Visualizzazione post con etichetta speranza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta speranza. Mostra tutti i post

25/06/19

Gli psicoanalisti d'America chiedono scusa agli omosessuali 50 dopo i fatti di stonewall



Risultati immagini per stonewall Che le più importanti società psicoanalitiche e psichiatriche, in Italia e nel mondo, non vedano più l'omosessualità come una patologia e, anzi, sostengano il valore psicologico delle leggi che tutelano i legami affettivi e familiari delle persone omosessuali, non è più, fortunatamente, una notizia. Lo è, invece, la decisione dall'American Psychoanalytic Association (APsaA) di porgere le sue scuse alla comunità LGBTQ. Scuse "da tempo dovute", si legge nel comunicato, per aver patologizzato, nel corso della storia, gli orientamenti non eterosessuali e le identità transgender. L'annuncio è stato dato pochi giorni fa in occasione dell'apertura del 108esimo convegno annuale dell'APsaA, svoltosi a San Diego, e in concomitanza con le celebrazioni del cinquantesimo anniversario dei moti di Stonewall, considerati simbolicamente l'atto di nascita del movimento di liberazione delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e queer (LGBTQ). Nel 1969 l'omosessualità era infatti considerata una patologia mentale e come tale veniva "curata". Disturbo mentale era considerata anche quella condizione di sofferenza (un tempo nota come transessualismo e oggi definita "disforia di genere") causata dall'incongruenza tra il proprio sesso anatomico e la percezione di sé come uomo o donna. A partire dagli anni Ottanta le teorie patologizzanti sono state sconfessate e l'omosessualità è stata eliminata dai manuali diagnostici internazionali.
I professionisti della salute mentale hanno imparato a riconoscere i danni psicologici causati dallo stigma sociale e scientifico e dalla sua interiorizzazione (omofobia interiorizzata e minority stress). Chi vuol farsi un'idea dei presupposti violenti e normativi delle cosiddette "terapie riparative" può vedere due film recentemente distribuiti anche in Italia: La diseducazione di Cameron Post e Boy erased - Vite cancellate. "È arrivato il momento di chiedere scusa", ha detto Lee Jaffe, presidente dell'APsaA "per il ruolo che anche noi psicoanalisti abbiamo ricoperto nel promuovere pregiudizi traumatici". Riconoscere gli errori non cancella il dolore accumulato, ma lo può curare. Anche se qualche terrapiattista della psiche, sedicente terapeuta, continua a considerare l'omosessualità una condizione da "riparare", i veri terapeuti sanno che il loro lavoro consiste nel promuovere l'autenticità, la dignità individuale e la capacità di amare in accordo con il proprio desiderio. Riconoscere un errore e scusarsi è un'azione interpersonale (e in questo caso anche scientifica) importantissima: trasforma un paradigma, ripara antiche ferite, rende possibile l'elaborazione collettiva di un pregiudizio e delle sue ripercussioni traumatiche.

per  approfondire  
fatti 
https://it.wikipedia.org/wiki/Moti_di_Stonewall
https://www.wikipink.org/index.php/Moti_di_Stonewall
 film
Stonewall 1995 dal regista britannico Nigel Finch.
Stonewall  diretto da Roland Emmerich con protagonisti Jeremy Irvine e Jonathan Rhys Meyers.



08/03/19

anche un opera incompleta e non finita è un opera d'arte ed riflessioni sul concerto d'arte

    ti potrebbe  interessare  delle  mie precedenti  elucubrazioni  in merito  e  colegate  all'argomento del post  tratto oggi  oggi





Dovendo fare diversi viaggi a  Milano   per  motivi  di salute  miei  e  di un familiare   ne  approfitto per    visitare , nell'intervallo    fra le visite mediche  e l'aereo per  tornare,  i sui  musei  e le  sue  vie .
Questa settimana      ho   visitato    due  Musei   ,  il  castello  Sforzesco  ed  il museo d'arte moderna   ovvero il   museo del novecento   (  http://museodelnovecento.org/it/ ) .Ed   dalla loro  visita  che  sono scaturite le mie  odierne elucubrazioni   riflessioni  .

