì qui e da qui si fece conoscere nel mondo. Questa è la più grande ragione di meraviglia, se pensiamo che il suo pensiero resta oggetto di curiosità intellettuale e di studio in tutto il pianeta, mentre il nostro territorio suole mettersi ai margini, ricadere nel vittimismo e nell’autocommiserazione, volgere lo sguardo verso il basso».


Il filosofo Tagliapietra: «Gioacchino introdusse un tempo nuovo»
Che cosa fece l’abate calabrese, qual è il suo merito principale e perché in tanti si innamorano del suo linguaggio e del suo messaggio? Nell’articolo “Gioacchino da Fiore: millennio e utopia”, lo spiega in sintesi il filosofo Andrea Tagliapietra, peraltro fra gli autori della sceneggiatura del film, di Jordan River, “Il Monaco che vinse l’Apocalisse”, dedicato alla vita dell’abate. «Va sottolineato come l’apporto di Gioacchino da Fiore – scrive Tagliapietra – sia stato quello di introdurre un tempo nuovo e una nuova iniziativa storica – il terzo status, la terza età dello Spirito –, che sostituiscono all’agostiniana tensione fra la civitas Dei e la civitas terrena, ovvero fra bene e male e fra trascendenza e immanenza, un conflitto che attraversa l’ecclesia stessa (ecclesia carnalis/ecclesia spiritualis), ma che ha come suo effetto quello di rendere positivo, almeno in parte, il saeculum medesimo».
«Una risposta rivoluzionaria»
«Nell’opera di Gioacchino, nel suo pensare per figurae e nell’impegno di rinnovamento del monachesimo e di ricerca dalla vitae forma apostolica, viene tentata una risposta diversa, autenticamente rivoluzionaria – sottolinea Tagliapietra – seppur interna alla tradizione cristiana, per andare oltre il blocco teologico-politico agostiniano senza necessariamente intraprendere la via della secolarizzazione».


Cristo, Guevara, il cinema e la pubblicità sociale
Nel frattempo, Mancina mostra il suo laboratorio e si sofferma su un quadro datato: un crocifisso con il volto di Ernesto Guevara. «Due figure giganti, Cristo e il Che», commenta, «che hanno sempre ispirato i miei sentimenti e le mie scelte». È «la grande chiesa» cantata da Jovanotti? È una suggestione del globalismo? È il pensiero dell’unificazione teorizzato da Gianroberto Casaleggio nel celebre video “Gaia”? Mancina insiste sul proprio passato per leggere il presente e immaginare il futuro. Nel 1977 era un ragazzo sveglio, curioso, inquieto. Adolescente, allora incominciò a lavorare con il padre al Cinema Eden di San Giovanni in Fiore. Lì gli nacque la passione per le immagini e l’equilibrio ambientale, due caratteristiche del pensiero di Gioacchino. La Rai aveva appena iniziato le trasmissioni a colori, un operaio guadagnava più di 150mila lire al mese, il giornale costava pochi spiccioli, videogiochi e walkmann si affacciavano sul mercato e John Travolta era entrato nel grande schermo con “La febbre del sabato sera”, musiche dei Bee Gees e su tutte Stayin’ Alive. Le arti visuali erano legate all’industria e al commercio. Mimmo Rotella sperimentava frottage, effaçage e plastiforme, poi avrebbe maneggiato le «sovrapitture». Proprio nel ’77, una campagna di “Pubblicità progresso” dedicata all’acqua descriveva inondazioni, frane e smottamenti in metà dei Comuni italiani e avvertiva: «Abbiamo trasformato una fonte di vita in un nemico, che passa, distrugge, uccide».
Fra stragismo e guerra fredda
L’Italia era in mezzo al terrore, alle stragi, ai depistaggi, alle trame della mafia e del potere: dalla sparizione di Mauro De Mauro all’assassinio di Giovanni Spampinato; dall’attentato dell’Italicus all’omicidio di Aldo Moro e di Peppino Impastato; dalla bomba nella stazione di Bologna all’uccisione di Piersanti Mattarella, poi di Pio Latorre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Rocco Chinnici e così via. Questo era il quadro dell’epoca, prima che alla Casa Bianca arrivasse Ronald Reagan con il taglio delle imposte, lo Scudo spaziale per la guerra fredda, la riduzione degli armamenti atomici e, secondo alcuni storici, un ruolo rilevante nel crollo anticipato dell’Unione sovietica di Michail Gorbačëv.

La lezione di pace di Gioacchino
Mancina si formò, dunque, in un contesto di notevole sviluppo economico-sociale, di incertezza e creatività, di fatti angoscianti e massificazione cinematografica, peraltro esposta in dettaglio dal filosofo Slavoj Žižek in una celebre guida. «Lo riconosco: mi hanno molto forgiato, a livello di carattere e visione, le immagini, gli echi, gli effetti e i misteri di quegli anni – confessa l’artista calabrese – di benessere e violenza, di occupazione nell’ambito del lavoro e di precarietà internazionale. Nulla avviene per caso. Mio padre, soprannominato “Bombola nera”, portò il fornello a gas a San Giovanni in Fiore e, ricordo, insegnava a utilizzarlo. Credo che ognuno di noi sia chiamato a illuminare questioni che sembrano marginali, ad aprire argomenti negati alle masse, che seguono mode create, diffuse dal cinema e da ultimo soprattutto dal web. Oggi sono in corso guerre tremende: in Ucraina, nella sponda sudorientale del Mediterraneo e nell’area del Mar Rosso. Viviamo nel mezzo di una crisi totale che può compromettere la vita di ciascuno e la tenuta degli equilibri politici e ambientali del pianeta. È questo, credo, il momento per rilanciare il messaggio di pace e di speranza di Gioacchino, rendendolo il più possibile semplice e chiaro».
Gioacchino, Mancina e il risarcimento nei confronti del presente
«E non c’è modo migliore – conclude Mancina – che tornare ai disegni dell’abate», che, riassume Tagliapietra, sono il «mezzo per continuare a pensare ciò che strutturalmente non può essere inteso mediante concetti e detto ed espresso in parole, se non con formule oscure e da ultimo contraddittorie». Secondo Tagliapietra, «il tempo del terzo status, come mostra icasticamente la figura dei tre cerchi sovrapposti», deve intendersi «come trasformazione qualitativa di qualsiasi istante percorso dalla dialettica fra il tempo e l’eterno». «Vale a dire come tempo messianico in cui, analogamente a ciò che è avvenuto mediante l’Incarnazione, si dà una nuova iniziativa – questo è il passaggio fondamentale dell’analisi di Tagliapietra – dello Spirito nella storia, nell’ordine non solo del compimento rispetto al passato, ma soprattutto del risarcimento nei confronti del presente». (redazione@corrierecal.it)
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3.1.24
spesso le recensioni apriori confermano ciò che si apprende dalla lettura di un opera . il caso della canzone di achille di Madeline Miller
canzone suggerita
Eurialo e Niso - massimo Bubbola Live
Canzone -Lucio Dalla
Dopo aver dato nel post : precedente : << mai 4 di copertina è cosi veritiera . Madaleine Miller la canzone di Achille >> un giudizio provvisorio con lettura in corso del libro La canzone di Achille ora posso dare una recensione e posso affermare che coloro dicono che la cultura classica è passata di moda e sia solo roba vecchia , non ha letto un’opera di Madeline Miller.