N.b     causa   problemi con  il cellulare    le  foto   del   secondo museo visitato   mi sono state  gentilmente  donate  😂😁❤😍 dai cellulari  di mia madre  e mio pare     che   ringrazio  

Iniziamo dal primo museo


finita la visita e aver pranzato al bistrot \ libreria della Feltrinelli in corso Garibaldi 1 , sia andato al castello Sforzesco , ma causa problemi di salute alle anche ed alle articolazioni abbiamo visto sia la bellissima pietà Rondodini , opera non completa \ non finita di Michelangelo . Un opera che accompagnò Michelangelo per tutta la vita, rimanendo da sempre e per sempre irrisolta. Semplice mancanza di tempo o metafora dell'imperfezione della dimensione umana ? Quale sia   la  causa  dell'incompiuta  non ha  nessuna importanza  ,  la  rende   unica  .  Infatti   la  riflessione  che faccio   da profano  ,    sui    vari critici arte   che  il  suo non finito  la  rende  unica     e   chi dice  che  le opere  d'arte  , sia  brutte   e  minori     dice    fesserie  


L'immagine può contenere: spazio al chiuso







(...) Questo complesso marmoreo costituisce per molti studiosi un vero e proprio testamento spirituale di Michelangelo stesso. La Pietà, come soggetto scultoreo, non è di certo un tema sconosciuto all’artista, né tanto meno poco vendibile al pubblico del tempo, però per qualche ragione rimane sin dal concepimento ad esclusivo utilizzo di Michelangelo, che tornerà a lavorarci in diversi momenti della sua vita, modificandola e talvolta stravolgendone l’aspetto e la composizione.( .... continua in questo articolo
  di   https://www.artwave.it/arte/storia-dellarte
Poi  prima  d'uscire  dal  Castello Sforzesco    e ci siamo fermati   due   volte   la  prima    è quella   che   ho documentato sotto  riprendendo   ( spero  di  esserci riuscito  ) nei bambini  a cui la maestra  spiegava    cosa fosse  un museo  e    come  ci si  muove  in esso  ,   la  speranza   e    la  tenerezza    vedere i bambini delle prime ed classe delle elementari al museo    mi fa ben sperare e mi dona un po' d'ottimismo su queste nuove generazioni cosa che non avevo o avevo perso come si può notare nei post precedenti  del  nostro blog    sintetizzabili  con questo intervento  



Lo stesso , purtroppo mi s'era scaricato il cellulare ,  quando abbiamo visto  vicino all'ingresso  


   e   poi   in un ala del cortile     vicino ad  una delle  uscite    in ala del cortile  sempre dei bambini delle elementari a cui venia spiegata la storia delle armature e del rinascimento facendoli vestire con abiti dell'epica e spiegargli l'uso che si faeva in quel  periodo delle armi e dei pugnali facendoli ( ovviamente sotto la supervisione di un adulto per evitare che si facessero male ) giocare alla guerra fra di loro con armi finte . 

 poi  dopo    abbiamo visitato ,     non tutto    perchè mi  madre in particolare    stava  troppo male  e non poteva  camminare  molto   e  poi ai miei  non  piace  la  storie dell'arte    da  dopo Andy WarholJackson Pollock  ,  Il museodelnovecento 


Delle opere sul futurismo e pre futurismo , infatti , appena entri sullo scalone trovi Il quarto stato è un dipinto a olio su tela del pittore italiano Giuseppe Pellizza da Volpedo, realizzato nel 1901una delle opere più importanti del secolo scorso il nazionale ed internazionale con una esposizione ad esso collegata con le avanguardie degli anni successivi alla 2 guerra mondiale fin ad oggi .









le  altre    le  trovate   qui  https://bit.ly/2EYmddG   sulla   mia  bacheca  di facebook 

Sapevo si che Il Futurismo è stato un movimento artistico e culturale Italiano dell'inizio del XX secolo[ nonché  <<  la prima avanguardia europea. Ebbe influenza su movimenti affini che si svilupparono in altri paesi dell'Europa (in particolare in Russia e Francia), negli Stati Uniti d'America e in Asia. I futuristi esplorarono ogni forma di espressione, dalla pittura alla scultura, alla letteratura (poesia e teatro), la musica, l'architettura, la danza, la fotografia, il cinema e persino la gastronomia. La denominazione ufficiale del movimento si deve al poeta italiano Filippo Tommaso Marinetti  (...  continua qui  https://it.wikipedia.org/wiki/Futurismo ) . Ma  impregnato  di pregiudizio ideologico  lo identificavo  solo   con il fascismo   e non immaginavo     che olti artisti  anche  alcuni contrari all'ideologia    fascista    si fosse  abbeverati   ed  influenzati  da   esso    Ma  sono stato  smentito  e    ed  allo stesso tempo arricchito    nell'apprendere oltre  averlo verificato sul campo    che   Il Futurismo  --- sempre secondo la voce di wikipedia citata prima --- ha influenzato tutta l'arte d'avanguardia del Novecento. Gli artisti futuristi che sopravvissero alla morte di Marinetti (21 dicembre del 1944) e alla seconda guerra mondiale caddero in disgrazia come tutto il Futurismo, con l'accusa di aver fiancheggiato il fascismo.Nel secondo Novecento nuovi studi di Luciano De Maria, Mario Verdone, Enrico Crispolti, Maurizio Calvesi, Claudia Salaris, Giordano Bruno Guerri hanno parzialmente corretto l'accusa di collusione fascista, rilanciando l'interesse artistico-sociale verso il futurismo. Studi sul futurismo di sinistra (i contatti con gli ambienti anarchici, e persino comunisti) mostravano contemporaneamente che l'avanguardia futurista italiana era stata troppo sommariamente giudicata.