Inizialmente ebbi qualche titubanza a leggerlo perchè , anche se non disdegno le storie d'amore , i romanzi rosa ( etero o gay non sono il mio genere ) , credevo fosse un operazione commerciale o come lo definiscono alcune stroncature uno stucchevole romanzetto rosa tipo Harmony., un opera di cui oltretutto il finale è noto almeno per chi ha studiato o letto i racconto omerici o i romanzi storici ambientati nel mondo Greco \ Ellenistico . Tanto che alcuni stroncature non hanno nè capito il motivo del successo nè l'originalità pur innestandosi sull'Illiade stessa di cui affermano che essa è una copia . Un lbro che ha creato due opposti schieramenti :
da un dibattito sulla pagina facebook ILlibraio
***<< Questi libri sono pericolosissimi !!!! Prendono spunto o copiano da personaggi della letteratura greca e li stravolgono completamente. Risultato: si confonderanno le figure e si penserà che Achille era un omaccione romantico invece della "bestia crudele" che era il suo personaggio (così definito da omero nell'iliade).L'autrice ha puntato su nomi famosi per confondere le masse, forse aveva paura di non vendere se avesse scritto le stesse storie senza rifarsi a personaggi tanto famosi. ... Per me questi libri sono carta straccia. Non perchè siano scritti male, ma per il subdolo tentativo di stravolgere i capolavori altrui a fini commerciali e propagandistici è pericoloso perchè i ragazzi invece di leggere gian battista vico, il più grande omerista italiano, leggono questo romanzetto e pensano che il personaggio di omero sia così davvero.>> **** << Visto che anche ai ragazzi piace, si potrebbe usarlo nelle scuole, per un confronto con l’Achille classico. la rilettura del mito nella contemporaneita.il mito greco racconta i sentimenti che attanagliano la natura umana . nel libro non è tratteggiato come un omaccione romantico, spiega magari il perché diventa una bestia crudele. Sono comunque libri che attingono a lle fonti e non creati in toto di fantasia io non farei una critica così negativa >> ****<<Io credo che chi ha studiato e amato la letteratura greca non possa fare altro che rabbrividire di fronte a questi testi.>> ****<< ***** io ho studiato letteratura greca, tanto. E li ho apprezzati tantissimo. Sono una rinarrazione, MOLTO informata, fatta nel XXI secolo per persone del XXI secolo, secondo i gusti e i mezzi narrativi del XXI secolo.Senza nulla togliere alla bellezza di Omero, senza nulla togliere a tutte le interpretazioni e rinarrazioni classiche, tardoantiche, moderne ecc., di molte delle quali la nostra percezione dei poemi omerici è direttamente figlia >>
Ora sebbene tutti ormai conosciamo direttamente le opere di Omero ( per averla studiata a scuola o perchè ---- come nel mio caso ---- i nonni o i genitori ti la raccontavano anche se un po' edulcorata per la tuà eta per distrarti dala tv o farti andare a dormire ) o indirettamente ( per averne parlare sommariamente dai media o da qualcuno ) la storia di Achille e patocrolo in questo caso , sentirla raccontata dal punto di vista di Patroclo la rende innovativa e apre uno spiraglio anche sulla vita di quest'ultimo che nella tradizione classica ha un ruolo marginale \ secondario . Ciò la rende innovativa e apre uno spiraglio anche sulla vita di quest'ultimo e sulll'intera opera . La scrittura è scorrevole e dolcissima, poetica, accurata e pervasa da una sensualità che non scade mai nel volgare o nello stucchevole , invogliando e avvolgendoti nella lettura Anche se secondo alcuni \e , come i la recensione qua sotto ( fino al minuto 6.15 ) l'alternatrsi tra passato e presente snatura il libro ed la lettura e genera delle incongrueze rendendolo illegibile
Decisamente un libro ben riuscito anche per i non appassionati del genere. Siamo quindi davanti ad un originale quanto riuscitissimo retrotelling inerente l'epica guerra di Troia. Impossibile catalogare univocamente l'opera della Miller. Infatti la storia racchiude un perfetto mix di avventura, romance e formazione (in pieno genere young adult). La celeberrima guerra tra Achei e Troiani viene rivisitata, a tratti reinventata, nonché vissuta, dalla prospettiva di Patroclo, trattando una moltitudine di vicende. Nucleo pulsante del romanzo rimane l'amore che lega i due protagonisti, così diversi tra loro seppur affini e complementari. << La canzone di Achille", per poter essere appieno goduta nella propria interezza, presuppone una discreta conoscenza della mitologia greca, ma la storia appare talmente ben scritta, emozionante e coinvolgente, che mi sento di consigliarla a tutti. Ammetto che in principio ero abbastanza scettico sul reale valore del testo, poiché temevo potesse trattarsi poco più di una storia trash, ben pubblicizzata quanto scarna di contenuti, ma son bastate poche pagine per ricredermi accanendomi subito alle vicende del protagonista, per il quale si prova da subito una profonda empatia e per cui risulta impossibile non fare il tifo. La narrazione è serrata, lo stile elegante e dettagliato con un'ottima ricostruzione ambientale epico-storica e svariati personaggi grandiosamente caratterizzati. Un'opera profonda, coraggiosa ed appassionante, narrata da una penna sublime.>> ( da una rensione sul web ).
Confermo come la recensione appena citata che questo tipo di narrazione è una carezza, l'aiutrice è riuscita a rendere ancor più appassionante e delicato il poema epico più famoso rendendolo a differenza del modello classico in prosa anzichè in poesia
La canzone di Acille , insieme agli altri due romanzi : 1) ., 2) Galatea , sempre della Miller sono
la dimostrazione vivente che la passione per il mondo antico è più viva che mai.
P.s
non sono riuscito a fare come suggerito nella quarta di copertina . anzi il contrario , mi sto rileggendo le parti dell'Illiade in cui si parla di Achille e di Patrocolo
16.10.23
LIBRI Il fuoco dentro. Janis Joplin – Barbara Baraldi
La sua scrittuta è talmente : intensa , realistica ed suggestiva , credo che prenderò o in biblioteca o acquisterò gli altri suoi romanzi , che sembra che fosse amica della stessa JJ o abbia visto le sue vicende dal vivo \ indiretta o deve a ver gfatto dei sopraluoghi o reali o virtuali in california per come descrive i locali e la città . Un libro inteso ed vissuto che rifugge , o almeno lo fa talmente bene che non si nota esplicitamete nelle note a fine libro in particolare nelle ultime 18 rghe di pagina 426 e tutta 427
( qui in : << chi lo ha detto che il rock sia solo sesso e droga ed edonismo ? il caso del triller Il fuoco dentro. Janis Joplin.di Barbara Baraldi >>la mia cronaca con una mia foto ripresa sdal post e riportata qui sopra ) . La baraldi con questo romanzo conferma la frase Pietro pelù : << janis joplins faceva la spola per noi tra lle orte dell'inferno e le porte del paradiso >> . Infatti
<< Non le piacciono i suoi occhi, così piccoli e sperduti nell’ovale del viso. Non le piacciono le sue labbra, sottili come l’orlo di un abito cucito male. Il naso è troppo grosso e l’acne deve essere una punizione divina per essere atea. La sua faccia è un campo di battaglia, ma lei è già stanca di combattere.Eppure , c'è una cosa che le piace di se' . La sua voce >> quarta di copertina del libro
Seguire la storia della Baraldi, che ha mischiato eventi reali ad altri di pura invenzione lo ha fatto cosi magistralmente \ talmente bene che chi non conosce e s'avicina per la prima volta a Janis Joplin da non riesce a distinguerli . Ma è stato anche affascinante ed catarchico ( vedere il mio post : << il mio fuoco dentro e miei sensi di colpa >> ) perchè mi ha anche spronato a conoscere meglio la JJ oltre le sue canzoni . Infatti e forse quello che mi ha colpito di più è stato scoprire che non solo la Joplin, ma molti degli artisti di quegli anni avevano lo stesso animo distrutto dalla realtà che vivevano. Mi viene da chiedermi se cio' sia stato perché tutti loro cercavano di colmare un vuoto doloroso (che è quello che li ha resi più grandi e unici) o se siano stati invece il frutto di quegli anni così aggressivi e potenti ed il desiderio di aprire le porte della percezione . Amici e critici sono d’accordo nel sostenere che Janis Joplin aveva un fuoco dentro quando cantava, che sapeva infiammare le folle. E questa è stata forse una delle cause del suo turbamento: quando scendeva dal palco e l’adrenalina si stemperava, non le restava altro che un grande buco da colmare; tornava la ragazza insicura di sempre. E’ come se la musica che le bruciava dentro l’abbia consumata, lasciandola ogni volta più carica di dolore. Un gran peccato che una voce così straordinaria e una donna così rivoluzionaria siano andate perse nel caos di quegli anni; rimangono le sue canzoni, con la sua voce bassa e graffiante che sembra salti fuori dai vinili per entrarti nel sangue, e questo splendido romanzo della Baraldi, cupo e noir che ci ha fatto entrare per un po’ nel suo mondo, nel suo dolore, ma anche nel suo paradiso.Un classico esempio di quando un romanzo è meglio di una biografia . Sarebbe ineressante , e qui concludo , vederlo a fumetti magari per Dylan Dog . Una artista rock ( per parafrasare Adriano Celentano ) , e qui concludo , un autrice completa e non inquadrabile in un solo genere letterario . Una di quegli autori che smonta la convenzione che il noir debba per forza parlare di omicidi e assasini o d crimini . Un libro fiero ed indigesto insomma . Potrei continuare a parlarne ancora ma : 1) sarei troppo prolisso e noioso ., 2) rischierei di essere scambiato per un lachè . Quindo mi fermo qui . Con questo è tutto augurandovi buona lettura o rilettura se lo avete già letto
2.12.21
imparare dale piccole cose e dai classici

Impariamo dalle pietre di Roma Nascondono la nostra storia e rappresentano anche la relazione indissolubile tra l’elemento naturale e la cultura umana
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La via Appia a Roma |
C'è qualcosa di strano e di magico nella traiettoria delle pietre a Roma. Come in nessun altro luogo al mondo, in questa città la memoria delle pietre sembra eguagliare quella delle montagne o delle valli: i palazzi, i templi i monumenti vivono così a lungo da avere la stessa età di un fossile e l'arte improvvisamente diventa geologia. È come se bastasse allungare la prospettiva temporale per accorgersi che quello che chiamiamo cultura è solo una degli infiniti modi attraverso cui la natura produce forme.