03/03/19

di perfetto non eesiste nulla neppure la scienza . il caso di Giulia Toddet rapiantata e mamma, la doppia vittoria di Giulia Todde Il padre le ha donato un rene nonostante il gruppo sanguigno diverso. Aveva già adottato una bimba, dopo l’intervento è rimasta incinta

La vita non è perfetta, le vite nei film sono perfette. Belle o brutte, ma perfette. Nei film non ci sono tempi morti, mai! ( radio freccia  ) 



                     da la nuova sardegna del 2\3\2019    di Caterina Angotzi


SOLARUSSA. La vita spesso ha più fantasia dell'immaginazione e può procurare grandi e infinite gioie, soprattutto se inaspettate. Per Giulia Todde, 41 anni da compiere, la vita ha il sorriso delicato di Mattia, nato un mese fa, nonostante tutto e tutti.
Giulia aveva perso le speranze non solo di diventare mamma ma anche di condurre una vita regolare, quando i medici le avevano diagnosticato nove anni fa una significativa patologia renale, la nefrite lupica, una alterazione della funzione e della stessa struttura renale, una patologia autoimmune che in questo caso era arrivata all’ultimo stadio, impedendo qualunque terapie farmacologica vincente.
Per lei rimanevano due sole alternative: il trapianto o la dialisi. In ogni caso, la diagnosi dei medici non lasciava spazio a illusioni. Giulia non avrebbe potuto portare a termine alcuna gravidanza. Per lei anzi la gravidanza poteva rappresentare un serio pericolo.
Giulia e il marito Alessio, 42 anni, però non si danno per vinti e decidono di percorrere la strada dell’adozione. Una strada lunga, complessa, stressante e difficile. Alla fine però, sei anni fa, arriva Maria, una bellissima bimba polacca. Sono fortunati Giulia e Alessio, perché Maria ha solo nove mesi. In casa c’è tempo solo per lei, nonostante la malattia.
Giulia però non demorde. Il padre, il marito e il fratello si offrono per donarle un rene, ma ci sono complicazioni. L’unico donatore potenzialmente compatibile da un punto di vista morfologico, il padre, non lo era per le caratteristiche ematiche. C’era incompatibilità tra donatore vivente e ricevente. «Io ho il gruppo Zero – sorride Giulia – e mio padre gruppo A, peggio di così non poteva capitare». La scienza e la natura insieme possono però fare miracoli. I medici dell’ospedale Brotzu di Cagliari, con una speciale procedura sono riusciti a “pulire” il sangue del ricevente, a effettuare con successo il trapianto di rene e soprattutto a evitare il rigetto dell’organo. Il trapianto, effettuato il primo ottobre del 2016 è stato il primo in Sardegna tra donatore e ricevente incompatibili. Ed è andato bene.
Ma il bello doveva ancora arrivare. Giulia è rimasta incinta. «Mattia è arrivato ben dopo il trapianto – dice con orgoglio – ma non è stato da noi cercato. Il mio organismo si era ristabilito, le terapie post trapianto avevano ormai un tasso di tossicità basso e così è arrivato il secondo piccolo miracolo».
Sebbene venuto al mondo alla trentacinquesima settimana di gestazione, Mattia non ha avuto problemi alla nascita. «Non dovevamo avere figli, non potevamo avere figli, eravamo rinchiusi dentro a una patologia che non lasciava scampo, e invece sono arrivati di fila tre piccoli miracoli: l’adozione,Giulia sorride. Adesso ha una vita serena davanti, e la voglia di far crescere una coppia di bimbi solo in apparenza diversi. «Maria stravede per il fratellino e per noi non c’è gioia più grande».

11/04/18

tentativo di spiegare a un nipote di 12\13 anni cos' è l'utopia

in sottofondo   figlio del re  - Piero Marras


a mia nipote che ascoltando questa canzone



mi chiede cosa è l'utopia ?

 "L'utopia è come l'orizzonte: cammino due passi, e si allontana di due passi. Cammino dieci passi, e si allontana di dieci passi. L'orizzonte è irraggiungibile. E allora, a cosa serve l'utopia? A questo: serve per continuare a camminare."

Lo  so   che   come     risposta   è  semplice   ed  banale  . Bleah,direbbe

Risultati immagini per blah di snoopy

 ma mi piace....   è molto filosofica    rispetto  a  quella  etimologica  
sostantivo femminile
  1. Quanto costituisce l'oggetto di un'aspirazione ideale non suscettibile di realizzazione pratica.

    "è un'u. la perfetta uguaglianza tra gli uomini"
    • particolarmente
      Ideale etico-politico destinato a non realizzarsi sul piano istituzionale, ma avente ugualmente funzione stimolatrice nei riguardi dell'azione politica, nel suo porsi come ipotesi di lavoro o, per via di contrasto, come efficace critica alle istituzioni vigenti.

e poi non so cos'altro dirle per  spiegarglierlo in modo semplice  (  vista  la  sua tenerà eta   ) . Potrei  spiegargliertlo     riportando la mia esperienza     visto che sono nato politicamente e culturalemente in un periodo  (  1985\1989 - 1990\92    in cui le utopie e gli ideali  di  2 secoli   erano crollati .  Ma  preferisco  che    : cresca libera di  ricordi   ed esperienze  non sue   . Ma  soprattutto perchè considero  valido  il  metodo Non insegnate ai bambini  brano musicale di Giorgio Gaber, contenuto nell'album postumo Io non mi sento italiano.

07/02/18

Spopolamento, la sfida di Sarah Pischedda e del collegaTommaso Vagnarelli due neo architetti: azienda modello nel borgo fantasma in una tesi di laurea d'architetturaal politecnico di torino


Speriamo  che   tale progetto   prospettato in  una tesi di laurea non sia  il  solito  parlare  e scrivere  a vuoto   e  che  dale  parole   e dalle  propposte  si  passi ai fatti  . Parlarne  \  discuterne  e  proporre ,  va  bene ma  poi diventa    bla... bla  .. ovvero solo chiacchere  

 dalla  nuova  sardegna  del  5\2\2018   
Spopolamento, la sfida di due neo architetti: azienda modello nel borgo fantasma
La tesi di laurea sul borgo Badu Andria nel comune di Padru della giovane olbiese Sarah Pischedda e del collegaTommaso Vagnarelli è stata riconosciuta al Politecnico di Torino come il miglior lavoro nel settore dell'architettura sostenibile
                         di Gianna Zazzara

SASSARI. «Costruirci un futuro in Sardegna? Magari. È un posto unico in Europa con una identità ancora molto forte. E le opportunità non mancano. La Sardegna è piena di piccoli borghi dimenticati. Farli rivivere, ripopolarli porterebbe di nuovo fiducia nel futuro». Sarah Pischedda e Tommaso Vagnarelli, architetti, 25 anni lei, olbiese, e 26 lui, torinese, ne sono talmente convinti da averne fatto un caso di studio. “La rinascita dei borghi abbandonati dell’entroterra sardo: il caso studio di Badu Andria” è il titolo della loro tesi di laurea magistrale in Architettura per il restauro e valorizzazione del patrimonio al Politecnico di Torino. Una ricerca premiata con il massimo della votazione per entrambi, 110 e lode, e un riconoscimento da parte del Politecnico come miglior tesi di laurea nell’ambito dell’architettura sostenibile.
«Siamo veramente felici che il nostro lavoro sia stato riconosciuto – dicono soddisfatti i due architetti – È un messaggio a tutti i ragazzi. Abbiamo voluto dire ad alta voce che anche in Sardegna c’è la possibilità di costruirsi un futuro. Non bisogna fuggire». 


Il progetto. Badu Andria è un borgo abbandonato del comune di Padru, in Gallura, dove Tommaso e Sara hanno trovato uno stazzo abbandonato, della seconda metà dell’Ottocento. L’idea alla base della loro tesi è stata quella di trasformare lo stazzo in un’azienda agricola all’avanguardia, specializzata nella produzione di piante officinali. «In Sardegna ci sono tantissime strutture abbandonate che potrebbero essere recuperate e trasformate in attività produttive – raccontano i ragazzi – Noi abbiamo pensato a un’azienda di piante officinali perché la Gallura è il territorio ideale per le piante spontanee e perché questo è un mercato in forte crescita». Per il loro progetto basterebbero 100mila euro. «Finanziamenti che si possono facilmente ottenere anche grazie ai Fondi di sviluppo rurale: per la Sardegna fino al 2020 c’è quasi un miliardo di euro a disposizione». E poi come si fa a vendere le piante? «Ormai con la tecnologia le distanze sono annullate. Basta creare un sito e il gioco è fatto». Come spiegano gli architetti, il caso di Badu Andria può essere replicato in tutti gli altri borghi abbandonati sparsi in Sardegna. 