È come se a Roma fosse impossibile pensare che l'uomo sia qualcosa di diverso dalle forze che muovono le grandi placche tettoniche e che ridisegnano il volto del pianeta: è solo una loro versione locale e accelerata. C'è qualcosa di liberatorio in questa scoperta. La geologia contemporanea ha da qualche anno avanzato l'idea che l'eccesso di operazioni distruttive compiute dalla specie umana sul pianeta ne ha cambiato radicalmente il volto: non c'è più un solo centimetro quadrato della sua pelle che non sia direttamente il frutto della manipolazione umana o che non testimoni della presenza dell'uomo.
Si è chiamato Antropocene quest'epoca in cui guardando il pianeta si scorge solo e soprattutto una delle sue specie. A Roma è possibile fare un'esperienza simile e opposta: passeggiando tra le sue rovine si scopre che ciò che è in gioco in qualsiasi manufatto umano è qualcosa di planetario, che in ogni nostro minimo artefatto è sempre la Terra ad esprimersi e a prendere forma.
Nella scoperta che arte e natura sono non solo coetanee ma sorelle gemelle nate di una stessa madre, ne va qualcosa di più del solito piatto di lenticchie per la conquista della primogenitura. Perché, se il Colosseo è fatto della stessa sostanza dei sette colli e viceversa, allora la divinità o almeno la sacralità che siamo abituati a riconoscere alle nostre rovine passa da queste al suolo che occupano e da questo di nuovo a uno qualsiasi degli oggetti che fabbrichiamo.
Quello a cui è difficile resistere a Roma è la fede nella divinità delle pietre: la vaga intuizione che tutta la materia della Terra è qualcosa di divino, e che la sua divinità non dipende dal fatto di essere una montagna, una donna, un monumento ai caduti o un albero. È come se in questa città in cui mille religioni si sono incontrate si scoprisse che gli dei più importanti sono le pietre di cui è fatta. È forse a causa di questa strana prossimità magnetica con Roma e allo sguardo sul mondo umano che questa città impone a chi ci vive e la frequenta che il pensiero in Italia oggi sembra fortemente caratterizzato da una nuova vena naturalista, almeno osservato da chi, come me, in questo Paese non ci abita.
È come se un insieme di voci delle età più diverse (che quindi non sono l'espressione di una generazione in particolare, ma di un movimento più profondo), provenienti da discipline e pratiche molto distanti come possono esserlo la chimica dei materiali o l'architettura, la filosofia o l'arte si fossero date un appuntamento segreto per poter esprimere da punti di vista diversi una medesima idea: quella medesima intuizione che Roma incarna nelle sue pietre.
Non si tratta della versione locale e quasi folklorica della moda ecologista che sta attraversando tutto il pianeta. Non lo è per una ragione precisa: perché per queste voci la questione è meno quella dell'armonia dei viventi e delle loro comunità che quella della vita della materia, indifferentemente da tutte le opposizioni con cui possiamo provare a pensarla. In questa materia Laura Tripaldi, giovanissima studiosa di nanotecnologie all'università di Milano Bicocca, è sicura di riconoscere l'esistenza di una mente e non in senso metaforico. La materia non è mera estensione geometrica che si oppone a un io pensante, come avevano preteso Cartesio e quasi tutti gli occidentali con lui: è una forma di intelligenza, certo diversa dalla nostra, ma non per questo meno spirituale, meno complessa, meno libera. In un libro edito recentemente da Effequ (Menti parallele. Scoprire l'intelligenza dei materiali) Tripaldi chiede di spiegare cosa sia la materia a un ragno che secerne seta. In questo modo ottiene due grandi rivoluzioni.