La lotta allo spopolamento. A ispirare i due giovani architetti è stato il desiderio di trovare una soluzione per salvare i paesi, condannati allo spopolamento. «I paesi, soprattutto quelli dell’entroterra, rischiano di morire anche perché sono sempre di più i ragazzi che decidono di andare via dalla Sardegna. Eppure le opportunità non mancano, basta cercarle». Secondo Sarah e Tommaso recuperare i vecchi borghi è un’occasione unica non solo per mettere in sicurezza il territorio, ma anche per creare nuove comunità. «I borghi e i piccoli paesi hanno cominciato a spopolarsi quando masse sempre più grandi di persone si sono mosse verso le aree urbane, con il miraggio di una vita più soddisfacente e meno dura. Oggi sta accadendo l’esatto contrario. L’insoddisfazione della vita nelle metropoli porta molti a ritornare nell’entroterra magari per aprire un b&b o un’attività di agriturismo. Il fenomeno ha anche un nome, amenity migration, a indicare la fuga dalle città e il ritorno alla campagna. Anche perché oggi, grazie al progresso tecnologico, è possibile tornare ad abitare questi luoghi, anche nel centro della Sardegna, senza per forza dover abbracciare uno stile di vita lontano dalla modernità». Ovviamente, nel progetto di Sarah e Tommaso i nuovi borghi sarebbero 2.0, con soluzioni architettoniche attente alla sostenibilità ambientale e alla autosufficienza in campo energetico: mini pale eoliche, pannelli solari, raccolta di acqua piovana per riscaldare le abitazioni. La fuga dei giovani. Sarah e Tommaso sanno bene che la causa dello spopolamento e della fuga dei ragazzi è la mancanza di opportunità lavorative nell’isola e l’assenza di politiche economiche adeguate. «Ma la Sardegna ha molti punti di forza – ricordano i ragazzi – Innanzitutto il settore agro-alimentare e il turismo costiero. I finanziamenti per avviare nuove attività non mancano: grazie ai fondi strutturali europei i giovani imprenditori possono ricevere incentivi per aprire nuove aziende nel settore agroalimentare, anche nelle zone rurali». 

Ritornare a vivere nei paesi e nei borghi abbandonati dell’isola, grazie all’avvio di nuove attività imprenditoriali, permetterebbe ai ragazzi di continuare a vivere in Sardegna. «Quando un giovane è costretto ad emigrare perché non trova lavoro, è una sconfitta. Lo dovrebbero capire i nostri politici. Andar via dovrebbe essere una libera scelta per i ragazzi. Non una soluzione obbligata». Il ripopolamento dei borghi, secondo i due architetti, porterebbe la Sardegna ad una nuova rinascita economica, culturale e demografica. «L’alternativa è una desertificazione sociale che condannerebbe definitivamente questa regione». 

Dopo aver conseguito la laurea magistrale Sarah e Tommaso hanno deciso di continuare i loro studi al Politecnico di Torino: «Ci stiamo specializzando in beni architettonici e del paesaggio». Ma voi sareste disposti a trasferirvi in Sardegna e realizzare il progetto della vostra tesi di laurea? «Perché no? Io sono torinese e ho scoperto la Sardegna grazie a Sarah con la quale sono fidanzato da 5 anni – dice Tommaso – È una terra meravigliosa. Sì, mi piacerebbe molto viverci». E Sarah? «A Olbia ci sono i miei genitori e sarei felice di tornare a vivere lì. Badu Andria, poi, è vicinissimo a Olbia». Sarah ha un esempio diretto di cosa voglia dire lasciare una grande città per andare a vivere in Sardegna. «Mia mamma è austriaca – racconta –. Quando ha conosciuto mio padre non ci ha pensato un attimo a lasciare Vienna per trasferirsi a Olbia. Ogni volta che le ho chiesto se si fosse mai pentita mi ha sempre risposto: Sei matta? Lo rifarei mille volte». In ogni caso Tommaso e Sarah sono decisi a restare in Italia. «Dopo la laurea molti nostri colleghi sono andati a lavorare all’estero. Comprendiamo le loro ragioni, in Italia è difficile trovare lavoro, e quando
c’è è precario. Però ci piacerebbe che i giovani di questo paese, invece di scegliere la via più facile, creino nuove opportunità e credano in questa Italia perché le cose possono essere cambiate. Noi con la nostra tesi abbiamo dimostrato che anche in Sardegna c’è un futuro possibile».

02/05/17

ADDIO D'APRILE © Daniela Tuscano


L'immagine può contenere: fiore, pianta, spazio all'aperto e natura

Per me non è mai stato il 1º maggio, per me è la fine d'aprile, mese amabile e leggiadro
Aprile ci abbandona, con la sua discrezione azzurrina, portando con sé le nostre primavere, il sole buono, i deboli incanti. Poi irrompe il saturo, corposo brillio dell'estate, ma è luce abbacinante, e già divien tarda. Aprile, alla mia età, è residuo di speranza, foglio d'India tremulo al vento. Non fai in tempo ad assaporarlo che giunge il domani, e il domani, e un altro domani, e non l'aspetti e lo temi, senza garbo né amore. E preme, sull'anima, un'acerba malinconia.

25/04/17

cosa è per me il 25 aprile


leggi    anche 



un avento ricco di emozioni difficile da descrivere . preferisco farlo con
L'amaca del 25 aprile 2017  Michele Serra e la vignetta  di Altan

Risultati immagini per cosa è il 25 aprile

GLI occhi di Irma Bandiera (Mimma) furono spenti dalle torture dei nazisti nell’agosto del 1944. La accecarono perché non voleva rivelare i nomi dei suoi compagni. Poi la uccisero e lasciarono il suo corpo in strada, perché la gente vedesse che fine fanno i partigiani. Aveva 29 anni: rispetto alla media dei partigiani italiani, nemmeno pochi.
Ora gli occhi di Irma brillano intatti, restituiti al suo volto di giovane donna, dipinti di fresco sul muro di una scuola della sua città, Bologna. Un grande murale colorato: bello, vivo, potente. Chi si trovasse oggi da quelle parti passi da via Turati 84, se ne ha il tempo, a salutare Irma. Anche in automobile, basta un attimo, basta uno sguardo di gratitudine e di amicizia. Ovunque voi siate cercate un piccolo segno, un piccolo posto dove celebrare i nostri liberi avi, morti ragazzi. Non è indispensabile — anche se è bello — sfilare in corteo. Nei cortei troppo spesso le beghe di cronaca rubano la scena alla ragione dei vincitori di allora, che fu una ragione larga, una ragione generosa. Per un momento di memoria vera bastano anche il fiore deposto, il gesto grato, lo scorcio di muro, la fotografia, il portone, la lapide, il cippo, la breve sosta silenziosa. Basta un minuto per sentire che oggi è il 25 Aprile.














muro, la fotografia, il portone, la lapide, il cippo, la breve sosta silenziosa. Basta un minuto per sentire che oggi è il 25 Aprile.

13/04/17

Modena, Maria è immobile e senza più voce: «È una vita bella, la voglio vivere» Modena Paralizzata da dieci anni, per tre è stata creduta in coma e invece vedeva e sentiva ogni cosa Non ha mai perso speranza e ottimismo.

E' davanti a storie  come  questa , una delle tante  di coloro ha  scelto  di   continuare  a vivere   fra  le sofferenze  ,  che   mi rendo conto   ( OVVIAMENTE  RISPETTANDO  E NON GIUDICANDO  LA LORO SCELTA )   di come   siano più  "  tutelati  " nella  scelta    loro   di quelli   che  fanno  la scelta  di vivere  nella sofferenza  . Tutta  colpa  di   un manipolo   di  politicanti   che non ha  le  palle  il  coraggio   di portare   alla  discussione  parlamentare   e  quindi  fa  mettere  ai  voti   o   portarla  a l referendum    come  si fece  (   erano altri tempi   e  i vecchi politici    avevano più coraggio   ed  avevano il   vero valore   dell'etica    , SIC  ) per  il divorzio e  per la l'aborto  ,  la legge    sul testamento biologico  \  fine  vita  . 


Modena, Maria è immobile e senza più voce: «È una vita bella, la voglio vivere» 

Modena Paralizzata da dieci anni, per tre è stata creduta in coma e invece vedeva e sentiva ogni cosa Non ha mai perso speranza e ottimismo. 