In primo luogo, si capisce che l'intelligenza e la sopravvivenza del ragno è legata all'intelligenza della materia che usa - la seta appunto. In secondo luogo, la seta, una fibra proteica capace di adattarsi in maniera inedita in funzione dei contesti, dimostra che la materia ha un comportamento e dovrebbe per questo essere oggetto dell'etologia più che della chimica. La chiave per comprendere il comportamento della materia è la nozione di interfaccia.
Qualche anno fa, un libro di Branden Hookway aveva dimostrato che l'idea di interfaccia viene dalla meccanica dei fluidi e definisce la soglia in cui una materia è assieme soggetto e oggetto di sé: uno stato in cui la materia ha la stessa postura di un vivente autocosciente. Tripaldi sviluppa un'idea simile: la materia è intelligente quanto più diventa interfaccia nei confronti di se stessa e del resto del mondo perché, così facendo, aumenta la sua capacità di adattarsi al contesto e quindi la sua stessa libertà.
È solo pensando la materia come mente e madre che ci genera che riusciremo a capire la nostra stessa intelligenza: a partire da questa stessa tesi, Ingrid Paoletti, professore associato di tecnologia dell'architettura al Politecnico di Milano invita a un vero e proprio "attivismo materico". Nel manifesto Siate materialisti!, pubblicato da Einaudi, Paoletti articola le conseguenze politiche di questa nuova sensibilità: piuttosto che preoccuparsi di distinguere moralmente le buone e le cattive materie, sentirsi vicini o gemelli di qualsiasi materia significa ammettere che "non esistono demoni e santi tra le materie".
A chi pensa che la soluzione del problema ecologico sia l'economia delle materie e la separazione netta tra ciò che vive e ciò che non lo fa, Paoletti oppone la necessità di riconoscere "il continuum tra materiale e immateriale che si influenzano a vicenda", "l'omeostasi tra naturale e artificiale, tra corpo e spirito". L'equazione inedita del libro è quella che per immaginare una società più equa è necessario imparare a sentire che la materia "è viva nella sua microstruttura, viva quando è realizzata con materiali viventi, veramente viva quando la investiamo con la nostra intenzionalità". Ma si farebbe male a confondere questa svolta radicale del pensiero italiano, finalmente lontano dalle risacche della filosofia sociale a cui il Novecento l'aveva spiaggiato, con una forma banale di materialismo. Cercare di far coincidere l'intelligenza, la vita e persino lo psichismo con tutto quello che si trova davanti a noi e non dentro di noi è il sintomo di un atteggiamento che ha in filosofia un nome diverso: "panteismo".
Un libro di Emanuele Dattilo mostra che si tratta di qualcosa di molto più antico e diffuso di quanto si possa credere. Panteista, spiega Dattilo, è chi mette al centro della propria esperienza del mondo l'idea di materia non per negare lo spirito o l'anima, ma per ritrovare l'unità viva e dinamica del cosmo. Non si tratta più di opporre la materia alla coscienza ma di fare del pensiero, come aveva suggerito Poe, la materia che permea ogni cosa ed è in sé ogni cosa: e in nulla questa coincidenza si dà a conoscere in modo più trasparente che nel desiderio. Panteista è chi riconosce che il desiderio - "l'essenza della religione" secondo Feuerbach - è la materia di cui sono fatti gli dei: filosofo - letteralmente colui che conosce grazie al desiderio - è allora solo chi riesce a cogliere in ciascuna delle forme della materia uno degli infiniti nomi di Dio.
Questi tre libri sembrano rinnovare l'antica tradizione alchemica che faceva dello scopo del pensiero la sintesi della pietra capace di trasformarsi in tutte le materie del mondo. Le pietre di Roma, in fondo, ne sono un esempio perfetto. Abbiamo bisogno di una nuova età della pietra - o forse non ne siamo mai usciti. Siamo tutte e tutti Flintstones, e non è affatto una cattiva notizia.
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