MODENA L’occhio di Maria dice tutto. Spalancato su un mondo fatto di affetti e poche cose, chiuse in una stanza, grazie a un computer parla di dolore, ricordi e nostalgie. Ma anche di speranza e gioia di vivere “a qualunque costo”. Un atteggiamento straordinario, perché Maria Ragazzi, 68 anni, a causa di un incidente stradale, è completamente paralizzata da dieci anni. “Mi è stato tolto tutto – scrive - mi è rimasta solo la speranza, quella è radicata in me profondamente e non si può abbattere”.

In termini medici è tetraplegica, soffre di disfagia e anartria. Significa che non muove le gambe, le braccia e le mani, non parla, non può mangiare come gli altri e viene alimentata con una cannula. Gli restano l’udito, l’occhio destro e soprattutto una mente non solo vigile, ma vivace. E consapevole della propria condizione: “Sento una grande nostalgia per i tempi passati e vivo di ricordi; questa nuova esistenza non mi dispiace, anche se è molto vuota”.





















Qual fiamma tiene accesa la tua speranza?
«I miei figli».

Sei orgogliosa di loro.

«Molto».
Vive immobile in un letto, eppure per lei, “la vita è bella” come ha scritto nel suo diario. Un racconto intimo che è diventato un libro in uscita: si intitola “Ascoltami”, una richiesta semplice che suona come una preghiera.
Altri, nelle sue stesse condizioni, hanno cercato la morte, supplicando la fine di un calvario interminabile, prigionieri di un corpo diventato estraneo e insopportabile. Lei no.

Conosci la storia di deejay Fabo?

«Sì».

Che cosa ne pensi?

«È una libera scelta».
Se deejay Fabo ha disperatamente voluto far cessare la sua “non vita”, Maria al contrario vuole ostinatamente vivere, coraggiosa e indomita, anche se le sue giornate sono dure, anche se ogni centimetro del suo corpo porta evidenti i segni delle sofferenze patite. Le mani gonfie, le gambe innaturalmente sottili e il volto che non è più quello di una donna serena e che con pudore lei non vuole sia fotografato “perché non mi riconoscerebbero”.

Che cosa ti manca di più?

«La voce».

Vorresti poter parlare come un tempo?

«Sì, il computer non mi basta».
Ha sopportato tanto, Maria, e ancora tanto dovrà sopportare: questo non la spaventa: “Vive la vita, o quel che per lei ne rimane, assaporandola fino all'ultima stilla e ad essa non intende rinunciare, né porvi anticipatamente termine” spiega Roberto Masoni, il suo giudice tutelare. Così le piccole cose acquistano altre dimensioni: “Oggi – scrive Maria – Milena mi ha fatto assaggiare un frullato e una mousse di mela e ho deglutito finalmente dopo 5 anni di flebo”. E riesce a sorprendere tutti facendo progetti per il futuro: “Giusi mi ha dato una magnifica notizia: Vasco Rossi terrà un concerto al Parco Ferrari il primo luglio… Io spero di andarci perché lui mi piace tanto e conosco bene quel parco”.
Con l’occhio scrive, un sintetizzatore vocale legge le sua parole. “Ormai vivo solo per scrivere al computer che ho sempre detestato”. Maria, che insegnava italiano ai bambini stranieri, scrive ogni giorno, così è nato il suo diario “per aiutare quelli che si trovano nelle mie condizioni”.
Carlo Bonacini di Artestampa, che sta per pubblicare “Ascoltami”, crede nel libro di Maria. Per lui non è più un'operazione editoriale come le altre, ma qualcosa di più, nella quale spendere energie e mettersi in gioco. Riordinare il flusso di pensieri e ricordi di Maria non è stato semplice, tanto era il materiale su cui lavorare. E più il progetto andava avanti, più acquistava spessore. “La nostalgia che si respira negli scritti dei primi anni diventa riflessione sulla sua condizione d'inferma, occasione per fermarsi a pensare alle possibilità che ancora le restano, il significato più vero e profondo dell'esistenza. Maria è una donna colta e intelligente, ironica e sensibile. Si poteva lasciare cadere nel silenzio il suono di questa voce?”.
È un diario di viaggio, quello di Maria, attraverso tre vite. La prima simile a tante altre, fatta di una famiglia serena, un marito, due figli. La vita di oggi, nella struttura “9 Gennaio” con accanto gli infermieri, la logopedista Maria Letizia Lombardi e il tutore legale. E poi la vita di mezzo durata tre anni e peggiore, se possibile, dell’invalidità totale e permanente.
“Un mio collega che insegna matematica - scrive Maria - una volta in sala professori mi ha parlato di questo numero dicendo che il 7, rispetto ad altre cifre, è il numero magico per eccellenza, è l’emblema della totalità dello spazio e del tempo. È anche il segnale del cambiamento. Tutte storie; io non credo alla numerologia e in più odio la matematica”. Eppure la storia di questa famiglia modenese cambia il 7 luglio 2007.
È un sabato mattina, Maria e suo marito Italo decidono insieme di fare una gita in moto alla Pietra di Bismantova. C'erano già stati, ma “ogni volta rimanevamo stupefatti da tanta meraviglia e ricordavamo quando a scuola l'insegnante ci leggeva quei versi di Dante che la paragonava al monte del Purgatorio”. Italo e Maria salgono su una Yamaha 750 e partono. “Era bello stare abbracciata a Italo, condividere passioni ed emozioni”.
Lungo la strada, sull'asfalto, finisce la prima vita di Maria, quella luminosa. La descrive così: “Avevo raggiunto la pace e l’equilibrio ed ero felice di quello che avevo: un bel marito, due figli, un lavoro che mi piace e, finalmente, un benessere economico”. Poi il buio.
Vengono investiti da una motocicletta. “A un certo punto sento Italo gridare Mariaaaaa tieniti forte e senza che neppure io me ne accorga sono sdraiata per terra, sento un liquido caldo che scende lungo la gamba destra e sento un dolore lancinante alla spalla, la testa mi gira ma il casco è ancora al suo posto. Italo è a terra esanime ma muove una mano. Il suo casco è sventrato e si intravvede una lunga lacerazione sulla testa. I pantaloni sono strappati ed esce molto sangue dalla gamba destra. I due motociclisti che ci hanno investito sono doloranti ma lucidi anche se sotto shock. Subito si fermano in tanti”.
Italo avrà una gamba amputata e una lesione cranica irrimediabile, Oggi vive nella stessa stanza di Maria, anche lui sul letto, dove mangia e dorme. “Poveretto, nelle sua condizioni non può fare altro” commenta Maria. Lei invece sembra meno grave. “La diagnosi aveva messo in luce solo traumi in diverse parti del corpo, ma niente di grave”. Una volta dimessa dall'ospedale, però, perde conoscenza. La trovano i suoi figli vicino al letto.
Ecco come Maria racconta nel diario il suo risveglio.
“Non so quanto tempo è trascorso, ma sono distesa su un letto in una piccola stanza con un altro letto occupato da una signora anziana. Non riesco a muovere nessuna parte del corpo, ho un buco nella gola dal quale escono dei tubi di gomma, ho un occhio chiuso ma quello destro funziona. La stanza è luminosa, c’è un televisore a parete acceso. Il giornalista inizia il telegiornale dicendo che è venerdì 24 agosto. Ma come? Cosa è successo? Come mai sono in ospedale e non a casa?”.
Maria non riesce a parlare, a muoversi. “Sono sicura che si tratta di un problema temporaneo; domani andrà meglio. Ma anche i giorni successivi la situazione è la stessa. Vengono i miei figli ma anche a loro non riesco a fare capire che li sento, che capisco quello che dicono ma che non posso parlare. E passano i giorni, le settimane e i mesi”.
Tutti la credono in coma, colpita da ictus “probabilmente conseguenza di un trauma cranico”. Ma lei non è in coma. Sente e vede dall'occhio destro tutto quello che accade nella stanza, le parole di chi le fa visita, dei medici, del personale infermieristico. Sente e nessuno se ne accorge. Capisce ma non riesce a comunicarlo. Uno stress talmente forte e debilitante che le causerà anche crisi cardiache. Tre anni di incubo, al centro di un mondo che la considera perduta. Cosa si può dire di fronte a una persona in coma da tempo, un corpo che non ha più anima, destinato a restare in un penoso stato vegetativo? Maria ascoltava, impotente, incapace di gridare “io ci sono, vi ascolto, capisco ogni vostro discorso”.
La vita di mezzo finisce per caso. Una addetta alle pulizie sta lavorando nella stanza e urta un braccio di Maria, d'istinto le chiede scusa e guardandola in faccia nota un leggerissimo movimento dell'unico occhio aperto. Resta stupita: quella donna è in coma da anni, non sente nulla eppure... Nel dubbio le ripete la stessa frase di scuse e la reazione è la stessa: succede qualcosa di inaspettato, l'occhio ha un piccolo movimento. La donna delle pulizie corre a chiamare i medici. “Inizia una nuova vita”, scrive Maria La terza.

Maria,

riesci a sognare?

“Sogno spesso il mio gatto”
Non possono portartelo qui?
“No, ha un carattere molto selvatico”
Gli animali somigliano sempre ai loro padroni.
L’occhio di Maria sbatte. E’ il suo sorriso